sguardo nello sguardo di lui, rispose con voce sorda:
--Non ho da dirvi perchè ho taciuto. Avete saputo la verità: perchè non
mi liberate? Che altro chiedete?
VIII.
LA LETTERA.
Quando i fogli pubblici diedero notizia che, chiusa l'istruttoria,
sulle concordi confessioni della Natzichev e di Zakunine la contessa
d'Arda era stata assassinata dalla nihilista e che l'atto d'accusa
avrebbe deferito la rea al giudizio dei giurati, la curiosità del
pubblico, cresciuta a dismisura negli ultimi giorni, s'acquetò
finalmente. I negatori del suicidio trionfavano vedendo confermati i
ragionamenti opposti all'improbabile ipotesi; nè gli altri erano del
tutto sconfitti, perchè, nonostante la secretezza delle indagini
giudiziarie, già si risapeva come Alessandra Natzichev uccidendo la
contessa non avesse fatto se non obbedire al desiderio, quasi
all'ingiunzione della disperata sua vittima.
Ciò non temperava i giudizii dei quali l'assassina era segno. Al motivo
da lei addotto si credeva solo in parte; che ella avesse uccisa la
disgraziata italiana soltanto per liberare il compagno di fede e
restituirlo al partito, pareva credibile a chi dello zelo partigiano
aveva l'idea più trista; i più riconoscevano che lo zelo della settaria
unitamente con la gelosia dell'amante avevano determinato il delitto. Ma
se la ferocia della ribelle incuteva terrore, la gelosia dell'amante non
era già perdonata: i più indulgenti verso i delitti d'amore negavano
alla passione della nihilista ogni buona qualità, la giudicavano fredda,
dura e selvaggia.
E mentre la figura di lei restava così sotto una fosca luce, i
denigratori di Zakunine, senza ricredersi del tutto, riconoscevano la
sua innocenza. Non si ricredevano interamente perchè vedevano lui
all'origine di tutti quei danni; della sola materiale responsabilità
del delitto egli restava sgravato. Anche i suoi tentativi di salvare
l'assassina gli erano ascritti dai più indulgenti a favore, sebbene i
più severi glie ne facessero un addebito: correndo il rischio d'essere
condannato con lei per tentar di salvarla, non confermava egli stesso
nel modo più evidente che erano entrambi passibili dell'identica pena?
L'unanime sentimento dava infine ragione a Roberto Vérod, che contro
tutte le apparenze aveva insistito a credere nel delitto e riusciva così
a vendicare l'amante.
Mentre i curiosi aspettavano pertanto con più tranquillità di vedere
l'ultima scena del dramma al pubblico dibattimento, solo il Vérod
restava nell'ansia.
Se dinanzi al cadavere di Fiorenza egli aveva sentito schiantarsi il
cuore, se all'incredibile idea di non vederla mai più era stato sul
punto d'impazzire, se l'impotenza di vendicarla lo aveva roso, se la
paura di averla egli stesso fatta morire era venuta ad aggravare con
l'atroce rimorso il suo già troppo grave dolore, egli poteva credersi
giunto al termine delle prove crudeli; ma un nuovo orrore lo aveva tosto
occupato. Nel punto d'accusare i due Russi egli aveva già sentito un
secreto imbarazzo, come una paura di rivelare la sua amicizia per la
contessa; ma il sentimento di morale pudore che gl'impediva di narrare
quest'intima storia era rimasto soffocato e vinto dall'impeto
vendicativo. Narrandola, egli aveva temuto che il magistrato non
credesse alla purezza della passione infelice; ma, anche dimostrata
questa purezza, gli era parso come di macchiarla. Aveva egli diritto di
rivelare il secreto d'un'anima? Se quest'anima aveva nascosto non
solamente agli altri ma quasi a sè stessa il proprio secreto, poteva
egli rivelarlo? Ed egli, egli che sapeva gli scrupoli dell'anima
adorata, che li aveva compresi e rispettati, a questo ora riusciva: che
tutti parlavano di lui come d'un nuovo amante della morta....
Portando l'accusa egli non aveva pensato che un giorno le cose dette al
magistrato si sarebbero risapute dalla folla; che dinanzi a una folla
accesa di curiosità malsana egli avrebbe dovuto ripeterle; che il nome
della creatura amata sarebbe corso di bocca in bocca, che le
dimostrazioni dell'innocenza dell'amor loro non avrebbero ottenuto
credenza, che dopo essere stato causa di tanta ambascia all'amata in
vita, egli stesso avrebbe posto opera ad avvilirne il ricordo. Nel
bisogno della vendetta, nell'accesso dell'odio contro i malfattori, non
aveva previsto queste naturali conseguenze della propria condotta;
vedendole prodursi il suo tormento era cresciuto fuor di misura. La
vittima innocente era da tanti coinvolta nel disprezzo che gravava sopra
i suoi tormentatori; alcuni perfino dicevano che se l'Italiana era stata
uccisa, la triste sorte era meritata della vita trista!...
Che importava se la verità si sarebbe un giorno affermata? Come placare
la memoria della innocente profanata ed avvilita? Dinanzi a tutti, il
giorno del dibattimento, doveva egli attestar sulla croce l'innocenza di
lei? Non doveva egli piuttosto desiderare che il processo non si facesse
e dichiarare il proprio inganno e riconoscere che l'innocente s'era
uccisa, per non essere obbligato a rivelare dinanzi alla cupida folla il
secreto dell'anima amata?
Il contrasto fra i due doveri dei quali egli sentiva il peso, del dovere
di vendicare la morta insistendo nell'accusa e quello di rispettarne la
memoria tacendo, si sarebbe dovuto comporre all'annuncio della
confessione della rea. Invece in quello stesso punto cresceva.
La morale certezza dell'impossibilità del suicidio lo aveva spinto ad
accusare i due Russi, ma egli non aveva saputo dire su quale dei due il
sospetto doveva principalmente cadere. Udendo che la Natzichev assumeva
la responsabilità del delitto, questo risultato lo lasciava ora
altrettanto scontento quanto l'avrebbe scontentato la conferma del
suicidio. Vedendo provata l'innocenza di Zakunine, egli sentiva ora
d'aver lanciato l'accusa in odio a lui direttamente; una secreta voce
gli diceva che l'assassino era lui. A quell'uomo, non alla donna, egli
sentiva di dover chiedere conto della morte della infelice; l'ambiguo
sospetto ora si determinava; egli riconosceva d'avere sbagliato non
rivolgendo il magistrato fin dal principio contro quell'uomo
soltanto....
