sostenne, malgrado il governo, l'onor della Francia; legione invitta, che seppe resistere al fuoco ed alle seduzioni, e che ora spunta un'arme più terribile di quelle di Rosas, la calunnia dei giornali francesi. La legione conta già ben sett'anni di vita; al suo nascere provvide da per sè stessa al vestito ed alle armi, nè toccò mai soldo, e lontana 3 milla leghe dalla patria, involta nella miseria oggimai a tutti comune, scalza e cenciosa, coperta di cicatrici, come la propria bandiera, va fiera della sua nudità per le vie di Montevideo, il cui abitante saluta il francese come fratello e lo venera come difensore. E di vero, non v'ha palmo di terra nell'immensa linea di circonvallazione che difende Montevideo, che non sia bagnato di sangue francese; e sappianlo i ministri e il governo che gli ha abbandonati, più di mille de' nostri sono caduti a datar dall'origine della legione francese a questo giorno. Il colonnello Thiébaut, antico uffiziale dell'armata imperiale, è capo di questa legione, e il colonnello Brie, già negoziante distinto, ora prode soldato, tiene il comando dei cacciatori baschi; il tenente colonnello Des Brosses, il dottore Martin de Moussy, e quasi tutti i francesi stabiliti a Montevideo ebbero parte nel formare questa legione. Noi sappiam che a taluni è di niun prezzo l'ingiuria, di grandissimo invece la lode; noi diremo a costoro: Rosas ha versato l'oro a piene mani onde provocare la diserzione. Ebbene! da sette anni, un sol uomo ha disertato, ei si chiama Pelabert. Comandante del primo battaglione, fe' l'estremo d'ogni sua possa per trascinarlo con sè, e non ebbe al delitto che soli due complici. Tre traditori in tremila uomini! ébberne più gli Spartani che contarono un fuggitivo sovra trecento. Alla formazione della legione francese tenne dietro quella degli Italiani scossi alla voce di GARIBALDI, avido di avventure e di pericoli. Un nuovo campo si apriva a lui, che già comandante della flotta nazionale, sentiasi scosso dai colpi del cannone che tuonava alla campagna; e fu visto così lo stesso giorno governare il proprio naviglio, marciare alla baionetta alla testa d'un battaglione d'infanteria, e caricare in mezzo alla cavalleria uno squadrone nemico. Ma il sospiro d'Italia gli giungeva sull'aure del Mediterraneo, e allora tutto cessò per lui; solo un sacro dovere poteva rimuoverlo dal compire un sì nobile sacrifizio. A canto di GARIBALDI brilla un nome illustre nella legione italiana. È quello di Francesco Anzani, uomo di sommo coraggio e di severi costumi da paragonarsi agli antichi. Mai non fu visto in Montevideo che in mezzo a' soldati, vestito come essi, dividendo i loro cibi, sognando la libertà di Italia, combattendo per quella del Nuovo-Mondo. La libertà era la speranza, il sospiro della sua vita. Quando nel 1847 GARIBALDI lasciò Montevideo, con un centinaio de' suoi legionarii per venire a combattere in Italia, Anzani gravemente infermo volle a ogni costo imbarcarsi, e moriva tre giorni dopo il suo arrivo in Italia, pensando all'indipendenza della patria, per cui GARIBALDI allora dovea combattere inutilmente, tenendo l'occhio però a quell'avvenire che oggi finalmente si è maturato. Capitolo Quinto L'ordine degli avvenimenti ci ha per poco allontanati dall'armata di Rivera, che lasciata Montevideo, non era rimasta inoperosa. Il nemico, forte di 6,000 fanti e 900 cavalieri, avea messo l'assedio alla città; sulle traccie di Rivera erasi spedito il resto delle sue forze. Allora ebbe principio una lotta ammirabile, dovendo Rivera co' suoi talenti, colla conoscenza de' luoghi, col coraggio de' suoi soldati, forte appena di 5,000 cavalieri, tenere a bada un nemico che contava 6,000 uomini di cavalleria, un battaglione di fanti, ed una batteria di cannoni. Ma per colmo di sventura la marcia di Rivera si facea di giorno in giorno più faticosa e più grave, essendochè i paesani impediti di rifugiarsi a Montevideo, traevano a lui numerosi, facendo così del suo piccolo esercito una tribù, che negli ultimi tempi contava da ben quattrocento carri ingombri di donne e fanciulli, oltre un numero maggiore di fuggitivi, che privi dei mezzi di trasporto tenean dietro all'armata a piedi o cavallo. Come una tal gente inabile alta guerra, d'inciampo negli accampamenti, di ritardo nelle marcie, li esponesse a un totale esterminio, era noto a Rivera e a' suoi soldati, che nullameno fedeli a un tal dovere, durarono nella lotta due anni in cui sempre battuti, non vinti, rendeano le vittorie del nemico peggiori d'una sconfitta. Venne infine Rivera completamente battuto nella funesta giornata di Paso de la Paloma; tali però erano i mezzi di quest'uomo, tale era l'aura popolare che lo circondava, tanto insomma l'amor della patria che infiammava gli orientali tutti, che la vittoria di Solis gli rese quel prestigio ch'egli aveva per un tratto perduto. Ma Urquisa alla testa di 4,000 uomini venne a trar d'impaccio il nemico, e sconfisse Rivera a Malbajar ed a Aréquita, il quale ad onta di tali rovesci, volle il 28 marzo 1845 nelle pianure d'India-Muerta presentar la battaglia ad Urquisa. Le forze erano eguali d'entrambe le parti. Avanti di venire alle mani, il generale Rivera comandò che i carri che trasportavano le donne e i fanciulli si avvicinassero alle frontiere del Brasile, per guadagnarle nel caso d'una sconfitta. Si perdè la battaglia, e fu così salva questa errante tribù, insieme a una parte dell'esercito stesso. Da quel giorno famiglie ed esercito hanno stanza in Rio-Grande; nè le reiterate promesse di Rosas ebbero peranco il potere di far loro traversar la frontiera che li divide dalla patria. Tanto è l'odio