gli Italiani debbono confortarsi molto di possederlo, Il Cancellieri lo chiama “fenice dell'età nostra„; il Giordani gli riferisce che si parla di lui “come di un Dio.„ Che moto di legittimo orgoglio non deve sollevarlo sulla mediocre umanità! Quante soddisfazioni, quanti onori, quanti trionfi la sua fantasia non deve promettergli! Questa volta essa non può esagerare: certo, se di tutti gli altri beni non è destinato a conoscere altro che il nome, non gli potrà mancare nessuno di quelli che procura la fama. Noi abbiamo visto qual conto facesse il padre della sua grandezza e come largheggiasse per assicurarla. Finchè il giovane resta a Recanati, da una parte i suoi concittadini lo maltrattano come sappiamo e lo chiamano -poeta- con intonazione di scherno; dall'altra poco e male egli può sapere che cosa si pensi di lui nel resto del mondo: “Io tra le altre fortune ho quella di fare stampare le cose mie e non saper mai che cosa se ne dica: se piacciano, se non piacciano, se si stimino mediocri, se pessime, in guisa che un mio libro stampato è per me come se fosse manoscritto.„ Pubblica la traduzione del secondo canto dell'-Eneide-, e non gli giova “ad altro che a donarne tre copie in tutto e per tutto, non contando io per niente quel mezzo centinaio che n'ho fatto seminare tra questa vilissima plebe marchegiana e romana.„ E il suo lavoro resta ignorato a Roma, “dove pur vedo che si parla di cento altre traduzioni, che in coscienza non posso dire che sieno migliori.„ Stampa le sue canzoni e non sa come pubblicarle: “Io sono ignorantissimo di queste cose, non ho commercio letterario con nessuno, e con tutte queste copie in poter mio, non volendone un mezzo soldo, non so che diavolo me ne fare.„ S'arrovella aspettando tempi migliori; e intanto, perchè l'amor della gloria non gli sia pericoloso, si propone di obbedire a certe massime prudenti: “Ama la gloria, ma, primo, la sola vera; e però le lodi non meritate, e molto più le finte, non solamente non le accettare, ma le rigetta, non solamente non le amare, ma le abbomina; secondo, abbi per fermo che in questa età, facendo bene, sarai lodato da pochissimi, lasciando che altri piaccia alla moltitudine e sia affogato dalle lodi; terzo, delle critiche, delle maldicenze, delle ingiurie, dei disprezzi, delle persecuzioni ingiuste, fa quel conto che fai delle cose che non sono; delle giuste non ti affliggere più che dell'averle meritate; quarto, gli uomini più grandi e più famosi di te, non che invidiarli, stimali e lodali a tuo potere, e inoltre amali sinceramente e gagliardamente.„ Ottiene infatti qualche amicizia letteraria, sente dirsi cose lusinghiere da quelli che lo ringraziano del dono dei suoi opuscoli; ma già le delusioni cominciano. La difficoltà di stampare a sue spese, l'impossibilità d'inchinarsi a giornalisti ed a critici, gli fanno considerare come la più sicura, anzi la sola approvazione che le sue opere possano ottenere sia quella della propria coscienza. “Ma queste cose perchè ve le scrivo? Eh via che nè la nostra virtù, nè la delicatezza del cuor nostro, nè la sublimità della mente nostra, nè la nostra grandezza non dipendono da queste miserie, nè io sarò meno virtuoso nè meno magnanimo (dove ora sia tale) perchè un asino di libraio non mi voglia stampare un libro, una schiuma di giornalista parlarne. Oramai comincio, o mio caro, anch'io a disprezzare la gloria, comincio a intendere insieme con voi che cosa sia contentarsi di sè medesimo, e mettersi colla mente più in su della fama e della gloria e degli uomini e di tutto il mondo. Ha sentito qualche cosa questo mio cuore per la quale mi par pure ch'egli sia nobile; e mi parete pure una vil cosa voi altri uomini, ai quali se per aver gloria bisogna che m'abbassi a domandarla, non la voglio; chè posso ben io farmi glorioso presso me stesso, avendo ogni cosa in me, e più assai che voi non potete in nessunissimo modo dare.„ Il proposito è di quelli che si chiamano filosofici, come opposti alle idee pratiche. In questa filosofia tanto più è difficile che egli perseveri, quanto maggiori sono le manifestazioni del suo ingegno, quanto più calda è l'espressione della meraviglia dei pochissimi che lo conoscono. Il Giordani s'adopera per lui, per fargli ottenere un posto a Roma; ma il giovane sa di esservi sconosciuto, “e non dico di non meritarlo; dico bene che infiniti altri che lo meritano quanto me, sono senza paragone più noti e stimati e lodati e riveriti che non son io; la qual cosa non mi muove punto nè mi dee muovere per sè stessa, ma mi pregiudica in questo ch'io non avendo nessuna fama, non ne posso cavare quelle utilità reali che ne cavano coloro che n'hanno, comunque se l'abbiano. Sicchè non è dubbio che i vostri uffici non mi possano giovare assaissimo.„ Ma l'amico suo non riesce, nè a Roma nè in Lombardia. Intanto il Pindemonte ingelosisce di lui per il suo saggio di traduzione dell'-Odissea-; il giovane risponde giustificandosi, umiliandosi: “Io non ho mai veduto nessuna parte dell'-Odissea- del Pindemonte. Non so neppure se l'abbia tradotta e pubblicata tutta; solamente quel saggio che stampò alcuni anni prima del mio. So ben questo, che la sua traduzione si potrebbe paragonare alla mia così bene, come una gemma a un ciottolo.„ Un giorno, stanco delle lunghe aspettazioni senza alcun ottenimento, egli pone da parte il suo orgoglio e s'inchina dinanzi al Mai perchè gli ottenga di farlo uscire da Recanati procurandogli la cattedra di lingua latina vacante nella Biblioteca vaticana, della quale il Monsignore è primo Custode. “Ho vissuto sempre in un piccolo paesuccio, non ho conoscenze, non amicizie, non appoggi di sorta alcuna. Così che dopo avere perduto ogni altro vantaggio della vita, mi vedo ridotto a perdere interamente anche quell'ultimo frutto degli studi, che è la conversazione degli uomini insigni, e quel poco di fama, che ogni piccolo uomo si lusinga e desidera di acquistare. Ma chi vive sepolto in un paese come questo, non può mai sperare di farsi, non dico famoso, ma neppur noto in nessuna parte della terra. Tutte le fatiche, tutti i dolori, tutte le perdite che ho sostenute sono vane per me. Io mi vedo qui disprezzato e calpestato da chicchessia; tutte le speranze della mia fanciullezza sono svanite; ed io piango quasi il tempo consumato negli studi, vedendomi confuso con la feccia più vile degli scioperati e degl'ignoranti.„ Per queste ragioni “implora la misericordia„ di lui; e il Monsignore il cui nome sarà famoso presso i venturi grazie al canto che il giovanetto gli ha intitolato, non vuole o non sa contentarlo; anzi pubblica più tardi un frammento del Libanio “o per fare dispetto a me, o sapendo di certo che col pubblicarlo, lo levava di mano a me che già l'aveva trovato.