-- Insegnategli l'educazione, ai vostri figli; che se non la sapete ve l'insegno io! -- Con chi parli, sguaiata? -- rispose la signora Giacomina, venendo fuori sulla terrazzina. -- Se non vuoi star zitta ti lascio correre questo vaso in testa! -- Parlo con voi, signora marchesa! e non ho paura nè di voi nè del vostro Dio! e un'altra volta che vostro figlio mi farà qualche scherzetto, lo accompagno a sculacciate! -- Faccia velenosa, provati a guardare il ragazzo soltanto di traverso e l'avrai da far con me! Aspetta, aspetta che chiamo suo padre... -- È troppo lontano! Fuori di casa dovreste andare!... E nel cortile scoppiavano a ridere, perchè infatti si sapeva che Totò era figlio del marchese Motta. Rosa era diventata così intrattabile dopo che Paolino aveva lasciato il tappezziere, e di matrimonio non se ne parlava più. -- Ti contenti di me? -- le chiedeva maestro Titta, guardandola di sotto gli occhiali. -- Parola d'onore che se tu mi vuoi, io per me ti sposo! -- Andate là, pulcinella! -- rispondeva lei, mostrandogli il pugno. -- Voglio dire che mi sei simpatica, purchè non letichi e non strilli. Allora mi sembri la scimmia della Villa, tal'e quale. Rosa alzava le grida: -- Se sembro la scimmia della Villa, voi voltatevi dall'altra parte. V'ho forse pregato di portarmi qualche ambasciata? -- Al solito, prendi subito fuoco? Che t'ho detto di male? di non farti una cattiva fama, di lasciare in pace il vicinato! -- Il vicinato! il vicinato! Quando si affittano le case a certa gente che so io!.. -- Che sai? Don Felice?... Un galantomone! La signora Giacomina? Un cuor d'oro! Le ragazze cercano marito, come tant'altre di mia conoscenza; il piccolino va messo in collegio. Che c'è da ridere?.. II. La signora Giacomina non poteva vedere il figliuolo crescere a quel modo, e poichè le pedate servivano solo a farlo gridare così forte da sollevare tutto il cortile, deliberò di metterlo in collegio, come aveva fatto la baronessa Scilò, dalla quale non aveva potuto essere ricevuta. -- Dov'è il figliuolo della baronessa? -- chiese alla pettinatrice. -- Ah! quello è al Convitto Nazionale, dove vanno i figli dei primi signori, e si paga salato! La signora Giacomina mise anche il suo al Convitto Nazionale, senza badare a sacrifizii; e a vederlo passare per le strade, coll'uniforme gallonata e i guanti chiari, sospirava di sodisfazione. -- Come fa per spendere a questo modo? -- domandava il trattore dinanzi alla sua porta, mentre badava ai garzoni che grattavano formaggio e spennavano polli. -- È quel citrullo del marchese! -- rispondeva il tappezziere, sventrando vecchie poltrone, per cavarne quel po' di crino e le molle ancora sane. -- To', guardate chi s'affaccia; don Felice! -- La vera testa dalle corna d'oro! Don Felice era piccolo, con la faccia lunga e una pelle dura e giallastra, su cui la barba ancor sporca di nero pareva appiccicata. Si vestiva, d'estate e d'inverno, con un soprabitone color tabacco di Spagna, e quando andava fuori, col cane dietro, teneva la testa bassa, per il peso di quell'affare -- dicevano -- e le mani in tasca, come uno che pensasse alla quadratura del circolo. Lui invece non pensava se non alla vedova del tintore, quella che stava dall'altra parte del cortile, all'angolo della via del Seminario. Tutto il tempo in cui era libero, egli se ne stava seduto nella bottega, accanto alla Vincenzina, che aveva una corporatura enorme, un gran faccione bianco e rosso col mento che si sprofondava nel collo carnoso e il busto ricascante da tutte le parti. Per lei don Felice si rovinava; ma quella gli rinfacciava la sua famiglia, lo strapazzava, se lo metteva sotto i piedi, per farne quel che voleva. -- Vattene da tua moglie, che t'aspetta! -- Mia moglie, chi? Io voglio bene solo a te. E rubava i denari alla signora Giacomina, e si faceva prestare i soldi dalla Milia, per mandarle qualche cosa, ogni volta che andava a trovarla. Sapeva prenderla dal suo lato debole, la gola: per una minestra saporita, per lo stufatino con molti chiodi di garofano e un pizzico di basilico, per la salsiccia ben grassa, per le frutta fuori stagione, lei si sarebbe dannata l'anima. E ogni giorno, andato a far la spesa e tornato a casa col ragazzo che portava le sporte colme, don Felice prelevava le migliori cose e glie le mandava. -- Sono per un amico -- dava a intendere alle ragazze, che gli ridevano sul muso. Quando sua moglie lo risapeva, succedeva un casa del diavolo. -- La padrona sono io, qui dentro, avete capito? Chi s'attenta un'altra volta l'ha da fare con me! -- Ah, fossi solo! -- sospirava don Felice. -- Perchè non mariti quelle civettine? -- diceva la Vincenza. Giusto le ragazze cambiavano d'innamorato ogni quindici giorni, e per le scale, quando il babbo e la mamma erano fuori, era un continuo salire e scendere. Se la signora Giacomina s'accorgeva di qualche cosa, ricominciavano le grida, che tutto il cortile pareva in rivoluzione. -- La padrona sono io! avete inteso? E fino a quando avrò animo di stare in piedi, la padrona sarò io!... Lei voleva portare avanti la sua casa, educare Totò come un signore, e trovare