La sorte
Federico De Roberto
F. DE ROBERTO
La Sorte
NUOVA EDIZIONE
MILANO
LIBRERIA EDITRICE GALLI
DI
C. CHIESA E F. GUINDANI
-Galleria V. E. 10-80-
1891
PROPRIETÀ LETTERARIA
DIRITTI DI TRADUZIONE RISERVATA
Milano -- Stabilimento Tip. E. Trevisini, Via Larga, 15.
AVVERTENZA
-La presente edizione della -Sorte- non è una semplice ristampa del
volume pubblicato con questo titolo nel 1887. Alle prime sette novelle,
ritoccate qua e là, se n'è aggiunta una nuova; e per rendere meglio
evidente l'unità d'ispirazione con cui furono scritte, sono state
ora tutte collegate in modo da formare come un piccolo ciclo e quasi
altrettanti capitoli d'un'opera sola.-
Milano, 30 Giugno 1891.
LA DISDETTA.
I.
La principessa di Roccasciano, sprofondata nella grande poltrona di
velluto rosso, con uno scialle avvolto sul petto scarno e una coperta
sulle gambe, dopo aver rimescolate lentamente le carte, posò sul tavolo
dal tappeto verde il mazzo perchè il cavaliere Fornari lo tagliasse,
e ricominciò la solita piccola partita con un'esclamazione di profonda
sfiducia.
-- È inutile, non ho fortuna!
-- Voi siete incontentabile, zia! -- rispose il cavaliere, annusando la
presa che teneva ancora fra le dita.
-- Se non ne azzecco neppur una!... Se perdo da una settimana!... Che ne
dici di questo tabacco?
Il cavaliere sospirò fortemente, socchiudendo gli occhi, con una
contrazione dei muscoli del viso che finì in uno sternuto:
-- Ec...cellente!... In coscienza, però, voi non potete lamentarvi;
l'altr'ieri m'avete vuotate le tasche!
-- Una volta non fa legge!
Come all'orologio scoccarono le due, la principessa parve in preda ad
una inquietudine: guardava tutt'intorno, sbagliava il suo giuoco. Alla
scampanellata che risuonò a un tratto:
-- Fanny, chi è? -- gridò alla cameriera, impaziente.
E mentre il cavaliere salutava i nuovi venuti, il marchese Sanfilippo
e il padre Agatino, che si disponevano in giro, la principessa pareva
sulle spine, accumulava sviste su sviste, di sotto le carte faceva
segni d'intelligenza al marchese e al monaco, che rispondevano con
altri piccoli cenni, come per dire:
-- Pazienza!
-- Che seccatore!
Il cavaliere continuava a giuocare, non accorgendosi di niente.
-- Che cos'avete a desinare? -- gli domandò il marchese, mandandolo via
cogli occhi.
-- Io? Nulla! Un filo di spaghetti al sugo, un merluzzo, due cime
d'asparagi, una braciuola, mezzo pollo, un pan di Spagna...
La principessa adesso stava a sentire, estatica, cogli occhi luccicanti
e la bocca socchiusa, dimenticando le carte nell'ammirazione di quello
stomaco fenomenale.
-- Come t'invidio! Io non digerisco più!
-- Oh, non è che mangi molto! -- disse il cavaliere, alzandosi a stento
-- Mangio come tutti gli altri galantuomini; soltanto pretendo della
roba buona. È così difficile, oggi che ogni lavapiatti si dà l'aria
d'un cuoco! C'è più del sugo, che è il sugo? Vi fanno invece una
risciacquatura da guadagnarci un'indigestione. Voi sapete come si fa,
il sugo? Si piglia la conserva di pomidoro...
E, avviato sul suo tema favorito, il cavaliere non trovava più il verso
di smettere.
-- Basta, per carità! -- l'interruppe padre Agatino -- Ce lo direte
quest'altra volta!
Appena quello fu andato via e la porta gli si richiuse dietro, la
conversazione cessò. Intorno al tappeto verde, con un mucchietto di
biglietti dinanzi, gli occhi intenti, le faccie infocate, le mani
nervose, quei tre rifacevano i loro conti, ripigliavano la partita
interrotta la vigilia, non sapevano più staccarsi dai loro posti.
Ma l'uscio di casa Roccasciano non stava mai chiuso dieci minuti
di seguito, e ad ogni scampanellata i giuocatori sospendevano la
partita, guardando la porta, inquieti. Fanny, la cameriera, non
annunziava nessuno, badando a pettinarsi, a lisciarsi, o a scherzare
col servitore, col cuoco, con Agostino Giarrusso, il contabile; e la
gente, certe volte, andava via stanca di suonare, credendo che la casa
fosse deserta. Don Ferdinando, duca di Santa Cita, il cugino della
principessa che veniva ogni giorno a desinare da lei dopo che il giuoco
lo aveva ridotto povero in canna, scampanellava talmente forte ed a
lungo, che tutti i servi correvano ad aprirgli; ma i giuocatori non si
prendevano soggezione di lui. Lacero, unto, egli si metteva vicino alla
cugina, e gli occhietti grigi gli si accendevano nella faccia scarna,
covando i denari, seguendoli ardentemente nel loro peregrinare pel
tavolo, dimenticando perfino la sua fame.
