Rimembri ancora Quel tempo della tua vita mortale, Quando beltà splendea Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, E tu, lieta e pensosa, il limitare Di gioventù salivi? Ella è morta; egli è inaridito, non aspetta se non la morte: Tu, misera, cadesti: e con la mano La fredda morte ed una tomba ignuda Mostravi di lontano.... E s'inganna ancora! Egli non è giunto al termine delle sue prove. Se l'immaginazione lo ha troppo illuso, se l'esperienza lo ha troppo deluso, la triste vicenda non è ancora finita. Egli ha trent'anni. Quantunque la sua salute sia rovinata per sempre, pure la fiamma vitale non è ancora spenta. Ed è nato ad amare, come il suo Eleandro: “Sono nato ad amare, ho amato, e forse con tanto affetto quanto può mai capire in anima umana.„ Eleandro, come lui, ha un bel dire: “Oggi, benchè non ancora, come vedete, in età naturalmente fredda, nè forse anco tepida, non mi vergogno a dire che non amo nessuno, fuorchè me stesso, per necessità di natura, e il meno possibile.„ Giacomo Leopardi, per suo proprio conto, in prima persona, griderà ancora: “Io non ho bisogno nè di stima, nè di gloria, nè d'altre cose simili; ma ho bisogno d'amore....„ La sua speranza che una donna finalmente lo intenda non può morire. Se non è mai stato amato, se non ha saputo, se non ha potuto esprimere i proprii sentimenti, gli basta, come a Consalvo, un lieto sguardo, una buona parola, perchè, ripetendoli mille e mille volte nel costante pensiero, egli viva e speri. Ed ecco la nuova allettatrice: Fanny Targioni-Tozzetti, che egli incontra a Firenze, nel 1830. In un salotto elegante tutto odoroso dei nuovi fiori primaverili, vestita del colore della bruna viola, ella lo accoglie amabilmente, e quasi ad eccitare i suoi desiderii scocca baci sulle labbra delle figliuoline stringendole al seno. Apparve Novo ciel, nova terra, e quasi un raggio Divino al pensier mio. La fiamma che repentinamente lo investe è alta e gagliarda. Dal momento che l'ha veduta il pensiero di lei governa il suo cuore: Dolcissimo, possente, Dominator di mia profonda mente: Terribile, ma caro Dono del ciel; consorte Ai lugubri miei giorni, Pensier che innanzi a me sì spesso torni.... Da questo momento, come per virtù d'incantesimo, tutte le altre sue cure, i tanti dolori, i ricordi, le aspettazioni, tutto svanisce: Ratti d'intorno intorno al par del lampo Gli altri pensieri miei Tutti si dileguâr. Siccome torre In solitario campo Tu stai solo, gigante.... Che divenute son, fuor di te solo, Tutte l'opre terrene, Tutta intera la vita al guardo mio! Che intollerabil noia Gli ozi, i commerci usati, E di vano piacer la vana spene, Allato a quella gioia, Gioia celeste che da te mi viene! E se prima egli non temeva la morte, ora quasi la sfida e ne ride; e se il volgo gli parve spregevole, ora ogni atto indegno lo ferisce; e se la sua vita è stata un lungo martirio, è lieto d'averlo sopportato, ora che ottiene tal premio: Ed ancor tornerei, Così qual son de' nostri mali esperto, Verso un tal segno a incominciare il corso: Che tra le sabbie e tra il vipereo morso, Giammai finor sì stanco Per lo mortal deserto Non venni a te, che queste nostre pene Vincer non mi paresse un tanto bene. E amando egli solo, senza sapere ancora qual sorte è serbata all'amor suo, che slancio d'immaginazione, che superbe speranze: Che mondo mai, che nova Immensità, che paradiso è quello Là dove spesso il tuo stupendo incanto Parmi innalzar! dov'io Sott'altra luce che l'usata errando, Il mio terreno stato E tutto quanto il ver pongo in obblìo! Egli presente pure che anche questo è un sogno: ma sogno di natura divina; e se un tempo, amando la prima volta, fu stupito vedendo come per amore fosse tutt'in una volta “felice e miserando„, ora, con gli anni, coi disinganni, con le difficoltà di accogliere, dopo questa, nuove lusinghe, sente che il nuovo pensiero, “cagion diletta d'infinito affanno„, non sarà più sostituito. Manifesterà egli questa volta con parole, proverà questa volta coi fatti la passione sua? Egli sa che dovrebbe fare così; ma tutte le sue disgrazie sono aggravate: moralmente, la fiacchezza della volontà, la timidezza, la paura sono cresciute, sono diventate vera impotenza; fisicamente, dopo quindici anni di malattie, egli è l'ombra di sè stesso. Non sa far altro pertanto che pensare a lei; si studia di veder lei in quelli che le somigliano; per esserle gradito importuna tutti i suoi amici chiedendo loro autografi, giacchè ella ne fa raccolta. Ed ella, accogliendolo benignamente, godendo i vantaggi d'un'amicizia così grande, ride poi insieme con gli amici del “suo gobbetto....„ L'infelice ignora le risa di lei. Seguìto a Roma l'amico Ranieri, si sente come in esilio; scrive alla donna del suo cuore una lettera dove la passione, nonostante la timidità, pure traspare: “Cara Fanny, Non vi ho scritto fin qui per non darvi noia, sapendo quanto siete occupata. Ma infine non vorrei che il silenzio vi paresse dimenticanza, benchè forse sappiate che il dimenticar voi non è facile. Mi pare che mi diceste un giorno, che spesso ai vostri amici migliori non rispondevate, agli altri sì, perchè di quelli eravate sicura che non si offenderebbero, come gli altri, del vostro silenzio. Fatemi tanto onore di trattarmi come uno de' vostri migliori amici, e se siete molto occupata, e se lo scrivere vi affatica, non mi rispondete....„ E lasciatosi andare a parlare della sua misantropia, si pente, s'incolpa: “Ma io ho torto di scrivere queste cose a voi, che siete bella, e privilegiata dalla natura a risplendere nella vita, e trionfare del destino umano. So che anche voi siete inclinata alla malinconia, come sono state sempre e come saranno in eterno, tutte le anime gentili e d'ingegno. Ma con tutta sincerità, e nonostante la mia filosofia vera e disperata, io credo che a voi la malinconia non convenga; cioè che quantunque naturale, non sia del tutto ragionevole. Almeno così vorrei che fosse.... Addio, cara Fanny; salutatemi le bambine. Se vi degnate di comandarmi, sapete che a me, come agli altri che vi conoscono, è una gioia e una gloria il servirvi.„ Tornato a Firenze, divampando la sua passione con nuova forza, egli comincia ad accorgersi che la donna lo tratta con insolita freddezza. Tante volte sì è ribellato: ora no, ora s'umilia; dinanzi a lei prima e sola piega l'altero capo, si mostra timido e tremante; e spia sommessamente ogni sua voglia, ogni parola, ogni atto; impallidisce ai suoi superbi fastidii; brilla in volto a un segno suo cortese; muta forma e colore ad ogni suo sguardo. Questa tenacia della speranza misurerà la forza della seguente disperazione. Già nell'agosto del '32, quando ella va a Livorno per i bagni, rimasto solo a Firenze, senza lei, senza l'amico, tormentato dalla passione impotente, costretto a fuggire la luce per il male degli occhi, le scrive: “Ranieri è sempre a Bologna, sempre occupato in quel suo amore che lo fa per più lati infelice. E pure certamente l'amore e la morte sono le sole cose belle che ha il mondo e le sole solissime degne di essere desiderate. Pensiamo, se l'amore fa l'uomo infelice, che faranno le altre cose che non sono nè belle nè degne dell'uomo....