Spasimo
Federico De Roberto
F. DE ROBERTO
Spasimo
MILANO CASA EDITRICE GALLI
-Galleria Vittorio Emanuele 17-80-
1897
PROPRIETÀ LETTERARIA
Tipografia degli Esercenti, Milano, Via V. Monti, 31
I.
IL FATTO.
Chi passò l'autunno del 1894 sul lago di Ginevra rammenta ancora senza
dubbio il tragico caso di Ouchy, che produsse tanta impressione e diede
così lungo alimento alla curiosità non solo tra la colonia dei
villeggianti sparsi per tutte le stazioni del lago, ma anche nel gran
pubblico cosmopolita cui i giornali lo riferirono.
Il 5 ottobre, pochi minuti prima di mezzogiorno, un colpo d'arma da
fuoco e grida confuse partiti dai -Cyclamens-, villa posta a mezza
strada fra Losanna ed Ouchy, ruppero violentemente l'abituale
tranquillità del luogo e attrassero vicini e passanti. Questa villa era
stata presa in affitto da una dama milanese, la contessa d'Arda, che
l'abitava ogni anno dal giugno al novembre. L'amicizia di lei per il
principe Alessio Zakunine, rivoluzionario russo condannato nel capo al
suo paese, espulso indi da quasi tutti gli Stati d'Europa e ultimamente
rifugiatosi nel territorio della Confederazione, era nota da tempo.
Il giorno della tragedia i due amanti si trovavano insieme; anzi le
stesse grida del principe Zakunine, con la detonazione dell'arma, fecero
accorrere i servi esterrefatti, agli occhi dei quali si presentò una
vista tremenda: la contessa, ai piedi del suo letto, giaceva esanime,
con la tempia destra rotta da un proiettile e il revolver presso alla
mano. E quantunque lo spettacolo della morte, della morte repentina e
violenta, sia tale che nessun altro lo avanza nell'orrore, pure la
commozione più forte non era prodotta negli astanti dalla trapassata, ma
dal superstite. Come un pallido fior d'azalea venato di rosso, il volto
rigato di sangue della infelice era freddo e cereo, ma nulla rivelava
delle contrazioni dell'agonia; anzi una serenità confidente e una specie
d'ancor vivo sorriso lo animavano: con le labbra violacee un poco
dischiuse, tra le quali scorgevasi appena la perlata riga dei denti; con
le palpebre rovesciate e le pupille rivolte al cielo, la morta pareva
beata, quasi non morta ancora per poter attestare che fuor dell'umana
vita, nel silenzio e nell'ombra, ella trovava alfine il bene e la gioia.
Livido e disformato, con i capelli irti sulla fronte madida di sudore
gelato, gli occhi folli, le labbra, le mani, tutta la persona tremante
come per febbre, il principe Alessio incuteva paura. Chiamato aiuto con
rauche grida, egli stava ora in ginocchio presso alla salma,
s'insanguinava nel brancicarla, e due sole parole brevi e monotone gli
uscivano dalla bocca convulsa: «È finito! È finito!...» In quelle
parole, nell'accento lacerato col quale le ripeteva, c'era uno
smarrimento, uno strazio, una disperazione senza riparo; e non più la
morta pareva tanto da compiangere quanto quel vivo implacabile, perduto
dal dolore e quasi anch'egli insofferente di respirare. Infatti, quando
le sue mani erano stanche di carezzare le mani, i capelli, la veste
della esanime, egli se le portava alla gola con un gesto violento, come
se volesse soffocarsi; e i servi, le persone accorse tentavano di
confortarlo, di toglierlo dalla vista crudele; ma con impeto quasi
selvaggio egli respingeva allora tutti da sè, stendendo le braccia,
levandosi in piedi: aggiratosi malfermo, come ebro, per la camera
mortuaria, tornava poi ad accasciarsi dinanzi al cadavere.
La villa restava aperta agli accorrenti, nessuno pensava di vietarne
l'accesso. Dalla vicina Casa di salute era subito venuto il dottor
Bérard; ma questi non aveva potuto far altro che accertare la morte
fulminea. Come la notizia rapidamente si propagava fra la colonia degli
stranieri, i curiosi, e specialmente quanti conoscevano la contessa ed
il principe, sopravvenivano. Nessuno poteva avere qualche notizia
dell'accaduto se non dai servi; come sordo, come cieco, il superstite
non s'accorgeva delle persone che lo accostavano, che tentavano di
stringergli la mano; non udiva le parole di compianto, le domande
d'addolorata simpatia che la gente gli rivolgeva. Nè le risposte dei
servi facevano molta luce sull'avvenimento. Esse si riferivano alle
circostanze esteriori della catastrofe, dicevano che il principe era
tornato alla villa, dopo un'assenza di qualche settimana, due giorni
innanzi; che quella mattina la signora s'era levata più presto del
solito ed era rimasta forse un'ora alla terrazza mentre il suo compagno
lavorava nello scrittoio con una donna venuta a trovarlo verso le nove;
che prima di colazione la contessa aveva mandato in città la Giulia, la
sua antica cameriera italiana, per alcune commissioni; che quando la
colazione stava per essere servita lo sparo aveva fatto trasalir tutti;
che dal secondo piano, dalle camere dei padroni, il principe era sceso
come pazzo al pian terreno chiedendo l'aiuto d'un medico; che tutti
erano saliti precipitosamente nella camera della contessa, dove la
straniera, tentato invano di portarle soccorso, aveva ancora invano
tentato di confortare il disperato.
Nella confusione pochi avevano notato la presenza di questa estranea.
Era una giovane d'appena vent'anni, dai capelli d'un biondo croceo corti
ed acconciati come le chiome maschili, dagli occhi chiari e freddi,
piuttosto piccola di statura, vestita da capo a piedi di nero. Se ne
stava ritta ed immobile nell'angolo d'una finestra, con le braccia
conserte, il capo chino, quasi neppur notando la curiosità della quale
cominciava ad esser fatta segno. Nel cerchio dei più curiosi la
baronessa di Börne, dama austriaca corta e grassa, sola del suo sesso
accorsa alla villa, non la lasciava con gli occhi, pure incalzando di
domande i servi che non sapevano che cosa rispondere e rivoltandosi con
gli astanti per commentar l'accaduto.
