difendere queste cose sante, tutelare la bellezza delle idee dalla contaminazione cruenta, convertire i fanatici, confortare i disperati. Ella era la ragione accanto al sofisma, l'umiltà accanto alla superbia, l'amore accanto all'odio; ella era la correzione del male, la sua vista era la consolazione del mondo... Guardando intorno a sè, il giovane non sapeva ora più dove fosse. Ebbe bisogno di passarsi una mano sugli occhi prima di riconoscere la via di Belmont. Allora cadde sul parapetto della via, chiamando: --Anima! Anima! Anima!... Lo sconforto fremeva sordamente sotto la fede che gli dettava quell'invocazione. Egli non voleva e non poteva rassegnarsi alla mostruosa realtà; e un impeto violento di sdegno iracondo lo sollevava: torbide imagini e truci proponimenti gli accendevano lo sguardo e gli facevano stringere le pugna; disperate parole gli salivano alle labbra: --Non c'è nulla!... Tutto è menzogna!... Non c'è altro che il male!... Se l'amore era ripagato dall'odio, se la povera labile vita della creatura d'amore cui si dovevano le più gelose e trepide cure era stata selvaggiamente distrutta da chi pur sapeva la benignità del suo sorriso, non c'era nulla, null'altro che il male... Ma Roberto Vérod reprimeva queste parole. Dal giorno che la vista di tutte le bellezze adunate nella fedele lo aveva abbagliato e convertito, un giudice e un custode vegliavano dentro di lui, lo difendevano contro i tristi pensieri, contro i propositi indegni, contro le imagini impure. In tutti gli atti della vita, in tutte le disposizioni della mente egli aveva voluto esser degno di lei, e quest'opera di preservazione gli era stata agevole fino a quel giorno. Se il dubbio lo aveva morso talvolta, quando lo spettacolo delle nequizie gli era apparso troppo crudamente, solo a pensare che la creatura d'amore esisteva egli agguerrivasi nella sua fede. Ora ella era morta! Era morta! Egli l'aveva dinanzi agli occhi, distesa al suolo, immota, gelata, col mostruoso fiore sanguigno sulla pallida tempia; e un'ansia mortale lo soffocava, perchè egli voleva credere che la morte non l'avesse tutta distrutta, che la miracolosa anima vivesse ancora, vegliasse su lui, gli ripetesse le parole della fede e del perdono; ma non poteva; o se pure la voce soave che ancora gli echeggiava attorno lo persuadeva, l'oltre umana vita di quell'anima non bastava più a consolare la sua esistenza; i suoi occhi mortali avevano bisogno di vedere, le sue orecchie di udire, egli aveva bisogno di stringere la mano di lei, di toccare il lembo della sua veste; e questo suo bisogno sarebbe rimasto inappagato, per sempre. Perdonare agli assassini? Egli doveva vendicarla! L'ultima luce del crepuscolo agonizzava, ma già l'alba lunare schiariva l'oriente. La pace era divina. E nella divina pace, nel silenzio augusto, Roberto Vérod si premeva la testa fra le mani per tentar di sedare la tempesta che lo travolgeva. Al pensiero di non aver saputo ispirare al giudice la propria certezza la sua ragione vacillava. Perchè non era stato più efficace? Se un caso imprevedibile aveva voluto che il giudice fosse un suo antico compagno, perchè non gli si era dato a conoscere, come mai non aveva saputo persuaderlo della propria sincerità? Non solo per discrezione egli non aveva rammentato al giudice i loro antichi rapporti, ma per paura altresì; giacchè sapeva diverso dal suo, e rigido, e severo l'animo di lui. Ed aveva costui visto più lucidamente? Egli stesso si era ingannato? Aveva ella voluto morire?... Tornava allora con la mente al passato, all'angoscioso stupore che lo aveva occupato nel discoprire il male secreto dal quale quella povera anima era piegata. Nell'atto che salvava altrui ella stessa era perduta. Le sue parole d'un giorno gli tornavano alla memoria: un giorno, alla notizia che un disperato s'era tolta la vita, alla condanna che i più facevano pesare sopra il suicida, ella aveva espresso un sentimento del quale i credenti non sono capaci: non era vero, ella diceva, che il rinunziare all'esistenza portasse una dannazione implacabile, che la fede condannasse in ogni caso la volontaria morte. Come d'ogni altra azione umana doveva la coscienza liberamente valutare i motivi di questa ed accettare le conseguenze del proprio deliberato; ma se l'inganno, la paura, la viltà meritavano biasimo e pena, per altre ragioni non si doveva disperare d'un più mite giudizio. Perchè queste idee fossero da lei concepite ed espresse non bisognava che ella stessa si trovasse ridotta a tale da pensare alla morte? E di che pietà il cuore di lui era stato invaso nel vedere che l'argomentazione rispondeva al vero più ch'ei non credesse! Ella non aveva pensato alla morte per fuggire il dolore. Il dolore era la stessa legge della vita, diceva. Non che fuggirlo, bisognava far consistere il dovere e la gioia nel sopportarlo serenamente. Ella aveva voluto sottrarsi al male. Lo aveva affrontato per distruggerlo; era discesa fino ad esso per un'opera di redenzione. La forza dell'amore le era parsa così grande da trionfare, immancabilmente. Passando sopra alle leggi umane e, prova maggiore, alle divine, aveva sperato di farle accettare all'uomo che le negava e le combatteva, tutte. Ella stessa era caduta nell'errore per evitare che egli continuasse a consumarlo, perchè egli credesse a qualche cosa di bene. Dal sogno superbo s'era destata impotente, piagata, avvilita ella stessa. L'amor suo era stato disprezzato, le sue preghiere schernite, la sua fede offesa; l'opera di distruzione era continuata più alacre di prima; ella che aveva voluto impedirla se n'era sentita complice. Allora aveva riconosciuto troppo tardi che la via tenuta doveva fatalmente avere quell'uscita; il suo inganno le era parso immeritevole di perdono: allora aveva pensato alla morte. Nel punto che le conseguenze dell'inganno fatale le apparivano più gravi, quando l'ultimo lume di speranza erasi spento, Roberto Vérod l'aveva incontrata; e come egli aveva attinto in lei la salute, ella stessa s'era sentita rivivere. Cieco, egli aveva visto per lei; piagata, ella era stata sorretta da lui. Lungamente quella mutua salvazione era rimasta ignota ad entrambi. Nessuno dei due, sentendosi rinascere per opera dell'altro, aveva creduto possibile che un eguale miracolo si fosse prodotto per sua propria virtù. Nei primi tempi egli s'era appagato della vista di lei, era vissuto nella sua luce, nessuna gioia imaginando maggiore. Quando ne aveva concepita e intraveduta un'altra, allora era fuggito. Girando intorno lo sguardo per la cerchia dei monti grigi nel lume di luna, egli ricordava ora l'alba della fuga, l'alba livida e fredda, il lago plumbeo flagellato dal vento, irto di onde opache. Egli fuggiva senza esitare. La speranza, la certezza di rivederla lo sorreggevano. Quando, dove? Non sapeva. Ma l'avrebbe rivista. E la portava nell'anima. Non aveva pianto, con l'anima piena di lei. Sulla riva, all'improvviso apparire del battello, grigio sulle acque grige, ansante e tangheggiante, s'era sentito chiudere il cuore. Finchè erano rimaste visibili, i suoi occhi non avevano lasciato le sponde di Ouchy, le alture di Losanna. E nulla rammentava del viaggio, altro che alcune rapide scene. Aveva vegliato tutta la notte prima di fuggire, scrivendo. Sapeva che non avrebbe potuto mandarle altro che una parola di saluto: ma