Nessuno diceva una parola, da principio. In capo a un quarto d'ora la
principessa perdeva la testa, non distingueva più le carte, vedeva
partire l'uno dopo l'altro i biglietti che teneva davanti; padre
Agatino diventava livido, convulso; il marchese si abbatteva, accusava
un forte dolor di capo, tentava di spegnere a furia di grandi bicchieri
d'acqua con anice l'arsura che lo tormentava.
Poi cominciavano a lamentarsi, tutti allo stesso modo, di perdere, di
perder sempre.
-- Questo si chiama spogliar la gente! -- esclamava padre Agatino,
irritatissimo.
-- Dite a me? Non vi basta di portarmi via ogni cosa? Ancora un poco e
dichiaro fallimento.
-- Se fallirete, è colpa della vostra testa bislacca!
-- E la vostra farina il diavolo la fa andare in crusca!
Gli animi si esasperavano; il marchese accusava padre Agatino di
rovinarsi con donna Rosalia, la sua ganza; questi metteva in ridicolo
la smania delle speculazioni con le quali il marchese minava la sua
fortuna.
-- Quanto avete guadagnato coi famosi agrumi?
-- Gli agrumi sono per terra; ora ho aperta una fabbrica d'agro cotto.
-- E domandate dove sono le vostre vincite? La fabbrica se le mangia,
col resto.
-- E donna Rosalia vi ridurrà in camicia!...
-- Ma dunque, son'io che vinco? -- chiedeva malinconicamente la
principessa. -- Da un mese non vedo una carta!
Nondimeno continuavano, fino a sera, al lume delle candele, senza
decidersi a smettere.
-- Gli ultimi tre giri? -- proponeva di tanto in tanto la principessa.
-- Gli ultimi.
Finiti quelli, si guardavano in faccia.
-- Un altro?
-- Un altro.
Così, ogni giorno la principessa andava a desinare un poco più tardi.
La sua tavola era sempre apparecchiata con molti posti; ella aveva
spesso dei commensali: ora il cavaliere Fornari, ora il marchese, ora
qualche altro.
-- È una cosa disperante, non ho più appetito!
E si rimpinzava di droghe, di digestivi, mangiava per forza, si
levava di tavola più disgustata di prima. Invece il duca di Santa Cita
diluviava per due, con un appetito insaziabile; restava a tavola a fare
il chilo, allentando le cinghie dei calzoni e del panciotto, pel troppo
cibo.
La principessa andava a buttarsi un istante sul letto, ma non le davano
il tempo di pigliar riposo. Appena notte, cominciava a venir gente:
una processione continua di persone di ogni genere: vecchi abituati a
prendere il caffè da lei e a sonnacchiare sui divani, lunghi sdraiati,
con un sigaro spento fra le labbra: intere famiglie che prendevano
posto intorno al tavolo del sette e mezzo, o della tombola, o della
bassetta, secondo la stagione, o si sparpagliavano per le vaste sale
dell'antico palazzo, come in casa propria, disponendo il modo di passar
la sera; e poi certe figure enimmatiche, provinciali, forestieri che
nessuno sapeva chi fossero, neppure la padrona di casa, la quale
intanto stava sulle spine, annoiandosi al giuoco piccolo, andando
di tanto in tanto a dare una capatina nella stanza appartata dove il
marchese, padre Agatino, il dottor Felicetta e qualche altro facevano
la forte partita a primiera.
-- Principessa, non giuocate?
-- Come fare, con tutta questa gente...
-- Un giro soltanto!
Lei non sapeva resistere alla tentazione, perdeva, tornava in salotto
tutta turbata, restava un istante per scomparire nuovamente e ritornare
a pigliar posto al tavolo della tombola, nascondendo male la sua
contrarietà.
-- Non capisco come possiate divertirvi a questo giuoco! -- diceva a
donna Cecilia Morlieri, mettendosele a fianco.
-- Il più bel giuoco è quello a cui si vince!
Come donna Cecilia era in istrettezze, da tanto che s'era divisa dal
marito, comperava una sola cartella per volta, non arrischiava mai più
di due soldi e lasciava il suo posto appena aveva una vincita, anche
minima.
-- Il bel giuoco dura poco!
Dall'altro lato del tavolo Giorgio Furleo e la signorina Marco
giuocavano in società, ogni sera, da parecchi anni.
-- Come sono seccanti! -- diceva la baronessa de Fiorio alla vicina, in
modo che tutti la sentivano.
-- È una cosa che sta malissimo, e se le mie figliuole si permettessero
altrettanto, io le piglierei a scapaccioni, dinanzi a chiunque! --
rispondeva la Giordano, per fare intendere che le sue ragazze avevano
tutt'altra educazione.
Intanto, esse erano circondate da tutti i giovanotti della società.
Angiolina, la più piccola, benchè sembrasse ancora una bambina, teneva
fronte ai più arditi; Antonietta rispondeva alle occhiate del tenente
Costanzo, di nascosto, perchè sua madre non lo trovava un partito
abbastanza vantaggioso.
-- Se ti vedo ancora attorno quel pezzente!... Uno che non si sa come
nasce!...
E andava a mettersi accanto alla marchesa Sanfilippo, alla contessa
Vita, alle signore titolate, per prendersela colla padrona di casa:
-- Già, la colpa è tutta della principessa. Che rispetto volete che
s'abbia, quando si danno certi esempi!... Lei non vive che per il
giuoco, il cugino mangia alle sue spalle, chi va e chi viene!...
