Rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?
Ella è morta; egli è inaridito, non aspetta se non la morte:
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano....
E s'inganna ancora! Egli non è giunto al termine delle sue prove. Se
l'immaginazione lo ha troppo illuso, se l'esperienza lo ha troppo
deluso, la triste vicenda non è ancora finita. Egli ha trent'anni.
Quantunque la sua salute sia rovinata per sempre, pure la fiamma vitale
non è ancora spenta. Ed è nato ad amare, come il suo Eleandro: “Sono
nato ad amare, ho amato, e forse con tanto affetto quanto può mai
capire in anima umana.„ Eleandro, come lui, ha un bel dire: “Oggi,
benchè non ancora, come vedete, in età naturalmente fredda, nè forse
anco tepida, non mi vergogno a dire che non amo nessuno, fuorchè
me stesso, per necessità di natura, e il meno possibile.„ Giacomo
Leopardi, per suo proprio conto, in prima persona, griderà ancora: “Io
non ho bisogno nè di stima, nè di gloria, nè d'altre cose simili; ma
ho bisogno d'amore....„ La sua speranza che una donna finalmente lo
intenda non può morire. Se non è mai stato amato, se non ha saputo,
se non ha potuto esprimere i proprii sentimenti, gli basta, come a
Consalvo, un lieto sguardo, una buona parola, perchè, ripetendoli mille
e mille volte nel costante pensiero, egli viva e speri.
Ed ecco la nuova allettatrice: Fanny Targioni-Tozzetti, che egli
incontra a Firenze, nel 1830. In un salotto elegante tutto odoroso dei
nuovi fiori primaverili, vestita del colore della bruna viola, ella lo
accoglie amabilmente, e quasi ad eccitare i suoi desiderii scocca baci
sulle labbra delle figliuoline stringendole al seno.
Apparve
Novo ciel, nova terra, e quasi un raggio
Divino al pensier mio.
La fiamma che repentinamente lo investe è alta e gagliarda. Dal momento
che l'ha veduta il pensiero di lei governa il suo cuore:
Dolcissimo, possente,
Dominator di mia profonda mente:
Terribile, ma caro
Dono del ciel; consorte
Ai lugubri miei giorni,
Pensier che innanzi a me sì spesso torni....
Da questo momento, come per virtù d'incantesimo, tutte le altre sue
cure, i tanti dolori, i ricordi, le aspettazioni, tutto svanisce:
Ratti d'intorno intorno al par del lampo
Gli altri pensieri miei
Tutti si dileguâr. Siccome torre
In solitario campo
Tu stai solo, gigante....
Che divenute son, fuor di te solo,
Tutte l'opre terrene,
Tutta intera la vita al guardo mio!
Che intollerabil noia
Gli ozi, i commerci usati,
E di vano piacer la vana spene,
Allato a quella gioia,
Gioia celeste che da te mi viene!
E se prima egli non temeva la morte, ora quasi la sfida e ne ride; e se
il volgo gli parve spregevole, ora ogni atto indegno lo ferisce; e se
la sua vita è stata un lungo martirio, è lieto d'averlo sopportato, ora
che ottiene tal premio:
Ed ancor tornerei,
Così qual son de' nostri mali esperto,
Verso un tal segno a incominciare il corso:
Che tra le sabbie e tra il vipereo morso,
Giammai finor sì stanco
Per lo mortal deserto
Non venni a te, che queste nostre pene
Vincer non mi paresse un tanto bene.
E amando egli solo, senza sapere ancora qual sorte è serbata all'amor
suo, che slancio d'immaginazione, che superbe speranze:
Che mondo mai, che nova
Immensità, che paradiso è quello
Là dove spesso il tuo stupendo incanto
Parmi innalzar! dov'io
Sott'altra luce che l'usata errando,
Il mio terreno stato
E tutto quanto il ver pongo in obblìo!
Egli presente pure che anche questo è un sogno: ma sogno di natura
divina; e se un tempo, amando la prima volta, fu stupito vedendo come
per amore fosse tutt'in una volta “felice e miserando„, ora, con gli
anni, coi disinganni, con le difficoltà di accogliere, dopo questa,
nuove lusinghe, sente che il nuovo pensiero, “cagion diletta d'infinito
affanno„, non sarà più sostituito.
Manifesterà egli questa volta con parole, proverà questa volta coi
fatti la passione sua? Egli sa che dovrebbe fare così; ma tutte le sue
disgrazie sono aggravate: moralmente, la fiacchezza della volontà, la
timidezza, la paura sono cresciute, sono diventate vera impotenza;
fisicamente, dopo quindici anni di malattie, egli è l'ombra di sè
stesso. Non sa far altro pertanto che pensare a lei; si studia di veder
lei in quelli che le somigliano; per esserle gradito importuna tutti
i suoi amici chiedendo loro autografi, giacchè ella ne fa raccolta. Ed
ella, accogliendolo benignamente, godendo i vantaggi d'un'amicizia così
grande, ride poi insieme con gli amici del “suo gobbetto....„
L'infelice ignora le risa di lei. Seguìto a Roma l'amico Ranieri,
si sente come in esilio; scrive alla donna del suo cuore una lettera
dove la passione, nonostante la timidità, pure traspare: “Cara Fanny,
Non vi ho scritto fin qui per non darvi noia, sapendo quanto siete
occupata. Ma infine non vorrei che il silenzio vi paresse dimenticanza,
benchè forse sappiate che il dimenticar voi non è facile. Mi pare
che mi diceste un giorno, che spesso ai vostri amici migliori non
rispondevate, agli altri sì, perchè di quelli eravate sicura che non
si offenderebbero, come gli altri, del vostro silenzio. Fatemi tanto
onore di trattarmi come uno de' vostri migliori amici, e se siete
molto occupata, e se lo scrivere vi affatica, non mi rispondete....„ E
lasciatosi andare a parlare della sua misantropia, si pente, s'incolpa:
“Ma io ho torto di scrivere queste cose a voi, che siete bella, e
privilegiata dalla natura a risplendere nella vita, e trionfare del
destino umano. So che anche voi siete inclinata alla malinconia, come
sono state sempre e come saranno in eterno, tutte le anime gentili e
d'ingegno. Ma con tutta sincerità, e nonostante la mia filosofia vera
e disperata, io credo che a voi la malinconia non convenga; cioè che
quantunque naturale, non sia del tutto ragionevole. Almeno così vorrei
che fosse.... Addio, cara Fanny; salutatemi le bambine. Se vi degnate
di comandarmi, sapete che a me, come agli altri che vi conoscono, è
una gioia e una gloria il servirvi.„ Tornato a Firenze, divampando la
sua passione con nuova forza, egli comincia ad accorgersi che la donna
lo tratta con insolita freddezza. Tante volte sì è ribellato: ora no,
ora s'umilia; dinanzi a lei prima e sola piega l'altero capo, si mostra
timido e tremante; e spia sommessamente ogni sua voglia, ogni parola,
ogni atto; impallidisce ai suoi superbi fastidii; brilla in volto a
un segno suo cortese; muta forma e colore ad ogni suo sguardo. Questa
tenacia della speranza misurerà la forza della seguente disperazione.
Già nell'agosto del '32, quando ella va a Livorno per i bagni, rimasto
solo a Firenze, senza lei, senza l'amico, tormentato dalla passione
impotente, costretto a fuggire la luce per il male degli occhi, le
scrive: “Ranieri è sempre a Bologna, sempre occupato in quel suo amore
che lo fa per più lati infelice. E pure certamente l'amore e la morte
sono le sole cose belle che ha il mondo e le sole solissime degne di
essere desiderate. Pensiamo, se l'amore fa l'uomo infelice, che faranno
le altre cose che non sono nè belle nè degne dell'uomo....„ I suoi
malanni crescono con la brutta stagione: ha il petto rotto dalla tosse,
gli occhi quasi spenti: è un moribondo. Ella gli accorda ancora un poco
di carità; e il disgraziato se ne contenta; quando il Ranieri, tornato
a Firenze, gli rivela, forse per indurlo a lasciare questa città e a
venirsene a Napoli con lui, che anche questa donna lo schernisce come
tutte le altre....