--Povera donna! Povera amica!...--esclamava.--Ma perchè? Come mai?... E
non ha scritto nulla? Non si è trovato un suo rigo?... Forse,
cercando... È morta sul colpo? Soffriva, è vero; ma non tanto che non
potesse resistere!... Era forte, era una donna molto forte, nonostante
quella sua figura tenue e delicata... I dolori morali...
Con voce più bassa, dirigendo le parole a un giovane inglese dai baffi
rossicci, gli occhi azzurri, la fronte nuda, soggiunse:
--Credete che fosse felice?
L'interrogato rispose con un gesto ambiguo, che poteva significare tanto
consenso quanto dubbio o ignoranza.
--Quel povero principe!...--riprese allora la baronessa sogguardando
continuamente la straniera.--È uno strazio vederlo soffrire così...
Bisognerebbe che qualcuno lo persuadesse ad allontanarsi...--e queste
parole furono direttamente rivolte alla giovane sconosciuta; ma come
costei non rispose, la dama soggiunse:--Perchè non adagiano almeno la
salma sul letto?
Ella parlava di là dalla folla assiepata intorno al cadavere, e poichè
fra gli astanti le sue osservazioni erano approvate, chiesto ed ottenuto
che la lasciassero passare, s'accostò al principe, il quale stava in
quel momento appoggiato contro la spalliera del letto, con le braccia
pendenti, le mani contratte e gli occhi folli ancora rivolti alla morta.
--Non possiamo lasciarla così... Vogliamo portarla sul letto?...
Volete?...
Egli non rispose, non parve nemmeno che avesse udito. Come la baronessa
gli mise una mano sulla spalla, fremè quasi investito da una corrente
magnetica; e il suo sguardo stravolto, smarrito, perduto, esprimeva
un'angoscia tanto paurosa, che alla loquace signora mancarono un momento
le parole.
--Che sciagura!... Che dolore!...--disse, turbata.--Ma bisogna pure aver
la forza di rassegnarsi al destino!... Dottore,--soggiunse rivolta al
Bérard che si riaccostava in quel punto al principe,--vogliamo togliere
la salma di lì?... Mi par quasi che la poveretta debba soffrire, per
terra!... E tutta questa gente, non si potrebbe pregarla d'allontanarsi?
--Sì... certo...--rispose il dottore imbarazzato ed esitante.--Ma prima
di far nulla bisogna aspettare l'arrivo dei magistrati...
--Sono stati avvertiti?
--Eccoli.
Il mormorìo delle voci curiose già spegnevasi infatti nella sala
contigua: il giudice di pace del circolo di Losanna, il commissario di
polizia, un dottore e due gendarmi entravano in quello stesso punto.
Col primo suo ordine il giudice fece allontanare gl'indiscreti dalla
camera mortuaria e dalla sala: i gendarmi, dinanzi all'uscio per il
quale questa sala e l'attiguo salotto comunicavano, impedirono che la
gente s'inoltrasse. Solo la straniera col dottor Bérard che spiegava al
suo collega della polizia l'inutilità d'ogni cura e la rapidità della
morte, e la baronessa di Börne che, non richiesta, verbosamente
informava il giudice dell'accaduto, restarono con il principe e il
commissario presso al cadavere.
--A che cosa attribuiscono la risoluzione funesta? Nulla la faceva
prevedere?---domandò il giudice. Ma la baronessa, che pur non sapeva
tacere, si strinse nelle spalle alla domanda e guardò il principe per
significare che egli solo poteva rispondere.
Passatosi una mano sulla fronte, come trasognato, il principe disse:
--Sì, bisognava prevederlo... Io dovevo prevederlo...
--Soffriva molto?
--Soffriva tanto... tanto...,--rispose l'altro, con intonazione di così
cupa tristezza che lo stesso magistrato tacque un poco.
--Era inferma?--domandò quest'ultimo, dopo un breve silenzio, al
dottore.
--Sì, d'una malattia di petto.
--Lo sapeva?
--Senza dubbio. Non le si poteva nulla nascondere. Aveva tanta
intelligenza e tanto coraggio che le pietose menzogne riuscivano
inutili.
--Non si poteva sperare di salvarla?
--La sua infermità era di quelle sull'esito delle quali non c'è pur
troppo da ingannarsi; ma che tuttavia lasciano vivere, con un
appropriato regime, lunghi anni.
--Allora non la sola malattia l'ha spinta ad uccidersi?
--Non la sola malattia,--ripetè come un'eco il principe Alessio.
Era, durante quel triste interrogatorio, molto curiosa e quasi comica la
vista della baronessa di Börne, la quale, non potendo parlare,
atteggiava le labbra, moveva gli occhi, scoteva il capo e tutta la
persona come per ripetere successivamente le domande del giudice, per
confermare le risposte del dottore e del principe, per far noto che
aveva previsto le une e le altre, per avvertire segnatamente che
anch'ella aveva qualcosa da osservare.
--Ecco!... È così!... Proprio così!... E con i suoi sentimenti
religiosi...
--Quali erano?--domandò il giudice.
--Ho conosciuto poche donne d'una fede tanto salda ed ardente,--rispose
il dottore.
--È vero?...--interruppe a sua volta la baronessa.--Non si può credere
quanto grande fosse il suo fervore! Io ne so qualche cosa. Non faceva
mai una passeggiata che non avesse una chiesa per meta. Le sue
escursioni preferite erano nel distretto di Echallens, a Brétigny, ad
Assens, a Villars-le-Terroir, per le chiese cattoliche che vi
s'incontrano. La domenica, le feste, passava lunghe ore, qui, a San
Luigi, in ginocchio, finchè non si reggeva più... Volevo appunto
osservare: è perfino incredibile come, con tanta fede, abbia potuto fare
quello che ha fatto.
Il principe non diceva più nulla. Il tremor nervoso che lo aveva scosso
dal principio si veniva sedando; la sconvolta, violenta, paurosa
espressione del livido viso e dei rossi occhi si trasformava: pallido,
sfinito, disfatto, pareva sul punto di mancare anch'egli.
--Era sola quando si è uccisa?--continuò a interrogare il magistrato.
--Sola.
--Parlaste con lei, stamani?
--Sì, parlai.
--Era triste?
--Mortalmente.
--Si potrebbe vedere se ha lasciato qualche scritto.