un posto a suo marito, che aveva la laurea d'avvocato, e il marchese Motta prometteva il suo appoggio al Municipio. -- Fa una domanda, con tutti i tuoi titoli, che al resto penserò io. E le ragazze dovevano fare i migliori matrimonii; per questo era rigorosa con esse e pretendeva che stessero come si deve; ma poi non badava a spese purchè andassero attorno come due figurini, con abiti chiassosi, e le braccia e il collo pieni di galanterie, di braccialetti a serpentelli, di collanine, di monili a campanelle che tintinnavano ad ogni loro movimento. Le ragazze avevano un'eguale corporatura alta e slanciata, i seni robusti, la vita sottile e piccole teste dai capelli castagni e dagli occhi pieni di malizia. Si coprivano di cipria -- come triglie pronte per la padella, diceva Rosa; ma Antonietta, la maggiore, lo faceva per necessità, giacchè la sua pelle era floscia, cadente, quasi appassita, e formava la disperazione della mamma. -- Guardate un po' com'è; a vent'anni! Antonietta ne aveva ventisei, degli anni; ma la signora Giacomina glie ne scemava sempre parecchi, per darsi a credere più giovane lei stessa, e anche per maritarla più facilmente. -- Quasi non si sapesse che cominciano a far puzza di muffa! -- malignava la Rosa con Nino, il garzone del trattore, col quale adesso era entrata in amicizia. -- O muffa o non muffa -- rispose maestro Titta -- il fatto sta che si è presentato un bel partito: non lo sai? -- E chi è, s'è lecito? -- Il signor De Franchi, del quarto piano. -- Il matrimonio della fame coll'appetito! Per fortuna le patate sono a buon mercato! L'ambasciata del De Franchi era stata portata alla signora Giacomina dalla pettinatrice: -- Un giovane di buonissima famiglia, che ha un posto ai Tabacchi e qualche cosetta di suo; ed è solo. -- Come si chiama? -- Alberto De Franchi. Sentendo il -De-, la signora Giacomina aveva fatto una buonissima cera. Poi chiamò il marito, tutta in faccende, per esporgli la cosa. -- Il partito non c'è male: una buona famiglia... ma c'è una difficoltà: vuole Angiolina. È giusto che si mariti prima la piccola? -- Fate come vi piace -- rispose don Felice -- ma badate che per voler troppo non ci restino tutt'e due sullo stomaco. -- Veramente avete motivo di lagnarvi, voi! Si vede che vi pigliate una gran cura dei vostri figli! Io parlo per il bene della casa; ma se non mi volete dar retta, buon divertimento: me ne lavo le mani! La signora Giacomina faceva la voce grossa e teneva il broncio a suo marito, come fosse colpa sua se Alberto De Franchi non s'era innamorato di Antonietta. Questa era diventata intrattabile, quando aveva risaputo che il matrimonio era venuto alla sorella. -- Fate pure! -- aveva detto -- Fate pure; ma vuol rider bene chi riderà l'ultimo. -- Che intendi dire? -- domandò la signora Giacomina. -- Come se io non dicessi per tuo bene! -- Voglio dire che questa è una vita a cui non si può reggere -- rispose lei, cogli occhi rossi -- e se un giorno di questi mi scappa la pazienza e faccio una pazzia, la colpa è tutta vostra! -- Sentite quest'altra adesso! È colpa mia se non ti cerca nessuno? -- Avete il coraggio di dirlo, dopo avergliene fatte tante, a quel povero giovane, da costringerlo a scappare per non sentir parlare più di voi? -- Chi, il tenente? Ah sì, il tenente; bisognava dartelo, quel morto di fame! Dal cortile le voci si sentivano come da una camera attigua e tutto il vicinato stava a sentire i fatti di quella casa. -- Fino alla morte non si sa la sorte! -- diceva Rosa a maestro Titta. -- Volete scommettere che li pianta anche quest'altro? III. La signora Giacomina aveva fatto alla Liberata quella difficoltà: non conveniva maritar prima la figliuola minore. -- È perduto il mondo per questo? Non gli volete dar la piccola? Allora dategli la grande. Il De Franchi, essendo passato a mille e cinquecento ai Tabacchi, e non avendo nessuno che gli attaccasse i bottoni, voleva accasarsi, e non gl'importava poi molto con quale delle due sorelle. -- Questi son dolci che tu non assaggerai! -- diceva maestro Titta a Rosa, quando il promesso entrò in casa. -- Gli possano tornare in veleno, e a voi pure! Già, se son quelli di don Angelo, una colica non ve la toglierà nessuno. -- E gridava dalla parte del trattore, perchè sentisse Nino, col quale non si combinava niente. I fidanzati stavano tutt'il giorno alla terrazzina, soli; la signora Giacomina aveva sempre da fare e non poteva legarsi alle gonne della ragazza. Quelli si tenevano vicini, con un'aria circospetta, quasi confidandosi grandi segreti; ma invece c'era fra di loro una freddezza, lo sposo affumicava il porta-sigari di schiuma, o si curava le unghie lunghe, e tutti i discorsi che Angiolina sentiva tenere erano quelli del tempo, o delle porcherie con cui don Angelo faceva le pietanze, in fondo al cortile, dove i garzoni sbattevano uova fradicie o pestavano la carne avanzata. Quando le avevano rubato il marito, lei non aveva pianto, non aveva strepitato, non aveva detto nulla: s'era stretta nelle spalle, con un sorriso muto. Il figlio maggiore della baronessa Scilò stava sempre alla finestra, a farle