„ Andato a Roma, egli s'accorge che nella gran città, dove sperava di ottenere quella fama negatagli nel piccolo luogo natale, è ancora più difficile esser conosciuti ed ammirati; e vede la miseria del mondo letterario che da lontano gli sembrava tanto bello: “Quel vedere la gente fanatica della letteratura anche più di quello ch'io fossi in alcun tempo, quel misero traffico di gloria (giacchè qui non si parla di danari, che almeno meriterebbero d'esser cercati con impegno), e di gloria invidiata, combattuta, levata come di bocca dall'uno all'altro; quei continui partiti, de' quali stando lontano non è possibile farsi un'idea; quell'eterno discorrere di letteratura e discorrerne sciocchissimamente, e come di un vero mestiere, progettando tutto giorno, criticando, promettendo, lodandosi da sè stesso, magnificando persone e scritti che fanno misericordia, tutto questo m'avvilisce in modo, che, s'io non avessi il rifugio della posterità e la certezza che col tempo tutto prende il suo giusto luogo (rifugio illusorio, ma unico e necessarissimo al vero letterato), manderei la letteratura al diavolo mille volte....„ I dotti stranieri lo apprezzano molto più che non gl'Italiani; ma non per le qualità delle quali egli è più orgoglioso. “Qui in Roma io non sono letterato (il qual nome, se è vero, è inutile coi Romani, inutile coi forestieri), ma sono un erudito e un grecista. Non potete credere quanto m'abbiano giovato quegli avanzi di dottrina filologica che io ho raccolto e raccapezzato dalla memoria delle mie occupazioni fanciullesche. Senza questi io non sarei nulla cogli stranieri, i quali ordinariamente mi stimano, e mi danno molti segni d'approvazione.„ Ma se egli spera di poter essere portato via, all'estero, da qualcuno di costoro, spera invano, Il ministro di Prussia gli dà gran lode per i suoi studi filologici e gli dimostra molto interesse e gli promette di esercitare tutta la sua influenza presso il governo pontificio per ottenergli un impiego: ma non glie l'ottiene; l'otterrebbe se egli consentisse a farsi prete! A Milano, a Bologna, stipendiato dallo Stella, deve fare per conto di questo libraio studii che abomina, “un librettaccio noioso„, il commento del Petrarca, “calice di passione„ dal quale non aspetta “nè onore nè piacere alcuno, bensì noia ineffabile e riso di molti che mi conoscono, dell'essermi occupato in queste minuzie pedantesche.„ E deve persuadere il libraio a non fargliene compiere un secondo dello stesso genere: “Eccomi a dirle del Cinonio. Trovo che questo lavoro sarà dei lunghi e noiosissimi, altrettanto e più che il Petrarca, senza stimolo alcuno di fama o di lode all'autore. Ciononostante, giudicando ella che esso debba riuscirle utile, eccomi a servirla. Ma avendo io già pubblicata col mio nome un'opera affatto pedantesca, com'è il comento al Petrarca, mi prendo la confidenza di porle in considerazione che il pubblicarne un'altra dello stesso genere, non potrà essere senza che il pubblico mi ponga onninamente, e per viva forza, in quella classe, dalla quale colle mie parole e cogli altri miei scritti ho tanto cercato di separarmi: nella classe di quelli che deprimono e rendono frivola, nulla, ridicola agli occhi degli stranieri la nostra letteratura, e con ciò servono mirabilmente alle intenzioni dell'-oscurantismo-: nella classe dei pedanti. Io la prego però di volere avere al mio nome questa compassione di salvarlo da questo epiteto, nel quale esso incorrerà inevitabilmente se la nuova opera sarà annunziata per mia....„ E quando poi questo libraio si dispone a stampare le sue -Operette morali-, gli vuol mettere questo libro di altissima filosofia nella -Biblioteca per dame-! Nessuno è riuscito a fargli avere un impiego: nessuno glie l'otterrà. Una promessa, il segretariato dell'Accademia di Bologna, sfuma nonostante l'appoggio del Bunsen. Lo stesso Bunsen gli dà come cosa fatta la sua nomina alla cattedra di eloquenza greca e latina; il giovane lo prega di fargli anche ottenere dal cardinale segretario di Stato la somma occorrente al viaggio da Bologna a Roma, non avendo la possibilità di farlo a spese proprie, e il Bunsen stesso mette a sua disposizione il denaro occorrente; ma tutto va a monte: egli non ottiene altro che “una nuova prova del quanto poco, anzi nulla, ci possiamo noi confidare in questo nostro Governo gotico, le cui promesse più solenni vagliono meno che quelle di un amante ubbriaco.„ Ancora il Bunsen gli propone una cattedra in Germania, a Berlino o a Bonn; ma, oltre che la cosa non è sicura, la salute rovinata non gli consente oramai di vivere in climi tanto rigidi. Il Colletta, cercandogli una cattedra in Toscana, non è più fortunato. Non è più fortunato il Maestri cercandogliene un'altra a Parma: glie ne darebbero una, ma di storia naturale!... I suoi concittadini, dopo tanta indifferenza e tanta diffidenza, hanno sentore della sua grandezza; essi pensano un giorno a lui, ma non per giovargli, bensì per giovarsene; lo eleggono ad un posto non letterario, ma politico; lo nominano deputato durante la rivoluzione del Trentuno, quando egli è lontano, tanto lontano che la rivoluzione quasi finisce prima che egli risponda rinunziando ad un ufficio al quale non è nato. Con tutta la sua dottrina, egli deve contentarsi di vivere dei pochi scudi che gli paga ogni mese il libraio Stella e dell'emolumento di lezioni private. Come una “fortuna„ sollecita dal Vieusseux di esser posto in relazione col libraio Antonelli, disponendosi ad accettare, tra per le condizioni del mercato librario, tra per lo stato della sua salute, gli sterili e odiati lavori di compilazione. Se stampa opere originali, deve pregare gli amici di trovargli sottoscrittori. Se concorre con le -Operette morali- al premio quinquennale di mille scudi che conferirà l'Accademia della Crusca, il Vieusseux gli assicura che, riguardo alla lingua e allo stile, cose che gli Accademici dovrebbero considerare principalmente se volessero esser fedeli al loro primitivo istituto, nessuno potrà competere con lui; ma il valore dell'opera sua non basta: bisogna raccomandarsi, essere raccomandato. “Il Capponi vi conosce„, gli scrive il Colletta, “vi pregia, vi ama; ma egli non ha sullo Zannoni la forza che voi credete; nè lo Zannoni può tutto in quel coro di canonici. Sento in predicamento il Botta; e certamente per mole sta sopra a tutti: ma che storia! che stile! Quanto perderebbero le lettere italiane s'egli avesse imitatori! Se gli accademici hanno in pregio il puro, il gentile e il bisogno d'Italia di bello scrivere, le opere vostre saran preferite, perchè in qualità di stile voi non avete superiore o compagno.„ E il Capponi e il Niccolini difendono la sua causa, ed anche lo Zannoni dicono che si mostri giusto a suo riguardo; ma l'Accademia conferisce il premio proprio al Botta; e neppure dà a lui la prima menzione onorevole; gli concede soltanto la seconda. Per tutta consolazione, due anni dopo lo nomina suo socio corrispondente. Ma le semplici soddisfazioni d'amor proprio che importano oramai all'infelice cui mancano i mezzi di vivere? “Riempirti il naso di fumo„, scrive alla sorella, “non mi dà più l'animo, e mi fa nausea.