Allora perisce l'estremo inganno; la speranza e lo stesso desiderio
di nuovi amori, dì nuovi inganni, si spegne; nessuna cosa gli pare che
valga più i moti del suo cuore. Cotesta donna non ha saputo
Che smisurato amor, che affanni intensi,
Che indicibili moti e che deliri
Movesti in me; nè verrà tempo alcuno
Che tu l'intenda. In simil guisa ignora
Esecutor di musici concenti
Quel ch'ei con mano e con la voce adopra
In chi l'ascolta.
La donna amata è come morta per lui. Quantunque realmente ella viva,
Bella non solo ancor, ma bella tanto,
Al parer mio, che tutte l'altre avanzi,
la creatura viva non gli è più nulla; egli sente, ultimo disinganno,
ultimo dolore, d'avere amato non la persona reale di lei, ma l'immagine
che l'innamorata fantasia glie ne dipinse:
Quella adorai gran tempo; e sì mi piacque
Sua celeste beltà, ch'io, per insino
Già dal principio conoscente e chiaro
Dell'esser tuo, dell'arti e delle frodi.
Pur ne' tuoi contemplando i suoi begli occhi,
Cúpido ti seguii finch'ella visse,
Ingannato non già, ma dal piacere
Di quella dolce somiglianza un lungo
Servaggio ed aspro a tollerar condotto.
Uscendo pertanto dall'ultima passione della sua vita, egli s'accorge
che l'amor suo è stato “un lungo vaneggiare„; come quando, fanciullo
ancora, pensando che il primo suo vano amore gli aveva fatto giudicar
vani gli studii aveva concluso:
Deh quanto in verità vani siam nui!
Ma oramai egli è giunto sulle soglie della morte. E quando muore
portando con sè sotterra, dopo aver tanto spasimato, la sua verginità;
se pure Marianna Brighenti, che non lo ha allettato, ricusa pudicamente
di far vedere ai curiosi la sola lettera d'amore che egli le scrisse;
costei, la Targioni, la donna più ardentemente idoleggiata, il cui
nome vero vive nella memoria degli uomini per l'amore di lui che l'ha
cantata col nome di Aspasia; questa donna che ha avuto pochi scrupoli
nella vita, che ha molto e liberamente amato, scrive al Ranieri dopo
che il poeta è morto: “Molti ammiratori del povero Leopardi dimoranti
in Parma mi hanno più volte chiesto e richiesto chi sia l'Aspasia
su cui quell'insigne poeta scrisse canzone. Per carità, ditemelo voi
se lo sapete, per togliermi da una filastrocca di lettere inutili e
noiose....„
III.
LA FAMIGLIA.
Se in tutto tranne che nell'amore ciascuno basta a sè stesso, l'uomo
non è già solo nel mondo, la sua felicità dipende in gran parte da chi
gli sta intorno. Tutto il genere umano può essere ed è considerato
da alcuni filosofi come un essere vivente del quale ogni individuo
è una cellula e i gruppi d'individui sono gli organi. La solidarietà
tra gli uomini, tra le cellule umane, è tanto più salda, quanto più
essi sono vicini: il gruppo più stretto è la famiglia. Da essa dipende
l'educazione del cuore; la condizione dei parenti nel mondo è anche
quella del giovane sino al giorno che egli può provvedere a sè stesso.
Come è educato Giacomo Leopardi? In che stato sociale si trova?
Sua madre fu giudicata -- e nessuno ha interposto appello al giudizio
-- donna di propositi virili più che di tenerezze materne. Un che
di virile era nel suo aspetto, come maschile era qualche parte del
suo vestito, gli stivali, il berretto. Ella fece pesare la dura sua
autorità, prima che sui figli, sul marito. “Si dette il caso,„ narra
Paolina Leopardi, “quand'io era piccina piccina, o anche forse quando
non ero nemmeno nata, che la gonna di mia madre s'intrecciò fra le
gambe di mio padre, non so come. Ebbene, non è stato più possibile
ch'egli abbia potuto distrigarsene.„ Entrata in casa Leopardi, ella ne
trova il patrimonio quasi sommerso nei debiti; saggiamente, ma anche
tirannicamente, impone un'economia severissima. A nessuno consente
di disporre di nulla; a nessuno manifesta quei sentimenti di calda e
vivace affezione che sono la gioia della casa. Se i suoi bambini si
lagnano di qualche dolore, le sole parole di consolazione che sappia
dir loro sono queste: “Offritelo a Gesù.„ Quando sono grandi, apre
e trattiene le loro lettere. Non una volta li stringe al cuore; “lo
sguardo„ scrive Carlo Leopardi, “era la sola sua carezza.„ E Paolina:
“Fra gli altri motivi che hanno renduto così trista la mia vita e che
hanno disseccato in me le sorgenti dell'allegria e della vivacità....
uno è l'avere in mammà una persona ultrarigorista, un vero eccesso di
perfezione cristiana, la quale non potete immaginare quanta dose di
severità metta in tutti i dettagli della vita domestica.„
Tale è la madre, la creatura che dovrebbe prima d'ogni altra sorridere
al frutto delle proprie viscere, che ne dovrebbe cullare i sogni
e lenire i dolori. Giacomo, come è rimasto dinanzi a lei timido e
quasi pauroso, così lontano da lei non ardisce scriverle, sicuro di
annoiarla; nelle sue rarissime e brevissime letterine, ella non pensa
se non a rammentargli di tenere una buona condotta; e una volta lo
chiama anche “figlio d'oro„; ma quando? Quando crede che la professione
letteraria abbia dischiuso al giovane una miniera d'oro, rendendo
inutile l'assegno della famiglia. E lo eccita a continuarle il suo
affetto “-sincero-„, sottolineando la parola certo perchè dubita della
sincerità dell'amore del figlio e se ne duole; ma di chi è la colpa, se
non sua propria? Come vorrebbe che il figlio si lasciasse trasportare
dall'amore, se ella stessa non l'ha amato, o l'ha amato a suo modo,
moderando, reprimendo i moti del suo cuore materno?
Il padre, Monaldo Leopardi, è uomo d'ingegno fuor del comune e di
cuore amorevole; ma, oltrechè non dispone della propria volontà,
obbedendo sempre ed in tutto alla moglie, egli intende anche la vita
al modo antico: non sa, non vuol sapere, non vuol sentire nulla di
quel che accade nel mondo rinnovato. Come Giacomo, egli vede due
secoli armati l'uno contro l'altro; ma se soffre di questa lotta, la
sua sofferenza non deriva, come quella di Giacomo, dal contrasto delle
opposte sollecitazioni: egli non prova altro che ira e sdegno contro
tutte le novità. Al figliuolo somiglia per metà: gli ha dato l'amore
dell'antico, la severità del pensiero indagatore, la pazienza delle
ricerche lunghe e minute, il senso dell'ordine e della disciplina. Il
gusto delle contraffazioni di vecchie scritture è comune a Monaldo e a
Giacomo. Il padre trasmette non soltanto a lui, ma anche all'altro suo
figlio Carlo la sua disposizione al riso: come egli profonde le celie
nei suoi scritti, e motteggia nella conversazione di tutti i giorni,
e muore scherzando col sacerdote nell'agonia; così Carlo è celebre
per le sue arguzie e lascia un libro di epigrammi molto pungenti; così
Giacomo, che esce spesso nel discorso e nelle lettere in motti felici,
si servirà come più tardi vedremo di questa sua nativa attitudine.
Ancora: nel deridere il troppo vantato progresso delle scienze e delle
arti padre e figlio si rassomigliano; il giudizio che danno intorno
alla Roma dei loro tempi è identico. Con tanti tratti comuni non
dovrebbero essi accordarsi?
L'influenza di ogni uomo sopra il proprio simile si può esercitare
in due modi: o per conformità, quando noi siamo persuasi ad imitare
gli esempii che ci sono proposti; o per opposizione, quando siamo
spinti a fare il contrario. Nell'adolescenza, nel tempo che Giacomo
s'immerge negli studii filologici, severissimamente, da vecchio,
egli si uniforma agli esempii paterni; perchè questo accordo durasse
che cosa sarebbe necessario? Che il padre, secondasse a sua volta il
figlio nel sentimento poetico della vita nel generoso ardor giovanile,
che comprendesse le sue inquietudini, che lenisse la sua malinconia.
Lo ha procreato a ventidue anni; non potrebbe esserne il fratello
maggiore, non dovrebbe esserne l'amico? Ciò gli è impossibile. Se
gli somiglia tanto da una parte, non gli somiglia niente dall'altra.
