gli Italiani debbono confortarsi molto di possederlo, Il Cancellieri
lo chiama “fenice dell'età nostra„; il Giordani gli riferisce che si
parla di lui “come di un Dio.„ Che moto di legittimo orgoglio non deve
sollevarlo sulla mediocre umanità! Quante soddisfazioni, quanti onori,
quanti trionfi la sua fantasia non deve promettergli! Questa volta essa
non può esagerare: certo, se di tutti gli altri beni non è destinato
a conoscere altro che il nome, non gli potrà mancare nessuno di quelli
che procura la fama.
Noi abbiamo visto qual conto facesse il padre della sua grandezza e
come largheggiasse per assicurarla. Finchè il giovane resta a Recanati,
da una parte i suoi concittadini lo maltrattano come sappiamo e lo
chiamano -poeta- con intonazione di scherno; dall'altra poco e male
egli può sapere che cosa si pensi di lui nel resto del mondo: “Io tra
le altre fortune ho quella di fare stampare le cose mie e non saper
mai che cosa se ne dica: se piacciano, se non piacciano, se si stimino
mediocri, se pessime, in guisa che un mio libro stampato è per me
come se fosse manoscritto.„ Pubblica la traduzione del secondo canto
dell'-Eneide-, e non gli giova “ad altro che a donarne tre copie in
tutto e per tutto, non contando io per niente quel mezzo centinaio
che n'ho fatto seminare tra questa vilissima plebe marchegiana e
romana.„ E il suo lavoro resta ignorato a Roma, “dove pur vedo che si
parla di cento altre traduzioni, che in coscienza non posso dire che
sieno migliori.„ Stampa le sue canzoni e non sa come pubblicarle: “Io
sono ignorantissimo di queste cose, non ho commercio letterario con
nessuno, e con tutte queste copie in poter mio, non volendone un mezzo
soldo, non so che diavolo me ne fare.„ S'arrovella aspettando tempi
migliori; e intanto, perchè l'amor della gloria non gli sia pericoloso,
si propone di obbedire a certe massime prudenti: “Ama la gloria, ma,
primo, la sola vera; e però le lodi non meritate, e molto più le finte,
non solamente non le accettare, ma le rigetta, non solamente non le
amare, ma le abbomina; secondo, abbi per fermo che in questa età,
facendo bene, sarai lodato da pochissimi, lasciando che altri piaccia
alla moltitudine e sia affogato dalle lodi; terzo, delle critiche,
delle maldicenze, delle ingiurie, dei disprezzi, delle persecuzioni
ingiuste, fa quel conto che fai delle cose che non sono; delle giuste
non ti affliggere più che dell'averle meritate; quarto, gli uomini più
grandi e più famosi di te, non che invidiarli, stimali e lodali a tuo
potere, e inoltre amali sinceramente e gagliardamente.„ Ottiene infatti
qualche amicizia letteraria, sente dirsi cose lusinghiere da quelli
che lo ringraziano del dono dei suoi opuscoli; ma già le delusioni
cominciano. La difficoltà di stampare a sue spese, l'impossibilità
d'inchinarsi a giornalisti ed a critici, gli fanno considerare come
la più sicura, anzi la sola approvazione che le sue opere possano
ottenere sia quella della propria coscienza. “Ma queste cose perchè ve
le scrivo? Eh via che nè la nostra virtù, nè la delicatezza del cuor
nostro, nè la sublimità della mente nostra, nè la nostra grandezza non
dipendono da queste miserie, nè io sarò meno virtuoso nè meno magnanimo
(dove ora sia tale) perchè un asino di libraio non mi voglia stampare
un libro, una schiuma di giornalista parlarne. Oramai comincio, o mio
caro, anch'io a disprezzare la gloria, comincio a intendere insieme con
voi che cosa sia contentarsi di sè medesimo, e mettersi colla mente più
in su della fama e della gloria e degli uomini e di tutto il mondo. Ha
sentito qualche cosa questo mio cuore per la quale mi par pure ch'egli
sia nobile; e mi parete pure una vil cosa voi altri uomini, ai quali se
per aver gloria bisogna che m'abbassi a domandarla, non la voglio; chè
posso ben io farmi glorioso presso me stesso, avendo ogni cosa in me, e
più assai che voi non potete in nessunissimo modo dare.„
Il proposito è di quelli che si chiamano filosofici, come opposti alle
idee pratiche. In questa filosofia tanto più è difficile che egli
perseveri, quanto maggiori sono le manifestazioni del suo ingegno,
quanto più calda è l'espressione della meraviglia dei pochissimi che
lo conoscono. Il Giordani s'adopera per lui, per fargli ottenere un
posto a Roma; ma il giovane sa di esservi sconosciuto, “e non dico di
non meritarlo; dico bene che infiniti altri che lo meritano quanto
me, sono senza paragone più noti e stimati e lodati e riveriti che
non son io; la qual cosa non mi muove punto nè mi dee muovere per sè
stessa, ma mi pregiudica in questo ch'io non avendo nessuna fama, non
ne posso cavare quelle utilità reali che ne cavano coloro che n'hanno,
comunque se l'abbiano. Sicchè non è dubbio che i vostri uffici non mi
possano giovare assaissimo.„ Ma l'amico suo non riesce, nè a Roma nè in
Lombardia. Intanto il Pindemonte ingelosisce di lui per il suo saggio
di traduzione dell'-Odissea-; il giovane risponde giustificandosi,
umiliandosi: “Io non ho mai veduto nessuna parte dell'-Odissea- del
Pindemonte. Non so neppure se l'abbia tradotta e pubblicata tutta;
solamente quel saggio che stampò alcuni anni prima del mio. So ben
questo, che la sua traduzione si potrebbe paragonare alla mia così
bene, come una gemma a un ciottolo.„
Un giorno, stanco delle lunghe aspettazioni senza alcun ottenimento,
egli pone da parte il suo orgoglio e s'inchina dinanzi al Mai perchè
gli ottenga di farlo uscire da Recanati procurandogli la cattedra
di lingua latina vacante nella Biblioteca vaticana, della quale il
Monsignore è primo Custode. “Ho vissuto sempre in un piccolo paesuccio,
non ho conoscenze, non amicizie, non appoggi di sorta alcuna. Così che
dopo avere perduto ogni altro vantaggio della vita, mi vedo ridotto
a perdere interamente anche quell'ultimo frutto degli studi, che è
la conversazione degli uomini insigni, e quel poco di fama, che ogni
piccolo uomo si lusinga e desidera di acquistare. Ma chi vive sepolto
in un paese come questo, non può mai sperare di farsi, non dico famoso,
ma neppur noto in nessuna parte della terra. Tutte le fatiche, tutti i
dolori, tutte le perdite che ho sostenute sono vane per me. Io mi vedo
qui disprezzato e calpestato da chicchessia; tutte le speranze della
mia fanciullezza sono svanite; ed io piango quasi il tempo consumato
negli studi, vedendomi confuso con la feccia più vile degli scioperati
e degl'ignoranti.„ Per queste ragioni “implora la misericordia„ di
lui; e il Monsignore il cui nome sarà famoso presso i venturi grazie
al canto che il giovanetto gli ha intitolato, non vuole o non sa
contentarlo; anzi pubblica più tardi un frammento del Libanio “o per
fare dispetto a me, o sapendo di certo che col pubblicarlo, lo levava
di mano a me che già l'aveva trovato.„
Andato a Roma, egli s'accorge che nella gran città, dove sperava di
ottenere quella fama negatagli nel piccolo luogo natale, è ancora più
difficile esser conosciuti ed ammirati; e vede la miseria del mondo
letterario che da lontano gli sembrava tanto bello: “Quel vedere la
gente fanatica della letteratura anche più di quello ch'io fossi in
alcun tempo, quel misero traffico di gloria (giacchè qui non si parla
di danari, che almeno meriterebbero d'esser cercati con impegno), e di
gloria invidiata, combattuta, levata come di bocca dall'uno all'altro;
quei continui partiti, de' quali stando lontano non è possibile
farsi un'idea; quell'eterno discorrere di letteratura e discorrerne
sciocchissimamente, e come di un vero mestiere, progettando tutto
giorno, criticando, promettendo, lodandosi da sè stesso, magnificando
persone e scritti che fanno misericordia, tutto questo m'avvilisce in
modo, che, s'io non avessi il rifugio della posterità e la certezza
che col tempo tutto prende il suo giusto luogo (rifugio illusorio, ma
unico e necessarissimo al vero letterato), manderei la letteratura al
diavolo mille volte....„ I dotti stranieri lo apprezzano molto più
che non gl'Italiani; ma non per le qualità delle quali egli è più
orgoglioso. “Qui in Roma io non sono letterato (il qual nome, se è
vero, è inutile coi Romani, inutile coi forestieri), ma sono un erudito
e un grecista. Non potete credere quanto m'abbiano giovato quegli
avanzi di dottrina filologica che io ho raccolto e raccapezzato dalla
memoria delle mie occupazioni fanciullesche. Senza questi io non sarei
nulla cogli stranieri, i quali ordinariamente mi stimano, e mi danno
molti segni d'approvazione.„ Ma se egli spera di poter essere portato
via, all'estero, da qualcuno di costoro, spera invano, Il ministro di
Prussia gli dà gran lode per i suoi studi filologici e gli dimostra
molto interesse e gli promette di esercitare tutta la sua influenza
presso il governo pontificio per ottenergli un impiego: ma non glie
l'ottiene; l'otterrebbe se egli consentisse a farsi prete!