„ Egli non ottiene quei compensi reali ai quali è anche sul punto di divenire indifferente; se pure li ottenesse, non vi sarebbe un senso di secreto avvilimento nella rinunzia ai sogni di gloria pura e disinteressata? Ed a che cosa si riduce per lui questa gloria? All'amicizia di qualche grande anima, alle liete accoglienze di Bologna e di Firenze, alle lodi in versi del Muzzarelli e del Missirini, alle lodi in prosa e a qualche traduzione che gli vengono dall'estero. E quante miserie, quante invidie, in cambio! All'Accademia degli Arcadi dicono male di lui; egli ne ride, ma sotto alle risa si sente la ferita dell'amor proprio: assicura che prova “un gran piacere quando sono informato del male che si dice di me„; ma che specie di piacere è questo?... Un anonimo scrive al suo editore, e il suo editore gli comunica il seguente giudizio sul commento del Petrarca: “Non posso a meno di dirgli che quella operetta del Petrarca colle note mi par cosa inettissima; e degna d'esser letta da uno scolaretto sgusciato dalla Grammatica.„ Per difendere la forma delle sue prime dieci canzoni, egli deve comporre lunghe annotazioni filologiche; per difenderne il contenuto, lo critica egli stesso in un articolo ironico, senza firma. E il Tommaseo lo vitupera e lo dileggia, e compone epigrammi sulla sua deformità corporale. E del Rosini è amico, ma egli deve aver paura di dare al De Sinner la notizia della caduta del -Tasso- a Firenze “perchè sapete che gli sdegni letterarii del Rosini non sono sempre inoffensivi. „ E poichè il destino non risparmierà questo grande sciagurato mai, neppure nella morte, egli si spegne a Napoli durante l'epidemia colerica, quando nessuno s'accorge della perdita che ha fatta l'Italia, quando la sua salma a stento è sottratta dal Ranieri alla fossa comune dove tutti i morti, per misura di pubblica salute, sono confusi. E un Cicconi, nella -Gazzetta di Francia-, gli tesse un elogio funebre pieno di vituperii; e il Tommaseo dissuade il libraio parigino Baudry dal pubblicare un'edizione postuma delle sue opere. E lo stesso Ranieri, che pure gli è stato tanto amico, un giorno, dopo molti anni, scrive un libro nel quale avvilisce ed offende la sua memoria. PARTE SECONDA. IL PENSIERO. IL PESSIMISMO I. L'ILLUSIONE. Volgiamo lo sguardo indietro, sommiamo le disgraziate circostanze intime ed esteriori in mezzo alle quali Giacomo Leopardi nasce, cresce e vive sino all'ultimo giorno: gli eccessi della fantasia, gli eccessi del ragionamento, il loro dissidio, la successiva dispersione della volontà, l'esagerazione degli studii del passato, il contagio romantico, il disordine della sensibilità, le malattie incessanti, la deformità che gl'impedisce d'essere amato, la mancanza della protezione materna, i contrasti col padre, la povertà, la lotta con le difficoltà materiali della vita, la meschinità del luogo natale, la miseria politica, sociale e intellettuale della patria, le fallite speranze di gloria: vedremo che la sua vita fu uno spasimo incessante. Potremo noi trovare nell'opera sua le lodi dell'esistenza, l'espressione della gioia, la fede nella bontà dell'universo? Vediamo noi nascere le rose dal mortuario asfodelo? Il nostro pensiero, quando pare più libero di manifestarsi in un modo piuttosto che in un altro, non è rigorosamente determinato, in tutte le sue minime espressioni, dalla nostra natura, dalla nostra educazione, dalla nostra esperienza? E se per questa triplice influenza, che noi minutamente indagammo, Giacomo Leopardi spasimò come abbiamo visto, l'arte sua poteva essere consolatrice? Se voi non conoscete ancora nulla dell'opera sua, dovete, sin da questo momento, antivederne il disperato carattere. Tutto è stato per lui dolore, ogni cosa lo ha disingannato. Quando ha goduto? Nella primissima gioventù, nella fanciullezza, quando i mali non lo avevano avvilito, quando voleva ed agiva come tutti gli altri, quando meglio che tutti gli altri immaginava la felicità avvenire ed aspettava di conseguirla. Egli loda pertanto una cosa sola: la prima età, piena di fede, di illusioni, di speranze, di aspettazioni felici; quel dolce E irrevocabil tempo, allor che s'apre Al guardo giovanil questa infelice Scena del mondo, e gli sorride in vista Di paradiso.... Il caro tempo giovanil; più caro Che la fama e l'allôr, più che la pura Luce del giorno, e lo spirar.... la prima stagione della vita, quando l'acerbo, indegno Mistero delle cose a noi si mostra Pien di dolcezza. Sempre egli ritorna alle speranze, agli “ameni inganni„ della prima età, al “caro immaginar„ suo primo: Chi rimembrar vi può senza sospiri, O primo entrar di giovinezza, o giorni Vezzosi, inenarrabili, allor quando Al rapito mortal primieramente Sorridon le donzelle; a gara intorno Ogni cosa sorride; invidia tace, Non desta ancora ovver benigna; e quasi (Inaudita maraviglia!) il mondo La destra soccorrevole gli porge.... Come la gioventù è la sola stagione felice, così l'alba è il più bel momento del giorno. “Su, mortali„, canta il Gallo silvestre, “destatevi. Il dì rinasce.... Ciascuno in questo tempo raccoglie e ricorre coll'animo tutti i pensieri della sua vita presente; richiama alla memoria i disegni, gli studi e i negozi; si propone i diletti e gli affanni che gli sieno per intervenire nello spazio del giorno nuovo. E ciascuno in questo tempo è più desideroso che mai di ritrovar pure nella sua mente aspettative gioconde e pensieri dolci.„ Così il sabato è al villaggio il giorno migliore, per la giovinetta che ha colto i fiori dei quali si ornerà il domani, per la vecchierella che ricorda il suo buon tempo, le feste passate; per i fanciulli che saltellano in piazza, per lo zappatore che pensa al prossimo riposo, per il legnaiuolo che s'affretta a finire l'opera sua. Questo di sette è il più gradito giorno, Pien di speme e di gioia.... E la gioventù rispetto alla vita è come il sabato rispetto alla festa: Garzoncello scherzoso, Cotesta età fiorita È come un giorno d'allegrezza pieno, Giorno chiaro, sereno, Che precorre alla festa di tua vita. Godi, fanciullo mio; stato soave, Stagion lieta è cotesta. Ma quanto dura? Come, tramontando la luna, il mondo si scolora e l'oscurità scende nella valle e sul monte, Tal si dilegua, e tale Lascia l'età mortale La giovinezza. In fuga Van l'ombre e le sembianze Dei dilettosi inganni; e vengon meno Le lontane speranze Ove s'appoggia la mortal natura. Abbandonata, oscura Resta la vita.... Quella stessa forza della speranza, quella stessa consistenza dell'illusione che diedero prezzo alla prima età, sono causa dello scontento, del disgusto che seguono. Chi ha sognato “arcana felicità in arcani modi„, non è possibile che lodi poi molto la vita reale, ancora quando essa sia larga di soddisfazioni. Qualunque diletto si possa godere al mondo, resta scolorito al paragone di quelli sognati, desiderati e aspettati; “e però„ dice Malambruno, “non uguagliando il desiderio naturale della felicità che mi sta fisso nell'animo, non sarà vero diletto; e in quel tempo medesimo che esso è per durare, io non lascerò di essere infelice.