La baronessa, battendo allora una mano contro l'altra, esclamò:
--È ciò che ho detto fin da principio!...
E il commissario, a un cenno del giudice, si diede alla ricerca.
La camera della morta non aveva molti mobili. Il letto, un armadio con
lo specchio, un cassettone, una piccola scrivania disposta contro la
finestra, alla luce, e un tavolinetto da lavoro, in un angolo, ne
formavano l'addobbo. Sulla scrivania due pile di libri inglesi dalle
copertine bianche, una scatola di carta da lettere, una cartella di
stoffa antica e un calamaio da viaggio. Altri libri stavano sul tavolino
da lavoro e sul comodino accanto al letto. Il commissario di polizia li
rimoveva ad uno ad uno, apriva le cassette dei mobili, nessuna delle
quali era chiusa, e data un'occhiata agli oggetti d'eleganza muliebre
dei quali erano piene, le richiudeva. Nella scrivania vecchie scatolette
di cartone contenevano la corrispondenza epistolare della defunta; c'era
anche un portafogli pieno di valori italiani e francesi e qualche
migliaio di lire in monete d'oro e d'argento. In fondo alla cassetta di
destra una scatola a foggia di libro, ricoperta di velluto nero, era
chiusa da una minuscola chiave; sul punto che il commissario stava per
aprirla il principe fece un passo incontro a lui, dicendo:
--È il suo libro di memorie... il giornale della sua vita...
Pareva, dal tono col quale diede quell'indicazione, dall'atteggiamento
di tutta la sua persona, che volesse difendere contro gli sguardi
indiscreti l'intimo pensiero della sua povera amica. Ma la baronessa di
Börne:
--Qui appunto si potrà trovare qualche cosa!...--esclamò avvicinandosi
al giudice, il quale prendeva dalle mani del commissario il libro che
questi aveva tratto dalla nera custodia.
Era anch'esso rilegato di nero e fregiato d'argento, come un libro
mortuario; e già quella vista diceva la tristezza e il dolore dei quali
la vita dell'infelice doveva essersi abbeverata. Il giudice scorse
rapidamente i fogli: la scrittura era piuttosto grande e magra, poco
inchiostrata, elegante e d'una nitidezza mirabile. Il libro era forse
pieno per tre quarti; e l'indagatore soffermavasi con maggior attenzione
sulle ultime pagine; ma dopo aver letto scrollò il capo:
--Non s'intende,--disse;--non è una confessione...
Il commissario proseguiva frattanto le ricerche in uno stanzino attiguo,
lo spogliatoio, dove un altro armadio, il lavabo ed i bauli tenevano
tutto il luogo disponibile. Non vi trovò nessuna carta. Rientrato nella
camera, la traversò dirigendosi alla sala: qui le ricerche furono ancora
più brevi ed inutili; perchè, oltre i divani e le poltrone, solo una
tavola piena di minuti ninnoli e il pianoforte sul quale stava spiegato
un fascicolo del Pessard la mobigliavano. Già il commissario tornava sui
proprii passi, quando una voce di pianto ed esclamazioni d'ambascia lo
fecero rivoltare: i gendarmi, obbedienti agli ordini ricevuti, vietavano
l'entrata ad una donna vestita di scuro che portava sul capo il velo
nero delle popolane lombarde.
--Ah! Signore! Ah! Signore!...--esclamava costei, a mani giunte, col
magro viso solcato da lacrime ardenti.--Vederla!... Ancora una volta
vederla!... La padrona mia... la mia buona padrona!... Ah, Signore,
vederla!...
Era la Giulia che tornava in quel punto: piccola e magra, di dubbia età,
ella appariva disfatta dall'ambascia.
--Lasciate che passi,--ordinò il magistrato cui la baronessa spiegò che,
servendo la morta da lunghissimi anni, questa donna aveva goduto di
tutta la sua confidenza.
E come, entrata barcollante e lacrimosa, a mani giunte, ella si avanzò
verso la salma, il brivido nervoso riprese a scuotere la persona del
principe, nel suo viso tornò a leggersi l'atterrito smarrimento, il
pauroso dolore di poco prima, quasi la vista d'una persona cara alla
morta, quasi lo strazio di questa persona rincrudisse il tormento suo.
Egli non guardava più il cadavere ma la piangente, e pareva che si
protendesse verso di lei, che volesse accostarsele, come per unire il
proprio dolore a quello di lei, per parlarle della morta, per udirla
parlar della morta. Tutti, gli uomini della giustizia, i dottori, la
stessa baronessa erano impressionati dall'ansiosa attitudine di quel
dolente; solo la straniera restava rigidamente atteggiata, impassibile e
quasi senza sguardo.
--Come disse ha fatto!... Lo disse e l'ha fatto!...--gemeva la donna
dinanzi al cadavere.--Voleva la morte... la chiamava... Ah,
poveretta!... Ah, Signore!... E mi mandò via, mi mandò... per essere
libera... perchè io non le leggessi in viso!... Ah, se le fossi stata
vicina!... Quante volte, poveretta; quante volte pregò Dio di farla
morire!... E s'è uccisa!...--ripetè con voce più rotta, quasi avesse
potuto fino a quel momento dubitare e sperare, ma ricevesse a un tratto
l'irrecusabile conferma della sciagura.--S'è uccisa!... È morta!...
Signore! Signore!...
La baronessa, passandosi una mano sugli occhi e sospirando, le si fece
dappresso.
--Basta, ora, povera donna!... Bisogna pur troppo farsene una
ragione!... Siate calma! Basta!... Dite piuttosto a questi signori, dite
alla giustizia: dove vi mandò, perchè vi mandò?
--In città, a pagar delle note... a comperar delle cose... Io non so
più... Pareva che volesse venire con me, quando si levò... poi mutò
opinione, mi mandò via...
--Vi diede qualche carta? Sapete se scrisse qualche lettera, iersera o
stamani?
--Non ieri, stamani. Stamani scrisse una lettera.
--A chi era diretta?
--A suor Anna.
--Chi è suor Anna?--domandò il magistrato, che aveva lasciato
pazientemente interrogare la verbosa signora.
--Suor Anna Brighton, l'antica sua maestra inglese.
--Dove sta?
--Non so. C'era il nome sulla busta, un nome straniero.