inspirato da Rosas, che al suo dominio preferiscono l'esilio e la miseria. L'armata della campagna, distrutta alla battaglia d'India-Muerta, avea fatto più del dovere, lasciando sul campo i tre quarti delle sue forze. Questi gloriosi combattimenti vennero illustrati dal sangue di tanti martiri, e l'istoria del popolo orientale ricorderà con amore i nomi d'Aguar, di Silva, di Cuadra, di Blanco e di Luna che primi tra' capitani di quest'armata caddero per la indipendenza della patria. E la storia fedele dirà pure che i disastri toccati non vanno attribuiti alla truppa od a' capi, sibbene al solo generale Rivera, che mai volle organizzar militarmente le sue forze, ed a uomini disciplinati fece una guerra non di soldato, ma d'avventuriere. Dopo la battaglia d'India-Muerta, allorchè il resto dell'esercito passò la frontiera di Rio-Grande, un solo tra i capi, cui la morte in patria era certa, sdegnò trar la vita in esilio. Egli era il tenente colonnello Brigido Silveira. Con una mano di prodi decisi a morire con lui volle continuare la lotta, e ritiratosi nel distretto di Maldonado[16] traendo partito dal terreno ineguale, cominciò una guerra d'imboscate, e di attacchi notturni, cui il nemico non si attendeva. Da quel punto non vi fu distaccamento dell'armata di Oribe, non vi fu avanguardia che si avventurasse alla campagna, che non venisse attaccata da questi infaticabili soldati cui era nota ogni sua mossa. Quando poi infuriava la tempesta, Brigido Silveira, cogliendo il destro dal cozzar degli elementi, si cacciava persino tra le tende nemiche a levare il suo grido di guerra. Indarno Oribe a dar la caccia a questi prodi spingeva tremila de' suoi cavalieri ora stretti in un corpo, ora divisi a drappelli. Due lunghi anni durarono a sterminarli, non però d'un sol colpo, ma quando dal primo all'ultimo caddero tutti, solo Brigido Silvera miracolosamente sorvisse, ed ebbe modo di rientrare in Montevideo, ove vive tuttora. La battaglia di Balbajar, anteriore a quella d'India-Muerta, avea luogo nel gennajo del 1844. Un pugno di cinquecento uomini, sfuggiti al disastro, concepito il progetto di aprirsi una strada sino a Montevideo, giunse inatteso dietro le linee dell'assedio, le ruppe, e sui cadaveri nemici entrò trionfante nella fortezza del Cerro. Alla testa di questi prodi erano i colonnelli Flores ed Estibao, che presentatisi al governo colle spade alla mano ancor tinte di sangue, «l'armata, dissero, della campagna è battuta, e noi, incerti se potrà rialzarsi, siam venuti a dividere la sorte dei difensori di Montevideo.» E per vero fu provvidenziale un tale rinforzo, poichè la guarnigione scemata ogni giorno non poteva rimettersi, mentre il nemico tenea da Buenos-Ayres sempre nuovi aiuti di truppe. Diffatti le file dei difensori di Montevideo erano diradate di molto, sommando a più di tremila i soldati che erano caduti, coi colonnelli Sosa, Torres, Neira e buon dato d'altri capi e ufficiali. Sosa, che ben a ragione può dirsi l'Ettore della nuova Troia, era un di quegli uomini per cui non esistono pericoli di sorta. Al pari di Nelson, potea chiedere, non a dodici, ma a trenta anni: che cosa è la paura? Lo avresti detto disceso dagli antichi Titani, nulla essendovi per lui d'impossibile. Fu visto un giorno con soli quattordici cavalieri attaccare ben cento Baschi spagnuoli e metterli in fuga. Fu visto altra volta in mezzo a quattordici cavalieri che gli erano sopra, certi di farlo prigione, aprirsi strada una uccidendone due, e ritornare al corpo onde era stato disgiunto. Un altro giorno che aveasi a fronte un distaccamento nemico, il capo di Sosa avendo esternato il desiderio di alcuni schiarimenti che solo potea dare un prigioniero, Sosa cacciatosi sopra il nemico, afferrò il primo uomo che gli venne fatto di raggiungere, e messolo a traverso sul cavallo lo presentò a lui dicendo: «Ecco, mio colonnello, ciò che voi avete richiesto.» Così parea che la morte rispettasse quest'uomo che seco lei avea tanta dimestichezza. Diffatti un giorno uno dei più prodi uffiziali dell'armata nemica incontratosi con Sosa nel caldo della mischia, appunta contro di lui la sua pistola e fa fuoco. Ma il colpo non parte, ed egli invece cadde trafitto da Sosa. Conversando una volta con cinque de' suoi soldati presso d'un bosco di frutti, diè in un agguato che gli tese il nemico nel bosco vicino. I suoi cinque soldati cadono a terra dai colpi di fucile tratti a un quarto di tiro, solo Sosa rimase illeso. Egli allora invece di darsi alla fuga o battere in ritirata, si caccia nel bosco, e cinque minuti dopo ne sorte sano e salvo colla spada insanguinata. Le prodezze di Sosa erano il soggetto del conversare d'ogni brigata in città, come del pari egli era il terrore del nemico. Perciò il giorno 8 febbraio 1844, fu giorno di lutto per Montevideo. Essendo egli in tal dì agli avamposti, fu colpito come Turenne e come Brunswick da una palla di cannone; ma non cadde com'essi da cavallo, quantunque per la ferita perdesse quasi tutte le viscere. Scese a terra dicendo a' suoi soldati: «Io credo d'esser ferito.» Ma fatto accorto che non solo era ferito, ma ferito a morte; -Amici-, diss'egli, -io mi muoio, ma voi, voi restate a difendere e salvare la patria-. La nuova ne giunse alla città quasi portata dal colpo di cannone che avealo ferito. Il ministro fu a vedere il morente, la cui faccia era appena suffusa d'un leggiero pallore. Al vederlo, sollevatosi alquanto, gli stese la mano, e gli diè conto dell'operato con una sì tranquilla serenità da non parere toccasse al suo fine. Ascoltavalo il ministro a capo chino, come quei che in Sosa perdeva non solo un de' più