--La propaganda.
--Non è vero. Le lettere dei vostri correligionarii di Russia e
d'Inghilterra vi rimproverano di averli traditi.
Una terza volta l'accusato guardò in faccia il giudice, fremendo.
--Avevo da badare ad altri. Credete che io vi riveli i secreti non miei?
Volete trarre profitto dalla mia cattura per istruire un processo
politico?
--Ma no! Ma no! Io posso ammettere benissimo che lasciavate senza
risposta alcuni vostri compagni non per mancato zelo ma per badare ad
altri. Alessandra Natzichev, per esempio, vi occupava molto...
Lo sguardo del principe lampeggiava.
--Non parlate così!--disse sordamente.
--E perchè non volete che parli?... Quando da più parti v'accusano di
esservi intepidito e perfino d'aver paura, quando voi lasciate che i
capi del vostro partito si adunino a Londra senza andare a sentirli;
quando voi fate così per restarvene a Zurigo dove sta questa donna che
il giorno della tragedia troviamo presso di voi, in una casa non vostra,
non volete che a lei, alla sua frequentazione, alla sua amicizia sia
attribuito il mutamento?
--Non c'è mutamento. Vi ripeto che gli scopi da noi proseguiti sono
molteplici, che le vie sono numerose. Se non andai a Londra, feci altre
cose non meno rilevanti.
--Voi non volete dire quali sono queste cose, e fate bene perchè così vi
suggerisce il dovere settario. Ma un altro dovere, più generalmente
compreso, v'impedisce di confessare la natura dei vostri rapporti con la
Natzichev. Vi avverto però che la vostra delicatezza è perduta, giacchè
ella ha confessato.
--Che cosa?--esclamò il principe, con accento di vivace stupore.
--Che voi siete il suo amante.
--Ella ha detto così?--tornò ad esclamare l'accusato, esprimendo con la
voce e con lo sguardo l'impossibilità di credere alla rivelazione.
Il Ferpierre restò un poco in silenzio a considerarlo.
La meraviglia di quell'uomo pareva sincera. La nihilista aveva dunque
mentito? E perchè? Quale motivo poteva averla spinta a confessare una
cosa che doveva riuscire di pregiudizio alla propria reputazione? Se
anche, ribelle a tutte le convenzioni, il pregiudizio non le importava,
bisognava pure che ella mirasse a uno scopo nel dire la menzogna! Ma non
aveva piuttosto detta la verità, e il principe non se ne stupiva appunto
per il danno che questa confessione doveva produrre ad entrambi?
--Ha detto ella stessa così!--ripetè il magistrato.---Ve ne stupite?
--È falso!--rispose il principe.
--Da quanto tempo la conoscete?
--Da tre anni.
--Come?
--Ero amico dei suoi fratelli.
--Quando emigrò in Isvizzera veniste a trovarla? La soccorreste?...
Vedete che sono bene informato! Ella stessa ha narrato queste cose.
Prima la vedevate raramente; dall'aprile, dacchè passaste da Zurigo,
foste insieme. Queste sono le sue dichiarazioni. Volete sì o no
riconoscere che siete il suo amante?
All'impaziente durezza di questa domanda, l'accusato guardò il giudice
negli occhi. La cute delle sue tempie s'increspò: egli stringeva
irosamente le mascelle.
--Fate male a non rispondere. Mi costringete a mettervi in confronto.
E il Ferpierre ordinò che la Russa fosse ricondotta in sua presenza.
La sorda ira del principe già dava luogo a una palese inquietudine:
pareva che egli si sentisse ora minacciato, che avesse paura, che non
sapesse da qual parte cercare una via. Al sopravvenire della giovanetta
le fissò gli occhi negli occhi ardentemente.
--Vi ho fatta richiamare,--disse il giudice,--perchè ripetiate alla
presenza di costui ciò che dichiaraste a me. Siete l'amante sua?
Il principe si protendeva verso di lei come ansioso della risposta o
cupido di suggerirla egli stesso.
--Sì,--rispose fermamente la giovane.
--Vedete,--riprese il Ferpierre additando il principe,--che egli
dimostra di non credervi.
--Comprendo il motivo che gli consiglierebbe di nascondere la verità. Ma
la verità si saprebbe altrimenti, e non m'offende.
Ella rispondeva all'interrogante, senza badare ai suo complice. Solo
quando il giudice si rivolse a quest'ultimo per domandargli se negava
ancora, ella girò il capo, guardandolo.
--È vostra amante?--ripetè il Ferpierre mentre i due si fissavano, la
donna con espressione di dominatrice serenità, il principe titubante e
smarrito.
Questi da ultimo chinò il capo, in atto di confessare.
--E allora voi tornaste dalla contessa e vi mostraste a lei pentito dei
vostri torti unicamente perchè avevate bisogno del suo denaro?
--Che dite?--pronunziò sdegnosamente Zakunine.
--Ma dunque, perchè?--incalzo il magistrato.
--Io gli suggerii di tornare da lei,--disse la giovane.
E come il principe fece un nuovo moto di protesta, ella soggiunse:
--Non abbiate paura di nuocermi. Bisogna dire la verità. Confermate pure
che io stessa vi suggerii di tornare da lei per disporla a una
definitiva separazione franca e leale. Io non mi pento d'aver dato
questo consiglio. Tutto si doveva preferire all'equivoco. Non potendo
più vivere con lei come le avevate promesso, voi dovevate restituirle la
sua parola, non farle accogliere nuove lusinghe. Se ciò le dolse e la
spinse ad uccidersi, è certo dispiacevole; ma nè io nè voi possiamo
esserne chiamati responsabili. In una circostanza simile entrambi
faremmo ancora altrettanto, chiunque agirebbe così.
--Lasciamo da parte,--riprese il Ferpierre,--il giudizio su questa
vostra supposta condotta. Prima di giudicarla importa accertarla. Ora se
voi consigliaste al vostro amante di tornare dalla contessa per
separarsi lealmente da lei, egli dovè male interpretare il suggerimento,
e invece di dirle francamente che tutto era finito, le venne vicino più
volte, le si mostrò pentito e sommesso. Mi pare uno strano modo di
rompere un legame quello di riannodarlo...
Il Ferpierre aveva parlato rivolto al principe. Mentre questi restava
muto e confuso, la giovane rispose:
--Vi stupite che nel punto di lasciare per sempre una persona già amata,
il ricordo del tempo vissuto insieme attristi, commuova, renda penoso il
dovere della franchezza e ne ritardi il compimento?
--Avevo parlato con lui, veramente, ed a lui toccava
rispondere...--osservò il Ferpierre con un'ambigua mossa del capo, come
insospettito dallo zelo della donna.--Ma poichè voi siete così bene
informata di ciò che accadde tra loro mentre prima negaste d'occuparvi
di queste cose, ditemi un poco se questo dovere della franchezza fu da
lui compito una buona volta; perchè, da altre deposizioni, mi risulta
che fino alla vigilia della catastrofe alla contessa non era stata
restituita la sua parola, anzi che ella si sentiva più che mai legata.