dei segnali, e le aveva mandato anche un bigliettino: «Signorina, dal primo istante ch'io vi vidi, la vostra angelica sembianza...» Lei gli aveva risposto, e la Milia, finito il commercio di Antonietta, si rifaceva col baronello. -- Ha ragione! -- diceva Rosa, vedendola uscire, la domenica, con la veste nuova e lo scialle di seta. -- Il mestiere è onorato!... Quando la signora Giacomina s'accorse che la serva andava nuovamente portando ambasciate, montò su tutte le furie. -- Che cosa, un'altra lettera? Ah no, non volete sentirla? Chi è che t'ha dato?... Angiolina sollevò la testa dal suo ricamo e disse, tranquillamente: -- È del figlio della baronessa; non gridate sempre... La signora Giacomina guardò stupefatta la figliuola, credendo d'aver frainteso: -- Il figlio della baronessa?... della baronessa Scilò?... Alzava la testa, cogli occhi sfavillanti di sodisfazione; sua figlia baronessa!... quella superba umiliata!... E come un giorno, tornando irritatissima dal collegio perchè quella bestia del rettore minacciava di mandar via Totò, scorse l'Angiolina sull'uscio, a discorrere col baronello, lei sentì svanire tutta la sua collera e fece a questi ogni sorta di complimenti: -- Come sta? Perchè non entra?... Favorisca, la prego... Il baronello diventò presto familiare; veniva a passare le serate accanto alla ragazza, come fossero promessi, ed era inteso che si sarebbero sposati appena egli avrebbe ottenuto il consenso della mamma. -- Lei è ostinata; ma farò tanto che finalmente si persuaderà. Non è vero, Angiolina?... E si stringeva addosso alla ragazza, le passava un braccio dietro la vita; ma la signora Giacomina si faceva brutta: -- Dico, baronello!... Appena lei andava fuori, quelli facevano il comodo loro. Dalla terrazzina, dietro le finestre, Rosa li vedeva starsene a fianco, toccandosi, fiutandosi, fingendo di bisticciarsi, di contendersi qualche cosa, inseguendosi, dandosi spintoni, per suggellar la pace con un bacio. In mezzo alle ragazze che facevano un così buon odore, Alberto De Franchi si sentiva rimescolare il sangue e avvampare le guance. Egli invidiava il baronello che si divertiva in compagnia di Angiolina, mentre la sua fidanzata restava lì, seria, impalata. -- Tu che cos'hai? T'è morto forse qualcuno? Antonietta era riservatissima, non gli permetteva nessuna libertà, non veniva fuori se non aveva messo a posto l'ultimo spillo e non s'era guardata dieci volte allo specchio, con una paura matta che anche quel matrimonio sfumasse. Invece l'Angiolina si mostrava al baronello discinta, con le braccia nude, i capelli scomposti. Lui diventava di bragia, lei gli tirava la lingua; poi s'inseguivano e sparivano. -- Questo è un matrimonio che non c'è bisogno del sindaco! -- diceva Rosa, vedendo tutte quelle sconvenienze. -- A lui sì, perchè è barone?... -- ripeteva continuamente Alberto De Franchi ad Antonietta, brancicandola, spingendola, riducendola in un angolo, alitandole sul viso. -- Lasciami, sta fermo... -- A quello... perchè è barone?... -- ripeteva Alberto, ansante, senza veder più dagli occhi. -- No! No!... per ora no!... Trovandoli con tanto di muso, la signora Giacomina esclamava, allegramente: -- Che v'è pigliato? Non siate insulsi, fate la pace! Lei era sodisfattissima delle cose sue: il matrimonio di Antonietta non le pareva disprezzabile, ma quello di Angiolina era la sua fortuna: baronessa Scilò, non c'è che dire! La sua casa andava avanti, come voleva lei; il rettore s'era persuaso a tenere ancora Totò, e il suo unico pensiero si riduceva ora quello di don Felice, pel quale il marchese dava buone speranze. -- Ma tu svegliati, metti insieme i tuoi titoli, presenta la domanda! Aspetti forse che i fichi ti caschino in bocca? Era lo stesso che dire al muro. Don Felice voleva far denari, per la sua Vincenzina, ma non perdere la libertà in un ufficio. E sua moglie che gli era sempre attorno a rompergli la testa: -- Sciagurato!... Come puoi campare senza far nulla?... L'hai scritta la domanda? -- Non ho avuto tempo... -- E il tempo lo compri, tu?... Dove sono i titoli? -- Non li ho trovati. -- Ma debbo far tutto io, sempre? E si metteva a rovistare sul tavolo di don Felice, scompigliando tutte le carte, aprendo le cassette, scuotendo i libri. -- Guardate che confusione!... Ma dove diavolo l'hai nascosto?... Don Felice gonfiava, ma si dava l'aria di cercare anche lui, se no quella non la finiva più. -- È questa?... -- domandò la signora Giacomina, con voce terribile, cavando un fascicolo ingiallito dalla cassetta del comodino. -- Questa?... È la laurea... Lei fece il gesto di tirargliela addosso. -- Sarebbe da sbattertela sul muso, parola d'onore! -- Pazienza mia, aiutami! -- diceva fra sè don Felice. Più tardi le liti ricominciavano, per la spesa, se si lasciava gabbare dai venditori, se i vermicelli erano troppo bagnati, se la carne non era di giusto peso. -- Questo un chilo di carne? A chi lo dài a intendere? Questo non è neanche tre quarti. Qua la bilancia. E fatta la pesata, gridava più forte di prima: -- Se l'ho detto io! Tre quarti, e ce ne manca. -- Io non so niente, la carne era