-- Grazie! -- diceva il cavaliere Fornari al cameriere, allontanando il
vassoio col gesto. -- In fatto di liquori, non mi contento che della
mia sciartrosa. Oggi, sotto un cartellino fiammante, vi danno un po'
d'acqua inzuccherata...
E si voltava a criticare la composizione dei -menus- del Grande Albergo
con Filippo Mordina, un povero diavolo sul cui viso magro e patito si
leggeva la fame.
-- Non pensa che a mangiare e a bere! -- faceva osservare il professor
Quartini al pretore Restivi. -- Ma il pretore Restivi, rincantucciato
nell'angolo del divano, con la testa reclinata sulla spalliera, dava al
suo interlocutore uno sguardo spento, fra le palpebre socchiuse, poi
le richiudeva nuovamente e ripigliava il sonno interrotto. Dall'altro
lato del divano, don Felice Giordano sonnacchiava anche lui, quando sua
moglie veniva a destarlo bruscamente, sul punto di andar via:
-- Che modo è questo di stare in società? Dove hai imparato
l'educazione?...
A poco a poco la gente se ne andava e le sale restavano vuote,
illuminate a giorno, nella notte alta. Nella stanza dei giuocatori
le candele finivano di consumarsi, con una fiamma lunga, rossastra,
illuminante le faccie gialle o infocate. La principessa trangugiava
la terza o la quarta tazza di caffè. Al profondo russare del Restivi
rispondeva in cadenza, come un'eco, il ronfo leggiero, inquieto, del
cameriere nell'anticamera.
II.
Alla luce del giorno, i guasti prodotti nella casa della principessa
apparivano da ogni parte. Sui divani, sulle poltrone, il grasso
delle capellature aveva messo delle macchie nerastre nel rosso
cupo, nel giallo, nell'azzurro delle stoffe, i cui piccoli strappi
andavano allargandosi, scoprendo qua e là la ruvida tela; i tappeti
erano costellati di sputacchiature, cosparsi di mozziconi di sigari
calpestati, di fiammiferi spenti, di ogni sorta di residui; le dorature
delle porte si discrostavano; le tende cadevano a lembi; le seggiole
zoppicavano; nell'anticamera i mattoni rotti, distaccati, risuonavano
sotto i passi: una rovina lenta e continua.
-- Un giorno o l'altro bisognerà rifare ogni cosa!
E chiusa nella sua camera, insieme coll'amministratore, una bella
mattina la principessa si occupava finalmente dei suoi affari.
-- Avete fatto i conti della -Falconara-?
-- Principessa, non ho avuto tempo. Sa che il mio romanzo è cominciato
a pubblicarsi nell'appendice dell'-Imparziale-?
-- E le cambiali?
Ma don Peppino, col capo alla letteratura, non sapeva mai la situazione
precisa della casa, e chiamava Agostino Giarrusso, il contabile, per
esserne informato.
-- Le cambiali di Strignoni scadono il mese venturo; quelle della Banca
l'altro mese. Si farà un estratto dell'appendice: la principessa deve
promettermi di leggerlo, assolutamente!
-- Sentite, ho bisogno di denari.
Allora don Peppino lasciò da parte il romanzo.
-- Denari? Dove vuole ch'io li prenda? La proprietà è tutta ipotecata,
i creditori non si possono tenere a bada, le terre deperiscono per
mancanza di migliorie...
-- Ma l'anno scorso...
-- L'anno scorso? Sa di quanto è cresciuto il passivo, in quest'anno? Di
trenta mila lire...
Sotto l'impressione di quelle cifre, la principessa si disturbava,
sinceramente contristata dello sperpero della sua fortuna.
-- Come si fa, un rimedio...
A un tratto, risuonò il campanello.
-- Padre don Agatino -- annunziò la cameriera.
Allora la principessa non resse più.
-- Fate, fate voi, don Peppino. Vi do carta bianca. Mi raccomando,
trovatemi denaro. Scusate, mi aspettano...
-- Vendiamo? -- proponeva don Peppino trattenendola.
-- Sì, sì; fate voi...
-- E senta... verrà alla Filodrammatica? Ci sarà una cosuccia mia: -La
moglie del vedov-o, una farsa brillantissima...
Padre Agatino, appena vide comparire la principessa, agitò in aria un
fogliolino di carta giallastra.
-- Questa volta non può fallire; tre numeri d'oro!
-- Sentiamo, sentiamo -- disse l'altra, cupidamente ansiosa.
-- Otto, quarantadue e sessanta!
La principessa chiamò il duca di Santa Cita perchè andasse a giuocarle
i numeri.
-- Quant'è la posta?
-- Mettici due onze. Si possono vincere trentamila lire?
-- Non sapete fare il conto?
-- Mi confondo... Trentamila lire, però, sarebbe una bella vincita!...
Vinceremo, Ferdinando?...
Don Ferdinando andò a giuocare per conto suo quelle venticinque lire
alla Birreria.
-- La ricevuta? -- chiese più tardi la principessa.
-- L'ho messa da parte...
E come la speranza della vincita la riconfortava, ogni traccia di
rimorso si dissipava dall'animo suo, e tornava alle carte con lena
rinnovellata.
III.
A carnevale, ogni anno, le frequentatrici del palazzo Roccasciano
assediavano di preghiere la principessa, perchè aprisse le sue sale a
qualche ballo.