--Ciò non accadde fra loro due soltanto: fui presente anch'io.
--Quando?
--Il giorno della morte, la mattina stessa. Giacchè bisogna dir tutto,
vi dirò perchè mi trovai in quella casa. Sapevo che l'ultima spiegazione
doveva avvenire, aspettavo con impazienza che egli me ne riferisse
l'esito. Non vedendolo tornare, venni io. Egli esitava ancora, come
presago di farle male. Allora gli suggerii di scriverle; quest'idea gli
piacque. Eravamo nello studio di lui, credevamo di non essere uditi,
quando ella apparve. Disse parole amare, contro di lui, contro di me.
Egli se ne sdegnò, dimenticò la pietà, la accusò di spiarlo, le dichiarò
che partiva per non tornare mai più. Ella disparve. Restammo a preparare
le sue cose. Poco tempo dopo udimmo il colpo. Questa è la verità.
--Voi confermate ciò che dice costei?--domandò il Ferpierre a Zakunine.
L'interrogato rispose con un breve cenno del capo.
--Quali furono le parole amare che la contessa proferì?
Rispose ancora la donna:
--Disse: «Voi parlate di lealtà? Lo scrupolo della franchezza vi
nasconde qui, a tramare contro di me? Sono stata forse d'impaccio ai
vostri amori? Dovevate anche darmene spettacolo?»
Il magistrato tacque un poco considerando la narratrice; poi, senza
lasciarla con lo sguardo, disse lentamente:
--E voi pensate che, dopo una spiegazione tempestosa, con lo sdegno che
doveva ribollire in cuore a quella donna, la versione del suicidio
diventi più verosimile? Come non v'accorgete d'esservi posta sopra una
falsa strada, con l'invenzione poco felice di questa scena incredibile?
La giovane rispose duramente, aggrottando le ciglia:
--Il vostro mestiere è di dubitare. Io ho detto la verità; tanto peggio
se torna a mio danno. Avete null'altro da domandarmi?
Invece d'aspettare d'essere congedata, ella stessa lo congedava.
VII.
LA CONFESSIONE.
La curiosità suscitata nel pubblico dalla tragedia di Ouchy era venuta
di giorno in giorno crescendo. La qualità dei personaggi, la stranezza
del caso che poneva insieme gente venuta da tante parti e così diversa
di nascita e di vita: un rivoluzionario noto a tutta Europa come
Zakunine, uno scrittore come Roberto Vérod, una gran dama come la
contessa d'Arda, una creatura misteriosa come Alessandra Natzichev,
avrebbero eccitato l'interesse generale se non fosse già bastato
l'intrico giudiziario.
La notizia del suicidio e l'accusa d'assassinio si erano insieme diffuse
e dividevano l'opinione in due campi pressochè eguali. Forse coloro che
ammettevano il delitto erano più numerosi; ma solo il credito che
naturalmente gli uomini accordano al male, e in parte anche
l'avversione per le idee politiche del principe e della studente,
spingevano tanti al sospetto; giacchè, dovendone dimostrare il
fondamento, non ne sapevano poi dare valide ragioni. Ma le difese non
mancavano, ed erano anzi vivaci. Perchè i ribelli non indietreggiavano
dinanzi al ferro ed al fuoco quando avevano da lavorare al conseguimento
del loro ideale, bisognava dire che fossero capaci d'un delitto comune?
Non c'era fra le due cose una distinzione profonda e i più feroci
settarii non solevano essere, nella vita privata, d'una onestà
scrupolosa e d'una ingenua bontà?
I particolari intorno alla vita di Zakunine e della Natzichev davano
argomento tanto ai difensori quanto agli accusatori d'insistere nelle
loro opinioni. In quelle nature complesse di Slavi impetuosi e freddi ad
un tempo, ora violentemente trascinati dal cieco istinto, ora
rigidamente sottoposti alla più ferrea ragione, gli uni e gli altri
trovavano la capacità e l'incapacità del delitto. Era da stupire, anzi
non era naturale che in un impeto di gelosia, d'odio, di rancore, quelle
persone che si credevano superiori ad ogni legge, distruggessero una
vita dopo aver dato mano a distruggerne tante altre? Dall'altra parte
osservavasi come non fosse credibile che queste persone, la cui attività
era tutta diretta a raggiungere un intento condannato dai più, ma per
esse certamente grande e quasi sacro, si perdessero in un'avventura
volgare, per un delitto inutile. Come mai queste persone che rinnegavano
patria, famiglia, amicizia, tutti i sentimenti dai quali gli altri
uomini sono legati, per lavorare liberamente alla distruzione del mondo,
avrebbero poi tradito la loro causa per obbedire a una passione
meschina? Replicavano gli altri che questi rivendicatori dei massimi
ideali umani non erano già inaccessibili alle passioni, al contrario--e
lo provavano con le innumerevoli avventure del principe--e che sotto
l'impero d'una passione, la ragione, come cede nella generalità degli
uomini, così, anzi più facilmente doveva cedere in loro.
Quindi lunghe e vivaci discussioni s'accendevano intorno alla
determinazione dell'accusa. L'omicida era il principe? La nihilista era
innocente oppure complice? Le opinioni si dividevano ancora una volta;
perchè secondo alcuni l'uomo aveva commesso il delitto per gelosia del
Vérod; secondo altri la donna per rivalità. Di questa incertezza si
giovavano appunto quanti credevano al suicidio: come dar fede a
un'accusa che non riusciva a precisarsi? Sostenere poi che i due
avessero uccisa insieme la contessa non pareva possibile; solo qualche
accanito accusatore, in odio ai rivoluzionarii, diceva che i due avevano
potuto accordarsi nel pensiero omicida: se Alessio Zakunine voleva
punire la contessa dell'amore che portava al Vérod e se la nihilista
voleva punirla dell'amore che le aveva portato il principe, la
complicità dei due perversi restava spiegata. Alcuni andavano anche
oltre, perchè, saputo che il principe versava in imbarazzi finanziarii,
sostenevano che i due Russi avevano uccisa la contessa per derubarla. Ma
alla malvagità che bisognava ammettere per sostenere questa ipotesi
pochi credevano; e la maggior parte degli accusatori riconoscevano di
dover portare i loro colpi o contro l'uno o contro l'altra. E mancando
le prove dell'accusa e della discolpa, ciascuno dei due partiti non
insisteva tanto nel dimostrare il proprio assunto, quanto nel combattere
l'assunto contrario. Chi incolpava il principe o la nihilista sosteneva
l'inverisimiglianza del suicidio; per affermarlo, gli altri adducevano
l'inverisimiglianza e l'impossibilità del delitto.