Poteva egli ancora riparare al mal fatto? Se, per una secreta ragione,
per salvare il compagno di fede, la nihilista aveva confessato un
delitto che non aveva commesso, doveva egli insistere nell'accusa contro
Zakunine? Ora che la giustizia e la pubblica opinione s'acquetavano
vedendo logicamente spiegato il mistero, come avrebbe egli potuto
sorgere ancora a negare la spiegazione, a denunciare il supposto eroismo
della giovane, la supposta infamia dell'assassino che lasciava pagare
alla innocente per amor di salvarsi?... Se avesse fatto così, egli
stesso avrebbe dato ragione a chi lo diceva amante fortunato della morta
e geloso rivale del principe! Quanto più zelo avrebbe messo
nell'accusare quest'ultimo ora che l'innocenza ne pareva dimostrata,
tanto più naturalmente si sarebbe creduto che soltanto il cieco odio lo
animava, e spiegato con l'amor suo per la morta quest'odio e questo
bisogno di vendetta! Mentre la confessione della Natzichev faceva
dimenticare la passione di lui e permetteva di evitarne le
testimonianze, egli doveva, per dichiarare mentita questa confessione,
intervenire ancora più attivamente, insistere nel sentimento che lo
aveva unito alla contessa, esporlo ai sospetti profanatori!... Ma, per
evitare il danno intollerabile, egli doveva pure, tacendo, ammettere che
Zakunine fosse innocente; e a quest'idea tutto l'essere suo insorgeva:
no! se c'era un colpevole era lui! non poteva esser altri che lui!...
Se c'era un colpevole!... Infatti, posto che egli avesse denunziato ai
giudici la menzogna della Natzichev, come avrebbe potuto convincerli poi
della colpa di Zakunine? Se la innocente s'incolpava per salvare il reo,
come indurre il reo alla confessione? Mancando le testimonianze, solo la
confessione d'uno dei due sospettati poteva escludere il suicidio:
negato valore alle dichiarazioni della nihilista e non potendo indurre
il suo compagno ad incolparsi, questo risultato sarebbe stato
inevitabile: che il giudice sarebbe tornato ad affermare la morte
volontaria!
Così, da qualunque lato egli volgevasi, a qualunque partito pensava
d'apprendersi, il danno era certo. Che l'istinto lo ingannasse, che
l'odio soltanto lo spingesse contro Zakunine, egli negava a sè stesso.
Se avesse potuto ispirare al giudice una certezza così salda come la
propria, la condanna di quell'uomo sarebbe stata immancabile. E troppo
grave, troppo triste era che l'omicida andasse impunito, più triste e
più grave ora che un'altra doveva pagare per lui.
Quell'amore di giustizia, quel bisogno di verità che avevano animato la
vittima, non sarebbero rimasti scontentati ed offesi dal trionfo della
menzogna? Il dover suo non era di confondere la menzogna? Se anche egli
non avesse idolatrata la vittima e sperato di vendicarla, l'amore di
giustizia e il bisogno di verità che ella gli aveva ispirati non
dovevano incitarlo a salvare l'innocente e smascherare il colpevole?...
Allora, dal più profondo del suo cuore, dalle latebre dell'anima,
fievole ma nondimeno distinto, un altro ricordo sorgeva: non solamente
la verità e la giustizia avevano ispirato la vittima: più forti, più
potenti, altri sentimenti aveva ella espressi: i sentimenti cristiani
del perdono e della pietà.... E l'ansia del giovane cresceva ancora,
cresceva continuamente.
Il suo piacere e il suo orgoglio era stato di pensare, di credere, di
agire come la creatura amata pensava, credeva ed agiva.
Dell'approvazione, della lode di lei gli era importato sopra ogni cosa,
unicamente. Il pensiero di lei era stato la sua guardia e la sua tutela.
Se ella era morta, non doveva egli ancora e sempre trarre dalla sua
memoria l'ispirazione e seguire i suoi insegnamenti? Non era questo il
modo di farla rivivere?... Or quale sarebbe stato il consiglio di lei,
se egli avesse potuto chiederlo, se ella avesse potuto darlo? Come si
sarebbe ella condotta in una situazione simile a quella nella quale egli
versava?...
Sì: l'odio lo animava, lo faceva cupido di vendetta. All'idea di non
poter più mai udire la voce di lei, di doversi appagare del ricordo
invisibile, l'odio contro l'uomo che glie l'aveva contesa e tolta lo
dominava, fino a soffocare la voce d'ogni altro sentimento. Se ella non
poteva più rammentargli il consiglio del perdono, se il ricordo restava
inefficace, la colpa era tutta di quell'uomo. Nei primi giorni egli non
si era neppure proposto il problema morale che ora veniva ad accrescere
il suo tormento. Ma, come il primo impeto del dolore naturalmente
sedavasi, come egli doveva fatalmente abituarsi all'idea della morte,
come tutte le forze dell'anima sua erano intente a raccogliere, a
custodire, a immortalare la memoria della perduta, egli pensava se del
cieco odio e della vendetta ella non si dolesse. Nel punto che l'arma
omicida rompeva le sue carni, che gli occhi suoi chiudevansi alla luce,
aveva ella imprecato? L'ultimo pensiero della sua vita poteva essere
livido?
Quando il Vérod si proponeva queste domande, la risposta non era dubbia
per lui. Ella aveva perdonato. Doveva egli perdonare a sua volta? Se
voleva essere degno di lei, non doveva seguirne l'esempio?...
Alle volte egli chiudeva gli occhi e chinava la fronte, invaso dal
ricordo dei buoni insegnamenti, quasi vergognoso d'averlo smarrito.
Altre volte protestava ed insorgeva. La vita non può esser fatta tutta
d'amore! Se al male s'oppone il perdono, quale sarà il premio del
bene?... Ma allora le parole di lei gli tornavano a mente: «Se al male
non si concede perdono, se gli si oppone altro male, dove è più il
bene?» Ella diceva che la giustizia è amabile, ma che non basta. Poichè
le creature umane sono troppo deboli e peccano anche quando hanno
prescienza dei loro peccati, bisogna che alla somma troppo grande degli
errori sia concessa indulgenza. «La giustizia indulgente non è
giusta!...» aveva egli replicato; ed ella: «La stretta giustizia è
impotente, la bontà solo ha ragione del male.»
Egli aveva assentito. Perchè aveva assentito? Non era stato sincero? Se
le aveva dato sinceramente ragione, se aveva accolto candidamente il suo
precetto, non doveva ora perdonare? Se ora non perdonava non era stato
allora sincero; aveva finto per piegarla, per vincerla! Doveva egli
accusarsi della passata ipocrisia oppure della debolezza presente?
Egli usciva dal dubbio pensando che la verità non è sempre la stessa,
che i contrasti della vita mettono l'uomo in opposizione con sè stesso
senza che sia imputabile di mala fede. No, egli non aveva mentito
riconoscendo che la bontà è necessaria; soltanto col ricordare la
predicazione del perdono non dimostrava d'averla compresa? Ma come
accoglierla ora che la sua ragione, la sua passione, tutto l'essere suo
voleva e doveva necessariamente volere il castigo? Allora egli udiva
altre parole, così chiare e ferme come quando ella le aveva proferite:
«La verità è una sola; riconoscerla astrattamente val poco nè vi può
essere merito se non l'affermiamo contro il nostro proprio
interesse....»
Una notte egli la vide venirgli incontro con le braccia prosciolte, le
mani aperte, la faccia al cielo; l'udì proferire: «Perdona.» L'illusione
fu così intensa che egli si destò con gli occhi bagnati di pianto.