La sua sensibilità morale è molto più ottusa, la sua fantasia è
molto più sterile; la musica non gli dice nulla; i sentimenti nuovi,
indeterminati, dei quali soffre e gode la nuova generazione, gli sono
sconosciuti: alle idee nuove è inaccessibile. Non solo cattolico, ma
suddito fedele del Papa, il cui governo chiama “dolcissimo„, è un vero
“guelfo del diciannovesimo secolo.„ Va con la spada al fianco, come
i cavalieri antichi. “Il prestigio della novità non mi ha sedotto, le
lusinghe della rivoluzione mi hanno lasciato inconcusso, non ho sieduto
nel concistoro degli empii, e non ho alzato la voce dalla cattedra
della pestilenza.„ Tanto ogni novità lo sdegna, tanto è fedele alle
opinioni dei tempi passati, che nega il sistema copernicano: se Galileo
ha riso di Ticone, egli si augura che venga qualcuno il quale rida di
Galileo e restituisca alla terra “l'antico onore„ considerandola ancora
come centro dell'universo, “liberandola dal fastidio di tanti moti.„
Udite le sue argomentazioni: “Imperciocchè, alle fine dei conti il
Galilei non ha potuto viaggiare in persona nei tropici e nell'equatore,
ma ha dovuto contentarsi di considerare le cose da lontano alquanti
milioni di miglia; e quel sistema secondo il quale per dividere i
giorni e le notti vogliamo che la terra si rivolti ogni 24 ore intorno
al suo asse come l'arrosto intorno allo spiedo, per compiere il corso
dell'anno le facciamo fare un giro immenso in 365 giorni all'incirca e
per accomodare le stagioni la costringiamo a starsene sempre giocando
all'altalena, con alzare e abbassare i suoi poli.... questo sistema non
toglie il desiderio di rinvenire una teoria meno lambiccata.„
Con queste disposizioni della mente, egli non è capace d'indulgenza,
di sopportazione: confessa ingenuamente che le sue buone qualità
“sono bilanciate da un orgoglio smisurato che le troppe lodi datemi
nell'adolescenza avevano fomentato e che mi rendeva ambizioso di
superare tutti in tutto.„ Riconosce che “l'abitudine di sovrastare m'è
sempre rimasta e mi adatto malissimo, anzi non mi adatto in modo veruno
alle seconde parti. Voglio piegarmi, voglio esser docile, rimettermi
e tacere; ma in sostanza tutto quello che mi ha avvicinato ha fatto
a modo mio, e quello che non si è fatto a modo mio mi è sembrato mal
fatto.„ Che cosa può egli dunque intendere delle ansie, dei desiderii,
dei bisogni del figlio? Può il figlio, ardente, vivace, inquieto,
adattarsi sempre alla freddezza, alla calma, alla rigidità del padre?
Se tanta parte dello spirito del padre è nel figlio; se questi per
le facoltà più serie della mente, per la profondità della cultura
classica, per la capacità di disciplina, può essere sollecitato a
seguire gli esempii del padre; la cieca intransigenza di Monaldo non
deve poi ottenere l'effetto contrario, di spingerlo per la via opposta?
Tra queste due anime la lotta non deve fatalmente impegnarsi?
La lotta si accese, e fu grave e scandalosa; e se molti diedero tutta
la colpa al padre, non pochi anche oggi vedono nella ribellione di
Giacomo il sintomo dell'ingratitudine, dell'aridità del suo cuore.
Prima di esaminare i rapporti del padre e del figlio, notiamo come uno
scandalo simile a quello avvenuto in casa Leopardi non fosse senza
esempio, a quel tempo. Se, quantunque rassomigliandosi e amandosi
sommamente, un germe di discordia ha potuto sempre insinuarsi tra i
genitori ed i figli, perchè altri sono i sentimenti e le opinioni dei
giovani, altri quelli dei vecchi; questo contrasto è più sensibile
al principio dell'êra contemporanea. Quando tutti i poteri e tutti
i principii cominciano ad essere oggetto di esame, anche la potestà
paterna è posta in forse; come i popoli si ribellano ai re, così i
figli si ribellano ai padri. “I consigli della vecchiezza„ scrive
Vauvenargues, “rischiarano senza riscaldare, come il sole d'inverno„;
immagine che Stendhal doveva far sua: quello Stendhal che, odiando il
padre ed essendone odiato, doveva anche scrivere per proprio conto:
“I genitori e i maestri sono i nostri primi nemici quando entriamo nel
mondo.„ E il più mite Vauvenargues così precisa il proprio pensiero: “I
giovani soffrono non tanto dei proprii errori quanto della prudenza dei
vecchi.... L'ordinario pretesto di coloro che fanno l'infelicità degli
altri è che vogliono il loro bene....„ Beniamino Constant, educato
da un padre che reprime i moti del cuore per mostrarsi severo, fugge
dalla casa paterna; il suo -Adolfo- attribuisce la propria malinconia
all'educazione ricevuta dal padre, uomo generoso ma rigido, presso
al quale egli non prova altro che soggezione. Senancour scappa in
Isvizzera per sottrarsi allo stato ecclesiastico al quale è destinato
dalla famiglia; Lamartine evade dalla casa di educazione, dove è sul
punto di uccidersi.
Pères, de vos enfants ne forcez point les voeux:
Le ciel vous les donna, mais pour les rendre heureux,
aveva ammonito il dolente Chénier, invano. Molti filosofi hanno
affermato che l'unico sentimento naturale, fondato sopra un istinto
prepotente, è l'amor proprio; e che tutti gli altri, anche quelli
che sembrano più disinteressati, sono forme più o meno larvate di
egoismo; questa sentenza è confermata più spesso che non dovrebbe nel
caso dell'amor paterno. Dai figli che debbono loro la vita, che sono
come una viva parte della loro persona, e che perciò essi amano sopra
ogni altra cosa al mondo, i genitori pretendono un affetto cieco che
rinunzii ad ogni volontà e ad ogni velleità e incondizionatamente
si sottoponga. Di questa qualità fu l'amor paterno di Monaldo, con
l'aggravante della resistenza da lui opposta alle innovazioni. Il
fondamento dei vincoli sociali che egli vede minacciato è la famiglia;
nella famiglia, nella potestà paterna, è l'origine di tutte quelle
altre potestà contro le quali egli vede far impeto: quindi, se anche
per indole non fosse portato a comandare, terrebbe sempre alta la
sua autorità per convinzione. Il suo concetto dell'autorità paterna
è quello biblico: -Filii tibi sunt; erudi illos, et curva illos a
pueritia illorum.- Egli esegue letteralmente il precetto: stabilito di
avviar Giacomo per la carriera ecclesiastica, a dodici anni gli fa dare
il primo degli ordini minori. -Ne des illi potestatem in iuventute, et
ne despicias cogitatus illius:- mai, “-letteralmente mai-„, egli lo
lascia solo. Amandolo teneramente, teme che le vivaci manifestazioni
dell'amor suo scemino il suo prestigio di padre; quindi le contiene e
le reprime. Quando è riuscito troppo bene in quest'opera, anch'egli
si duole, come la moglie, anzi con più cordiale sincerità, di ciò
che ne è l'effetto naturalissimo; perchè vorrebbe, ma non può essere
trattato con piena confidenza da Giacomo. “Mi pare che le lettere mie
siano di molestia a voi, e che voi diate ad esse un riscontro stirato
stirato come i versi latini dei ragazzi; quasi che il vostro cuore
trovasse un qualche inciampo per accostarsi al mio, il quale vorrebbe
esser veduto da voi una volta sola e per un solo lampo, e questo gli
basterebbe.„ E al padre amante il figlio devoto tosto risponde: “Le
dico e le protesto con tutta la possibile verità, innanzi a Dio, che io
l'amo teneramente quanto è o fu mai possibile a figlio alcuno di amare
suo padre; che io conosco chiarissimamente l'amore che ella mi porta,
e che a' suoi benefizi e alla sua tenerezza io sento una gratitudine
tanto intima e viva quanto può mai essere gratitudine umana.... Se poi
ella desidera qualche volta in me più di confidenza e più dimostrazioni
d'intimità verso lei, la mancanza di queste cose non procede da altro
che dall'abitudine contratta sino dall'infanzia, abitudine imperiosa
e invincibile perchè troppo antica e cominciata troppo per tempo.„ È
triste, dolorosa e quasi tragica per queste due anime l'impossibilità
di confondersi nell'impeto dell'affetto che pure entrambe le spinge. Ma
non ha il padre volontariamente contenuto l'affetto suo? Come si può
dolere se ha impedite le ingenue manifestazioni di quello del figlio?