Il giudice Ferpierre stava attento a tutte queste voci per cercare
d'averne lume nella scoperta della verità. Dopo il nuovo interrogatorio
egli era rimasto ancora più esitante. Perchè mai gli accusati avevano
risposto diversamente alla intimazione di rivelare la natura dei loro
rapporti? La Natzichev non era stata certamente costretta a confessarsi
amante del principe da prove schiaccianti; anzi aveva ella stessa quasi
forzato l'altro a non contraddirla; volendo, ella poteva ancora negare
come egli negava. Il solo amore della verità non l'aveva spinta; ella
doveva aver pensato che questa confessione le avrebbe giovato. Parimenti
non la sola delicatezza doveva aver persuaso il principe a negare la sua
relazione con lei; ma anche e specialmente la paura che, dicendo la
verità, glie ne sarebbe venuto nocumento. Più ripensava alle loro
risposte, più il magistrato riconosceva che un interesse secreto li
aveva messi per le opposte vie. Ma restava ancora insoluto il problema:
erano essi due complici che volevano salvarsi, oppure due innocenti che
temevano di difendersi male?
Il dubbio tornava ad occupare il Ferpierre. A certi momenti egli pensava
se il dover suo non fosse di rimetterli in libertà; poi un sospetto che
non sapeva bene giustificare a sè stesso, qualche cosa di ambiguo nella
condotta, e più che nella condotta nell'espressione degli accusati, lo
consigliava a indugiare, a cercare ancora.
Intorno al più triste sospetto, al sospetto d'un omicidio per furto,
egli ebbe da Milano notizie sfavorevoli agli accusati. Dalla deposizione
del ragioniere di casa d'Arda risultò che le somme di denaro, presso la
contessa, dovevano essere molto superiori a quelle trovate. Ma il
Ferpierre ebbe tosto prova che il furto non era stato commesso. Giulia
Pico, interrogata intorno alla moralità degli altri servi ed alla
possibilità che qualcuno di essi si fosse inteso con i Russi, diede
risposte che esclusero ogni sospetto. Ella disse anche che la sua
padrona faceva molta beneficenza, che dava e mandava molto denaro per i
poveri e gl'istituti di carità di Losanna, di Nizza e di Milano: ciò fu
confermato dalla baronessa di Börne e da tutti gli stranieri del
Beau-Séjour: la differenza fra le somme rinvenute presso la morta e
quelle che avrebbero dovuto trovarsi non si spiegava così? Una nuova e
più accurata perquisizione, ai -Cyclamens-, escluse che vi fossero
denari nascosti. L'interrogatorio e le perquisizioni nelle case dei
servi diedero anch'essi risultati contrarii al sospetto. Non restava
dunque se non l'ipotesi della semplice intenzione furtiva: il Ferpierre
le negava fede. Egli credeva che, se c'era stato un delitto, la passione
lo aveva determinato. Importava quindi accertare la natura dei rapporti
dei due Russi; ma nessuna luce egli ebbe dalle testimonianze assunte a
Zurigo tra i conoscenti di Zakunine e della Natzichev: i testimonii non
seppero precisare se erano veramente amanti; alcuni lo sospettavano,
altri l'escludevano; anche sulla loro capacità di delinquere le opinioni
erano divise.
La lettera a suor Anna Brighton avrebbe svelato il mistero; ma suor Anna
non si trovava. Alla Nuova Orléans, di dove erano datate le ultime sue
lettere rinvenute presso la morta, non stava più; nessuno sapeva dire
dove fosse andata. Il Ferpierre tuttavia sperava che un giorno o
l'altro ella stessa avrebbe fatto pervenire alla giustizia il documento
cercato. Tutti i giornali del mondo parlavano del dramma di Ouchy e
dicevano che solo l'ultima lettera della contessa d'Arda poteva
rischiararlo, confondendo i rei se non annunziava l'imminente suicidio,
salvando gli innocenti se confessava l'estremo proposito; non era
possibile che, alla lunga, suor Anna non avesse notizia dell'ansiosa
aspettazione e non sentisse il dovere di consegnare il documento alla
giustizia.
Aspettando, il Ferpierre non poteva occuparsi di altro che del dramma
misterioso e dei suoi attori. Dopo aver conosciuto la vita dei due Russi
egli non negava i lati buoni di quelle anime, ma la bontà restava
offuscata e menomata dalla durezza, dalla violenza, dalla tenebrosa
ferocia. Forse, trattati altrimenti, posti in migliori condizioni di
vita, essi sarebbero divenuti migliori? Ma l'umile, il devoto, il
supplice amore della contessa Fiorenza non era valso a redimere
Zakunine; e pensando al martirio della infelice, il giudice bandiva ogni
indulgenza, riconosceva che quel violento, come aveva voluto la
mortificazione della mite creatura, così aveva potuto volerne anche la
morte.
Quanto alla nihilista, la sua vita non era piena d'atrocità; anzi la
durezza della sorte che la lasciava sola a vent'anni, il coraggio col
quale lottava contro le difficoltà dell'esistenza, e l'ardore degli
studii e l'altezza della mente deponevano in favor suo; ma il giudice
non perdonava a una donna, a una fanciulla, il sanguinoso ideale della
distruzione; e se pure egli si piegava a scusarlo, senza scusa le pareva
il suo legame col principe. Come mai aveva ella potuto darsi in braccio
a quell'uomo che non era stato mai fermo in un affetto? Disconoscere le
leggi, le convenzioni, i pregiudizii sociali era, in certe condizioni
dell'animo, sotto l'influenza di certi esempii, per l'efficacia di
un'assidua predicazione, troppo naturale; e il Ferpierre ammetteva che
la giovane parteggiasse per il libero amore; ma questo amore doveva pur
essere ricambiato, doveva pur fare assegnamento sopra una sincerità,
sopra una fedeltà sia pure temporanea; ma la vita di Zakunine vietava di
credernelo capace. Allora il Ferpierre pensava che quei due s'erano
uniti senz'alcuna gentilezza di sentimenti, per mero impulso istintivo,
per sola cupidigia di piacere: da questa indegna unione il delitto aveva
potuto germinare.
La confessione del loro amore, che la giovane aveva affrettata e il
principe contrastata, aggravava realmente o migliorava la loro
condizione? Nel pubblico le opinioni continuavano a dividersi. Se la
contessa, senza amare più Zakunine, sperava ancora di potere restare con
lui rispettata e protetta, il dover rinunziare a quest'ultima lusinga
poteva aver colmato la misura e determinato il suicidio. Ma contro
questa supposizione stava il nuovo amore di lei per il Vérod: amando
anch'ella un altro, non doveva rallegrarsi della nuova affezione del
principe? Ciò pareva tanto più certo, quanto che l'amicizia fra la
morta e il Vérod non aveva potuto, secondo i più, restare innocente.
Pochissimi credevano alla purezza del loro sentimento; il giovane doveva
essere stato l'amante felice della dama italiana, senza di che quale
interesse lo avrebbe spinto all'accusa? Era credibile che, amandosi, con
la libertà della quale godevano entrambi, fossero rimasti a sospirarsi?
