di lui i suoi grandi occhi cilestri.
-- Porta una bottiglia di vino -- disse don Antonino a sua moglie, e non
la finiva più coi complimenti, tanto che a Concetto non bastò l'animo
di parlare del credito e se ne andò via come camminando sulle nuvole.
-- Don Antonino è pronto a pagare, ha domandato soltanto un po' di tempo
-- diede a intendere a sua madre.
E da quel momento, appena usciva dal negozio del suo principale, andava
alla sartoria, dove gli facevano sempre una festa, e cominciava a
pigliar confidenza con la Nunziata.
Donna Michela, vedendo che le cose si mettevano male, pensò che non
c'era altro rimedio fuorchè quello di dargli moglie.
-- A questo non ci ho mai pensato -- rispose Concetto; -- ma se voi dite
così, io voglio la figliuola di don Antonino.
-- Dio ne scampi! -- gridò donna Michela. -- E hai il coraggio di
parlarmene? E non sai che quegli svergognati mi avrebbero pestata sotto
i piedi, dalla superbia, quando avevano la speranza dell'eredità? E non
ti basta quello che ci fanno vedere col credito? Le vent'onze saranno
perdute, tutte sante e benedette! ma che anche te debba pigliarmi,
quell'ultimo rifiuto di?...
-- Mamma, lo sapete che non è vero!
-- Come, non è vero? Se lo sanno i cani e i gatti! Padre, Figliuolo e
Spirito Santo, questo ragazzo è stregato!
Concetto pareva proprio stregato e passava tutta la giornata alla
sartoria, trascurando il lavoro per starsene accanto alla sua gioia,
con tale dimestichezza che donna Mena si sentiva sulle spine, perchè
ancora non si parlava di matrimonio.
Giusto, una domenica che marito e moglie erano andati a buttarsi
sul letto e la Nunziata stava allestendo un lavoro urgente, entrò
Concetto che finiva giusto allora di prendere un boccone e aveva le
guancie accese. Egli andò a sedersi accanto alla ragazza e cominciò a
stuzzicarla:
-- Comarina, che cosa avete oggi, da esser più bella del solito?
-- Davvero? -- domandò la Nunziata ridendo e mostrando i denti bianchi
fra le labbra di ciliege fresche.
-- Io vi dico che siete più bella del sole e della luna, ed io vi voglio
bene assai!...
La Nunziata rideva meglio che mai nel vedere il verso che faceva
Concetto, cogli occhi strabuzzati e il collo teso. Lui le palpava la
veste e voleva passarle una mano dietro la schiena.
-- Cheto, o vi do un pugno -- disse lei, facendosi brutta.
-- Eh, me ne vado... Avete paura che vi sciupi?..
E s'alzò, facendo quattro passi per la stanza, perchè soffocava. La
Nunziata faceva andar sempre la macchina, col petto sul tavolino e le
anche che parevano nude sotto la veste, dal gran spingere. Concetto
le si avvicinò nuovamente di dietro e tenendola stretta perchè non si
muovesse, le mangiò la nuca a baci.
-- Non volete finirla?..
In piedi tutt'e due, tenendosi per le braccia, andavano spingendosi e
urtandosi, qua e là per la stanza.
-- Andate via, malcreato!..
-- Comarina, io voglio baciare quegli occhi ladri...
Dietro lo scaffale un monte di stracci li fece incespicare, e nel
cadere Nunziata mostrò la calza azzurra e la carne nuda sopra il
ginocchio. Concetto le si buttò addosso. Allora lei si mise a gridare:
-- Ah!..
E tosto, dall'alto della scala, in maniche di camicia e mutande,
comparve don Antonino, che cominciò a bestemmiare:
-- Santo e santissimo non so chi! così usi con le ragazze onorate? O
dove ti credi, pezzo di carnevalone? Neanche se fosse tua moglie!...
Concetto fu preso all'amo e così venne conchiuso il matrimonio,
ma pigliarono sei mesi di tempo perchè lui mettesse bottega e si
completasse il corredo della ragazza.
Donna Michela, vedendo l'ostinazione del figliuolo, prese con sè le sue
robe, e piangendo e lacrimando andò a starsene con la comare Lucia:
-- Io non voglio assistere a quella vergogna, neanche morta!
La comare Lucia andava di tanto in tanto a trovar Concetto, per tentare
di fargli intender ragione:
-- Fatelo almeno per amore di quella santa donna!.. Se v'ostinate in
questa pazzia, vostra madre se ne tornerà al suo paese, e non è giusto
che la poveretta resti sola e senz'aiuto, alla sua età.
-- Io non so che farci; quando s'ha la testa dura!..