„ Nel punto dell'ottenimento, mentre il bene ottenuto riesce inferiore a quello aspettato, l'immaginazione e il desiderio ne antivedono uno maggiore nel futuro: “Non vi accorgete voi che nel tempo stesso di qualunque vostro diletto, ancorchè desiderato infinitamente, e procacciato con fatiche e molestie indicibili.... state sempre aspettando un goder maggiore e più vero, nel quale consista in somma quel tal piacere; e andate quasi riportandovi di continuo agl'istanti futuri di quel medesimo diletto? Il quale finisce sempre innanzi al giungere dell'istante che vi soddisfaccia; e non vi lascia altro bene che la speranza cieca di goder meglio e più veramente in altra occasione, e il conforto di fingere e narrare a voi medesimi di aver goduto....„ Tanto la felicità che si aspetta è superiore a quella che si può ottenere, che uno il quale “si trovasse nel più felice stato della terra, senza che egli si potesse promettere di avanzarlo in nessuna parte e in nessuna guisa, si può quasi dire che questi sarebbe il più misero di tutti gli uomini.„ Per conseguenza le facoltà alle quali sono dovuti effetti tanto funesti, se erano le cose più preziose, sono anche “le più lacrimevoli a chi le riceve.„ Non ultimo tra i danni da esse prodotti è quello che il Leopardi ha notato in sè stesso: l'impaccio della volontà. Dice la Natura, ragionando con un'Anima: “La finezza del tuo proprio intelletto e la vivacità dell'immaginazione ti escluderanno da una grandissima parte della signoria di te stessa. Gli animali bruti usano agevolmente ai fini che eglino si propongono, ogni loro facoltà e forza. Ma gli uomini rarissime volte fanno ogni loro potere; impediti ordinariamente dalla ragione e dall'immaginativa; le quali creano mille dubbietà nel deliberare e mille ritegni nell'eseguire. I meno atti o meno usati a ponderare e considerare seco medesimi, sono i più pronti a risolversi.„ E se pure, con tanti impedimenti all'acquisto della felicità, i piaceri della vita fossero reali! Ma, al contrario, sono illusorii, semplici interruzioni del dolore: così la quiete, inapprezzata prima della tempesta, è causa di gioia dopo di questa: Piacer figlio d'affanno Gioia vana, ch'è frutto Del passato timore.... Tali sono i doni, i beni che la natura offre agli uomini: Uscir di pena È diletto fra noi. “Il piacere„ dice la Mummia di Federico Ruysch, “non sempre è cosa viva; la cessazione di qualunque dolore o disagio, è piacere per sè medesima.„ E se pure i sensi dell'uomo sono capaci di godere non solo quando cessano di soffrire, ma anche in modo più spontaneo, uscendo dallo stato d'indifferenza, questi piaceri sono poi tutti benefici? Il Leopardi che non li ha potuti godere, a cui le stesse impressioni grate facevano male, si duole perchè la natura, mentre ci ha “infuso tanta e sì ferma e insaziabile avidità del piacere, disgiunto dal quale la nostra vita, come priva di ciò che ella desidera naturalmente, è cosa imperfetta„; dall'altra parte ha ordinato “che l'uso di esso piacere sia quasi di tutte le cose umane la più nociva alle forze e alla sanità del corpo, la più calamitosa negli effetti in quanto a ciascheduna persona, e la più contraria alla durabilità della stessa vita.„ E ancora: chi si astenesse interamente dai piaceri, sarebbe per ciò salvo? Costui incorrerebbe egualmente “in molte e diverse malattie„, sarebbe esposto ai pericoli di morte, alla perdita di qualche membro o facoltà, condurrebbe per tempi più o meno lunghi una misera vita, e avrebbe “oppresso il corpo e l'animo con mille stenti e mille dolori.„ E ancora: “benchè ciascuno di noi sperimenti, nel tempo delle infermità, mali per lui nuovi e disusati, e infelicità maggiore che egli non suole„; la natura non ha poi dato in compenso all'uomo “alcuni tempi di sanità soprabbondante e inusitata, la quale gli sia cagione di qualche diletto straordinario per qualità e grandezza.„ I dolori sono dunque reali, infiniti, e intollerabili; mentre i piaceri sono illusorii, circoscritti, e finalmente anch'essi nocivi. Se tale è la miseria della condizione umana, il Leopardi crede che vi sia un vero, un grande, un infinito bene: l'amore. Pregio non ha, non ha ragion la vita Se non per lui, per lui ch'all'uomo è tutto; Sola discolpa al fato. La Verità, che Giove ha mandato sulla terra, fuga tutte le larve e tutte le illusioni, e rende disperata la condizione degli uomini; ma resta per concessione del nume l'amore. “Avranno tuttavia qualche mediocre conforto da quel fantasma che essi chiamano Amore, il quale io sono disposto, rimovendo tutti gli altri, lasciare nel consorzio umano. E non sarà dato alla Verità, quantunque potentissima e combattendolo di continuo, nè sterminarlo mai dalla terra, nè vincerlo se non di rado.„ E poichè gli effetti della Verità sono spaventevoli, il nume, mosso a pietà delle creature penanti, invita qualcuno dei celesti a scendere in terra per consolare l'infelice progenie. “Al che tacendo tutti gli altri, Amore, figliuolo di Venere Celeste, conforme di nome al fantasma così chiamato, ma di natura, di virtù e di opere diversissimo; si offerse (come è singolare fra tutti i numi la sua pietà) di fare esso l'ufficio proposto da Giove, e scendere dal cielo....„ Ed egli torna, ma di rado, a visitare i mortali, e poco si ferma tra loro. “Quando viene in sulla terra, sceglie i cuori più teneri e più gentili delle persone più generose e magnanime; e quivi siede per breve spazio: diffondendovi sì pellegrina e mirabile soavità, ed empiendoli di affetti sì nobili, e di tanta virtù e fortezza, che eglino allora provano, cosa al tutto nuova nel genere umano, piuttosto verità che rassomiglianza di beatitudine.„ Ma questa felicità vera non è intera; perchè l'amore “rarissimamente congiunge due cuori insieme, abbracciando l'uno e l'altro a un medesimo tempo, e inducendo scambievole ardore e desiderio in ambedue; benchè pregatone con grandissima instanza da tutti coloro che egli occupa: ma Giove non gli consente di compiacerli, trattone alcuni pochi; perchè la felicità che nasce da tale beneficio, è di troppo breve intervallo superata dalla divina.