--Non sapete neppur voi l'indirizzo?--soggiunse il giudice rivolto al
principe Alessio.
--Lo ignoro; però...
La sua ansia pareva sedarsi, egli stava per dire qualche cosa, quando
s'udirono ancora dal fondo della sala gli agenti della polizia
contrastare il passo a qualcuno. Ma questa volta l'ignota persona non si
lagnava, non piangeva; con voce vibrante, concitata e quasi imperiosa
diceva:
--Lasciatemi passare!... Ho bisogno d'entrare, vi dico!...
Mentre il commissario andava a vedere chi fosse, il Bérard e la
baronessa di Börne s'avvicinarono all'uscio.
--Vérod!--esclamò la baronessa, scorgendo un giovane alto, forte, con i
capelli neri e i baffi biondi, il quale, tentato di forzar la consegna,
s'inoltrò quando a un cenno del loro superiore le guardie si trassero da
parte. Ma dopo aver ottenuto l'intento, mossi rapidamente i primi passi,
il nuovo venuto parve a un tratto incerto e titubante; la concitazione
che gli accendeva il viso diè luogo a una confusione angosciosa: sulla
soglia della camera, scorto il cadavere, portò una mano al cuore e
s'addossò allo stipite dell'uscio, sbiancato in viso, sul punto di
stramazzare.
--La nostra povera amica!--esclamò ancora la baronessa, stendendogli la
destra, quasi a sorreggerlo, a infondergli coraggio.--Chi l'avrebbe
detto!... Non par di sognare?... Povera, povera amica!... Uccidersi,
così...
Allora il giovane, riscotendosi, si avanzò ancora d'un passo e disse con
voce acre:
--No.
Un movimento d'inquieto stupore passò tra gli astanti.
--Voi dite?--domandò il giudice avvicinandosi al Vérod e figgendogli gli
occhi negli occhi.
--Dico che questa donna non si è uccisa. Dico che è stata assassinata.
La voce risonava stranamente, come in un luogo vuoto, così gelato
silenzio regnava tutt'intorno, tanto sospeso e trepidante era l'animo
d'ognuno. Il principe Alessio, diritto, immobile, a testa alta, guardava
anch'egli fiso l'imprevisto accusatore.
--Come potete asserirlo?--domandò ancora il giudice.
--Lo so.
--Quali prove ne avete?
--Nessuna prova materiale; tutte le morali certezze.
--Chi l'avrebbe uccisa?
Il giovane stese il braccio appuntando l'indice contro il principe e la
straniera, e disse:
--Costoro.
Ora tutti gli attoniti sguardi si rivolgevano verso gli accusati.
Dapprima la fisonomia del principe Zakunine era rimasta vuota
d'espressione, come se egli non avesse udito o non avesse compreso; a
poco a poco una tra amara ed ironica contrazione del labbro,
l'increspamento delle ciglia sugli occhi impiccoliti e quasi ridenti
d'un doloroso riso, rivelarono il senso d'incredulo e in certo modo
ilare stupore che l'inopinata accusa destava nell'animo suo. Quanto alla
sconosciuta, ella restava con le braccia incrociate al seno e guardava
l'accusatore senza che il suo viso di statua esprimesse sdegno o
stupore.
--Prima di dir nulla contro nessuno,--riprese il giudice con tono grave
d'ammonimento,--bisogna esser certi di ciò che si dice.
--Se non fossi certo non avrei parlato.
--Quale interesse avrebbe armato queste persone?
Il giovane proruppe, studiando invano di contenersi:
--La malvagità dell'animo loro. Il piacere selvaggio di fare il male, di
distruggere una vita, di spargere il sangue. La voluttà di chiudere con
la morte il lungo martirio inflitto alla infelice.
La sua voce tremava, tremavano le sue mani, gli occhi erano gonfii di
lacrime. Ma la commozione che quelle parole suscitavano nei circostanti
diede improvvisamente luogo a un altro sentimento, a un sentimento di
vera paura, quando il principe, avvicinatosi all'accusatore, col pugno
stretto, le mascelle contratte, lo sguardo duro e cattivo, pronunziò:
--Pazzo, che dici?
I due uomini si guardarono. Lame arrotate ed aguzze, lame cozzanti e
sprizzanti scintille erano i loro sguardi. Pareva che si volessero
penetrare sino all'anima.
Il giudice e il commissario furono costretti a frapporsi.
--Dite donde viene la vostra certezza!--ingiunse il primo.
--Da tutto! da tutto! Dai sentimenti di questa creatura, ch'io conobbi
ed apprezzai; dalla cristiana rassegnazione, dall'angelica mitezza
dell'animo suo. Dalla violenza di costoro, dai loro istinti sanguinarii,
dalla complicità del male al quale sono intenti. Nessuno fra quanti
lessero in lei crederà mai che ella abbia portato la mano sopra sè
stessa. Chiedetene a chi volete, chiedetene a chiunque... dite
voi...--aggiunse, come ebbe scorto la familiare nel guardarsi intorno a
provocare la testimonianza dei presenti;--dite voi che la conosceste,
che ne aveste l'affetto, se è possibile, se è credibile...
Il giudice, fermandogli ancora in faccia gli sguardi indagatori, lo
interruppe:
--Questa donna ha detto il contrario. Ha dichiarato che la sua padrona
tentò più volte d'uccidersi; che la mandò via apposta, stamani; che mise
in atto un antico e fermo proponimento!
--Voi pensate questo?--esclamò l'altro, smarrito.--Voi avete detto così?
La donna non rispose. Girava intorno gli occhi, sbalordita, sgomenta:
pareva non capire, non vedere.
--Di chi era quest'arma?--le domandò il magistrato.
--Era di lei.
--Poteva qualcuno servirsene? Dove la teneva?
--Chiusa, nascosta.
--Voi vedete,--disse egli ancora, rivolgendosi al giovane,--che niente
conforta la vostra accusa. La ripetete ancora?
Parlava con voce grave, quasi in tono di sdegnato biasimo per la
leggerezza della quale gli vedeva dar prova. Ma il giovane, dopo un
momento di silenzio durante il quale si passò una mano sulla fronte e
girò tutto intorno un dubitoso sguardo, mirò ancora una volta il corpo
esanime disteso per terra, le forme irrigidite dalla morte, il viso
ancora più bianco sul quale le gocce del sangue perdevano la loro
porpora aggrumendosi, la bocca ancora un poco più aperta, gli occhi già
stravolti, non più beati, tremendi; e allora, steso il braccio, con voce
sorda e fremente:
--Attesto,--ripetè,--che questa donna è stata assassinata. Chiedo di
parlare al giudice istruttore.