Come mai il giovane si sarebbe appagato d'un affetto fraterno? E che
cosa avrebbe potuto costringere la contessa a resistergli? Se una prima
volta ella era passata sopra alla legge, era fatale che continuasse a
dimenticarla. Poteva forse arrestarla la paura od il rispetto di
Zakunine che non la curava, anzi la trascurava in ogni modo?... Queste
presunzioni, passando di bocca in bocca, diventavano altrettante prove
irrecusabili: che il Vérod fosse ultimamente l'amante della morta non
era più dubbio. E in questa certezza, oltre che nell'antipatia contro i
nihilisti, molti trovavano una prova dell'omicidio: l'amica del Vérod
aveva dovuto pensare non ad uccidersi, ma al contrario a godere quanto
più era possibile del nuovo amore: il principe e la Natzichev l'avevano
assassinata. Ma le discussioni ricominciavano tosto, perchè se fra il
Ginevrino e l'Italiana non c'era una semplice ed onesta amicizia, tanto
meno semplice ed onesta si doveva credere l'amicizia dei due nihilisti:
pertanto, se il principe e la studente erano amanti, nessuno dei due
poteva pensare a dolersi dell'amore della contessa e del Vérod, nè a
voler male all'uno od all'altra; entrambi invece se ne dovevano
rallegrare, perchè questo amore li lasciava liberi di fare il piacer
loro. La morte violenta di Fiorenza d'Arda, sia per suicidio, sia per
assassinio, restava inesplicabile senza un dissidio, una discordia, un
dramma; l'ipotesi dell'accordo delle due coppie era inammissibile
dinanzi al sanguinoso cadavere.
Dell'intima lotta sostenuta dalla contessa pochi come il Ferpierre erano
edotti. Sempre che imaginava lo stato di coscienza della infelice alla
vigilia della catastrofe, il giudice riconosceva che ella aveva potuto e
forse dovuto uccidersi. Ma, oltre che l'accusa del Vérod e i sospetti
dell'opinione pubblica e il contegno degli accusati e come una specie di
secreto istinto, la stessa sua coscienza di magistrato lo difendeva
contro un definitivo acquetamento in questa fiducia. La sua lunga
esperienza d'inquisitore gli diceva che la verisimiglianza d'una ipotesi
dinanzi a un fatto oscuro non esclude altre possibilità; il suo amore
del mestiere era eccitato all'idea del caso molto intricato e difficile.
Ed egli non rammentava veramente di essersi trovato dinanzi a maggiori
difficoltà.
Escluso l'intimo dramma svoltosi nell'animo della contessa, quale altra
lotta di sentimenti da parte degli accusati poteva spiegare la
catastrofe? Bisognava tornare ad ammettere senz'altro che, amando la
Natzichev, o meglio avendola presa con sè per allungare la lista delle
sue fortune galanti, il principe non avesse del tutto dimenticata la
contessa, o che sentisse ridestarsi l'amor suo per lei nel punto stesso
che la vedeva presa da un altro. La sicura possessione di un bene non
genera tanta stanchezza, che il bene è presto sdegnato; e perchè torni
ad essere caro non basta talvolta la sola minaccia di perderlo? Basta
sovente che qualcuno apprezzi ciò che noi trascuriamo perchè, mutando a
un tratto opinione, anche noi ne riconosciamo il valore. Per sostenere
l'assassinio di Fiorenza d'Arda bisognava che questo mutamento fosse
avvenuto nel principe; allora soltanto si poteva spiegare che egli
l'avesse uccisa, sapendola del Vérod con l'anima, o che l'avesse uccisa
la nihilista sapendo che Zakunine ricominciava ad amarla.
Ma se la resurrezione dell'amore del principe era necessaria a spiegare
il delitto, l'assassino, data questa resurrezione, non poteva esser lui!
Infatti la sua gelosia non avrebbe avuto molto fondamento poichè la
contessa gli era rimasta fino all'ultim'ora fedele e per fedeltà alla
parola data si era sottratta al Vérod. Si poteva supporre che la sola
certezza d'aver perduto l'anima di lei e la persuasione di non poterla
più recuperare lo avessero spinto al delitto? Data la violenza della sua
natura ciò non pareva del tutto incredibile; bisognava tuttavia, per
ammetterlo, che fra lui e la defunta vi fossero state spiegazioni,
provocazioni, minaccie. Se egli l'avesse supplicata di amarlo ancora, di
non abbandonarlo, e se ella gli avesse risposto di non voler più
restare con lui, l'assassinio era spiegato; ma si poteva credere che,
rimastagli fedele e sottomessa quando egli la maltrattava, la contessa
gli si fosse ribellata vedendolo pentito e supplichevole? Dato il
carattere di lei, bisognava credere che, tutt'al contrario, la
resurrezione dell'amore del principe e le sue insistenti preghiere
avrebbero accresciuto l'imbarazzo, acuito l'ambascia, rafforzato gli
scrupoli, moltiplicato le dolorose difficoltà tra le quali ella si
dibatteva!
Il Ferpierre si confermava così da una parte nei ragionamenti già fatti;
ma era spinto dall'altra a considerare come molto aggravata la
condizione della Natzichev. Vedendo che Zakunine non era tutto suo; che
per amore, o per pietà, o per rispetto, o per interesse era ancora della
contessa, la Russa poteva aver odiato quest'ultima. Tra le due donne una
spiegazione era potuta intervenire, provocata senza dubbio dalla
nihilista, la cui presenza ai -Cyclamens- poco si spiegava; benchè
incapace di voler male ad alcuno, l'Italiana aveva forse ferito la
giovane ribellandosi alle sue minaccie, non potendo tollerare che, dopo
aver distolto il principe da lei, venisse a prenderglielo nella stessa
sua casa; l'esito di questa spiegazione aveva potuto essere cruento. Ma
il principe che doveva trovarsi, se non presente, certo vicino, non si
era interposto, non era accorso ad impedire il delitto? E la nihilista,
non essendo mai entrata nella camera della contessa, come aveva saputo
trovare l'arma di lei?
Queste difficoltà non davano molta ombra al magistrato. Forze Zakunine
non si era interposto non potendo supporre che il colloquio finisse in
tragedia; forse l'arma della contessa non era quel giorno chiusa, o la
giovane sapeva dove trovarla. Una difficoltà, tutta morale, era più
grave, quella stessa sulla quale il Ferpierre erasi molte volte
arrestato: se la nihilista sapeva dell'amore di Fiorenza d'Arda per il
Vérod come poteva volerle male? La rivalità si spiegava se la defunta
avesse posto opera a trattenere il principe presso di sè: e ciò non era.
Ma forse la Natzichev non sapeva dell'amore per il Vérod: questa
passione che la morta aveva soffocata, che il giovane aveva contenuta,
poteva esser rimasta ignorata se nessun fatto esteriore, se nessun atto
l'aveva rivelata.