A Milano, a Bologna, stipendiato dallo Stella, deve fare per conto
di questo libraio studii che abomina, “un librettaccio noioso„, il
commento del Petrarca, “calice di passione„ dal quale non aspetta “nè
onore nè piacere alcuno, bensì noia ineffabile e riso di molti che
mi conoscono, dell'essermi occupato in queste minuzie pedantesche.„ E
deve persuadere il libraio a non fargliene compiere un secondo dello
stesso genere: “Eccomi a dirle del Cinonio. Trovo che questo lavoro
sarà dei lunghi e noiosissimi, altrettanto e più che il Petrarca,
senza stimolo alcuno di fama o di lode all'autore. Ciononostante,
giudicando ella che esso debba riuscirle utile, eccomi a servirla. Ma
avendo io già pubblicata col mio nome un'opera affatto pedantesca,
com'è il comento al Petrarca, mi prendo la confidenza di porle in
considerazione che il pubblicarne un'altra dello stesso genere, non
potrà essere senza che il pubblico mi ponga onninamente, e per viva
forza, in quella classe, dalla quale colle mie parole e cogli altri
miei scritti ho tanto cercato di separarmi: nella classe di quelli che
deprimono e rendono frivola, nulla, ridicola agli occhi degli stranieri
la nostra letteratura, e con ciò servono mirabilmente alle intenzioni
dell'-oscurantismo-: nella classe dei pedanti. Io la prego però di
volere avere al mio nome questa compassione di salvarlo da questo
epiteto, nel quale esso incorrerà inevitabilmente se la nuova opera
sarà annunziata per mia....„ E quando poi questo libraio si dispone
a stampare le sue -Operette morali-, gli vuol mettere questo libro di
altissima filosofia nella -Biblioteca per dame-!
Nessuno è riuscito a fargli avere un impiego: nessuno glie l'otterrà.
Una promessa, il segretariato dell'Accademia di Bologna, sfuma
nonostante l'appoggio del Bunsen. Lo stesso Bunsen gli dà come cosa
fatta la sua nomina alla cattedra di eloquenza greca e latina; il
giovane lo prega di fargli anche ottenere dal cardinale segretario di
Stato la somma occorrente al viaggio da Bologna a Roma, non avendo
la possibilità di farlo a spese proprie, e il Bunsen stesso mette a
sua disposizione il denaro occorrente; ma tutto va a monte: egli non
ottiene altro che “una nuova prova del quanto poco, anzi nulla, ci
possiamo noi confidare in questo nostro Governo gotico, le cui promesse
più solenni vagliono meno che quelle di un amante ubbriaco.„ Ancora il
Bunsen gli propone una cattedra in Germania, a Berlino o a Bonn; ma,
oltre che la cosa non è sicura, la salute rovinata non gli consente
oramai di vivere in climi tanto rigidi. Il Colletta, cercandogli
una cattedra in Toscana, non è più fortunato. Non è più fortunato il
Maestri cercandogliene un'altra a Parma: glie ne darebbero una, ma
di storia naturale!... I suoi concittadini, dopo tanta indifferenza e
tanta diffidenza, hanno sentore della sua grandezza; essi pensano un
giorno a lui, ma non per giovargli, bensì per giovarsene; lo eleggono
ad un posto non letterario, ma politico; lo nominano deputato durante
la rivoluzione del Trentuno, quando egli è lontano, tanto lontano che
la rivoluzione quasi finisce prima che egli risponda rinunziando ad un
ufficio al quale non è nato.
Con tutta la sua dottrina, egli deve contentarsi di vivere dei pochi
scudi che gli paga ogni mese il libraio Stella e dell'emolumento di
lezioni private. Come una “fortuna„ sollecita dal Vieusseux di esser
posto in relazione col libraio Antonelli, disponendosi ad accettare,
tra per le condizioni del mercato librario, tra per lo stato della sua
salute, gli sterili e odiati lavori di compilazione. Se stampa opere
originali, deve pregare gli amici di trovargli sottoscrittori. Se
concorre con le -Operette morali- al premio quinquennale di mille scudi
che conferirà l'Accademia della Crusca, il Vieusseux gli assicura che,
riguardo alla lingua e allo stile, cose che gli Accademici dovrebbero
considerare principalmente se volessero esser fedeli al loro primitivo
istituto, nessuno potrà competere con lui; ma il valore dell'opera
sua non basta: bisogna raccomandarsi, essere raccomandato. “Il Capponi
vi conosce„, gli scrive il Colletta, “vi pregia, vi ama; ma egli non
ha sullo Zannoni la forza che voi credete; nè lo Zannoni può tutto in
quel coro di canonici. Sento in predicamento il Botta; e certamente per
mole sta sopra a tutti: ma che storia! che stile! Quanto perderebbero
le lettere italiane s'egli avesse imitatori! Se gli accademici hanno
in pregio il puro, il gentile e il bisogno d'Italia di bello scrivere,
le opere vostre saran preferite, perchè in qualità di stile voi non
avete superiore o compagno.„ E il Capponi e il Niccolini difendono
la sua causa, ed anche lo Zannoni dicono che si mostri giusto a suo
riguardo; ma l'Accademia conferisce il premio proprio al Botta; e
neppure dà a lui la prima menzione onorevole; gli concede soltanto
la seconda. Per tutta consolazione, due anni dopo lo nomina suo
socio corrispondente. Ma le semplici soddisfazioni d'amor proprio che
importano oramai all'infelice cui mancano i mezzi di vivere? “Riempirti
il naso di fumo„, scrive alla sorella, “non mi dà più l'animo, e mi
fa nausea.„ Egli non ottiene quei compensi reali ai quali è anche sul
punto di divenire indifferente; se pure li ottenesse, non vi sarebbe un
senso di secreto avvilimento nella rinunzia ai sogni di gloria pura e
disinteressata?