Nella veglia, pensando di dovere oramai unicamente appagarsi delle vane
visitazioni del sogno, l'impeto della passione vendicativa tornò a
sollevarlo. Vagando per i luoghi dove era stato con lei, cercando ancora
qualcosa di lei sotto il cielo, egli riudiva la voce sommessa
consigliare:
«Perdona.»
Egli diceva a sè stesso: «Non posso.»
Non poteva. Perdonare sinceramente, col cuore, egli non poteva, non
avrebbe potuto, mai. Doveva lasciare soltanto che la giustizia facesse a
suo modo, non più intervenire? Se era sicuro del nuovo inganno, non
doveva svelarlo?...
Ma la paura di profanare le memorie dell'amor suo lo arrestava. Non le
aveva già lasciate profanare? Egli che non voleva ascoltare la voce del
perdono, non aveva bisogno che la Morta lo perdonasse?... Per sostenere
l'accusa contro Zakunine bisognava spiegare che questi era stato geloso
di lui, che aveva creduto fondata la propria gelosia. Ciò gli riusciva
impossibile. Che fare?
«Perdona,» diceva sempre la voce.
Egli l'udì non più secretamente, non più nel sogno, ma distinta, alla
luce. Un giorno, errando per la montagna dove aveva guidato la sua nuova
sorella, si trovò dinanzi alla cappelletta della quale la debole mano
non aveva potuto schiudere la porta. La porta era chiusa, come un tempo.
Egli sostò, tremante, battendo le ciglia sugli occhi ardenti. Sulla
grossa chiave rugginosa la bianca mano s'era posata. Volle aprire, poi
si ritrasse per paura di cancellare la traccia della mano. Ma il suo
braccio si distese ancora una volta, la porta gemè sui cardini. Crebbe
il suo tremore. Nella cappella egli la vide dinanzi a sè, prona, a capo
chino, a mani giunte, rivolta all'altare, vestita del color della
fiamma; egli cadde in ginocchio rompendo in pianto. Nel pianto udì la
voce distintamente dire:
«Perdona....»
Il domani fu chiamato dal giudice. Era la prima volta che egli si
ritrovava dinanzi al magistrato dopo il giorno che questi, trionfando
delle sue argomentazioni, aveva detto di credere fermamente al suicidio.
La confusione del giovane era estrema, non sapendo che cosa potevano
ancora volere da lui.
--Bisognava innanzi tutto,--gli disse il Ferpierre,--che io riconoscessi
il mio torto e la vostra ragione. È stato provvidenziale che voi abbiate
insistito nell'accusa a dispetto dell'evidenza; perchè, senza la vostra
insistenza, senza la fiducia dalla quale vi vidi animato, io avrei
probabilmente tralasciato quelle ulteriori ricerche che mi hanno
condotto alla scoperta della verità. Ne avrete forse avuto notizia, a
quest'ora; ma io voglio confermarvi che la vostra povera amica fu
veramente assassinata. La Natzichev ha confessato il suo delitto; il
principe, che aveva taciuto sperando di poterla salvare, ha confermato
la confessione di lei.
Roberto Vérod restava muto e confuso.
--Siete ora contento?
Il giovane non rispose.
--Avete reso un servizio alla giustizia. Senza di voi l'assassinio
sarebbe rimasto impunito, o peggio un innocente avrebbe pagato per il
colpevole. C'era un colpevole, e l'istinto che ve ne avvertiva non
v'ingannava; soltanto i vostri sospetti contro il principe si dimostrano
ora infondati.
Il Ferpierre tacque ancora un poco per dar tempo al Vérod di dire
qualcosa; poi, come questi taceva, riprese:
--Il principe non poteva volere la morte della contessa tornando ad
amarla, d'un amore veemente e timido insieme, che spingeva questo
ribelle implacato a desistere della propaganda rivoluzionaria, a
rinnegare il suo passato, la sua fede, i suoi complici. E ciò perchè
sapeva ora apprezzato e ottenuto da voi l'affetto della contessa,
quell'affetto che prima egli aveva sdegnato. Il cuore umano ragiona
così!... Allora la sua complice lo vide perduto non solamente per il
partito ma anche per sè, perchè lo amava e si struggeva sapendolo
d'un'altra, vedendosi presa a confidente di questo amore risorto. Andò
così dalla rivale per imporle di lasciarlo; ebbe una spiegazione
tempestosa che finì col delitto. Ha confessato ogni cosa.
Ad una nuova pausa il Vérod oppose ancora silenzio.
--Siete contento?--ripetè il giudice.
--Perchè me lo domandate?
E i due uomini si guardarono fiso.
--Dovreste essere contento, io penso, d'avere vendicato la morte della
vostra amica, confuso la rea ed ottenuto il trionfo della verità e della
giustizia.
Tacquero ancora entrambi.
--Non ne siete contento anche voi?...--disse finalmente il Vérod.
Egli aveva sentito nelle domande una specie d'incitamento, quasi una
provocazione a dire tutto il suo secreto pensiero, come se il secreto
pensiero suo fosse anche del giudice.
--Io non ho passioni da soddisfare,--rispose questi.--Un solo amore mi
guida: l'amore della giustizia...
--Se la giustizia s'acqueta...
--Ne dubitate?
--Non tocca a me dubitarne...
--Volete dunque dire che dovrei dubitar io? E perchè?... Avete
denunziato un crimine: il crimine è provato. Non avete saputo dire chi
dei due possibili autori fosse realmente colpevole, giacchè entrambi
erano capaci di delinquere: la colpevole s'accusa ella stessa!...
Vorreste forse dirmi che la sola confessione non basta? Lo so anch'io!
Ma quando non è comprovata. Un pazzo può dichiararsi autore d'un
delitto, ma non sa poi darne ragione, non sa spiegarne le circostanze.
Qui tutto non si spiega? Tutto non è confermato dal solo testimonio?...
O negate fede a questa riprova?
--Sì,--proruppe il Vérod, la cui esitazione era venuta crescendo fino a
manifestarsi con un atteggiamento che faceva più incalzanti le domande
del giudice.--Sì, le nego fede, perchè anche voi glie la negate! Perchè
questo testimonio non è disinteressato, ma vede anzi in giuoco la sua
libertà! Perchè non solamente un pazzo può confessarsi autore d'un
delitto che non ha commesso, ma anche chi vuole sacrificarsi...
--Voi dunque sostenete?...
--Io sostengo,--soggiunse il giovine rapidamente, quasi per non darsi
tempo di pensare a ciò che diceva, quasi vincendo sè stesso:--io
sostengo che questa donna si sacrifica per amore, per zelo settario;
che l'assassino trae profitto dal sacrifizio per assicurarsi l'impunità.
Io dico che l'assassino è lui, non può essere altri che lui...
Sì, egli doveva dire questa cosa. La voce del perdono taceva, la voce
non aveva mai parlato. Egli aveva sognato, era stato zimbello di
allucinazioni. La verità era un'altra: la creatura d'amore giaceva
sotterra, le macchie del suo sangue non erano ancora scomparse; il
sangue chiedeva vendetta; egli doveva ottenerla.
--Perchè non lo diceste prima? Perchè esitaste, in principio?