II.
LE PRIME INDAGINI.
Francesco Ferpierre, giudice d'istruzione presso il Tribunale cantonale
di Losanna, era molto giovane: non aveva ancora quarant'anni. Una
cultura legale solidissima, molta scienza della vita e del cuore umano,
la nativa attitudine all'osservare che nell'esercizio della professione
era divenuta geniale chiaroveggenza e quasi prescienza fatidica,
facevano di lui una delle migliori forze della magistratura elvetica.
Pure la sua prima vocazione era stata un'altra.
Egli aveva cominciato a coltivare le lettere; aveva anzi, sul principio,
trascurato gli studii legali come inutili e ingrati, e nutrito una
specie di rancore contro la famiglia che lo esortava a compirli.
Scrivendo versi d'amore e prose di romanzo, esercitando la divina
facoltà creatrice dell'imaginazione, egli pensava di conquistare la
gloria, sdegnoso e neppur bisognevole di più reali compensi. Si ravvide
alla morte del padre, sostegno della numerosa famiglia. Compreso il
dovere di sostituirlo, egli disse da un giorno all'altro addio alla
fantasia favolosa e indirizzò l'attività sua per una via più positiva. I
primi esercizii non gli furono però inutili del tutto; l'abitudine
dell'indagine psicologica, contratta nel considerare avvenimenti
fittizii, gli giovò a districare i misteri proposti alla giustizia
inquirente; cominciato a studiare la vita sopra i libri, egli potè
presto comprendere come realmente è.
La professione politica e la giudiziaria sono forse quelle che più
rapidamente e meglio d'ogni altra facciano conoscere gli uomini; ma dove
l'uomo politico è egli stesso in preda a qualcuna di quelle passioni che
presume giudicare negli altri, il magistrato, indifferente, sereno,
straniero agli interessi che vede agitarsi d'intorno, è meglio d'ogni
altro in grado di leggere nel libro del cuore. Ora il Ferpierre, dato
sfogo con le artistiche esercitazioni della prima gioventù alle vivaci
passioni, aveva compreso in tempo quel che c'è d'esagerato, di falso e
di malsano in una troppo assidua prosecuzione poetica dell'esistenza; e
come i suoi sentimenti erano divenuti più austeri, più severi erano
divenuti i suoi giudizii. Il vecchio fondo morale della razza elvetica,
la serietà quasi triste accumulata nel cuor della razza dalla
contemplazione delle Alpi giganti, la rigidezza quasi ingrata di quel
protestantesimo che escluse un tempo da Ginevra la musica come arte
troppo voluttuosa, si ridestarono dopo i primi ardimenti; e la
scapataggine un poco voluta del giovane poeta diè luogo alla rettitudine
inflessibile dell'uomo maturo.
Contro i personaggi del dramma d'Ouchy, che gli fu narrato dal giudice
di pace ai -Cyclamens-, dove subito accorse alla chiamata, il Ferpierre
si sentiva pertanto animato da una secreta diffidenza. Certo la morta
gl'ispirava molta pietà; ma se ella stessa aveva voluto uscir di vita,
il biasimo contrastava al compatimento. Il legame che l'aveva unita con
il principe Zakunine era del resto fuor della legge. L'amicizia tra lei
ed il Vérod ne restava contaminata. Senza ancora aver visto
l'accusatore, udendone soltanto il nome, il magistrato credè di
riconoscere in lui Roberto Vérod, lo scrittore ginevrino che viveva da
molti anni a Parigi, di dove diffondeva per il mondo libri pieni d'amari
insegnamenti. Anzi, se non s'ingannava, costui gli doveva essere noto
più intimamente; perchè, quindici anni addietro, il Vérod entrava nella
facoltà di lettere dell'Università di Ginevra, mentre egli stesso vi
faceva il penultimo corso degli studii legali, e un circolo di studenti
li aveva accolti entrambi durante due anni. Ora perchè mai il giovane
vedeva nella morte della contessa un assassinio e presumeva vendicarlo,
se non perchè era stato rivale del principe e amante della defunta?
L'attitudine di sfida superba della straniera, la durezza dei suoi
sguardi, la certezza che anch'ella doveva essere affiliata al nihilismo,
avevano disposto il giudice di pace contro di lei; ma tutta la severità
del Ferpierre s'accumulava sul capo del principe.
Egli lo conosceva da lungo tempo per fama. Sapeva che, con uno dei
maggiori nomi e una delle più larghe fortune del suo paese, ne era stato
bandito per complicità in una congiura contro la vita d'un generale.
Sapeva che l'esiliato aveva proseguito a cospirare con maggior lena, che
era divenuto uno dei più temibili direttori del partito rivoluzionario
europeo, che una condanna di morte gli pendeva sul capo. E sapeva ancora
che, nonostante lo scopo politico paresse prendere tutta l'attività del
ribelle, costui trovava ancor tempo di fare una vita piena d'avventure
galanti, di passare d'amore in amore, ripagando col dolore
dell'abbandono e del tradimento le sciagurate incapaci di resistere alla
sua seduzione. E da questo ribelle sanguinario, da questo indegno Don
Giovanni, la contessa d'Arda s'era lasciata sedurre!... Ma aveva ella
voluto morire per non assistere alla rovina d'un sogno d'amor fedele,
oppure veramente il principe e la nihilista l'avevano uccisa?