Ed a che cosa si riduce per lui questa gloria? All'amicizia di qualche
grande anima, alle liete accoglienze di Bologna e di Firenze, alle lodi
in versi del Muzzarelli e del Missirini, alle lodi in prosa e a qualche
traduzione che gli vengono dall'estero. E quante miserie, quante
invidie, in cambio! All'Accademia degli Arcadi dicono male di lui;
egli ne ride, ma sotto alle risa si sente la ferita dell'amor proprio:
assicura che prova “un gran piacere quando sono informato del male che
si dice di me„; ma che specie di piacere è questo?... Un anonimo scrive
al suo editore, e il suo editore gli comunica il seguente giudizio sul
commento del Petrarca: “Non posso a meno di dirgli che quella operetta
del Petrarca colle note mi par cosa inettissima; e degna d'esser letta
da uno scolaretto sgusciato dalla Grammatica.„ Per difendere la forma
delle sue prime dieci canzoni, egli deve comporre lunghe annotazioni
filologiche; per difenderne il contenuto, lo critica egli stesso in un
articolo ironico, senza firma. E il Tommaseo lo vitupera e lo dileggia,
e compone epigrammi sulla sua deformità corporale. E del Rosini è
amico, ma egli deve aver paura di dare al De Sinner la notizia della
caduta del -Tasso- a Firenze “perchè sapete che gli sdegni letterarii
del Rosini non sono sempre inoffensivi. „
E poichè il destino non risparmierà questo grande sciagurato mai,
neppure nella morte, egli si spegne a Napoli durante l'epidemia
colerica, quando nessuno s'accorge della perdita che ha fatta l'Italia,
quando la sua salma a stento è sottratta dal Ranieri alla fossa comune
dove tutti i morti, per misura di pubblica salute, sono confusi. E un
Cicconi, nella -Gazzetta di Francia-, gli tesse un elogio funebre pieno
di vituperii; e il Tommaseo dissuade il libraio parigino Baudry dal
pubblicare un'edizione postuma delle sue opere. E lo stesso Ranieri,
che pure gli è stato tanto amico, un giorno, dopo molti anni, scrive un
libro nel quale avvilisce ed offende la sua memoria.
PARTE SECONDA.
IL PENSIERO.
IL PESSIMISMO
I.
L'ILLUSIONE.
Volgiamo lo sguardo indietro, sommiamo le disgraziate circostanze
intime ed esteriori in mezzo alle quali Giacomo Leopardi nasce,
cresce e vive sino all'ultimo giorno: gli eccessi della fantasia, gli
eccessi del ragionamento, il loro dissidio, la successiva dispersione
della volontà, l'esagerazione degli studii del passato, il contagio
romantico, il disordine della sensibilità, le malattie incessanti, la
deformità che gl'impedisce d'essere amato, la mancanza della protezione
materna, i contrasti col padre, la povertà, la lotta con le difficoltà
materiali della vita, la meschinità del luogo natale, la miseria
politica, sociale e intellettuale della patria, le fallite speranze di
gloria: vedremo che la sua vita fu uno spasimo incessante.
Potremo noi trovare nell'opera sua le lodi dell'esistenza,
l'espressione della gioia, la fede nella bontà dell'universo? Vediamo
noi nascere le rose dal mortuario asfodelo? Il nostro pensiero, quando
pare più libero di manifestarsi in un modo piuttosto che in un altro,
non è rigorosamente determinato, in tutte le sue minime espressioni,
dalla nostra natura, dalla nostra educazione, dalla nostra esperienza?
E se per questa triplice influenza, che noi minutamente indagammo,
Giacomo Leopardi spasimò come abbiamo visto, l'arte sua poteva essere
consolatrice? Se voi non conoscete ancora nulla dell'opera sua, dovete,
sin da questo momento, antivederne il disperato carattere.
Tutto è stato per lui dolore, ogni cosa lo ha disingannato. Quando ha
goduto? Nella primissima gioventù, nella fanciullezza, quando i mali
non lo avevano avvilito, quando voleva ed agiva come tutti gli altri,
quando meglio che tutti gli altri immaginava la felicità avvenire ed
aspettava di conseguirla. Egli loda pertanto una cosa sola: la prima
età, piena di fede, di illusioni, di speranze, di aspettazioni felici;
quel dolce
E irrevocabil tempo, allor che s'apre
Al guardo giovanil questa infelice
Scena del mondo, e gli sorride in vista
Di paradiso....
Il caro tempo giovanil; più caro
Che la fama e l'allôr, più che la pura
Luce del giorno, e lo spirar....
la prima stagione della vita, quando
l'acerbo, indegno
Mistero delle cose a noi si mostra
Pien di dolcezza.
Sempre egli ritorna alle speranze, agli “ameni inganni„ della prima
età, al “caro immaginar„ suo primo:
Chi rimembrar vi può senza sospiri,
O primo entrar di giovinezza, o giorni
Vezzosi, inenarrabili, allor quando
Al rapito mortal primieramente
Sorridon le donzelle; a gara intorno
Ogni cosa sorride; invidia tace,
Non desta ancora ovver benigna; e quasi
(Inaudita maraviglia!) il mondo
La destra soccorrevole gli porge....
Come la gioventù è la sola stagione felice, così l'alba è il più
bel momento del giorno. “Su, mortali„, canta il Gallo silvestre,
“destatevi. Il dì rinasce.... Ciascuno in questo tempo raccoglie e
ricorre coll'animo tutti i pensieri della sua vita presente; richiama
alla memoria i disegni, gli studi e i negozi; si propone i diletti
e gli affanni che gli sieno per intervenire nello spazio del giorno
nuovo. E ciascuno in questo tempo è più desideroso che mai di ritrovar
pure nella sua mente aspettative gioconde e pensieri dolci.„ Così
il sabato è al villaggio il giorno migliore, per la giovinetta che
ha colto i fiori dei quali si ornerà il domani, per la vecchierella
che ricorda il suo buon tempo, le feste passate; per i fanciulli che
saltellano in piazza, per lo zappatore che pensa al prossimo riposo,
per il legnaiuolo che s'affretta a finire l'opera sua.
Questo di sette è il più gradito giorno,
Pien di speme e di gioia....
E la gioventù rispetto alla vita è come il sabato rispetto alla festa:
Garzoncello scherzoso,
Cotesta età fiorita
È come un giorno d'allegrezza pieno,
Giorno chiaro, sereno,
Che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è cotesta.
Ma quanto dura? Come, tramontando la luna, il mondo si scolora e
l'oscurità scende nella valle e sul monte,
Tal si dilegua, e tale
Lascia l'età mortale
La giovinezza. In fuga
Van l'ombre e le sembianze
Dei dilettosi inganni; e vengon meno
Le lontane speranze
Ove s'appoggia la mortal natura.