„ I suoi malanni crescono con la brutta stagione: ha il petto rotto dalla tosse, gli occhi quasi spenti: è un moribondo. Ella gli accorda ancora un poco di carità; e il disgraziato se ne contenta; quando il Ranieri, tornato a Firenze, gli rivela, forse per indurlo a lasciare questa città e a venirsene a Napoli con lui, che anche questa donna lo schernisce come tutte le altre.... Allora perisce l'estremo inganno; la speranza e lo stesso desiderio di nuovi amori, dì nuovi inganni, si spegne; nessuna cosa gli pare che valga più i moti del suo cuore. Cotesta donna non ha saputo Che smisurato amor, che affanni intensi, Che indicibili moti e che deliri Movesti in me; nè verrà tempo alcuno Che tu l'intenda. In simil guisa ignora Esecutor di musici concenti Quel ch'ei con mano e con la voce adopra In chi l'ascolta. La donna amata è come morta per lui. Quantunque realmente ella viva, Bella non solo ancor, ma bella tanto, Al parer mio, che tutte l'altre avanzi, la creatura viva non gli è più nulla; egli sente, ultimo disinganno, ultimo dolore, d'avere amato non la persona reale di lei, ma l'immagine che l'innamorata fantasia glie ne dipinse: Quella adorai gran tempo; e sì mi piacque Sua celeste beltà, ch'io, per insino Già dal principio conoscente e chiaro Dell'esser tuo, dell'arti e delle frodi. Pur ne' tuoi contemplando i suoi begli occhi, Cúpido ti seguii finch'ella visse, Ingannato non già, ma dal piacere Di quella dolce somiglianza un lungo Servaggio ed aspro a tollerar condotto. Uscendo pertanto dall'ultima passione della sua vita, egli s'accorge che l'amor suo è stato “un lungo vaneggiare„; come quando, fanciullo ancora, pensando che il primo suo vano amore gli aveva fatto giudicar vani gli studii aveva concluso: Deh quanto in verità vani siam nui! Ma oramai egli è giunto sulle soglie della morte. E quando muore portando con sè sotterra, dopo aver tanto spasimato, la sua verginità; se pure Marianna Brighenti, che non lo ha allettato, ricusa pudicamente di far vedere ai curiosi la sola lettera d'amore che egli le scrisse; costei, la Targioni, la donna più ardentemente idoleggiata, il cui nome vero vive nella memoria degli uomini per l'amore di lui che l'ha cantata col nome di Aspasia; questa donna che ha avuto pochi scrupoli nella vita, che ha molto e liberamente amato, scrive al Ranieri dopo che il poeta è morto: “Molti ammiratori del povero Leopardi dimoranti in Parma mi hanno più volte chiesto e richiesto chi sia l'Aspasia su cui quell'insigne poeta scrisse canzone. Per carità, ditemelo voi se lo sapete, per togliermi da una filastrocca di lettere inutili e noiose....„ III. LA FAMIGLIA. Se in tutto tranne che nell'amore ciascuno basta a sè stesso, l'uomo non è già solo nel mondo, la sua felicità dipende in gran parte da chi gli sta intorno. Tutto il genere umano può essere ed è considerato da alcuni filosofi come un essere vivente del quale ogni individuo è una cellula e i gruppi d'individui sono gli organi. La solidarietà tra gli uomini, tra le cellule umane, è tanto più salda, quanto più essi sono vicini: il gruppo più stretto è la famiglia. Da essa dipende l'educazione del cuore; la condizione dei parenti nel mondo è anche quella del giovane sino al giorno che egli può provvedere a sè stesso. Come è educato Giacomo Leopardi? In che stato sociale si trova? Sua madre fu giudicata -- e nessuno ha interposto appello al giudizio -- donna di propositi virili più che di tenerezze materne. Un che di virile era nel suo aspetto, come maschile era qualche parte del suo vestito, gli stivali, il berretto. Ella fece pesare la dura sua autorità, prima che sui figli, sul marito. “Si dette il caso,„ narra Paolina Leopardi, “quand'io era piccina piccina, o anche forse quando non ero nemmeno nata, che la gonna di mia madre s'intrecciò fra le gambe di mio padre, non so come. Ebbene, non è stato più possibile ch'egli abbia potuto distrigarsene.„ Entrata in casa Leopardi, ella ne trova il patrimonio quasi sommerso nei debiti; saggiamente, ma anche tirannicamente, impone un'economia severissima. A nessuno consente di disporre di nulla; a nessuno manifesta quei sentimenti di calda e vivace affezione che sono la gioia della casa. Se i suoi bambini si lagnano di qualche dolore, le sole parole di consolazione che sappia dir loro sono queste: “Offritelo a Gesù.„ Quando sono grandi, apre e trattiene le loro lettere. Non una volta li stringe al cuore; “lo sguardo„ scrive Carlo Leopardi, “era la sola sua carezza.„ E Paolina: “Fra gli altri motivi che hanno renduto così trista la mia vita e che hanno disseccato in me le sorgenti dell'allegria e della vivacità.... uno è l'avere in mammà una persona ultrarigorista, un vero eccesso di perfezione cristiana, la quale non potete immaginare quanta dose di severità metta in tutti i dettagli della vita domestica.„ Tale è la madre, la creatura che dovrebbe prima d'ogni altra sorridere al frutto delle proprie viscere, che ne dovrebbe cullare i sogni e lenire i dolori. Giacomo, come è rimasto dinanzi a lei timido e quasi pauroso, così lontano da lei non ardisce scriverle, sicuro di annoiarla; nelle sue rarissime e brevissime letterine, ella non pensa se non a rammentargli di tenere una buona condotta; e una volta lo chiama anche “figlio d'oro„; ma quando? Quando crede che la professione letteraria abbia dischiuso al giovane una miniera d'oro, rendendo inutile l'assegno della famiglia. E lo eccita a continuarle il suo affetto “-sincero-„, sottolineando la parola certo perchè dubita della sincerità dell'amore del figlio e se ne duole; ma di chi è la colpa, se non sua propria? Come vorrebbe che il figlio si lasciasse trasportare dall'amore, se ella stessa non l'ha amato, o l'ha amato a suo modo, moderando, reprimendo i moti del suo cuore materno? Il padre, Monaldo Leopardi, è uomo d'ingegno fuor del comune e di cuore amorevole; ma, oltrechè non dispone della propria volontà, obbedendo sempre ed in tutto alla moglie, egli intende anche la vita al modo antico: non sa, non vuol sapere, non vuol sentire nulla di quel che accade nel mondo rinnovato. Come Giacomo, egli vede due secoli armati l'uno contro l'altro; ma se soffre di questa lotta, la sua sofferenza non deriva, come quella di Giacomo, dal contrasto delle opposte sollecitazioni: egli non prova altro che ira e sdegno contro tutte le novità. Al figliuolo somiglia per metà: gli ha dato l'amore dell'antico, la severità del pensiero indagatore, la pazienza delle ricerche lunghe e minute, il senso dell'ordine e della disciplina. Il gusto delle contraffazioni di vecchie scritture è comune a Monaldo e a Giacomo. Il padre trasmette non soltanto a lui, ma anche all'altro suo figlio Carlo la sua disposizione al riso: come egli profonde le celie nei suoi scritti, e motteggia nella conversazione di tutti i giorni, e muore scherzando col sacerdote nell'agonia; così Carlo è celebre per le sue arguzie e lascia un libro di epigrammi molto pungenti; così Giacomo, che esce spesso nel discorso e nelle lettere in motti felici, si servirà come più tardi vedremo di questa sua nativa attitudine. Ancora: nel deridere il troppo vantato progresso delle scienze e delle arti padre e figlio si rassomigliano; il giudizio che danno intorno alla Roma dei loro tempi è identico. Con tanti tratti comuni non dovrebbero essi accordarsi? L'influenza di ogni uomo sopra il proprio simile si può esercitare in due modi: o per conformità, quando noi siamo persuasi ad imitare gli esempii che ci sono proposti; o per opposizione, quando siamo spinti a fare il contrario. Nell'adolescenza, nel tempo che Giacomo s'immerge negli studii filologici, severissimamente, da vecchio, egli si uniforma agli esempii paterni; perchè questo accordo durasse che cosa sarebbe necessario? Che il padre, secondasse a sua volta il figlio nel sentimento poetico della vita nel generoso ardor giovanile, che comprendesse le sue inquietudini, che lenisse la sua malinconia. Lo ha procreato a ventidue anni; non potrebbe esserne il fratello maggiore, non dovrebbe esserne l'amico? Ciò gli è impossibile. Se gli somiglia tanto da una parte, non gli somiglia niente dall'altra. La sua sensibilità morale è molto più ottusa, la sua fantasia è molto più sterile; la musica non gli dice nulla; i sentimenti nuovi, indeterminati, dei quali soffre e gode la nuova generazione, gli sono sconosciuti: alle idee nuove è inaccessibile. Non solo cattolico, ma suddito fedele del Papa, il cui governo chiama “dolcissimo„, è un vero “guelfo del diciannovesimo secolo.