Don Antonino lo aizzava contro la madre, affinchè i denari di lui
continuassero a passare nelle proprie mani. Era una vera cuccagna,
meglio del marchesato, e perfino i materassi, che doveva portarli la
sposa, furono comprati da Concetto; ma il suocero diceva che avrebbe
restituito tutto in una volta, con tanto di più, insieme con la dote.
-- Lo sai che la Nunziata è di sangue signorile? E la marchesa mia
cognata si ricorderà di lei! Se il vero testamento di mio fratello non
fosse stato sottratto, a quest'ora ti avrei già dato quattrocento onze
contanti!
Nel frattempo tutto quello che Concetto aveva messo da parte sfumava
via, e di aprir bottega non se ne potè parlare.
-- Se lavorerai, sarà per l'anno venturo -- diceva don Antonino, per
consolarlo.
Ma Concetto non se ne curava, perchè la Nunziata gli aveva fatto girare
il capo, e non gli pareva l'ora che fosse sua moglie.
Finalmente spuntò il giorno sospirato, e nella sartoria ci fu una
grande confusione, con gli invitati arrivati troppo presto, mentre la
Nunziata era ancora tra le mani della pettinatrice.
Don Antonino aveva fatto le cose a dovere, ordinando un bel
trattamento, e si era vestito di nero, con la cravatta bianca e le
scarpe verniciate.
-- Un vero marchese, non c'è storie! -- diceva il cocchiere.
Per questo egli montò in collera quando spuntò quel baccalà di
Concetto, zoppicando, con una cravatta color cannella e il soprabito
sopra la noce del collo, perchè sarto e calzolaio gli avevano sbagliato
ogni cosa.
-- O malanova! È questo il modo di andare a sposarsi?
La Nunziata, quando fu pronta, scese nella bottega tenendosi la coda
della veste bianca, con la ghirlanda di zàgara fra i capelli e tutto
l'oro della mamma al collo, alle mani ed alle orecchie.
Come vennero le carrozze, don Antonino dette il segnale della partenza,
con la voce grossa e gli occhi che gli pizzicavano. Donna Mena si buttò
in braccio alla figliuola, scoppiando a piangere; ma Nunziata la tenne
discosta con le mani avanti, perchè non le sciupasse l'abito.
-- Via, con l'aiuto di Dio!
Fuori, le comari si affacciavano dagli usci e dalle finestre,
ammiccando e ridendo, e i monelli e i passanti si fermavano a guardar
lo sposalizio: le donne con le vesti larghe, azzurre, gialle o verdi,
coi veli e i fiori in testa appuntati cogli spilloni di tartaruga, e i
pendenti lunghi così; gli uomini con le mani aperte nei guanti chiari
e i colli tesi fra i solini.
Le carrozze partirono al trotto, scoperte, facendo voltar la gente per
le vie, fino al Municipio, dove non si poteva entrare perchè c'era un
altro sposalizio di signori e il cortile, dai tanti cavalli, pareva una
fiera.
-- A noi, largo! -- ordinava don Antonino, con voce alta; ma i sergenti
di città con lo sciabolone lo fecero stare a posto.
Come Dio volle, toccò a loro e lo sposalizio si dispose intorno alla
tavola, Concetto e Nunziata in mezzo, che non sapevano dove tener le
mani. L'assessore, che aveva premura, li spicciò in due parole; così,
in meno che si dice, Concetto e Nunziata furono marito e moglie.
Ma come lo sposo stava per risalire in carrozza, si sentì tirare per la
falda del soprabito dalla comare Lucia:
-- Scellerato!.. Vostra madre è in fin di vita, al paese, e se volete
vederla...
Concetto si turbò:
-- Questa notizia ora non ci voleva!
-- Non avete altre novità da portare? -- disse don Antonino. -- Malanova
a voi!..
-- A me? -- rispose la comare Lucia tirandosi il fazzoletto sulla fronte,
mentre lo sposalizio partiva. -- Il Signore glie la mandi buona, a
cotesto ragazzo; che queste son corna raccolte a posta per mettersele
in testa.
RIVOLTA.
Giunto dinanzi all'-Albergo Bella Firenze-, il portalettere in giro per
la prima distribuzione, col bavero del cappotto rialzato e il berretto
sugli occhi, si fermò a cercare nel suo fascio.
-- Questa è per Filippo Mordina.
Don Ciccio, il portinaio, appoggiato con la pipa in bocca contro
l'orario delle ferrovie che tappezzava i muri del piccolo vestibolo,
insieme coi cartelloni della Navigazione generale e delle macchine
Singer, chiese:
-- Non c'è altro?
-- Nient'altro.