Egli vuole che il figlio lo tratti con intimità quando gli dà del
-voi-, quando lo ha educato a dargli del -lei-; quando per rispetto
ai principii, alla tradizione, non gli ha dato mai nessun esempio di
confidente abbandono!
Gli effetti di questa educazione sono molto più gravi che Monaldo
non sospetti. L'anima sensitiva che avrebbe bisogno di espandersi,
si chiude invece in sè stessa: l'apparente severità del padre e la
reale soggezione nella quale è tenuto producono questo effetto: che
il giovanetto si sente quasi estraneo nella famiglia, e alteramente
ricusa di ricorrere ad essa quando ne ha bisogno. “Io tra il non
avere e il domandare scelgo il non avere, eccetto se la necessità
de' miei studi o la voglia troppo ardente di leggere qualche libro
non mi sforza.... Circa a mio padre, io mi son fatto durissimo al
domandare, e non mi ci so risolvere a nessun patto.„ Tanto più egli
si afferma in questo proponimento, quanto più vede inutili le sue
richieste e le sue preghiere. Il Giordani gli consiglia, per salute,
di cavalcare; e questo è uno dei pochissimi esercizii ai quali sarebbe
adatto e che egli farebbe volentieri, perchè gli altri, più energici,
lo ammazzerebbero; ma non gli è dato. I parenti, ai quali sarebbe
spettato di moderare gli enormi suoi studii, non intendono metter
opera a correggerne gli effetti funesti. Egli non cessa di lagnarsi con
l'amico: “Avrei sommo bisogno di distrazioni, ma non ne ho: oimè! mi
ridarebbero la salute e la vita.„ E ancora: “Con quel medesimo studio
che m'ha voluto uccidere, con quello tenermi chiuso a solo a solo,
vedete come sia prudenza! e lasciarmi alla malinconia, e lasciarmi a
me stesso che sono il mio spietatissimo carnefice....„ Egli non ha
“un baiocco da spendere„, e il padre non gli concede se non quelle
cose che la sua sapienza paterna, e quella della moglie, giudicano
convenienti. Compiacendosi del genio del figlio, lo tratta poi da
bambino e ride tranquillamente di lui se questo genio, sentendosi
a disagio nel paesuccio natale, chiede di andarne via. Non è un
capriccio quello che spinge Giacomo fuori di Recanati, ma una precisa
necessità. Vedremo più tardi di che disagio morale vi soffrisse; ma
alle sue sofferenze fisiche, alle sue malattie nervose la distrazione
dei viaggi, la novità dei climi sarebbe il solo rimedio efficace.
E la madre, arbitra dell'impiego delle sostanze, non vuol dargli un
assegno. Senza dispendio della casa, mettendo in opera le influenze
della nobile parentela, il giovanetto erudito sa che potrebbe ottenere
uno stato a Roma o altrove: il padre vuol tenerselo accanto. “Il mio
sentimento,„ scrive al cognato che intercede per il nipote, “è che egli
sia men dotto, -ma sia di suo padre-.„ Sottolinea egli stesso. Egli
pretende che Giacomo viva “tranquillo e lieto dove lo ha collocato la
Provvidenza.„ La Provvidenza non può sbagliare; egli è infallibile. E
il figlio sfoga l'animo suo col Giordani: “Solamente che avesse voluto
chi dovrebbe volere, e non volendo dice agli altri ed a se stesso di
non potere, è cosa palpabile che da gran tempo avremmo ottenuto il
nostro desiderio. Ma non vogliono nè vorranno mai se non quando noi
gli sforzeremo; sono contenti di vederci in questo stato; in questo
vorrebbero di tutto cuore che morissimo: si pentono di averci lasciato
studiare, dicono formalmente in presenza nostra che hanno conosciuto
i danni del sapere, al nostro fratello minore danno appostatamente e
palesemente educazione e genio e strumenti da falegname, e i nostri
desiderii paiono stravaganze, e voglie pazze e intollerabili, a chi?
non parlo degli altri che son vissuti e vivono essi come vorrebbero
che vivessimo noi, dico a quel nostro zio che di dodici anni andò
paggio alla corte di Baviera, tornato di diciotto visse per lo più in
Roma finattanto che deputato della provincia a Napoleone e proposto
per senatore, fatto cavaliere poi barone poi ciamberlano, andò due
volte a Parigi e alla corte, ora ha stabilito il suo domicilio a
Roma, trasferitaci tutta la sua famiglia, e persuasi a trasferircisi
tutti i suoi fratelli e tutta la famiglia di una sorella assai meno
comoda della nostra, ed ha avuto la sfacciataggine di dirmi più volte
spontaneamente che sapeva di non potere educar bene i suoi figli se non
fuori di qui, e poi scrivermi una lunga lettera per provarmi che io la
fo da ignorante e da stolto pensando solamente d'uscire di Recanati.„
Se le sue parole sono dure, non è duro il suo cuore. Di che amore
ripagherebbe i genitori se questi fossero altri, si può argomentare
dalla forza del suo affetto fraterno. L'amore del fratello e della
sorella è la sua grande consolazione. Carlo, minore di lui di un solo
anno, con lui allevato sin dalle fasce, è “un altro me stesso„, è il
suo “confidente universale„, gli è “sinonimo di vita„; insieme fanno
“una stessa persona ipostatica.„ Tuttavia non mancano i motivi di
discordia, “non per l'inclinazione, amando lui gli stessi studi che
io, ma per le opinioni.... Questi è il solo solissimo con cui apro
bocca per parlare degli studi; il che spesso si fa, e più spesso si
farebbe se si potesse senza dispute, le quali sono fratellevoli ma
calde.„ L'origine delle controversie che egli non può numerare “perchè
sono infinite„, è ancora nel conflitto generale delle menti. Carlo
è romantico senz'altro; dinanzi a lui, udendo le sue esagerazioni,
Giacomo si afferma ancora più nel suo sdegno contro i principii moderni
dei quali crede di essersi liberato interamente; e si duole che il
fratello ami poco gli antichi, e molto gli stranieri e moltissimo
i Francesi; egli si accosta pertanto alle opinioni del padre; ma
rispettoso del passato dinanzi all'iconoclasta fratello, è nel tempo
stesso rivoluzionario dinanzi al padre codino. Questa contraddizione
si spiega ancora con l'intimo dissidio che trovammo in lui: egli pensa
differentemente dal fratello e dal padre non già perchè rifugge dai
loro opposti eccessi ed ama un ragionevole temperamento; ma perchè,
simile al fratello nell'ansia giovanile e poetica del nuovo, c'è anche
in lui un filosofo, un vecchio, che protesta; e perchè, simile al padre
in una certa rigidezza di principii, c'è in lui un giovane ardente che
si ribella. L'affetto familiare avrebbe potuto rendere sopportabile
e conciliare i suoi contrasti; l'affetto realmente sempre concilia i
fratelli e rende esemplare il loro legame. Lontano da Carlo, Giacomo
gli scrive: “Nessuna amicizia sarà mai e poi mai eguale alla nostra,
ch'è fondata in tante rimembranze, che è antica quanto la nostra
nascita.... Tu, l'amor tuo, il pensiero di te, siete come la colonna
e l'ancora della mia vita. Ogni parte di questa si riferisce là come
a un centro.... Se quella fede teologica, anzi quella coesistenza che
noi abbiamo insieme, fosse mai sospesa; io non sarei più quello di
adesso; la mia esistenza non avrebbe più il suo fondamento; e tutto
il mondo cambierebbe faccia per me in un colpo....„ Che cosa sarebbe
occorso perchè questa capacità d'affezione familiare si volgesse anche
al padre? Nient'altro che questi avesse trattato il figlio con quella
confidenza, con quella cordialità, che pretendeva da lui.