„ Va con la spada al fianco, come i cavalieri antichi. “Il prestigio della novità non mi ha sedotto, le lusinghe della rivoluzione mi hanno lasciato inconcusso, non ho sieduto nel concistoro degli empii, e non ho alzato la voce dalla cattedra della pestilenza.„ Tanto ogni novità lo sdegna, tanto è fedele alle opinioni dei tempi passati, che nega il sistema copernicano: se Galileo ha riso di Ticone, egli si augura che venga qualcuno il quale rida di Galileo e restituisca alla terra “l'antico onore„ considerandola ancora come centro dell'universo, “liberandola dal fastidio di tanti moti.„ Udite le sue argomentazioni: “Imperciocchè, alle fine dei conti il Galilei non ha potuto viaggiare in persona nei tropici e nell'equatore, ma ha dovuto contentarsi di considerare le cose da lontano alquanti milioni di miglia; e quel sistema secondo il quale per dividere i giorni e le notti vogliamo che la terra si rivolti ogni 24 ore intorno al suo asse come l'arrosto intorno allo spiedo, per compiere il corso dell'anno le facciamo fare un giro immenso in 365 giorni all'incirca e per accomodare le stagioni la costringiamo a starsene sempre giocando all'altalena, con alzare e abbassare i suoi poli.... questo sistema non toglie il desiderio di rinvenire una teoria meno lambiccata.„ Con queste disposizioni della mente, egli non è capace d'indulgenza, di sopportazione: confessa ingenuamente che le sue buone qualità “sono bilanciate da un orgoglio smisurato che le troppe lodi datemi nell'adolescenza avevano fomentato e che mi rendeva ambizioso di superare tutti in tutto.„ Riconosce che “l'abitudine di sovrastare m'è sempre rimasta e mi adatto malissimo, anzi non mi adatto in modo veruno alle seconde parti. Voglio piegarmi, voglio esser docile, rimettermi e tacere; ma in sostanza tutto quello che mi ha avvicinato ha fatto a modo mio, e quello che non si è fatto a modo mio mi è sembrato mal fatto.„ Che cosa può egli dunque intendere delle ansie, dei desiderii, dei bisogni del figlio? Può il figlio, ardente, vivace, inquieto, adattarsi sempre alla freddezza, alla calma, alla rigidità del padre? Se tanta parte dello spirito del padre è nel figlio; se questi per le facoltà più serie della mente, per la profondità della cultura classica, per la capacità di disciplina, può essere sollecitato a seguire gli esempii del padre; la cieca intransigenza di Monaldo non deve poi ottenere l'effetto contrario, di spingerlo per la via opposta? Tra queste due anime la lotta non deve fatalmente impegnarsi? La lotta si accese, e fu grave e scandalosa; e se molti diedero tutta la colpa al padre, non pochi anche oggi vedono nella ribellione di Giacomo il sintomo dell'ingratitudine, dell'aridità del suo cuore. Prima di esaminare i rapporti del padre e del figlio, notiamo come uno scandalo simile a quello avvenuto in casa Leopardi non fosse senza esempio, a quel tempo. Se, quantunque rassomigliandosi e amandosi sommamente, un germe di discordia ha potuto sempre insinuarsi tra i genitori ed i figli, perchè altri sono i sentimenti e le opinioni dei giovani, altri quelli dei vecchi; questo contrasto è più sensibile al principio dell'êra contemporanea. Quando tutti i poteri e tutti i principii cominciano ad essere oggetto di esame, anche la potestà paterna è posta in forse; come i popoli si ribellano ai re, così i figli si ribellano ai padri. “I consigli della vecchiezza„ scrive Vauvenargues, “rischiarano senza riscaldare, come il sole d'inverno„; immagine che Stendhal doveva far sua: quello Stendhal che, odiando il padre ed essendone odiato, doveva anche scrivere per proprio conto: “I genitori e i maestri sono i nostri primi nemici quando entriamo nel mondo.„ E il più mite Vauvenargues così precisa il proprio pensiero: “I giovani soffrono non tanto dei proprii errori quanto della prudenza dei vecchi.... L'ordinario pretesto di coloro che fanno l'infelicità degli altri è che vogliono il loro bene....„ Beniamino Constant, educato da un padre che reprime i moti del cuore per mostrarsi severo, fugge dalla casa paterna; il suo -Adolfo- attribuisce la propria malinconia all'educazione ricevuta dal padre, uomo generoso ma rigido, presso al quale egli non prova altro che soggezione. Senancour scappa in Isvizzera per sottrarsi allo stato ecclesiastico al quale è destinato dalla famiglia; Lamartine evade dalla casa di educazione, dove è sul punto di uccidersi. Pères, de vos enfants ne forcez point les voeux: Le ciel vous les donna, mais pour les rendre heureux, aveva ammonito il dolente Chénier, invano. Molti filosofi hanno affermato che l'unico sentimento naturale, fondato sopra un istinto prepotente, è l'amor proprio; e che tutti gli altri, anche quelli che sembrano più disinteressati, sono forme più o meno larvate di egoismo; questa sentenza è confermata più spesso che non dovrebbe nel caso dell'amor paterno. Dai figli che debbono loro la vita, che sono come una viva parte della loro persona, e che perciò essi amano sopra ogni altra cosa al mondo, i genitori pretendono un affetto cieco che rinunzii ad ogni volontà e ad ogni velleità e incondizionatamente si sottoponga. Di questa qualità fu l'amor paterno di Monaldo, con l'aggravante della resistenza da lui opposta alle innovazioni. Il fondamento dei vincoli sociali che egli vede minacciato è la famiglia; nella famiglia, nella potestà paterna, è l'origine di tutte quelle altre potestà contro le quali egli vede far impeto: quindi, se anche per indole non fosse portato a comandare, terrebbe sempre alta la sua autorità per convinzione. Il suo concetto dell'autorità paterna è quello biblico: -Filii tibi sunt; erudi illos, et curva illos a pueritia illorum.- Egli esegue letteralmente il precetto: stabilito di avviar Giacomo per la carriera ecclesiastica, a dodici anni gli fa dare il primo degli ordini minori. -Ne des illi potestatem in iuventute, et ne despicias cogitatus illius:- mai, “-letteralmente mai-„, egli lo lascia solo. Amandolo teneramente, teme che le vivaci manifestazioni dell'amor suo scemino il suo prestigio di padre; quindi le contiene e le reprime. Quando è riuscito troppo bene in quest'opera, anch'egli si duole, come la moglie, anzi con più cordiale sincerità, di ciò che ne è l'effetto naturalissimo; perchè vorrebbe, ma non può essere trattato con piena confidenza da Giacomo. “Mi pare che le lettere mie siano di molestia a voi, e che voi diate ad esse un riscontro stirato stirato come i versi latini dei ragazzi; quasi che il vostro cuore trovasse un qualche inciampo per accostarsi al mio, il quale vorrebbe esser veduto da voi una volta sola e per un solo lampo, e questo gli basterebbe.„ E al padre amante il figlio devoto tosto risponde: “Le dico e le protesto con tutta la possibile verità, innanzi a Dio, che io l'amo teneramente quanto è o fu mai possibile a figlio alcuno di amare suo padre; che io conosco chiarissimamente l'amore che ella mi porta, e che a' suoi benefizi e alla sua tenerezza io sento una gratitudine tanto intima e viva quanto può mai essere gratitudine umana.... Se poi ella desidera qualche volta in me più di confidenza e più dimostrazioni d'intimità verso lei, la mancanza di queste cose non procede da altro che dall'abitudine contratta sino dall'infanzia, abitudine imperiosa e invincibile perchè troppo antica e cominciata troppo per tempo.