Abbandonata, oscura
Resta la vita....
Quella stessa forza della speranza, quella stessa consistenza
dell'illusione che diedero prezzo alla prima età, sono causa dello
scontento, del disgusto che seguono. Chi ha sognato “arcana felicità
in arcani modi„, non è possibile che lodi poi molto la vita reale,
ancora quando essa sia larga di soddisfazioni. Qualunque diletto si
possa godere al mondo, resta scolorito al paragone di quelli sognati,
desiderati e aspettati; “e però„ dice Malambruno, “non uguagliando
il desiderio naturale della felicità che mi sta fisso nell'animo, non
sarà vero diletto; e in quel tempo medesimo che esso è per durare, io
non lascerò di essere infelice.„ Nel punto dell'ottenimento, mentre il
bene ottenuto riesce inferiore a quello aspettato, l'immaginazione e il
desiderio ne antivedono uno maggiore nel futuro: “Non vi accorgete voi
che nel tempo stesso di qualunque vostro diletto, ancorchè desiderato
infinitamente, e procacciato con fatiche e molestie indicibili....
state sempre aspettando un goder maggiore e più vero, nel quale
consista in somma quel tal piacere; e andate quasi riportandovi di
continuo agl'istanti futuri di quel medesimo diletto? Il quale finisce
sempre innanzi al giungere dell'istante che vi soddisfaccia; e non
vi lascia altro bene che la speranza cieca di goder meglio e più
veramente in altra occasione, e il conforto di fingere e narrare a
voi medesimi di aver goduto....„ Tanto la felicità che si aspetta è
superiore a quella che si può ottenere, che uno il quale “si trovasse
nel più felice stato della terra, senza che egli si potesse promettere
di avanzarlo in nessuna parte e in nessuna guisa, si può quasi dire
che questi sarebbe il più misero di tutti gli uomini.„ Per conseguenza
le facoltà alle quali sono dovuti effetti tanto funesti, se erano le
cose più preziose, sono anche “le più lacrimevoli a chi le riceve.„
Non ultimo tra i danni da esse prodotti è quello che il Leopardi
ha notato in sè stesso: l'impaccio della volontà. Dice la Natura,
ragionando con un'Anima: “La finezza del tuo proprio intelletto e la
vivacità dell'immaginazione ti escluderanno da una grandissima parte
della signoria di te stessa. Gli animali bruti usano agevolmente
ai fini che eglino si propongono, ogni loro facoltà e forza. Ma gli
uomini rarissime volte fanno ogni loro potere; impediti ordinariamente
dalla ragione e dall'immaginativa; le quali creano mille dubbietà nel
deliberare e mille ritegni nell'eseguire. I meno atti o meno usati a
ponderare e considerare seco medesimi, sono i più pronti a risolversi.„
E se pure, con tanti impedimenti all'acquisto della felicità, i piaceri
della vita fossero reali! Ma, al contrario, sono illusorii, semplici
interruzioni del dolore: così la quiete, inapprezzata prima della
tempesta, è causa di gioia dopo di questa:
Piacer figlio d'affanno
Gioia vana, ch'è frutto
Del passato timore....
Tali sono i doni, i beni che la natura offre agli uomini:
Uscir di pena
È diletto fra noi.
“Il piacere„ dice la Mummia di Federico Ruysch, “non sempre è cosa
viva; la cessazione di qualunque dolore o disagio, è piacere per sè
medesima.„ E se pure i sensi dell'uomo sono capaci di godere non solo
quando cessano di soffrire, ma anche in modo più spontaneo, uscendo
dallo stato d'indifferenza, questi piaceri sono poi tutti benefici? Il
Leopardi che non li ha potuti godere, a cui le stesse impressioni grate
facevano male, si duole perchè la natura, mentre ci ha “infuso tanta
e sì ferma e insaziabile avidità del piacere, disgiunto dal quale la
nostra vita, come priva di ciò che ella desidera naturalmente, è cosa
imperfetta„; dall'altra parte ha ordinato “che l'uso di esso piacere
sia quasi di tutte le cose umane la più nociva alle forze e alla sanità
del corpo, la più calamitosa negli effetti in quanto a ciascheduna
persona, e la più contraria alla durabilità della stessa vita.„ E
ancora: chi si astenesse interamente dai piaceri, sarebbe per ciò
salvo? Costui incorrerebbe egualmente “in molte e diverse malattie„,
sarebbe esposto ai pericoli di morte, alla perdita di qualche membro
o facoltà, condurrebbe per tempi più o meno lunghi una misera vita,
e avrebbe “oppresso il corpo e l'animo con mille stenti e mille
dolori.„ E ancora: “benchè ciascuno di noi sperimenti, nel tempo delle
infermità, mali per lui nuovi e disusati, e infelicità maggiore che
egli non suole„; la natura non ha poi dato in compenso all'uomo “alcuni
tempi di sanità soprabbondante e inusitata, la quale gli sia cagione
di qualche diletto straordinario per qualità e grandezza.„ I dolori
sono dunque reali, infiniti, e intollerabili; mentre i piaceri sono
illusorii, circoscritti, e finalmente anch'essi nocivi.
Se tale è la miseria della condizione umana, il Leopardi crede che vi
sia un vero, un grande, un infinito bene: l'amore.
Pregio non ha, non ha ragion la vita
Se non per lui, per lui ch'all'uomo è tutto;
Sola discolpa al fato.
La Verità, che Giove ha mandato sulla terra, fuga tutte le larve e
tutte le illusioni, e rende disperata la condizione degli uomini;
ma resta per concessione del nume l'amore. “Avranno tuttavia qualche
mediocre conforto da quel fantasma che essi chiamano Amore, il quale io
sono disposto, rimovendo tutti gli altri, lasciare nel consorzio umano.
E non sarà dato alla Verità, quantunque potentissima e combattendolo
di continuo, nè sterminarlo mai dalla terra, nè vincerlo se non di
rado.„ E poichè gli effetti della Verità sono spaventevoli, il nume,
mosso a pietà delle creature penanti, invita qualcuno dei celesti a
scendere in terra per consolare l'infelice progenie. “Al che tacendo
tutti gli altri, Amore, figliuolo di Venere Celeste, conforme di
nome al fantasma così chiamato, ma di natura, di virtù e di opere
diversissimo; si offerse (come è singolare fra tutti i numi la sua
pietà) di fare esso l'ufficio proposto da Giove, e scendere dal
cielo....„ Ed egli torna, ma di rado, a visitare i mortali, e poco
si ferma tra loro. “Quando viene in sulla terra, sceglie i cuori più
teneri e più gentili delle persone più generose e magnanime; e quivi
siede per breve spazio: diffondendovi sì pellegrina e mirabile soavità,
ed empiendoli di affetti sì nobili, e di tanta virtù e fortezza, che
eglino allora provano, cosa al tutto nuova nel genere umano, piuttosto
verità che rassomiglianza di beatitudine.„ Ma questa felicità vera
non è intera; perchè l'amore “rarissimamente congiunge due cuori
insieme, abbracciando l'uno e l'altro a un medesimo tempo, e inducendo
scambievole ardore e desiderio in ambedue; benchè pregatone con
grandissima instanza da tutti coloro che egli occupa: ma Giove non gli
consente di compiacerli, trattone alcuni pochi; perchè la felicità che
nasce da tale beneficio, è di troppo breve intervallo superata dalla
divina.„ Così Consalvo, presso a morte, si ridesta e delira di gioia
solo perchè la donna amata gli concede il primo ed ultimo bacio:
Morrò contento
Del mio destino omai, nè più mi dolgo
Ch'aprii le luci al dì. Non vissi indarno,
Poscia che quella bocca alla mia bocca
Premer fu dato. Anzi felice estimo
La sorte mia. Due cose belle ha il mondo:
Amore e morte. All'una il ciel mi guida
In sul fior dell'età; nell'altro, assai
Fortunato mi tengo....