Egli avrebbe potuto giovargli moralmente. L'intima resistenza che
Giacomo opponeva alla moda romantica, il suo culto dell'antichità,
l'istintivo rispetto delle tradizioni avrebbero potuto essere
fortificati per opera di un altro padre; Monaldo, con la sua severità,
con le sue continue opposizioni, fa tutto il contrario. Egli non ha
riguardo alla situazione morale di nessuno dei figli. Dell'ansia
di Carlo, della forza con la quale il contagio romantico gli si è
comunicato, già sappiamo qualche cosa. A quindici anni scrive: “Non
mi è possibile esprimere il trasporto, l'affetto, l'ammirazione,
la compiacenza, l'entusiasmo che io provai nel leggere il -Genio
del Cristianesimo- del signor Chateaubriand. Chi mai, dicevo fra me
stesso, è giunto a questa penetrazione sì grande del cuore umano,
e del cuore più delicato e sensibile, a questa pittura sì viva e sì
naturale dei suoi più piccoli movimenti?... Son rimasto per più giorni
in un'estasi di meraviglia e di commozione, d'invidia.... No, non si
cancellerà giammai dal mio animo la profonda impressione cagionatami
dalla lettura di quest'opera che mi ha fatto passare i più bei momenti
della mia vita, e rimaner lungo tempo in una situazione qual mai
più ho provata di stupore, di elevazione, di turbamento per me nuovo
affatto e sconosciuto, e che sarebbe tuttora egualmente vivo, se il
tempo e le distrazioni e gli oggetti e le occupazioni diverse non ne
raffreddassero la sensazione, non però mai la memoria, la quale resterà
perpetuamente ad eternare le traccie di ammirazione, di rispetto ed
anche di utilità e di profitto....„ Egli si crede “soldato agguerrito
contro tutte le disgrazie umane„, pensa che la morte del piacere
e la nascita della noia, “mostro orribile„, sia dovuta al vivere
antinaturale, “senza azione, senza meta, senza educazione fisica, senza
sviluppo di azioni gigantesche.„ Paolina è vera sorella di Carlo e di
Giacomo: ella non ha riso “-mai- appunto perchè non mi sono contentata
di ridere solamente: io voglio ridere e piangere insieme: amare e
disperarmi, ma amare sempre, ed essere amata egualmente, salire al
terzo cielo, poi precipitare....„
Chiamiamoli infermi, e folli se pur si vuole: non per questo sarà meno
necessario trattare questi straordinarii fanciulli con illuminata
tenerezza, con gelosa bontà, con indulgente premura. Ma la madre,
quella che più di ogni altro sarebbe in grado di consolarli, non
sa dire una buona parola; e il padre, quantunque tanto migliore di
lei, pure li disconosce e li sottomette. Sarà da stupire se essi
esprimeranno il loro scontento con parole roventi? Carlo dirà di sè
stesso che non è niente, non ha niente, non fa niente e non ama niente.
“Pensando a' miei casi, io rido di quel riso che usava Democrito, e che
è il solo pianto che gli uomini del mio temperamento possono accordare
a sè stessi. Costoro non sarebbero ora lontani dall'ammogliarmi....„
-Costoro- sono i genitori; egli significa in modo anche più duro lo
scontento suo e dei suoi fratelli quando esclama: “Siamo veri animali
domestici, mantenuti a tanto per giorno; e perchè ci nutrite?...„
Non meno triste e sdegnata è Paolina: nel '23, a ventitrè anni,
dice di non avere altro desiderio se non quello di non arrivare alla
fine dell'anno, “ed è questo desiderio concepito con il più intimo
sentimento del cuore, e voi lo crederete bene conoscendo me e quelli
che mi governano. Dei quali io sono così annoiata, e di questo modo
di vita, che non ne posso più; ed il peggio è il non avere alcuna
speranza, neppur lontana, di miglioramento; no, non vedere per fine a
questo stato altro che la morte, e venga anzi prestissimo, che sempre
sarà troppo tarda ai miei voti; e se mi assicurassero di morire domani
forse dalla consolazione non ci arriverei.„ L'anno passa, ne passano
molti altri, e la sua condizione peggiora. Nel '31 scrive che “non se
ne può più affatto affatto. Io vorrei che tu potessi stare un giorno
solo in casa mia, per prendere un'idea del come si possa vivere senza
vita, senza anima, senza corpo. Io conto di essere morta da lungo
tempo; quando perdei ogni speranza, dopo aver sperato tanto tempo
inutilmente, allora morii -- ora mi pare di esser divenuta cadavere,
e che mi rimanga solo l'anima, anch'essa mezzo morta poichè priva di
sensazioni di qualunque sorta.„
Tale è la condizione dei figli. Nulla modifica la volontà e l'animo
dei loro genitori. Giacomo, il più travagliato di tutti, vede che
nè l'eloquenza “di Pericle, di Demostene, di Cicerone, di qualunque
massimo oratore, nè della stessa Persuasione„ rimuoverebbe il padre
dall'ostinato proposito di non dargli “un mezzo baiocco„ fuori di
casa. Se egli vuole uscire da Recanati, deve mendicare.... a meno che
non aspetti la morte del padre. L'empio pensiero lo spaventa: allora
egli delibera di fuggire. La sua volontà infiacchita e repressa per
cause intrinseche ed estrinseche dà un ultimo lampo. Egli matura il
piano della fuga: scrive al conte Broglio d'Ajano perchè gli mandi
un passaporto per Milano; comunica la sua risoluzione al fratello
per lettera, senza chiedergli consiglio, “perchè il consiglio giova
all'uomo irresoluto, ma al risoluto non può altro che nuocere: ed io
sapeva che tu avresti disapprovata la mia risoluzione. Sono stanco
della prudenza, che non ci poteva condurre se non a perdere la nostra
gioventù, ch'è un bene che più non si riacquista.... Se m'ami,
ti devi rallegrare: e quando io non guadagnassi altro che d'esser
pienamente infelice, sarei soddisfatto, perchè sai che la mediocrità
non è per noi.... Addio. Abbraccia questo sventurato. Non dubitare,
non sarai tu così. Oh quanto meriti più di me! Che sono io? Un uomo
proprio da nulla. Lo vedo e lo sento vivissimamente, e questo pure
m'ha determinato a far quello che son per fare, affine di fuggire la
considerazione di me stesso, che mi fa nausea. Finattantochè mi sono
stimato, sono stato più cauto; ora che mi disprezzo, non trovo altro
conforto che di gittarmi alla ventura, e cercar pericoli, come cosa di
niun valore. Consegna l'inclusa a mio padre. Domanda perdono a lui,
domanda perdono a mia madre in mio nome. Fallo di cuore, che te ne
prego, e così fo io collo spirito. Era meglio (umanamente parlando)
per loro e per me, ch'io non fossi nato, o fossi morto assai prima
d'ora. Così ha voluto la nostra disgrazia....„ Al padre comincia col
dire: “Sebbene dopo aver saputo quello ch'io avrò fatto, questo foglio
le possa parere indegno d'esser letto, a ogni modo spero nella sua
benignità che non vorrà ricusare di sentir le prime e ultime voci di
un figlio che l'ha sempre amato e l'ama, e si duole infinitamente
di doverle dispiacere....„ In quest'attitudine umile persevera
finchè ricorda la prudenza, l'astinenza da ogni piacere giovanile,
l'ubbidienza e la sommessione ai genitori che egli ha sempre usate,
e il giudizio che del suo ingegno hanno portato uomini stimabili e
famosi. Ma a poco a poco la coscienza di sè, lo sdegno per non essere
stato compreso si esprimono vivacemente. “Ella non ignora che quanti
hanno avuto notizia di me, ancor quelli che combinano perfettamente
con le sue massime, hanno giudicato ch'io dovessi riuscir qualche
cosa non affatto ordinaria, se si fossero dati quei mezzi che nella
presente costituzione del mondo, e in tutti gli altri tempi, sono stati
indispensabili per far riuscire un giovane che desse anche mediocri
speranze di sè.... Certamente non l'è ignoto che non solo in qualunque
città alquanto viva, ma in questa medesima, non è quasi giovane di 17
anni che dai suoi genitori non sia preso di mira, affine di collocarlo
in quel modo che più gli conviene: e taccio poi della libertà ch'essi
-tutti- hanno in quell'età, nella mia condizione, libertà di cui non
era appena un terzo quella che mi s'accordava a 21 anno.... Contuttochè
si credesse da molti che il mio intelletto spargesse alquanto più che
un barlume, ella tuttavia mi giudicò indegno che un padre dovesse far
sacrifizi per me, nè le parve che il bene della mia vita presente e