prodi capitani dell'esercito, sibbene uno de' suoi più teneri amici. La voce di Sosa venne meno d'un tratto. Egli era morto. L'armata tutta vestì il lutto, non per comando, ma per potente bisogno del cuore; essendochè a ciascuno parea colla sua morte aver perduto un fratello o un amico. A tanta virtù era poca la riconoscenza degli uomini, onde il governo non fe' che emanare il seguente decreto: MINISTERO DI GUERRA E MARINA. Montevideo, 10 febbraio 1844. Il governo non dee ricompense a quei che combattono per la patria; essi non fanno che il debito loro; ma deve alla gloria nazionale l'onorare i nobili fatti a pro della Repubblica, eternando la memoria dei valorosi, e circondandoli della riconoscenza generale, che è la più bella corona dell'eroe. Per tale motivo, memore che il colonnello Marcellino Sosa, morto il giorno 8 di questo mese, ha consacrato con eroica abnegazione tutta la sua vita al servizio della patria; ch'ei fu in guerra primo tra i prodi, in pace cittadino integerrimo; che in ogni tempo bene meritò della patria; Il governo ha deciso e decreta: Art. 1. Il primo reggimento di cavalleria della guardia nazionale prenderà in avvenire il nome di -reggimento Sosa-, e porterà queste parole nella sua bandiera: -Marcellino Sosa, prode tra i prodi. La patria lo perdè l'8 febbraio 1844-. Art. 2. Non si provvederà mai al grado di colonnello di questo reggimento, in cui Marcellino Sosa figurerà come colonnello effettivo, dovendo la di lui famiglia toccare gli appuntamenti cui egli ha diritto, ed ove questa non li riceva in uniformità della legge del 12 marzo 1829, saranno devoluti alla casa degli invalidi dell'armata. Art. 3. . . . . . . . . Art. 4. Quando l'esercito che assedia la capitale sarà distrutto, la spoglia di Sosa sarà recata al luogo in cui fu ferito, e s'innalzerà alle spese del tesoro un monumento semplice che porti il suo nome, il giorno della sua morte e le sue estreme parole: -Compagni, salvate la Patria!- -Firmato-; SUAREZ; PACHECO Y OBES. Il ministro della guerra disse le lodi del gran cittadino. Involto della bandiera del suo squadrone, Sosa fu chiuso nella tomba della famiglia Pacheco y Obes. Tra coloro che ne portarono la salma al sepolcro, era il colonnello Tajes, che dall'armata è ora tenuto in quel pregio che prima Sosa. Sosa era un bell'uomo grande, robusto, eccellente cavaliere, d'una generosità eguale al coraggio. Cavalcava di solito un superbo cavallo nero, la cui bardatura era tutta d'argento. Nell'ora poi della pugna, si spogliava dell'uniforme, e rimboccate le maniche, impugnata la spada o la lancia lo avresti detto un eroe d'Omero, od un paladino del secolo di Carlomagno. Così era egli circondato da degni e prodi soldati, avvegnachè ogni giorno dell'assedio di Montevideo sia una pagina di gloria per i capi degli assediati. Ieri, era il colonnello Munnoz che con un pugno di ottanta uomini attaccava una posizione fortificata e 400 soldati i quali devono la libertà ai rinforzi sopraggiunti. Oggi è il colonnello Solsona che con un battaglione resiste a tutta l'ala dritta nemica. Tra coloro che combattono sotto i suoi ordini, sono i tre suoi fratelli; l'uno de' quali, il capitano Miguel, ferito alla testa da un colpo di fucile cade per terra; ma rialzatosi afferra uno schioppo, e continua a battersi, quasi non fosse caduto che per raccogliere un'arma. Domani, Lezica e Batlle che al Pantanoso con soli 300 soldati resistono a cinque battaglioni nemici. Quindi il maggior Carro che con trenta dragoni attaccando trecento nemici, resta con vent'otto de' suoi sul campo di battaglia. Poscia il colonnello Tajes che alla testa di ottanta uomini distrugge il secondo reggimento di Rosas; e il colonnello Vilagran, che nell'età di sessantacinque anni, alla testa di pochi cavalieri carica ogni giorno il nemico, sempre in numero quattro volte maggiore. Onde può dirsi a ragione che Montevideo sarebbe salva, se a tanto avesse bastato l'abnegazione e il coraggio. Nel giugno del 1844, il generale Paz, chiamato al comando delle armi di Corrientes, lasciò Montevideo. Allora il colonnello Pacheco y Obes unitamente al ministero della guerra prese il comando delle truppe e giunse a dominare il nemico che in due brillanti fatti d'arme ei batteva. Era quindi facile a credersi che la lotta toccasse al suo termine, e a ciò conseguire apprestavasi una battaglia finale, quando l'8 ottobre, un accidente imprevisto mutò la faccia alle cose, ed ebbero origine le sventure di Montevideo. Sulla piccola squadra governata da GARIBALDI, aveano, a di lui insaputa, cercato ricovero due disertori brasiliani. Ora l'ammiraglio del Brasile che avea nelle acque di Montevideo quattro corvette, senza previo riclamo, mosse verso la squadriglia orientale, con una goletta seguita da molte imbarcazioni. Giunto a tiro di pistola, gettata l'áncora, intimò si rendessero i due disertori, minacciando far fuoco ad un rifiuto. Inteso un tale procedere, il ministro della guerra rese noto agli altri membri del governo: portarsi egli stesso a bordo della squadra a provvedere all'onor nazionale, rispondere di tutto, nè potersi transigere colle brutali esigenze del brasiliano. Ma venuto a bordo ebbe l'ordine dal governo di rilasciare i due disertori, e, cosa strana, un tale ordine gli fu intimato da un officiale d'ordinanza dell'ammiraglio brasiliano. Egli vi si rifiutò, e insistendo il governo, diè la sua dimissione, dichiarando ad un tempo che non lascierebbe il suo posto, se prima le forze nemiche non cessassero dal minaccioso contegno. Ritiratisi allora, Pacheco y Obes mise piede a terra. Il governo accettava la dimissione del ministro della