Noi già vediamo, in questo parallelo tra l'amore, forma dell'istinto
vitale, e la morte, cessazione di tutta quanta la vita, annebbiarsi
la fede del Leopardi. Se egli credesse veramente all'amore, non
paragonerebbe le gioie che nascono da lui a quel sollievo tutto
negativo che viene dalla fine dell'esistenza; egli non canterebbe:
Fratelli, a un tempo istesso, Amore e Morte
Ingenerò la sorte.
Cose quaggiù più belle
Altre il mondo non ha, non han le stelle.
È vero che ogni uomo, anche non disperando, sicuro anzi di ottenere la
soddisfazione degl'istinti della carne e dei bisogni del cuore, prova
un intimo senso di tristezza e quasi un desiderio di morire durante il
primo invasamento della passione. Questa languidezza mortale, questa
prostrazione sono note a tutti i grandi, a tutti i veri amanti; il
Leopardi, che è tra i più squisiti, le sente, le descrive, ne cerca le
ragioni nella paura che produce il deserto del mondo a chi ha il cuore
gonfio d'una speranza divina; nella previsione delle tempeste alle
quali va incontro l'amante. È vero che il bisogno di morire ritorna più
grave
quando tutto avvolge
La formidabil possa,
E fulmina nel cor l'invitta cura;
e che gli umili, le vergini, si uccidono o muoiono distrutti dalla
passione. Ma ciò accade quando l'amore è contrastato; per affermare
che amore e morte sono fratelli, sempre, bisogna disperare dell'amore.
Ed infatti: qual è l'opera dell'Amore, quando, per consiglio di
Giove, quel dio scende in terra? È quella di far tornare le larve, le
illusioni: “E siccome i fati lo dotarono di fanciullezza eterna, quindi
esso, convenientemente a questa sua natura, adempie per qualche modo
quel primo voto degli uomini, che fu di esser tornati alla condizione
della puerizia. Perciocchè negli animi che egli si elegge ad abitare,
suscita e rinverdisce, per tutto il tempo che egli vi siede, l'infinita
speranza e le belle e care immaginazioni degli anni teneri.„ In altre
parole: il conforto che viene dall'amore è tutto nell'aspettazione,
nella speranza. Il Leopardi non si contraddice, affermando, dopo
aver negato tutti i piaceri, la benefica potenza dell'amore. L'amore
è grato, secondo lui, come è grata la gioventù; perchè il giovane e
l'amante s'illudono, aspettano una felicità senza fine. E perchè non
la raggiunge il giovane, non la raggiunge l'amante. Il giovane ha
troppo sperato dalla vita; l'amante spera troppo dalla donna. Egli non
si contenta della creatura reale; se ne foggia un'immagine molto più
bella:
Vagheggia
Il piagato mortal quindi la figlia
Della sua mente, l'amorosa idea,
Che gran parte d'Olimpo in sè racchiude,
Tutta al volto, ai costumi, alla favella
Pari alla donna che il rapito amante
Vagheggiare ed amar confuso estima.
Il poeta non ha avuto esperienza dell'amore reale, ma sa che insino
nell'amplesso la creatura che noi stringiamo tra le braccia non è tanto
la vera, quella di carne e di sangue, quanto la figlia della nostra
mente. Il disinganno è pertanto da attribuire all'immaginazione degli
uomini, non già alle donne; ma la colpa è anche della natura che ha
fatto gli uomini troppo immaginosi ed ardenti, e le donne troppo fredde
e pigre. Le donne reali sono troppo diverse da quelle che gl'innamorati
si dipingono:
A quella eccelsa imago
Sorge di rado il femminile ingegno;
E ciò che ispira ai generosi amanti
La sua stessa beltà, donna non pensa,
Nè comprender potrìa. Non cape in quelle
Anguste fronti ugual concetto. E male
Al vivo sfolgorar di quegli sguardi
Spera l'uomo ingannato, e mal richiede
Sensi profondi, sconosciuti, e molto
Più che virili, in chi dell'uomo al tutto
Da natura è minor. Che se più molli
E più tenui le membra, essa la mente
Men capace e men forte anco riceve.
Egli è anche più giusto quando fa dire al Tasso dal suo Genio familiare
che le donne non hanno colpa se, alla prova, riescono troppo diverse da
quelle che noi immaginiamo. “Io non so vedere„, gli spiega il Genio,
“che colpa s'abbiano in questo, d'esser fatte di carne e sangue,
piuttosto che d'ambrosia e nèttare. Qual cosa del mondo ha pure
un'ombra o una millesima parte della perfezione che voi pensate che
abbia a essere nelle donne? E anche mi pare strano, che non facendovi
maraviglia che gli uomini sieno uomini, cioè a dir creature poco
lodevoli e poco amabili; non sappiate poi comprendere come accada, che
le donne in fatti non sieno angeli.„
L'immaginazione è dunque ancora causa dell'inganno. Essa, come
ha guastato la vita, guasta anche l'amore. Saggio è l'amante che,
sognando la donna diletta in un sogno gentile, “per tutto il giorno
seguente fugge di ritrovarsi con quella e di rivederla; sapendo che
ella non potrebbe reggere al paragone dell'immagine che il sonno
gliene ha lasciata impressa....„ Quantunque il Leopardi abbia amato
solitariamente, quantunque non abbia neppure significato i suoi
sentimenti alle donne che li ispirarono, pure egli ha capito come sia
difficile agli amanti riamati il comprendersi. Quando ha fatto dire
a Consalvo che il cielo non consente il pieno appagamento dei voti
d'amore, gli ha fatto soggiungere che “amar tant'oltre non è dato con
gioia„; e il suo Filippo Ottonieri dice una cosa molto profonda, che
è il frutto delle lunghe esperienze sentimentali: “Negava che alcuno
a questi tempi possa amare senza rivale; e dimandato del perchè,
rispondeva: perchè certo l'amato o l'amata è rivale ardentissimo
dell'amante.„ Come dir meglio che l'amore, la grande consolazione della
vita, non è tutto amore, ma anche una forma di odio?
Dove sarà allora la felicità vera, intera, pura? Sarà nella gloria?
Anche questa è una forma dell'illusione; ad uno ad uno egli ne
distrugge, come li ha visti cadere intorno a sè, tutti i fondamenti,
tutte le promesse, tutti i vantaggi. E primieramente: che cosa è la
gloria letteraria e artistica, paragonata a quella che dipende dalle
grandi azioni? “L'operare è tanto più degno e più nobile del meditare
e dello scrivere, quanto è più nobile il fine che il mezzo, e quanto
le cose e i soggetti importano più che le parole e i ragionamenti.