-- Via, si persuada una volta! -- insisteva complimentosamente la signora
Giacomina Giordano. -- Nessuna casa è adatta più di questa; e poi, sotto
la sua direzione, sarebbe assicurata la più splendida riuscita!
Donna Cecilia Morlieri, disgustata, metteva fuori tutto quello che
aveva in corpo:
-- Ora viene a farti la corte, dopo averti sparlato che peggio non si
potrebbe! Scusa, cara Sabina, ma certa gente io non capisco come tu la
riceva...
-- Perchè?
-- Ma perchè questa signora è l'amica di Motta... e tutta la famiglia ci
vive su...
-- Chiacchiere! -- la principessa difendeva la Giordano -- Non dare
ascolto alle male lingue. D'altronde, se aspettano il ballo, vogliono
aspettare un pezzo. Non ho denari, come debbo dirlo?...
-- Non ha denari? -- borbottava la signora Giacomina vicino alle Valdieri
-- Sfido io! dopo che sta giuocandosi perfino la camicia che indossa!
-- Sicuro! E poi -- rispondevano quelle -- quando si è in una certa
posizione, vi sono degli obblighi. Nostro cugino il conte ha dato una
festa, a Trapani, che è stata una meraviglia.
-- Volete dire che se dovesse stare a ricevere gl'invitati non potrebbe,
Dio liberi! toccar le carte per una serata!
-- È una vergogna!... Nostra zia la marchesa aveva un abito fatto venire
appositamente da Parigi.
-- L'ho sempre detto io, che questa non è casa!
Ma come la stagione s'avanzava, la principessa si vedeva, con un
sospiro di sollievo, sempre meno gente attorno. Ora lei restava padrona
di sè, sicura di non esser disturbata. E al rianimarsi del giuoco,
tutti ricominciavano a lagnarsi di perdere, a prendersela con la sorte
o ad accusarsi l'uno con l'altro.
Il marchese Sanfilippo l'aveva con padre Agatino, toccava tutti i
momenti un corno di ferro che portava appeso alla catenella, contro il
mal'occhio.
-- Siete un iettatore! Non giuocherò più quando ci siete voi!
-- Ma se la disdetta mi perseguita! Perdo da un mese!
Tanto era vero che non sapeva come fare a contentar la Rosalia, che
voleva la carrozza il giovedì e la domenica, ora che la musica suonava
di sera al giardino pubblico.
-- Andate là, viziosaccio! -- rispondeva il marchese, che aveva anche
lui bisogno di denari per piantar le vigne ai -Pojeri-: non c'era altro
prodotto che il vino! e la fabbrica d'agro cotto era lasciata a mezzo.
-- Non ho mai un giorno di vena! -- si lamentava la principessa con la
Morlieri.
A sentire l'eterno ritornello, donna Cecilia parlava chiaro, com'era
suo costume:
-- Scusa, cara Sabina, ma io direi che sei tu che non potrai vincere
mai!... Prima di tutto, non sai giuocare...
La principessa alzava le spalle, ridendo.
-- Insegnami tu!
-- Secondo, i tuoi compagni, quando possono, senza che tu te ne accorga,
dànno una mano alla fortuna...
-- Non è vero! È una calunnia.... Sai che diventi cattiva?
-- Terzo, finalmente, come tutti i giuocatori, tu sprechi la vincita
invece di metterla da parte.
-- Non è vero niente; son'io che debbo dirlo! Del resto, non giuocherò
più... andrò in campagna, la mia salute ne ha bisogno. Voglio
ristabilirmi, voglio restare un paio di mesi senza toccare una carta,
per vedere se la disdetta si stancherà. Tu verrai a trovarmi, qualche
volta? Non lasciarmi sola...
La solitudine della principessa durava un giorno. Appena stabilita a
-Villa Oriente-, arrivavano i notabili del paese: il sindaco don Delfo,
il ricevitore, don Gerolamo il farmacista; subito dopo cominciava il va
e vieni degli amici, dei conoscenti, degl'invitati, che si trascinavano
dietro altre persone, sicuri di trovare la più larga ospitalità, un
posto a tavola e un altro a tavolino. Padre Agatino arrivava il primo
di tutti, con una valigia, un sacco da notte, la cappelliera e ogni
sorta d'involti e d'involtini; affittava un villino per la Rosalia e
prendeva per sè la più bella camera di -Villa Oriente-, dove andava
e veniva a comodo suo. Degli altri, chi restava un giorno, chi una
settimana e chi più, a proprio talento. I propositi della principessa
svanivano come nebbia al sole; il movimento, la folla l'ubbriacavano,
e ricominciava a giuocare, da principio un poco, tanto per far qualche
cosa.
-- Come si passa il tempo in campagna?
Però padre Agatino cominciava a mormorare:
-- Che seccatura!... Se avessi saputo di annoiarmi tanto!...
E come il marchese e qualche altro erano dalla sua, e la principessa
non domandava se non di farsi pregare, combinavano la partita, si
chiudevano in uno stanzino, non si trovavano più.
-- La principessa? Dov'è la principessa?
-- A confessarsi con padre Agatino! -- diceva ad alta voce la de Fiorio,
ridendo sgangheratamente.
-- Che sguaiata! Ci si vede ancora la tabaccaia! -- osservava una delle
Valdieri.
Ma il barone de Fiorio andava dietro alla moglie, come un cagnolino,
e si guardava attorno, tutto stupito, quando la società rideva alle
sconvenienze di lei.