Pertanto, benchè queste supposizioni non fossero confortate di prove e
molte cose restassero da rischiarare, il giudice si veniva affermando
nell'opinione che, negato il suicidio, il sospetto più verisimile
dovesse pesare contro la donna. Il pentimento del principe e il suo
ritorno presso l'antica amica, determinati o dal bisogno di denaro o da
un più degno sentimento, come impedivano di credere che egli avesse
voluto la morte d'una persona nuovamente cara, così spiegavano l'odio se
non la gelosia della studente. Se Zakunine pareva più capace d'uccidere,
era meno verosimile che la sua posizione nel partito, la febbre di
propaganda e le gravi responsabilità non lo avessero distolto da un
delitto che lo consegnava alla giustizia. Nella Natzichev invece, meno
seriamente impegnata, la coscienza delle responsabilità era nulla o
minima; il dovere politico doveva opporre in lei, donna, minore ostacolo
alla passione; e se ella non aveva ancora meritato condanne per crimini,
le informazioni della polizia la dicevano capace di consumarne. Questa
capacità, la violenza dei suoi sentimenti, non le stavano scritte del
resto nella fisonomia, negli sguardi? In tutta la sua persona, in tutte
le sue parole, non c'era qualche cosa di duro, di fiero, una sfida
continua, una sorda minaccia, una ribellione implacabile? Lo stesso suo
contegno dinanzi al cadavere e dopo la prigionia disponeva il Ferpierre
contro di lei. Mentre Zakunine era apparso perduto dal dolore, ella era
rimasta fredda, impenetrabile. Aveva dapprima negato d'essere l'amante
di lui, poi aveva confessato; questa e le altre contraddizioni,
l'iniziativa presa nell'ultimo interrogatorio rispondendo invece del
principe, rivelavano, nonostante la mentita indifferenza, l'ansia
secreta di salvarsi.
A questo punto il Ferpierre si proponeva un nuovo quesito. Se ella era
colpevole, come mai il principe, vedendo pesare anche sopra sè stesso
l'accusa, non si scagionava rivelando la verità? Certo egli sperava
salvarsi con lei avvalendosi di tutti gli argomenti che stavano per il
suicidio: voleva salvarla per amore, per compassione, o piuttosto per
quel sentimento di fratellanza che la fede comune doveva suscitare e
alimentare. Questo medesimo sentimento, se l'omicida fosse stato il
principe, non avrebbe dovuto animare la nihilista? Era da credere. Ma
che cosa sarebbe avvenuto se l'innocente, chiunque fosse dei due, avesse
perduto ogni speranza di salvarsi con il colpevole? Se ciascuno degli
accusati si fosse visto irremissibilmente perduto, non era certo che
l'innocente non avrebbe più trovato tanto eroismo da salvare il
colpevole, oppure che il colpevole stesso non avrebbe più sofferto di
trascinare con sè l'innocente?
In forza di tale ragionamento il Ferpierre volle tentare una prova. Egli
pensò di richiamare successivamente i due accusati per dire a ciascuno
che tutti i sospetti pesavano oramai sull'altro; dal loro contegno
avrebbe forse potuto trarre qualche prova della verità.
Ed anche una volta ricominciò l'interrogatorio della Natzichev.
Costei occupava ancora il suo tempo leggendo e scrivendo; la sua
sprezzante indifferenza non aveva ceduto ad altri lunghi giorni di
prigionia.
--Sono venuto a compiere,--le disse il magistrato con tono
gratulatorio,--un dovere molto piacevole. La giustizia è convinta della
vostra innocenza: voi siete libera. Se avete creduto che noi godiamo
nell'accusare, nel sospettare ad ogni costo, io vorrei che, uscendo di
qui, vi persuadeste d'esservi ingannata. Il nostro dovere è di scoprire
il vero; quantunque lo scopo sia degno sopra ogni altro, soffriamo anche
noi quando, contro le apparenze fallaci, non possiamo aiutare
gl'innocenti a liberarsi. Ma, ripeto, oramai la giustizia non ha più
nessun conto da chiedervi. Certo il ricordo del tempo passato qui dentro
non potrà esservi grato; ma forse questo soggiorno non sarà stato senza
frutto per i vostri studii sociali?
Senza una parola, senza un moto di gioia, impassibile, immobile, la
nihilista affisava lo sguardo sul giudice. Pareva non avesse compreso il
breve sermone; il Ferpierre quasi aspettavasi di sentirsi dire: «Quando
avrete finito?...»
--Certamente,--riprese egli,--sarebbe stato meglio per voi esaminare il
nostro sistema carcerario liberamente; ma se abbiamo dovuto trattenervi
tutti questi giorni, la colpa, convenitene, è stata un poco anche
vostra. Il sentimento che vi guidò è certamente rispettabile e vi fa
molto onore; ma se, per non accusare il vostro amante, ci avete voluto
lasciare nel dubbio, siamo noi responsabili della prolungata vostra
prigionia?
La Natzichev continuava a guardarlo fiso. All'ultima domanda, chiusi un
attimo gli occhi, ella disse:
--Che volete significare?
--Non comprendete?
--No.
--Eppure non sarebbe difficile... O sperate ancora di liberarlo insieme
con voi? La vostra intenzione era e sarebbe molto lodevole, se non
offendesse quella verità che tanto noi abbiamo il dovere di scoprire,
quanto voi dovreste avere quello di riconoscere...
--Che dite?...--interruppe la giovane, con un moto d'insofferenza.
--Io non dico nulla,--rispose il Ferpierre stringendosi nelle spalle e
abbassando lo sguardo alle carte che stavano sulla tavola.--È il vostro
stesso amante quello che confessa d'esser egli l'assassino!
Nell'evitare lo sguardo della giovane il magistrato obbediva a due
impulsi diversi. Doleva alla sua rettitudine di servirsi della menzogna
per iscoprire la verità; rare volte, e soltanto nei casi disperati come
quello dinanzi al quale ora trovavasi, e sempre superando un'istintiva
repugnanza egli aveva ricorso a questo mezzo. Tuttavia, se un senso di
vergogna l'occupava secretamente e gli faceva torcere gli occhi,
l'istinto e l'abitudine dell'indagine gli consigliavano di insistere in
quell'atteggiamento affinchè l'accusata, non vedendosi più guardata, non
reprimesse il vero sentimento suscitato in lei dalla rivelazione.
Finto di cercare tra le carte, egli riprese:
--Ecco la sua dichiarazione debitamente firmata. Sperate ancora
salvarlo?
E la guardò.
Ella aveva un'altra faccia. Come se la maschera della durezza sprezzante
e superba le fosse stata strappata, le guance impallidite, le labbra
dischiuse e gli occhi smarriti dicevano il dolore, la paura, il rimorso,
un sentimento che il Ferpierre non sapeva ancora precisare, ma che era
senza dubbio troppo penoso.
--Ve ne duole?... Dovete molto amarlo!
Lo spettacolo di quel repentino turbamento distrasse sul principio il
giudice dall'impaccio che provava mettendosi per una via obliqua. Ma
sentendo di doverla percorrere oramai sino in fondo, considerando
l'ambascia della giovane, la sua repugnanza cresceva. Non infliggeva
egli a quella donna, per amore della verità, una morale tortura? E la
differenza era veramente grande fra gli orridi strumenti delle antiche
inquisizioni, e la menzogna con la quale ora ricercava l'anima
dell'accusata?