aveva scritto tutta la notte. Sul battello un sonno penoso, un incubo greve lo aveva abbattuto. Udiva tratto tratto il fragore delle onde rotte contro i fianchi poderosi, l'arrestarsi dell'ansante respiro; vedeva le rive fuggire e ignorava dove fosse, dove andasse. Era andato in Italia, per vedere il bel paese, il chiaro sole, il cielo dolce che l'avevano fatta qual era. Era stato a Milano per vedere la sua casa natale: la casa alta e severa come una torre, in una via remota e silenziosa, dinanzi a una chiesetta tutta fiorita. Aveva visitato la piccola cittadella di provincia nel collegio della quale ella aveva trascorsa l'adolescenza; poi, in Brianza, il paese delle rose dove ella aveva passato tanta parte della giovinezza, dove erano sepolti i suoi cari. Imaginazioni felici lo avevano occupato; pensando ai giovani anni della diletta, alle ingenue speranze che le avevano sorriso, alla pura gioia che aveva diffuso intorno a sè, all'alba radiosa di quella benefica vita, egli aveva pianto lacrime grate. Ma il tempestoso pianto lo aspettava altrove. Dopo una lunga peregrinazione, al morire della bella stagione era passato per Nizza come sempre usava prima di ridursi a Parigi. A Nizza egli aveva perduta la sorella sua, la sola compagna della sua orfana giovinezza; dinanzi al sepolcro della sorella egli veniva a meditare sui formidabili enimmi della vita e della morte. Quell'anno s'appressava al sepolcro più trepidante, pieno dei nuovi pensieri da confidare alla cara memoria, cupido delle ispirazioni che ella gli serbava. Della sorella morta aveva parlato a lei un giorno, accompagnandola a Chillon; le aveva detto che geloso amore egli aveva perduto, quanta parte di sè era chiusa in quella tomba. Ed ella stessa gli aveva chiesto di parlargliene ancora, più volte; aveva voluto sapere la vita della sorella sua e vederne i ritratti; con parole delle quali possedeva il secreto aveva detto la dolcezza forte del fraterno amore. Appressatosi al sepolcro per comporre in un solo pensiero le tutelari imagini della morta e della lontana, i suoi occhi furono percossi da un bagliore. Sul muro funerario, accanto agli scheletri delle ghirlande votive che era venuto altre volte ad appendervi, una grande corona candida abbagliava come un'aureola. Non era intessuta di fiori, ma di bianche stoffe e di fili d'argento: una mano sapiente aveva piegato il raso bianco, i merletti bianchi, i veli bianchi, in modo da raffigurare petali nivei e foglie spumose. La sua confusione dinanzi a quel voto durò un attimo; per un attimo, pensando che nessuno al mondo fuorchè egli stesso aveva amato la morta, lo stupore, l'ignoranza dell'affetto dal quale veniva quel voto lo lasciarono perplesso e ansioso. Comprese come alla luce d'un lampo. Certo che nessuno fuorchè la creatura d'amore era potuto venire ad appendere quella corona votiva, le lacrime cominciarono a sgorgargli dagli occhi, inesauribili. Beatrice secreta, consolatrice pietosa, egli la riconosceva al pensiero d'amore che l'aveva nascostamente guidata dinanzi a quella lapide, al pensiero d'amore che le aveva fatto intrecciare quella ghirlanda. Le ossa della sorella morta avevano dovuto tremare, quando la pietosa mano aveva appeso la bianca ghirlanda! Tremando egli piangeva di gioia secreta, di gratitudine effusa, di timida speranza. Egli dunque viveva nella memoria, nel cuore di lei! Quando ancora chiedeva a sè stesso quali ricordi aveva lasciati alla lontana, quando dubitava d'esser rammentato da lei, ella aveva sposato la sua religione del sepolcro! Fissando lo sguardo velato alla corona luminosa pareva a lui che per un nuovo prodigio la sorella morta esprimesse i sentimenti dai quali egli era invaso; come oltre lo spazio ed il tempo il pensiero della lontana arrivava fino a lui, così oltre la vita l'anima della sorella parlava, ripeteva il consiglio che egli aveva udito altra volta: «Ama e vivi, credi e vivi, spera e vivi.» Presentendo di adunare in uno stesso quadro le imagini belle, egli le vedeva tenersi per mano, venirgli incontro raggianti. La lontana aveva tratto dal sepolcro la morta; i due fantasmi vivevano d'una stessa vita sovrumana, intangibile. Ma sopra la meraviglia beata e l'estasi trepida e la grata fede, un sentimento di secreta ambascia gli stringeva il cuore pensando che nessuna parola mai avrebbe potuto significare alla creatura vivente l'impeto di devozione, il bisogno di genuflessione che lo piegavano. Prendere genuflesso la mano di lei, baciare la mano che aveva intessuta la corona virginea, ciò solo egli poteva. Ma gli sarebbe bastato? Tutte le cose dolci che s'agitavano in lui non lo avrebbero soffocato? E al pensiero d'amor puro dal quale era stata guidata dinanzi a quella tomba avrebbe egli risposto confessando un amore esigente, un lesivo amore? Non voleva egli ora averla per sè, tutta, ora che la sapeva sua nella fraternità d'oltre tomba? La fuga era stata dunque inutile? Che avrebbe dovuto dunque egli fare?... Sorse in piedi al ricordo di quell'ansietà, tornò indietro verso il lago, stendendo il braccio come in cerca d'un sostegno, come ebro. La dolcezza delle memorie lo inebriava, lo sottraeva allo strazio presente. Ma come l'insanguinata imagine riappariva, egli sentiva il suo cuore schiantarsi. L'iniquo destino distruggeva così le sole creature degne di vivere: una dopo l'altra egli perdeva così le sorelle. --Sorella!... Sorella!... Tale era stata per lui. L'amor di sorella, il nome di sorella, erano le sole cose soavi al suo cuore. Tutti gli altri suoi amori erano stati perfidi e velenosi, non avevano lasciato neppure un solo ricordo buono; sdegno e nient'altro avanzava, di tanti amori: sdegno contro le perfide, sdegno contro sè stesso. Un tempo egli si era gloriato di queste sue passioni, se n'era insuperbito come di altrettante fortune. Ma, concepite nel male, esse portavano dentro il germe della distruzione; se null'altro n'era avanzato fuorchè putredine, se egli n'era rimasto ammorbato, ciò era il suo meritato castigo. Non volendo più commettere l'errore, sentendo risorgere il bisogno lungamente inappagato e represso d'un'intima comunione, non potendo più vivere solo, egli ritrovava in lei la sorella. Andarle incontro, dirle con viva voce la gioia che ella gli dava, era stato il suo primo impulso; ma non l'aveva obbedito. L'esagitazione dell'anima era ancora tanto violenta, e alla solitudine sua veniva tanta consolazione dall'assiduo pensiero di lei, che egli volle e potè aspettare. Geloso di sè stesso, quasi pauroso di menomare il proprio sentimento indagandolo, era vissuto in una beatitudine secreta della quale obliava quasi l'origine. Come al destarsi di lieti sogni, come quando latenti e ignote energie eccitano e moltiplicano i sensi della vita, egli trovava in tutte le cose una nuova virtù. Un giorno finalmente le scrisse. Alla sensitiva creatura, al proprio sentimento secreto, la troppo vivace espressione vocale non conveniva. E scrivendole egli contenne l'impeto delle passioni: tacque la speranza, moderò la gioia, disse soltanto pienamente la gratitudine. Ella rispose. Gli parlò della sorella morta. Quali altri ricordi avrebbero potuto mai cancellare dalla memoria di lui le parole fraterne? «Io certamente conobbi ed amai vostra sorella. Quando mi parlaste di lei, quando mi diceste le preziose e care doti della sua