Padre Agatino, il quale non si curava di tutta quella gente e pensava
ad accaparrare compagni pel giuoco, andava a trovare il vicario, i
canonici, tutti i preti del paese, e li invitava a -Villa Oriente-. La
principessa li accoglieva graziosamente, offriva loro il cioccolatte,
prometteva di ricamare una tovaglia per l'altare e di far fondere una
campana per la chiesa di San Placido; poi si andava a sedere intorno al
tavolo verde.
-- Tutti i salmi finiscono in gloria! -- diceva il barone D'Errando alla
società raccolta nel salotto, intanto che la padrona di casa non si
vedeva.
-- Grazioso! Ben detto! -- rispondeva la Giordano che gli aveva messo gli
occhi addosso per Antonietta, e lo adulava, lo trovava spiritoso.
Riuniti in molti, parte ospiti della principessa, parte convenuti dalle
vicine villeggiature, ai giovani veniva voglia di ballare, e intanto
che una delle Valdieri tempestava sul pianoforte, la principessa
continuava a giuocar grosso, chiusa nello stanzino con padre Agatino e
i compagni.
-- Balla con D'Errando! -- ingiungeva in un orecchio alla figliuola la
Giordano.
-- Se non m'invita!
Ma la signora Giacomina se la prendeva col tenente Costanzo, non
rispondeva ai suoi saluti, gli voltava le spalle, per fargli intendere
che Antonietta non era pane pei suoi denti. Le sue figliuole dovevano
maritarsi con dei titolati o dei nobili: per questo lei chiudeva un
occhio se il marchesino Bellia scherzava con Angiolina, se il baronello
Pace le parlava piano in un angolo, se ballava sempre con lei.
Dopo una di quelle serate, la principessa si levava tardi, con la testa
addolorata, la lingua amara, una sfinitezza in tutta la persona. Un
giorno, inaspettata, arrivò donna Cecilia Morlieri.
-- Cecilia! Come sei buona d'esser venuta! -- e la principessa fece uno
sforzo per alzarsi dalla poltrona.
-- Che cos'hai?... Ti senti male?
-- Molto... la testa!...
-- Ma come vuoi star bene, chiusa in questa scatola!
Donna Cecilia apriva le imposte, spalancava le persiane, faceva
irrompere l'aria e la luce, trascinava l'amica in giardino. Esse
percorrevano di su e di giù i viali, lentamente, parlando a voce bassa;
la principessa si appoggiava al braccio della compagna; a un tratto si
fermò, protestando:
-- Ma che giuocare!... Così, un poco, per isvago!... Questo non si
chiama giuocare!...
-- Ed hai perduto?
-- No, nulla.... -- rispondeva arrossendo. -- Una cosa da nulla...
E, appena rientrate, la principessa chiese:
-- È venuto nessuno?
-- Sono di là, con padre Agatino -- rispose la cameriera.
-- Se hai da fare, Sabina, senza cerimonie!...
-- Figurati! Niente.
Però era distratta, non le dava ascolto, parlava a sproposito, si
alzava, inquieta, andava da una stanza all'altra, finchè non suonava
l'ora del pranzo. A tavola, avevano già preso posto padre Agatino, il
canonico Giusti, il parroco.
-- Siamo in sagrestia? -- mormorò donna Cecilia, nel vedere tutte quelle
tonache nere.
E scorgendo le faccie rosse di coloro, e gli sguardi e i segni
scambiati con la principessa, un risolino le increspò le labbra
sottili.
-- Ho capito.
Il cugino don Ferdinando, in un angolo, mangiava a due palmenti,
silenziosamente, con compunzione, impazientandosi soltanto se la Fanny
tardava a recar le portate, intanto che la principessa assaggiava
appena le vivande.
-- L'aria di campagna non mi ha conferito! Non so più che cosa tentare.
A sera, come padre Agatino e i compagni erano spariti, lei non ebbe più
la forza di resistere.
-- Permetti, cara Cecilia: io mi ritiro. Ho un dolor di capo da non
reggere. Buona notte.
Donna Cecilia scrollava le spalle vedendola allontanarsi.
-- Il lupo perde il pelo e non il vizio!
IV.
Tornata in città, la principessa trovava che la villeggiatura le era
costata un po' cara. Allora rinnovava i propositi di mutar vita, di
non giuocar più, di non ricevere più nessuno, tranne qualche amico,
gl'intimi, quelli che non avrebbe assolutamente potuto mandar via.
Poichè faceva caldo, la sera veniva infatti poca gente; il cavaliere
Fornari, padre Agatino, il professore, il pretore Restivi, il marchese
e qualcun altro, tanto da combinare un piccolo tavolino di bazzica, a
cinque lire la partita, per ammazzare un'oretta.
Il cavaliere Fornari, più ingrassato di prima, aveva sempre una
sete inestinguibile, e ad ogni ripresa del giuoco tracannava enormi
bicchieri d'acqua ghiacciata, soffiando, sudando come un orciuolo,
ripigliando le sue eterne lamentazioni:
-- Lasciatemi stare! Ho dovuto mandar via quell'infame del cuoco che mi
avvelenava. Non è più possibile trovare chi vi sappia scaldar due fila
di vermicelli: o crudi o disfatti, o insipidi o in salamoia!...
Il dottore veniva al suo solito a portar notizie.
-- Don Camillo Morlieri è in fin di vita.
-- Davvero? Donna Cecilia dovrà esserne molto angustiata!