„ Così Consalvo, presso a morte, si ridesta e delira di gioia solo perchè la donna amata gli concede il primo ed ultimo bacio: Morrò contento Del mio destino omai, nè più mi dolgo Ch'aprii le luci al dì. Non vissi indarno, Poscia che quella bocca alla mia bocca Premer fu dato. Anzi felice estimo La sorte mia. Due cose belle ha il mondo: Amore e morte. All'una il ciel mi guida In sul fior dell'età; nell'altro, assai Fortunato mi tengo.... Noi già vediamo, in questo parallelo tra l'amore, forma dell'istinto vitale, e la morte, cessazione di tutta quanta la vita, annebbiarsi la fede del Leopardi. Se egli credesse veramente all'amore, non paragonerebbe le gioie che nascono da lui a quel sollievo tutto negativo che viene dalla fine dell'esistenza; egli non canterebbe: Fratelli, a un tempo istesso, Amore e Morte Ingenerò la sorte. Cose quaggiù più belle Altre il mondo non ha, non han le stelle. È vero che ogni uomo, anche non disperando, sicuro anzi di ottenere la soddisfazione degl'istinti della carne e dei bisogni del cuore, prova un intimo senso di tristezza e quasi un desiderio di morire durante il primo invasamento della passione. Questa languidezza mortale, questa prostrazione sono note a tutti i grandi, a tutti i veri amanti; il Leopardi, che è tra i più squisiti, le sente, le descrive, ne cerca le ragioni nella paura che produce il deserto del mondo a chi ha il cuore gonfio d'una speranza divina; nella previsione delle tempeste alle quali va incontro l'amante. È vero che il bisogno di morire ritorna più grave quando tutto avvolge La formidabil possa, E fulmina nel cor l'invitta cura; e che gli umili, le vergini, si uccidono o muoiono distrutti dalla passione. Ma ciò accade quando l'amore è contrastato; per affermare che amore e morte sono fratelli, sempre, bisogna disperare dell'amore. Ed infatti: qual è l'opera dell'Amore, quando, per consiglio di Giove, quel dio scende in terra? È quella di far tornare le larve, le illusioni: “E siccome i fati lo dotarono di fanciullezza eterna, quindi esso, convenientemente a questa sua natura, adempie per qualche modo quel primo voto degli uomini, che fu di esser tornati alla condizione della puerizia. Perciocchè negli animi che egli si elegge ad abitare, suscita e rinverdisce, per tutto il tempo che egli vi siede, l'infinita speranza e le belle e care immaginazioni degli anni teneri.„ In altre parole: il conforto che viene dall'amore è tutto nell'aspettazione, nella speranza. Il Leopardi non si contraddice, affermando, dopo aver negato tutti i piaceri, la benefica potenza dell'amore. L'amore è grato, secondo lui, come è grata la gioventù; perchè il giovane e l'amante s'illudono, aspettano una felicità senza fine. E perchè non la raggiunge il giovane, non la raggiunge l'amante. Il giovane ha troppo sperato dalla vita; l'amante spera troppo dalla donna. Egli non si contenta della creatura reale; se ne foggia un'immagine molto più bella: Vagheggia Il piagato mortal quindi la figlia Della sua mente, l'amorosa idea, Che gran parte d'Olimpo in sè racchiude, Tutta al volto, ai costumi, alla favella Pari alla donna che il rapito amante Vagheggiare ed amar confuso estima. Il poeta non ha avuto esperienza dell'amore reale, ma sa che insino nell'amplesso la creatura che noi stringiamo tra le braccia non è tanto la vera, quella di carne e di sangue, quanto la figlia della nostra mente. Il disinganno è pertanto da attribuire all'immaginazione degli uomini, non già alle donne; ma la colpa è anche della natura che ha fatto gli uomini troppo immaginosi ed ardenti, e le donne troppo fredde e pigre. Le donne reali sono troppo diverse da quelle che gl'innamorati si dipingono: A quella eccelsa imago Sorge di rado il femminile ingegno; E ciò che ispira ai generosi amanti La sua stessa beltà, donna non pensa, Nè comprender potrìa. Non cape in quelle Anguste fronti ugual concetto. E male Al vivo sfolgorar di quegli sguardi Spera l'uomo ingannato, e mal richiede Sensi profondi, sconosciuti, e molto Più che virili, in chi dell'uomo al tutto Da natura è minor. Che se più molli E più tenui le membra, essa la mente Men capace e men forte anco riceve. Egli è anche più giusto quando fa dire al Tasso dal suo Genio familiare che le donne non hanno colpa se, alla prova, riescono troppo diverse da quelle che noi immaginiamo. “Io non so vedere„, gli spiega il Genio, “che colpa s'abbiano in questo, d'esser fatte di carne e sangue, piuttosto che d'ambrosia e nèttare. Qual cosa del mondo ha pure un'ombra o una millesima parte della perfezione che voi pensate che abbia a essere nelle donne? E anche mi pare strano, che non facendovi maraviglia che gli uomini sieno uomini, cioè a dir creature poco lodevoli e poco amabili; non sappiate poi comprendere come accada, che le donne in fatti non sieno angeli.„ L'immaginazione è dunque ancora causa dell'inganno. Essa, come ha guastato la vita, guasta anche l'amore. Saggio è l'amante che, sognando la donna diletta in un sogno gentile, “per tutto il giorno seguente fugge di ritrovarsi con quella e di rivederla; sapendo che ella non potrebbe reggere al paragone dell'immagine che il sonno gliene ha lasciata impressa....„ Quantunque il Leopardi abbia amato solitariamente, quantunque non abbia neppure significato i suoi sentimenti alle donne che li ispirarono, pure egli ha capito come sia difficile agli amanti riamati il comprendersi. Quando ha fatto dire a Consalvo che il cielo non consente il pieno appagamento dei voti d'amore, gli ha fatto soggiungere che “amar tant'oltre non è dato con gioia„; e il suo Filippo Ottonieri dice una cosa molto profonda, che è il frutto delle lunghe esperienze sentimentali: “Negava che alcuno a questi tempi possa amare senza rivale; e dimandato del perchè, rispondeva: perchè certo l'amato o l'amata è rivale ardentissimo dell'amante.„ Come dir meglio che l'amore, la grande consolazione della vita, non è tutto amore, ma anche una forma di odio? Dove sarà allora la felicità vera, intera, pura? Sarà nella gloria? Anche questa è una forma dell'illusione; ad uno ad uno egli ne distrugge, come li ha visti cadere intorno a sè, tutti i fondamenti, tutte le promesse, tutti i vantaggi. E primieramente: che cosa è la gloria letteraria e artistica, paragonata a quella che dipende dalle grandi azioni? “L'operare è tanto più degno e più nobile del meditare e dello scrivere, quanto è più nobile il fine che il mezzo, e quanto le cose e i soggetti importano più che le parole e i ragionamenti. Anzi niun ingegno è creato dalla natura agli studi; nè l'uomo nasce a scrivere, ma solo a fare.„ Ma i tempi non volgono propizii alle imprese magnanime, ed è forza contentarsi della grandezza nell'arte o nella scienza. E questa via, “come quella che non è secondo la natura degli uomini, non si può seguire senza pregiudizio del corpo, nè senza moltiplicare in diversi modi l'infelicità del proprio animo.„ E quante difficoltà! “Le emulazioni, le invidie, le censure acerbe, le calunnie, le parzialità, le pratiche e i maneggi occulti e palesi contro la tua riputazione, e gli altri infiniti ostacoli che la malignità degli uomini ti opporrà....