“quei pochissimi che sortirono le facoltà del cuore, i quali possono avere dalla loro parte alcuni di questo numero„, e crede che nell'amore nessuno lo eguagli: “non nasce un altrettale amor„ dice di sè stesso il suo Consalvo. Egli crede ancora che nell'amicizia nessuno senta come lui: “Chiamo voi medesimo in testimonio che un'altra persona che vi amasse ardentemente e immutabilmente come fo io, non l'avete ancora trovata nè sperate di trovarla: ed io come bramerei che ci fosse, non altrimenti, considerando me stesso, mi persuado affatto che non si trova.„ E il suo dolore e quello del fratello Carlo, che è un altro sè stesso, per la morte del fratello Luigi, non ha il simile: “Scrivimi come vuoi; scrivimi due sole parole come fo anch'io, perchè le cose che noi sentiamo non si possono esprimere, ed è ben naturale che le nostre lettere sieno come le grandi passioni, cioè mute.„ Per questo sentimento orgoglioso combinato con lo sdegno della realtà nascono nei romantici la misantropia e l'amore della solitudine. L'anima è sola, il mondo è un deserto, la civiltà un tradimento fatto alla natura; il ritorno allo stato patriarcale il solo saggio partito. Il Leopardi scioglie un inno ai Patriarchi; detesta i raffinamenti, i pervertimenti della società; ama di caldo amore la semplice natura. “Senza fallo„ scrive al Giordani, “io spero che vi sentiate meglio anche voi, contemplando questa natura innocente, fra la malvagità degli uomini.„ Il -Renato- dello Chateaubriand ha chiamato la folla “vasto deserto di uomini„; il Leopardi dice: “veramente per me non c'è maggior solitudine della gran compagnia.„ Il suo carattere “è di chiudere nel profondo di me stesso tutti gli affanni e le affezioni vere„; naturalmente è inclinato alla vita solitaria, e la canta, e canta il passero solitario, il costume del quale tanto somiglia al suo. Questo raccoglimento dà luogo più tardi a una smania, a un bisogno di dissipazione; allora egli dice che non è “nato alla pazienza„, che la solitudine “non è fatta per quelli che si bruciano e si consumano da loro stessi„; e insomma, come tutti i romantici, egli è inquieto, incontentabile, non sa quel che vuole: “A me piace moltissimo la compagnia quando son solo, e la solitudine quando sono in compagnia....„ Dopo aver educato sentimenti idilliaci, si compiace, come i suoi maestri, degli spettacoli tragici, delle convulsioni della natura: la sua Saffo classicamente esprime un pensiero romantico: Noi l'insueto allor gaudio ravviva Quando per l'etra liquido si volve E per li campi trepidanti il flutto Polveroso de' Noti, e quando il carro, Grave carro di Giove a noi sul capo Tonando, il tenebroso aere divide. Noi per le balze e le profonde valli Natar giova tra' nembi, e noi la vasta Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto Fiume alla dubbia sponda Il suono e la vittrice ira dell'onda. Ma il suo stato abituale è il tedio, il fastidio, la noia; come quello dei romantici che, non contenti di annoiarsi all'italiana, alla francese o alla tedesca, hanno preso ad imprestito lo -spleen- inglese. Il tedio lo affoga, la noia non solamente lo “opprime e stanca„ ma lo “affanna e lacera„; e tanto gli è abituale, tanto è connaturata in lui, che gli pare naturale, lodevole e grata: “la noia non è se non di quelli in cui lo spirito è qualche cosa.„ Noi dovremo tornare più tardi su questi punti: notiamo per ora come altri sintomi del male romantico si riscontrino nel Leopardi. Sdegnando il mondo e i loro simili, che faranno gli annoiati? Niente nella vita gli attira; essi soli sono perfetti: passeranno pertanto il loro tempo osservando sè stessi; l'analisi psicologica viene in grande onore. L'abito filosofico di studiare nella propria la natura di tutti gli uomini è afforzato nel Recanatese da questa mania del suo tempo; egli pensa che nessuno scritto è più eloquente di quello dove altri parla di sè stesso. E mentre una forma d'arte, il romanzo, già cronaca degli avvenimenti, diventa ora lo specchio dell'anima; mentre Stendhal compone i suoi primi romanzi psicologici; Giacomo Leopardi, quello stesso classico Leopardi il quale voleva scrivere un romanzo storico “sul gusto della -Ciropedia-„, pensa di comporre la -Storia d'un'anima-: “romanzo che avrebbe poche avventure estrinseche, ma racconterebbe le vicende interne di un'anima nata nobile e tenera, dal tempo delle sue prime ricordanze fino alla morte„; pensa anche di comporre i -Colloquii- “dell'io antico e dell'io nuovo, cioè di quello che io fui, con quello ch'io sono; dell'uomo anteriore all'esperienza della vita e dell'uomo esperimentato.„ Se pure i romantici non fossero sdegnosi della realtà, se pure stimassero i loro simili e volessero frequentarli ed imitarli, vivendo come essi, ne sarebbero capaci? Le assidue analisi intime, l'intensità del pensiero, prima che nel Leopardi, in tutti gli altri romantici e nell'iniziatore della scuola attenuano l'energia volitiva e rendono incapaci di vivere: lo stesso Leopardi nota questa sua parentela col Ginevrino quando, enumerato nel -Filippo Ottonieri- i diversi generi di uomini, ragiona di quelli nella cui natura “è congiunta e mista alla forza una sorta di debolezza e di timidità: in modo che essa natura combatte seco medesima. Perocchè gli uomini di questa seconda specie.... non vengono a capo, nonostante qualunque cura e diligenza vi pongano, di addentrarsi all'uso pratico della vita, nè di rendersi nella conversazione tollerabili a sè non che altrui. Tali essere stati negli ultimi tempi, ed essere nell'età nostra, se bene l'uno più, l'altro meno, non pochi degl'ingegni maggiori e più delicati. E per un esempio insigne, recava Gian Giacomo Rousseau.