guerra, perchè antiche ire tra il colonnello e il generale Rivera veniano dagli amici di quest'ultimo suscitate, sì perchè le rozze maniere del primo aveano ferito alcuni membri del governo, e specialmente coloro che vili interessi moveano ad accostarsi a Rivera il quale, come dicemmo, facea getto del pubblico denaro. L'armata, istrutta della dimissione del colonnello Pacheco y Obes, prese le armi e si ribellò. Per ben tre giorni fu un'ansia incessante in Montevideo di vedere l'orrendo spettacolo d'un governo rovesciato dalla forza militare. Pacheco y Obes che avea le simpatie del soldato, seppe resistervi, e sortito dal paese ritirossi a Rio-Janeiro. Egli rese immensi servigi alla sua patria, e fu de' più caldi alla difesa di Montevideo; l'odio che gli portano i nemici del paese, è un titolo incontestabile alla riconoscenza de' buoni cittadini. Giunto al potere, era stato suo primo studio introdurre la probità nell'amministrazione, stabilire in principio i diritti della nazione ai sacrifici d'ogni cittadino, distruggere infine, coltone il destro dalle condizioni di Montevideo, le personali influenze, e sostituirvi l'imparziale impero delle leggi. Intorno a lui avea fatta corona un'eletta di uomini nuovi zelanti d'amore al paese; onde venne meno il potere del generale Rivera, potere che riebbe alcuni momenti di vita alla caduta del colonnello Pacheco y Obes dopo la rivoluzione di aprile; ma che dovette cedere all'eccellenza del sistema dell'ex-ministro della guerra. Nulladimeno, è duopo convenirne, il colonnello Pacheco y Obes spinse troppo oltre le sue idee di riforma, o non ne colse il tempo opportuno; poichè essendo Rivera il vero capo del partito nazionale, non doveasi attaccare la di lui influenza, nel momento stesso che durava la guerra contro il dominio straniero; ond'è che, lui caduto, ne nacque la divisione e lo scompiglio. D'altra parte l'estrema ostinatezza del carattere del colonnello Pacheco y Obes che mai non piegava a consigli, staccò da lui molti uomini egregi, che ebbero poi tanta parte alla sua caduta. Ma egli ebbe sempre l'amore del popolo e la riconoscenza del soldato in premio delle cure operose nel migliorarne la sorte. Il ritiro del colonnello Pacheco y Obes segnò la decadenza della difesa. Avendo egli costituito un'autorità forte cui tutto cedeva e obbediva, questa, dopo lui, venne ad essere raccolta da uomini deboli, e mancò così quella mano potente che avea dato l'impulso alla pubblica cosa. La guerra si continuò allora fiacca, non vigorosa, lo stesso entusiasmo per la difesa venne meno, e per colmo di sventura, quattro mesi dopo l'armata di Rivera fu distrutta a India-Muerta. Gli orientali erano allora soli all'impresa, e la nuova d'una tale sconfitta, che toglieva ogni speranza di trionfo, fu quasi un colpo di fulmine agli assediati. Il ministero che in tali frangenti si fè attorno al vecchio presidente Suarez era composto di Vasquez, di Bausa, e di Santiago Sayago. Mosso da nobile inspirazione, smessa ogni idea di una capitolazione, che pareva inevitabile, fè un appello all'armata, ed esposto lo stato delle cose, le ordinò di combattere o morire. «Noi non possiamo scendere a patti col nemico, diceva la nota officiale al comandante, e noi dobbiam dunque, se non puossi la nazionalità, salvare almeno l'onor del paese.» Scosso l'esercito a queste parole, comprese ciò che doveva alla patria, e si accingeva ad una battaglia estrema, disperata, quando i legni, che recavano la nuova dell'intervento anglo-francese, gettarono l'áncora innanzi a Montevideo. Gli incaricati delle due nazioni instavano presso il governo a procrastinare, impegnando la fede, che la Francia e l'Inghilterra non domandavano che il tempo necessario ad imporre ed esigere la pace da Rosas; che nel caso d'un rifiuto del dittatore, Montevideo avrebbe le due nazioni alleate. Il governo si arrese, e l'armata rientrò nei quartieri, e da quest'epoca, 5 aprile 1845, la Repubblica orientale aspetta indarno si compiano le fatte promesse. Per ben cinque volte fu presentato a Rosas un ultimatum con minaccia di annientarlo ove si ponesse sul niego; altrettante egli rispose con maggiore insolenza. Un tale insulto non fu vendicato, e la Repubblica orientale, costretta all'inazione, sfinita da inutili e lunghi sacrifizi, ha toccato l'estremo delle sventure politiche e della miseria privata. Egli è vero altresì che al primo rifiuto di Rosas le potenze mediatrici risposero con fatti che accennavano alla volontà ferma di proteggere Montevideo. Le forze anglo-francesi penetrarono nel Paranà, Buenos-Ayres fu stretta di blocco, Rosas fu battuto ad Obligado dagli alleati che si internarono nel Paraguay. Si soccorse anche con mezzi al governo orientale, che richiamato Pacheco y Obes al comando dell'esercito, erasi posto in grado di riprendere vigorosamente la guerra. Già prima d'ora una divisione agli ordini di GARIBALDI e di Batlle veniva mandata ad occupare Colonia, e fortificare il Salto, posizione importante, che, per essere vicina alle frontiere del Brasile, era un punto d'appoggio e di rannodamento agli emigrati, un migliaio dei quali aveano a poco a poco ingrossate le file dell'armata nazionale. Invano il nemico tentò con ogni mezzo scacciare Batlle dalla Colonia, GARIBALDI dal Salto, il numero cesse al valore. Stretto da tutta l'armata d'Urquisa avanti di essersi fortificato, GARIBALDI sostenne per ben sei ore un attacco in cui 4000 uomini irruppero disperatamente contro 500 soldati, e vennero con perdite enormi respinti. Mosse più tardi Servando Gomez all'assedio della città. Ma GARIBALDI, anzichè aspettarne l'assalto, veniva di continuo ad