Anzi niun ingegno è creato dalla natura agli studi; nè l'uomo nasce
a scrivere, ma solo a fare.„ Ma i tempi non volgono propizii alle
imprese magnanime, ed è forza contentarsi della grandezza nell'arte
o nella scienza. E questa via, “come quella che non è secondo la
natura degli uomini, non si può seguire senza pregiudizio del corpo,
nè senza moltiplicare in diversi modi l'infelicità del proprio
animo.„ E quante difficoltà! “Le emulazioni, le invidie, le censure
acerbe, le calunnie, le parzialità, le pratiche e i maneggi occulti
e palesi contro la tua riputazione, e gli altri infiniti ostacoli
che la malignità degli uomini ti opporrà....„ Il valore è anche
contrastato “dalla fortuna propria dello scrittore, ed eziandio
dal semplice caso, o da leggerissime cagioni.„ Chi può, del resto,
comprender bene lo scrittore? Non la folla, ma gli scrittori suoi
pari; non gli stranieri, ma quelli della sua stessa nazione: per tutto
il resto dell'umano genere le fatiche letterarie riescono inutili
e sparse al vento. “Lascio l'infinita varietà dei giudizi e delle
inclinazioni dei letterati, per la quale il numero delle persone
atte a sentire le qualità lodevoli di questo o di quel libro, si
riduce ancora a molto meno.„ Che è dunque la fama di quei grandi, i
cui nomi sono universalmente riveriti? “In vero io mi persuado che
l'altezza della stima e della riverenza verso gli scrittori sommi,
provenga comunemente, in quelli eziandio che li leggono e trattano,
piuttosto da consuetudine ciecamente abbracciata, che da giudizio
proprio e dal conoscere in quelli per veruna guisa un merito tale....„
Per comprendere le opere dell'ingegno, bisogna trovarsi in certe
particolari condizioni; gli scritti non tanto si giudicano dalle
loro qualità in se medesime, quanto dall'effetto prodotto nell'animo
di chi legge. Quante volte, per quante cause, il lettore non sì
trova mal disposto a comunicare con l'autore? Se dunque un libro
nuovo anche ottimo è letto una sola volta da chi temporaneamente
è impedito d'intenderlo, l'autore sarà poco o niente stimato. Al
contrario, in certi stati dell'animo, una pagina mediocre è capace di
produrre eccitazioni gagliarde, e l'autore di ottenere un'ammirazione
immeritata. E nella nostra età, tarda, stanca, sovraccarica di troppe
memorie, l'eloquenza, la poesia, sono poco intese; ed i giovani, il
cui animo è più pronto, non hanno un gusto sicuro; e gli abitatori
delle grandi città, i quali incoronano gli oratori e i poeti,
sono troppo distratti da troppe altre cose. E se bisogna, per bene
apprezzare un'opera, rileggerla più e più volte, “manca oggi il tempo
alle prime non che alle seconde letture.„ E se il consenso antico e
universale è tanta parte della fama delle opere, oggi un nuovo poema
“eguale o superiore di pregio intrinseco all'-Iliade-, letto anche
attentissimamente da qualunque più perfetto giudice di cose poetiche,
gli riuscirebbe assai men grato e men dilettevole di quella; e per
tanto gli resterebbe in molto minore estimazione.„
La dimostrazione continua così, come quella di un teorema, con uno
spietato rigore di logica. Miglior fortuna del poeta troverà il
filosofo, che non si rivolge all'immaginazione degli uomini, diseguale,
mutabile, ma alla loro ragione? Ma, posto anche che l'immaginazione
non fosse tanto utile in filosofia come in arte, resta sempre che le
verità filosofiche non sono apprezzate da chi non le partecipa, anche
lasciando da parte “le varie fazioni, o comunque si voglia chiamarle,
in cui sono divisi oggi, come sempre furono, quelli che fanno
professione di filosofia: ciascuna delle quali nega ordinariamente
la debita lode e stima a quei delle altre; non solo per volontà, ma
per aver l'intelletto occupato da altri principii.„ E se a gustare un
poema occorre tempo, più ne occorre se si vuole persuadere agli uomini
la verità scoperta dal filosofo; e i grandi novatori, invece d'essere
lodati e ammirati, troppo spesso sono derisi e vilipesi. E se la verità
fa il suo cammino finchè è poi universalmente accettata, il morto
suo inventore non ha neppure il premio d'una postuma fama, “parte per
essere già mancata la sua memoria, o perchè l'opinione ingiusta avuta
di lui mentre visse, confermata dalla lunga consuetudine, prevale a
ogni altro rispetto; parte perchè gli uomini non sono venuti a questo
grado di cognizioni per opera sua; e parte perchè già nel sapere gli
sono eguali, presto lo sormonteranno, e forse gli sono superiori anche
al presente, per essersi potute colla lunghezza del tempo dimostrare e
chiarire meglio le verità immaginate da lui, ridurre le sue congetture
a certezza, dare ordine e forma migliore ai suoi trovati, e quasi
maturarli.„
Nulla resiste alla sua critica; par quasi che egli provi un senso
di voluttà nel rintracciare e nell'esporre ad uno ad uno tutti i più
sottili e riposti argomenti che si possono addurre contro la speranza
d'un premio. Ecco: dopo aver tutto negato, dopo aver dimostrato come
sia impossibile ottenere la gloria, concede a un tratto che qualcuno
l'abbia conseguita. Che frutto ne ritrarrà costui? Se l'uomo famoso
vive in una città piccola, egli non è oggetto d'invidia, perchè
nessuno l'intende; anzi, perchè tutti lo disconoscono, è trascurato.
Nelle città grandi, tanto per l'emulazione dei compagni quanto per
le distrazioni della folla, le difficoltà di poter godere della
gloria acquistata non sono minori. E la fama di grande poeta e di
gran filosofo, come è la più difficile da acquistare, è anche la meno
fruttuosa di tutte: “le due sommità, per così dire, dell'arte e della
scienza umana; dico la poesia e la filosofia; sono in chi le professa,
specialmente oggi, le facoltà più neglette del mondo; posposte ancora
alle arti che si esercitano principalmente con la mano.„ Qual è dunque
il frutto dell'ingegno, il premio degli studi per il filosofo ed il
poeta? Null'altro “se non forse una gloria nata e contenuta fra un
piccolissimo numero di persone.„ Ce n'è anche un altro, maggiore,
migliore: “Non potendo nella conversazione degli uomini godere quasi
alcun beneficio della tua gloria, la maggiore utilità che ne ritrarrai,
sarà di rivolgerla nell'animo e di compiacertene teco stesso nel
silenzio della tua solitudine, col pigliarne stimolo e conforto a nuove
fatiche, e fartene fondamento a nuove speranze.„ Perchè anche qui la
natura dell'uomo ordisce il solito inganno, volendo che il bene non
ottenuto sia ancora sperato, a dispetto dell'esperienza, nel futuro,
altrove, non si sa dove: “La gloria degli scrittori, non solo, come
tutti i beni degli uomini, riesce più grata da lungi che da vicino, ma
non è mai, si può dire, presente a chi la possiede, e non si ritrova
in nessun luogo„; e la speranza sempre disingannata continua sempre
ad operare, così che da ultimo, non avendo mai trovato la gloria
in vita, o avendola sdegnata, o non avendone goduto tanto quanto si
aspettava, l'uomo si pasce della speranza di quella che otterrà -- dopo
morto, dai posteri.... quasi che i posteri non saranno uomini come
i contemporanei, soggetti a quella mutabilità di gusti in arte e di
giudizii in filosofia che ha travolto le speranze di gloria durante la
vita e che annullerà totalmente quelle riposte nell'avvenire!