persona e del suo cuore, sentii che ella fu il desiderio della mia gioventù, la sorella che mai non potei consolarmi di non trovare al mio fianco nelle ore della gioia e della tristezza. Quando mi narraste lo strazio della sua morte mi parve come se tanta bellezza e tanta bontà fossero state da me stessa perdute. Io mi proposi di pregare sulla sua tomba, quando seppi che è sepolta nella città dove passo parte della mia vita. Ho compito con gioia l'impegno preso tra me e sono felice che il mio pensiero vi sia tanto grato...» Ora anch'ella era morta! Il giorno era morto, la gioia era morta. La luna spandeva sul paesaggio un mortuario lume cinereo; i muri inalbati davano imagine di lapidi sepolcrali; il silenzio e l'immobilità della morte tenevano le acque, la terra, il cielo, tutte le cose. Ora egli aveva un altro sepolcro dinanzi al quale inginocchiarsi e appendere voti! Ma ella non era per anco sepolta. La salma sanguinosa era rimasta tutto il pomeriggio sulla tavola incisoria, in mano degli anatomisti. A quell'ora giaceva in chiesa. Egli si guardò ancora attorno per riconoscere il luogo, per avviarsi alla chiesa. Era sul Cammino di Lucinge: riprese ad andare per il Cammino di Jurigoz con passo più fermo. Nella casa della preghiera dove erano convenuti le prime volte avevano ora l'estremo convegno! Lontano da lei il suo sguardo e il suo pensiero s'erano rivolti al cielo, per incontrarla. Dopo la prima lettera egli aveva tentato di scriverle ancora, ma le parole erano state inadatte. Allora era vissuto nell'ansia. La cercava dovunque. Credeva di vederla dinanzi a tutte le cose belle. Talvolta il cuore gli sobbalzava, se tra le figure incontrate per via qualcuna lontanamente le somigliava. Ma dopo queste imaginazioni il dolore si aggravava su lui. Il terrore delle notti erano i sogni durante i quali sentiva d'averla perduta, di non poterla rivedere più mai. Uno tornava assiduamente: egli le stava dinanzi, col cuore pieno di tumulto, con le mani tremanti, e non poteva dirle una sola parola: ed ella, dopo avere invano aspettato le sue parole, s'allontanava, svaniva, lasciandolo inanimato, impetrito. Questo sentimento di angosciosa incapacità lo teneva anche nella veglia, gl'impediva di correre incontro a lei. Quando andò a Nizza e non ve la trovò quasi ne restò confortato. Nel rivederla a Ouchy, sul principio dell'estate, tremò. Col tempo, per la lontananza, egli aveva creduto e quasi sperato d'essersi sottratto alla sua grazia: ella doveva rinnovare il prodigio. Ma l'angoscia e la paura e tutti i sentimenti indegni cederono improvvisamente quando le fu vicino. Poteva egli tacerle che viveva del suo favore?... Prima ancora che parlasse ella lo aveva compreso. Ella non s'era offesa della confessione dell'amor suo, non ne aveva dubitato. I falsi pudori, le ipocrisie del sentimento le erano ignoti. «Come io vi credo, mi crederete?» gli aveva domandato. Erano sulla montagna, nel bosco della Comte; oltre la pendula volta frondosa il lago, i monti, i paesi si disegnavano limpidi e tersi nella luce abbagliante. Bagliori di verità erano nelle sue parole: «La verità è come la luce: non si nasconde, La vostra memoria mi accompagnò dovunque; la speranza di rivedervi mi sorrise. Io sapevo che quest'ora sarebbe venuta. Ma vi sono più verità nella vita. Come ciò è realmente vero, è pur vero d'una verità morale che l'amor vostro e il mio non sono durabili. L'amore dev'essere appagato. Muore nella piena felicità, ma dopo aver vissuto. Contendergli la vita per paura della morte è lo stesso che uccidersi perchè si deve morire. Ma la vita dell'amore dipende da una condizione: dall'osservanza delle leggi. Pensate alla vostra sorella morta. Che cosa le avrebbe desiderato il vostro cuore, se fosse vissuta? Che avesse amato un uomo che l'avesse amata. Voi non avreste ricercato molto a dentro la precedente vita di quest'uomo; non vi sareste molto inquietato delle sue prime e meno degne passioni. Ciò è nella legge naturale che vuole gli uomini più cupidi e impazienti. Ma quest'uomo avrebbe sdegnato il proprio passato e avrebbe tremato di gioia superba nello stringere al cuore la vergine. Essi si sarebbero uniti per sempre. Non si sarebbero contentati d'un tacito impegno, ma avrebbero chiesto la sanzione sociale e la divina; perchè la legge morale vuole che l'amore sia il fondamento della famiglia: allora esso non muore, o si trasforma. Noi ci siamo conosciuti troppo tardi. Io non nego che si possa amare più d'una volta, da parte vostra segnatamente. Per noi donne l'esperienza è più rischiosa. E in generale quanto più si prova tanto meno si crede. Troppo a lungo io sono vissuta fuori della legge, perchè possa ancora sperare di rientrarvi. Voi non vorrete crederlo, ora, e siete sincero; ma sarete egualmente sincero più tardi, credendolo. Non mi faccio peggiore di quel che sono; ma se non gli altri, io stessa ho, indistruttibile, il sentimento della mia decadenza. Questo sentimento contenderebbe la vita alla fede. Dinanzi al sepolcro di vostra sorella, quando voi eravate lontano, quando non sapevo bene che cosa sarebbe accaduto fra noi, io pensai d'esservi unita da un sentimento fraterno. Ora sento che anche questo ci è conteso. Voi dovreste arrossire di me. Se la pietà fosse più forte, non riuscireste a vincere la tentazione di mutare la natura del nostro legame; o vincendola ne soffrireste troppo. Queste cose sono tutte fuori legge, tutte destinate naturalmente a perire ed a ferire...» Egli aveva tentato di opporsi alle luminose dimostrazioni, non sapendo ancor bene di trovarsi dinanzi a una coscienza tanto sicura. Allora ella aveva steso la mano verso i monti lontani: «Vedete quelle pendici? Alcune parti sono illuminate, altre restano avvolte nell'ombra. Ma come il sole compie il suo corso, così queste si illuminano e le altre si velano. La verità è in tutto come la luce: non va senza l'ombra. Se a quest'ora voi credete che ombre misteriose e propizie ci consentano di sperare, aspettate che il tempo s'avanzi e la luce cruda vi mostrerà l'inganno...» Egli non l'aveva lasciata finire: «E io vi dirò altre verità che voi non sapete o non volete sapere! Voi che vi giudicate così, voi che avete uno sguardo tanto chiaroveggente, non sapete che per la vostra dirittura, per la vostra sincerità, per la vostra umiltà, siete una creatura d'elezione, degna di riverenza? Non sapete che la vita contamina tutte le cose? Vi è tra noi chi sia esente da errori? E credete che la distinzione fra i lievi ed i maggiori importi poi molto? Ciò che importa è nutrire l'ideale del bene. Chi si smarrì una volta e se ne dolse non è altrettanto degno di premio di chi seguì sempre la via diritta? Un tempo io credei che questa fosse l'ingiustizia della fede cristiana; voi stessa mi faceste ricredere. Se pure erraste, le intenzioni che vi guidarono vi fanno più meritevole di perdono di ogni altro. Voi che ve ne sentite indegna, lo sperate, lo aspettate...» Ella disse: «Non qui.» Allora egli pianse. Non ella! E il tempo era passato senza disperdere l'ombre proprie. Egli non le aveva detto che l'amor suo aveva fatto di lui un uomo nuovo, capace di nuove cose: quest'orgoglio le sarebbe dispiaciuto, questa presunzione l'avrebbe ferita. Senza dirle più nulla s'era lasciato vivere nel puro incantamento. La certezza d'essere amato da lei lo colmava