attaccarlo, ed ogni sortita era per lui una vittoria. Da ultimo ebbe luogo il celebre fatto di S. Antonio, in cui 200 Italiani stettero a fronte in aperta campagna contro 1200 soldati di Servando Gomez, tra' quali contavansi 500 fanti. Abbiamo già tenuto parola di questa giornata, in cui dopo cinque ore di combattimento GARIBALDI perdeva la metà delle sue forze, e il nemico 400 uomini. Padrone del campo di battaglia dopo un'ora di sosta e di disfida, si ritirava con tutti i feriti al Salto. In premio di tanto valore, la legione italiana ha la dritta nell'armata orientale. In quel torno il governo innalzava al grado di generali Pacheco y Obes e GARIBALDI, che sdegnosi di ricompensa, piegarono ciò nondimeno alla volontà degli amici. Intanto Pacheco y Obes dava opera alla riorganizzazione dell'esercito, e dividealo in due corpi; era scopo dell'uno vegliare alla difesa di Montevideo; egli alla testa dell'altro tener la campagna, unirsi a GARIBALDI, e reggere la somma della guerra. Sventuratamente Rivera tornò a Montevideo; la rivoluzione d'aprile 1846 scoppiò, per cui Pacheco y Obes chiesta la sua dimissione ebbe a successore Rivera. Il quale partito per la campagna, ottenne sul bel principio felici successi: ma si trovava alla testa di un'armata che avea rotto ogni vincolo di disciplina, e di cui un battaglione si ribellava al primo sinistro. Egli volea disarmarlo; era appunto il momento che il nemico movea grosso a vendicare le toccate sconfitte. Rivera non accettò la battaglia, e s'internò nel paese; fu di bel nuovo battuto, riparò a Maldonado; e in tal modo vennero meno la preconcette speranze di salvare il paese. La rivoluzione d'aprile fu l'ultimo lampo della popolarità di Rivera; l'ultimo tentativo de' suoi partigiani è la sola macchia della difesa di Montevideo, poichè in quel giorno nefasto si sparse il sangue dei più generosi propugnatori della Repubblica. Le terribili scene del capitanato del porto lascieranno una ricordanza indelebile a Montevideo. In uno di questi tumulti, il colonnello Giacinto Estibao venne assalito da 800 ribelli. Egli non era uomo da arrendersi e lottò per due ore. Tutti i suoi fidi gli caddero al fianco, ed ei restò solo con un aiutante di campo. Allora, grondanti sangue dalle molte ferite, guadagnarono un terrazzo, ove dopo una resistenza inaudita, disperata, ambedue furono uccisi. Estibao veniva a buon diritto tenuto in conto tra i più begli ingegni della Repubblica Orientale. Giovane, prode, scrittore elegante, di ottimo cuore, d'una fede inconcussa nel bello e nel buono, eran per lui nomi vani la doppiezza, la menzogna, il tradimento. Egli era fratello d'armi al generale Pacheco y Obes. Nella lotta che per lui fu l'estrema, gli ammiragli francese ed inglese lo persuasero, onde salvarlo, a lasciare il suo posto, essendovi a poca distanza un distaccamento di 300 marinai delle due nazioni. Ma Estibao rispondeva: «il generale mi troverà vivo o morto al posto che mi ha assegnato.» Quando più non gli restavano che 8 soldati superstiti, uno di questi avvicinatosi a lui, colonnello, gli disse, noi non possiam più resistere. Allora egli, comecchè già avesse rotto il braccio diritto, afferrata colla mano sinistra la canna della sua pistola, schiacciò col calcio la testa a quest'uomo che non sapeva, che quando non si potea più resistere, bisognava morire. Si pianse pure in quel giorno a Montevideo la morte del maggiore Bedia, giovane di belle speranze, prode officiale, che, le ore tolte alla guerra, consecrava allo studio; talchè all'età di 24 anni potea dirsi matematico eccellente. Egli avea cinque fratelli tutti soldati. Il maggiore, Gioachino, era luogotenente colonnello, e comandava in secondo l'artiglieria orientale alla battaglia d'Arroyo-Grande. Allorchè sinistrarono le sorti della giornata, gli artiglieri volsero in fuga. Condottogli da un soldato il cavallo, invece di profittarne, lo ferì della spada. Il cavallo, strappato il freno, fuggì mandando per dolore acutissimi nitriti. Allora, come l'infanteria nemica irrompeva a masse compatte, fattosi presso ad un cannone ancor carico, vi mise il fuoco, e tirò così l'ultimo colpo della giornata. In quel punto egli cadeva di venti colpi di baionetta. Gli altri quattro superstiti fratelli hanno fama di prodi e intelligenti ufficiali. L'un d'essi comanda uno squadrone d'artiglieria a Montevideo. Nello stesso giorno la Repubblica perdeva pure il capitano José Batlle, fratello del colonnello, giovane di merito sommo. Capo Sesto I disastri del generale Rivera fruttarono un cangiamento di governo, o meglio una reazione contro il di lui sistema. Il ministero si organizzò definitivamente, come è al dì d'oggi. Gli uomini che lo compongono, seguaci delle idee di riforma del generale Pacheco y Obes, amministrarono rettamente la pubblica cosa; e può dirsi a ragione che su di essi pesò più grave l'incarico della difesa, poichè, esausti gli elementi di vita della Repubblica, e costretti ad una cieca dipendenza dal governo francese, piegarono alle promesse della Francia di Luigi Filippo, che mai tenne fede. Così, dopo sett'anni di resistenza, la miseria di questo popolo infelice è venuta all'estremo. Non v'ha famiglia che non viva nelle maggiori strettezze, avendo anche i più ricchi venduto a vil prezzo ogni loro fortuna; talchè tutti indistintamente gli abitanti traggono l'esistenza dalla pubblica annona. Il vecchio presidente Suarez ha dato ogni suo avere; i due suoi ministri vivono, come l'ultimo cittadino, del pane del soldato. Essi vivono, in mezzo a tanta miseria, col dolore di non poterla alleviare, vedendo esauriti i mezzi della difesa, e vicino il