giusta. Andate allora voi a far la spesa. -- Ah, che ci vada io? Bravo il bestione!... Lo so io perchè la carne è mancante, se deve servire anche a quella buona... Nell'altra stanza, come il baronello rideva, Angiolina gli metteva un dito sulla bocca. -- St!... non senti la tempesta? Don Felice scappava dalla vedova del tintore, per sfogarsi, ma si vedeva ricevere col muso duro: -- Quella porcheria di carne! Buona pel cane!... Per tentar d'uscire dai suoi guai, si metteva a giuocare al lotto, sperando di vincere un bel terno, di piantare sua moglie e di andare a starsene con la vedova. A corto di quattrini, aspettava che tutti fossero usciti, cercava insieme con la Milia i salvadanai delle figliuole, e tutt'e due si mettevano a scuoterli, di su e di giù, a più riprese, per farne uscir le monete. Come sentiva quel drlin-drlin, Rosa diceva, dalla sua finestra, al cuoco della baronessa, che le faceva l'occhiolino: -- Monsù Pietro, che passa il Viatico? Poi le ragazze si accorgevano del furto, e cominciavano le grida: -- Qui mi mancano due lire... qui tredici soldi... Chi è stato?... È stata la Milia!... La Milia si metteva a piangere e correva a pigliare il suo scialle: -- Bella Madre addolorata!... Quest'affronto non me l'ha fatto nessuno!... Or ora voglio andarmene!... E don Felice a mettersi in mezzo, tremante: -- Zitti per carità... quaggiù stanno tutti a sentire... zitti per carità!... IV. Intanto i suoi guai crescevano, egli ricorreva al prestito, cercava di rubare a sua moglie, metteva tutto quello che aveva al lotto, ma Vincenzina gli faceva sempre una fredda accoglienza, rinfacciandogli la sua miseria. -- Che cosa vuoi? Non mi seccare! Quella ora se la diceva col trattore; ma la passione di don Felice ne diventava più forte. -- Don Felice è più giallo di prima -- dicevano nel cortile. -- Che cosa gli è successo? -- La solita disgrazia. -- Quando si dice la sorte! È nato predestinato... Lui si rivolgeva al baronello, gli faceva la corte, chiedendogli quattrini in prestito, ma quel che ne ricavava non bastava a saziar le voglie di Vincenzina, ora che c'era la concorrenza del trattore. Allora si dirigeva ad Alberto De Franchi, mostrando d'interessarsi alle sue cose, facendogli molti complimenti, grandi dimostrazioni di amicizia, finchè un giorno mise fuori una proposta: -- C'è da far fortuna, col negozio delle nocciole. Ho dei corrispondenti fidati, a Trieste. Se vuoi, possiamo tentare insieme. E gli strappava cinquanta lire, cento lire, a un po' per volta, dicendogli che aveva spedito i campioni, che si aspettavano le commissioni, pigliando tempo. -- Domandano anche i sommacchi, un altro articolo sicuro... Alberto contava d'impiegare i suoi risparmii e lo lasciava fare, occupato com'era al suo ufficio e ad andar dietro ad Antonietta che lo faceva disperare. Quando don Felice gli ebbe carpito duemila lire, per la grande spedizione, non si fece più vedere, e in tutto il cortile non si parlò d'altro. -- È scappato con la vedova del tintore! -- Gli pesano poco, quelle messe fuori fin'oggi? -- Chi si contenta gode! Risaputa la notizia, Alberto scese a precipizio, traversò in furia il cortile, e piombò in casa della fidanzata, cogli occhi sanguinosi. -- Il ladro... dov'è il ladro?... dove si è cacciato?... -- andava gridando, furibondo. La signora Giacomina era fuori, pei suoi affari; Angiolina ricamava alla finestra e lo guardò, senza muoversi. -- Dunque è vero? M'ha portato via il mio sudore?... quel ladro, quel brigante?... Maledetto il giorno che ho posto piede in questa casa porca!... Antonietta, pallida come un cencio lavato, con la testa smarrita all'idea del matrimonio che andava a monte, era accorsa tentando di pigliarlo per un braccio: -- Alberto!... Sono qua io, Alberto!... Ma lui la respingeva bruscamente: -- Va' via, che cosa vuoi? Dov'è scappato quel ladro? Che gli tenete il sacco? -- No, Alberto, senti... non gridare -- e lo trascinava verso la sua camera. -- Vieni... senti... Rosa, che stava alla finestra, spiando curiosamente, sentì cessare dopo un poco le grida. -- E due! La frittata è fatta. Tornata a casa e saputa la fuga di suo marito, la signora Giacomina esclamò, dal profondo del cuore: -- Si possa rompere l'osso del collo! -- E mettendo un gran sospiro di sollievo: -- Finalmente! non se ne poteva più delle sue porcherie!... Lei voleva esser considerata, in società, e non lo aveva mai potuto soffrire per quel suo fare ineducato. Ora la sua casa acquistava il lustro che aveva sempre sognato, e la sera, quando il baronello conduceva i suoi amici a fare una partita, o a conversare, e le ragazze suonavano al pianoforte, o cantavano le romanze in voga, lei si compiaceva dell'opera sua. Totò era stato finalmente rimandato dal collegio e faceva ogni sorta d'impertinenze e di sconcezze, in mezzo alla gente; ma la signora Giacomina diceva: -- Com'è spiritoso! Io ho dovuto levarlo via dal Convitto Nazionale: un orrore! Lo lasciavano morir di fame, un servizio impossibile! Non so come la baronessa ci tenga ancora suo figlio; il mio è stato abituato ben diversamente!... I visitatori stringevano