„ L'incapacità di vivere come gli altri, l'assiduità delle meditazioni, la noia, l'inquietudine, la solitudine, producono la malattia del secolo: la malinconia, la disperazione, l'amor della morte. Se l'anima immaginosa e sensibile ha esaurito prima di vivere la sua forza vitale, se l'esperienza la scontenta, se il mondo la disgusta, se la solitudine la snerva, se gli altri la offendono, se la propria compagnia la stanca, dove resterà un rifugio? Nella morte, unicamente. A questa conclusione arrivano tutti i romantici. Werther si uccide, Ortis si uccide; i loro imitatori non sono soltanto legione nell'arte, ma anche nella vita. Una donna, la Staël, fa l'elogio del suicidio; un'altra donna, Elisa Mercoeur, tenta di asfissiarsi col profumo dei fiori. Vittorio Escousse a 19 anni e Augusto Lebras a 16, si asfissiano insieme perchè non si sentono al loro posto quaggiù, perchè manca loro la forza a ogni passo fatto avanti o indietro. Alfredo de Vigny riconosce che il suicidio è un delitto per la religione e per la morale, ma la disperazione può più che la ragione; e, se la vince, sarà da chiamar colpevole il suicida, il poeta, o non piuttosto il mondo?... Non occorre citare altri esempi. Miglior partito sarà dimostrare la forza di questo contagio. Giacomo Leopardi forse anche senza l'epidemia romantica avrebbe disperato; ma, senza le cause della sua disperazione che indagheremo fra poco ad una ad una, i germi del male diffusi nell'aria del suo tempo avrebbero attecchito e prodotto una grande rovina dentro di lui. Questi germi erano così virulenti che attaccarono e minacciarono per un momento la salute morale d'un uomo d'azione, dell'uomo destinato ad operare cose grandissime, dell'uomo che ebbe la massima energia e il massimo impero sopra sè stesso, sopra i suoi simili e sul mondo: Napoleone Bonaparte. “Je suis ennuyé de la nature humaine,„ scrive egli un giorno al fratello Giuseppe: “Les grandeurs m'ennuyent, le sentiment est desséché, la gloire est fade.„ Ed anch'egli si duole: “Un jour, au milieu des hommes, je rentre pour rêver en moi-même, et me livrer à toute la vivacité de ma mélancolie. De quel côté est elle tournée aujourd'hui?„ Ed anch'egli pensa alla morte: “Du côté de la mort. Dans l'aurore de mes jours, je puis encore espérer de vivre longtemps, et quelle fureur me porte à vouloir ma destruction?... Que faire dans ce monde?... Puisque je dois mourir, ne vaut-il pas autant se tuer? Si j'avais passé soixante ans, je respecterais les préjugés de mes contemporains et j'attendrais patiemment que la nature eût achevé son cours; mais puisque je commence à éprouver des malheurs, que rien n'est plaisir pour moi, pourquoi supporterais-je des jours on rien ne me prospère?...„ Se Bonaparte non sfuggì al contagio nei primi tempi dell'epidemia, con quanta violenza non deve essa comunicarsi più tardi, nell'infuriare del romanticismo, ad un'anima sensitiva e fantasiosa come quella del Recanatese?... Abbiamo visto che la potenza del sentimento poetico e dello spirito filosofico è in lui causa di un intimo disagio; questo disagio potrebbe essere, ma non è curato dall'educazione; tutt'altro. Una disciplina uniforme avrebbe potuto essergli salutare; ma egli nasce in un tempo travagliato, in mezzo a un campo di battaglia. Senza l'avvelenamento romantico, non è da credere che le sue facoltà poetiche, l'immaginazione e la sensibilità, sarebbero state represse a vantaggio delle altre; ma non sarebbero state esasperate come furono. E se pure il poeta avesse potuto sentire come i romantici, senz'altro, certo non sarebbe stato contento, come non furono contenti i suoi predecessori e compagni e seguaci; ma non avrebbe sofferto, come soffrì, per avere nello stesso tempo tanto assiduamente ripensato il pensiero antico. Mentre intorno a lui ciascuno scrittore lotta contro un altro, egli lotta con sè stesso: è classico e romantico a un tempo, è attratto dall'una all'opposta parte. Fra le due retoriche cerca un accomodamento: la letteratura s'indirizzi “verso il classico e l'antico„ col soccorso della filosofia, trattando soggetti “del tempo„, riconoscendo “la necessità di adattarsi al gusto corrente„; ma i sentimenti, gli atteggiamenti morali, grazie ai quali ogni altro scrittore si mette piuttosto con l'una che con l'altra fazione, non si conciliano dentro di lui o si conciliano per farlo soffrire; perchè, mentre il romanticismo lo disgusta del reale, il classicismo lo rende incapace di adattarsi al mondo moderno. Leggete il suo canto -Alla primavera-, che porta anche un secondo titolo: -Delle favole antiche-: vedrete che egli loda i tempi quando tutta la natura era animata, quando le candide ninfe e gli agresti Pani popolavano i fonti ed i campi, quando i fiori e l'erbe ed i boschi vivevano, quando Eco non era un “vano error di venti„ ma il dolente spirito di una ninfa infelice. Il sentimento che glie lo detta non potrebbe essere più classico; consideratelo più attentamente: troverete che non è tanto classico quanto pare; c'è dentro quella stessa scontentezza del presente e del vicino che spinge i romantici verso il passato e l'esotico. I romantici puri si rifugiano col pensiero nel medio-evo cavalleresco e cristiano; il Leopardi lo evoca una volta: O torri, o celle, O donne, o cavalieri, O giardini, o palagi!... ma gl'immensi studii fatti intorno all'antichità lo rivolgono di preferenza a quel mondo pagano dal quale dovrebbe rifuggire interamente per essere romantico del tutto; nel quale dovrebbe serenamente rifugiarsi per essere del tutto classico. Nato più presto o più tardi, il suo spirito avrebbe forse seguito una sola corrente e nella nettezza delle visioni e nella saldezza dei convincimenti avrebbe trovato forza e sostegno: l'età perplessa nel quale vive accresce il suo disagio. Se egli possedesse una nativa capacità d'equilibrio, a lui si potrebbe riferire ciò che il Giordani dice del Canova, e “pietosa„ sarebbe stata la provvidenza ponendolo “sul doppio confine della memoria e dell'immaginazione umana a congiungere due spazii infiniti, richiamando a noi i passati secoli, e de' nostri tempi facendo ritratto agli avvenire„; ma questa congiunzione, alla quale il Leopardi artista deve la sua grandezza, è anche un'altra causa del dolore dell'uomo. L'ESPERIENZA I. LA SALUTE. Quantunque, per la nativa sua tempra e per effetto dell'educazione, Giacomo Leopardi sia un'anima in pena, mal preparata a trovare e ad apprezzare la felicità, che è il bisogno di ogni uomo; nondimeno, se la fortuna gli sorridesse, se i beni gli si offrissero ed egli non li sapesse apprezzare, non avrebbe ragione di negarli. Ma che cosa gli prepara la vita? Il primo, il più necessario, il più urgente dei beni è la salute, la pienezza, l'interezza delle facoltà organiche; senza di che nessun altro piacere, nessun'altra gioia è possibile, e lo stesso sentimento dell'essere è leso e menomato. “Il corpo è l'uomo„ fa dire lo stesso Leopardi al suo Tristano: “perchè (lasciando tutto il resto) la magnanimità, il coraggio, le passioni, la potenza di fare, la potenza di godere, tutto ciò che fa nobile e viva la vita dipende dal vigore del corpo, e senza quello non ha luogo. Uno che sia debole di corpo, non è uomo, ma bambino; anzi peggio; perchè la sua sorte è di stare a vedere gli altri che vivono, ed esso al più chiacchierare, ma la vita non è per lui.