-- Don Camillo ha una bella fortuna!
-- Aveva -- correggeva il marchese. -- Sono vigne, e il vino è per terra.
Non vi è che lo zolfo, ora. Chi ha zolfare è ricco.
-- Hanno figliuoli? -- chiedeva il professore Quartini.
-- Che!... di dove cascate? -- gli davano sulla voce. -- Non sapete che si
sono divisi il domani del matrimonio?
-- Una testa famosa, quella donna!
La principessa faceva un segno d'assentimento:
-- Non ne parlate!
-- Don Camillo non vuol lasciarle neanche un soldo; non è vero, pretore?
Il pretore Restivi, sentendosi chiamare, borbottava qualche parola
senza senso, e riappoggiava la testa dall'altro lato della poltrona.
-- Non si può avere un momento di quiete!
I veri tormenti ricominciavano per lui al sopravvenire dell'inverno
e, con esso, della solita folla che la principessa, malgrado i suoi
giuramenti, tornava ad accogliere. Con tutte le sale illuminate
e piene di gente, non era più possibile trovare un posto dove non
esser molestati, e il pretore invidiava il cameriere che, sul lucido
cassettone dell'anticamera, sonnacchiava tranquillamente. Egli finiva
col pigliar sonno in mezzo al frastuono delle conversazioni, che
cessava come per incanto in una silenziosa risata ai primi accordi del
suo profondo russare.
Donna Cecilia era spesso della compagnia. Suo marito non aveva voluto
morire neanche quella volta, ed ella se ne stava in un angolo a sentire
i lamenti dei giuocatori, o le accuse che tutta quella gente, per un
verso o per un altro, rivolgeva alla fortuna. Lei non diceva nulla,
non si lagnava della sua miseria, arrischiava due soldi al giuoco, e
salutava ogni volta con un senso di sodisfazione le sue stanzette dalle
vôlte basse come un mezzanino, dalle imposte tarlate, dalle finestre
anguste sporgenti sulla corte, esposte alle esalazioni della stalla
del proprietario. E prima di andare a letto, ogni sera, apriva il
cassetto secreto del suo vecchio armadio a forma di lira, ne traeva il
portafogli riposto nell'angolo più profondo e cavava con mano tremante
una carta gualcita, dai caratteri ingialliti dal tempo. «Lascio ogni
mio avere, tutto incluso e nulla escluso, alla mia cara moglie Cecilia
Morlieri Spadafora. -- Camillo Morlieri.» E come il rigo seguente
portava la data, -16 Gennaio 1845-, donna Cecilia faceva il conto che,
essendo passati quarant'anni dall'unico giorno del suo matrimonio, non
aveva da aspettare ancor molto. Quanto al caso che suo marito avesse a
lasciare un altro testamento, lei non ci pensava neppure.
-- Conosco quel che vale! Non ne farà.
V.
Vedendo la sua casa ridotta a mal partito, la principessa deliberò
finalmente un giorno di rifarla da cima a fondo.
-- Mi occorrono diecimila lire -- disse al suo amministratore.
-- Dove vuole ch'io le pigli? -- rispose don Peppino, pensando ancora
alla farsa, che gli aveva fruttato appena una chiamata.
-- Come, non sapete trovare diecimila lire?
-- Le trovi lei, se può. Io non mi fido di trovare neanche un soldo. Non
sa che gli ultimi denari sono stati presi al quindici? E che Strignoni
minaccia un protesto? E che la -Falconara- è piena d'ipoteche? E che un
giorno o l'altro bisognerà prendere una risoluzione?
Ella restava interdetta, si passava una mano sulla fronte,
impressionata, addolorata dalla rivelazione come per una inattesa
disgrazia.
-- È la sorte che mi perseguita! Voi, caro don Peppino, dovete aiutarmi;
mi metto nelle vostre mani; non mi lasciate vendere la -Falconara-, se
no, io sono rovinata.
-- Se dipendesse da me!...
Ma don Peppino pensava alla sua rivincita, un gran dramma come
-Patria!- di Sardou: -Masuccio-, ovvero -Dio non paga il sabato-,
in cinque atti; la selva era già pronta, e l'-Imparziale- avrebbe
pubblicato il testo in appendice....
Il giorno che la -Falconara-, l'antico feudo di casa Roccasciano, fu
messo all'asta, la principessa si mise a piangere, disperatamente, come
una bambina. Provava un bisogno irresistibile di sfogare con qualcuno
la piena del suo dolore, e andò a buttarsi nelle braccia di donna
Cecilia.
-- Ah, io sono una donna disgraziata!... Cecilia, Cecilia mia, tu sei la
mia sola amica... Come faccio, se tu non m'aiuti!...
Donna Cecilia cercava di calmarla, con belle parole, ma poichè l'altra
continuava a singhiozzare, monotonamente, e a chiedere aiuto, lei
perdette la pazienza.
-- Infine! L'aiuto è che non devi giuocar più!
La principessa la guardò, tutta meravigliata, dietro il velo di lacrime
che le offuscava la vista.
-- Giuocare io?.. E quando?.. Se ho perfino dimenticato la forma delle
carte!
-- Quand'è così, buon divertimento!
-- Non mi credi?... Non mi crede più nessuno!...