subito una grande intimità, fumavano sdraiati come a casa propria, facevano la corte alle ragazze, le spingevano discretamente negli angoli bui. Il baronello non aveva ancora potuto strappare il consenso a sua madre, e Alberto De Franchi diceva ora di non potersi accasare se non prima ottenuta la promozione; ma un giorno o l'altro i matrimonii si sarebbero fatti. -- La settimana che non c'è sabato! -- diceva Rosa a maestro Titta, mentre gli si raccomandava di procurarle un posto, perchè i suoi padroni partivano. -- Come, la settimana che non c'è sabato? -- domandò maestro Titta, che voleva farla parlare. -- Fingete di non capirmi, voi! Come se non si sapesse che sono tutti bell'e maritati, senza andare al Municipio! Maestro Titta si mise a ridere, finamente. -- Storie! È il dispiacere di restar senza padrone che ti fa parlare. -- Voi dovete sapere, maestro come vi chiamate -- rispose Rosa alzando le voci -- che un posto a me non può mancare, e impiega-serve non ci siete voi solo! -- Eh, non pigliar fuoco! Vedi quanto sei sconoscente? Io ho giusto conservato un posto per te. -- E dove? -- Qui, nello stesso palazzo, per non allontanarti dall'amico... La signora Giacobina piglia un'altra serva... Rosa portò la destra alla fronte, come per segnarsi: -- In nomine Padre!... Ho capito, avete voglia di scherzare. Io vi saluto, che non ho tempo da perdere. Come si fu allontanata un poco, maestro Titta la richiamò. -- Lo sai quel che dànno? -- Gran cose, imagino! Dieci lire il mese e la minestra, se pure!... -- Dànno quindici lire il mese, tutto il vitto, e il vino. -- Chi ve l'ha detto? -- Senza contare le vesti smesse. LA MALANOVA. I. Don Antonino stava accosto al palazzo del marchese Motta, per tener d'occhio la sua proprietà -- dicevano le male lingue -- e vedere se Raffaele, il cocchiere, gli portava via la paglia da rivendersi alla fiera del lunedì. Ma i vicini parlavano a quel modo perchè l'invidia li rodeva vivi, e non potevano soffrire che il negozio di don Antonino facesse affari d'oro; tanto è vero che c'era un cartello nuovo, lungo una canna, con lo scritto: -Sarto di donna-: una galanteria! -- Già, io son fratello del marchese; anzi il vero marchese sono io; egli è nato dopo di me. Infatti, era ancora vestito di nero, per rispetto alla sant'anima del marchese vecchio, che era stato un vero signore e aveva sempre tenuto tavola apparecchiata e sei cavalli in istalla. Non come quel baccalà del figliuolo, un sangue di pesce, con tutti i malanni addosso e frattanto sempre con la testa a ballerine e commedianti! Quasi non gli bastassero tutte quelle ciabatte, manteneva anche del suo la famiglia di una certa signora Giacomina, che gli succhiava il sangue delle vene! Per questo la casa andava a rotta di collo e ci sarebbe stato bisogno d'una mano ferma e d'un pronto rimedio. Cominciamo che quella vergogna di due sperticati in istalla non poteva durare, e un sotto-cuoco era più necessario del pane; l'avevano perfino i Marozzi! gente che se gli appalti non gli andavano bene, avrebbe data ancora la caccia al centesimino! E poi, quello non era il modo di educare i ragazzi: tutto il giorno nella corte, a giuocare col mozzo di stalla! Bisognava mandarli fuori regno, da quei figli di signori che erano. E la marchesa?... Era vita la sua?... con la gente che cominciava a ciarlare, ed a ragione?... -- Basta!... se la mia mala sorte non mi avesse fatto nascere illegittimo, mi sarebbe bastato l'animo di raddrizzar questa casa e di farla andare pel suo verso. Ma santo e santissimo non so chi! il marchese deve mettersi in capo di pensare a me, e glie lo ha raccomandato nostro padre, in punto di morte; che se non fosse morto d'accidente, cent'onze l'anno non me le avrebbe levate nessuno! Però sua moglie donna Mena non credeva a tutte queste storie dell'eredità: -- Giusto! Il marchese vorrà rammentarsi di voi, con tanti creditori che non lo lasciano rifiatare! Pensate al negozio, piuttosto, che vi dà il pane, e a vostra figlia che è cresciuta, sia lodato Dio! e un giorno o l'altro dovrete maritarla. Don Antonino alzava la voce, perchè lui non voleva rotta la testa con tutte queste seccature. -- Alla Nunziata un partito non può mancare, e nel vicinato sanno di chi è figlia e di chi non è figlia! La sua dote lei l'avrà meglio d'un'altra, senza bisogno di pungersi le dita! Donna Mena abbassava la testa sul cucito, per non fargli attaccar lite, e si metteva a piangere silenziosamente, perchè tutte quelle storie di marchesati e di ricchezze guastavano la testa alla ragazza, che non voleva più scendere in bottega. Gli affari, poi, non andavano così bene come dava a intender suo marito, e invece di una lavorante che costava un occhio del capo, la Nunziata avrebbe potuto dare una mano. Ma se ne parlava a don Antonino, pover'a lei! le toccavano male parole: che la ragazza non aveva bisogno di sciupare la sua salute, che lui c'era per questo! Frattanto egli se ne stava tutto il santo giorno seduto sulla soglia della bottega, col forbicione in mano, a tagliuzzare modelli vecchi, o a ritagliare i figurini dell'altr'anno, disturbando le lavoranti