„ È triste, dolorosa e quasi tragica per queste due anime l'impossibilità di confondersi nell'impeto dell'affetto che pure entrambe le spinge. Ma non ha il padre volontariamente contenuto l'affetto suo? Come si può dolere se ha impedite le ingenue manifestazioni di quello del figlio? Egli vuole che il figlio lo tratti con intimità quando gli dà del -voi-, quando lo ha educato a dargli del -lei-; quando per rispetto ai principii, alla tradizione, non gli ha dato mai nessun esempio di confidente abbandono! Gli effetti di questa educazione sono molto più gravi che Monaldo non sospetti. L'anima sensitiva che avrebbe bisogno di espandersi, si chiude invece in sè stessa: l'apparente severità del padre e la reale soggezione nella quale è tenuto producono questo effetto: che il giovanetto si sente quasi estraneo nella famiglia, e alteramente ricusa di ricorrere ad essa quando ne ha bisogno. “Io tra il non avere e il domandare scelgo il non avere, eccetto se la necessità de' miei studi o la voglia troppo ardente di leggere qualche libro non mi sforza.... Circa a mio padre, io mi son fatto durissimo al domandare, e non mi ci so risolvere a nessun patto.„ Tanto più egli si afferma in questo proponimento, quanto più vede inutili le sue richieste e le sue preghiere. Il Giordani gli consiglia, per salute, di cavalcare; e questo è uno dei pochissimi esercizii ai quali sarebbe adatto e che egli farebbe volentieri, perchè gli altri, più energici, lo ammazzerebbero; ma non gli è dato. I parenti, ai quali sarebbe spettato di moderare gli enormi suoi studii, non intendono metter opera a correggerne gli effetti funesti. Egli non cessa di lagnarsi con l'amico: “Avrei sommo bisogno di distrazioni, ma non ne ho: oimè! mi ridarebbero la salute e la vita.„ E ancora: “Con quel medesimo studio che m'ha voluto uccidere, con quello tenermi chiuso a solo a solo, vedete come sia prudenza! e lasciarmi alla malinconia, e lasciarmi a me stesso che sono il mio spietatissimo carnefice....„ Egli non ha “un baiocco da spendere„, e il padre non gli concede se non quelle cose che la sua sapienza paterna, e quella della moglie, giudicano convenienti. Compiacendosi del genio del figlio, lo tratta poi da bambino e ride tranquillamente di lui se questo genio, sentendosi a disagio nel paesuccio natale, chiede di andarne via. Non è un capriccio quello che spinge Giacomo fuori di Recanati, ma una precisa necessità. Vedremo più tardi di che disagio morale vi soffrisse; ma alle sue sofferenze fisiche, alle sue malattie nervose la distrazione dei viaggi, la novità dei climi sarebbe il solo rimedio efficace. E la madre, arbitra dell'impiego delle sostanze, non vuol dargli un assegno. Senza dispendio della casa, mettendo in opera le influenze della nobile parentela, il giovanetto erudito sa che potrebbe ottenere uno stato a Roma o altrove: il padre vuol tenerselo accanto. “Il mio sentimento,„ scrive al cognato che intercede per il nipote, “è che egli sia men dotto, -ma sia di suo padre-.„ Sottolinea egli stesso. Egli pretende che Giacomo viva “tranquillo e lieto dove lo ha collocato la Provvidenza.„ La Provvidenza non può sbagliare; egli è infallibile. E il figlio sfoga l'animo suo col Giordani: “Solamente che avesse voluto chi dovrebbe volere, e non volendo dice agli altri ed a se stesso di non potere, è cosa palpabile che da gran tempo avremmo ottenuto il nostro desiderio. Ma non vogliono nè vorranno mai se non quando noi gli sforzeremo; sono contenti di vederci in questo stato; in questo vorrebbero di tutto cuore che morissimo: si pentono di averci lasciato studiare, dicono formalmente in presenza nostra che hanno conosciuto i danni del sapere, al nostro fratello minore danno appostatamente e palesemente educazione e genio e strumenti da falegname, e i nostri desiderii paiono stravaganze, e voglie pazze e intollerabili, a chi? non parlo degli altri che son vissuti e vivono essi come vorrebbero che vivessimo noi, dico a quel nostro zio che di dodici anni andò paggio alla corte di Baviera, tornato di diciotto visse per lo più in Roma finattanto che deputato della provincia a Napoleone e proposto per senatore, fatto cavaliere poi barone poi ciamberlano, andò due volte a Parigi e alla corte, ora ha stabilito il suo domicilio a Roma, trasferitaci tutta la sua famiglia, e persuasi a trasferircisi tutti i suoi fratelli e tutta la famiglia di una sorella assai meno comoda della nostra, ed ha avuto la sfacciataggine di dirmi più volte spontaneamente che sapeva di non potere educar bene i suoi figli se non fuori di qui, e poi scrivermi una lunga lettera per provarmi che io la fo da ignorante e da stolto pensando solamente d'uscire di Recanati.„ Se le sue parole sono dure, non è duro il suo cuore. Di che amore ripagherebbe i genitori se questi fossero altri, si può argomentare dalla forza del suo affetto fraterno. L'amore del fratello e della sorella è la sua grande consolazione. Carlo, minore di lui di un solo anno, con lui allevato sin dalle fasce, è “un altro me stesso„, è il suo “confidente universale„, gli è “sinonimo di vita„; insieme fanno “una stessa persona ipostatica.„ Tuttavia non mancano i motivi di discordia, “non per l'inclinazione, amando lui gli stessi studi che io, ma per le opinioni.... Questi è il solo solissimo con cui apro bocca per parlare degli studi; il che spesso si fa, e più spesso si farebbe se si potesse senza dispute, le quali sono fratellevoli ma calde.„ L'origine delle controversie che egli non può numerare “perchè sono infinite„, è ancora nel conflitto generale delle menti. Carlo è romantico senz'altro; dinanzi a lui, udendo le sue esagerazioni, Giacomo si afferma ancora più nel suo sdegno contro i principii moderni dei quali crede di essersi liberato interamente; e si duole che il fratello ami poco gli antichi, e molto gli stranieri e moltissimo i Francesi; egli si accosta pertanto alle opinioni del padre; ma rispettoso del passato dinanzi all'iconoclasta fratello, è nel tempo stesso rivoluzionario dinanzi al padre codino. Questa contraddizione si spiega ancora con l'intimo dissidio che trovammo in lui: egli pensa differentemente dal fratello e dal padre non già perchè rifugge dai loro opposti eccessi ed ama un ragionevole temperamento; ma perchè, simile al fratello nell'ansia giovanile e poetica del nuovo, c'è anche in lui un filosofo, un vecchio, che protesta; e perchè, simile al padre in una certa rigidezza di principii, c'è in lui un giovane ardente che si ribella. L'affetto familiare avrebbe potuto rendere sopportabile e conciliare i suoi contrasti; l'affetto realmente sempre concilia i fratelli e rende esemplare il loro legame. Lontano da Carlo, Giacomo gli scrive: “Nessuna amicizia sarà mai e poi mai eguale alla nostra, ch'è fondata in tante rimembranze, che è antica quanto la nostra nascita.... Tu, l'amor tuo, il pensiero di te, siete come la colonna e l'ancora della mia vita. Ogni parte di questa si riferisce là come a un centro.... Se quella fede teologica, anzi quella coesistenza che noi abbiamo insieme, fosse mai sospesa; io non sarei più quello di adesso; la mia esistenza non avrebbe più il suo fondamento; e tutto il mondo cambierebbe faccia per me in un colpo....„ Che cosa sarebbe occorso perchè questa capacità d'affezione familiare si volgesse anche al padre? Nient'altro che questi avesse trattato il figlio con quella confidenza, con quella cordialità, che pretendeva da lui. Egli avrebbe potuto giovargli moralmente. L'intima resistenza che Giacomo opponeva alla moda romantica, il suo culto dell'antichità, l'istintivo rispetto delle tradizioni avrebbero potuto essere fortificati per opera di un altro padre; Monaldo, con la sua severità, con le sue continue opposizioni, fa tutto il contrario. Egli non ha riguardo alla situazione morale di nessuno dei figli. Dell'ansia di Carlo, della forza con la quale il contagio romantico gli si è comunicato, già sappiamo qualche cosa. A quindici anni scrive: “Non mi è possibile esprimere il trasporto, l'affetto, l'ammirazione, la compiacenza, l'entusiasmo che io provai nel leggere il -Genio del Cristianesimo- del signor Chateaubriand. Chi mai, dicevo fra me stesso, è giunto a questa penetrazione sì grande del cuore umano, e del cuore più delicato e sensibile, a questa pittura sì viva e sì naturale dei suoi più piccoli movimenti?... Son rimasto per più giorni in un'estasi di meraviglia e di commozione, d'invidia.... No, non si cancellerà giammai dal mio animo la profonda impressione cagionatami dalla lettura di quest'opera che mi ha fatto passare i più bei momenti della mia vita, e rimaner lungo tempo in una situazione qual mai più ho provata di stupore, di elevazione, di turbamento per me nuovo affatto e sconosciuto, e che sarebbe tuttora egualmente vivo, se il tempo e le distrazioni e gli oggetti e le occupazioni diverse non ne raffreddassero la sensazione, non però mai la memoria, la quale resterà perpetuamente ad eternare le traccie di ammirazione, di rispetto ed anche di utilità e di profitto....