di una così limpida gioia, che non restava nell'essere suo nessun'altra energia per nessun altro oggetto. La speranza fioriva nell'ombra, nascostamente. Le parole non l'esprimevano perchè non aveva bisogno di essere espressa: doveva anzi restare gelosamente celata. La sua vitalità era così tenue che non avrebbe resistito ad un tocco. Lasciata a sè stessa si sostentava naturalmente, a poco a poco; traeva alimento da tutte le cose, era il loro alimento... Robert Vérod s'arrestò a un tratto, rabbrividendo. Era dinanzi a San Luigi. Le finestre si disegnavano sui muri della chiesa illuminate dalle luci interiori; le lampade vegliavano. Egli cadde contro il cancello. Il giorno innanzi aveva udita la sua voce! Il giorno innanzi le aveva aperto il proprio cuore! Il giorno innanzi ella aveva lasciato che le baciasse la mano! Ora era morta, assassinata; e il giudice non credeva al delitto, ed egli viveva! IV. STORIA D'UN'ANIMA. L'incertezza del giudice Ferpierre dinanzi al dramma di Ouchy era venuta crescendo. I risultati dell'autopsia non facevano alcuna luce: l'esame della ferita, molto netta, annerita dal fumo dell'arma, dimostrava che il colpo doveva essere stato esploso da una distanza di circa mezzo metro: se ciò confermava l'ipotesi del suicidio, non infirmava quella dell'assassinio, perchè l'omicida aveva potuto trarre il colpo da presso. Neppure le lesioni interne, il cammino del proiettile che seguiva una linea inclinata dal basso all'alto, permettevano di dare un giudizio preciso. Sulla persona della morta nessuna traccia di violenza: nè alle mani, nè ai polsi, nè al collo. Mancando pertanto qualunque prova reale a sostegno d'una delle due sopposizioni, il Ferpierre sperava di trovarne qualcuna morale nel libro di memorie sequestrato con altre carte in casa della defunta. La stessa notte dell'autopsia, con la febbre della curiosità suscitata in lui dal mistero, le lesse. Le prime pagine delle memorie non portavano date, ma si riferivano evidentemente all'adolescenza della contessa. Cominciavano con le impressioni della fanciulla all'uscire dal collegio, con le manifestazioni della gioia che l'aveva occupata nel rivedere la sua casa, nel ritrovarsi col padre. Pure ella non rammaricavasi del tempo passato lontano; le pagine dove diceva le dolcezze della sua nuova vita erano ancora piene dei ricordi dell'antica. «A quest'ora le mie compagne sono in giardino; suor Anna passeggia nel viale della fontana, leggendo nel libro che non finisce mai, poveretta, per vegliare sulle sue figliuole; le -Inseparabili- si perdono, a braccetto, sotto i tigli; Rosa Bianca se ne sta soletta con i suoi pensieri; le -Matte- corrono, gridano, giocano; chi si ricorda di me come io mi ricordo di loro?» Il sentimento predominante era l'adorazione per il padre. «Ora ho saputo che il babbo m'ha tenuta in collegio credendo di non poter bastare, come uomo, alla mia educazione, ai miei piaceri. E invece noi c'intendiamo sempre, in ogni cosa. Egli dice che sono io troppo seria quando m'accordo con lui nei pensieri gravi; io dico invece che egli stesso è troppo buono quando partecipa ai miei pensieri futili o folli. La verità è più semplice, e domani glie la vo' dire: come mai non l'ho pensata prima? Sono sua figlia: che c'è da stupirsi se gli somiglio? «Mi piace tanto prendere il suo braccio, quando andiamo attorno! Ma forse è più bello quando egli prende il mio. Allora sono quasi orgogliosa che il babbo mio, un uomo così forte e grande, s'appoggi a me; mi pare che io sia buona a qualche cosa per lui; ma poi ho una gran paura di non esser veramente buona a nulla... «Bisogna che io dica al babbo una cosa della quale mi vengo accorgendo. Egli teme che io mi annoi, sola sola, in questa gran casa: si vede che il suo studio è di farmi svagare, di procurarmi piaceri e divertimenti. Oggi ha sgridato Giovanni, che tardò tanto a passare dal teatro da non trovare più nessun palchetto disponibile: è in collera perchè non mi potrà condurre a questa rappresentazione, non già perchè voglia andarci lui. Giulia m'ha detto che egli non andava mai al teatro, quand'era solo. Povero babbo, quanto mi duole che si sacrifichi per me! Prima andava al circolo, tutte le sere; ora mai più. Ho dovuto pregarlo tanto perchè non trascuri troppo i suoi amici!... «Ho detto male; egli non fa sacrifizii per me, come io non ne faccio per lui. Far piacere alle persone che vogliamo bene è il maggior piacere. Ma io vorrei persuaderlo che ha torto di temere che m'annoi. Io non mi sono annoiata mai. Paola Lerani ripeteva sempre un intercalare: «Figlia mia, la noia è grande!» Dava a tutte della -figlia-, anche alle maggiori di lei, e s'annoiava sempre, di tutto. I suoi parenti tardavano a portarla via dal collegio, ma ella non se ne doleva: «Figlia mia, la noia è grande!» Si annoiava a giocare, a studiare, a passeggiare, a lavorare, ad andar fuori, a restar dentro: non si sapeva che cosa fare per guarirla della sua noia. Doveva soffrire d'una malattia, poveretta. Forse che il babbo crede ammalata anche me?...» Tratto tratto ella parlava dei suoi mali fisici, delle inquietudini del padre per la salute di lei: giudicava che egli fosse più abile d'una suora nel curare gli infermi. «Quasi io desidero di star poco bene per vederlo seduto al mio capezzale, per udirgli narrare le storie con le quali mi distrae, per vederlo andare attorno, preparare le medicine, apparecchiare un tavolino proprio accanto al mio letto, togliere di mano a Giulia ogni cosa e far egli stesso ogni cosa, meglio di suor Anna!... «Oh, no! povero babbo mio, non voglio più restare a letto; voglio sentirmi sempre bene e avere una bella ciera e fare il chiasso perchè tu ti rassicuri, perchè non t'affligga tanto a causa mia. L'altro giorno, mentre i dottori mi esaminavano, lo vidi dallo specchio: non s'accorgeva d'essere guardato, e teneva le mani strette l'una nell'altra, e tendeva il capo verso di noi, respirando a fatica, come se l'ammalato che aspettasse il giudizio dei medici fosse egli stesso!... «Mi pare certe volte, quando ho il mal di capo, o sono infreddata, o non posso neanche assaggiare certe cose, che il mio babbo abbia i miei malanni o le mie nausee: se tossisco mi pare che anche a lui dolga il petto, se sento freddo che anch'egli ne senta. È bello volersi bene così!» Ella era così alta e il padre ancora tanto giovane, che talvolta li prendevano per fratello e sorella; questo errore della gente le faceva un immenso piacere; ed ella anche pensava che non fosse errore tanto grande quanto pareva: «Un fratello potrebbe fare di più per me? Il fratello di Virginia non dà altro che dispiaceri a lei ed a tutta la famiglia; anche quando sono buoni gli uomini non capiscono tante cose, le cose che non ci piacciono; mentre invece il mio babbo!...» Ed anche di questo fatto ella trovava la spiegazione: «Egli amò tanto la povera mamma, che prese tutti i suoi gusti, tutte le sue abitudini, i suoi modi di pensare e di sentire. E tutto il bene che ella mi voleva, quando ero in fasce, lo ha preso lui e me lo ha serbato e ora me lo dà. Fu una gran disgrazia la morte della mamma mia, parliamo sempre di lei, l'abbiamo sempre presente; e se potessi vederla un giorno! Ma quando egli si duole perchè da solo non può bastarmi, non ha ragione: io ringrazio il Signore d'avermi dato un padre come il mio, che