--Comprendo il vostro dolore, ma dovevate pur essere preparata a
sopportarlo. Voi faceste di tutto per stornare i nostri sospetti e il
rimorso di avergli nuociuto non può tormentarvi. Ma la verità a lungo
non si nasconde. E bisogna anche dire che avreste potuto essere un poco
più abile. Come poteste mai sperare che io credessi la fiaba dell'ultima
spiegazione avvenuta fra voi tre? Era credibile ancora che il principe,
tornato dalla contessa, secondo volevate darmi a intendere, per
separarsene definitivamente, mettesse tanto tempo a fare questa
dichiarazione? Se indugiò tanto, ciò fu perchè mutò proponimento; perchè
sul punto di abbandonarla s'accorse che ella stessa non pensava più a
lui; e allora l'amor proprio ferito lo distolse dalla prima intenzione.
Allora egli non volle che questa donna fosse d'altri, volle anzi
riaverla per sè come un tempo, e si mostrò pentito e supplichevole. A
voi nascose, e fu naturale, questo suo mutamento; ma come mai non lo
imaginaste vedendo le sue tergiversazioni? Voi vedeste bene che egli
tardava troppo a compiere la promessa fattavi; ma se vi disse che la
pietà gl'impediva di portare un colpo mortale a quella donna, il vostro
cuore d'amante doveva avvertirvi che il suo ritorno presso di lei era
pericoloso; che la passione, quando pare morta e sepolta,
improvvisamente divampa più gagliarda di prima. A saperlo presso di lei,
più volte, non soffriste, non sospettaste che i ricordi del passato,
che la seduzione di quella donna quasi nuova dopo il lungo abbandono lo
avvincessero ancora una volta?... Sì, voi intuiste queste cose, me lo
dice il vostro doloroso silenzio: e le avete taciute per amore di lui,
perchè comprendeste che se la giustizia avesse saputo che egli l'amava
ancora, che ne era geloso, la verità sarebbe apparsa luminosamente. Ma
il vostro zelo non poteva esser felice. Quando io gli domandai il perchè
del suo indugio presso la defunta, voi stessa gli suggeriste di addurre
la pietà; egli non seppe neppur trovare questo pretesto per nascondere
la vera ragione, che era l'amore e la gelosia! E credevate che io non
dovessi notare il vostro intervento e il suo imbarazzo, e che non ne
scoprissi finalmente il perchè?
Il Ferpierre dimenticava ora il suo rimorso nel fervore dell'inchiesta,
comprendendo d'essere molto vicino alla verità. Il silenzio della
giovane, lo smarrimento crescente della sua espressione, il tremor delle
mani, l'ansia che le sollevava il seno, dimostravano sempre più al
magistrato che egli toccava ora la nota giusta, che Zakunine era stato
veramente ripreso dall'amore della contessa, che la nihilista aveva
sofferto di gelosia, che qui bisognava trovare la ragione del mistero.
Egli aveva già divinato tutte queste cose, ma poi era stato distratto e
fuorviato da altri ragionamenti, dalla mancanza di prove: ora accumulava
tutte le presunzioni, ne imaginava perfino quando gliene mancavano,
perchè la sua fidente asseveranza servisse come una specie di reattivo
morale, mordendo il cuore della giovane e lasciandovi leggere dentro.
--L'amor vostro per lui deve essere molto forte se avete accettato
questa parte, se avete nascosto la gelosia che vi torturava, se avete
finto l'ignoranza e l'indifferenza! E come è stato mal ripagato! Voi non
poteste illudervi neppure un istante, e vedeste ciò che avveniva e
prevedeste ciò che sarebbe avvenuto; perchè, una volta impegnato a
contendere quella donna a un rivale, Zakunine, con la veemenza che porta
nelle sue passioni, non avrebbe esitato dinanzi a un delitto. Voi
veniste a trovarlo temendo che la catastrofe fosse compiuta; veniste
troppo tardi a tentar d'impedirla. È vero?
La giovane si riscosse a quella domanda. Portò le mani alle tempie
comprimendole, quasi la tempesta suscitata in lei dalle parole del
giudice minacciasse di aprirle il cervello; poi, respirato fortemente,
così da far sibilare l'aria fra i denti chiusi, con l'espressione di
repugnanza dolorosa e di sdegno impotente di chi si sente violentare ed
opprimere, disse:
--Avete finito? Volete divertirvi ancora a tormentarmi? Il vostro
piacere è troppo grande, senza dubbio? Ora basta!
--Come parlate?
--Come debbo. Io non voglio, intendete? che i vostri iniqui artifizii
trascinino nel precipizio chi non ha colpa. Voi amate la verità sopra
ogni cosa? Il vostro sacro dovere è di scoprire la verità? Voi siete
delegato dalla società a fare giustizia? Ebbene, dite a questa vostra
società,--e la sua voce si alzò di tono, ella quasi gridò:--dite che
uccisi io quella donna. Date corso alla vostra giustizia; ma sappiate
che io la disconosco, che la disprezzo; ponetevi nella mente che io
rivendico la responsabilità dell'atto commesso non per patirne il
castigo ma per ottenerne la lode!
L'impressione prodotta da quelle parole nell'animo del giudice fu
enorme. La meraviglia e il piacere per la pronta riuscita
dell'espediente, la soddisfazione di veder confermati i suoi sospetti,
la nuova curiosità per la superba millanteria della rea, un senso di
compassione che secretamente e quasi mal suo grado lo persuadeva
all'indulgenza ora che la confessione e la millanteria avrebbero dovuto
farlo più rigido, occupavano ad una volta l'animo suo.
--Ah, confessate?...--potè dire soltanto nel primo momento della
confusione, senza troppo badare all'opportunità della domanda; ma subito
dopo, padroneggiandosi:--Confessate anche voi?--ripetè, per insistere
nell'artifizio così bene riuscito.--A chi debbo credere, ora? Gareggiate
dunque di generosità fino a tal segno? Ciascuno s'accusa per salvar
l'altro? Nobile gara!...
La giovane disse, duramente:
--Voi non sapete riconoscere la verità?
--Non sempre! Quando altri lavora a nasconderla!... Bene: se volete che
io creda a voi, vi crederò. Più difficile mi riesce comprendere il tono
di vanteria col quale v'accusate. So che disconoscete le nostre leggi;
ma nella società ideale all'avvenimento della quale voi lavorate si
ucciderà forse impunemente e sarà anzi titolo di gloria aver distrutto
una vita, così, per piacere?
--Non per piacere.
--Come! Sarà forse dovere per ogni amante geloso toglier di mezzo
l'oggetto della sua gelosia?
--Voi non sapete.
--Non so, infatti! È vero, sì o no, che il principe non si poteva
decidere di rinunziare alla contessa perchè la riamava?
--È vero.
--E voi non ne foste gelosa?
Ella disse, con voce gelata, facendo sonare una dopo l'altra le parole:
--Il mio sentimento non importa; nessun sentimento, nessun interesse,
niente importa quando si è compreso il Dovere. La vita degli altri, la
vita propria, l'onore, gli affetti, tutte le cose vane debbono cedergli.
Questa è la mia norma; questa doveva essere anche la sua. Ma egli la
dimenticò!...
Il Ferpierre cominciava ora a comprendere.
--Volete dire che non per amor vostro egli trascurava di lavorare al
trionfo della causa, ma per la contessa?