„ Egli si crede “soldato agguerrito contro tutte le disgrazie umane„, pensa che la morte del piacere e la nascita della noia, “mostro orribile„, sia dovuta al vivere antinaturale, “senza azione, senza meta, senza educazione fisica, senza sviluppo di azioni gigantesche.„ Paolina è vera sorella di Carlo e di Giacomo: ella non ha riso “-mai- appunto perchè non mi sono contentata di ridere solamente: io voglio ridere e piangere insieme: amare e disperarmi, ma amare sempre, ed essere amata egualmente, salire al terzo cielo, poi precipitare....„ Chiamiamoli infermi, e folli se pur si vuole: non per questo sarà meno necessario trattare questi straordinarii fanciulli con illuminata tenerezza, con gelosa bontà, con indulgente premura. Ma la madre, quella che più di ogni altro sarebbe in grado di consolarli, non sa dire una buona parola; e il padre, quantunque tanto migliore di lei, pure li disconosce e li sottomette. Sarà da stupire se essi esprimeranno il loro scontento con parole roventi? Carlo dirà di sè stesso che non è niente, non ha niente, non fa niente e non ama niente. “Pensando a' miei casi, io rido di quel riso che usava Democrito, e che è il solo pianto che gli uomini del mio temperamento possono accordare a sè stessi. Costoro non sarebbero ora lontani dall'ammogliarmi....„ -Costoro- sono i genitori; egli significa in modo anche più duro lo scontento suo e dei suoi fratelli quando esclama: “Siamo veri animali domestici, mantenuti a tanto per giorno; e perchè ci nutrite?...„ Non meno triste e sdegnata è Paolina: nel '23, a ventitrè anni, dice di non avere altro desiderio se non quello di non arrivare alla fine dell'anno, “ed è questo desiderio concepito con il più intimo sentimento del cuore, e voi lo crederete bene conoscendo me e quelli che mi governano. Dei quali io sono così annoiata, e di questo modo di vita, che non ne posso più; ed il peggio è il non avere alcuna speranza, neppur lontana, di miglioramento; no, non vedere per fine a questo stato altro che la morte, e venga anzi prestissimo, che sempre sarà troppo tarda ai miei voti; e se mi assicurassero di morire domani forse dalla consolazione non ci arriverei.„ L'anno passa, ne passano molti altri, e la sua condizione peggiora. Nel '31 scrive che “non se ne può più affatto affatto. Io vorrei che tu potessi stare un giorno solo in casa mia, per prendere un'idea del come si possa vivere senza vita, senza anima, senza corpo. Io conto di essere morta da lungo tempo; quando perdei ogni speranza, dopo aver sperato tanto tempo inutilmente, allora morii -- ora mi pare di esser divenuta cadavere, e che mi rimanga solo l'anima, anch'essa mezzo morta poichè priva di sensazioni di qualunque sorta.„ Tale è la condizione dei figli. Nulla modifica la volontà e l'animo dei loro genitori. Giacomo, il più travagliato di tutti, vede che nè l'eloquenza “di Pericle, di Demostene, di Cicerone, di qualunque massimo oratore, nè della stessa Persuasione„ rimuoverebbe il padre dall'ostinato proposito di non dargli “un mezzo baiocco„ fuori di casa. Se egli vuole uscire da Recanati, deve mendicare.... a meno che non aspetti la morte del padre. L'empio pensiero lo spaventa: allora egli delibera di fuggire. La sua volontà infiacchita e repressa per cause intrinseche ed estrinseche dà un ultimo lampo. Egli matura il piano della fuga: scrive al conte Broglio d'Ajano perchè gli mandi un passaporto per Milano; comunica la sua risoluzione al fratello per lettera, senza chiedergli consiglio, “perchè il consiglio giova all'uomo irresoluto, ma al risoluto non può altro che nuocere: ed io sapeva che tu avresti disapprovata la mia risoluzione. Sono stanco della prudenza, che non ci poteva condurre se non a perdere la nostra gioventù, ch'è un bene che più non si riacquista.... Se m'ami, ti devi rallegrare: e quando io non guadagnassi altro che d'esser pienamente infelice, sarei soddisfatto, perchè sai che la mediocrità non è per noi.... Addio. Abbraccia questo sventurato. Non dubitare, non sarai tu così. Oh quanto meriti più di me! Che sono io? Un uomo proprio da nulla. Lo vedo e lo sento vivissimamente, e questo pure m'ha determinato a far quello che son per fare, affine di fuggire la considerazione di me stesso, che mi fa nausea. Finattantochè mi sono stimato, sono stato più cauto; ora che mi disprezzo, non trovo altro conforto che di gittarmi alla ventura, e cercar pericoli, come cosa di niun valore. Consegna l'inclusa a mio padre. Domanda perdono a lui, domanda perdono a mia madre in mio nome. Fallo di cuore, che te ne prego, e così fo io collo spirito. Era meglio (umanamente parlando) per loro e per me, ch'io non fossi nato, o fossi morto assai prima d'ora. Così ha voluto la nostra disgrazia....„ Al padre comincia col dire: “Sebbene dopo aver saputo quello ch'io avrò fatto, questo foglio le possa parere indegno d'esser letto, a ogni modo spero nella sua benignità che non vorrà ricusare di sentir le prime e ultime voci di un figlio che l'ha sempre amato e l'ama, e si duole infinitamente di doverle dispiacere....„ In quest'attitudine umile persevera finchè ricorda la prudenza, l'astinenza da ogni piacere giovanile, l'ubbidienza e la sommessione ai genitori che egli ha sempre usate, e il giudizio che del suo ingegno hanno portato uomini stimabili e famosi. Ma a poco a poco la coscienza di sè, lo sdegno per non essere stato compreso si esprimono vivacemente. “Ella non ignora che quanti hanno avuto notizia di me, ancor quelli che combinano perfettamente con le sue massime, hanno giudicato ch'io dovessi riuscir qualche cosa non affatto ordinaria, se si fossero dati quei mezzi che nella presente costituzione del mondo, e in tutti gli altri tempi, sono stati indispensabili per far riuscire un giovane che desse anche mediocri speranze di sè.... Certamente non l'è ignoto che non solo in qualunque città alquanto viva, ma in questa medesima, non è quasi giovane di 17 anni che dai suoi genitori non sia preso di mira, affine di collocarlo in quel modo che più gli conviene: e taccio poi della libertà ch'essi -tutti- hanno in quell'età, nella mia condizione, libertà di cui non era appena un terzo quella che mi s'accordava a 21 anno.... Contuttochè si credesse da molti che il mio intelletto spargesse alquanto più che un barlume, ella tuttavia mi giudicò indegno che un padre dovesse far sacrifizi per me, nè le parve che il bene della mia vita presente e futura valesse qualche alterazione al suo piano di famiglia.