Il Ferpierre, incerto e confuso dinanzi al mistero, discuteva la sera
stessa della catastrofe, alla villa, questi ed altri quesiti con il
giudice di pace, dopo aver ordinato la traduzione del cadavere alla sala
incisoria e il sequestro di tutte le carte che si trovavano ai
-Cyclamens-. Posto pure che l'amore o il capriccio del principe per la
contessa fosse finito, bastavano la noia ed il fastidio, od anche i
malintesi e il disaccordo a spiegare l'omicidio--se un omicidio era
stato commesso? La ragione addotta dall'accusatore e riferita dal
giudice di pace, cioè la malvagità dei nihilisti, non aveva valore senza
un più particolare ed efficace movente. Distruggere una vita per il solo
piacere di distruggerla non era da nihilisti, ma da folli. Bisognava
dunque che costoro fossero stati spinti da una passione, da qualche
interesse. Forse il male che vedeva ordire al principe, le congiure alle
quali lo sapeva mescolato, il sangue che udiva essere sparso per opera
di lui, avevano atterrito la contessa: volendo impedire che perseverasse
nell'opera tremenda ella poteva aver sorpreso qualche suo secreto, o un
secreto non suo; e la rigida disciplina della setta misteriosa aveva
forse armato quell'uomo e la sua complice? Questa supposizione alla
quale il giudice di pace attribuiva un certo fondamento, pareva al
Ferpierre, quantunque non del tutto inammissibile, poco probabile.
Era più probabile che, se delitto c'era, si trovassero dinanzi a un
delitto d'amore? Il principe, dopo aver disamata quella donna,
ricominciava ad amarla e l'aveva uccisa per gelosia? E di chi sarebbe
stato geloso, se non di quel Vérod che era tanto turbato dalla morte
della contessa, e assumeva, non richiesto, la parte d'accusatore e di
vindice? O non piuttosto ella stessa aveva commesso il misfatto perchè
amava Zakunine ed era gelosa dell'amore che vedeva da lui portato alla
Italiana?... Il delitto, chiunque fosse il colpevole, qualunque fosse lo
scopo, non aveva potuto tuttavia essere consumato senza che tra
l'assassino e la vittima fosse avvenuta una lotta, sia pur breve; ma
nella camera mortuaria non se ne trovava vestigio, nè sulla persona
della morta. Dalla posizione dell'arma, che stava con l'impugnatura in
fuori e la canna rivolta verso il cadavere, i dottori avevano arguito
che la contessa, se era suicida, doveva essersi uccisa in piedi; l'arma,
cadendole di pugno, aveva compito una rotazione che ne spiegava la
giacitura al suolo. Se pure non pareva molto naturale che la disgraziata
avesse portato la mano sopra sè stessa stando ritta, contrariamente a
ciò che fanno quasi tutti i suicidi, la circostanza che il revolver le
apparteneva ed era tenuto da lei nascosto escludeva che un assassino
avesse potuto servirsi proprio di quello. Inoltre da quel revolver mal
chiuso una cartuccia era venuta fuori nella caduta: ciò si spiegava
molto bene da parte d'una donna poco pratica nel maneggio delle armi,
d'una suicida le cui mani dovevano per altre ragioni tremare, e non si
spiegava da parte d'un assassino.
Per potersi fermare sopra un'ipotesi bisognava ancora aspettare i
risultati dell'autopsia; nel frattempo il Ferpierre, scelta la sala da
pranzo della villa come suo gabinetto per l'inchiesta da compiere sulla
faccia dei luoghi, ordinò che vi fosse introdotto il Vérod.
Quando il giovane apparve, il pallore del suo viso, l'ambascia dello
sguardo, l'imbarazzo dell'atteggiamento confermarono chiaramente come
egli dovesse esser legato alla defunta da un sentimento molto forte e
delicato ad una volta. E il giudice, senza esitazione, quantunque tanto
tempo fosse passato, tosto riconobbe l'antico studente di lettere. Egli
rammentò d'averlo incontrato sovente, durante due anni, al circolo
universitario ginevrino, e rammentò pure che fra i loro spiriti non era
passato alcun moto di simpatia. Fin da quei giorni lontani l'indole
triste ed amara dell'ingegno del Vérod si era rivelata nelle discussioni
giovanili: nessuno dei sentimenti ai quali il Ferpierre aveva
successivamente obbedito, nè gli entusiasmi poetici nè il dovere severo
eran parsi intelligibili a quell'anima chiusa. Rammentava anch'egli
l'antico incontro? Aveva chiesto del giudice istruttore sapendo chi
fosse? Si sarebbe dato a conoscere?
--Avete voluto parlarmi,--disse il Ferpierre, che rivolgeva a sè stesso
queste domande pure ordinando sulla tavola le carte sequestrate nella
camera della morta e del principe;--eccomi a voi. E innanzi tutto il
vostro nome, l'età?
--Roberto Vérod; trentaquattro anni.
--Voi siete Vérod lo scrittore?
--Sì.
--Nato a Ginevra, domiciliato a Parigi?
--Sì.
Il giovane o non lo riconosceva o non voleva dirgli che lo riconosceva.
--Bene. Quali sono le prove che avete da confidarmi?
Non solamente il Vérod non era più, come prima, sicuro di sè; ma da
accusatore pareva a un tratto essersi ridotto ad accusato, talmente si
confuse a quell'interrogazione che pur doveva prevedere. Rimasto un poco
in silenzio, fatto per dire qualcosa, poi pentito e di nuovo esitante,
si avvicinò al giudice tendendogli una mano.
--Se voi sapeste, signore,--disse con voce malferma e sommessa,--che
tumulto di sentimenti ho nel cuore, come ho paura di parlare, come ho
bisogno d'affidarmi alla vostra indulgenza, alla vostra discrezione, per
dire ciò che ho da dirvi!...
Quella invocazione fu espressa con tanta delicatezza e sincerità, che il
Ferpierre ne fu commosso. Pure non volle ancora provocarlo a farsi
riconoscere, aspettando di vedere se egli stesso avrebbe alluso ai loro
rapporti d'un tempo. Lasciate le sue carte e stretta la mano che il
giovane gli tendeva quasi per afferrarsi a lui, rispose:
--Sarebbe già il dover mio; ma facciamo di meglio: dimentichiamo
piuttosto la nostra condizione rispettiva e confidatevi non al
magistrato, all'uomo.
--Grazie, signore! Io vi ringrazio di queste buone parole... Al
magistrato, infatti, non avrei molto da dire, non riuscirei forse a
comunicare, mancando di prove reali, la mia morale certezza...
--Ed all'uomo?
--All'uomo... all'uomo io domanderò: Chi ha sopportato la vita quando
era piena di nerezza, credete voi che possa fuggirla mentre vede
finalmente la luce risplendere? Chi ha disperato rassegnatamente, in
silenzio, si dorrà, si ribellerà all'imprevista speranza?...