„ Il valore è anche contrastato “dalla fortuna propria dello scrittore, ed eziandio dal semplice caso, o da leggerissime cagioni.„ Chi può, del resto, comprender bene lo scrittore? Non la folla, ma gli scrittori suoi pari; non gli stranieri, ma quelli della sua stessa nazione: per tutto il resto dell'umano genere le fatiche letterarie riescono inutili e sparse al vento. “Lascio l'infinita varietà dei giudizi e delle inclinazioni dei letterati, per la quale il numero delle persone atte a sentire le qualità lodevoli di questo o di quel libro, si riduce ancora a molto meno.„ Che è dunque la fama di quei grandi, i cui nomi sono universalmente riveriti? “In vero io mi persuado che l'altezza della stima e della riverenza verso gli scrittori sommi, provenga comunemente, in quelli eziandio che li leggono e trattano, piuttosto da consuetudine ciecamente abbracciata, che da giudizio proprio e dal conoscere in quelli per veruna guisa un merito tale....„ Per comprendere le opere dell'ingegno, bisogna trovarsi in certe particolari condizioni; gli scritti non tanto si giudicano dalle loro qualità in se medesime, quanto dall'effetto prodotto nell'animo di chi legge. Quante volte, per quante cause, il lettore non sì trova mal disposto a comunicare con l'autore? Se dunque un libro nuovo anche ottimo è letto una sola volta da chi temporaneamente è impedito d'intenderlo, l'autore sarà poco o niente stimato. Al contrario, in certi stati dell'animo, una pagina mediocre è capace di produrre eccitazioni gagliarde, e l'autore di ottenere un'ammirazione immeritata. E nella nostra età, tarda, stanca, sovraccarica di troppe memorie, l'eloquenza, la poesia, sono poco intese; ed i giovani, il cui animo è più pronto, non hanno un gusto sicuro; e gli abitatori delle grandi città, i quali incoronano gli oratori e i poeti, sono troppo distratti da troppe altre cose. E se bisogna, per bene apprezzare un'opera, rileggerla più e più volte, “manca oggi il tempo alle prime non che alle seconde letture.„ E se il consenso antico e universale è tanta parte della fama delle opere, oggi un nuovo poema “eguale o superiore di pregio intrinseco all'-Iliade-, letto anche attentissimamente da qualunque più perfetto giudice di cose poetiche, gli riuscirebbe assai men grato e men dilettevole di quella; e per tanto gli resterebbe in molto minore estimazione.„ La dimostrazione continua così, come quella di un teorema, con uno spietato rigore di logica. Miglior fortuna del poeta troverà il filosofo, che non si rivolge all'immaginazione degli uomini, diseguale, mutabile, ma alla loro ragione? Ma, posto anche che l'immaginazione non fosse tanto utile in filosofia come in arte, resta sempre che le verità filosofiche non sono apprezzate da chi non le partecipa, anche lasciando da parte “le varie fazioni, o comunque si voglia chiamarle, in cui sono divisi oggi, come sempre furono, quelli che fanno professione di filosofia: ciascuna delle quali nega ordinariamente la debita lode e stima a quei delle altre; non solo per volontà, ma per aver l'intelletto occupato da altri principii.„ E se a gustare un poema occorre tempo, più ne occorre se si vuole persuadere agli uomini la verità scoperta dal filosofo; e i grandi novatori, invece d'essere lodati e ammirati, troppo spesso sono derisi e vilipesi. E se la verità fa il suo cammino finchè è poi universalmente accettata, il morto suo inventore non ha neppure il premio d'una postuma fama, “parte per essere già mancata la sua memoria, o perchè l'opinione ingiusta avuta di lui mentre visse, confermata dalla lunga consuetudine, prevale a ogni altro rispetto; parte perchè gli uomini non sono venuti a questo grado di cognizioni per opera sua; e parte perchè già nel sapere gli sono eguali, presto lo sormonteranno, e forse gli sono superiori anche al presente, per essersi potute colla lunghezza del tempo dimostrare e chiarire meglio le verità immaginate da lui, ridurre le sue congetture a certezza, dare ordine e forma migliore ai suoi trovati, e quasi maturarli.„ Nulla resiste alla sua critica; par quasi che egli provi un senso di voluttà nel rintracciare e nell'esporre ad uno ad uno tutti i più sottili e riposti argomenti che si possono addurre contro la speranza d'un premio. Ecco: dopo aver tutto negato, dopo aver dimostrato come sia impossibile ottenere la gloria, concede a un tratto che qualcuno l'abbia conseguita. Che frutto ne ritrarrà costui? Se l'uomo famoso vive in una città piccola, egli non è oggetto d'invidia, perchè nessuno l'intende; anzi, perchè tutti lo disconoscono, è trascurato. Nelle città grandi, tanto per l'emulazione dei compagni quanto per le distrazioni della folla, le difficoltà di poter godere della gloria acquistata non sono minori. E la fama di grande poeta e di gran filosofo, come è la più difficile da acquistare, è anche la meno fruttuosa di tutte: “le due sommità, per così dire, dell'arte e della scienza umana; dico la poesia e la filosofia; sono in chi le professa, specialmente oggi, le facoltà più neglette del mondo; posposte ancora alle arti che si esercitano principalmente con la mano.„ Qual è dunque il frutto dell'ingegno, il premio degli studi per il filosofo ed il poeta? Null'altro “se non forse una gloria nata e contenuta fra un piccolissimo numero di persone.„ Ce n'è anche un altro, maggiore, migliore: “Non potendo nella conversazione degli uomini godere quasi alcun beneficio della tua gloria, la maggiore utilità che ne ritrarrai, sarà di rivolgerla nell'animo e di compiacertene teco stesso nel silenzio della tua solitudine, col pigliarne stimolo e conforto a nuove fatiche, e fartene fondamento a nuove speranze.„ Perchè anche qui la natura dell'uomo ordisce il solito inganno, volendo che il bene non ottenuto sia ancora sperato, a dispetto dell'esperienza, nel futuro, altrove, non si sa dove: “La gloria degli scrittori, non solo, come tutti i beni degli uomini, riesce più grata da lungi che da vicino, ma non è mai, si può dire, presente a chi la possiede, e non si ritrova in nessun luogo„; e la speranza sempre disingannata continua sempre ad operare, così che da ultimo, non avendo mai trovato la gloria in vita, o avendola sdegnata, o non avendone goduto tanto quanto si aspettava, l'uomo si pasce della speranza di quella che otterrà -- dopo morto, dai posteri.... quasi che i posteri non saranno uomini come i contemporanei, soggetti a quella mutabilità di gusti in arte e di giudizii in filosofia che ha travolto le speranze di gloria durante la vita e che annullerà totalmente quelle riposte nell'avvenire! II. LA MISANTROPIA. Dunque: i piaceri dei sensi, le gioie dell'amore, i premii della gloria: tutto è vano: “La natura medesima è impostura verso l'uomo, nè gli rende la vita amabile e sopportabile, se non per mezzo principalmente d'immaginazione e d'inganno.