Giù per la scaletta angusta e ripida s'intese uno sbattere di zoccoli e
donna Vincenza, la fantesca, comparve tenendo un corbello d'immondizie.
-- Questa lettera per Mordina, numero 7, di sopra.
-- Vengo subito.
Donna Vincenza andò a vuotare il corbello all'angolo della via, sotto
gli aghi di pioggia che cominciavano a fendere silenziosamente l'aria
buia.
-- Che tempo scellerato!
Il portinaio levò gli occhi, da una parte e dall'altra, e disse,
pipando:
-- Scirocco a levante.
Di sopra, la padrona chiamò:
-- Vincenza... Vincenza...
-- Vengo, mi dia tempo -- rispose la fantesca, lasciando la lettera sulla
tavola dov'era schierata la batteria dei lumi.
La padrona, col petto mezzo nudo, cercava inutilmente di quietare il
suo bambino che rifiutava il seno, gettando strida rauche, col viso
congestionato.
-- Guarda quest'innocente; che avrà mai?
-- Indigestione, non è niente. Senta che stomachino!
-- Dammi quella chicchera.
Ma il bambino si mise a strillare più forte, col mento gocciolante,
rovesciando la chicchera con una gomitata.
-- Io vorrei il medico. Saverio dov'è andato?
-- Ha lasciato detto che non verrà prima di mezzogiorno. Vuole altro da
me? Vado a preparare i lumi.
Vedendo la lettera sulla tavola, donna Vincenza disse, parlando tra sè:
-- Me n'ero dimenticata!
La prese, salì al piano superiore facendo sbattere i suoi zoccoli e
andò a bussare al numero 7. Nessuno rispose.
Bussò più forte. Il silenzio nella camera era profondo. Col pugno,
col piede, tornò a picchiare, a scuotere la porta, gridando: «Ehi, di
casa!...» Niente.
Dal numero 6, comparve il padre Miniscalco di Scordia, arrivato il
giorno prima, con un rasoio in mano e una guancia insaponata.
-- Che cos'è questo fracasso?
-- Picchio da un'ora, qui a fianco, e non risponde nessuno.
-- Sarà fuori.
-- No. -- E donna Vincenza provò a girare la maniglia. -- Se dico vero: è
chiuso di dentro!
Il prete s'avvicinò, curvò la lunga persona per guardare dal buco della
serratura, e trinciò l'aria col rasoio, gridando:
-- Qui c'è uno assassinato!
-- Che?... Come?... Che diceste?
Donna Vincenza attaccò l'occhio al buco, e si tirò subitamente indietro.
-- Bella Madre! -- gridò, stendendo le braccia con le mani aperte. Poi
scappò a precipizio, giù dalla padrona.
-- Signora!... Signora!... -- e non trovava il fiato. -- Il numero
sette!... buttato per terra, in mezzo al sangue!... Picchiavo da
un'ora, e non rispondeva... Con questi occhi, l'ho visto, dietro il
buco della serratura!...
La padrona, pallida come una morta, col bambino che le si aggrappava al
collo, spaventato, la prese per un braccio, scuotendola:
-- Che mai dici? Che è stato?...
-- Gli portavo la lettera, signora... la lettera che m'aveva dato
don Ciccio; ma non rispondeva nessuno... e allora è venuto fuori il
vicino, il prete di Scordia, quello di ieri sera, e ha visto dal buco
della serratura... il sangue nero come l'inchiostro!... ed è chiuso di
dentro!
-- Anime del Purgatorio! -- esclamò la padrona, segnandosi, intanto che
dietro l'uscio si mostravano le faccie curiose di alcuni passeggeri,
accorsi alle strida.
Comparve il prete, in maniche di camicia, una guancia sbarbata e
l'altra no.
-- Qua ci vuole il delegato, l'uscio è chiuso a chiave. Chi va a cercare
il delegato?
-- Don Ciccio!.. don Ciccio!.. -- e donna Vincenza corse a chiamare il
portinaio.
-- Ma che cosa avete visto, in nome di Dio? Non mi fate stranire!... --
diceva la padrona, tentando di riagganciare con mano tremante la veste
sul petto.
-- Si vede uno per terra, la gamba sola, e il pavimento intriso di
sangue. Io mi stavo radendo, quando la serva venne a fare quel chiasso,
bussando. Allora ho guardato...
Due o tre persone erano entrate nella camera, a sentire.
-- È morto? -- chiese uno.
-- Che ne so io? Non si muove...
-- Ecco don Ciccio.
Il portinaio guardava con occhi aperti gli astanti, mezzo intontito
dalle grida di donna Vincenza.
-- Correte alla polizia, a chiamare un delegato, le guardie, un medico,
cogli strumenti per scassinare... in un salto, correte!...