Il giudice che era stato a udirlo a capo chino, senza guardarlo, non
rispose subito.
Levati gli occhi su lui, interrogò dopo un poco a sua volta:
--Eravate molto intimo della defunta?
Il giovane taceva. I suoi occhi si gonfiarono lentamente di lacrime.
--Non dovrei, no, dire questa cosa...--mormorò con voce rotta.--A
nessuno io direi un secreto non mio... non tutto mio... E mi pare,
guardate, che Ella se ne dolga, che mi vieti di aggiungere altro.
--Voi l'amaste?
--Sì!
Le sue lacrime s'erano arrestate, il suo sguardo esprimeva ora una gioia
orgogliosa, un'altera felicità.
--Sì, d'un amore che può essere confessato, con alta fronte, dinanzi a
chiunque. Perchè lo negherei?
--Anch'ella vi amò?
--Sì!... E il mondo non seppe, non saprà mai che cosa fu l'amor nostro.
Il mondo è tristo e a breve andare la vita inquina tutte le cose. Ma
nulla, non un atto, non una parola, non un pensiero contaminò una sola
volta il sentimento del quale vivemmo.
--Nondimeno il principe ebbe ragione d'esser geloso?
L'espressione di superba beatitudine che animava il Vérod diè luogo a
un'amara contrazione di sdegno.
--Geloso?... Per esser geloso egli avrebbe dovuto amarla! E se l'avesse
amata, fedelmente, puramente, sarei stato amato io stesso?
Il Ferpierre fu stupito dalla manifestazione di quest'idea. Non
rammentava egli bene le crude e ingrate verità delle quali il Vérod sin
da giovane era stato predicatore: oppure il pessimista, lo scettico si
era convertito?
--Ma dunque in che rapporti stavano il principe e la contessa?--continuò
frattanto a interrogare.--Non è da dubitare che s'amassero un tempo?
--Voi sapete, signore, che questo nome, che il nome d'amore si dà a
tante cose diverse: alle nostre illusioni, ai nostri capricci, alle
nostre cupidità... Sì, ella lo amò d'un amore che fu illusione ed
inganno. Ella lo amò perchè credette di essere amata da lui; da lui, che
sa odiare soltanto!
--Come mai non si separarono, allora?
--Egli, sì, volle separarsene. Glie lo disse, le gettò in faccia la sua
fedeltà; l'abbandonò, più volte. Ella non volle riconoscere d'essersi
ingannata, o lo riconobbe soltanto tra sè; e pensando che gl'inganni si
pagano, che gli errori si scontano, accettò il martirio.
--Potete precisare in che consisterono i mali trattamenti?
--Chi può ridirli tutti? Ogni suo atto, tutte le sue parole erano
un'offesa o una durezza.
--Da chi lo sapeste?
Quantunque il giudice avesse nascosto sotto quell'espressione ambigua il
suo dubbio, il giovane protestò:
--Non da lei, signore! Io non udii mai da lei un lamento contro
quell'uomo!... Seppi, vidi io stesso... Lo conobbi a Parigi, molti anni
addietro, prima che fosse con lei: so quel che vale. Non io solo: tutti
lo sanno.
--V'incontraste con lui dopo che conosceste la contessa?
--Mai. L'anno scorso pareva ch'egli l'avesse lasciata per sempre. Ora,
dopo il suo ritorno, lo vidi da lontano una o due volte.
--Che cosa sapete intorno alla sua attività politica?
--Che non fu uno dei meno gravi dolori della infelice.
--Ignorava ella, quando lo incontrò, gli scopi ch'ei prosegue?
--Non so... non credo... Ma se pur seppe che lo avevano bandito dalla
patria e condannato a morte, buona e sensibile come ella era dovè
tremare di pietà per lui. Se egli le disse che questa sua sete di sangue
è amore di libertà e di giustizia, carità degli oppressi e sogno di
perfezione, l'anima sua ignara del male dovè fors'anche accendersi
d'entusiasmo ed ammirarlo!...
--Credete che il disinganno sopravvenisse molto presto?
--Troppo presto... e troppo tardi! Sì!
--Quando la conosceste?
--L'anno passato.
--Dove?
--Qui, al Beau-Séjour.
--Non aveva ancora preso in affitto la villa?
--Sì, ma stette alcune settimane all'albergo.
--Dove passava l'inverno?
--A Nizza.
--Dunque l'anno passato essi non erano più insieme?
--No.
--Egli era tornato da poco tempo con lei?
--In questi ultimi mesi.
--Quella donna, quella giovane, sapete dire chi è?
--Una sua connazionale e correligionaria.
--Conoscete la natura dei loro rapporti?
--No; ma non è difficile indovinarli.
--Sarebbe anch'ella sua amante?
---Vi stupirebbe? Non sapete che questi vendicatori dell'asservita
umanità amano il piacere, lo cercano, sono ben contenti d'associarlo al
-dovere-?
Sempre più amara era l'espressione del giovane nel parlare di coloro che
dovevano aver voluto la morte della creatura adorata.
--Dunque supponiamo che costei sia proprio l'amante del principe. Ella
avrebbe ucciso la contessa per gelosia? Ma di chi sarebbe stata gelosa?
Non della contessa, mi pare, che non amava più il principe, ma voi. E
neppure del principe, certamente, che non amava più la contessa, ma
lei!... Egli stesso, in questa condizione di cose, per qual motivo
avrebbe commesso il delitto?... Del resto, voi invocaste la
testimonianza della cameriera per confortare la vostra accusa. Come
spiegate che questa donna, appena visto il cadavere, dice che la sua
padrona, uccidendosi, ha posto in atto un antico proponimento?
--Ciò non vi prova,--esclamò il giovane, senza rispondere direttamente
all'interrogazione, anzi rispondendo con una nuova domanda,--ciò non vi
prova in quale abisso di miseria ella era caduta? Perchè, ispirata e
sorretta da una fede come la sua, ella parlasse di darsi la morte, la
vita non doveva esserle veramente divenuta odiosa e intollerabile?...
Volle morire, una volta. Io stesso udii la parola tremenda dalle sue
labbra. Una volta, non ora... Debbo io dirvi la speranza che ora
entrambi ci sosteneva... il sogno divino d'una felicità...