--Sì.
--Perchè stava allora a Zurigo, vicino a voi, e non con lei?
--Perchè sapeva di esserle odioso, ma voleva parlare con qualcuno di
lei.
--E ne parlava con voi?
--Sì.
--Già voi diceste che non ve ne tenne parola! Ma, se ve ne parlava, non
vi amava?
--Non mi ha amata mai.
Nonostante la freddezza impassibile del viso statuario, qualcosa di così
dolente echeggiava nelle ultime parole della giovane, che il Ferpierre
pensò: «Non mentisce!»
--E voi sì, l'amaste, l'amate?
--Che v'importa di ciò?--riprese ella tornando a una durezza che il
Ferpierre giudicava ora ostentata.--Importerà a voi ciò che non importa
a me stessa? Se volessi trovare un'attenuante all'atto commesso, se
volessi essere scusata da voi, dalla vostra società, vi direi che lo
amavo, che la uccisi per gelosia. Questa debolezza, questo egoismo sono
scusati e perfino glorificati dalla società vostra. L'amante che per
evitare a sè stesso un dolore, per assicurare il piacere suo proprio
uccide il rivale, è perdonato; talvolta il cieco e letale amor suo è
giudicato forte, grande, ammirabile. L'amore che guida noi, il nostro
sacrifizio cosciente, l'opera di salute alla quale attendiamo, sono
condannati!
--Strana opera salutare la vostra, che vi fa versare il sangue,
frattanto!
--Voi credete che una, che dieci, che cento vite importino quando è in
giuoco il destino di tutti? Voi che avete paura del sangue, lo versate a
fiumane nelle vostre guerre: tanto è il vostro orrore del sangue, che la
suprema cura dei vostri reggitori è quella di armarvi. Qui, in questo
vostro paese di libertà, non è l'esercizio della forza per uno scopo
cruento il più onorato fra tutti? E non rispondete che vostro solo
pensiero è impedire di essere sopraffatti e non già sopraffare; perchè
tutti dicono così! Chi confessa di fare il male? Il bene è sulle bocche
di tutti, degli assalenti e degli aggrediti. Stolte cupidigie, interessi
bassi e meschini vi mettono in guerra. E nelle vostre guerre non è
precetto sempre obbedito di sacrificare un soldato, una pattuglia,
un'avanguardia, per la salute dei più? Noi facciamo un'altra guerra, più
giusta, la sola giusta e santa: la guerra per la redenzione degli uomini
contro tutte le nequizie e tutte le viltà, contro la fame, contro
l'ignoranza, contro la prepotenza, contro la stessa vostra guerra. Se
incontriamo un ostacolo lo spezziamo: una, dieci, mille vite che
importano?
Ella aveva parlato con mal contenuta violenza; la rigidità del suo
atteggiamento s'era sciolta ed il braccio disteso aveva fatto il gesto
di chi svelle ed abbatte.
Quando tacque, il Ferpierre che era rimasto a udirla meravigliato e
quasi intimidito, disse a sua volta, con voce fredda e severa:
--Noi non abbiamo ora da discutere sulla moralità dei vostri principii.
Sarà bene dirmi piuttosto in qual modo la contessa potesse esservi
d'ostacolo? Che cosa potevate seriamente temere da lei?
E poichè ella tardava a rispondere:
--Vorreste darmi ad intendere che ella potesse pensare a denunziarvi, a
intralciare i piani delle vostre congiure?
--Non voglio darvi nulla a intendere. Per quella donna Alessio Petrovich
si perdeva.
--In che modo?
--Per amore di lei, per riaverla, aveva dimenticato il Dovere.
Comprendeva che ella non lo amava più, che ne amava un altro, ma sentiva
che c'era ancora un modo di tenerla con sè, di sottrarla a quell'altro.
Non tanto per amore costei gli si era data, quanto per distoglierlo da
noi, per redimerlo, diceva. Egli le si mostrò -redento-, le rappresentò
che ella era la sua -redenzione-; che, abbandonato da lei, sarebbe
ricaduto nell'-errore-. Il solo mezzo di averla con sè era questo: di
dirle e di provarle il proprio -ravvedimento-. Senza più amarlo, ma per
non farlo tornare a noi, ella resisteva a quell'altro. Io gli dissi più
volte la sua stoltezza, l'indegnità di sacrificare a una donna l'ideale
di tutta la sua vita. Egli non mi udiva. Era accecato. Veniva da me a
piangere per averla perduta, per averla voluta perdere; voleva che io,
io, l'aiutassi....
Nella voce della giovane c'era, oltre lo sdegno, un'ansia secreta: non
solamente il dolore per il traviamento del compagno di fede, ma anche,
più profondo e nascosto, il tormento d'essere stata presa a confidente
dall'uomo amato che neppure avea sospettato l'amor suo.
--E voi?
--Io vidi che tutto era inutile. Non avevo molto sperato di guarirlo
perchè so come è fatto. Quando un'idea lo infiamma nulla vale ad
arrestarlo: non ragiona, non vede più. Nondimeno aspettavo che la crisi
si risolvesse in qualche modo. Un giorno, improvvisamente, compresi il
nuovo pericolo: egli aveva visto il Ginevrino; nel parlarne le sue mani
tremavano, i suoi sguardi gettavano fiamme. Compresi che lo avrebbe
ucciso, che si sarebbe perduto senza riparo. Le ultime volte che venne
qui lo raggiunsi, presaga della catastrofe. Egli mi chiese che lo
aiutassi. Lo aiutai.
--Uccidendo la donna della quale voleva l'amore?
--Liberandolo.
--E avete assassinata quella creatura così, a mente fredda,
deliberatamente?