--Perchè non sapevo ancora, perchè non avevo ancora bene pensato. Perchè
voi non credevate al delitto e tutti i miei sforzi erano diretti a
negare il suicidio.
--Dunque quest'uomo non solamente avrebbe ucciso, ma spingerebbe
l'infamia sino a lasciar condannare una innocente?
--Ve ne stupite? Non deve egli esserne giubilante?
--Ne avete un'idea orribile! Capisco che l'odio v'accechi, ma non sono
già cieco io. Quest'uomo non è tanto perverso quanto voi credete. Nella
sua vita vi sono atti di valore. Il suo contegno dinanzi al cadavere e
nei primi giorni della prigionia non è stato di giubilo.
--Nei primi giorni. E negli altri?
A quella domanda il giudice pensò un poco prima di rispondere.
Era vero. Prestato fede sul momento alla confessione della nihilista, il
dubbio aveva subito ricominciato ad occuparlo. Se colei si sacrificava?
Che valore dare alla sua confessione e alla conferma del principe?...
Egli aveva pertanto ricominciato a interrogarli, separatamente, insieme;
ma entrambi erano rimasti fermi nelle loro dichiarazioni. Paragonandole,
egli vi aveva scoperto qualche contraddizione; mentre la Natzichev
asseriva che, nel punto culminante della sua spiegazione con la
contessa, udendo la voce conturbata del principe chiamare, aveva
lasciato andare il colpo per paura che se egli sopravveniva non avrebbe
più ritrovato l'occasione di sbarazzarsi della rivale, il principe
invece affermava d'essere accorso dopo udito il colpo da lontano. Posti
nuovamente in confronto, la Natzichev si era corretta, dichiarando che
aveva creduto di udire la voce, ma che forse per la concitazione si era
ingannata. Altri piccoli particolari avevano affermato il giudice nel
sospetto che, come nei precedenti interrogatorii, anche ora la giovane
prendesse l'iniziativa di spiegare in un certo modo il dramma e
incitasse il principe a secondarla; tuttavia egli era deciso di
rimandarla dinanzi ai giudici perchè il pubblico dibattimento finisse
di fare la luce su quel mistero. Prima però aveva voluto richiamare il
Vérod per vedere se dubitava anch'egli, per discutere con lui i nuovi
sospetti.
--Nei primi giorni egli era oppresso dal dolore,--gli rispose, dopo aver
considerato ancora una volta tra sè queste cose;--più tardi parve
insofferente della prigionia.
--Vedete?--esclamò il Vérod.--Se pure sul principio egli comprese
l'orrore del suo misfatto, fu poi smanioso di liberarsi. Il mezzo è
stato sin troppo buono!
Così aveva anche pensato il Ferpierre. Quell'uomo in cui diverse ed
opposte impulsioni si succedevano repentinamente, che non era del tutto
incapace del bene, ma che obbediva con maggior prontezza alle
sollecitazioni del male, forse era stato sul punto di confessare: mutata
a un tratto la disposizione del suo spirito, cupido di libertà, non
aveva avuto scrupolo d'afferrarsi alla tavola della salvezza.
--Se egli è così infame, la Natzichev ha un cuore eroico?
--Che cosa vieta d'ammetterlo?
Il magistrato aveva anzi espressamente riconosciuto che per l'ardor
della fede, per la tenacia dei sentimenti, la giovane era capace
d'eroismo.
--Ma come confonderla? Ella spiega molto bene il suo delitto! Ne aveva
due ragioni: l'amore e il fanatismo.
--Entrambe non le debbono consigliare di salvare l'uomo amato e il
compagno di fede?
Anche ciò era vero. Se il principe aveva uccisa la contessa, tanto per
amore all'uomo quanto per amore al partito, la giovane doveva tentare di
salvarlo.
--Bene. Ma le prove?
--Ah, le prove bisogna ancora trovarle!
--E allora, aspettando, tanta ragione voi avete d'insistere nel vostro
sospetto, quanta ne ho io di tornare alla mia prima opinione.
--Come mai?
--Ma sì! Io torno a credere che la contessa si è uccisa!
--Se già coloro ammettono il delitto?
--E come lo ammettono? Voi non sapete come, in quali circostanze la
Natzichev si è dichiarata colpevole! Ha confessato quando io le ho detto
che il principe aveva confessato egli stesso! Lo ha visto perduto ed ha
voluto salvarlo!
--E ciò non vi dimostra luminosamente che egli, egli solo è
l'assassino?
--Ma egli non ha confessato niente! Io stesso, come un ultimo disperato
espediente, dissi questa cosa!
--E non vedete che diceste la verità?--incalzò il Vérod.--Se lo sapesse
realmente innocente, quella donna avrebbe riso, udendovi! Non vi avrebbe
creduto! Avrebbe scoperto il vostro artifizio! Potrebbe mai credere che
egli abbia confessato una colpa non commessa? Se quella donna vi ha
creduto, ciò significa che voi avete detto inconsapevolmente la verità.
Ha voluto salvarlo perchè lo ha visto realmente perduto!
Il Ferpierre non rispose.
Egli era stupito di non avere ancora fatto, fra tante, quest'ovvia
argomentazione. E dell'ovvia argomentazione sentiva tutto il peso, e
sentiva ancora che, se essa rispondeva al vero, egli aveva battuto una
strada falsa.
--Ipotesi e presunzioni, come tutte le altre!--esclamò ad un tratto,
volendo negare per la confusione l'importanza che intimamente attribuiva
alle parole del giovane.--Noi non facciamo altro che continuamente
alternare le ipotesi. Se la contessa non si è uccisa è stata
assassinata; se non è stata assassinata si è uccisa! Il delitto è opera
della nihilista, se non l'ha commesso Zakunine; se la nihilista è
innocente, il reo è Zakunine! La vostra passione non è una prova!
Finchè non mi verrete a portare una prova più valida delle vostre
appassionate affermazioni, se pur vorremo essere molto severi con gli
accusati non potremo far altro che proscioglierli entrambi per
insufficienza di indizii!
E, quasi bruscamente, lo congedò.
Rimasto solo, diede ordine che non fosse introdotto più nessuno. La
gravità dei nuovi pensieri e l'irritazione che lo animava contro sè
stesso non gli consentivano d'occuparsi più d'altro.
Il ragionamento suggeritogli dal Vérod era naturalissimo: come negarne
il valore? Se egli aveva ammesso tante cose per dubitare della
confessione della Natzichev, come non ammettere questa? Era la più
considerevole. La passione del giovane serviva dunque a qualche cosa e
la freddezza sua propria non serviva a nulla, se il giovane vedeva più
chiaramente di lui?