„ Questo vigore corporale, la salute, il sommo bene, a pochi è negato: tanto esso è frequente e necessario, che il primo posto si dà ordinariamente ad altri, perchè “la vita è principalmente dei sani, i quali, come sempre accade, o disprezzano o non credono di poter perdere ciò che posseggono.„ Il Leopardi ne è privo. Noi lo abbiamo visto scontento perchè, mentre la fantasia vivacissima gli dipinge arcani mondi ed arcana felicità, la ragione lo contrasta; e perchè mentre sente troppo, è poco capace di volere; ma insomma, con tutta la straordinaria sua precocità, egli è ancora un fanciullo, un adolescente, che impiega il suo tempo nello studio, che ha una gran febbre di sapere, che non si stanca di leggere, di annotare, di commentare, di trasportare sulle esili braccia i pesanti volumi dai palchetti della biblioteca alla scrivania. Supponiamo che in gioventù, nella maturità, egli goda d'una buona salute: il mondo, nonostante che egli lo sdegni, tosto o tardi, debolmente o fortemente, pure lo allaccerà. Invece, a diciassette anni, egli esce dagli studii portentosi con la schiena curva, i muscoli emaciati, la vista rovinata: il fanciullo vivace, l'eroe Filzero che le dava a tutti e non ne toccava da nessuno, Giacomo “il prepotente„ è un povero gobbo minacciato di cecità, oggetto di riso e di compassione. Senza dubbio non la sola enormità dello sforzo lo ha così ridotto; egli porta dalla nascita, nelle vene, un principio maligno. Le morti precoci, le malattie nervose e la pazzia sono state frequenti tra i suoi antenati; il sangue della vecchia stirpe si è impoverito e corrotto nei molteplici matrimonii tra consanguinei: troppe volte i Leopardi s'imparentano con gli Antici, ai quali appartiene anche la madre di Giacomo. Ella lo concepisce giovanissima, in tempi di spavento, quando il marito di lei è perseguitato dai Francesi invasori. L'eredità morbosa e il formidabile sforzo mentale spiegano la rovina della sua salute: la rachitide e quella che oggi si chiama neurastenia. Nel primo fiore della gioventù egli si sente morire, crede che non gli restino più di due o tre anni da vivere. Non ne ha ancora venti, e già la sua vita consiste nell'alzarsi tardi, nel mettersi a passeggiare sino all'ora del desinare, nel riprendere poi la passeggiata sino alla sera: non può scrivere un rigo e appena riesce a leggere per un'ora. Così dura sette mesi. Si rimette alla peggio, e allora capisce qual è la sua condanna: “ho potuto accorgermi e persuadermi, non lusingandomi, o caro, nè ingannandomi, che il lusingarmi e l'ingannarmi pur troppo è impossibile, che in me veramente non è cagione necessaria di morir presto, e purchè m'abbia infinita cura, potrò vivere, bensì strascinando la vita coi denti, e servendomi di me stesso appena per la metà di quello che facciano gli altri uomini, e sempre in pericolo che ogni piccolo accidente e ogni minimo sproposito mi pregiudichi, o mi uccida.„ A ventun anno, nella primavera del 1819 comincia a soffrire d'una debolezza dei nervi oculari che gl'impedisce di poter leggere anche una sola riga; trascorre allora i suoi giorni sedendo con le braccia in croce, o passeggiando per le stanze, in modo che gli fa spavento. “Nell'età che le complessioni ordinariamente si rassodano, io vo scemando ogni giorno di vigore, e le facoltà corporali mi abbandonano ad una ad una.„ Ripiglia un po' di forza al rinfrescarsi della stagione, “ma l'imbecillità degli occhi, e però la miseria della mia vita, è sempre la stessa e maggiore.„ Il primo d'ottobre comincia una lettera al Giordani, ma un'oftalmia sopravvenuta alla debolezza non gli consente di finirla se non in sul finire del mese. L'amico lo sollecita a studiare; “gli studi,„ risponde il poveretto, “non so da otto mesi che cosa sieno, trovandomi i nervi degli occhi e della testa indeboliti in maniera, che non posso non solamente leggere nè prestare attenzione a checchessivoglia, ma fissar la mente in nessun pensiero di molto o poco rilievo.„ Egli si duole “di avere un cervello nel cranio„, perchè non può pensare minimi e fugacissimi pensieri “senza contrazione e dolore de' nervi„; il male degli occhi lo riduce “alla natura dei gufi, odiando e fuggendo il giorno.„ Ha una tregua di quasi un anno; ma nell'autunno del '20 “o che la fatica mi ha pregiudicato, se bene è stata moderatissima, o per qualunque altra ragione, sento che la mia povera testa ricade nella debolezza passata.„ Così va avanti, “come Dio vuole: quando peggio, quando meglio, sempre inetto a lunghe applicazioni.... Io studio la notte e il dì fino a tanto che la salute me lo comporta. Quando ella non mi sostiene, io passeggio per la camera qualche mese; e poi torno agli studi, e così vivo.„ In ogni inverno i suoi mali s'incrudiscono, il freddo è per lui “una malattia grave„, un “carnefice e nemico mortale„; nè la primavera gli è del tutto propizia, perchè gli produce ogni anno una penosa “inquietezza di nervi.„ Nel marzo del '25 è ridotto a tale, che non può “fissar la mente in una menoma applicazione, neppure per un istante, senza che lo stomaco vada sossopra immediatamente, come m'accade appunto adesso, per la sola applicazione di scrivere questa lettera.„ A Bologna, poco dopo, si sente un altro, quasi guarito della testa e degli occhi; ma il caldo patito in viaggio gli produce una grave e penosa infiammazione d'intestini che si prolunga sino all'anno seguente; e il primo freddo lo avvilisce, e il rigido inverno lo tormenta in modo straordinario, “perchè la mia ostinata riscaldazione d'intestini e di reni m'impedisce l'uso del fuoco, il camminare e lo stare in letto.