„ Non vi sarà nessun conforto? Se ne troverà uno nel sentimento della fratellanza umana? Gl'infelici si consoleranno amandosi e sostenendosi reciprocamente? Il primo sostegno e il primo amore sono nella famiglia; e il Leopardi, non avendoli trovati nella sua, li nega. Egli dimostra che l'educazione “è un formale tradimento ordinato dalla debolezza contro la forza, dalla vecchiezza contro la gioventù. I vecchi vengono a dire ai giovani: fuggite i piaceri propri della vostra età, perchè tutti sono pericolosi e contrari ai buoni costumi, e perchè noi che ne abbiamo presi quanti più abbiamo potuto, e che ancora, se potessimo, ne prenderemmo altrettanti, non ci siamo più atti, a causa degli anni. Non vi curate di vivere oggi; ma siate ubbidienti, sofferite, e affaticatevi quanto più sapete, per vivere quando non sarete più a tempo. Saviezza e onestà vogliono che il giovane si astenga quanto è possibile dal far uso della gioventù, eccetto per superare gli altri nelle fatiche. Della vostra sorte e di ogni cosa importante lasciate la cura a noi, che indirizzeremo il tutto all'utile vostro. Tutto il contrario di queste cose ha fatto ognuno di noi alla vostra età, e ritornerebbe a fare se ringiovanisse: ma voi guardate alle nostre parole, e non ai nostri fatti passati, nè alle nostre intenzioni. Così facendo, credete a noi conoscenti ed esperti delle cose umane, che voi sarete felici. Io non so che cosa sia inganno e fraude se non è il promettere felicità agli inesperti sotto tali condizioni.... Mai padre nè madre, non che altro istitutore, non sentì rimordere la coscienza di dare ai figliuoli un'educazione che muove da un principio così maligno.„ L'impedimento dei genitori alla libertà dei figli è tale, che la maggior parte degli uomini veramente grandi debbono la loro grandezza all'aver perduto il padre in tenera età: “La potestà paterna appresso tutte le nazioni che hanno leggi, porta seco una specie di schiavitù de' figliuoli; che per essere domestica, è più stringente e più sensibile della civile; e che, comunque possa essere temperata o dalle leggi stesse, o dai costumi pubblici, o dalle qualità particolari delle persone, un effetto dannosissimo non manca mai di produrre: e questo è un sentimento che l'uomo, finchè ha il padre vivo, porta perpetuamente nell'animo; confermatogli dall'opinione che visibilmente ed inevitabilmente ha di lui la moltitudine. Dico un sentimento di soggezione e di dependenza, e di non essere libero signore di sè medesimo, anzi di non essere, per dir così, una persona intera, ma una parte e un membro solamente, e di appartenere il suo nome ad altrui più che a sè. Il qual sentimento, più profondo in coloro che sarebbero più atti alle cose, perchè avendo lo spirito più svegliato, sono più capaci di sentire, e più oculati ad accorgersi della verità della propria condizione, è quasi impossibile che vada insieme, non dirò col fare, ma col disegnare checchessia di grande. E passata in tal modo la gioventù, l'uomo che in età di quaranta o di cinquant'anni sente per la prima volta di essere nella potestà propria, è soverchio il dire che non prova stimolo, e che, se ne provasse, non avrebbe più impeto nè forze nè tempo sufficienti ad azioni grandi. Così anche in questa parte si verifica che nessun bene si può avere al mondo, che non sia accompagnato da mali della stessa misura: poichè l'utilità inestimabile del trovarsi innanzi nella giovinezza una guida esperta ed amorosa, quale non può essere alcuno così come il proprio padre, è compensata da una sorte di nullità e della giovinezza e generalmente della vita.„ Ma, dall'altra parte, i figli non danno minor causa di dolore ai genitori. “Non sarebbe piccola infelicità degli educatori, e soprattutto dei parenti, se pensassero, quello che è verissimo, che i loro figliuoli, qualunque indole abbiano sortita, e qualunque fatica, diligenza e spesa si ponga in educarli, coll'uso poi del mondo, quasi indubitabilmente, se la morte non li previene, diventeranno malvagi.„ Mancato il conforto nella famiglia, resterebbe ancora quello della solidarietà fra tutti gli uomini. “-Gl'individui sono spariti dinanzi alle masse-„, dicono intorno al Leopardi i pensatori, volendo significare con queste parole che, se pure ciascun uomo ha molti e troppi motivi di dolore, il pensiero del bene comune, della felicità generale, deve consolarlo. Ed egli, dimostrato che tutto è illusione, riconosce che “si cette illusion était commune, si tous les hommes croyaient et voulaient être vertueux, s'ils étaient compatissans, bienfaisans, généreux, magnanimes, pleins d'enthousiasme; en un mot, si tout le monde était sensible.... n'en serait-on pas plus heureux? Chaque individu ne trouverait-il pas mille ressources dans la société? Celle-ci ne devrait-elle s'appliquer à realiser les illusions autant qu'il lui serait possible, puisque le bonheur de l'homme ne peut consister dans ce qui est réel?„ Ma egli nega anche questo compenso. Nessuno ha compreso lui, o troppo pochi; quasi dovunque egli ha trovato ostilità o indifferenza. A che gli è valsa la grandezza della mente e la bontà dell'animo?... Con Bruto pertanto egli chiamerà stolta la virtù e lancerà al cielo il grido della giustizia offesa: Dunque degli empi Siedi, Giove, a tutela? e quando esulta Per l'aere il nembo, e quando Il tuon rapido spingi, Ne' giusti e pii la sacra fiamma stringi? Gli uomini, come tutti i viventi, non si sostengono, si combattono: “Naturalmente l'animale odia il suo simile, e qualora ciò è richiesto dall'interesse proprio, l'offende.„ Nè altro scopo hanno le lotte umane se non “l'acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni che non giovano.„ Poichè la felicità che essi agognano e che tentano di raggiungere in mille modi sfugge continuamente, che nome meriterà il loro vano affaccendarsi? Che cosa distinguerà i grandi lavori dagli inutili trastulli? Filippo Ottonieri non ammette nessuna differenza tra gli uni e gli altri, “e sempre che era stato occupato in qualunque cosa, per grave che ella fosse, diceva d'essersi trastullato.„ Meglio ancora: È tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell'oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all'intento Giugner mai non potria, ben si conviene Ozïoso nomar. La schiera industre Cui franger glebe o curar piante e greggi Vede l'alba tranquilla e vede il vespro, Se oziosa dirai, da che sua vita È per campar la vita, e per sè sola La vita all'uom non ha pregio nessuno, Dritto e vero dirai. Le notti e i giorni Tragge in ozio il nocchiero; ozio le vegghie Son de' guerrieri e il perigliar nell'armi; E il mercatante avaro in ozio vive: Che non a sè, non ad altrui, la bella Felicità, cui solo agogna e cerca La natura mortal, veruno acquista Per cura o per sudor, vegghia o periglio. Quanto strana non è dunque la pretesa dì coloro che, non potendo Felice in terra far persona alcuna, L'uomo obbliando, a ricercar si diero Una comun felicitade; e quella Trovata agevolmente, essi di molti, Tristi e miseri tutti, un popol fanno Lieto e felice.... “Lasci fare alle masse„, soggiunge Tristano; “le quali che cosa sieno per fare senza individui, essendo composte d'individui, desidero e spero che me lo spieghino gl'intendenti d'individui e di masse, che oggi illuminano il mondo....