futura valesse qualche alterazione al suo piano di famiglia.„ E a poco
a poco il suo sdegno prorompe con espressioni tanto più forti, quanto
più misurate: “Io vedeva i miei parenti scherzare cogl'impieghi che
ottenevano dal Sovrano, e sperando che avrebbero potuto impegnarsi
con affetto anche per me, domandai che per lo meno mi si procacciasse
qualche mezzo di vivere in maniera adattata alle mie circostanze,
senza che per ciò fossi a carico della mia famiglia. Fui accolto colle
risa, ed ella non credè che le sue relazioni, in somma le sue cure
si dovessero neppur esse impiegare per uno stabilimento competente di
questo suo figlio. Io sapeva bene i progetti ch'ella formava su di noi,
e come per assicurare la felicità di una cosa ch'io non conosco, ma
sento chiamare casa e famiglia, ella esigeva da noi due il sacrifizio,
non di roba nè di cure, ma delle nostre inclinazioni, della nostra
gioventù, e di tutta la nostra vita. Il quale essendo io certo ch'ella
nè da Carlo nè da me avrebbe mai potuto ottenere, non mi restava
nessuna considerazione a fare su questi progetti, e non potea prenderli
per mia norma in verun modo. Ella conosceva ancora la miserabilissima
vita ch'io menava per le orribili malinconie, ed i tormenti di nuovo
genere che mi procurava la mia strana immaginazione, e non poteva
ignorare quello ch'era più ch'evidente, cioè che a questo, ed alla
mia salute che ne soffriva visibilmente, e ne sofferse sino da quando
mi si formò questa misera complessione, non v'era assolutamente altro
rimedio che distrazioni potenti, e tutto quello che in Recanati non si
poteva mai ritrovare.... Non tardai molto ad avvedermi che qualunque
possibile e immaginabile ragione era inutilissima a rimuoverla dal suo
proposito, e che la fermezza straordinaria del suo carattere, coperta
da una costantissima dissimulazione e apparenza di cedere, era tale da
non lasciar la minima ombra di speranza. Tutto questo, e le riflessioni
fatte sulla natura degli uomini mi persuasero, ch'io benchè sprovveduto
di tutto, non dovea confidare se non in me stesso. Ed ora che la legge
mi ha già fatto padrone di me, non ho voluto più tardare a incaricarmi
della mia sorte.... Voglio piuttosto essere infelice che piccolo, e
soffrire piuttosto che annoiarmi; tanto più che la noia, madre per
me di mortifere malinconie, mi nuoce assai più che ogni disagio del
corpo. I padri sogliono giudicare i loro figli più favorevolmente
degli altri, ma ella per lo contrario ne giudica più sfavorevolmente
di ogni altra persona, e quindi non ha mai creduto che noi fossimo
nati a niente di grande: forse anche non riconosce altra grandezza
che quella che si misura coi calcoli, e colle norme geometriche....
Avendole reso quelle ragioni che ho saputo della mia risoluzione, resta
ch'io le domandi perdono del disturbo che le vengo a recare con questa
medesima e con quello ch'io porto meco. Se la mia salute fosse stata
meno incerta avrei voluto piuttosto andar mendicando di casa in casa
che toccare una spilla del suo. Ma essendo così debole come io sono,
e non potendo sperar più nulla da lei, per l'espressione ch'ella si
è lasciato a bella posta più volte uscire disinvoltamente di bocca
in questo proposito, mi son veduto obbligato, per non espormi alla
certezza di morire di disagio in mezzo al sentiero il secondo giorno,
di portarmi nel modo che ho fatto. Me ne duole sovranamente, e questa
è la sola cosa che mi turba nella mia deliberazione, pensando di far
dispiacere a lei, di cui conosco la somma bontà di cuore, e le premure
datesi per farci viver soddisfatti nella nostra situazione.„ Sul punto
di chiudere, egli è più giusto, riconosce il malinteso morale, la vera
causa della discordia: “La sola differenza di principii, che non era
in verun modo appianabile, e che dovea necessariamente condurmi o a
morir qui di disperazione, o a questo passo ch'io fo, è stata cagione
della mia disavventura.... Mio caro signor padre, se mi permette di
chiamarla con questo nome, io m'inginocchio per pregarla di perdonare
a questo infelice per natura e per circostanze. Vorrei che la mia
infelicità fosse stata tutta mia, e nessuno avesse dovuto risentirsene,
e così spero che sarà d'ora innanzi.„ Ma tanto poco questo figlio si è
sentito partecipe della sostanza del padre, che ancora, nel punto del
commiato, lo punge l'idea del debito che contrarrà portando via un poco
di denaro: “Se la fortuna mi farà mai padrone di nulla, il mio primo
pensiero sarà di rendere quello di cui ora la necessità mi costringe a
servirmi.„ Poi non resta luogo se non al dolore e all'umiltà: “L'ultimo
favore ch'io le domando, è che se mai le si desterà la ricordanza di
questo figlio che l'ha sempre venerata ed amata, non la rigetti come
odiosa, nè la maledica; e se la sorte non ha voluto ch'ella si possa
lodare di lui, non ricusi di concedergli quella compassione che non si
nega neanche ai malfattori.„
Il tentativo della fuga fallisce, perchè Monaldo, avutane
indirettamente notizia, si fa mandare il passaporto e dice al figlio
che è libero di prenderselo e andarsene; ma gli stessi amici, gli
stessi estranei che si sono trovati mescolati in questa avventura,
hanno parole di biasimo per il modo col quale Giacomo è stato trattato.
“Sono ben contento,„ scrive il marchese Solari a Monaldo, “che il
tutto sia finito, e senza l'intesa della contessa, che se ne sarebbe
rammaricata al sommo grado, e che d'altronde, mi sia permesso il dirlo
con franchezza, per la sua eccessiva severità potrebbe aver dato luogo
a risoluzioni così sconsigliate.„ Ma Giacomo non è “nè pentito nè
cangiato.„ Egli desiste per il momento dal suo proposito, “non forzato
nè persuaso, ma commosso e ingannato. Persuaso non poteva essere, come
nè anche persuadere, perchè le nostre massime sono opposte, e perciò
fuggo ogni discorso su questa materia.... Se mi opporranno la forza,
io vincerò, perchè chi è risoluto di ritrovare o la morte o una vita
migliore, ha la vittoria nelle sue mani. Le mie risoluzioni non sono
passeggere come quelle degli altri, e come mio padre stimo che si
persuada, per dormire i suoi sonni in pace, come suol dire.... Mio
padre crede ch'io da giovinastro inesperto non conosca gli uomini.
Vorrei non conoscerli, così scellerati come sono. Ma forse sono più
avanti ch'egli non s'immagina. Non creda d'ingannarmi, che la sua
dissimulazione è profonda ed eterna; sappia però ch'io non mi fido di
lui, più di quello ch'egli si fidi di me.... Crede mio padre che con
un carattere ardente, con un cuore estremamente sensibile come il mio,
non mi sia mai accaduto di provare quei desiderii e quegli affetti
che provano e seguono tutti i giovani della terra? crede che non mi
sia accaduto molto più spesso e più violentemente degli altri? crede
che non fossero capaci di spingermi alle più formidabili risoluzioni?
crede che s'io ho menato fin qui quella vita che non si ricercherebbe
da un cappuccino di 70 anni in tutto il rigore della espressione (e me
ne appello a tutta Recanati che se ne maraviglia, e allo stesso mio
padre), ciò sia provenuto dalla freddezza della mia natura?... Io so
di certo ch'egli ha protestato che noi non usciremo di qui finch'egli
viva. Ora io che voglio ch'ei viva, e voglio vivere anch'io, e questo
da giovane, e non da vecchio quando sarò inutile a tutti e a me stesso,
mi getterò disperatamente nelle mani della fortuna.... Io sono stato
sempre spasimato della virtù: quello ch'io voleva eseguire non era un
delitto: ma io son capace anche della colpa. Si vergognino ch'io possa
dire che la virtù m'è stata sempre inutile. Il calore e la forza dei
miei sentimenti si poteano dirigere a bene, ma se vorranno rivolgergli
a male, l'otterranno....„ Minaccie che nella convulsione dell'impotenza
il dolore gli strappa dalle labbra: non solamente ciò non potrà
accadere, ma egli si prepara a sopportare un nuovo colpo.
Se non vuole lasciarlo andar via, libero, nel vasto e ignoto mondo, il
padre potrebbe almeno consentirgli di pensare, di scrivere liberamente.