„ Soffre pertanto pene indescrivibili, “quanto forse in tutto il rimanente della mia vita insieme.„ Con la primavera si sente tornare in vita “da una vera morte„; ma se appena appena in aprile il tempo si guasta, egli deve ritirarsi dal mondo e chiudersi in casa. Finalmente con l'estate migliora; ma ricade appena fa una gita a Ravenna. Si propone di fuggire da Bologna, tanto lo spaventa l'idea di passarvi un altro inverno; ma prima che ne fugga gli sopravviene un reuma di capo, di gola e di petto con febbre e sordità. Nel cuore dell'inverno del '27 guarisce, a casa sua, dopo quattordici mesi, del male degli intestini; ma ricominciano a patire gli occhi “miserabilmente.„ Tornato a Bologna, gli danno un fastidio sempre più grave; a Firenze la flussione e l'enfiagione delle palpebre peggiorano: non può vedere la città, non può sostenere la luce. Guarita la flussione, gli resta la consueta debolezza dei nervi ottici e della testa, complicata dal male dei denti; e quantunque l'inverno lo atterrisca, è ridotto a sperare che sopravvenga tosto, perchè il freddo, pregiudicandolo in tutto il resto, gli giova per gli occhi. Intanto non può “nè leggere, nè scrivere, nè pensare„; ricomincia a starsene giorni interi seduto, con le braccia in croce, in un ozio “più tristo assai della morte. Certo è che un morto passa la sua giornata meglio di me.„ L'8 di settembre scrive: “La mia debolezza degli occhi è la più grave ed ostinata che io abbia sofferto da otto anni in qua. Sto bene, eccetto incomodi leggieri di flussioni e di stomaco.„ Vedete: è ridotto a tale che, con la vista rovinata, con altri incomodi di flussioni e di stomaco, pure dice che sta bene! Spera la guarigione “provvisoria e non radicale„ della vista con l'inverno, ma il primo freddo lo disturba; poi, se migliorano gli occhi e i denti, torna a soffrire con lo stomaco, “perchè, per paura di farmi male, non mangiavo più quasi nulla.„ Lo hanno accusato di vagabondaggio, mentre il disgraziato è costretto a mutar di luogo per tentar di alleviare le sue pene. Va a Pisa nell'autunno del '27, e lì si sente assai meglio, quantunque gli occhi non guariscano interamente; e se il freddo gli fa bene, egli trema dalla mattina alla sera non potendo far uso del fuoco: “l'uso del camminetto mi è impossibile assolutamente e totalmente; giacchè anche lo scaldino, il quale adopero con moderazione infinita, m'incomoda assaissimo.„ Il 31 di gennaio così descrive il suo stato: “Questi miei nervi non mi lasciano più speranza; nè il mangiar poco, nè il mangiar molto, nè il vino, nè l'acqua, nè il passeggiare le mezze giornate, nè lo star sempre in riposo, insomma nessuna dieta e nessun metodo mi giova. Non posso fissar la mente in un pensiero serio per un solo minuto, senza sentirmi muovere una convulsione interna, e senza che lo stomaco mi si turbi, la bocca mi divenga amara e cose simili.„ La sua vita “è noia e pena: pochissimo posso studiare.... La mia salute è tale da farmi impossibile ogni godimento: ogni menomo piacere mi ammazzerebbe„; e l'infelice trova un'espressione terribilmente efficace per dipingere la sua miseria: “Se non voglio morire, bisogna ch'io non viva....„ Dovendo tornare a Firenze viaggia di notte: nondimeno sta male più giorni con gl'intestini e si persuade che non è più fatto per muoversi. “-Tutti- i miei organi, dicono i medici, son sani: ma -nessuno- può essere adoperato senza gran pena, a causa di un'estrema, inaudita -sensibilità- che da tre anni ostinatissimamente cresce -ogni- giorno: quasi ogni azione e quasi ogni sensazione mi dà dolore.„ Per stare tollerabilmente, deve aversi una gran cura, evitare di riscaldarsi e vivere senza far nulla. Con la nuova stagione ricominciano i mali di ventre: non può mangiare, si riduce talvolta a patire la fame perchè lo stomaco non tollera cibo senza dolori, “i quali sono tanto più gravi, quanto è maggiore la quantità del cibo, benchè questa non sia mai superiore, anzi appena uguale, al bisogno.„ Si rimette, ma gli ritorna la flussione degli occhi, ed è ancora costretto a tralasciare le occupazioni della mente. “La mia salute è passabile,„ scrive il 18 settembre del '28 al padre, “eccetto la solita estrema sensibilità ed irritabilità d'ogni sorta, la quale non posso vincere con l'esercizio (benchè questo per il momento mi sia sempre giovevolissimo), e m'obbliga ad avermi una cura eccessiva, minuta e penosa.„ Per comporre una letterina entra “in convulsione e in una specie di febbre.„ In autunno: “i dolori e le difficoltà smaniose del digerire mi travagliano molto.„ Di ritorno a Recanati, non può “nè leggere, nè scrivere, nè pensare, nè digerire il mio pranzo, che è pur piccino.„ Nell'estate del '29 “lo sfiancamento e la -risoluzione- dei nervi„ va sempre crescendo. In luglio scrive alla Maestri: “Non solo non posso far nulla, digerir nulla, ma non ho più requie nè giorno nè notte.„ E in agosto allo Stella: “La mia salute è in misero stato e la mia vita è un purgatorio.„ E in settembre al Bunsen: “Non solo i miei occhi, ma tutto il mio fisico sono in istato peggiore che non fossero mai. Non posso nè scrivere, nè leggere, nè dettare, nè pensare. Questa lettera finchè non l'avrò terminata sarà la mia sola occupazione, e con tutto ciò non potrò finirla se non fra tre o quattro giorni.„ A Firenze, nel '30, ha sputi sanguigni ad ogni più piccolo raffreddore, e passa mesi interi in letto; torna anche a smaniare per lo stomaco: “Se non vedrete mie lettere,„ scrive alla sorella, “non vi meravigliate mai: assolutamente non posso, non posso scrivere.„ Ogni riga gli costa “sudor di sangue.„ È ridotto “un tronco che sente e pena.„ E la crudele vicenda ricomincia col nuovo anno: in primavera si sente rinascere, “ma nè occhi nè testa non hanno ricuperato un solo menomissimo atomo delle loro facoltà, perdute certamente per sempre.„ S'illude ancora, crede d'esser guarito nell'autunno; ma già lo turba il solo pensiero dell'inverno, che dovrà passare in casa, “secondo il mio antico e poco ameno costume.