trionfo dell'inimico. Essi soffrono come gli altri, primi a darne l'esempio, consolati da una sola speranza, che nel giorno in cui cadrà Montevideo, la vendetta di Rosas pesando terribile sul loro capo, risparmierà quello de' proprii concittadini. Il sussidio mensile di 180,000 franchi che il governo francese paga a Montevideo, anzichè un sollievo alle pubbliche gravezze, si è fatto un dolore, una vergogna; poichè gli agenti di Luigi Filippo a ciò incaricati lo rendono amaro ai bisognosi con ogni maniera di dileggio e di scherno. Onde può dirsi, che presso costoro soltanto, le illustri imprese, i nobili sacrifizi, l'eroico patriottismo degno dell'antichità, per cui si immortalarono i difensori di Montevideo, non abbiano valore di sorta. Montevideo, avanti l'assedio, contava 60,000 abitanti; ora son ridotti a meno di 24,000. La maggior parte della popolazione, meno i Francesi, abbandonò la città, e i pochi rimasti, ebbero a provare la fame, la peste e la miseria. Questi tre flagelli, e i quotidiani combattimenti diradarono il numero degli abitanti. Ma giammai popolo alcuno durò con maggiore costanza e virtù nell'impresa, per quanto sia il danno che ne venga ad ogni classe di cittadini. Già da gran tempo il suo commercio è cessato. I possidenti videro a poco a poco ogni loro proprietà dileguarsi; il proletario cerca invano da lunga pezza il lavoro. Ogni uomo è soldato od uffiziale: ora nè all'uno nè all'altro vien retribuito stipendio di sorta. Le donne poi hanno in cura i feriti, e rattoppano gli abiti della truppa, mentre i vecchi vegliano alla sicurezza interna della città, e i ragazzi, quando tuona il cannone, lasciate le scuole, provvedono di cartucce i combattenti. Un giorno nel 1844, una donna si presentava al ministro della guerra, e mostrando un garzone che traea per mano, gli disse: «Oggi mio figlio compie i quattordici anni dalla legge richiesti; io ve lo presento, affinchè egli serva la patria come i suoi quattro fratelli son morti per essa». Tutti conobbero a Montevideo questa madre spartana, la signora Carrea, che perduti tre figli nello istesso combattimento, dicea quasi morta dal dolore: -Perchè non ho altro figlio da offerire alla patria?- Noi abbiamo, tra mille, accennati soltanto questi due fatti, poichè, se gli uomini in que' tristissimi giorni diedero prova di coraggio e di abnegazione, le donne furono sublimi per virtù e per sacrifizi. Non vi fu tra esse chi nell'ora del pericolo abbia distolto il padre, il marito, il figlio o l'amante dal prendervi parte; tanto più che da ogni punto della città si faceano sentire i colpi di quei combattimenti d'ogni giorno, in cui tutte le famiglie contavano un congiunto. Allora lo straniero che si trovava a Montevideo potea credersi all'assedio di Sparta. Ogni donna, madre o sposa, era una Lacedemone. Tu le vedevi salir sui terrazzi, fissi gli occhi con ansia sul campo di battaglia, pallide, ma tranquille e rassegnate attendere le novelle, che spesso erano una terribile sciagura. Cessata la pugna, i messi spediti dai superstiti percorrendo la città distribuivano ad ogni famiglia la sua parte di dolore. Talvolta a vece d'un messo giungeva a casa una lettiga, su cui morto o morente tornava insanguinato colui che ne era il sostegno. Non v'è quasi famiglia a Montevideo, che nel lungo assedio non abbia vestito il lutto; ma non vi fu sventura, per grande che fosse, che abbia fatto venir meno il patriottismo della donna. Coloro che erano prime per fortuna e posizione sociale, lo furono pure per coraggio e per sacrifizi. Questa donna, all'incesso regale, pallida e vestita a nero, che muore all'ospedale delle Signore-Orientali, è Cypriana Munnoz; è la moglie di Francisco Joaquin Munnoz, uno dei fondatori della nazionalità orientale; è la madre di Francisco Munnoz, luogotenente-colonnello, morto per la patria; è la madre di Josè Maria Munnoz, uno dei più distinti colonnelli dell'armata; è la madre ancora di due altri difensori di Montevideo. All'ospedale tu la vedrai curare i feriti del battaglione di suo figlio; entrare poi nella casa della vedova e dell'orfano per rendergli un istante la madre perduta; parlare calde parole al soldato per infiammarne il coraggio, all'uomo di Stato consigliandolo a forti propositi; e se in questo affaticarsi in opere di carità e di sacrifizio, il cannone tuona, la madre non tremerà per il figlio, ma la cittadina per le sorti della patria. Quando una nazione ha nel suo seno simili donne, gli uomini che combattono sotto i lor occhi diventano eroi. Ma a queste scene di dolore e di patriottismo che noi esponiamo all'Europa il governo di Luigi Filippo risponderà: ma la Francia protegge Montevideo! Sì, a Montevideo agonizzante la Francia recita le preghiere dei morti. L'intervento della Francia nella Plata portò frutti maggiori di questi inutili soccorsi ai feriti a morte? Sovra il magnifico fiume che bagna ad un tempo Buenos-Ayres e Montevideo sventola il vessillo della Francia. Ma alla vista di questo vessillo, che l'Italia, che Napoli, Milano e Venezia hanno abituato a tale orrendo spettacolo, i prigionieri della città sono sgozzati; gli stessi Francesi che dividono la sventura di Montevideo, mutilati, martoriati gettano nell'ultima agonia un grido di maledizione a questa bandiera infedele. Infine alla vista del vessillo francese, i nemici di Montevideo col dileggio e lo scherno sulle labbra appongono a delitto alle vittime che essi immolano, lo aver creduto alle promesse della Francia. Il governo di Luigi Filippo chiese a Rosas ben quattro volte la pace, ed ottenne un insultante rifiuto che la Francia allora ingoiava d'accordo coll'Inghilterra, e