Neanche questo gli concede; intende anzi che non abbia idee diverse
dalle sue; attende a difenderlo dallo “sconvolgimento fatale della
ragione umana che ha disonorata la nostra età.„ Quando s'accorge dei
sentimenti di Giacomo, dopo il tentativo di fuga, non potendo spiegarsi
come tanta vigilanza, tante predicazioni e tanti esempii siano stati
invano, getta tutta la colpa dell'accaduto sull'amicizia del Giordani,
col quale ha consentito che il figlio avesse carteggio e restasse da
solo a solo durante la visita del Piacentino a Recanati. Si spaventa
perchè, con l'occasione della letteratura, costui ha suggerita e
favorita la corrispondenza di Giacomo con molti letterati d'Italia,
fra i quali vi sono “spiriti pericolosi o inquieti, che non hanno
mentito sè stessi, e manifestandosi al figlio mio nelle loro lettere,
lo hanno scopertamente invitato a partecipare delle loro massime, e
a coadiuvare, anzi a farsi primario sostenitore dei loro disegni.„
La canzone -All'Italia- e quella -Sul monumento di Dante- hanno valso
infatti all'autore una lettera del Montani, il quale saluta in lui il
più degno futuro poeta dei Carbonari. Monaldo “si pela dalla paura„,
per adoperare l'espressione di Carlo. Un giorno, frugando tra le carte
di Giacomo, come è suo uso, non che della moglie, trova una lettera
che il figlio è sul punto di spedire al Brighenti intorno alla stampa
di tre nuove canzoni: -Ad Angelo Mai-, -Per donna malata- e -Sullo
strazio d'una giovane-; alle quali l'editore ha proposto e Giacomo
ha consentito che si uniscano le due già prima stampate per farne
un libretto più consistente. Tanto basta perchè Monaldo tosto scriva
al Brighenti significandogli il suo dispiacere, e la volontà che la
canzone -All'Italia- non si ristampi. Lo stesso Brighenti, pur lodando
le paterne inquietudini, timidamente rappresenta a Monaldo: “Veramente
le confesso che anche dalla niuna difficoltà della revisione, io
deduco che quella canzone non è punto sediziosa, e soltanto libera e
poeticamente ardita.„ Pure, obbedendo, sospende la stampa, e per non
dire a Giacomo il vero motivo, gli chiede denaro per lo stampatore.
Già l'effetto di questa prima lettera è grave nell'animo del giovane
altero, che non avendo la somma e non volendo chiederla, si vede
costretto di rinunziare alla disegnata pubblicazione: “Ho conosciuto
di essermi ingannato, non avendo in nessun modo potuto riuscire ad
accumulare la somma intiera. Abbassarmi non voglio, e non è stato mio
costume mai da quando la disgrazia volle mettermi a questo mondo. E
potrà anche far la fortuna che mi manchi il vitto e il vestire, ma non
costringermi a domandarlo neppure alla mia famiglia. Perciò rinunzio
interamente a qualunque progetto così relativamente a questa come a
qualunque altra edizione; e perchè il mio ingegno è scarsissimo, e,
per grande che sia qualunque ingegno, non giova mai nulla in questo
mondo, son risoluto di sacrificarlo totalmente all'immutabile ed eterna
scelleratezza della fortuna, col seppellirmi sempre più nell'orribile
nulla nel quale son vissuto fino ad ora. Prego V. S. che non pensi
più a me se non come all'uomo il più disperato che si trovi in questa
terra, e che non è lontano altro che un punto dal sottrarsi per sempre
alla perpetua infelicità di questa mia maledetta vita....„ Il padre
si duole vedendo la malinconia e la tristezza di Giacomo, che Carlo
condivide; si lagna perchè “con un cuore troppo pieno d'amore per
tutti, sono dipinto nella loro immaginazione corrotta come un tiranno
inesorabile.„ Nell'impeto del dolore invidia “la sorte d'un padre
mendico che riportando a casa un pane nero e bagnato di sudore, lo vede
accolto dall'amore e dalla riconoscenza dei figli.„ Ma se l'amor suo
è grande e sincero, non meno ferma è la sua volontà di disciplinare
a suo modo l'ingegno del figlio. Egli lo ammira, ma quanto maggiore
è l'ammirazione, tanto maggiore è il dolore di vederlo avviato per
una strada che giudica falsa. Le canzoni che Giacomo non si rassegna
a metter da parte sono per lui inezie: “Ma perchè questo mio figlio
vuole perdersi dietro queste inezie che non portano nè a conseguenze
nè a fama? Perchè amando la Letteratura e il nome di Letterato, come
lo ama e lo agogna con fervore giovanile, perchè non si dedica a
qualche opera utile e grande di cui è capace maggiormente possedendo la
lingua ebraica e greca? Egli sicuramente è consigliato male e peggio
lo è nel suo sistema di confidarsi con me scarsamente. Io stimo poco
la Letteratura nuda e la vorrei sempre seguace di qualche scienza,
stimando che un Letterato, il quale non professi alcuna facoltà sia una
cornice magnifica senza quadro....„ E sentendo che la propria autorità
è poca, che il suo credito sul figlio è scarso, si affida all'editore
per ottenere che glie lo converta: “Le faccia conoscere che le canzoni
ed altri piccoli pezzi staccati producono gloria momentanea e caduca,
e che un uomo grande deve lasciare un'opera grande.... Insomma lo
elettrizzi, lo infiammi a qualche occupazione degna d'un Cavaliere
Cristiano, e mi avrà reso un favore inapprezzabile, e forse mi avrà
reso il cuore di un figlio. I giovani sentono più l'amico che il padre,
e molto più quando hanno sospettato che i principii del padre perchè
troppo antichi, e troppo severi, non ottengono il plauso di tutti.„
Egli s'accosta così alla verità; dovrebbe fare solo un passo per
concedere che Giacomo segua il proprio genio; ma di questa concessione
è incapace.
Egli è persino incapace d'intendere in qual modo bisognerebbe trattare
il giovane per non ferirlo: l'editore, l'estraneo gli dà una lezione
d'amor paterno: “Permetta, o Signore, ad una persona che sente
profondamente l'amor paterno, e che ha presentissimi i dettagli della
propria giovinezza.... che La supplichi a cedere quanto mai può a
quei moti amorosi, che leggo nella di Lei lettera, e che mi hanno
veramente intenerito. Io le accerto che il signor conte Giacomo è
afflitto oltremodo, e ben mi accorgo che questo giovane è dotato di
una sensibilità delicatissima, onde le cose che ad altri sono lievi,
sono a quell'anima gentilissima acutissime spine.... Ella troppo
sente l'amarezza delle nebbie che offuscano la tenerezza tra padre e
figlio. Il signor conte Giacomo è tale da portare nuovi pregi alla
illustre di Lei casa: facciamo adunque che lo possa, e rispettiamo
questa soverchia elasticità di fibre che è poi in fondo il patrimonio
di chi ha un ingegno superiore. Le torno a ripetere: qui in Bologna
posso accertarla che le canzoni del signor Leopardi non hanno destato
la minima idea di partito, e, sì, furono conosciute da gente di
ogni massima.... Certo le opinioni di quegli scritti sono liberali
anzi che no, frutto dello studio del greco e del latino, ma ai tempi
attuali sono tanti i lavori di questo genere, sono sì divulgate quelle
massime, che non può sentirne alcuno del rincrescimento, e, come le
dissi, quei revisori, che sono preti, e severissimi, non ci badarono
nemmeno, e le approvarono senza dire parola.„ E il brav'uomo narra la
sua propria storia, in lunghissime pagine, per dimostrare che è una
persona onesta, incapace di mentire; e poi torna ancora ai consigli di
prudenza, dice esser persuaso che Giacomo è soggetto a forti assalti
di malinconia, fa osservare ancora che “ai giovani di un carattere
ipocondriaco è mestieri (com'Ella m'insegnerebbe) di opporre le sole
vie della dolcezza, e della persuasione, e di evitare possibilmente
gli urti e le contrarietà.„ E per ultimo argomento assicura di avere
udito qualcuno a lamentarsi che le opinioni politiche di Giacomo,
non che liberali, siano anche troppo retrive “e a parlare con
qualche censura della sua canzone sul monumento di Dante, avendolo
per uomo contrario ai principii liberali, per quella sua dipintura
delle sciagure del regno italico e dei macelli di Russia. Ritenga
che questo fatto è verissimo.„ Ma tanto poco egli stesso è sicuro di
essere riuscito a piegarlo, che comunica delicatamente a Giacomo i
dubbii e gli ostacoli paterni. Allora lo sdegno del giovane prorompe;
allora dall'accasciata rassegnazione alla quale era stato ridotto
per gli ostacoli finanziarii, passa, con una reazione violenta, alla
superba affermazione della sua volontà. Egli non vede come suo padre
abbia potuto sapere “quello di cui non ho mai parlato nè a lui nè a
verun altro.... eccetto il caso che abbia rimescolato le mie carte;
del che non mi meraviglio nè mi lagno, perchè ciascuno segue i suoi
principii. Quanto ai dubbi di mio padre, rispondo che io come sarò
sempre quello che mi piacerà, così voglio parere a tutti quello che
sono; e di non essere costretto a fare altrimenti, sono sicuro per
lo stesso motivo, a un dipresso, per cui Catone era sicuro in Utica
della sua libertà. Ma io ho la fortuna di parere un coglione a tutti
quelli che mi trattano giornalmente, e credono ch'io del mondo e
degli uomini non conosca altro che il colore, e non sappia quello che
fo, ma mi lasci condurre dalle persone che essi dicono, senza capire
dove mi menano. Perciò stimano di dovermi illuminare e sorvegliare.