mi vuol tanto bene, che non mi lascia desiderare mai nulla.» Ella stessa temeva di non bastargli, e non tanto per sè quanto per lui pensava che, se avesse avuto una sorella, in due sarebbero meglio riuscite a farlo felice. Le famiglie molto numerose e concordi le facevano invidia: «Quando si è in tanti ciascuno dice la sua, ciascuno ne pensa qualcuna, gli umori diversi reagiscono l'uno sull'altro e si modificano; mentre una persona sola può essere tutt'in una volta, seria e allegra, può pensare a tutto, prevedere e far tutto? Quando sto poco bene il desiderio di una sorella che tenga allegro il babbo, che gli allevii le cure ed i pensieri diviene più forte.... Ho detto al babbo questa mia idea; egli si contenta di me sola, non vorrebbe dividere in due il bene che mi vuole. No, babbo mio; il bene non si dividerebbe in tal caso: si sommerebbe...» E quantunque l'amore del padre la occupasse tutta, ella sentiva che nel suo cuore c'era posto per un affetto diverso. Confessava la prima volta questo sentimento nel provare un secreto senso di vergogna all'idea che il padre potesse leggere in quel suo giornale: «Il babbo non sa che la sera, prima di andare a letto, io mi metto di tanto in tanto a scrivere in questo libro. Ieri è venuta giù una gran pioggia alle undici, quando egli credeva che fossi addormentata: sapendo che ero ancora desta mi ha domandato se mi sentivo male. L'ho tosto rassicurato; ma non ho soggiunto che mi sentivo tanto bene da restar levata per poter scrivere in questo libro. È male che io mi nasconda dal babbo. Certe volte mi propongo di confidarmi a lui, di dargli da leggere ciò che scrivo. Non sono le stesse cose che gli dico a voce, ogni giorno? Ma non so: ho vergogna e quasi paura. Talvolta mi pare anche di far male a scrivere qui. Camilla Sergondi mi fece venire la prima volta quest'idea, di scrivere la nostra vita, al collegio; ma non cominciammo mai. Però, tutte le sere, ringraziando il Signore della giornata trascorsa felicemente, io ripensavo alle cose accadute, a ciò che avevo fatto, che avevo detto, che avevo pensato; quanto a scrivere, non sapevo da che parte rifarmi, perchè tutti i giorni erano gli stessi; allora aspettai d'essere a casa: e così ho cominciato. Ora me ne pento perchè non so confidarmene al babbo. E poi, qualche volta, come ora, mi pare inutile scrivere queste cose: le cose che penso sempre non hanno bisogno d'essere scritte; certe altre non le so scrivere, non le posso.... Perchè vi sono certe cose che non si possono scrivere, e neppur dire? Ma se avessi una sorella! A lei direi tutto, lo sento!...» Un giorno finalmente, non potendo a lungo mantenere il secreto col padre, gli aveva confidato che teneva quel diario. Per fortificar la memoria ella vi soleva ricopiare le poesie che più le piacevano: c'erano versi del Prati, dell'Aleardi, del Manzoni, di Shelley, di Byron; un giorno, recitando al padre una poesia di Victor Hugo trascritta da un giornale e non rammentandola bene, era andata a prendere quel suo libro: «Ho detto al babbo che qui ricopio le belle poesie e scrivo le mie impressioni. Quantunque risoluta a dirgli tutto, pure speravo che egli non avrebbe voluto leggervi. Quando mi domandò: «Mi lasci vedere?» gli diedi il libro, ma credo d'essermi fatta molto rossa in viso. Il babbo ha letto qualche rigo, in due o tre pagine soltanto, poi l'ha chiuso, abbracciandomi strettamente, baciandomi in fronte, anch'egli con gli occhi rossi. Allora, venutomi un gran coraggio e quasi un pentimento della mia paura, l'ho pregato di leggere tutto; ma egli non ha voluto. Ho dovuto leggere io stessa. E così la vergogna se n'è andata e ora mi sento come liberata, da un gran peso, e contenta, contenta...» Ella nominava la prima volta il conte Luigi d'Arda nel parlare di poesia e d'arte; quel nome tornava poi spesso, quasi sempre a proposito di libri e di cose letterarie. Intimo amico del padre, suo compagno di gioventù, il conte era dei pochissimi che frequentavano casa Albizzoni; la giovinetta dava di lui giudizii molto favorevoli. «Come si vogliono bene il babbo ed il conte! Somiglia al babbo, l'amico suo; è buono come lui, ha quasi la stessa sua aria... «Oggi il conte mi ha mandato i romanzi del Walter Scott.... Oggi ho avuto dal nostro buon amico i drammi di Metastasio.... «Egli si esercita ancora alla scherma; il babbo invece ha smesso da molto tempo. Ne hanno parlato a proposito dei duelli che il Tasso descrive nella -Gerusalemme liberata-; per chiasso il conte ha sfidato il babbo, ma questi ha risposto, scrollando il capo: «Non sono più cose dell'età nostra!...» La sua risposta m'ha fatto tanto dispiacere! Forse che si crede vecchio? Ha quarantanove anni appena! Anche all'amico suo la risposta deve aver fatto male, perchè non ha più detto niente, ed anche è andato via più presto del solito.... «Oggi il nostro amico ha mandato tanti libri inglesi che non so più dove metterli. M'accorgo che siamo quasi sempre dello stesso sentimento intorno ai libri che leggiamo. Egli ha tanto letto e studiato che non ardisco dire la mia opinione quando me la richiede; allora dice egli la sua, ed a me non resta da far altro che assentire.... «Ora comincio a farmi coraggio, sentenzio anch'io di tanto in tanto, ed egli loda il mio gusto... «Ancora libri! Il babbo ha detto per chiasso che il conte è il mio fornitore. «Oramai è cosa intesa: egli è il mio fornitore; mi ha chiesto anzi il permesso di alzare lo stemma di casa Albizzoni sulla sua libreria; io glie l'ho accordato: come s'è riso! «Mi piace tanto di veder ridere il babbo e l'amico suo! Nelle persone che ordinariamente sono serie il riso ha un altro sapore, non rallegra tanto quanto intenerisce. «Oggi il conte ha disegnato il nostro stemma che dovrebbe mettere sulla sua libreria: disegna benissimo e con una sveltezza straordinaria. Mi ha spiegato che lo scudo per le damigelle è di forma diversa da quella delle dame e dei cavalieri; ha parlato tutta la sera d'araldica e di cavalleria, ho imparato una quantità di cose che ignoravo. «Il babbo che ha sempre tanta fretta di passare dalla mia sarta non si occupa dei proprii abiti: ho dovuto pregare il suo amico di persuaderlo a pensare un poco anche a sè. «Scherzano tra loro, a proposito delle cose della moda; il babbo ha osservato, ed anch'io, veramente, che l'amico suo è d'un'eleganza squisita, da un certo tempo; e mi spiega sempre, a proposito del taglio delle giacchette e delle fogge delle cravatte: «Questa è l'-ultima parola- di Gironi.... Questa è l'-ultima parola- di Vassier...» Gironi è il sarto, Vassier il cravattaio... «Oggi ancora libri; ma questa volta sono accompagnati da un cartoncino come quelli che adoperano i negozianti per diffondere il loro indirizzo: c'è su il nostro stemma, miniato perfettamente, e poi una scritta che dice così: -Libreria internazionale di Luigi d'Arda, Fornitore di Sua Grazia la Marchesina Fiorenza Albizzoni-Vivaldi....