II.
LA MISANTROPIA.
Dunque: i piaceri dei sensi, le gioie dell'amore, i premii della
gloria: tutto è vano: “La natura medesima è impostura verso l'uomo,
nè gli rende la vita amabile e sopportabile, se non per mezzo
principalmente d'immaginazione e d'inganno.„ Non vi sarà nessun
conforto? Se ne troverà uno nel sentimento della fratellanza umana?
Gl'infelici si consoleranno amandosi e sostenendosi reciprocamente? Il
primo sostegno e il primo amore sono nella famiglia; e il Leopardi, non
avendoli trovati nella sua, li nega. Egli dimostra che l'educazione “è
un formale tradimento ordinato dalla debolezza contro la forza, dalla
vecchiezza contro la gioventù. I vecchi vengono a dire ai giovani:
fuggite i piaceri propri della vostra età, perchè tutti sono pericolosi
e contrari ai buoni costumi, e perchè noi che ne abbiamo presi
quanti più abbiamo potuto, e che ancora, se potessimo, ne prenderemmo
altrettanti, non ci siamo più atti, a causa degli anni. Non vi curate
di vivere oggi; ma siate ubbidienti, sofferite, e affaticatevi quanto
più sapete, per vivere quando non sarete più a tempo. Saviezza e onestà
vogliono che il giovane si astenga quanto è possibile dal far uso
della gioventù, eccetto per superare gli altri nelle fatiche. Della
vostra sorte e di ogni cosa importante lasciate la cura a noi, che
indirizzeremo il tutto all'utile vostro. Tutto il contrario di queste
cose ha fatto ognuno di noi alla vostra età, e ritornerebbe a fare
se ringiovanisse: ma voi guardate alle nostre parole, e non ai nostri
fatti passati, nè alle nostre intenzioni. Così facendo, credete a noi
conoscenti ed esperti delle cose umane, che voi sarete felici. Io non
so che cosa sia inganno e fraude se non è il promettere felicità agli
inesperti sotto tali condizioni.... Mai padre nè madre, non che altro
istitutore, non sentì rimordere la coscienza di dare ai figliuoli
un'educazione che muove da un principio così maligno.„ L'impedimento
dei genitori alla libertà dei figli è tale, che la maggior parte degli
uomini veramente grandi debbono la loro grandezza all'aver perduto
il padre in tenera età: “La potestà paterna appresso tutte le nazioni
che hanno leggi, porta seco una specie di schiavitù de' figliuoli; che
per essere domestica, è più stringente e più sensibile della civile;
e che, comunque possa essere temperata o dalle leggi stesse, o dai
costumi pubblici, o dalle qualità particolari delle persone, un effetto
dannosissimo non manca mai di produrre: e questo è un sentimento
che l'uomo, finchè ha il padre vivo, porta perpetuamente nell'animo;
confermatogli dall'opinione che visibilmente ed inevitabilmente ha di
lui la moltitudine. Dico un sentimento di soggezione e di dependenza,
e di non essere libero signore di sè medesimo, anzi di non essere, per
dir così, una persona intera, ma una parte e un membro solamente, e
di appartenere il suo nome ad altrui più che a sè. Il qual sentimento,
più profondo in coloro che sarebbero più atti alle cose, perchè avendo
lo spirito più svegliato, sono più capaci di sentire, e più oculati ad
accorgersi della verità della propria condizione, è quasi impossibile
che vada insieme, non dirò col fare, ma col disegnare checchessia
di grande. E passata in tal modo la gioventù, l'uomo che in età di
quaranta o di cinquant'anni sente per la prima volta di essere nella
potestà propria, è soverchio il dire che non prova stimolo, e che, se
ne provasse, non avrebbe più impeto nè forze nè tempo sufficienti ad
azioni grandi. Così anche in questa parte si verifica che nessun bene
si può avere al mondo, che non sia accompagnato da mali della stessa
misura: poichè l'utilità inestimabile del trovarsi innanzi nella
giovinezza una guida esperta ed amorosa, quale non può essere alcuno
così come il proprio padre, è compensata da una sorte di nullità e
della giovinezza e generalmente della vita.„
Ma, dall'altra parte, i figli non danno minor causa di dolore
ai genitori. “Non sarebbe piccola infelicità degli educatori, e
soprattutto dei parenti, se pensassero, quello che è verissimo, che i
loro figliuoli, qualunque indole abbiano sortita, e qualunque fatica,
diligenza e spesa si ponga in educarli, coll'uso poi del mondo, quasi
indubitabilmente, se la morte non li previene, diventeranno malvagi.„
Mancato il conforto nella famiglia, resterebbe ancora quello della
solidarietà fra tutti gli uomini. “-Gl'individui sono spariti
dinanzi alle masse-„, dicono intorno al Leopardi i pensatori, volendo
significare con queste parole che, se pure ciascun uomo ha molti e
troppi motivi di dolore, il pensiero del bene comune, della felicità
generale, deve consolarlo. Ed egli, dimostrato che tutto è illusione,
riconosce che “si cette illusion était commune, si tous les hommes
croyaient et voulaient être vertueux, s'ils étaient compatissans,
bienfaisans, généreux, magnanimes, pleins d'enthousiasme; en un mot,
si tout le monde était sensible.... n'en serait-on pas plus heureux?
Chaque individu ne trouverait-il pas mille ressources dans la société?
Celle-ci ne devrait-elle s'appliquer à realiser les illusions autant
qu'il lui serait possible, puisque le bonheur de l'homme ne peut
consister dans ce qui est réel?„ Ma egli nega anche questo compenso.
Nessuno ha compreso lui, o troppo pochi; quasi dovunque egli ha trovato
ostilità o indifferenza. A che gli è valsa la grandezza della mente
e la bontà dell'animo?... Con Bruto pertanto egli chiamerà stolta la
virtù e lancerà al cielo il grido della giustizia offesa:
Dunque degli empi
Siedi, Giove, a tutela? e quando esulta
Per l'aere il nembo, e quando
Il tuon rapido spingi,
Ne' giusti e pii la sacra fiamma stringi?
Gli uomini, come tutti i viventi, non si sostengono, si combattono:
“Naturalmente l'animale odia il suo simile, e qualora ciò è richiesto
dall'interesse proprio, l'offende.„ Nè altro scopo hanno le lotte
umane se non “l'acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni che
non giovano.„ Poichè la felicità che essi agognano e che tentano di
raggiungere in mille modi sfugge continuamente, che nome meriterà il
loro vano affaccendarsi? Che cosa distinguerà i grandi lavori dagli
inutili trastulli? Filippo Ottonieri non ammette nessuna differenza
tra gli uni e gli altri, “e sempre che era stato occupato in qualunque
cosa, per grave che ella fosse, diceva d'essersi trastullato.„ Meglio
ancora:
È tutta,
In ogni umano stato, ozio la vita,
Se quell'oprar, quel procurar che a degno
Obbietto non intende, o che all'intento
Giugner mai non potria, ben si conviene
Ozïoso nomar. La schiera industre
Cui franger glebe o curar piante e greggi
Vede l'alba tranquilla e vede il vespro,
Se oziosa dirai, da che sua vita
È per campar la vita, e per sè sola
La vita all'uom non ha pregio nessuno,
Dritto e vero dirai. Le notti e i giorni
Tragge in ozio il nocchiero; ozio le vegghie
Son de' guerrieri e il perigliar nell'armi;
E il mercatante avaro in ozio vive:
Che non a sè, non ad altrui, la bella
Felicità, cui solo agogna e cerca
La natura mortal, veruno acquista
Per cura o per sudor, vegghia o periglio.