Certo, senza l'artifizio adoperato con la nihilista, tanto il principe
quanto ella stessa avrebbero continuato a negare, a giovarsi della
verisimiglianza del suicidio. Era anche evidente che, dei due, nei primi
giorni, la più zelante della comune salvezza era stata la Natzichev. In
tutti gl'interrogatorii erasi visibilmente sforzata d'avviare il
principe alla difesa. Aveva riconosciuto d'esserne l'amante e lo aveva
sollecitato a confermare questa dichiarazione volendo impedire che si
scoprisse la resurrezione dell'amore di lui per la contessa;
resurrezione che poteva far sospettare un delitto di gelosia. Credendo
che egli si fosse poi confessato geloso e reo, aveva inventato il
proprio intervento fra i due attori del dramma! Il silenzio e la
tristezza del principe non potevano essere, non erano il rimorso del
colpevole? A ogni modo, costui era parso sulle prime indifferente, dal
tanto dolore, alla propria sorte. Il Ferpierre pensava pertanto d'avere
sbagliato adoperando l'artifizio contro la giovane: egli avrebbe dovuto
dire invece al principe che la Natzichev s'accusava. Doveva dirlo quando
Zakunine era ancora sotto il peso del dolore; allora, probabilmente, non
tollerando che un'altra pagasse per lui, avrebbe confessato la verità.
La verità!... Se anche questa era la verità vera, come accertarsene?
Posto che la Natzichev volesse salvare il principe, non avrebbe ella
fatto, dopo la confessione di lui, ciò che aveva fatto realmente udendo
la narrazione capziosa? Allora, entrambi accusandosi, la confusione
sarebbe stata maggiore! O, al contrario, il loro confronto sarebbe stato
più fruttuoso?
Ora i confronti erano inutili. Deliberato di giovarsi della generosità
della giovane, Zakunine riconosceva in lei la colpevole; ella insisteva
nella confessione: come smentirli? Il Ferpierre pensava di poter tornare
dalla Natzichev e dirle, con la forza della convinzione, il nuovo
sospetto: «Voi credete d'averlo salvato? Lo avete perduto! Perchè
confessaste? Perchè io vi dissi che egli stesso riconosceva d'avere
uccisa la contessa. Ebbene: non è vero! Egli non ha confessato niente!
Io ho detto una menzogna. Però questa che credevo menzogna è verità, e
voi stessa, senza volerlo, anzi volendo il contrario, me lo avete
provato! Se fosse stata menzogna ne avreste riso. Voi invece avete
tremato per lui e avete tentato di salvarlo, invano!...»
Ma il Ferpierre s'arrestava a un tratto, prevedendo che ella non sarebbe
rimasta senza risposta: «Non ho riso della menzogna perchè non potevo
riderne, ma dovevo dolermene. Credendo alla vostra menzogna pensai
ch'egli s'accusasse per salvar me, e siccome è innocente e la rea sono
io, così non ho riso, ma ho tremato e ho detto la verità!...»
Che cosa risponderle? E come convincerla di mendacio?... E se ella non
diceva il falso? Se era realmente colpevole? Se la sua condotta non era
quella di un'eroica salvatrice, ma d'una rea confessa? Che cosa vietava
di crederla rea veramente? Era possibile che ella avesse con tanta
abilità ricostruito e colorito una falsa soluzione del dramma e che
avesse saputo narrare un cumulo di menzogne con voce tanto turbata, con
espressione tanto sincera?
Allora il Ferpierre tornava a misurare le probabilità, a vagliare le
presunzioni, a rifare il lavoro di tutti quei giorni, arrestandosi ora
all'una ora all'altra ipotesi, riconoscendo ancora una volta
l'inestricabile difficoltà del caso.
Doveva egli proprio rinunziare a indagini ulteriori? La speranza d'avere
una prova inoppugnabile era proprio perduta? E come concludere la sua
lunga e vana istruttoria? Bisognava proprio accettare le ultime
dichiarazioni degl'imputati? O negarle, e riaffermare che la contessa si
era uccisa, e che la Natzichev s'incolpava soltanto per la paura di
veder condannato il principe, pure essendo innocente quanto lui, e che
per questa ragione le loro versioni non erano state concordi?... O
tornare all'ipotesi, già esclusa come la più improbabile, che fossero
colpevoli entrambi, che la Natzichev avesse aiutato l'amante a compiere
l'assassinio per furto, e tentato poi di scagionarlo per accusare sè
stessa?
Ciascuna conclusione ripugnava al magistrato, ma bisognava pure
accoglierne qualcuna, e già egli pensava di fare un ultimo tentativo
presso i due Russi; quando, nonostante gli ordini dati, udì picchiare
alla porta. L'usciere, scusandosi della trasgressione, gli recava un
piego della Procura generale, In un angolo del quale due parole
sottolineate avvertivano che la comunicazione era urgente. Egli apri
distrattamente la busta poichè niente gli pareva urgente se non uscire
dalla lunga ambiguità, e ne trasse due carte: un telegramma, e un
biglietto del Procuratore generale. Questi gli scriveva:
«Vi trasmetto immediatamente il dispaccio appena ricevuto dal console
elvetico di Edimburgo. Potremo ora forse sapere qualcosa di preciso
intorno al mistero di Ouchy.»
E il Ferpierre aprì con mano tremante dall'ansia l'altro foglio, che
diceva:
«Suor Anna Brighton abita a Stonehaven, contea di Kincardine, Scozia.
Sono stati presi gli accordi con la magistratura inglese per assumere la
sua testimonianza.»
Già alla notizia che l'istruttoria non era, come prima avevano
annunziato, ancora chiusa, e che il magistrato diffidava della
confessione di Alessandra Natzichev, e che tutto tornava ad esser posto
in forse quando il mistero pareva svelato, la curiosità pubblica s'era
ridestata, più cupida di prima. Tra chi sosteneva la sincerità della
nihilista e chi vedeva nella condotta di lei una nuova prova della colpa
del principe e chi tornava con cresciuta fiducia alla versione del
suicidio imputando ai metodi inquisitorii del magistrato la confessione
strappata ad una innocente, le discussioni fervevano, appassionate ed
inutili. Ma i più riconoscevano oramai che la giustizia si trovava
dinanzi ad uno di quei casi dubbii della soluzione dei quali bisogna
disperare finchè qualche circostanza inopinata non viene a rischiararli,
e che più spesso restano insoluti, per sempre.
La notizia che suor Anna era stata finalmente trovata portò ai gradi
della febbre l'aspettazione curiosa. La sua testimonianza, l'ultima
lettera a lei diretta dalla contessa qualche ora prima della morte,
avrebbero tutto spiegato.
Questa fiducia non era tuttavia generale e lo stesso Ferpierre, dopo il
primo movimento di stupore e di piacere alla comunicazione del
telegramma, temeva anch'egli di non potere ancora uscire del dubbio. Se
la morta confessava d'essere sul punto d'uccidersi, se mandava alla
suora l'ultimo saluto, costei, ricevendo quella lettera, leggendo
quell'annunzio, non avrebbe dovuto accorrere, o almeno rispondere e
cercare di avere altre notizie, di sapere se il proponimento funesto era
poi stato compito? E poichè tutti i giornali del mondo avevano parlato
della catastrofe e delle accuse, degli arresti, dell'inchiesta, non era
per la religiosa un dovere di coscienza far tenere alla giustizia la
lettera? Nulla era venuto; dunque la lettera non annunziava il suicidio!