Soffocato subitamente dai singhiozzi non potè proseguire. E il giudice,
sempre più impressionato dal vedere che la fisonomia morale del giovane
era molto diversa da quella che, sulla fede dei ricordi e della fama,
gli aveva attribuita, considerava ora tra sè, in atto di discreto
compatimento, l'efficacia della prova morale che l'accusatore finalmente
precisava.
Se era vero ciò ch'ei diceva, se la morta lo aveva amato, l'accusa
appariva meno improbabile. Che il sentimento del di là avesse dovuto
impedire a quella donna di uccidersi, il Ferpierre credeva fino ad un
certo segno; ma che un sentimento più umano, tutto umano, avesse potuto
distoglierla dai funesti propositi, non gli pareva negabile. La qualità
dei motivi ai quali gli uomini obbediscono è molto varia, e nella
gerarchia dei sentimenti la fede tiene il posto più alto; ma la pratica
loro virtù non è in rapporto col grado che occupano in questa scala
ideale, e molto spesso non solo le passioni inferiori ma anche gli
infimi istinti sono più forti. Contro dolori insopportabili, contro il
bisogno di quiete e di riposo il sentimento religioso che vieta la morte
volontaria può riuscire inefficace; l'amore, la speranza d'appagare una
passione tutta vitale, riconcilia più prontamente con la vita.
Ma che cosa valeva questa presunzione? Come servirsene per incolpare due
persone?
--Voi comprenderete,--riprese il magistrato quando vide sedarsi
l'ambascia del Vérod,--la necessità che mi spinge a farvi domande certo
dolorose per voi. Mi pare d'aver ben compreso il sentimento in forza del
quale la contessa, a vostro giudizio, sarebbe rimasta con un uomo cui
nulla più la legava. Ella voleva accettare, sopportar quasi, è vero?
come un meritato castigo, fino all'ultimo, le conseguenze del proprio
errore... Tuttavia, se ciò le fu possibile prima di conoscervi, come mai
ella non riprese la sua libertà il giorno che un'altra speranza le
sorrise?
--Sì, perchè non la riprese?--ripetè il Vérod come parlando tra sè.
--Non ne sospettaste la cagione?
--Ella stessa me la disse.
Ma, invece di riferirla, il giovane tacque, guardando fiso dinanzi a
sè, scrollando il capo, con espressione di dolore amaro.
--E fu?
--Ella non si credeva, non si sentiva più libera.... L'impegno che aveva
preso un giorno, accettando di vivere insieme con quell'uomo, era un
impegno sacro per lei.... Ella non voleva passare da un uomo
all'altro.... Neppur io la volevo, così....
Lo scrupolo espresso dal narratore era credibile? Un amante che si sente
amato conosce ostacoli al compimento dei suoi voti? Certo, nelle anime
capaci di educarli, i pensieri generosi e gli scrupoli delicati hanno
molta forza, segnatamente nei primordii della passione. Che la passione
del Vérod fosse alla fase iniziale risultava dalle sue stesse
dichiarazioni; ed egli appariva tanto diverso dalla sua reputazione,
parlava con accento di così accasciata tristezza, nella sua voce c'era
ancora tale tremore di pianto, che il Ferpierre non volle sospettare
della sua sincerità.
--Ma allora,--riprese,--se questa donna v'amava e non si credeva libera;
se da una parte voleva e non poteva dall'altra infrangere un legame
divenuto increscioso; se il nuovo amore nel quale riponeva la sola
ragione di vivere le era vietato dagli scrupoli morali, l'argomento da
voi addotto per confortare l'accusa non si ritorce contro di essa? La
speranza che avrebbe dovuto sostenere questa donna non si dovè mutare
invece in un nuovo, in un ultimo motivo di disperazione?
--Come?... Perchè?...--balbettò il Vérod, trasognato.
--Io dico che, volendo e non potendo amarvi, o non potendo amarvi se non
a costo del proprio rispetto, questa donna non trovò nell'amor vostro il
conforto da voi asserito; al contrario: esso fu per lei l'estremo dolore
e la definitiva ragione di lasciare la vita!
Il giovane, come se non avesse dapprima compreso, o avesse voluto
dubitare d'aver compreso male, ora guardava il suo interrogatore con
occhio spaurito, e da tutto il suo atteggiamento, dalle labbra
dischiuse, dal breve e precipitato respiro, dal trepido gesto col quale
sollevava il braccio ed appressava la mano al petto, pareva che si fosse
sentito improvvisamente trafiggere da una punta acutissima.
---Io?... Io?... Voi dite, per causa mia?... L'ho uccisa io?... Oh!
E nascosta la faccia tra le mani soffocò un grido di dolore inumano.
Il Ferpierre fu costretto al silenzio non tanto dalla discrezione quanto
da un insolito turbamento. Egli era venuto ad istruire un processo, ed
assisteva frattanto ad un dramma. Lo spettacolo delle passioni gli era
abituale, ma il caso lo metteva ora di fronte a un'anima cui lo legavano
i ricordi della giovinezza improvvisamente destati. Chi gli stava
dinanzi non era soltanto l'antico compagno col quale aveva altra volta
discusso, ma anche uno del più chiari ingegni del suo tempo. La natura
di quell'ingegno non gli aveva ispirato simpatia; ma, se pure egli non
avesse ora scoperto che l'uomo somigliava poco allo scrittore, la stessa
rivalità intellettuale lo disturbava, lo toglieva all'ordinaria
indifferenza, alla necessaria serenità. E la stessa vista di quel dolore
lo commoveva, mentre egli aveva bisogno di tutta la lucidezza del
proprio spirito per accertare l'accusa.
Se il giovane gemeva al dubbio d'essere stato egli medesimo causa
involontaria del suicidio della contessa, bisognava credere che questo
dubbio non solamente non fosse inverisimile, ma che anzi lo addolorasse
come un rimorso. Nonostante, il giudice non voleva attribuirgli ancora
troppo valore. Mancando le prove materiali, non si poteva fare
assegnamento se non sopra mere induzioni: ora tra l'affermazione del
Vérod, che la contessa non aveva potuto darsi la morte mentre la luce
d'una nuova affezione rischiarava la tenebrosa sua vita, e il sospetto
contrario, che la stessa impossibilità di obbedire a questo sentimento
le avesse rivelato l'insanabile miseria della propria esistenza, quale
meritava più credito?
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