„ A Roma, dove va col Ranieri, è inchiodato a letto dal mal di petto, che continua sino alla primavera del '32, con miglioramenti e ricadute successive. Nell'estate, a Firenze, il caldo gli fa soffrire “molta debolezza e malessere, poichè tutta la mia salute e il mio vigore dipende dalla moderazione della temperatura, la quale mancando, sto sempre male.„ E nell'autunno torna ad allettarsi per un altro reuma di petto: il terzo in dieci mesi. Arriva in fin di vita, si ristabilisce a primavera; ma gli occhi sono nuovamente, più seriamente minacciati dall'erpete, e quasi perduti. Nell'estate ritornano a riammalarsi: uno è semichiuso. Tale è la sua rovina, che, deliberato di tentare il clima di Napoli, non può dare direttamente notizia al padre della partenza; si deve servire della mano altrui, “perchè quelle poche ore della mattina, nelle quali con grandissimo stento potrei pure scrivere qualche riga, le passo necessariamente a medicarmi gli occhi.„ E a Napoli la via della croce ricomincia ancora una volta: dapprima gli occhi sembrano guariti, poi egli deve tornare alla cura del sublimato corrosivo; quando l'erpete migliora, resta ancora il male interno, insanabile. Nell'autunno del '35 paga il suo tributo alla stagione con una costipazione accompagnata da copiose emorragie del naso. Le condizioni generali si sollevano, nell'inverno dal '35 al '36 può tornare un poco a pensare, a leggere, a scrivere; passa oltre un anno mediocremente: ma è l'ultimo guizzo della lampada vicina ad estinguersi. Già le gambe cominciano a gonfiarsi, già il respiro diventa affannoso. Il primo freddo del '36 lo fa spasimare più che quello sofferto a Bologna dieci anni prima, e sul principio del dicembre il ginocchio e la gamba diritta gli si gonfiano e diventano d'un colore spaventevole. Si porta questo male sino alla metà di febbraio, quand'ecco un nuovo attacco di petto. L'occhio diritto è minacciato da amaurosi; gli sopravviene un attacco d'asma per il quale non può nè camminare, nè giacere, nè dormire. Il 14 di giugno, a trentanove anni, muore improvvisamente, durante il desinare. Tale fu la vita dell'infelice: mai forse tanta grandezza d'ingegno fu pagata con tanta miseria del corpo. Negli altri, nelle creature sensitive del suo tempo, i dolori si alternano con i piaceri, alle contrazioni incresciose seguono pure i fremiti di godimento; il suo supplizio è per questo inaudito: che non solo egli soffre fino allo spasimo, ma -non può godere-. Gli occhi che dovrebbero aprirsi agli spettacoli della natura, della bellezza, sono costretti a fuggire la luce; il sangue che dovrebbe scorrergli impetuoso nelle vene ed avvivargli le membra ed imporporargli le guance, gli spunta sulle pallide labbra: le ossa gli si rammolliscono, le carni gli si avvizziscono: la tisi, l'idropisia, la cardiopatia se lo contendono. E questi mali non gl'impediscono soltanto di soddisfare il naturale appetito del piacere, di cercare le grate impressioni; ma anche di appagare l'altro suo bisogno: il bisogno di studiare, di meditare, di comunicare con i grandi spiriti dei poeti e dei filosofi, di raccogliersi in sè stesso, di scrivere il suo pensiero, e anche di pensare soltanto. Qualcuno gli consiglia di disprezzare i piccoli incomodi; ma potrà mai essere piccolo incomodo per lui l'impossibilità di studiare? Egli non può lasciare gli studi, e questi non hanno fatto e non fanno altro che male, e male grave, alla sua salute. “Ma come passar la vita senza di loro?„ Vivere senza pensare non gli è possibile; ed egli non può pensare, ma deve vivere; allora si duole che, dovendo pur essere al mondo, non sia “pianta o sasso o qualunque altra cosa non ha compagna dell'esistenza il pensiero.„ Così, mentre egli è per la sua costituzione morale poco capace di volontà, la sua costituzione fisica gli vieta quasi ogni azione diretta a contentare le prepotenti sue facoltà naturali. La sensibilità, che naturalmente cerca le impressioni grate, deve fuggirle e non ne prova alcuna; la stessa riflessione, la stessa meditazione, che sul principio lo ha consolato sino ad un certo segno dei mancati piaceri, è anch'essa continuamente impedita. II. L'AMORE. Quando la salute, prima condizione della felicità, è assicurata, gli uomini considerano come massimo pregio della vita l'amore. Tanto valore è attribuito a questa passione per la difficoltà del suo appagamento. Ciascuna creatura bastando a sè stessa quando vuol soddisfare qualunque suo bisogno, ha bisogno d'un'altra creatura simile e diversa ad un tempo per soddisfare l'istinto della riproduzione. Questa dipendenza, la necessità dell'accordo, non riguardano soltanto l'amore come fatto organico, ma anche e più l'amore come sentimento. I due appetiti del maschio e della femmina, se bene non si destano a un punto e con forza e caratteri eguali, quasi sempre finalmente coincidono; molto più difficile è che le aspirazioni, i sentimenti e le idee d'un uomo e d'una donna concordino. La difficoltà dell'accordo, dal quale dipende l'appagamento del bisogno, si rivela e si misura nella scelta sessuale. Non ad un qualunque individuo dell'altro sesso ciascun individuo chiede l'amore, ma determinatamente ad un tale: se ogni donna può essere amata da ogni uomo, e reciprocamente, ciascuno di noi, uomo o donna, crede che il proprio piacere dipenda da alcune creature singolarissime. E la nostra scelta è naturalmente determinata dalle qualità esteriori e visibili delle creature da amare: noi scegliamo quelle che ci sembrano più belle e, per ciò stesso, migliori. Giacomo Leopardi, sensibile e immaginoso come lo conosciamo, capace d'apprezzare come abbiamo visto la bellezza muliebre, crederà, sulla fede di questa bellezza, a una maggiore, a un'infinita bellezza intima; l'amor suo sarà un fuoco divoratore. Infermo e deforme, egli non sarà riamato da nessuna donna. Mai i poeti dell'amore immaginarono situazione più sciagurata: un cuor nobile e uno spirito altissimo in un corpo egro e contraffatto. Se l'esperienza sentimentale è tanto spesso triste per quegli uomini grandi la cui grandezza non potè essere misurata dalle donne, ma che pure, poco o molto, bene o male, furono riamati; che cosa dovette essere per un uomo come il Leopardi a cui nessuna donna mai rispose, di cui più d'una donna rise? Il primo amore lo infiamma a diciotto anni: egli s'invaghisce della cugina