„ E a poco a poco il suo sdegno prorompe con espressioni tanto più forti, quanto più misurate: “Io vedeva i miei parenti scherzare cogl'impieghi che ottenevano dal Sovrano, e sperando che avrebbero potuto impegnarsi con affetto anche per me, domandai che per lo meno mi si procacciasse qualche mezzo di vivere in maniera adattata alle mie circostanze, senza che per ciò fossi a carico della mia famiglia. Fui accolto colle risa, ed ella non credè che le sue relazioni, in somma le sue cure si dovessero neppur esse impiegare per uno stabilimento competente di questo suo figlio. Io sapeva bene i progetti ch'ella formava su di noi, e come per assicurare la felicità di una cosa ch'io non conosco, ma sento chiamare casa e famiglia, ella esigeva da noi due il sacrifizio, non di roba nè di cure, ma delle nostre inclinazioni, della nostra gioventù, e di tutta la nostra vita. Il quale essendo io certo ch'ella nè da Carlo nè da me avrebbe mai potuto ottenere, non mi restava nessuna considerazione a fare su questi progetti, e non potea prenderli per mia norma in verun modo. Ella conosceva ancora la miserabilissima vita ch'io menava per le orribili malinconie, ed i tormenti di nuovo genere che mi procurava la mia strana immaginazione, e non poteva ignorare quello ch'era più ch'evidente, cioè che a questo, ed alla mia salute che ne soffriva visibilmente, e ne sofferse sino da quando mi si formò questa misera complessione, non v'era assolutamente altro rimedio che distrazioni potenti, e tutto quello che in Recanati non si poteva mai ritrovare.... Non tardai molto ad avvedermi che qualunque possibile e immaginabile ragione era inutilissima a rimuoverla dal suo proposito, e che la fermezza straordinaria del suo carattere, coperta da una costantissima dissimulazione e apparenza di cedere, era tale da non lasciar la minima ombra di speranza. Tutto questo, e le riflessioni fatte sulla natura degli uomini mi persuasero, ch'io benchè sprovveduto di tutto, non dovea confidare se non in me stesso. Ed ora che la legge mi ha già fatto padrone di me, non ho voluto più tardare a incaricarmi della mia sorte.... Voglio piuttosto essere infelice che piccolo, e soffrire piuttosto che annoiarmi; tanto più che la noia, madre per me di mortifere malinconie, mi nuoce assai più che ogni disagio del corpo. I padri sogliono giudicare i loro figli più favorevolmente degli altri, ma ella per lo contrario ne giudica più sfavorevolmente di ogni altra persona, e quindi non ha mai creduto che noi fossimo nati a niente di grande: forse anche non riconosce altra grandezza che quella che si misura coi calcoli, e colle norme geometriche.... Avendole reso quelle ragioni che ho saputo della mia risoluzione, resta ch'io le domandi perdono del disturbo che le vengo a recare con questa medesima e con quello ch'io porto meco. Se la mia salute fosse stata meno incerta avrei voluto piuttosto andar mendicando di casa in casa che toccare una spilla del suo. Ma essendo così debole come io sono, e non potendo sperar più nulla da lei, per l'espressione ch'ella si è lasciato a bella posta più volte uscire disinvoltamente di bocca in questo proposito, mi son veduto obbligato, per non espormi alla certezza di morire di disagio in mezzo al sentiero il secondo giorno, di portarmi nel modo che ho fatto. Me ne duole sovranamente, e questa è la sola cosa che mi turba nella mia deliberazione, pensando di far dispiacere a lei, di cui conosco la somma bontà di cuore, e le premure datesi per farci viver soddisfatti nella nostra situazione.„ Sul punto di chiudere, egli è più giusto, riconosce il malinteso morale, la vera causa della discordia: “La sola differenza di principii, che non era in verun modo appianabile, e che dovea necessariamente condurmi o a morir qui di disperazione, o a questo passo ch'io fo, è stata cagione della mia disavventura.... Mio caro signor padre, se mi permette di chiamarla con questo nome, io m'inginocchio per pregarla di perdonare a questo infelice per natura e per circostanze. Vorrei che la mia infelicità fosse stata tutta mia, e nessuno avesse dovuto risentirsene, e così spero che sarà d'ora innanzi.„ Ma tanto poco questo figlio si è sentito partecipe della sostanza del padre, che ancora, nel punto del commiato, lo punge l'idea del debito che contrarrà portando via un poco di denaro: “Se la fortuna mi farà mai padrone di nulla, il mio primo pensiero sarà di rendere quello di cui ora la necessità mi costringe a servirmi.„ Poi non resta luogo se non al dolore e all'umiltà: “L'ultimo favore ch'io le domando, è che se mai le si desterà la ricordanza di questo figlio che l'ha sempre venerata ed amata, non la rigetti come odiosa, nè la maledica; e se la sorte non ha voluto ch'ella si possa lodare di lui, non ricusi di concedergli quella compassione che non si nega neanche ai malfattori.„ Il tentativo della fuga fallisce, perchè Monaldo, avutane indirettamente notizia, si fa mandare il passaporto e dice al figlio che è libero di prenderselo e andarsene; ma gli stessi amici, gli stessi estranei che si sono trovati mescolati in questa avventura, hanno parole di biasimo per il modo col quale Giacomo è stato trattato. “Sono ben contento,„ scrive il marchese Solari a Monaldo, “che il tutto sia finito, e senza l'intesa della contessa, che se ne sarebbe rammaricata al sommo grado, e che d'altronde, mi sia permesso il dirlo con franchezza, per la sua eccessiva severità potrebbe aver dato luogo a risoluzioni così sconsigliate.„ Ma Giacomo non è “nè pentito nè cangiato.„ Egli desiste per il momento dal suo proposito, “non forzato nè persuaso, ma commosso e ingannato. Persuaso non poteva essere, come nè anche persuadere, perchè le nostre massime sono opposte, e perciò fuggo ogni discorso su questa materia.... Se mi opporranno la forza, io vincerò, perchè chi è risoluto di ritrovare o la morte o una vita migliore, ha la vittoria nelle sue mani. Le mie risoluzioni non sono passeggere come quelle degli altri, e come mio padre stimo che si persuada, per dormire i suoi sonni in pace, come suol dire.... Mio padre crede ch'io da giovinastro inesperto non conosca gli uomini. Vorrei non conoscerli, così scellerati come sono. Ma forse sono più avanti ch'egli non s'immagina. Non creda d'ingannarmi, che la sua dissimulazione è profonda ed eterna; sappia però ch'io non mi fido di lui, più di quello ch'egli si fidi di me.... Crede mio padre che con un carattere ardente, con un cuore estremamente sensibile come il mio, non mi sia mai accaduto di provare quei desiderii e quegli affetti che provano e seguono tutti i giovani della terra? crede che non mi sia accaduto molto più spesso e più violentemente degli altri? crede che non fossero capaci di spingermi alle più formidabili risoluzioni? crede che s'io ho menato fin qui quella vita che non si ricercherebbe da un cappuccino di 70 anni in tutto il rigore della espressione (e me ne appello a tutta Recanati che se ne maraviglia, e allo stesso mio padre), ciò sia provenuto dalla freddezza della mia natura?... Io so di certo ch'egli ha protestato che noi non usciremo di qui finch'egli viva. Ora io che voglio ch'ei viva, e voglio vivere anch'io, e questo da giovane, e non da vecchio quando sarò inutile a tutti e a me stesso, mi getterò disperatamente nelle mani della fortuna.... Io sono stato sempre spasimato della virtù: quello ch'io voleva eseguire non era un delitto: ma io son capace anche della colpa. Si vergognino ch'io possa dire che la virtù m'è stata sempre inutile. Il calore e la forza dei miei sentimenti si poteano dirigere a bene, ma se vorranno rivolgergli a male, l'otterranno....„ Minaccie che nella convulsione dell'impotenza il dolore gli strappa dalle labbra: non solamente ciò non potrà accadere, ma egli si prepara a sopportare un nuovo colpo. Se non vuole lasciarlo andar via, libero, nel vasto e ignoto mondo, il padre potrebbe almeno consentirgli di pensare, di scrivere liberamente. Neanche questo gli concede; intende anzi che non abbia idee diverse dalle sue; attende a difenderlo dallo “sconvolgimento fatale della ragione umana che ha disonorata la nostra età.„ Quando s'accorge dei sentimenti di Giacomo, dopo il tentativo di fuga, non potendo spiegarsi come tanta vigilanza, tante predicazioni e tanti esempii siano stati invano, getta tutta la colpa dell'accaduto sull'amicizia del Giordani, col quale ha consentito che il figlio avesse carteggio e restasse da solo a solo durante la visita del Piacentino a Recanati. Si spaventa perchè, con l'occasione della letteratura, costui ha suggerita e favorita la corrispondenza di Giacomo con molti letterati d'Italia, fra i quali vi sono “spiriti pericolosi o inquieti, che non hanno mentito sè stessi, e manifestandosi al figlio mio nelle loro lettere, lo hanno scopertamente invitato a partecipare delle loro massime, e a coadiuvare, anzi a farsi primario sostenitore dei loro disegni.