-- Anime del Purgatorio! -- balbettava la padrona. -- E Saverio che non
viene... Anime del Purgatorio!...
Dietro la porta del numero sette i curiosi si davano il cambio al buco
della serratura, guardando la gamba, studiando l'aspetto della camera.
-- Il letto non è disfatto.
-- Anche la finestra è aperta.
-- Segno che non s'è coricato.
-- Ma nessuno ha udito rumore?
-- Chi ha udito rumore?
-- Io no... Io no...
-- Si potrebbe entrare dalla camera attigua?
Padre Miniscalco, che era risalito, entrò in camera sua, e i curiosi
dietro.
-- Non si può aprire -- disse, provando a scuotere la porta. -- Ci sarà
qualche mobile di contro.
-- Meglio così, aspetteremo la polizia.
-- E chi era? chi era?.. -- si chiedeva da tutte le parti.
-- Un giovane, un tale Mordina: era qui da molto tempo...
-- Io non l'ho visto. Sono arrivato ieri sera; mi stavo facendo la barba
quando ho sentito picchiare -- e padre Miniscalco ricominciava la sua
storia.
Fuori, dinanzi la porta dell'albergo, si formavano già dei capannelli,
a chiedere e a dar notizie.
-- Hanno ammazzato uno... Il padrone è scappato... Non è niente, un
passeggiere che non vuole aprire...
E i più arditi montavano su, gironzavano pei corridoi, andavano a
osservare dal buco della serratura; intanto che la padrona, dalla sua
stanza, a quella processione di faccie nuove, a quel vocìo, ripeteva
istupidita:
-- E Saverio che non viene! Vergine Santa, Giuseppe e Maria!...
Da lontano, un sordo rotolar di carrozze; che crebbe, rapidamente, e
arrestossi di botto dinanzi la -Bella Firenze-.
-- La polizia, la polizia!
Padre Miniscalco andò a infilarsi una giubba. Si sentiva uno scalpiccìo
per la scaletta, e dal fondo del corridoio mezzo buio luccicarono i
cappelli d'incerato delle guardie.
-- Che fa qui tutta questa gente? -- diceva una voce. -- Animo, largo!
largo!
-- Ehi, fate adagino, sono dell'Albergo, sono arrivato iersera... --
Padre Miniscalco protestava, si difendeva dagli spintoni delle guardie.
-- Largo! Indietro!
E in un batter d'occhio il corridoio fu sgomberato dai curiosi.
-- Un piantone abbasso, e non entri neppur Domineddio.
L'ispettore, con la tuba dal pelo lucido, una mazzettina sotto
l'ascella, si baloccava con uno stuzzicadenti e reprimeva di tanto in
tanto un piccolo rutto.
-- Mestiere cane, non si può neanche far colezione!
Data un'occhiata dal buco della serratura, egli guardò in giro le
guardie, strizzando l'occhio destro, e disse, col suo forte accento
palermitano:
-- A noi, picciotti!
I colpi picchiati sullo scalpello rimbombavano nel silenzio profondo
del corridoio; poi lo strumento s'affondò fino al manico, e, girata la
maniglia, la porta s'aperse.
Nessuno fece un passo.
Fra la soglia e il letto, di traverso, giaceva il corpo esangue,
con la camicia aperta, il collo tagliato da due ferite larghe come
bocche spalancate, e un rasoio accanto alla destra, sul pavimento
insanguinato.
L'ispettore si voltò indietro, a chiamare:
-- Dottore!... dov'è il dottore?
-- Eccolo.
-- Eccomi.
Come ebbe guardato un momento il cadavere, il medico fece un segno con
la mano, come a dire:
-- Che cosa volete da me?
L'altro si strinse nelle spalle:
-- Requiescat in pace!
E andò al tavolino dal tappeto stinto, dove si vedevano molte carte
sciorinate. Sopra una busta gialla messa in vista, l'ispettore lesse:
-- «Mi uccido, non s'incolpi nessuno della mia morte. Mezzanotte.
Filippo Mordina.»
Il delegato Pinelli, sopravvenendo con altre guardie, si arrestò un
istante sulla soglia, allo spettacolo del cadavere.
-- Entrate, Pinelli; due parole di rapporto per il pretore, presto.
-- Non c'è carta; un po' di carta, una busta...
-- Subito! -- e donna Vincenza e il portinaio, che stavano nel corridoio,
corsero a cercarne.
-- Ehi, comare, voi venite qui -- gridò l'ispettore a donna Vincenza --
Chiamate il padrone.
-- Il padrone è fuori, vossignoria....
-- Bravo! La padrona?
-- La padrona, vossignoria, piange e non sa niente....