con le sue chiacchiere, o facendo fermare i passanti di sua conoscenza, attaccando discorsi che non finivano più. Quando c'era bisogno di fare una commissione, o di pigliare le ordinazioni dalle pratiche, o di comperare i finimenti, restava fuori un'intera giornata, preferendo di spasseggiarsela pel corso, squadrando la gente, come un marchese, e se incontrava Raffaele sul -brecchi- del marchese vero, vi montava su volentieri: non era per niente fratello del padrone, almeno si faceva scarrozzare franco e i vicini crepavano d'invidia. Ma donna Michela, la vedova che stava a due passi, invidia non ne provava, per quella gente, e in carrozza a quel modo non ci sarebbe andata, neanche se l'avessero fatta regina. -- Poveri, ma onorati! -- diceva, assestando le dodici chicchere di porcellana sul canterano di noce lucido -- e questa grazia di Dio nessuno può rinfacciarmela! Ripeteva spesso così, per amore di suo figlio Concetto, il quale s'era messo a passeggiare sotto la finestra della Nunziata, la figliuola di don Antonino. Concetto da quell'orecchio non ci sentiva, e andava e veniva ogni momento per vedere la ragazza che ricamava con le dita più bianche della tela; tanto che il principale di lui cominciava a lagnarsi: -- Badate: che vostro figlio non ha più la testa a posto come prima! Giusto, la cosa venne all'orecchio di don Antonino, che per miracolo di Dio non fece un massacro. -- Come? quel pezzo di carnevale ha il viso di alzar gli occhi sopra mia figlia? Sangue di non so chi, se non finisce la commedia l'accompagno a pedate al suo paese pezzente! Poi se la pigliava con le lavoranti: -- Già, la colpa è di voialtre ciabatte, che mi mangiate il pane a tradimento. Se un'altra volta non m'avvertite, vi piglio per un piede e vi butto fuori. Donna Mena, a quelle sfuriate, si metteva a piangere peggio di prima, perchè un partito come Concetto, che fra poco avrebbe messo su bottega da sè, sua figlia non lo avrebbe mai più trovato; e le lavoranti minacciavano di andarsene, che, Dio liberi! quello non era il modo di parlare a ragazze oneste. Invece, quando non era in casa a gridare e a minacciare, don Antonino se ne andava col cocchiere o col cameriere del marchese, a ragionar di ricchezze, e aveva la testa all'eredità, intanto che il negozio andava di male in peggio e la Nunziata stava tutto il tempo alla finestra, a far gli occhi dolci ai passanti. -- Almeno, diteglielo a vostra figlia di dare una mano nella sartoria, ora che due lavoranti bisogna congedarle! La ragazza, come intese quel discorso, posò da un canto il ricamo di bianco che faceva per isvago, e rispose: -- Se volete che vi dia una mano, compratemi un'altra macchina; che io scenda a lavorare in bottega potete levarvelo dal capo. Nunziata aveva ragione, ci voleva un'altra macchina; così lei avrebbe potuto lavorare su in camera, da signora, senza confondersi con le operaie, e la bisogna sarebbe stata spedita più presto. -- Ma andiamo che io non ho dove pigliar le vent'onze, e quella bestia del macchinista non mi vuol far credito! Donna Mena pensò allora di farsi prestare la somma occorrente dalla vicina donna Michela, che non avrebbe negato quel piccolo favore, per amor del figliuolo. Non ne disse però niente al marito: se no, Dio ne scansi, poteva finir male. Donna Michela, come la vide spuntare, voleva chiuderle l'uscio in faccia; ma sentendo perchè veniva, si aggiustò le cocche del fazzoletto che portava in testa, e stirò con le mani il grembiale, dalla sodisfazione di vedersi dinanzi, così umiliata, la vicina. Ma vent'onze, com'è vero Dio, non le metteva fuori; per quella gente, poi! -- Cara vicina mia, i tempi sono scarsi, credetelo, ed io non ho potuto neanche rifare i materassi di mio figlio Concetto, che è un figliuolo d'oro. E poi vent'onze son quattrini, e non si trovano spazzando per terra. -- Mi bisognerebbero per comprare la macchina alla Nunziata, che ha le mani fatate, e lavora da sera a mattina. I denari, non dubitate, li riavreste per Ognissanti.... -- Credetemi, vicina, se avessi potuto, oh, con tutto il cuore!... Donna Mena se ne andò via afflitta e sconsolata, con le mani vuote com'era venuta. Ma quando tornò a casa Concetto, e seppe della domanda dei vicini e della negativa di sua madre, si fece bianco e rosso in viso, perchè lui avrebbe voluto che si fossero date le vent'onze. -- Oggi a te, domani a me; se non ci aiutiamo l'uno con l'altro... -- Ho i miei guai! -- A Ognissanti le avrebbero restituite. Voi che paura avete? È gente onorata... A queste parole, donna Michela non stette più alle mosse. -- Gente onorata, quel bastardo che conta i giorni di suo fratello?.. Gente onorata, quel don Antonino, che alleva la figliuola per farne una... -- Mamma, non parlate così! -- disse lui con la voce grossa, facendosi brutto e dando un pugno tanto forte sul canterano che le chicchere si misero a ballare. Poi le tenne il broncio: non voleva più mangiare, e le parole bisognava strappargliele di bocca, una dopo l'altra. Donna Michela, che gli voleva bene più della pupilla degli occhi, non poteva rassegnarsi a vederselo dinanzi a quel