Bisognava pertanto considerare come singolarmente peggiorata la
condizione degli imputati. Mancando un'esplicita allusione al disperato
proposito della scrittrice, sarebbe parso sempre meno probabile che,
un'ora dopo, ella si fosse uccisa; ma a quale dei due accusati bisognava
imputare il delitto? Si poteva sperare che ella avrebbe espresso la
paura suscitata in lei dal minaccioso contegno di uno dei due? Non era
più probabile che la lettera non sarebbe stata esplicita in nessun
senso, e che, pure confermando l'ambascia dalla quale l'infelice era
occupata, non avrebbe annunciato la determinazione di morire? In tal
caso l'ambiguità sarebbe rimasta.
Una prima notizia, riferita dai giornali inglesi che annunciavano il
ritrovamento di suor Anna Brighton, distrusse i dubbii del magistrato.
La religiosa, dicevano i fogli, era colpita da una grave paralisi, non
aveva più l'uso del corpo nè della favella.
Un telegramma da Londra al -Journal de Genève- precisò, il giorno
seguente, che la malattia datava da un mese; che l'insulto apoplettico,
secondo la dichiarazione della cugina di suor Anna, sola parente di lei,
si era prodotto alla lettura di una notizia funesta.
E quando, una settimana dopo, con la conferma di queste voci, il
Ferpierre ebbe il referto del magistrato scozzese, comprese d'avere
ancora una volta sbagliato nelle sue previsioni. Suor Anna non aveva
potuto rispondere alla contessa nè illuminare la giustizia, perchè era
caduta come morta leggendo la lettera dell'antica prediletta sua
allieva.
Quella lettera trovata presso di lei e unita al rapporto insieme con
altre che non avevano importanza, diceva:
«Suor Anna, pregate per me. Pregate molto, con tutto il fervore della
vostra anima buona, perchè ho bisogno di molto perdono.
«Questa è l'ultima lettera che riceverete da me. Se un giorno udrete ciò
che avrò fatto, ricordatevi il nome che m'avete sempre dato, dalla prima
volta che mi carezzaste: ricordatevi che mi avete chiamata ed amata come
vostra figlia: a una figlia voi pregherete indulgenza.
«Dio mi legge nel cuore. A voi io non debbo e non voglio dire che
tempesta mi travolge. Voi siete beata, che non conoscete l'errore;
perchè parlarvi di quelli tra i quali io mi dibatto? Pensate una cosa
soltanto: che se troppo peccai, io voglio ora sfuggire a nuove colpe. Io
sono ridotta a tale, che dovunque è per me colpa ed orrore. La morte
sola può liberarmi; dovrei aspettarla perchè non tarderà; ma il male,
no, non aspetta.
«Se vi addoloro, scusatemi; pensate che io non ho altri al mondo cui
dire queste cose, in quest'ora estrema. Vorrei anche darvi un'altra
preghiera: di gradire le memorie che vi lascio. Sono certa che le
serberete con l'amore che mi avete sempre portato.
«Suor Anna, pregate per me.»
IX.
SPASIMO.
Gli anni passarono, e la contessa Fiorenza d'Arda, il principe Alessio
Zakunine e Alessandra Natzichev si cancellarono a poco a poco dalla
memoria degli uomini. I proprietarii dei -Cyclamens- avevano pensato
dapprima di mutare il nome della villa temendo che il triste ricordo non
impedisse che altri la volesse abitare; ma, alla nuova stagione, un
Inglese la richiese espressamente per la curiosità destata in lui dal
dramma di Ouchy. Due anni dopo fu presa da una famiglia americana che
non sapeva della morte nè del processo, e così il nome rimase.
La baronessa di Börne, assidua frequentatrice della Casa di salute,
riferiva ai nuovi venuti la storia, con molta ricchezza di particolari,
e i nuovi venuti stavano ad ascoltarla, indifferenti a quelle cose
passate delle quali non erano stati spettatori e infastiditi anche dal
suo monotono eloquio. A poco per volta anch'ella se ne dimenticò.
Suor Anna Brighton doveva esser morta a Stonehaven; il nome della
contessa d'Arda si cancellava dalla croce del cimitero della Sallaz. Del
principe e della giovane nihilista nessuno seppe più nulla dopo la
liberazione: sicuramente essi erano tornati alla loro propaganda. Ai
loro amori, anche? Era probabile: dopo l'eroico tentativo di salvarlo,
Alessandra Natzichev doveva aver vista ricambiata da Zakunine la
passione che ella gli portava. I giornali, pieni una volta delle notizie
relative all'accusa che li minacciava entrambi, non parlavano più di
loro; altre storie di altre passioni occupavano il posto già tenuto dal
dramma di Ouchy.
Più degli altri il giudice Ferpierre, nonostante i nuovi processi e i
nuovi misteri proposti alla sua indagine, ne serbò memoria: troppo grave
era stato il suo dubbio, troppo penoso il dispetto di non aver saputo
veder chiaro in quell'intrico. Cercando di giustificarsi agli occhi suoi
proprii, egli pensava che, dopo la lettura delle memorie della contessa
e l'interrogatorio del Vérod, aveva visto ed affermato la verità; poi il
ricordo delle esitazioni, dei sospetti, dei tentativi ambigui ed
infelici lo confondeva. Come non s'era mantenuto nell'opinione che
l'accusa era tutta una costruzione dell'odio del Vérod? Una specie di
sordo e assiduo rimorso l'occupò lungo tempo all'idea di avere spinto
una innocente a un sacrifizio terribile; poi quel suo errore si confuse
con altri, egli pensò che non c'era stata altra colpa da sua parte se
non quella d'uno zelo soverchio nell'accertare l'accusa, e così anche
per lui la memoria di quei fatti si venne alfine perdendo.
Roberto Vérod diceva a sè stesso che anch'egli avrebbe dimenticato, ma
il tempo tardava a produrre l'usato benefizio.
Certe volte, quando un nuovo pensiero lo toglieva alle dolorose memorie,
egli tremava perchè il pensiero nuovo era senza fine più grave. Dinanzi
all'evidenza egli aveva dovuto riconoscere il proprio torto, ammettere
l'ingiustizia delle proprie accuse, convenire che solo l'odio glie le
aveva suggerite. Dinanzi alla prova palese egli dava ragione al severo
giudizio del magistrato, sentiva d'avere anch'egli contribuito alla
morte dell'infelice; e il rimorso che un tempo gli era parso atroce, ora
quasi gli parea lieve. Egli non solamente non tentava di scagionarsi, ma
insisteva con una specie di cupa efficacia nel confessare l'errore,
s'incolpava acerbamente, accresceva il peso della propria responsabilità
per tentar di sottrarsi a un pensiero senza fine più molesto: invano.
Egli voleva pensare che l'amor suo aveva uccisa quella donna, per non
credere che ella ne era immeritevole.
Tutte le ragioni da lui addotte contro l'ipotesi del suicidio gli
stavano nella mente, irrecusabili. Era credibile che ella si fosse
uccisa senza lasciargli un ultimo saluto? Se aveva fede in Dio poteva
ella uccidersi? Qualunque fosse l'ambascia nella quale era ridotta,
nonostante i propositi di morte, sul punto di metterli in atto la sua
mano non doveva tremare? Il suo braccio non doveva ricadere inerte al
pensiero di lasciare il triste esempio a lui che aveva riconciliato con
la vita? Uccidendosi, non lo uccideva?