Geltrude Cassi venuta per qualche giorno a Recanati e scesa in casa di lui. Che struggimento sia questa passione egli stesso ha descritto: Tornami a mente il dì che la battaglia D'amor sentii la prima volta, e dissi: Oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia! . . . . . . . . . . . . . . . Ahi come mal mi governasti, amore! Perchè seco dovea sì dolce affetto Recar tanto desìo, tanto dolore? E non sereno, e non intero e schietto, Anzi pien di travaglio e di lamento Al cor mi discendea tanto diletto? Dimmi, tenero core, or che spavento, Che angoscia era la tua fra quel pensiero Presso al qual t'era noia ogni contento? Delizia somma ed unica, la passione è anche spasimo ineffabile: questo contrasto noto ad ognuno si acuisce soprammodo in una natura sensibile come quella del Leopardi. Il suo cuore “inquieto e felice e miserando„, gli affatica il fianco dal tanto forte palpitare, e il sonno gli vien meno come per febbre; ma intanto la dolce immagine sorge viva in mezzo alle tenebre: Oh come soavissimi diffusi Moti per l'ossa mi serpeano! Oh come Mille nell'alma instabili, confusi Pensieri si volgean! Ma di questa donna che suscita in lui tanto desiderio egli può appena ammirare le sembianze e udire la voce: e già ella parte, e invano Io qui vagando al limitare intorno Invan la pioggia invoco e la tempesta Acciò che la ritenga al mio soggiorno. Pure il vento muggia nella foresta E muggìa tra le nubi il tuono errante Pria che l'aurora in ciel fosse ridesta. O care nubi, o cielo, o terra, o piante; Parte la donna mia: pietà, se trova Pietà nel mondo un infelice amante. O turbine, or ti sveglia, or fate prova Di sommergermi, o nembi, insino a tanto Che il sole ad altre terre il dì rinnova. S'apre il ciel, cade il soffio, in ogni canto Posan l'erbe e le frondi, e m'abbarbaglia Le luci il crudo sol pregne di pianto.... E se egli, al buio, protendendo l'orecchio avido per cogliere l'ultima voce di lei che parte, ne ode in cambio un'altra, una voce plebea, pure un gelo lo prende e il cuore gli si rompe nel petto. E quando ella se ne va, e s'ode il romorio dei cavalli e delle ruote: Orbo rimasi allor, mi rannicchiai Palpitando nel letto e, chiusi gli occhi, Strinsi il cor con la mano e sospirai. Poscia traendo i tremuli ginocchi Stupidamente per la muta stanza, Ch'altro sarà, dicea, che il cor mi tocchi? Amarissima allor la ricordanza Locommisi nel petto, e mi serrava Ad ogni voce il cor, a ogni speranza. E lunga doglia il sen mi ricercava, Com'è quando a distesa Olimpo piove Malinconicamente e i campi lava. Non è esagerazione poetica, retorica. Già non sarebbe da dubitarne perchè lo scrittore, -- e particolarmente uno scrittore come lui -- risente, componendo, le sue impressioni passate; e se trova immagini gagliarde per dipingere lo stato dell'anima sua, vuol dire che gagliardamente ha sentito o è capace di sentire; ma noi abbiamo altre testimonianze le quali dicono molto più che non dica egli stesso. La notte della partenza della Cassi, riferisce la contessa Teresa Leopardi, fu una notte “spaventevole. Egli era in preda a un delirio che lo faceva gridare e ruggire.„ Il fratello Carlo dovette vegliarlo. Calmatosi, egli non scrisse soltanto questi versi, compose anche una -Storia- del suo amore, in prosa; un giorno ne lesse alcuni frammenti al fratello: “gli si spezzava il cuore nel leggerli, e a Carlo mancava il coraggio d'insistere, e lo pregava che cessasse d'intrattenersi su quelle strazianti memorie.„ Quest'analisi intima accresce naturalmente la forza delle impressioni che già si sono scritte profondamente nelle sensibilissime fibre. Null'altro compiacimento egli trova fuorchè in questa indagine: Solo il mio cor piaceami, e col mio core In un perenne ragionar sepolto, Alla guardia seder del mio dolore. Perchè, non solamente nulla ottenne egli da quella donna, ma nulla le chiese, nulla le disse; e quantunque assicuri che Vive quel foco ancor, vive l'affetto, Spira nel pensier mio la bella imago Da cui, se non celeste, altro diletto Giammai non ebbi, e sol di lei m'appago; pure, col tempo, la memoria della sua passione a poco a poco, naturalmente, si disperde. Un'altra tosto ne nasce. Una fanciulla di umile condizione, Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, lo innamora. Che cosa dovrà essere questo sentimento noi possiamo prevedere da quel che egli dice intorno alla seduzione esercitata dalle giovanette, dalle vergini. Se una donna, come era la Cassi, “è più atta a inspirare e maggiormente mantenere una passione,„ egli giudica che una fanciulla dai sedici anni ai diciotto anni “ha nel suo viso, nei suoi moti, nelle sue voci un non so che di divino che niente può agguagliare. Qualunque sia il suo carattere, il suo gusto, allegra o malinconica, capricciosa o grave, vivace o modesta, quel fiore purissimo, intatto, freschissimo di gioventù, quella speranza vergine, incolume, che si legge sul viso e negli atti, e che voi nel guardarla concepite in lei e per lei, quell'aria d'innocenza e d'ignoranza completa del male, delle sventure, dei patimenti; quel fiore insomma, anche senza innamorarvi, anche senza interessarvi, fanno in voi un'impressione così viva, così profonda, così ineffabile, che voi non vi saziate di guardare quel viso; ed io non conosco cosa che più di questa sia capace di elevarci l'anima, di trasportarci in un altro mondo, di darci un'idea d'angeli di paradiso, di divinità, di felicità. Tutto questo, io ripeto, senza innamorarci, senza muoverci desiderio di posseder quell'oggetto. La stessa divinità che noi vi scorgiamo, ce ne rende in certo modo alieni, ce la fa riguardare come di una sfera divina e superiore alla nostra, a cui non possiamo aspirare....