Lei non sapeva che fare, dove dar di capo, nel dissesto che quel grave
avvenimento metteva in tutte le sue abitudini. Non giuocando più,
davvero, per qualche giorno, cadde ammalata. Intorno al suo letto
si succedevano una dopo l'altra tutte le sue conoscenze, a scambiar
notizie, a discorrere del più e del meno. La casa restava in balìa
dei visitatori; le persone di servizio andavano e venivano per conto
di questi e di quello, del cavaliere Fornari che voleva un po' di
bicarbonato, del pretore che mandava a casa a cercare il soprabito,
della Giordano che faceva chiamare una carrozzella, del duca che aveva
fame; intanto che padre Agatino stava alle vedette, aspettando un
giuocatore, disperato di aver dovuto smettere giusto in un periodo di
vena, che gli mancava poco per mettere assieme la sommetta chiestagli
dalla Rosalia.
-- Almeno venisse quella bestia del dottore!
Ma il dottore non veniva; la principessa, che gli aveva una gran
fiducia a tavolino, non voleva sentir parlare di lui quand'era
ammalata.
-- Bisogna che la disgrazia mi perseguiti! -- borbottava il monaco.
-- Non sapete la disgrazia di quel povero de Fiorio? -- venne a dire una
sera il Fornari.
-- Che gli è successo?
-- Gli è successo che sua moglie è scappata via, con un barbiere.
-- Ci sarebbe da cavarne un terno -- pensò padre Agatino, e si mise
a cercare il libro dei numeri. Rivoltando tutte le carte sparse per
la casa, guardando in ogni posto, dentro tutte le cassette, non gli
riusciva di trovarlo, e poichè gridava e se la pigliava con le persone
di servizio, la principessa intervenne:
-- Che cosa cercate?
-- Cerco la cabala.
Allora lei si fece un po' rossa in viso, cacciò un braccio sotto
l'origliere e ne cavò il libro, dove, dacchè era a letto, non potendo
meglio, aveva studiato di nascosto ogni combinazione di terni e di
cinquine. Come padre Agatino ebbe trovati i suoi numeri lei vi giuocò
su dieci lire e cominciò a star meglio.
Infine, la -Falconara- era venduta, i creditori più fastidiosi
sodisfatti, e lei s'era riservata una porzione della somma, per
disporne a modo suo. Ora poteva ripigliare l'antico disegno di rifar la
casa, e poichè aveva denari in mano, suo cugino, gli amici, i servi,
tutte le persone con cui aveva da fare ne godevano un poco anche loro
ed alzavano inni di ringraziamento.
-- Che buona signora!
-- Che cuor d'oro!
-- Meriterebbe davvero miglior sorte!
Donna Cecilia, saputa la nuova della vendita, andò a farle una visita
di condoglianze. Trovando l'uscio spalancato, senza che nessuno
rispondesse alle sue chiamate, si fece strada da sè dirigendosi verso
il salottino dove la sua amica passava la giornata. All'improvvisa
apparizione, padre Agatino e la principessa si sollevarono
precipitosamente, cercando di nascondere qualche cosa.
-- Finalmente, si vede un'anima viva! -- esclamò donna Cecilia.
-- Sai -- rispose la principessa, non ancora rimessasi -- c'è il battesimo
della bambina del cuoco... e i suoi compagni sono tutti invitati...
Donna Cecilia, vedendo l'imbarazzo di quei due, tentò d'attaccar
discorso:
-- Non vai in campagna, quest'autunno?
A un tratto s'intese un fruscìo, e di sotto lo scialle che la
principessa teneva sulle ginocchia cominciò a precipitare, a
cascatelle, un mazzo di carte. La principessa diventò di bragia, e
padre Agatino si alzò, sbuffando. Donna Cecilia cercò un pretesto per
andar via.
-- Buona fortuna!
-- Un colpo secco! -- le augurò dietro il monaco, raccattando le carte.
La sera venne il dottore:
-- Non sapete?... È morto d'un colpo don Camillo Morlieri, e lascia ogni
cosa ai nipoti.
Soltanto il giorno dopo il cavaliere Fornari rettificò la notizia:
-- I nipoti non hanno testamento. Ce n'è uno solo, del quarantacinque,
dove lascia ogni cosa a sua moglie.
VI.
Donna Cecilia aveva ora un grande quartiere nel palazzo Bellavia, con
ogni sorta di comodità e una disposizione invidiabile; è vero che dalla
parte del cortile venivano ancora le esalazioni della stalla, ma non le
davano più fastidio perchè erano quelle dei cavalli suoi proprii.
Tutta la giornata le bastava appena per occuparsi dei suoi affari,
che richiedevano una vigilanza continua; la sera, qualche volta,
andava dalla principessa. Questa, ora che sapeva donna Cecilia ricca,
pretendeva che anche lei facesse la partita.
-- Andiamo, non esser tanto avara! Cosa vuoi farne dei tuoi quattrini?
Era come dire al muro. Se qualche volta donna Cecilia, trovandosi di
buon umore, arrischiava una lira, sia che vincesse o perdesse lasciava
subito il suo posto.
La principessa non poteva tollerar questo: se la vedeva perdere le
offriva insistentemente la rivincita, se la vedeva vincere diventava
intrattabile.
-- Non è modo, lasciare il giuoco quando gli altri perdono!
-- Piglia l'amico tuo col vizio suo! -- sentenziava donna Cecilia. -- Cara
mia, dopo aver giuocato, bisogna bene che io restituisca i denari a chi
me li ha prestati.