questa pativa tranquillamente una tale vergogna perchè nelle sue mire politiche segnava il decadimento dell'influenza francese nell'America del Sud. Invano allora i difensori di Montevideo domandavano alle due potenze di sciogliere la contesa ad ogni partito; poichè non avendo nè la pace, nè la guerra, la città legata a questo bugiardo intervento, vedea a poco a poco sfumare gli elementi della difesa, senza la speranza di cercare salute in una battaglia ultima, disperata. A colorire un tale procedere il governo di Luigi Filippo metteva in campo gli accordi fatti coll'Inghilterra; ma questa cessò dall'intervento per la rivoluzione del 1848, e la Francia repubblicana fè sola sventolare la sua bandiera sulle rive della Plata. A questa grande novella ripresero animo i difensori di Montevideo. E di vero come supporre che la giovane Repubblica non si mostrasse a loro riguardo forte e leale? Qual dubbio sugli uomini arrivati al potere, che dal 1830 accusavano sui giornali e colle proteste Luigi Filippo di prostituire l'onore della Francia? Montevideo era dunque risorta alle speranze dell'avvenire, quando sullo scorcio del 1848 la città fu scossa da una lieta novella. L'ammiraglio Le Prédour, comandante le forze navali della Francia nella Plata, erasi presentato al governo dichiarando, aver ricevuto ordine di rendersi a Buenos-Ayres onde proporre a Rosas la pace; non essere, diceva, trattative diplomatiche, ma un ultimatum delle volontà della Francia. La partenza dell'ammiraglio teneva dietro a tale dichiarazione, e ad ogni istante si aspettava il ritorno. Ma si attese per quattro mesi il ritorno dell'ammiraglio Le Prédour! Seppesi alfine che questo ultimatum avea preso sembianza di trattativa. Il governo di Montevideo protestò altamente, ma non cessarono per ciò i negoziati con Rosas. Intanto si pose in opera ogni modo onde la popolazione francese abbandonasse l'assediata città: si diceva pubblicamente che la Francia proteggerebbe Montevideo, mentre si gettava sordamente lo scoramento nel popolo, la diffidenza verso i ministri, la defezione nell'armata. Ma, come sempre, Montevideo non rispose alle speranze de' suoi nemici. Eppure la città non avea, sino allora, versato in maggior pericoli: la divisione avea messo radici nelle file de' suoi difensori. Pacheco y Obes volea si protestasse contro la piega che le trattative avean preso; volea, che malgrado la presenza dell'ammiraglio Le Prédour a Buenos-Ayres, si rompesse la guerra con tutti i mezzi di cui potea disporre il paese. Herrera y Obes, ministro degli affari esteri, credea opportuno attendere il risultato delle trattative e a lui accedeva il presidente e i negozianti della città. Del parere di Pacheco y Obes erano l'armata ed il popolo. Il colonnello Battle, che seguia le parti del generale Pacheco y Obes, diè la sua dimissione da ministro della guerra; e forte era il timore di tristissimi fatti, quando ad un tratto ricomparve a Montevideo l'ammiraglio Le Prédour portatore del suddetto trattato. Questo trattato, in cui Montevideo viene sacrificata, e che assicura il trionfo di Rosas, ebbe potere di riunire nella comune sventura i difensori di Montevideo. L'ammiraglio tentò imporlo alla città, minacciando di ritirarle l'appoggio della Francia, ove trovasse ostacolo la sua volontà. Ma il governo rispondea energicamente e degnamente, essere piuttosto deciso a seppellire la città sotto le proprie rovine. Per tale rifiuto, il trattato fu rimesso alla Francia, e il generale Pacheco y Obes fu incaricato di tutelare a Parigi gli interessi della Repubblica Orientale, e di ottenere uno scioglimento qualunque all'interminabile questione della Plata. Giunto in Francia, il generale parlò forti, e, qual di soldato, severe parole. Egli disse alla Francia: Montevideo è il centro della vostra prosperità commerciale nell'America del Sud. Se lo chieggono i vostri interessi, soccorrete a Montevideo; nel caso contrario, lasciatela in balìa dei proprio destino: poichè val meglio morire d'un colpo che soffrire la crudele agonia, cui da cinque anni ci condanna il vostro impotente intervento. Il generale mostrò ciò che toccherebbe alla Francia, cadendo Montevideo. Provò i delitti di Rosas, provò l'incompatibilità di questi colla civilizzazione e colla vita futura dell'America. Ad onta di tutto ciò si ripresero nuove trattative appoggiate da una mano di soldati impotenti a sostenere la dignità della Francia, e che saranno, per la loro impotenza, testimoni dolorosamente impassibili dei nuovi soprusi di Rosas. Un tal partito, noi lo ripetiamo, della Francia repubblicana, che nulla parve togliere alla politica della Francia monarchica, deve ferire al cuore Montevideo, la cui fioca voce in faccia ad una grande nazione come la Francia, non fu da sett'anni, ancora tanto potente da metter fine a' suoi lunghi dolori. Forse verrà un giorno, e certo è vicino, in cui la disperazione porrà un termine a questa eroica difesa, e allora Montevideo scomparirà dalla faccia della terra; allora, alla fama di questa caduta, che giungerà sino in Europa, e farà battere di simpatia più d'un cuore, si dirà: Non è nulla; continuate il vostro buon sonno, è una città che è caduta. E s'inganneranno a partito. Montevideo non è soltanto una città, è un simbolo; non è solo un popolo, è una speranza; è il simbolo dell'ordine, è la speranza della civiltà. Caduta Montevideo, ultimo asilo dell'umanità nell'America meridionale, un potere antisociale stenderà la sua ombra dalla vetta delle Ande alle rive dell'Amazzoni, distruggendo per lungo tempo, se non eternamente, l'opera di Colombo fecondata per quattro secoli dall'incubazione