„ La canzone -All'Italia- e quella -Sul monumento di Dante- hanno valso infatti all'autore una lettera del Montani, il quale saluta in lui il più degno futuro poeta dei Carbonari. Monaldo “si pela dalla paura„, per adoperare l'espressione di Carlo. Un giorno, frugando tra le carte di Giacomo, come è suo uso, non che della moglie, trova una lettera che il figlio è sul punto di spedire al Brighenti intorno alla stampa di tre nuove canzoni: -Ad Angelo Mai-, -Per donna malata- e -Sullo strazio d'una giovane-; alle quali l'editore ha proposto e Giacomo ha consentito che si uniscano le due già prima stampate per farne un libretto più consistente. Tanto basta perchè Monaldo tosto scriva al Brighenti significandogli il suo dispiacere, e la volontà che la canzone -All'Italia- non si ristampi. Lo stesso Brighenti, pur lodando le paterne inquietudini, timidamente rappresenta a Monaldo: “Veramente le confesso che anche dalla niuna difficoltà della revisione, io deduco che quella canzone non è punto sediziosa, e soltanto libera e poeticamente ardita.„ Pure, obbedendo, sospende la stampa, e per non dire a Giacomo il vero motivo, gli chiede denaro per lo stampatore. Già l'effetto di questa prima lettera è grave nell'animo del giovane altero, che non avendo la somma e non volendo chiederla, si vede costretto di rinunziare alla disegnata pubblicazione: “Ho conosciuto di essermi ingannato, non avendo in nessun modo potuto riuscire ad accumulare la somma intiera. Abbassarmi non voglio, e non è stato mio costume mai da quando la disgrazia volle mettermi a questo mondo. E potrà anche far la fortuna che mi manchi il vitto e il vestire, ma non costringermi a domandarlo neppure alla mia famiglia. Perciò rinunzio interamente a qualunque progetto così relativamente a questa come a qualunque altra edizione; e perchè il mio ingegno è scarsissimo, e, per grande che sia qualunque ingegno, non giova mai nulla in questo mondo, son risoluto di sacrificarlo totalmente all'immutabile ed eterna scelleratezza della fortuna, col seppellirmi sempre più nell'orribile nulla nel quale son vissuto fino ad ora. Prego V. S. che non pensi più a me se non come all'uomo il più disperato che si trovi in questa terra, e che non è lontano altro che un punto dal sottrarsi per sempre alla perpetua infelicità di questa mia maledetta vita....„ Il padre si duole vedendo la malinconia e la tristezza di Giacomo, che Carlo condivide; si lagna perchè “con un cuore troppo pieno d'amore per tutti, sono dipinto nella loro immaginazione corrotta come un tiranno inesorabile.„ Nell'impeto del dolore invidia “la sorte d'un padre mendico che riportando a casa un pane nero e bagnato di sudore, lo vede accolto dall'amore e dalla riconoscenza dei figli.„ Ma se l'amor suo è grande e sincero, non meno ferma è la sua volontà di disciplinare a suo modo l'ingegno del figlio. Egli lo ammira, ma quanto maggiore è l'ammirazione, tanto maggiore è il dolore di vederlo avviato per una strada che giudica falsa. Le canzoni che Giacomo non si rassegna a metter da parte sono per lui inezie: “Ma perchè questo mio figlio vuole perdersi dietro queste inezie che non portano nè a conseguenze nè a fama? Perchè amando la Letteratura e il nome di Letterato, come lo ama e lo agogna con fervore giovanile, perchè non si dedica a qualche opera utile e grande di cui è capace maggiormente possedendo la lingua ebraica e greca? Egli sicuramente è consigliato male e peggio lo è nel suo sistema di confidarsi con me scarsamente. Io stimo poco la Letteratura nuda e la vorrei sempre seguace di qualche scienza, stimando che un Letterato, il quale non professi alcuna facoltà sia una cornice magnifica senza quadro....„ E sentendo che la propria autorità è poca, che il suo credito sul figlio è scarso, si affida all'editore per ottenere che glie lo converta: “Le faccia conoscere che le canzoni ed altri piccoli pezzi staccati producono gloria momentanea e caduca, e che un uomo grande deve lasciare un'opera grande.... Insomma lo elettrizzi, lo infiammi a qualche occupazione degna d'un Cavaliere Cristiano, e mi avrà reso un favore inapprezzabile, e forse mi avrà reso il cuore di un figlio. I giovani sentono più l'amico che il padre, e molto più quando hanno sospettato che i principii del padre perchè troppo antichi, e troppo severi, non ottengono il plauso di tutti.„ Egli s'accosta così alla verità; dovrebbe fare solo un passo per concedere che Giacomo segua il proprio genio; ma di questa concessione è incapace. Egli è persino incapace d'intendere in qual modo bisognerebbe trattare il giovane per non ferirlo: l'editore, l'estraneo gli dà una lezione d'amor paterno: “Permetta, o Signore, ad una persona che sente profondamente l'amor paterno, e che ha presentissimi i dettagli della propria giovinezza.... che La supplichi a cedere quanto mai può a quei moti amorosi, che leggo nella di Lei lettera, e che mi hanno veramente intenerito. Io le accerto che il signor conte Giacomo è afflitto oltremodo, e ben mi accorgo che questo giovane è dotato di una sensibilità delicatissima, onde le cose che ad altri sono lievi, sono a quell'anima gentilissima acutissime spine.... Ella troppo sente l'amarezza delle nebbie che offuscano la tenerezza tra padre e figlio. Il signor conte Giacomo è tale da portare nuovi pregi alla illustre di Lei casa: facciamo adunque che lo possa, e rispettiamo questa soverchia elasticità di fibre che è poi in fondo il patrimonio di chi ha un ingegno superiore. Le torno a ripetere: qui in Bologna posso accertarla che le canzoni del signor Leopardi non hanno destato la minima idea di partito, e, sì, furono conosciute da gente di ogni massima.... Certo le opinioni di quegli scritti sono liberali anzi che no, frutto dello studio del greco e del latino, ma ai tempi attuali sono tanti i lavori di questo genere, sono sì divulgate quelle massime, che non può sentirne alcuno del rincrescimento, e, come le dissi, quei revisori, che sono preti, e severissimi, non ci badarono nemmeno, e le approvarono senza dire parola.„ E il brav'uomo narra la sua propria storia, in lunghissime pagine, per dimostrare che è una persona onesta, incapace di mentire; e poi torna ancora ai consigli di prudenza, dice esser persuaso che Giacomo è soggetto a forti assalti di malinconia, fa osservare ancora che “ai giovani di un carattere ipocondriaco è mestieri (com'Ella m'insegnerebbe) di opporre le sole vie della dolcezza, e della persuasione, e di evitare possibilmente gli urti e le contrarietà.„ E per ultimo argomento assicura di avere udito qualcuno a lamentarsi che le opinioni politiche di Giacomo, non che liberali, siano anche troppo retrive “e a parlare con qualche censura della sua canzone sul monumento di Dante, avendolo per uomo contrario ai principii liberali, per quella sua dipintura delle sciagure del regno italico e dei macelli di Russia. Ritenga che questo fatto è verissimo.„ Ma tanto poco egli stesso è sicuro di essere riuscito a piegarlo, che comunica delicatamente a Giacomo i dubbii e gli ostacoli paterni. Allora lo sdegno del giovane prorompe; allora dall'accasciata rassegnazione alla quale era stato ridotto per gli ostacoli finanziarii, passa, con una reazione violenta, alla superba affermazione della sua volontà. Egli non vede come suo padre abbia potuto sapere “quello di cui non ho mai parlato nè a lui nè a verun altro.... eccetto il caso che abbia rimescolato le mie carte; del che non mi meraviglio nè mi lagno, perchè ciascuno segue i suoi principii. Quanto ai dubbi di mio padre, rispondo che io come sarò sempre quello che mi piacerà, così voglio parere a tutti quello che sono; e di non essere costretto a fare altrimenti, sono sicuro per lo stesso motivo, a un dipresso, per cui Catone era sicuro in Utica della sua libertà. Ma io ho la fortuna di parere un coglione a tutti quelli che mi trattano giornalmente, e credono ch'io del mondo e degli uomini non conosca altro che il colore, e non sappia quello che fo, ma mi lasci condurre dalle persone che essi dicono, senza capire dove mi menano. Perciò stimano di dovermi illuminare e sorvegliare. E quanto all'-illuminazione-, li ringrazio cordialmente: quanto alla sorveglianza, li posso accertare che cavano l'acqua col crivello.