Quanto strana non è dunque la pretesa dì coloro
che, non potendo
Felice in terra far persona alcuna,
L'uomo obbliando, a ricercar si diero
Una comun felicitade; e quella
Trovata agevolmente, essi di molti,
Tristi e miseri tutti, un popol fanno
Lieto e felice....
“Lasci fare alle masse„, soggiunge Tristano; “le quali che cosa sieno
per fare senza individui, essendo composte d'individui, desidero e
spero che me lo spieghino gl'intendenti d'individui e di masse, che
oggi illuminano il mondo....„ No, la concordia non regna tra gli
uomini; non se ne trovano due che si comprendano; anzi “l'odio verso
i propri simili è maggiore verso i più simili.„ Invece che cercarli,
converrà piuttosto, per consolarsi, fuggirli e rifugiarsi in seno alla
natura.
Ma anche la natura ferisce continuamente, in mille modi, i viventi.
Da lei vengono tutti gl'innumerevoli dolori fisici. L'Islandese esce
dall'isola sua nativa “per vedere se in alcuna parte della terra
potessi non offendendo non essere offeso, e non godendo non patire.„
Cerca; ma non trova. “Io sono stato arso dal caldo dei tropici,
rappreso dal freddo verso i poli, afflitto nei climi temperati
dall'incostanza dell'aria, infestato dalle commozioni degli elementi in
ogni dove.„ E gli uomini, come già lodano il loro stato, così credono
che la natura non abbia altra mira che di procacciare il loro bene;
quando invece
un'onda
Di mar commosso, un fiato
D'aura maligna, un sotterraneo crollo
distrugge interi popoli in modo che a gran pena ne resta la memoria.
Vengano sul Vesuvio i presuntuosi, dinanzi alle secolari rovine delle
città sepolte dalla cenere, distrutte dai tremuoti, coperte dalla lava:
vedranno che
Non ha natura al seme
Dell'uom più stima o cura
Ch'alla formica: e se più rara in quello
Che nell'altra è la strage,
Non avvien ciò d'altronde
Fuor che l'uom sue prosapie ha men feconde.
Infine, se per tante cagioni la condizione umana è tanto sciagurata,
sia che gli uomini si considerino ad uno ad uno, sia che si consideri
il loro consorzio, non sarà possibile sperare che essa migliori col
tempo? Questa speranza di progresso sorride a molti; per il misantropo
è vana ancor essa; anzi dà luogo alla certezza che il passato era
preferibile al presente e che col tempo il mondo peggiora. Una volta
gli uomini lo vedevano popolato di creature leggiadre e divine:
Già di candide ninfe i rivi albergo
Placido albergo e specchio
Furo i liquidi fonti....
Vissero i fiori e l'erbe,
Vissero i boschi un dì.
I dolorosi eredi dovranno oggi lodare i Patriarchi,
molto all'eterno
Degli astri agitator più cari, e molto
Di noi men lacrimabili nell'alma
Luce prodotti;
dovranno invidiare i tempi del primo padre, quando la pace regnava
sulla terra:
Oh fortunata,
Di colpe ignara e di lugubri eventi,
Erma terrena sede!
Perchè dallo scempio fraterno ebbe origine questa tanto vantata civiltà:
Trepido, errante il fratricida, e l'ombre
Solitarie fuggendo e la secreta
Nelle profonde selve ira de' venti,
Primo i civili tetti, albergo e regno
Alle macere cure, innalza; e primo
Il disperato pentimento i ciechi
Mortali egro, anelante, aduna e stringe
Ne' consorti ricetti: onde negata
L'improba mano al curvo aratro, e vili
Fur gli agresti sudori; ozio le soglie
Scellerato occupò; ne' corpi inerti
Domo il vigor natìo, languide, ignave
Giacquer le menti; e servitù le imbelli
Umane vite, ultimo danno, accolse.
Un tempo, sì, la terra fu dilettosa e cara; perchè
di suo fato ignara
E degli affanni suoi, vota d'affanno
Visse l'umana stirpe; alle secrete
Leggi del cielo e di natura indutto
Valse l'ameno error, le fraudi, il molle
Pristino velo; e di sperar contenta
Nostra placida nave in porto ascese.
Ma la civiltà non è progresso per il genere umano come l'esperienza
non è felicità per il giovane: l'età prima dell'uomo e del mondo è la
migliore. Anche oggi una vita simile a quella delle antiche età si vive
dai popoli che noi chiamiamo barbari; tra le vergini selve
Nasce beata prole, a cui non sugge
Pallida cura il petto, a cui le membra
Fera tabe non doma.
E gli uomini che si stimano progrediti vanno a turbare ed opprimere
quei soli felici!
Oh contra il nostro
Scellerato ardimento inermi regni
Della saggia natura! I lidi e gli antri
E le quïete selve apre l'invitto
Nostro furor; le violate genti
Al peregrino affanno, agl'ignorati
Desiri educa; e la fugace, ignuda
Felicità per l'imo sole incalza,
No, questa trasformazione, “questa mutazione di vita, e massimamente
d'animo„, non ha fatto raggiungere la felicità; al contrario: è stata
accrescimento d'infelicità. Fossero almeno questi uomini inciviliti,
che credono il loro costume tanto superiore al primitivo e che
aspettano un continuo miglioramento dello stato umano; fossero almeno,
dico, stabili nelle loro idee! Sapesse bene il secolo presente che cosa
credere, che cosa negare! Ma no: oggetto d'immenso stupore è il vedere
con che costanza
Quel che ieri schernì, prosteso adora
Oggi, e domani abbatterà, per girne
Raccozzando i rottami, e per riporlo
Tra il fumo degl'incensi il dì vegnente!
Quanto estimar si dee, che fede ispira
Del secol che si volge, anzi dell'anno,
Il concorde sentir!
Mentre si dice e si ode dire che la futura umanità sarà migliore della
nostra, nello stesso tempo “diciamo e udiamo dire a ogni tratto: -i
buoni antichi-, -i nostri buoni antenati-; -e uomo fatto all'antica-,
volendo dire uomo dabbene e da potersene fidare.„ Tale è il giudizio
degli uomini: “Ciascuna generazione crede dall'una parte, che i
passati fossero migliori dei presenti; dall'altra parte che i popoli
migliorino allontanandosi dal loro primo stato ogni giorno più.„
Altro sciocco inganno: “In ogni paese i vizi e i mali universali degli
uomini e della società umana sono notati come particolari del luogo.
Io non sono mai stato in parte dov'io non abbia udito: qui le donne
sono vane e incostanti, leggono poco e sono male istruite; qui il
pubblico è curioso de' fatti altrui, ciarliero molto e maldicente; qui
i danari, il favore e la viltà possono tutto; qui regna l'invidia, e
le amicizie sono poco sincere; e così discorrendo; come se altrove le
cose procedessero in altro modo. Gli uomini sono miseri per necessità,
e risoluti di credersi miseri per accidente.„ Essi s'arrogano il vanto
dell'eternità e sognano la loro fortuna nel futuro, e non s'accorgono
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