E quanto all'-illuminazione-, li ringrazio cordialmente: quanto alla
sorveglianza, li posso accertare che cavano l'acqua col crivello.„ Ma
se egli sente che nessuno potrà mai sforzare la propria coscienza,
comprende pure che la volontà del padre dovrà trionfare dei suoi
disegni; allora torna ad accasciarsi, prorompendo in uno sdegnoso
lamento: “Circa le mie canzoni, io le metto nel gran fascio di tutti
i miei detti o fatti o scritti dalla mia nascita in poi, che il mio
esecrando destino ha improntato di perpetua inutilità. Io ho rinunziato
a tutti i piaceri de' giovani. Dai 10 ai 21 anno io mi sono ristretto
meco stesso a meditare e scrivere e studiare i libri e le cose. Non
solamente non ho mai chiesto un'ora di sollievo, ma gli stessi studi
miei non ho domandato nè ottenuto mai che avessero altro aiuto che la
mia pazienza e il mio travaglio. Il frutto delle mie fatiche è l'essere
disprezzato in maniera straordinaria alla mia condizione, massimamente
in un piccolo paese. Dopo che tutti mi hanno abbandonato, anche la
salute ha preso piacere di seguirli. In 21 anno, avendo cominciato a
pensare e soffrire da fanciullo, ho compito il corso delle disgrazie
d'una lunga vita, e sono moralmente vecchio, anzi decrepito, perchè
fino il sentimento e l'entusiasmo, ch'era il compagno e l'alimento
della mia vita, è dileguato per me in un modo che mi raccapriccia. È
tempo di morire. È tempo di cedere alla fortuna; la più orrenda cosa
che possa fare il giovane, ordinariamente pieno di belle speranze,
ma il solo piacere che rimanga a chi dopo lunghi sforzi finalmente
s'accorga d'esser nato colla sacra e indelebile maledizione del
destino.„
E quando sa che può stampare le canzoni inedite, esclusane la prima, ed
esclusa la ristampa delle già pubblicate, il suo sdegno prende altre
forme: quelle dell'ironia. “Io ringrazio mio padre del permesso che
mi concede di stampare le -mie- canzoni. Ma le due di Roma non vuole
che si ristampino. Dice benissimo. Ha voluto saper da lei i titoli
delle inedite. Ha fatto benissimo. Non vuole che si stampi la prima.
Parimenti benissimo; non già secondo me: ma è ben giusto che -negli
scritti miei- prevalga la sua opinione, perch'io sono e sarò sempre
fanciullo, e incapace di regolarmi. Restano due canzoni. Per queste,
per cui finalmente e a caso tocca a parlare a me, dico che non occorre
incomodare gli stampatori; e così finisca questo affare....„ Tanto è
più dolorosa per il giovane questa ingerenza nelle cose sue, quanto che
Monaldo rivela la povertà del suo giudizio, l'angustia del suo spirito.
“Mio padre non ha veduto se non il titolo della prima inedita.... e
s'immaginò subito mille sozzure nell'esecuzione, e mille sconvenienze
del soggetto che possono venire in mente a chi, non mancando di
molto ingegno e sufficiente lettura, non ha nessuna idea del mondo
letterario. Il titolo della seconda inedita si è trovato fortunatamente
innocentissimo. Si tratta di un Monsignore. Ma mio padre non s'immagina
che vi sia qualcuno che da tutti i soggetti sa trarre occasione di
parlare di quello che più gl'importa, e non sospetta punto che sotto
questo titolo si nasconde una canzone piena di orribile fanatismo.„ E
poichè Monaldo, non potendo addurre le ragioni della prudenza politica
contro la canzone -Sullo strazio di una donna-, biasima che tratti di
un fatto accaduto troppo di fresco, Giacomo dimostra ancora all'editore
la povertà dello spirito paterno: “Alle ragioni di mio padre contro
la mia prima canzone inedita, rispondo con un solo esempio fra i
milioni che se ne trovano, e che avrei anche in mente. Il -Werther-
di Goethe versa sopra un fatto ch'era conosciutissimo in Germania, e
la Carolina e il marito erano vivi e verdi quando quell'opera famosa
fu pubblicata. Ebbene? Ma se volessimo seguire i gran principii
prudenziali e marchegiani di mio padre, il quale, come ho detto, non ha
niente di mondo letterario, scriveremmo sempre sopra gli argomenti del
secolo di Aronne, e i nostri scritti reggerebbero anche alla censura
della quondam inquisizione di Spagna. Il mio intelletto è stanco delle
catene domestiche ed estranee.„ Niente vale: egli deve rinunziare
alla ristampa, si deve contentare di pubblicare la sola canzone al
Mai; e Monaldo poi si lagna che il figlio si sia “ostinato nel più
rigoroso silenzio„; se ne lagna egli che scrive ancora all'editore:
“Il giudizio e gli ordini miei dovevano rispettarsi da lui e li suoi
tentativi furono un delitto.„ Perdona di cuore il -delitto-, ma vuole
che Giacomo stesso lo condanni in cuor suo: “Ella e qualunque saggio
condannerebbero sempre un figlio il quale esponga al pubblico il
proprio nome senza intesa del Padre, e condannerebbero un Padre che
spontaneamente offrisse i mezzi con cui venire disobbedito.„
Il dissidio è inconciliabile: Monaldo ha un troppo severo concetto
della sua autorità; egli non intende l'effetto che le sue pretese
producono nell'anima del giovane. E se torna a lagnarsi perchè il
figlio non si confida a lui, le sue parole cocenti dimostrano ancora
una volta che lo ama, ma che all'amore non intende sacrificare una
sola delle sue prerogative. Non solo l'editore, l'estraneo, lo avverte
dell'errore; ma anche una persona della famiglia, la sua propria
sorella, quella “zia Ferdinanda„ alla quale il nipote Giacomo tanto
rassomigliava fisicamente, e che moralmente tanto rassomigliava a lui.
Ella sola intende l'animo del giovane: consolandosi all'idea che egli
possa aprirle il proprio cuore “perchè non tanto dissimile troverà
da' suoi sentimenti il cuor della zia„, dice di sè stessa che non ha
studiato, “ma che ha sortito dalla natura una sensibilità che, anzichè
indebolire cogli anni, sembra acquistar da essi maggior fondamento.„
Anch'ella vive sola, “e non già sola di persona.... ma sola perchè
quasi mai m'incontro con persone che possano compiacere il mio animo;
e se qualche volta nel corso della mia vita mi sono incontrata di
trovarne qualcuna, caro nepote, ho dovuto porvi un argine, perchè
il cuor nostro è troppo debole per potersi contenere, e non rendere
veleno quello che sarebbe in sua natura stato un antidoto.„ La nobile
e buona creatura ha subito compreso che cuore sia quello di Giacomo,
e conoscendo a prova i tormenti che gli si preparano accortamente
lo consiglia. Se Giacomo le scrive che è da savio porre un argine
alla ragione, “supplizio della nostra vita„, ella lo ammonisce con
indulgenza veramente materna: “No, caro Giacomo, io non mi accordo con
voi in questo.... A poco a poco ci assuefacciamo a scordarci de' nostri
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