-- A chi?
-- Alla tasca!
La principessa finiva per irritarsi sordamente contro donna Cecilia; la
loro amicizia si raffreddava.
-- Guardate che aria! Come se quella fortuna fosse opera propria! Che ci
ha messo lei, del suo?
Per questo donna Cecilia preferiva venire al palazzo Roccasciano
quando c'era molta gente, e si poteva passar la serata altrimenti che a
guardare le faccie gialle dei giuocatori intorno al tavolo verde. Ora
non la lasciavano più sola, in un angolo, come quand'era povera; avea
invece sempre qualcuno attorno, a dirle delle cortesie, a occuparsi
premurosamente di lei, sperando di strapparle qualche cosa, un pranzo,
una passeggiata in carrozza.
Le Valdieri, colle vesti di due anni fa e i guanti lavati, continuavano
a citare la parentela: «Mio zio il principe!... mia cugina la
duchessa!...» e sospiravano a ogni annunzio di matrimonio.
-- Aria e tupè, ma denari non ce n'è! -- borbottava donna Cecilia.
Il cavaliere Fornari, ridotto a non potersi più muovere, minacciato di
morire col grasso al cuore, veniva a buttarsi pesantemente sul divano,
facendo gemerne le molle, ricominciando le sue eterne geremiadi sui
cucinieri che gli rovinavano la salute.
-- È una disdetta! Tutti guatteri, signora, mi creda: tutti guatteri
infami.
La Giordano, dopo un lungo manovrare, appena la vedeva sola, andava
a mettersele al fianco, per chiederle se il tale era nobile o se
il tal'altro apparteneva a una famiglia -distinta-. Dall'altro lato
del salone Giorgio Furleo e la signorina Marco giuocavano ancora in
società, come cinque anni prima, lui aspettando sempre la promozione:
e se la pigliavano con la sorte! Si vedeva ancora quel giovanotto
Mordina che non si sapeva bene come non fosse ancora morto, tanto era
malandato -- e andava raccomandandosi alla gente, in cerca di un posto
da lavorare! Da parte sua il barone de Fiorio portava in giro la sua
inconsolabile malinconia, dopo che la moglie lo aveva piantato pel
barbiere.
-- Povero diavolo! Un vero cane senza padrone! -- Tutti lo compiangevano.
-- Chi d'un asino ne fa un mulo, il primo calcio è il suo! -- rispondeva
donna Cecilia, alzando le spalle -- Perchè ha sposato una tabaccaia?
E il pretore Restivi smaniava ancora per non trovare riposo sulla
poltrona ammaccata, invece di andare a dormire a casa, e i giuocatori
si lagnavano sempre di perdere: la principessa che si lasciava
rubare, padre Agatino che si rovinava con la ganza, il marchese che
sentenziava: «Gli zolfi sono finiti; non ci sono altro che gli olii; io
ho piantato un oliveto!»
Poi, come all'annunzio di un grosso terno vinto dal Fornari, che era
straricco, la principessa esclamava:
-- A chi sorte e a chi sporte!
-- La sorte è di chi se la fa -- rispose donna Cecilia, indispettita.
VII.
Ora, come i nodi si aggruppavano sempre più intorno al pettine, la casa
Roccasciano era molto meno affollata di prima. La principessa andava
peggio con lo stomaco ed era ridotta a non lasciar più la poltrona. Il
circolo dei compagni di giuoco si assottigliava continuamente, ed ella
restava lunghe ore sola con un cuscino sulle ginocchia e le carte in
mano, a disporle in varie guise, a file, a mucchietti, per ingannare il
tempo.
Appena arrivava il duca di Santa Cita, lei se lo faceva seder di fronte
e gli proponeva di fare una partita.
-- Ma io non ho un soldo!
-- Eccoti cinque lire.
Non le importava se, vincendo, vinceva i suoi proprii denari: lei
non sapeva far altro che giuocare; ed aspettava impazientemente la
sera, quando venivano ancora parecchi, padre Agatino fra gli altri, a
disputarsi con accanimento, dinanzi al tavolo verde, gli avanzi della
sua fortuna. Se non fosse stato per costoro, la principessa non avrebbe
saputo più nulla di quello che accadeva per il mondo.
-- Non sapete? -- venne a dirle il marchese una sera -- Donna Cecilia si
marita!
-- Sul serio? -- chiese lei, curiosamente.
-- Sul seriissimo. Dopo quarant'anni di senno, ha perduto il lume degli
occhi per un paio di baffi. Si marita col barone D'Errando.
-- Quanti anni ha?
-- Lui? Trenta.
-- E lei cinquantasette.
Padre Agatino e la principessa si guardarono.
-- C'è già l'ambo. E settanta, matrimonio.
I numeri non venivano fuori, invece le citazioni dei creditori
continuavano ad ammonticchiarsi sul tavolo di don Peppino, che pensava
ad un racconto per l'-Imparziale-, che il -Commercio- avrebbe poi
riprodotto. Così cominciò a parlarsi dell'espropriazione del palazzo
Roccasciano.
Giusto, la principessa andava sempre peggiorando e non riusciva più a
levarsi di letto. Ella voleva fare un voto alla Madonna del Carmine,
cercava una penitenza molto grave da infliggersi, perchè la Bella Madre
ne la rimeritasse, facendole ricuperar la salute.
-- Ecco, io non giuocherò più il venerdì; non toccherò neppure una carta
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