- Come ha riso il babbo! «Aspettiamo la fattura!...» gli ha detto, continuando lo scherzo; e il conte, serio serio: «La nostra casa regola i conti a fin d'anno.» «Ora anche il babbo mi dà della -Vostra Grazia-, e quando parlano di me tra loro dicono sempre: «Sua Grazia la marchesina.» La mia Grazia è commossa da tanta grazia!... «Il conte d'Arda, l'ho saputo oggi, è più giovane del babbo: ha quarantaquattro anni. Non so bene se questa cosa mi fa piacere o dispiacere...» Una pagina bianca interrompeva a questo punto il diario. Il manoscritto ricominciava poi, con altro inchiostro e anche con carattere un poco modificato: «Oggi partiamo. Non scrivo più da oltre sei mesi. Quante cose in questo tempo! Non importa che non abbia scritto nulla su queste pagine: sta tutto scritto qui, nella memoria, nel cuore. Luigi ha pianto, il babbo cercava di farsi forza, ma non riusciva a contenere la sua commozione. Quando li ho visti abbracciarsi, con gli occhi ridenti e lacrimosi, allora ho pianto anch'io. Sua Grazia la Marchesina Fiorenza Albizzoni-Vivaldi non c'è più...» E il giudice Ferpierre, sostando perchè il manoscritto era di nuovo interrotto, ricostruiva con l'imaginazione le cose taciute dalla narratrice. Il conte d'Arda, che aveva visto nascere la figliuola dell'amico suo e che l'amava da bambina come un altro padre, s'era dovuto sentir vincere, dinanzi alla giovanetta, da un sentimento diverso, più dolce e tormentoso. Certo aveva tentato di resistergli, pensando alla grande disproporzione dell'età, soffrendo d'una pena secreta e quasi vergognosa tutte le volte che l'amico ancora ignaro alludeva alla loro giovinezza tramontata; ma l'amore era stato più forte ed aveva suggerito i suoi persuasivi ragionamenti. A quarantaquattro anni poteva egli dirsi vecchio? Se la sua persona e il suo carattere non dispiacevano alla giovinetta, che cosa importava la differenza degli anni? L'esperienza acquistata con gli anni non faceva di lui un partito più conveniente di tanti altri?... Ma sopra ogni cosa l'amicizia che lo legava al padre non dava garanzia che egli avrebbe consacrato tutta la vita a rendere felice la figlia dei fratello suo? Per l'assidua e intima frequentazione di quella famiglia non era già come se egli fosse entrato a farne parte?... E questo argomento doveva aver persuasa la giovinetta. Senza dubbio il marchese, stupito nel comprendere la speranza dell'amico, aveva esitato prima di secondarne la domanda, e in ogni caso aveva lasciato libera la figlia di accoglierla o di rifiutarla; ma con altrettanta certezza si poteva pensare che l'idea di affidare la fanciulla a un cuore provato come quello dell'amico doveva avergli sorriso. La giovinetta, leggendo nell'anima del padre come nella sua propria, comprendendone la secreta inclinazione, sicura dell'affetto del conte, doveva aver sofferto per quelle care persone ed anche un poco per sè stessa all'idea che la loro intimità potesse un giorno finire, e accettato quindi l'idea di renderla imperitura; non conoscendo altri uomini, non facendo ancora differenza tra amore e amore, aveva acconsentito. Il Ferpierre vedeva confermate le sue deduzioni nei fogli successivi: quantunque le date mancassero ancora, questi dovevano essere scritti dopo il viaggio di nozze: «Nulla è dunque mutato: rieccoci insieme come un tempo. Allora Luigi veniva da noi; ora è il babbo quello che viene a trovarci. Non ha egli stesso voluto che si facesse una casa sola: a me sarebbe piaciuto tanto, e a Luigi pure. Tutto ciò che mi piace piace a Luigi; il nostro accordo sulle cose dell'arte e del pensiero continua intorno alla vita. «Il babbo mi domanda se sono contenta: io ringrazio il Signore della felicità che mi accorda. Che ci accorda. Egli quasi non crede all'accaduto. L'idea che, maritandomi, io potessi capitar male, era il suo tormento. Luigi mi domanda se l'amo; io non so come provarglielo. «Mi pare che tutti e due dubitino, l'uno della mia felicità, l'altro dell'amor mio. Non insistono nel volerne l'assicurazione, ma leggo nei loro sguardi una secreta ansietà, quasi ch'io nascondessi loro qualcosa. Tutto ciò perchè mio marito ha quarantaquattro anni! Se ne avesse trentaquattro non dubiterebbero!... «Che piacere! che piacere! Ho potuto finalmente persuadere Luigi della verità. Gli avevo detto, in viaggio, che ho scritto in questo libro certi miei ricordi dal giorno che uscii di collegio, e gli avevo promesso di darglieli da leggere. Egli voleva sapere se parlavo di lui, che cosa ne dicevo, che giudizio ne davo. Venuti a casa, non me ne chiese più; l'altro giorno che glie ne riparlai io stessa, mi rispose che non voleva leggere nel mio giornale. La sua ragione non mi parve buona: disse che le cose da me confidate alla carta non andavano svelate: invece era sempre la paura di scoprire che non mi fosse parso abbastanza giovane, che mi fosse piaciuto poco. Allora l'ho pregato di starmi a sentire, ed ho letto io stessa. Quando sono arrivata alle ultime righe, mi ha chiesto, con gli occhi rossi, di spiegargliele. Le ultime righe, prima del nostro matrimonio, dicono così: -«Il conte è più giovane del babbo: ha quarantaquattro anni. Non so bene se questa cosa mi fa piacere o dispiacere.»- «Ed io glie le ho spiegate come meglio ho potuto. Saperlo più giovane del babbo mi fece un senso di pena per il babbo mio, giacchè io vorrei che per lui il tempo non solo non passasse, ma tornasse indietro; ma poi, pensando che il babbo aveva me, mentre l'amico suo era solo, mi piacque e mi parve anche giusto che questi fosse più giovane, perchè doveva anch'egli prender moglie e crearsi una famiglia. Come mi ha abbracciata, Luigi! Che occhi ridenti! Che parole d'amore! Non l'ho visto mai tanto felice, neppure il giorno che gli dissi di sì! Ora non può più dubitare che i suoi quarantaquattro anni mi sembrino troppi; è anzi persuaso che l'idea di sposarlo non mi dovè sembrare poi tanto stravagante come egli ed il babbo temevano. Mi parve anzi naturale. Pensai un momento, è vero, che Luigi aveva il doppio dell'età mia; ma l'età degli uomini non si conta come quella delle donne. E poi, chi darebbe quarantaquattro anni a mio marito? Non importa l'età, importano le qualità dell'animo; e della bontà di Luigi io avevo questa gran prova: che è amico del babbo. Tutto ciò che gli avevo udito dire in due anni d'intimità mi dimostrava che il suo modo di pensare e di sentire è delicato, gentile, squisito, che il suo ingegno è alto ed eletto, che la sua cultura è varia e profonda. «E ora capisco che la quistione è un'altra: Luigi non aveva tanta paura che non mi paresse giovane abbastanza, quanto che non mi piacesse come persona, come viso. «Ebbene, se certe volte io ho giudicato stupida l'abitudine di prendere queste note, e se certe altre invece l'ho approvata, oggi mi pare che sia stata proprio una fortuna averle scritte, poichè ho potuto convincere Luigi con quella famosa esitazione. E così avessi scritto bene tutta la mia precisa impressione di quella volta che, sfidando il babbo per chiasso, prese un fioretto dal trofeo d'armi e si mise in guardia! Stava così bene con l'arma lucente in mano, con gli sguardi lampeggianti come la spada, era così forte ed agile che mi parve veramente una figura balzata fuori da quei romanzi di Walter Scott che mi piacciono tanto. Non pensavo ancora di poterlo sposare, ma pensai benissimo che potevo essere la dama per la quale egli scendeva in campo. E se sapesse che piacere diverso, non ancora provato, quando mi mandò quel cartellino dove si diceva, per chiasso, -Fornitore di Sua Grazia la marchesina Fiorenza!