-- Portatemi il registro dei passeggieri; non c'è neppur questo?...
-- Corro subito io -- disse il portinaio, recando la carta al delegato
Pinelli, che si mise a scrivere.
-- Ora sentiamo un po', com'è andata -- chiese l'ispettore a donna
Vincenza.
-- Vossignoria, io ho la testa che non mi regge... e se fosse venuto un
angelo, a dirmi... non gli avrei creduto, mai e poi mai!...
E donna Vincenza, gettando di traverso uno sguardo al morto, si andava
segnando.
-- Alle corte, senza chiacchiere....
-- Don Ciccio, ecco qua, vossignoria... il portinaio, m'aveva dato una
lettera, pel passeggiere; e ho picchiato un'ora, dietro a quest'uscio,
senza aver risposta, e allora è venuto fuori il reverendo, che ha
guardato dalla serratura, e ha visto, Dio liberi, il passeggiere...
-- Se permette, signor delegato....
-- Ispettore.
Padre Miniscalco restò un momento interdetto.
-- Signor Ispettore... io ero arrivato ieri sera, e mi stavo facendo la
barba; come lei vede son rimasto a mezzo! e sentito il fracasso della
serva, mi sono affacciato: «Che state a picchiare, il passeggiere sarà
andato fuori!» Ma il passeggiere non era andato fuori...
-- No, non era fuori -- confermò donna Vincenza.
-- Allora ho capito che c'era sotto qualche cosa, e ho guardato dalla
serratura, come ha fatto lei; e capirà, quando ho visto...
-- Bravo lei, ho capito. Avete finito, Pinelli?
-- Ecco qui -- disse il delegato.
-- Su via, Spina, questo al pretore, al Duomo, in quattro salti. -- Poi,
rivolto al Pinelli: -- Vedrete adesso che cosa ci vorrà perchè il signor
pretore si scomodi! -- E, additando il cadavere: -- Mi pare che....
-- C'è poco da fare! -- rispose il delegato.
-- Alle corte; Bruscalà, vai dal compare Mezzanca, pel carrozzone e una
cassa. Intanto vediamo che cos'è tutta questa roba.
Sedette dinanzi al tavolino, cavò di tasca una lente, l'inforcò e prese
ad esaminare le carte.
-- «Mi uccido, non s'incolpi nessuno...» questo lo sappiamo. Qui c'è
una lettera: «Regalbuto, 19 ottobre. Caro... caro cugino, possessore
della tua cara del 16 corrente, ho saputo con dispiacere la cattiva
notizia del tuo... del tuo... concorso per impiegato alla posta e
spero... e spero» che razza di calligrafia! «che sarai più fortunato
nell'altro di cui mi parli. Qui nessuna novità, tuo padre come ti dissi
nell'altra mia ha consumato il matrimonio con la Finocchiara e della
sant'anima di tua madre nessuno più se ne ricorda. Ma se vuoi sentire
il mio consiglio, torna a casa che tuo padre ti riceverà, e così ti
levi dalle tue pene. Lo zio ti manda venti lire, con vaglia postale; io
ti abbraccio caramente e sono il tuo affezionatissimo cugino Giovanni
Ba... Bu... Bertella.»
Nel silenzio della camera si sentiva il borbottìo dell'ispettore che
leggicchiava e s'interrompeva di tratto in tratto facendo fischiare
l'aria attraverso i denti, per scacciarne i residui della colezione.
Un sordo rumore di voci, di scalpiccii di passi saliva dalla folla
ingrossante dinanzi la porta dell'Albergo.
-- Che cappio stanno a guardare? l'opera di Pulcinella? -- Le guardie
ridevano alla facezia dell'ispettore. -- Vediamo un po'; un'altra
lettera: «Regalbuto, 25 ottobre. Caro cugino, ho ricevuto la tua
del 21 corrente mese e sento quanto mi dici; tu hai ragione e la tua
lettera mi ha fatto piangere; ma considera la difficoltà di procurarti
un pane in una grande città, e tu stesso mi fai sapere che alla Banca
Industriale non ti hanno voluto; se tua madre, sant'anima, potesse
parlare dall'altro mondo, ti direbbe di tornare a casa, e di fare buon
viso alla Finocchiara, che così tuo padre ti torna a voler bene e ti
considera come i figli della Finocchiara. Poi mio padre è della stessa
opinione, e anzi ti dico che ho dovuto stentare per le venti lire che
ti mandai; ma io farò il possibile per poterti aiutare. Il canonico
Pesce ti manda la lettera di raccomandazione pel barone...
-- Eccellenza, questo è il registro -- disse don Ciccio, porgendo il
fascicoletto stretto e lungo, dalla copertina sporca di grasso e
d'inchiostro.