modo. -- Almeno ce ne restassero riconoscenti! Ma sono più superbi di Lucifero... -- Voi che ne sapete? Sono venuti a chiedervi un favore e li avete mandati via come cani. -- Allora... sia fatta la tua volontà!.. Ma io non voglio veder nessuno, qui in casa; e cotesti cristiani non mi piace di averli neanche per compagni di processione. -- Andrò io da loro -- s'affrettò a rispondere Concetto, a cui non pareva vero di veder la Nunziata da vicino; e per questo si mise l'abito delle feste. -- Almeno, aggiusta bene gl'interessi! -- gli raccomandò donna Michela, quand'egli era già nella via. Come donna Mena vide comparire Concetto dietro lo sporto, non seppe più a che santo raccomandarsi, perchè se scendeva suo marito voleva succedere un guaio. Ma lui non le dette il tempo: -- Mi manda la mamma -- disse subito -- con le vent'onze; che se non ci aiutiamo l'uno coll'altro... -- Oh che brava persona voi siete!... L'avevo detto io, che la comare Michela era una buona vicina! Accomodatevi; io chiamo subito mio marito. -- Ma egli aveva soggezione delle lavoranti, che non gli levavano gli occhi di dosso. Don Antonino stava buttato sul letto, rosicchiando due fave arrosto; e appena intese che giù c'era Concetto, si rizzò, sbraitando che gli voleva rompere le mascelle; ma quando sua moglie gli ebbe spiegato che quello portava i quattrini, si chetò, borbottando: -- Vent'onze! Valeva la pena, per una simile miseria!.. Nondimeno scese giù, in maniche di camicia come si trovava, e tendendo a Concetto un pugno di fave, gli disse: -- Ne volete, amico? Concetto ne prese una, per mostrar di gradire; ma la mise in tasca, che non avrebbe voluto farsi trovar mangiando, se scendeva la Nunziata. Don Antonino aggiunse: -- Ho inteso l'affare del prestito; ora vi faccio la ricevuta, in piena regola. -- Ma non occorre, signor don Antonino... Fra galantuomini!.. -- No, no; patti chiari e amicizia lunga: questo è il mio costume. -- La chiamo, la Nunziata? -- gli domandò sottovoce donna Mena, mentre egli scriveva sopra una fattura della sartoria, al tavolone da stirare. -- Se non vai via, ti piglio a calci -- rispose ad alta voce don Antonino. Così Concetto se ne andò con la ricevuta in tasca, come un cane bastonato; che non gli avevano neanche detto grazie e della ragazza non ne aveva saputa nè nuova nè vecchia. II. Ora che aveva la macchina, la Nunziata non trovava più le difficoltà di prima a scender nella sartoria, ci stava invece volentieri, e si occupava un po' a orlare qualche dozzina di fazzoletti di battista, un po' a cucire una camicia, pel suo corredo: che un giorno o l'altro ci si doveva pensare! -- diceva don Antonino. Ella aveva sempre un monte di biancheria fra le gambe, e la bottega era piena del tic-tic degli aghi che salivano e scendevano precipitosamente. Don Antonino faceva spese, col credito che gli era tornato dopo che il marchese era grave e aveva fatto testamento, con un bel lascito per lui: lo aveva anche assicurato Domenico, il cameriere. Per questo egli andava chiedendo a chi due onze e a chi cinque, chè a contare a lire gli pareva d'essere un pezzente; s'era anche vestito a nuovo, portava il cappello di traverso, e la pancia gli scoppiava, come a un vero marchese. Donna Mena si raccomandava alla Madonna, perchè aveva un cuor nero e prevedeva qualche disgrazia. I debiti che don Antonino faceva con la speranza dell'eredità sarebbero stati niente, senza il pensiero della Nunziata, che ora restava tutto il giorno dietro lo sporto, guardando i giovanotti che passavano, e dava un occhio alla macchina e un altro alla via. -- Tu, figliuola mia, non badare a chi passa!... -- Che intendete dire? -- saltava su la ragazza. -- Di che v'impacciate? M'avete voluta nella bottega? Ora che cosa pretendete? -- La Madonna della Grazia deve farmela maritar presto -- pregava donna Mena -- se no, finisce male. O che aveva parlato col diavolo? Giusto un dopopranzo, che don Antonino era andato in campagna, con certi suoi amici, e lei s'era appisolata un momento, quando si svegliò: chiama la Nunziata, cerca la Nunziata... la ragazza non c'era più! Donna Mena gettò un grido e perdette i sensi. Più tardi rincasò don Antonino, briaco da non reggersi ritto, e al rumore ch'egli fece donna Mena rinvenne: -- Ah figliuola, e dove sei!.. Ah figliuola, e che mai facesti!.. -- È stato il cavaliere Bardella... -- biascicò don Antonino, cercando il letto, all'oscuro -- me l'ha detto il portinaio del marchese... -- E voi che state a fare? Perchè non correte, perchè non cercate il vostro proprio sangue? Scellerato!.. -- Donna Mena si sentiva adesso il coraggio d'un leone. -- Ehi, malanova!.. ho i miei guai!.. -- rispose don Antonino, buttandosi come morto sul letto. I guai erano i creditori, che cominciavano a perder la pazienza, e don Lisi il calzolaio, il quale doveva avere dieci onze, gli aveva mandato a dire che se non lo pagava gli avrebbe rotto le corna. Il marchese, intanto, era più di là che di qua, ma non voleva ancora crepare!.. Donna Mena restò tutta la notte in piedi, aspettando la figliuola, affacciandosi alla finestra, aprendo la porta al più