„ La gentile Teresa, se da principio gl'ispira questo senso di umile e trepida ammirazione, presto lo infiamma d'amore prepotente. Quando, di maggio, ella siede intenta alle opere femminili e fa risonare tutt'intorno il suo perpetuo canto; ed egli, lasciate le sue carte, ascolta quei suoni, il volto gli si discolora; e se volge lo sguardo alle vie dorate, agli orti, al mare, al monte, la sua felicità è infinita: Lingua mortal non dice Quel ch'io sentivo in seno. Che pensieri soavi. Che speranze, che cori, o Silvia mia! Quale allor ci apparia La vita umana e il fato! Ma egli non le ha detto una sola parola dell'amor suo; nè sa che cosa veramente ella provi per lui. Non può parlare, non sa risolversi: è timido, indeciso, senza volontà: noi sappiamo che tutta la sua forza vitale è impiegata all'interno, a sentire, a pensare: non glie ne avanza per operare. E mentre la passione lo strugge e la debolezza lo avvilisce, la povera ragazza se ne muore, di tisi, a ventun anno, quando egli ne ha appena venti. Egli vede venire la morte della diletta, e si studia invano di non credere a chi gli dà notizie disperate dell'inferma, e presente lo strazio della dipartita; e, morta, la rivede in sogno: Morta non mi parea, ma trista, e quale Degl'infelici è la sembianza. Al capo Appressommi la destra, e sospirando, Vivi, mi disse, e ricordanza alcuna Serbi di noi? Egli non può credere che sia morta; e quando ne è certo, non sa come ancora sia vivo egli stesso; e all'ombra -- solo alla vana ombra -- che lo visita nel sogno, osa chiedere: Or se di pianto il ciglio, ........ e di pallor velato il viso Per la tua dipartita, e se d'angoscia Porto gravido il cor; dimmi: d'amore Favilla alcuna, o di pietà, giammai Verso il misero amante il cor t'assalse Mentre vivesti? Io disperando allora E sperando traea le notti e i giorni; Oggi nel vano dubitar si stanca La mente mia. Che se una volta sola Dolor ti strinse di mia negra vita Non mel celar, ti prego, e mi soccorra La rimembranza or che il futuro è tolto Al nostri giorni.... E quando ella gli dice che sì, allora: Per le sventure nostre, e per l'amore Che mi strugge, esclamai; per lo diletto Nome di giovinezza e la perduta Speme de' nostri dì, concedi, o cara, Che la tua destra io tocchi. Torna a scordarsi che è morta nel ricoprirne di baci ardenti la mano; ma il fantasma sparisce: Allor d'angoscia Gridar volendo, e spasimando, e pregne Di sconsolato pianto le pupille, Dal sonno mi disciolsi. Ella negli occhi Pur mi restava, e nell'incerto raggio Del sol vederla io mi credeva ancora. La dolorosa memoria non lo lascia più. Ahi Nerina! In cor mi regna L'antico amor. Se a feste anco talvolta, Se a radunanze io movo, in fra me stesso Dico: Nerina, a radunanze, a feste Tu non ti acconci più, tu più non movi. Se torna maggio, e ramoscelli e suoni Van gli amanti recando alle fanciulle, Dico: Nerina mia, per te non torna Primavera giammai, non torna amore. Ogni giorno sereno, ogni fiorita Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento, Dico: Nerina or più non gode; i campi, L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno Sospiro mio: passasti: e fia compagna D'ogni mio vago immaginar, di tutti I miei teneri sensi, i tristi e cari Moti del cor, la rimembranza acerba. Dubitano che questa Nerina sia la stessa Silvia, la stessa Teresa Fattorini; dicono che possa essere un'altra umile giovanetta, la tessitrice Maria Belardinelli, della quale il poeta si era più tardi invaghito. Sia pure. Ma quest'altro amore è stato forse più fortunato dell'altro? Quest'altro amore somiglia quanto più non sarebbe possibile al primo. Come non ha rivelato l'animo suo alla Fattorini, il Leopardi non l'ha rivelato alla Belardinelli; come la Fattorini è morta giovane, giovane è morta la Belardinelli: la prima a ventun anno, la seconda a ventisette. Entrambe le passioni furono tacite, inappagate, infelici. E l'esperienza della sua incapacità a farsi amare prostra il giovane, lo attrista, lo riduce a una sconsolata e cupa rassegnazione. Se incontra una bella fanciulla, se ne ode soltanto da lontano qualcuna cantare, A palpitar si move Questo mio cor di sasso; ahi, ma ritorna Tosto al ferreo sopor; ch'è fatto estraneo Ogni moto soave al petto mio. Nessuna simpatia dell'infelice è stata corrisposta, nessuna ne ha saputa o potuta esprimere; nessun'altra ne esprimerà, di nessun'altra otterrà il ricambio. Egli stesso ha riconosciuto che così dev'essere, che così è giusto che sia. Egli sa d'avere “l'aspetto miserabile e dispregevolissima tutta quella gran parte dell'uomo, che è la sola a cui guardino i più: e coi più bisogna conversare in questo mondo; e non solamente i più, ma chicchessia è costretto a desiderare che la virtù non sia senza qualche ornamento esteriore, e trovandonela nuda affatto, s'attrista, e per forza di natura, che nessuna sapienza può vincere, quasi non ha coraggio d'amare quel virtuoso in cui niente è bello fuorchè l'anima.„ Così la sua Saffo, dispregiata amante, riconosce che alle sembianze il Padre Alle amene sembianze eterno regno Diè nelle genti; e per virili imprese, Per dotta lira o canto, Virtù non luce in disadorno ammanto. Che vale nondimeno questa persuasione filosofica contro le leggi della vita, contro le voci dell'istinto? La ragione ha un bel dimostrargli sino all'evidenza che egli non può essere amato: che importa, se dell'amore ha bisogno? E allora, non che rassegnarsi, egli fa un ragionamento tutto inverso. L'amore degli uomini non si distingue per la parte che vi ha l'anima? I godimenti bassi e volgari valgono forse il piacere “que donne un seul instant de ravissement et d'émotion profonde?„ L'anima sua non è capace di risentire e di procurare altrui queste commozioni ineffabili? Le donne non dicono che è inutile parlare ai loro sensi; che solo il sentimento le infiamma? Non vi sarà una donna che, ansiosa di essere amata con l'anima, da un'anima grande, comprenderà la sua grandezza e compatirà la sua sciagura e gli stenderà la mano? Se egli ancora non l'ha trovata, non può, non deve sperare di trovarla? Nulla vale l'esperienza contraria per uno avvezzo come lui a dar tanto credito alle illusioni. Egli deve necessariamente illudersi che se nessuna donna lo ha ancora compreso, qualcuna lo comprenderà. E il tempo passa, e non una si accorge di lui. Allora egli si rivolta contro tutte: tanto più violentemente, quanto più è persuaso che l'amor suo è senza pari, per quel sentimento orgoglioso del quale altrove notammo l'origine. Allora egli scrive: “L'ambizione, l'interesse, la perfidia, l'insensibilità delle donne che io definisco un -animale senza cuore-, sono cose che mi spaventano.... La scelleraggine delle donne mi spaventa, non già per me, ma perchè vedo la miseria del mondo.