europea. Gli uomini che, sotto Rosas, seminano sui loro passi la distruzione, e apportano la barbarie, sono il simbolo di quegli Indiani, che, impugnata la lancia, respingevano dalle sponde dell'America coloro che dal vecchio mondo portavano loro la luce dell'Oriente; coloro che dietro le smantellate mura di Montevideo pugnano contro Rosas, sono invece i rappresentanti delle idee di umanità e civilizzazione che il soffio europeo fè germogliare nel Nuovo-Mondo. FINE NOTE [Footnote 1: -Miguelete-. -- Ruscello che scorre due leghe distante da Montevideo le cui rive sono sparse di amene case di campagna.] [Footnote 2: -Aguada-. -- Spiaggia di mare ove poco distante sorgono alcuni casolari che ad una certa lontananza sembrano un piccolo paese.] [Footnote 3: -Charruas-. -- Sono una razza d'indiani che vivevano anticamente nella campagna orientale.] [Footnote 4: -Gauchos- si chiamano i nati alla campagna, cui solo mestiere è l'aver cura degli animali sparsi pei campi. Talvolta si appropria anche questo nome ad una persona rozza ed incolta.] [Footnote 5: -Il lazo-, di cui si serve il -gaucho- per prendere gli animali, è formato di lunghe liste di cuoio intortigliate a modo di fune. II -gaucho- montato sul suo cavallo prende di mira una bestia qualunque, sia toro, sia cavallo, la insegue colla maggior velocità, slancia così correndo il suo laccio e fa cadere a terra l'animale, che resta preso o per le gambe o per la testa. Tale è la destrezza che ha il -gaucho- nel gettare il laccio, che raro è non colga nel segno. Talvolta poi si serve d'un altro ordigno chiamato -Bolas-, formalo questo d'una lunga corda di cuoio che sulla cima si divide poi in tre capi, della lunghezza ciascuno di circa tre palmi. All'estremità d'ogni capo vi è attaccata una -bola-, ossia pallottola di legno, fasciata di cuoio. Le -bolas- colpiscono anche a maggiore distanza del -lazo- ed in mano dei -gauchos- sono un'arma potentissima. Il famoso general Paz, di cui si parla nel presente libro, con le -bolas- venne rovesciato da cavallo da un -gaucho- e fatto quindi prigioniero.] [Footnote 6: I -gauchos- portano per calzoni una specie di mutande di tela, che si chiamano -calzoncillos-.] [Footnote 7: -Chíripa- è quel fazzoletto che i -gauchos- si legano alla cintura a mo' di grembiale.] [Footnote 8: Quel cordone per lo più di seta nera, che serve ad assicurare il cappello sotto il mento, si chiama -barbijo-.] [Footnote 9: -Estancia- si dice quell'area di terreno in cui i proprietarii tengono i loro bestiami. Alcune di queste stanze contengono più di centomila animali.] [Footnote 10: -Pampas- si chiamano quei popoli ancora oggigiorno incolti, che abitano la campagna di Buenos-Ayres.] [Footnote 11: -Fray Bigiia-, -Fray Chajà ecc-. -- Questi sono nomi proprii di volatili di America; quelli di -Lechusa- e -Biscacha- corrispondono ai nostri di Civetta e Becaccia.] [Footnote 12: Le donne argentine sono obbligate dal dittatore Rosas a portare in testa un nastro di color rosso detto -Mono- per distintivo federale, e guai a quella che tralasciasse di metterselo, essa verrebbe bastonata in pubblica strada. Agli uomini poi è prescritto un nastro pure di color rosso con il ritratto di Rosas, col motto: -vivan los federales; mueran los selvages unitarios- -- -Rosas o Muerte-. Tale nastro lo portano all'occhiello della -chaqueta- (giacchetta), foggia di vestito prescritto dal dittatore indistintamente per tutte le classi di persone.] [Footnote 13: Ecco a questo proposito che cosa dice di GARIBALDI il generale Pacheco: -Le géneral- GARIBALDI -placé a Montevideo à la tête d'une legion- QUI N'A JAMAIS REÇU UN SOU DU PAYS QU'ELLE DEFENDAIT, -a été le soldat le plus subordonné, l'ami le plus prononcé de l'ordre et le defenseur le plus ardent de la liberté; car c'est pour la liberté et la civilisation que l'on combat à Montevideo-.] [Footnote 14: Tutti gli stranieri fanno giustizia alla rigidezza dei principii di GARIBALDI, Lord Howden, ministro inglese, inviato per la pacificazione delle Repubbliche della Plata, nella tornata dei Pari in Londra del mese di luglio 1849 pronunciava queste solenni parole: «Il presidio di Montevideo era quasi per intero composto di Francesi e d'Italiani, ed era comandato da un uomo cui son felice di poter rendere testimonianza che -solo era disinteressato fra una folla d'individui che non cercavano che il loro personale ingrandimento-. Intendo parlare d'un uomo dotato di gran coraggio e di alto ingegno militare, che ha il diritto alle nostre simpatie per gli avvenimenti straordinarii accaduti in Italia, del generale GARIBALDI.] [Footnote 15: -Diario de la tarde-. -- Giornale della sera.] [Footnote 16: -Maldonado- è una delle città che si trovano nel territorio della Repubblica Orientale, ed ha porto di mare come Montevideo che ne è la capitale.] Nota del Trascrittore Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. , , ' ; , 1 , 2 ' , 3 . 4 5 ' ; 6 , , 7 , , 8 , , , 9 , 10 . 11 12 , ' ' 13 , 14 ; , 15 ' ' 16 . 17 18 , ' , 19 , , , 20 , ; 21 , , 22 23 . 24 25 ' , 26 ; : ' 27 . ! , 28 , . , 29 ' ' ' , 30 . 31 32 ! 33 . 34 35 36 , 37 . 38 39 , 40 , 41 ; 42 , ' 43 ' , . 44 45 ' ' , 46 ; 47 . 48 49 . 50 , 51 . 52 ' , , , 53 , - . 54 , . 55 56 , ' 57 , 58 , 59 , ' , 60 , ' 61 ' . 62 63 64 65 66 67 68 69 ' ' 70 , , . 71 72 , , , ' 73 ; 74 . , 75 ' , ' , ' 76 , , , 77 , , , 78 . 79 80 81 , 82 , , 83 , 84 , 85 , 86 ' . 87 88 , ' , 89 , , 90 ' , , 91 , , 92 ' . 93 94 95 ; ' , 96 ' , ' 97 , 98 ' . 99 100 , ' 101 , , 102 , ' - 103 . 104 105 ' . , 106 107 , 108 ' . , 109 , ' . 110 111 - ; 112 113 . 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