«Questo è particolarmente grave, nell'amore: che ciascun amante non è
responsabile degli atti suoi proprii, ma anche di quelli ai quali spinge
la persona amata.»
Erano le sue parole. Per uccidersi aveva dovuto dimenticarle. E le aveva
dimenticate! La sua fede in Dio non era tanto salda quanto pareva,
giacchè ella si era uccisa! Si era uccisa pensando a un'estranea, senza
lasciare a lui la parola del commiato, ridandogli invece i dubbii ai
quali aveva voluto sottrarlo!
Questa era la realtà. Egli era stato vittima di un'illusione,
dell'eterno inganno dell'amore, attribuendo a quella donna le sublimi
virtù che non possedeva, esagerando la bellezza di quell'anima sino a
farne una perfezione oltre umana.
«Io dovevo sapere,» diceva egli a sè stesso tentando di reagire contro
la tristezza del disinganno, «che la perfezione è fuor dell'umano; che
gli uomini possono pensarla e cercarla, ma non raggiungerla mai. Questa
certezza mi avrebbe impedito di esaltare oltre ogni misura quell'anima;
questa persuasione deve ora temperare la mia sfiducia e impedirmi
d'avvilirla oltre misura.»
Perchè, infatti, mutata la disposizione del suo spirito, egli accusava
la memoria di lei non soltanto di debolezza, ma di menzogna e quasi
d'indegnità. Prima d'uccidersi ella gli aveva pur detto che lo amava; ed
era evidente che gli aveva mentito. Chi assicurava che non avesse
mentito altre volte?... Come tutti gli acri umori latenti in un sangue
corrotto si ridestano alla più lieve ferita e l'esacerbano e
l'incancreniscono, così il disinganno era in lui alimentato ed
accresciuto da una moltitudine di pensieri rodenti, dei quali non aveva
prima avuto coscienza. Egli ora quasi si sdegnava e si scherniva per
aver fatto un ideale di perfezione d'una donna vissuta fuor della legge.
Non era vissuta fuor della legge? Il suo legame col principe non era
indegno? Che valor dare all'impegno che ella sosteneva d'aver preso
secretamente con sè stessa? Si poteva credere che fosse stata sincera
nel prenderlo, o non aveva tentato con quell'asserzione di riscattarsi
agli occhi altrui ed ai proprii dopo aver misurato la gravezza della sua
colpa? Si poteva credere che ella si fosse data a quell'uomo per
esercitare il gratuito ufficio di redenzione? Se almeno, senza la
chimera della redenzione, senza la fede nella durata del patto, ella
avesse amato d'amor puro! Ma il dolente negava anche questo; egli non
poteva concedere che un uomo come Zakunine ispirasse una passione
sincera. Sanguinario e tirannico mentre predicava la pace e la libertà,
intento a godere avidamente mentre diceva di gemere alle sofferenze
degli altri; cupido, dissipatore, infedele, bugiardo, colui non poteva
essere amato nobilmente; poteva esercitare un fascino perverso, una
curiosità malsana, una brama servile. Servile, malsana, perversa era
stata la passione di quella donna.
La gelosia impotente, l'umiliato amor di sè stesso facevano accogliere
al Vérod questi pensieri. Vivendo Fiorenza d'Arda, egli non li aveva
concepiti; finchè aveva potuto vedere nella sua morte l'opera d'un
assassino, finchè ella gli era apparsa cinta dell'aureola del martirio,
nessun sospetto aveva potuto contaminarla; sentendosi amato, d'amor puro
e fidente l'aveva ripagata. Ora egli scopriva che l'amore di lei non era
stato verace. Se l'avesse realmente amato, avrebbe potuto lasciarlo
così? Per trovare nel legame con Zakunine un impedimento tanto grave
alla felicità, non doveva ella sentire ancora qualche cosa per costui?
Era morta per restargli fedele! La nozione dell'astratto dovere può
avere tanta forza se non si accorda con un sentimento concreto, con un
interesse tutto personale e presente?... Il bugiardo pentimento di
Zakunine, la mentita resurrezione d'un amore che non era mai stato
credibile, avevano ridestato in lei la servile passione d'un tempo, e
comprendendo la viltà del proprio servilismo, ma non potendola vincere,
ella si era data la morte!...
Così egli vedeva corrompersi e a poco a poco dissolversi in putredine la
figura già sollevata sopra un altare. Ma allora le profetiche parole di
un giorno lontano gli tornavano tutte alla memoria:
«Troppo a lungo io sono vissuta fuor della legge perchè possa sperare di
rientrarvi. Voi non vorrete crederlo, ora, e siete sincero; ma sarete
egualmente sincero più tardi, credendolo. Il sentimento indelebile della
mia decadenza deve contendere la vita alla fede, ora in me soltanto, più
tardi anche in voi...»
Ed egli restava sovrappreso da un immenso stupore angoscioso vedendo
finalmente avverarsi la profezia, comprendendo di non avere più il
diritto di togliere la sua stima alla morta, se ella stessa,
dolorosamente, umilmente, contro la fervida fiducia di lui, aveva
riconosciuto la propria indegnità.
Egli si era ribellato, allora, pieno il cuore di reverenza; ora doveva
riconoscere che ella non s'ingannava. Ella antivedeva l'avvenire
immancabile: logicamente, fatalmente questo risultato doveva prodursi:
«Verrà il giorno che mi giudicherete come io stessa mi giudico.» Non era
quasi venuto in vita della infelice? Il giorno del loro ultimo incontro,
quando ella gli aveva parlato dell'uomo al quale era legata, che tornava
a volerla sua, l'impeto dell'odio contro Zakunine e l'insoffribile
sentimento dell'impotenza del proprio amore non lo avevano quasi rivolto
contro di lei?... «Sia come volete,» le aveva detto, «ma costui vi
lascerà ancora una volta.» Il suo pensiero non era andato oltre quelle
parole? La concitazione dello sdegno non lo aveva quasi spinto ad
afferrare la mano di lei per dirle duramente: «E per un suo pari vi
negate a me? E dopo esservi perduta per lui, per lui rifiutate di
riscattarvi?...» Alla fosca luce di questi pensieri egli rivolgeva
dubitosamente a sè stesso un'altra, una più ansiosa domanda:
«Ella ha dunque ben fatto, uccidendosi?»
Se un germe velenoso insidiava la vita dell'amor loro, era dunque
meglio che fosse morta? Se ella aveva compreso che, volendola sua, ei
pensava di riscattarla, di fare un atto generoso, non per fedeltà a
Zakunine gli aveva resistito e si era uccisa, ma per la disperata
certezza d'un malinteso fatale all'amor loro? Morta per lui, egli
presumeva ancora di giudicarla? Se credendola vittima dell'altrui
ferocia le aveva dato tutta la pietà del suo cuore, una più trepida
pietà, la pietà alimentata dal rimorso, non doveva darle ora che il
volontario sacrifizio l'aveva riabilitata?