-- Si chiamava Mordina?
-- Eccellenza sì.
-- Era qui dal 10 ottobre?
-- Eccellenza non rammento.
-- Va bene, non c'è altro. Ma che è questo vociare? Pinelli, fate
sgombrare il corridoio.
E l'ispettore riprese a frugare tra le carte.
-- Questo che cos'è? «Navigazione generale, società, ecc. Onorevole
signore, il personale di questa Agenzia trovasi attualmente al
completo; mi è quindi impossibile tener conto della sua domanda. Con
perfetta osservanza, ecc.» Un'altra: «Amministrazione delle zolfare del
marchese Sanfilippo. Signore, il signor marchese ricevette a suo tempo
la lettera che lei gli fece pervenire, e le fa sapere che pel momento,
trovandosi provvisto ad esuberanza di personale, non può corrispondere
al suo desiderio. Mi creda, ecc.» Tò, questo è un libretto: «-Le
Campane di Corneville-, operetta in tre atti del maestro Planquette.»
Che c'è scritto sopra? «Le... Pe....» Pinelli, venite a vedere; come
dice?
Il delegato compitava anche lui:
-- Pe... Se... Teresa!
-- Avanti. Questi che cosa sono? Mezzi biglietti di platea del -Teatro
Nuovo-. E questo? «Elenco dei titoli di Filippo Mordina: licenza
della scuola tecnica, licenza dell'istituto tecnico, patente di lingua
inglese, patente di grado superiore...»
-- Ispettore, lo frughiamo? -- domandò il delegato.
-- Senza il signor Pretore? Oibò! -- Egli faceva boccacce. -- Volete farmi
dare dello sbirro borbonico?
E riprese a rovistare sul tavolino.
-- Un'altra lettera: «Caro cugino, sono dispiaciuto delle notizie della
tua salute, e spero che per guarirti tornerai a casa, se il dottore
ti ha prescritto l'aria del paese. Mi angustia la tua lettera, per
lo stato in cui ti trovi, tanto più che non posso domandare niente a
mio padre, che vuole che tu ritorni al paese, ma spero in settimana
entrante poterti mandare qualche cosa. Caro Filippo, torna presto,
questo è il mio consiglio, è meglio soffrire a casa tua che in una
locanda....»
-- Signor ispettore... -- La guardia si era fermata a due passi,
sull'attenti.
-- Che c'è?
-- Ho portato l'ufficio al pretore; dice così che aspettino un
momento....
-- Pinelli, che cosa v'ho detto? -- E l'ispettore riprese a leggere le
carte.
-- «Al signor Giuseppe Bertella, sue proprie mani, Regalbuto.» Un altro
plico: «Al signor Michelangelo Mordina, sue proprie mani, Regalbuto.»
Questi sono giornali... giornali... giornali.... Pare che non ci sia
altro.
L'ispettore lasciò il suo posto e si fece alla porta del corridoio.
-- Dov'è il portinaio?
-- Eccellenza! -- Don Ciccio si rigirava fra le mani il berretto
gallonato.
-- Era andato fuori, iersera?
-- Eccellenza sì; tanto è vero che tornò a notte avanzata, dopo il
teatro.
-- Come lo sapete?
-- Che un momento dopo venne la commediante, quella del numero 5.
-- Quale commediante?
-- Quella del -Teatro Nuovo-.
-- Ah, Teresina Scardaniglio?
-- Eccellenza sì.
L'ispettore pensò un momento.
-- Che abitudini aveva?
-- Ma, eccellenza, quasi sempre in casa; non lo veniva a cercare anima
viva, solo qualche volta tornava tardi, come ieri...
Interrompendolo, l'ispettore strizzò un occhio e disse al delegato:
-- Pinelli, si è visto il pretore?... -- Poi, rivolto al portinaio: -- E
col padrone, c'erano conti?
-- Al padrone gli doveva una quindicina, e lo voleva mandare a spasso;
poi pregò tanto che gli dette un'altra settimana di tempo, e l'orologio
in pegno.
-- Quando finiva la settimana?
-- Quando finiva?... Domenica, lunedì, martedì... -- don Ciccio faceva
il conto sulle dita, guardando all'aria. -- Eccellenza, finiva oggi. Per
questo si sarà scannato. Ma non poteva campar molto, eccellenza...
-- Perchè?
-- Era malato, qui alla cassa... Quando rifacevo la camera, lo sentivo
abbaiare come un cane... e sputava sangue...
-- Il pretore!... il pretore Restivi!...