- Su quel cartellino si trovavano insieme i nostri nomi, come sopra una partecipazione nuziale: era scritto! Neppure allora io pensai con precisione che un giorno avremmo potuto essere uniti come ora: ma notai sì, che i nostri nomi erano messi accanto, pensai che egli stesso li aveva accoppiati, che m'aveva chiamata -Sua Grazia-, e sentii che il cuore mi batteva forte forte... «Ah, se avessi scritto queste cose Luigi ora non dubiterebbe. Ero sul punto di dirgliele, ma poi le tacqui; un poco perchè egli si trovava in una delle sue ore di dubbio, un poco perchè pensai di far meglio scrivendole su questo libro dove egli le leggerà un giorno. Giacchè non crede, non merita ch'io le dica a lui; le confido a queste pagine che erano già destinate ad accoglierle. Se le scrivo più tardi di quando le pensai, non vuol dire che non siano vere!...» E sotto quelle parole, a caratteri più grossi, più irregolari, tracciati con mano tremante, stava scritto: «Ha letto! Ha creduto!...» Così continuavano quelle memorie, piene delle espressioni d'un'intima contentezza, rivelatrici di un'anima amante, candida e schietta, della quale il giudice Ferpierre ora quasi s'innamorava. Maritata in quelle condizioni, con uno che poteva esserle padre, non era però da prevedere che la giovanetta dovesse rinunziare alla vivace felicità e ottenere, nella migliore ipotesi, la quiete; una quiete presto o tardi insidiata dalle imaginazioni d'un bene maggiore?... Le confessioni della morta distruggevano questo sospetto. Il Ferpierre amava credere che, se la narratrice non fosse stata felice, se avesse sentito d'essersi ingannata sposando il conte d'Arda, lo avrebbe confessato schiettamente, interamente; ma poichè ella aveva riconosciuto una volta di sentir cose che non poteva scrivere, forse non avrebbe nettamente dichiarato il proprio inganno; fors'anche, invece di adombrarlo, non avrebbe più scritto nulla, ed il silenzio sarebbe stato ancora più eloquente. Ma, non che tacere, non che alludere al disinganno, ella insisteva tanto nelle manifestazioni d'un affetto ingenuo e caldo ad un tempo, che il giudice non poteva dubitare della sincerità di lei. Del resto quell'amore d'una giovane di vent'anni per un uomo d'oltre quaranta era proprio incredibile? A spiegarlo il Ferpierre non teneva tanto conto delle qualità morali dello sposo quanto delle fisiche; e fra le carte rinvenute presso la defunta egli aveva visto alcune fotografie di parenti e d'amici, due delle quali, per dichiarazione di Giulia Pico, erano del conte: la figura di quell'uomo aveva una bellezza così forte e nobile, così piena di espressione, che l'amore della giovane sposa ne restava giustificato. E per lunghe e lunghe pagine ella non parlava d'altro: narrava orgogliosa tutte le prove d'amore datele dal marito, trascriveva le sue parole innamorate, esultava nel vederlo oramai ricreduto, nel sapere suo padre sicuro della loro felicità. Bruscamente una pagina bianca interrompeva ancora il giornale: sulla seguente una sola riga era scritta: «Padre, padre mio, vivi! Vivi per me!...» E null'altro. Il Ferpierre quasi udiva il grido della disperata preghiera che al capezzale del padre agonizzante rompeva dal petto della figlia devota. Invano: nella pagina successiva una ciocca di capelli grigiastri era passata fra due tagli del foglio, con una data al margine: -3 giugno 1886.- Poi il libro era pieno di memorie del morto: la contessa affidava a quelle pagine i più cari suoi ricordi di figlia con un dolore così cocente ma confortato dalla cristiana speranza, che, a certi passaggi, pareva parlasse ancora del padre vivo, come al principio del libro. Ma il giudice percorreva rapidamente quelle pagine, impaziente d'arrivare al dramma che presentiva immancabile. Col tempo, con la vecchiezza del marito, con le seduzioni del mondo, non era fatale che la calma felice di quella donna finisse? Come avrebbe ella parlato della tentazione? Non ne parlava. Il diario aveva però una lacuna maggiore delle precedenti; la scrittura appariva, dopo un'interruzione, ancora più modificata; e il senso delle nuove note riusciva incomprensibile. «.... Io ne sono sicura. Le sue parole mi ritornano tutte alla memoria. Allora ne sorridevo, ne insuperbivo: oggi pago la superbia d'un tempo. A certi momenti dubito che la colpa sia mia. Che cosa avrebbe fatto un'altra? La colpa è certamente della mia ignoranza, della mia inesperienza... «Non volle o non potè parlare? Forse non volle e non potè. Una sola volta gli domandai: «Ma come? Com'è stato?...» L'odo ancora rispondere, torcendo gli sguardi: «Più tardi...» «Egli non credeva che l'uccidersi fosse male imperdonabile. Uccidersi per non saper vivere era a suo giudizio viltà; ma in altri casi la morte volontaria non era per lui condannabile. Molte volte discutemmo questo problema: egli mi dimostrò che il mondo onora giustamente chi si sottrae con la morte al servaggio, alla vergogna, al disonore; chi morendo salva od aiuta i suoi simili. Uccidersi per castigarsi, diceva ancora, è giustizia... L'incertezza del Ferpierre sul significato di queste parole durò poco: il pensiero della narratrice si veniva precisando da una pagina all'altra: ella pensava che suo marito non fosse morto per una disgrazia, ma deliberatamente; che avesse cercato la morte tremenda sotto le ruote d'un convoglio. «Le persone presenti dissero, e dicono ancora, di non capire come egli non udisse le loro grida, non vedesse i loro gesti disperati. Una di quelle vertigini delle quali soffriva nell'ultimo anno potrebbe spiegare l'accaduto, se io non sapessi. «La sua tristezza era mortale. Quando glie ne chiedevo la ragione mi guardava così dolorosamente come se fosse sul punto di perdermi. Un giorno, molto lontano, quando mi parlò la prima volta della sua vita di scapolo, le parole erano così sdegnose sulle sue labbra! E la certezza d'essersi finalmente sottratto all'errore, alla colpa, gli dava tanto conforto!... «Era severo e quasi senza perdono, nonostante la sua bontà, per i traviamenti della passione. La rovina del suo amico che aveva abbandonato la famiglia gli pareva meritata: non lo persuadeva all'indulgenza neppure la morte nella solitudine e nella povertà... «Io sentivo ciò che accadeva. Non parlai. Ebbi paura. Ebbi paura di pensare. «Non sono sincera. Non dico tutto...» E il Ferpierre, vedendo che nelle pagine seguenti ella non parlava più del dramma, sostò ancora una volta per meditare sulle cose lette. Tra quelle due anime la tentazione si era insinuata; ma l'uomo, non la donna l'aveva accolta! Le ultime parole di lei: «Non sono sincera, non dico tutto...» significavano forse che ella non aveva accusato il marito perchè non si sentiva neppure senza peccato? Quantunque all'esperienza del giudice poche cose paressero impossibili, quantunque egli anzi prevedesse che alla troppo giovane sposa il calmo affetto d'un marito troppo vecchio non dovesse un giorno bastare, ora l'idea che ella avesse potuto fallire gli repugnava. Egli si era venuto tanto affezionando alla figura della morta nel leggerne la storia, la vedeva così nobile e pura, sentiva in ogni pagina di quelle confessioni una schiettezza così semplice, che il senso della reticenza ne restava naturalmente giustificato. «Ebbi paura di pensare. Non sono sincera. Non dico tutto...» Nel punto che scriveva quelle parole non pensava ella che il tradimento del marito al quale aveva portato tanto amore, il tradimento di chi aveva dubitato dell'amore di lei credendosene indegno, di chi aveva