Tutta la severità dei suoi giudizii si ritorceva allora contro sè
stesso. Chi era egli che presumeva condannarla? E perchè l'aveva
condannata se non perchè gli si era sottratta? Che altro se non la
passione dell'egoista, l'inappagata rapace passione lo faceva severo
contro la memoria di lei? Null'altro se non il sofisma della presuntuosa
passione gli diceva che l'impegno da lei preso non era valido e che
dimenticandolo per mettersi con lui ella sarebbe stata nell'onesto e nel
giusto! Egli che la voleva perfetta non aveva, come tutte le creature
umane, più di tante altre, le sue debolezze e le sue colpe?
Da questi opposti pensieri usciva finalmente rassegnato alla realtà
inesorabile, disposto a riconoscere che se la povera morta non era stata
così bella come l'amorosa fantasia glie l'aveva dipinta, non era stata
neppure così trista come l'aveva veduta nel rancore dell'abbandono.
Nondimeno egli restava mortificato e dolente. La rinunzia alla
perfezione imaginata gli era grave. Egli diceva a sè stesso che nessuno
al mondo è perfetto; ma perfetta voleva poter credere ancora la sorella
sua d'elezione. E tutti i suoi sforzi per glorificare, o almeno per
legittimare il volontario sacrifizio restavano vani.
Non era vero che dandosi la morte ella si fosse redenta. La redenzione è
nella vita, non nella morte. La morte non risolve il problema morale,
lo evita. Non volendo o non potendo accettare di essere, come egli aveva
sperato, la donna sua, ella aveva una via da seguire: fuggirlo, sparire,
ma senza rinunziare alla vita.
Non era questa la via?
Egli restava esitante, dubitoso, ansioso. Per l'efficace virtù
dell'esempio, il suo giudizio intorno ai massimi problemi umani era
stato illuminato e sicuro. Questo prodigio ella aveva compito: di farlo
uscire dai dubbii, dalle incertezze, dallo scetticismo dei quali prima
viveva. Ella era stata la sua fede. Egli era rimasto abbagliato dalla
luce dei suoi pensieri, si era sentito guidare con ferma mano per
l'intrico delle contraddizioni, degli inganni, degli errori; aveva
saputo che cosa credere, che cosa negare. Ed ecco a un tratto ripiombava
nell'esitazione. Doveva ella vivere? Doveva morire? Come risolvere il
formidabile dilemma di vivere errando o di morire per evitare l'errore?
Hanno gli uomini il diritto di disporre della loro esistenza? Se questo
diritto è loro conteso, Chi lo contende?...
Al cielo che un tempo egli aveva sentito vuoto, deserto, impenetrabile,
fiduciosamente aveva rivolto lo sguardo vedendolo mirato da lei. Ora non
sapeva, o peggio, aveva paura di saper troppo. Ella si era uccisa! Non
aveva avuto paura del giudizio di Dio! Non aveva pensato alla salvezza
dell'anima, non aveva creduto alla sua vita avvenire: si era uccisa
perchè con la morte tutto finisce.
«Non c'è dunque nulla? nulla?...»
La sua domanda restava senza risposta, inascoltata.
Per la sola virtù della vista di lei, egli aveva già mirata, udita,
compresa l'anima del mondo; voci misteriose dicevano cose memorabili;
tutto viveva, palpitava e riluceva. Ora il silenzio e l'oscurità
tornavano a premere d'ogni intorno. Ciò che prima aveva un senso
evidente o recondito restava muto.
Tanto profonda e sincera era stata la sua conversione, che talvolta
lampi dell'antica fede tornavano a rischiararlo; poi le tenebre si
chiudevano, più fitte. E nelle alternative del dubbio egli ritrovava con
un muto e disperato terrore il vecchio uomo che aveva creduto di
seppellire dentro sè stesso. Come prima di conoscerla, il suo pensiero
era oscuro, confuso, perduto. La miracolosa fioritura che aveva
occupato ogni piega dell'anima sua s'avvizziva e sfrondava. Il chiuso
cuore anticamente acquetavasi nella sua aridità; ora invece, dopo il
benefizio, restava amareggiato da un rancore infinito.
Egli viaggiò. Vide altre terre, altri uomini, sperando disperdere il suo
dolore lungo le vie del mondo; ma nulla valse a placarlo. Dinanzi alla
tomba della sorella, a Nizza, pianse d'un pianto cocente che non fu
lenimento, ma fuoco nuovo. Sul lago non era più tornato. Una mortale
paura l'occupava al pensiero di rivedere i soli luoghi dove potesse dire
di avere realmente vissuto. Credeva di morire soffocato rivedendo le
rive di Ouchy, le pendici di Losanna, la villa dei Ciclamini, il bosco
della Comte, le umili cappelle, il panorama del Lemano velato di nebbie
o sorriso dal sole. Pure un giorno egli andò.
Ritrovò quelle prode quali le aveva lasciate. L'impassibilità della
eterna natura lo ferì come un insulto: se almeno qualcosa fosse stata
distrutta sulla terra, se almeno egli avesse ritrovato intorno a sè le
tracce d'una devastazione simile a quella patita dentro di sè!
I monti secolari, le acque perenni, voraci sepolcri di viventi,
restavano immutabili. Egli veniva riconoscendo ogni passo del cammino,
ogni particolarità della vista. Con la disperata certezza che nessuna
potenza avrebbe potuto compiere mai il miracolo di ridargli ciò che
aveva perduto, egli pur figgeva intorno lo sguardo e porgeva intento
l'orecchio, quasi un'apparizione, quasi una voce potesse suscitare lo
svanito bene.
E una sera che dalla finestra della sua stanza contemplava le sommità
della Dôle dietro le quali il sole scendeva radiosamente, egli trasalì
al suono d'una voce che parlava dietro di lui.
Era zimbello d'un'allucinazione? Non sognava ad occhi aperti?
Il principe Alessio Zakunine gli stava dinanzi.
--Roberto Vérod,--diceva la voce,--non mi riconoscete?
Un brivido di raccapriccio gli passò per i nervi come alla vista di uno
spettro. Che cosa voleva quell'uomo da lui? Perchè veniva a cercarlo?
--Voi sapete chi sono? Non m'aspettavate, però! Sono venuto da voi
perchè ho una cosa da dirvi.
Parlava a capo chino, sommessamente. Vista di scorcio, dalla fronte
troppo ampia alla punta del mento, la sua faccia appariva incisa da
rughe profonde; i capelli ancora più rari erano imbiancati sulle tempie;
tutta la figura portava impressi i segni d'un rapido decadimento.
Il Vérod restava a considerarlo, come affascinato, incapace di
rispondere una sola parola, di veder chiaro nel tumulto di sentimenti
che gli si scatenava nell'anima.
--Ho da dirvi una cosa. Volevo dirla al giudice Ferpierre, ma ho pensato
che prima mi convenisse rivolgermi a voi....
Dopo una pausa, riprese:
--Uditemi, Vérod: Fiorenza d'Arda non si uccise. Io l'assassinai.
Il giovane si passò una mano sulla fronte, sugli occhi. Ancora una
volta, ora anzi più che nel primo istante, egli non era ben sicuro di
essere desto.
--Non mi credete? Eppure voi foste così presso alla verità! So che
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