piccolo rumore, disperandosi, strappandosi i capelli e facendo voti alla Bella Madre; mentre suo marito sbuffava e borbottava continuamente, vomitando il vino bevuto. Il domani egli si sentiva malato e non si levò; ma donna Mena, sulle spine peggio di prima, correva dalla moglie del cocchiere, dal portinaio, raccomandandosi che l'aiutassero a trovar la figliuola. -- Considerate il cuore di madre, comare!.. compare!.. Il giorno dopo, infatti, la moglie di Domenico le ricondusse la ragazza, che le si buttò ai piedi, e tutt'e due si misero a piangere come fontane. -- Ho paura del babbo!.. -- disse la Nunziata, asciugandosi gli occhi col grembiale. -- È fuori, ma non può tardare -- rispose donna Mena, che aveva più paura di lei. Don Antonino rientrò di lì a poco, e neanche s'accorse della figliuola rincantucciata dietro lo scaffale, perchè nella notte il marchese era stato male e non avrebbe passata la giornata, assicurava il medico. -- Ora possono finire i miei guai!.. Se mio fratello mi lascia duecent'onze, con cento mi levo i debiti e ne avanza per la saccoccia; con le altre cento c'è la dote di Nunziata. Ma che cosa sono duecento onze, per un fratello?.. Quattrocento, potrebbe lasciarmene, e magari!.. Allora sì che cambio di stato!.. Donna Mena non fiatava, ringraziava in cuor suo tutti i santi del paradiso, non parendole vero che si sfogasse con l'eredità. Ma il peggio fu il giorno dopo, che nella notte il marchese era spirato, e c'era il portone chiuso, con tutti i parenti dentro per leggere il testamento, dove si parlò di tutti fuorchè di don Antonino. -- Ah, razza di ladri infami e di porci svergognati! -- egli andava gridando, diventato una bestia. -- Tale il padre, tale il figlio: tutti gesuiti e cornuti!.. E una lira il giorno a Domenico... che gli faceva quel servizio!.. E un legato a quella ciabattaccia di donna Giacomina!.. Ah, che non so chi mi tenga dal gridare in piazza tutte le vergogne di questa casa: che sua moglie se la dice col cavaliere Bardella, e l'ultimo figliuolo l'ha fatto con lui, ed è gravida!.. Bah! bah! -- e si tappava la bocca -- santa pazienza, aiutami tu!.. Ma i suoi bastardi non avranno un'ora di bene, e le ricchezze gli hanno da tornare in veleno... Afferrato il forbicione col pugno nodoso, dava adesso gran colpi sul tavolone da stirare, sforacchiandolo tutto. -- Razza di ladri che mi ruba e mi spoglia! -- riprendeva, più forte. -- Ma non importa: povero e onorato, e simili porcherie in casa mia... Allora, come vide la Nunziata accovacciata nel suo cantuccio, buttò per terra il forbicione: -- Ah, sei tornata? -- E le si avventò addosso, dandole un calcio nella pancia. Poi se ne andò alla taverna, a bere alla faccia del morto. III. Da quel giorno cominciò una vita d'inferno. Don Antonino aveva preso amore al vino, e s'ubbriacava mattina e sera, ragionando di ricchezze nelle bettole, che a dargli ascolto le gioie di Sant'Agata erano un bel niente. Quando tornava a casa non faceva che gridare, strepitare e dir male parole. Ora se la prendeva più spesso con la figliuola, quasi per farle scontare tutti i vezzi e le carezze fattele prima. La ragazza, che era stata allevata senza rispetto pei genitori, gli rispondeva; allora piovevano le legnate, e se donna Mena tentava di separarli, piangendo e pregando, ne toccava anche lei. Con questo, c'erano i guai dei debiti, che s'erano fatti grossi, e lavoro non ne veniva quasi più. Donna Michela cominciava a perder la speranza di riavere il suo, e ne rimproverava il figliuolo, per levargli la Nunziata dalla testa. -- Hai visto che m'hai fatto fare? Si son mangiate le vent'onze, alla faccia nostra, e ora puoi andarle a riscuoterle al banco di Londra! -- Voi che ne sapete, se vi pagheranno o pur no? -- E tu confortati con la speranza! Chi vuoi che ti paghi? quell'ubbriacone di don Antonino, o quella piagnucolosa di sua moglie? Sarebbe più facile che ti pagasse l'altra poco di buono della figliuola! Concetto stava zitto, per non risponder male alla mamma, ma lui aveva sempre il capo alla Nunziata; anzi, dopo le chiacchiere della gente, gli pareva più pietosa, povera creatura! Così, scaduto il debito, lui rimise l'abito delle feste, e andò alla sartoria di don Antonino, il quale, appena lo vide spuntare, si alzò a precipizio, per aprirgli: -- Compare, come state? È tanto che non ci si vede!.. Accomodatevi, compare... Ma dei vecchi amici noi non ce ne scordiamo, e voi dovreste onorarci più spesso! Anche ieri si è parlato di voi, in famiglia... Questa è mia figlia Nunziata, una ragazza che vale tant'oro quanto pesa... Concetto era rosso in faccia come un papavero, dalla soggezione e dalla contentezza di vedersi accanto alla ragazza, che ogni tanto alzava su - - ' , ; 1 ' ! 2 3 - - , ? - - , 4 . - - 5 ! 6 7 - - , ! 8 ! ' 9 , ! 10 11 - - , 12 ' ! , . . . 13 14 - - ! ! . . . 15 16 , 17 . 18 19 20 , . 21 22 - - ? - - , 23 . - - ' , ! 24 25 - - , ! - - , . 26 27 - - , . 28 , ' . 29 30 : 31 32 - - , ' . 33 ' ? 34 35 - - , ? ' ? 36 , ! 37 38 - - ! ! 39 ! . . 40 41 - - ? ? . . . ! ? 42 ' ! , ' ; 43 . 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