„ Ma se egli sente che nessuno potrà mai sforzare la propria coscienza, comprende pure che la volontà del padre dovrà trionfare dei suoi disegni; allora torna ad accasciarsi, prorompendo in uno sdegnoso lamento: “Circa le mie canzoni, io le metto nel gran fascio di tutti i miei detti o fatti o scritti dalla mia nascita in poi, che il mio esecrando destino ha improntato di perpetua inutilità. Io ho rinunziato a tutti i piaceri de' giovani. Dai 10 ai 21 anno io mi sono ristretto meco stesso a meditare e scrivere e studiare i libri e le cose. Non solamente non ho mai chiesto un'ora di sollievo, ma gli stessi studi miei non ho domandato nè ottenuto mai che avessero altro aiuto che la mia pazienza e il mio travaglio. Il frutto delle mie fatiche è l'essere disprezzato in maniera straordinaria alla mia condizione, massimamente in un piccolo paese. Dopo che tutti mi hanno abbandonato, anche la salute ha preso piacere di seguirli. In 21 anno, avendo cominciato a pensare e soffrire da fanciullo, ho compito il corso delle disgrazie d'una lunga vita, e sono moralmente vecchio, anzi decrepito, perchè fino il sentimento e l'entusiasmo, ch'era il compagno e l'alimento della mia vita, è dileguato per me in un modo che mi raccapriccia. È tempo di morire. È tempo di cedere alla fortuna; la più orrenda cosa che possa fare il giovane, ordinariamente pieno di belle speranze, ma il solo piacere che rimanga a chi dopo lunghi sforzi finalmente s'accorga d'esser nato colla sacra e indelebile maledizione del destino.„ E quando sa che può stampare le canzoni inedite, esclusane la prima, ed esclusa la ristampa delle già pubblicate, il suo sdegno prende altre forme: quelle dell'ironia. “Io ringrazio mio padre del permesso che mi concede di stampare le -mie- canzoni. Ma le due di Roma non vuole che si ristampino. Dice benissimo. Ha voluto saper da lei i titoli delle inedite. Ha fatto benissimo. Non vuole che si stampi la prima. Parimenti benissimo; non già secondo me: ma è ben giusto che -negli scritti miei- prevalga la sua opinione, perch'io sono e sarò sempre fanciullo, e incapace di regolarmi. Restano due canzoni. Per queste, per cui finalmente e a caso tocca a parlare a me, dico che non occorre incomodare gli stampatori; e così finisca questo affare....„ Tanto è più dolorosa per il giovane questa ingerenza nelle cose sue, quanto che Monaldo rivela la povertà del suo giudizio, l'angustia del suo spirito. “Mio padre non ha veduto se non il titolo della prima inedita.... e s'immaginò subito mille sozzure nell'esecuzione, e mille sconvenienze del soggetto che possono venire in mente a chi, non mancando di molto ingegno e sufficiente lettura, non ha nessuna idea del mondo letterario. Il titolo della seconda inedita si è trovato fortunatamente innocentissimo. Si tratta di un Monsignore. Ma mio padre non s'immagina che vi sia qualcuno che da tutti i soggetti sa trarre occasione di parlare di quello che più gl'importa, e non sospetta punto che sotto questo titolo si nasconde una canzone piena di orribile fanatismo.„ E poichè Monaldo, non potendo addurre le ragioni della prudenza politica contro la canzone -Sullo strazio di una donna-, biasima che tratti di un fatto accaduto troppo di fresco, Giacomo dimostra ancora all'editore la povertà dello spirito paterno: “Alle ragioni di mio padre contro la mia prima canzone inedita, rispondo con un solo esempio fra i milioni che se ne trovano, e che avrei anche in mente. Il -Werther- di Goethe versa sopra un fatto ch'era conosciutissimo in Germania, e la Carolina e il marito erano vivi e verdi quando quell'opera famosa fu pubblicata. Ebbene? Ma se volessimo seguire i gran principii prudenziali e marchegiani di mio padre, il quale, come ho detto, non ha niente di mondo letterario, scriveremmo sempre sopra gli argomenti del secolo di Aronne, e i nostri scritti reggerebbero anche alla censura della quondam inquisizione di Spagna. Il mio intelletto è stanco delle catene domestiche ed estranee.„ Niente vale: egli deve rinunziare alla ristampa, si deve contentare di pubblicare la sola canzone al Mai; e Monaldo poi si lagna che il figlio si sia “ostinato nel più rigoroso silenzio„; se ne lagna egli che scrive ancora all'editore: “Il giudizio e gli ordini miei dovevano rispettarsi da lui e li suoi tentativi furono un delitto.„ Perdona di cuore il -delitto-, ma vuole che Giacomo stesso lo condanni in cuor suo: “Ella e qualunque saggio condannerebbero sempre un figlio il quale esponga al pubblico il proprio nome senza intesa del Padre, e condannerebbero un Padre che spontaneamente offrisse i mezzi con cui venire disobbedito.„ Il dissidio è inconciliabile: Monaldo ha un troppo severo concetto della sua autorità; egli non intende l'effetto che le sue pretese producono nell'anima del giovane. E se torna a lagnarsi perchè il figlio non si confida a lui, le sue parole cocenti dimostrano ancora una volta che lo ama, ma che all'amore non intende sacrificare una sola delle sue prerogative. Non solo l'editore, l'estraneo, lo avverte dell'errore; ma anche una persona della famiglia, la sua propria sorella, quella “zia Ferdinanda„ alla quale il nipote Giacomo tanto rassomigliava fisicamente, e che moralmente tanto rassomigliava a lui. Ella sola intende l'animo del giovane: consolandosi all'idea che egli possa aprirle il proprio cuore “perchè non tanto dissimile troverà da' suoi sentimenti il cuor della zia„, dice di sè stessa che non ha studiato, “ma che ha sortito dalla natura una sensibilità che, anzichè indebolire cogli anni, sembra acquistar da essi maggior fondamento.„ Anch'ella vive sola, “e non già sola di persona.... ma sola perchè quasi mai m'incontro con persone che possano compiacere il mio animo; e se qualche volta nel corso della mia vita mi sono incontrata di trovarne qualcuna, caro nepote, ho dovuto porvi un argine, perchè il cuor nostro è troppo debole per potersi contenere, e non rendere veleno quello che sarebbe in sua natura stato un antidoto.„ La nobile e buona creatura ha subito compreso che cuore sia quello di Giacomo, e conoscendo a prova i tormenti che gli si preparano accortamente lo consiglia. Se Giacomo le scrive che è da savio porre un argine alla ragione, “supplizio della nostra vita„, ella lo ammonisce con indulgenza veramente materna: “No, caro Giacomo, io non mi accordo con voi in questo.... A poco a poco ci assuefacciamo a scordarci de' nostri 1 , 2 3 , 4 , , 5 ? 6 7 ; , : 8 9 , , : 10 11 . . . . 12 13 ' ! . 14 ' , ' 15 , . ' . 16 , 17 . , : « 18 , , 19 . , , : « , 20 , , , 21 , , 22 , , . 23 , , , : « 24 , , ' ; 25 ' . . . . 26 . , , 27 , , 28 , , , , 29 , . 30 31 : - , 32 , . 33 , , 34 , 35 . 36 37 38 , , 39 . 40 41 . 42 ' : 43 44 , , 45 : 46 , 47 ; 48 , 49 . . . . 50 51 , ' , 52 , , , , : 53 54 ' 55 56 . 57 58 , . . . . 59 60 , , 61 ' , 62 ! 63 64 , , 65 , 66 , 67 ! 68 69 , ; 70 , ; 71 , ' , 72 : 73 74 , 75 ' , 76 : 77 , 78 79 80 , 81 . 82 83 , ' 84 , ' , : 85 86 , 87 , 88 89 ! ' 90 ' ' , 91 92 ! 93 94 : 95 ; , , 96 ' « , , 97 , , , , 98 , , « ' 99 , . 100 101 , 102 ? ; 103 : , , 104 , , ; 105 , , ' 106 . ; 107 ; 108 , . 109 , , ' ' 110 , « . . . . 111 112 ' . 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