--Venni da lei. Venni qui l'ultimo giorno per parlare con lei. Poichè
ogni altro mezzo era stato invano, se egli non udiva la voce del
dovere, colei soltanto poteva salvarlo. Le dissi di abbandonarlo, di
fuggirlo, di scomparire. Ella non volle. Le soggiunsi: «Voi amate un
altro: andate lontano col nuovo amante.» Mi vietò di parlare così;
volle sapere chi fossi io. Risposi: «Una che vi odia!» L'odiavo perchè
l'avevo sentita, fino dal primo vederla, diversa da me, d'un'altra
casta, d'un'altra razza, d'un altro animo; perchè tutte le sue idee,
tutti i suoi sentimenti erano opposti ai miei; perchè ora ella mi
contendeva quell'uomo. Non volevo, no, assicurare a me stessa l'amore
di lui; ma serbare le sue forze all'opera comune. Nonostante l'odio,
la pregai. Fu inutile anche la preghiera. Allora le dichiarai: «Sapete
perchè non volete fuggirlo? Non per lui, ma per voi. Temete che vi
creda fuggita col vostro nuovo amante. Volete mostrargli una fedeltà
che non sentite, volete ottenere con l'osservanza d'un preteso dovere
la fama di costante e di fida. Foste la sua amante e volete farvi
credere la sua sposa non amandolo più. Egli vi giudica tanto buona,
che ho voluto vedere dove consiste la decantata vostra bontà. Voi
siete ipocrita, falsa, egoista, peggio che tutte le altre...» Ella mi
lasciava dire: tentavo invano di sdegnarla, di offenderla. «Ma un
giorno finirete anche voi col rompere questa vostra ipocrita fedeltà,»
io soggiunsi, «per darvi in braccio al nuovo amante... se pure non vi
siete già data...» Furono inutili anche queste parole. Si scosse
soltanto quando le dissi: «No! Ciò non avverrà. Il vostro amante sarà
morto! Egli lo ucciderà. Lo conoscete? Lo ucciderà! Sarete voi
responsabile dell'assassinio. Lo avrete voluto, lo volete; ogni
giorno, ogni ora, ogni minuto che passa lo prepara, lo affretta,
inevitabilmente!...» Allora ella disse: «Ah, morire! Debbo io,
voglio io morire...» Lo sdegno e lo sprezzo mi gonfiarono il cuore:
chi dice questa cosa quando la sente? Se era vero che ella volesse
morire, si sarebbe uccisa. Le dissi il mio sdegno e il mio
disprezzo. «Non è vero! Avete paura! Siete vile!...» Ella assenti:
«Sì, sono vile; l'arma è lì, la mano mi trema.» Presi io l'arma,
glie la porsi: «Raccogliete il vostro coraggio, se ne avete ancora,
se ne avete mai avuto...» Ella giunse le mani, scongiurandomi:
«Uccidetemi voi, liberatemi voi!...» Il mio sdegno cresceva vedendo
tanta viltà. Le promisi, con voce sorda, con l'arma in mano: «Ti
ucciderò se non lo lasci.» Ella giunse le mani, supplicando ancora:
«Uccidetemi!...»--«Non vuoi lasciarlo?»--«Uccidetemi!...»--«No?» Udii
il passo di lui, la sua voce chiamare. La uccisi.
Ansante, ella tacque.
--E non ne siete pentita?
--Non ne sono pentita. Ella era vinta dalla vita, voleva e doveva
morire. Egli doveva essere libero d'attendere all'Opera. Li ho liberati
entrambi.
E il Ferpierre riconosceva finalmente la verità già sospettata.
Ora tutto si chiariva, tutto si concatenava logicamente. La rea non
voleva convenire che, oltre lo zelo settario, anche la gelosia l'aveva
armata; ostentava di ricusare l'attenuazione del suo crimine per
gloriarsi d'essere inaccessibile agli interessi personali. C'era in
questa rinunzia una fosca grandezza che dava la misura della forza di
quell'anima; ma, senza dubbio, anche l'amore disconosciuto aveva dovuto
spingerla contro l'Italiana. Il pentimento del principe, la sua condotta
ambigua degli ultimi mesi, il suo dolore dopo la catastrofe, tutto si
spiegava. Negando d'essere l'amante della nihilista egli aveva detto la
verità. L'aveva ammesso forzato da lei, per secondarla, per salvarla,
quando ella credeva di potersi salvare così. Anche le ultime parole
della contessa, quell'invocazione alla morte liberatrice,
quell'incitamento rivolto alla minacciosa rivale, erano la naturale
soluzione del contrasto fra l'incapacità d'uccidersi e il bisogno di
morire dal quale ella realmente era stretta. La rea non aveva ragione?
Quell'assassinio del quale la giustizia aveva pure da chiederle conto
non si confondeva quasi col suicidio liberatore?
Così l'intrico era sciolto. Ma restava tuttavia al Ferpierre di chiamare
Zakunine. Riferendo alla nihilista che il principe si era accusato, egli
aveva mentito per amore di fare la luce; ma un dubbio ora gli
s'affacciava alla mente: se, udendo che Zakunine s'incolpava, la giovane
si era incolpata ella stessa, che cosa avrebbe detto il principe udendo
la confessione di lei? Si doveva sospettare che entrambi si sarebbero
dichiarati colpevoli?
Il contegno del principe, dall'ultimo interrogatorio, era, secondo la
relazione del direttore dell'Evêché, radicalmente mutato. Non passava
più il suo tempo, immobile e silenzioso, indifferente a ogni cosa:
l'insofferenza della prigionia lo faceva ora dare in ismanie. Aveva
chiesto di parlare con un avvocato, e non avendolo ottenuto si era
sfogato con parole dure contro la giustizia. Più volte in un giorno
chiamava i guardiani per domandar loro se era venuto l'ordine di
scarcerazione; udendo le risposte negative s'accigliava e fremeva.
Misurava in lungo e in largo la sua cella, con le mani strette sul
dorso, il capo chino, lo sguardo fisso e duro. Aspettava l'ora
dell'uscita quotidiana con impazienza, rientrava più torvo di prima.
Chiedeva libri, rifiutava il cibo della prigione, faceva venire da fuori
il suo vitto.
Appena condotto dinanzi al Ferpierre disse, con accento di mal repressa
impazienza:
--Ancora interrogazioni? Non volete riconoscere la verità alla fine?
--La verità mi è nota oramai!--rispose il giudice severamente.--Non
siete materialmente colpevole e non posso più trattenervi...
--Ah, dunque!
--Ma la vostra responsabilità morale è molto più grave di quella che
confessaste in principio; e questa vostra impazienza mi pare anche fuori
di luogo, poichè con una sola parola mi avreste tolto dal dubbio...
S'arrestò per dargli tempo di rispondere, di replicare qualcosa; ma il
principe lo guardava senza dir nulla.
--Pare dunque che la generosità dalla quale foste animato nei primi
giorni taccia finalmente e che non vi importi più tanto di salvare la
rea?
--Di salvare?...
--M'inganno, allora? Fingete la meraviglia e l'ignoranza? Sono fuori di
luogo. Ella ha confessato.
--Che cosa?
L'accento d'ansioso stupore col quale egli fece questa domanda pareva
sincero.
--Su via, volete farmi perdere ancora altro tempo? Vi duole ora di
vederla perduta? Non sapete che questa donna vi ha amato? Non sentite
che tutta la morale responsabilità di tante rovine pesa su voi,
unicamente? Fingete lo stupore dopo avere mentito? Diceste la menzogna
riconoscendo di essere l'amante di lei; ma questa almeno vi fu quasi
strappata dalla speranza di salvarla; ma perchè nascondeste i vostri
sentimenti ultimi verso quell'altra sciagurata?...
Il principe tremava. La Natzichev aveva detto il vero.
--E andavate a parlare dell'improvvida resurrezione del vostro amore a
chi vi amava, a una vostra complice nelle ribellioni, affinchè la
gelosia e il fanatismo si svegliassero in costei ad un tempo e
l'animassero contro quella infelice!... Siete ammutolito e tremate ora,
dopo aver fatto due vittime?... E perchè avete nascosto tutte queste
cose? Non era dunque generosità verso la rea, era un sentimento tutto
diverso; era tutta paura che, se io avessi saputo l'impeto di questa
vostra tardiva passione, avrei potuto e dovuto sospettare di voi con
maggior fondamento?
Allora il principe, sollevando risolutamente il capo e affissando lo
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