A un tratto le guardie si schierarono da una parte e dall'altra, padre
Miniscalco si tirò indietro sull'uscio della sua camera, l'ispettore si
cavò il cappello, indietreggiando:
-- Signor pretore, le bacio le mani!
Il pretore Restivi entrò, a capo chino e con l'aria assonnata. Quando
vide il cadavere, parve svegliarsi, e intanto che l'ispettore lo
metteva a giorno della faccenda, egli muoveva un poco le labbra, come
dicendo qualche cosa tra sè.
-- Ecco la dichiarazione... ci sono poi alcune lettere e altre carte...
-- Ma questo qui io lo conosco -- articolò distintamente il pretore. --
Dove l'ho visto?...
-- Si chiama Filippo Mordina...
-- Mordina!... Sicuro, in casa della principessa... Va bene, va bene...
Intanto, gli faccia frugare addosso.
E, sedutosi dinanzi al tavolo, lentamente, come all'ufficio, cominciò
a esaminare una dopo l'altra le carte. Nella camera non si sarebbe
sentito volare una mosca. Sotto l'albergo, malgrado il tempo sempre
più buio, la folla ingrossava e ne saliva un mormorio come di acque
scorrenti.
-- Ecco quel che s'è trovato.
Il pretore prese ad esaminare quel ritratto, formato -promenade-, su
cui il sangue aveva tirato come un velo rossastro. L'ispettore, colla
mazzettina a spall'arme, il cappello un po' rovesciato indietro, si
avanzò anch'egli a vedere.
-- Ma questa è Teresella Scardaniglio, nelle -Campane di Corneville-!
E mostrava la figura di contadina, con la veste corta che lasciava
vedere le gambe fino al ginocchio, le braccia nude e le prime curve del
seno.
-- Quella che piglia sempre posto a destra, e fa da capofila? -- chiese
il Pinelli.
-- Sicuro, Teresella!
-- Dove avete trovato questo ritratto? -- domandò il pretore.
-- Fra il gilè e la camicia -- rispose la guardia. -- Si sentiva una cosa
dura.
-- Nient'altro?
-- Nossignore.
Ora il cadavere restava con le braccia in croce, la testa rimossa dalla
prima posizione e un po' inchinata verso la spalla sinistra, l'abito
aperto mostrante la camicia insanguinata.
-- Delegato -- chiamò il pretore -- venga qui, cominciamo due parole di
verbale. Avete pensato pel trasporto?
-- È disposta ogni cosa.
L'ispettore, senza far rumore, uscì sul corridoio e chiese a don
Ciccio, fermo lì in mezzo:
-- A che numero sta la Scardaniglio?
-- Numero 5, al piano di sotto.
-- Da questa parte?
-- Eccellenza sì.
L'ispettore scese e andò a picchiare discretamente all'uscio.
-- Avanti, chi è?
Teresella stava vicino alla finestra, con una forbicina in mano,
ritagliandosi le unghie, mentre guardava la folla. La faccia bianca
di cipria pareva una maschera sul fazzoletto di seta rossa che le
avvolgeva il capo.
-- Neh, cavaliere, che è stato? -- chiese colla sua voce rauca,
accorrendo.
L'ispettore la guardò un momento; poi, rifacendo anch'egli quel verso:
-- È stato che uno s'è ucciso per causa tua!
-- Voi che dite, Giesù! Voi scherzate....
-- Non mi credi? Gli abbiamo trovato il tuo ritratto sul cuore.
-- Il mio ritratto?... Guarda, guarda com'è serio!...
E gli dette uno spintone.
-- Ferma con le mani. Parlo sul serio, il tuo ritratto, nelle -Campane-,
e c'è anche una copia del libretto, col tuo nome scritto sopra.
-- Voi davvero?.. Giesù, Giesù!.. E com'è stato?..
-- Si è scannato, con un rasoio.
-- È morto? -- chiese, con grandi occhi spalancati.
L'ispettore trinciò una piccola croce, col pollice.
-- Il ritratto glie l'avevi dato tu?
-- Io? Siete pazzo! Chi lo conosceva!..
-- Allora, come?
-- Io che so! L'avrà comprato dal fotografo.
-- E.... non l'hai mai visto?
-- Dàlli! V'ho detto che non lo conosco!
-- Un giovanotto, coi baffetti castagni... occhi neri... alto...
-- Aspetta, aspetta... Con la lente?... Mo' ricordo; qualche volta
l'incontravo, dopo la recita, abbasso al portone.
-- E.... non t'ha avvicinato mai?
-- Quante volte v'ho da di'...
-- L'incontrasti anche iersera?
-- Mi pare... -- Poi aggiunse, curiosamente: -- Chi ve l'ha detto?...
L'ispettore la guardò, ammiccando:
-- Con chi eri?