promesso dedicare tutta la vita a meritarlo, a serbarselo, fosse in lui una colpa grave, un immeritato castigo per lei? Non pensava ella che quell'uomo aveva mentito o che si era vantato d'una forza della quale mancava? Se turbatrici seduzioni eransi esercitate anche su lei e se ella aveva saputo domarle e disperderle, ella che a giudizio del mondo sarebbe stata più scusabile d'accoglierle, non doveva considerare severamente la debolezza di quell'uomo? Tutto il dolore che il disinganno, che la scienza del male fino a quel giorno insospettato destavano nell'animo della sposa si esprimeva con quella frase: «Ebbi paura di pensare...» e il Ferpierre, rileggendola, s'affermava nella sua spiegazione, riconosceva che l'imprevista soluzione era logica: illogico, o almeno troppo ligio al preconcetto era stato egli stesso nel prevederne una contraria. Che il conte d'Arda, vissuto fino a quarantaquattro anni la vita necessariamente dissipata dello scapolo senza sentire più presto il bisogno d'un affetto legittimo, si riducesse durabilmente a quella del marito esemplare e s'appagasse dell'ingenuo amore della giovinetta era forse naturalissimo? Ed era innaturale ed inammissibile che la sposa amante ignara del mondo circoscrivesse tutta la gioia nel suo nuovo stato? I particolari del dramma sfuggivano al Ferpierre, ma egli li ricostruiva con l'imaginazione. Un'altra donna, una donna tutta diversa dalla contessa, molto esperta, senza scrupoli, aveva sedotto Luigi d'Arda: egli aveva tentato di resistere persuaso dell'infamia che avrebbe commessa tradendo la giovanetta, dandole l'esempio del male, egli cui non solo il dovere ma anche l'interesse consigliavano di seguire la rigida via dapprima tracciatasi; ma la tentazione aveva dovuto vincerlo. Che cosa bisognava pensare del sospetto della contessa, che egli si fosse data la morte? L'anima alta di lei attribuiva allo sposo la volontà di castigarsi se era stato incapace di evitare l'errore? Oppure l'imaginazione romanzesca della donna vedeva un suicidio dove non c'era altro che un disgraziato accidente? Mistero nel mistero; ma questo doveva restare impenetrabile, se oramai il suggello della morte aveva chiuso le labbra dei due attori del dramma. La tentatrice sola, se viveva, avrebbe potuto rischiararlo; ma che, soccombente mal suo grado alla colpa, il conte avesse voluto morire per punirsi, per evitare d'essere in vita peggio punito con la caduta della sposa a cui aveva additato le vie del male; o che, anche pensando queste cose, la sua morte fosse opera del caso, oramai poco importava. Con raddoppiata curiosità il Ferpierre continuava la lettura delle memorie in cerca di ciò che più gli premeva. Dopo i rapidi accenni alla sciagura egli non trovò altro che descrizioni di paesi. La giovane vedova portava il suo lutto di luogo in luogo, lungo il Reno, in Olanda, in Iscozia; qui soltanto le memorie erano datate. Pareva che, come l'esperienza l'aveva maturata, così anche il suo pensiero e il suo stile si fossero fortificati; certi paesaggi erano ritratti con tocchi sobrii ma vigorosi, le imagini erano nitide ed evidenti. Qua e là, fra le descrizioni, si trovavano schizzi a penna ed a matita, vedute di luoghi, riproduzioni di tipi; e il tocco della disegnatrice era aggraziato e fermo ad un tempo. Di tratto in tratto ancora alcuni giudizii morali senza apparente relazione con le note vicine, dimostravano come, dietro l'esteriore tranquillità, un secreto lavorìo la tormentasse. A un punto ella diceva: «Non basta saper regolare le nostre azioni esterne, bisognerebbe poter guidare il pensiero intimo.» Voleva ella forse dire con queste parole che, libera e sola, tentatrici persuasioni, alle quali pur sapeva resistere, l'assediavano con suo dolore? E non era troppo naturale che così dovesse essere? «La legge del perdono è necessaria perchè il male è universale; e senza di essa nessuno potrebbe sperare di salvarsi.» Quest'idea derivava da una persuasione astratta o non piuttosto dalla coscienza di una qualche colpa personale? A poco a poco ogni altro soggetto era posto da parte: in alcune pagine non si leggevano altro che speculazioni intorno ai problemi nella vita. «L'ingiustizia è grande nel mondo; nessuno è più degno d'encomio di chi intende ripararla.» «Vi sono due specie di leggi: le leggi della natura e quelle dell'anima: molte volte la legge ideale consiste nell'operare contro alle impulsioni naturali. Ciò mi stupiva una volta, ora non più. Quello di affrancarsi dalle leggi naturali è il bisogno più alto e lo sforzo più nobile: il merito consiste nella difficoltà da superare. «Non molte volte, ma sempre c'è opposizione tra le due specie di leggi; non è possibile in questa vita comporle, perchè senza lo sforzo non ci sarebbe bene. Questa è la gran prova. «Chi dice che è stolto predicare l'eguaglianza degli uomini perchè essi sono naturalmente diseguali, non sa di dire una eresia morale. Altrettanto giusto sarebbe dire che è stolto predicare il sacrifizio perchè l'egoismo è legge della natura. Se l'amore di noi stessi è il primo nostro bisogno reale, reprimerlo e posporlo all'amore degli altri dev'essere il primo nostro bisogno ideale. Gli uomini sono nativamente diversi: questa verità ingrata ci suggerisce l'ideale dell'eguaglianza. Sono idee che mi sembrano semplici; egli dice che sono rare...» L'attenzione del giudice crebbe in quel punto. «Egli» non era il principe Alessio Petrovich? Quei ragionamenti intorno al problema sociale non datavano dal tempo nel quale i due amanti si erano incontrati? La narratrice pareva rispondere alla domanda che il Ferpierre si rivolgeva mentalmente, perchè da una pagina all'altra il tema delle memorie mutava e dalle speculazioni astratte ella passava a più intime confessioni. «No, io non avevo ancora provato un turbamento simile. Volevo negarlo, ma non posso. Quest'ansia, questa febbre m'erano ignote. «Lessi una volta che l'amore non è uno solo, e mi parve che lo scrittore mentisse od errasse, che non vi fosse se non un modo d'amare. No: egli ha ragione. L'affetto d'allora non somiglia al tumulto d'oggi; Luigi che era più esperto di me lo sentiva e non si contentava di ciò che gli davo. Dubitava dell'amor mio perchè non lo vedeva impetuoso e veemente. Mio padre dubitava della mia felicità per ciò. Dubito ora anch'io?... «Fiocchi di nebbie s'insinuano fra le cime dei monti, strisciano come draghi, s'annodano come bende, si stendono come veli; un lato del lago è scomparso fra le nubi, le acque ora non sono più circoscritte, formano come un golfo aperto sopra un oceano misterioso. Odo ancora la voce di lui. Io sono felice... , 1 , , . 2 , ' , 3 ' ' ; , 4 . . . 5 6 , . 7 8 . , : 9 10 - - ! ! ! . . . 11 12 13 ' . 14 ; : 15 16 ; : 17 18 - - ' ! . . . ! . . . ' ! . . . 19 20 ' ' , 21 ' 22 , 23 ' , ' . . . 24 25 . 26 , 27 , 28 , , . 29 , 30 , ' 31 . , 32 , 33 ' 34 . ! ! ' 35 , , , , 36 ; ' , 37 ' , 38 , , 39 ; ; 40 , ' 41 ' ; 42 , , 43 , 44 ; , . 45 ? ! 46 47 ' , ' 48 ' . . , 49 , 50 . 51 . 52 ? 53 , 54 , 55 ? 56 , ; 57 , , ' . 58 ? ? ? . . . 59 , ' 60 61 . ' . 62 ' : , 63 ' , 64 , 65 : , , 66 ' , 67 . ' 68 69 ; ' , 70 , , 71 ' . 72 73 ? 74 ' 75 ' ! 76 77 . 78 , . , 79 . 80 . ; 81 ' . ' 82 , . 83 , , , 84 ' , . 85 ' , 86 . ' 87 , , . ' 88 , , ; ' 89 ; 90 ' . 91 ' ; 92 : 93 . 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