„ No, la concordia non regna tra gli uomini; non se ne trovano due che si comprendano; anzi “l'odio verso i propri simili è maggiore verso i più simili.„ Invece che cercarli, converrà piuttosto, per consolarsi, fuggirli e rifugiarsi in seno alla natura. Ma anche la natura ferisce continuamente, in mille modi, i viventi. Da lei vengono tutti gl'innumerevoli dolori fisici. L'Islandese esce dall'isola sua nativa “per vedere se in alcuna parte della terra potessi non offendendo non essere offeso, e non godendo non patire.„ Cerca; ma non trova. “Io sono stato arso dal caldo dei tropici, rappreso dal freddo verso i poli, afflitto nei climi temperati dall'incostanza dell'aria, infestato dalle commozioni degli elementi in ogni dove.„ E gli uomini, come già lodano il loro stato, così credono che la natura non abbia altra mira che di procacciare il loro bene; quando invece un'onda Di mar commosso, un fiato D'aura maligna, un sotterraneo crollo distrugge interi popoli in modo che a gran pena ne resta la memoria. Vengano sul Vesuvio i presuntuosi, dinanzi alle secolari rovine delle città sepolte dalla cenere, distrutte dai tremuoti, coperte dalla lava: vedranno che Non ha natura al seme Dell'uom più stima o cura Ch'alla formica: e se più rara in quello Che nell'altra è la strage, Non avvien ciò d'altronde Fuor che l'uom sue prosapie ha men feconde. Infine, se per tante cagioni la condizione umana è tanto sciagurata, sia che gli uomini si considerino ad uno ad uno, sia che si consideri il loro consorzio, non sarà possibile sperare che essa migliori col tempo? Questa speranza di progresso sorride a molti; per il misantropo è vana ancor essa; anzi dà luogo alla certezza che il passato era preferibile al presente e che col tempo il mondo peggiora. Una volta gli uomini lo vedevano popolato di creature leggiadre e divine: Già di candide ninfe i rivi albergo Placido albergo e specchio Furo i liquidi fonti.... Vissero i fiori e l'erbe, Vissero i boschi un dì. I dolorosi eredi dovranno oggi lodare i Patriarchi, molto all'eterno Degli astri agitator più cari, e molto Di noi men lacrimabili nell'alma Luce prodotti; dovranno invidiare i tempi del primo padre, quando la pace regnava sulla terra: Oh fortunata, Di colpe ignara e di lugubri eventi, Erma terrena sede! Perchè dallo scempio fraterno ebbe origine questa tanto vantata civiltà: Trepido, errante il fratricida, e l'ombre Solitarie fuggendo e la secreta Nelle profonde selve ira de' venti, Primo i civili tetti, albergo e regno Alle macere cure, innalza; e primo Il disperato pentimento i ciechi Mortali egro, anelante, aduna e stringe Ne' consorti ricetti: onde negata L'improba mano al curvo aratro, e vili Fur gli agresti sudori; ozio le soglie Scellerato occupò; ne' corpi inerti Domo il vigor natìo, languide, ignave Giacquer le menti; e servitù le imbelli Umane vite, ultimo danno, accolse. Un tempo, sì, la terra fu dilettosa e cara; perchè di suo fato ignara E degli affanni suoi, vota d'affanno Visse l'umana stirpe; alle secrete Leggi del cielo e di natura indutto Valse l'ameno error, le fraudi, il molle Pristino velo; e di sperar contenta Nostra placida nave in porto ascese. Ma la civiltà non è progresso per il genere umano come l'esperienza non è felicità per il giovane: l'età prima dell'uomo e del mondo è la migliore. Anche oggi una vita simile a quella delle antiche età si vive dai popoli che noi chiamiamo barbari; tra le vergini selve Nasce beata prole, a cui non sugge Pallida cura il petto, a cui le membra Fera tabe non doma. E gli uomini che si stimano progrediti vanno a turbare ed opprimere quei soli felici! Oh contra il nostro Scellerato ardimento inermi regni Della saggia natura! I lidi e gli antri E le quïete selve apre l'invitto Nostro furor; le violate genti Al peregrino affanno, agl'ignorati Desiri educa; e la fugace, ignuda Felicità per l'imo sole incalza, No, questa trasformazione, “questa mutazione di vita, e massimamente d'animo„, non ha fatto raggiungere la felicità; al contrario: è stata accrescimento d'infelicità. Fossero almeno questi uomini inciviliti, che credono il loro costume tanto superiore al primitivo e che aspettano un continuo miglioramento dello stato umano; fossero almeno, dico, stabili nelle loro idee! Sapesse bene il secolo presente che cosa credere, che cosa negare! Ma no: oggetto d'immenso stupore è il vedere con che costanza Quel che ieri schernì, prosteso adora Oggi, e domani abbatterà, per girne Raccozzando i rottami, e per riporlo Tra il fumo degl'incensi il dì vegnente! Quanto estimar si dee, che fede ispira Del secol che si volge, anzi dell'anno, Il concorde sentir! Mentre si dice e si ode dire che la futura umanità sarà migliore della nostra, nello stesso tempo “diciamo e udiamo dire a ogni tratto: -i buoni antichi-, -i nostri buoni antenati-; -e uomo fatto all'antica-, volendo dire uomo dabbene e da potersene fidare.„ Tale è il giudizio degli uomini: “Ciascuna generazione crede dall'una parte, che i passati fossero migliori dei presenti; dall'altra parte che i popoli migliorino allontanandosi dal loro primo stato ogni giorno più.„ Altro sciocco inganno: “In ogni paese i vizi e i mali universali degli uomini e della società umana sono notati come particolari del luogo. Io non sono mai stato in parte dov'io non abbia udito: qui le donne sono vane e incostanti, leggono poco e sono male istruite; qui il pubblico è curioso de' fatti altrui, ciarliero molto e maldicente; qui i danari, il favore e la viltà possono tutto; qui regna l'invidia, e le amicizie sono poco sincere; e così discorrendo; come se altrove le cose procedessero in altro modo. Gli uomini sono miseri per necessità, e risoluti di credersi miseri per accidente.„ Essi s'arrogano il vanto dell'eternità e sognano la loro fortuna nel futuro, e non s'accorgono , 1 « ' ; 2 « . 3 ! , , 4 ! 5 : , 6 , 7 . 8 9 10 . , 11 12 - - ; ' 13 : « 14 15 : , , 16 , , 17 . 18 ' - - , « 19 , 20 ' 21 . , « 22 , 23 . : « 24 , 25 , , 26 , . ' 27 ; , ' , 28 : « , , 29 , ; , , 30 , , 31 , ; , , 32 , , 33 ; , , 34 , , , 35 , ; 36 ' ; , 37 , , 38 , . 39 , 40 ; 41 . , ' 42 ' , 43 , 44 . « 45 ? , 46 , , 47 , 48 ( ) 49 , . , 50 , ' , 51 , 52 . 53 ' 54 ; , 55 ' , ; 56 , , 57 . 58 59 , 60 . 61 , , 62 ' 63 . ' , 64 ; , « 65 ; 66 , 67 ; 68 , ' , 69 ' , 70 ' . 71 . ' , 72 . 73 ' - - ; , 74 : « ' - - 75 . 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