Teresella gli dette un altro spintone.
-- Ih, com'è curioso!...
S'intese una carrozza arrestarsi sotto l'Albergo; l'ispettore andò a
guardare dalla finestra.
-- Lasciami andar via; portano la cassa.
-- Giesù, Giesù!
Poi, mentre quegli stava per uscire sul corridoio, Teresella gli corse
dietro:
-- Cavaliè... sentite... avessi mai da passà qualche seccatura?...
L'ispettore le accarezzò il mento, paternamente.
-- Non aver paura.
E salì nella stanza del morto. Dietro, il becchino portava la cassa:
tre tavole inchiodate e una mobile.
-- Pretore, ci siamo?
-- Avanti!
-- Picciotti, a noi!
Preso dalle spalle e dai piedi, il cadavere fu deposto nella cassa.
L'abito aperto faceva ingombro; lo affagottarono alla meglio. Il tempo
diventava sempre più scuro; alla luce triste, giallastra, filtrante tra
i nuvoloni color creta, la faccia del morto pareva di cera.
A un tratto s'intese, fuori nel corridoio, un confuso rimescolio,
voci sorde, indistinte; poi dei passi affrettati che si avvicinavano,
strilli di bambino e un gridar rauco:
-- Assassino!... lasciatemi, sangue di Dio!.. Assassino, assassino!...
-- Saverio!... per carità, Saverio!...
Il padrone, terribile nella faccia accesa, gli occhi iniettati di
sangue, i capelli rossicci sconvolti, si precipitò nella camera, come
una furia.
-- Assassino!... dov'è l'assassino?... -- E corse addosso alla cassa.
Le guardie furono a tempo ad afferrarlo. Contorcendosi, tentando di
svincolarsi, con la bava alla bocca, egli gridava parole mozze:
-- Il cuore debbo mangiargli... a cotesto infame!... Mi ha rovinato!...
l'Albergo è rovinato!... -- E nella rabbia dell'impotenza, gonfiò le
gote e lanciò uno sputo che andò a stamparsi sulla fronte del morto.
-- Carogna, tieni!
L'ispettore, facendo fischiare più forte l'aria fra i denti, gli si
fece incontro, gli posò una mano sulla spalla, e disse, guardandolo
fermo:
-- Principale, che facciamo?
Restarono un momento così, gli occhi negli occhi. Il pretore guardava,
impassibile, stropicciandosi le dita. Poi il padrone, fremente, con
le labbra strette e le mascelle contratte, si lasciò portar via,
barcollando.
-- Su, facciamo presto.
Il becchino s'inginocchiò, inchiodò la cassa, leggermente; le guardie
la presero da capo e piedi e gliela misero sulle spalle. Pel corridoio
angusto, giù per la scaletta dalla vôlta bassa, il carico andava
sbattendo di qua e di là.
-- Adagio!... attento alla porta!... più basso! -- avvertivano don Ciccio
e donna Vincenza.
Sul marciapiede, la folla indietreggiò. La guardia aperse lo
sportello del carrozzone, e come la cassa vi sdrucciolò, lo richiuse,
sbattendolo.
-- Al Deposito -- disse al becchino, consegnandogli l'ufficio del pretore.
Come il carrozzone fu partito, donna Vincenza, nel risalire, vide
qualcosa di bianco per terra.
-- La lettera del passeggiere!
E la portò su alla giustizia.
-- «Municipio di Messina» lesse il pretore, interrompendo la redazione
del verbale. -- «Oggetto: concorso fra gl'insegnanti elementari. Le
si partecipa, in risposta alla sua del 20 corrente mese, che, ai
termini dell'avviso 8 ottobre, quando la patente di grado superiore è
conseguita prima del 1878, occorre espressamente, per essere ammessi
al concorso, il certificato speciale di abilitazione allo insegnamento
della ginnastica. Tale essendo il suo caso, la Commissione non può
passare all'esame dei titoli già presentati se la Signoria Vostra non
le farà pervenire il certificato di cui sopra.»
FINE.
INDICE
PAG.
La disdetta3
Ragazzinaccio49
San Placido 99
Il matrimonio di Figaro 129
Il «Reuzzo» 187
Nel cortile 209
La malanova 245
Rivolta 275
DELLO STESSO AUTORE:
DOCUMENTI UMANI, 2ª edizione. Milano, Treves.
ERMANNO RAELI, 2º migliaio. Milano, Galli.
L'ALBERO DELLA SCIENZA, Milano, Galli.
PROCESSI VERBALI, Milano, Galli.
L'ILLUSIONE, 3ª edizione. Milano, Galli.
-Di prossima pubblicazione-:
I VICERÈ.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.
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