„ Egli vede che, se uomini e donne sono destinati ad amarsi, sono anche fatti diversamente; e che, naturalmente più fredde, le donne possono speculare sull'ardenza del desiderio che ispirano: quindi la prostituzione. Egli non può accostare le sciagurate che si vendono perchè gli fanno troppo ribrezzo e troppa paura, perchè vuole amare nobilmente, con tutte le più alte potestà dell'esser suo; ma crede che, se altra fosse la sua condizione nel mondo, non sarebbe deriso: “S'io divenissi ricco e potente, ch'è impossibile, perchè ho troppo pochi vizi, le donne senza fallo cercherebbero d'allacciami. Ma in questa mia condizione, disprezzato e schernito da tutti, non ho nessun merito per attirarmi le loro lusinghe.„ E il maggiore, l'unico suo merito, la capacità sentimentale, si perde a poco a poco: egli sente di non poter essere amato anche “perchè ho l'animo così agghiacciato e appassito dalla continua infelicità, ed anche dalla misera cognizione del vero, che prima di avere amato ho perduto la facoltà di amare; e un angelo di bellezza e di grazia non basterebbe ad accendermi.„ Ma come s'inganna! A ventidue anni può egli esser sicuro di non ricadere nell'eterna illusione? Non confessa che la sua esperienza è tutta immaginaria, che non ha amato realmente, come tutti gli altri uomini i quali manifestano i loro sentimenti e cercano di ottenerne il ricambio; ma soltanto tra sè, tacitamente, nella solitudine? Allora chi lo difenderà contro nuove lusinghe? Bisognerebbe che il suo cuore mutasse di tempra perchè perdesse la capacità d'infiammarsi così. Se l'amor suo è un chiuso fuoco che la sola vista d'una donna accende, nè la mancata corrispondenza, nè l'impossibilità d'esser compreso, nè lo sdegno contro le creature giudicate insensibili gl'impediranno di accendersi ancora. Noi lo abbiamo udito gridare da Roma al fratello: “Amami, per Dio. Ho bisogno d'amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita....„ Subito dopo soggiunge: “Le donne romane alte e basse fanno propriamente stomaco; gli uomini fanno rabbia e compassione.„ Nella gran città, se “non per modestia, ma per pienissima e abituale indifferenza e noncuranza„, le donne non alzano gli occhi sui giovani molto belli ed eleganti in compagnia dei quali egli gira spesso per le vie; come sarà guardato e notato un povero contraffatto suo pari? Quindi il suo sdegno cresce, lo fa uscire in nuovi insulti: “Trattando, è così difficile il fermare una donna in Roma come in Recanati, anzi molto più, a cagione dell'eccessiva frivolezza e dissipatezza di queste bestie femminine, che oltre di ciò non ispirano un interesse al mondo, sono piene d'ipocrisia, non amano altro che il girare e il divertirsi non si sa come....„ Ma quanto gli debba costare questo giudizio, quanto debba cuocergli la rinunzia alle gioie dell'amore nella quale vuol dare a intendere che quasi si compiace, appare da altre sue impressioni. Il povero rachitico intende squisitamente la seduzione delle forme muliebri, dà ragione dell'incanto che esercita lo spettacolo del ballo: “Una donna nè col canto nè con altro qualunque mezzo può tanto innamorare un uomo quanto col ballo; il quale pare che comunichi alle sue forme un non so che di divino, ed al suo corpo una forza, una facoltà più che umana.„ Se egli ha dichiarato di sprezzare tutto il genere femminino, se annunzia che non tratta a Roma con donne, confessa pure che “senza queste nessuna occupazione o circostanza della nostra vita ha diritto di affezionarci o di compiacerci. Io me n'assicuro per esperienza, e posso giurarti che la conversazione spiritosa o senza spirito mi è venuta in odio mortale. Tutto è secco fuori del nostro cuore; e questo non si esercita mai....„ E quando il fratello Carlo gli annunzia che è innamorato, egli se ne felicita: “Veramente non so qual migliore occupazione si possa trovare al mondo che quella di fare all'amore, sia di primavera o d'autunno; e certo che il parlare a una bella ragazza vale dieci volte più che girare, come io fo, attorno all'Apollo del Belvedere o alla Venere Capitolina.„ Se, dunque, poco tempo dopo, di ritorno a Recanati, egli scrive al Melchiorri che è “ben sicuro di morire e di soffrire per tutt'altro che per una donna„, noi non lo potremo credere. Rallegratosi col fratello per la sua nuova fiamma, otto mesi dopo egli ammonisce il cugino: “Io sono troppo persuaso, non dico della vostra filosofia, perchè la filosofia in questi casi non serve, ma della vostra accortezza e cognizione del mondo, per credervi capace d'innamorarvi in modo che la passione vi possa inquietare. Caro Peppino, non siamo più a quei tempi. Nella primissima gioventù, questo ci può accadere; ma dopo fatta esperienza delle cose, è impossibile, o è troppo fuor di ragione. Un tempo addietro io era capacissimo di una passione furiosa: ne ho provate anch'io e per confessarvi la mia sciocchezza, vi dico che sono stato più volte vicinissimo ad ammazzarmi per ismania d'amore, ancorchè in verità non avessi altra cagione di disperarmi, che la mia immaginazione. Ma dopo l'esperienza, sono ben sicuro di morire e di soffrire per tutt'altro che per una donna. Farei torto al vostro buon giudizio se vi ricordassi che le donne non vagliono la pena di amarle e di patire per loro. Non posso credere che mi rispondiate che la vostra è diversa dall'altre. Questa è la risposta di tutti gl'innamorati, e non sarebbe degna di voi. Voi ed io dobbiamo tenere per assioma matematico che non v'è nè vi può esser donna degna di essere amata da vero.„ La contraddizione è tutta apparente: se egli parla ora da credente ora da scettico, ciò avviene perchè, con un bisogno prepotente d'amore, si sente condannato a non ottenerne mai. Non lo amano, ed egli accusa tutto il sesso muliebre; ma se è ingiusto con le donne, è anche ingiusto con sè stesso, dichiarandosi impotente ad amare quando invece è condannato a struggersi invano. “Sono molto contento,„ riscrive all'amico, “di vedervi questa volta un poco più quieto sopra la vostra passione. Di questa io non sarei capace, perchè il cuore, di cui voi mi parlate, è andato a spasso dopo tante esperienze d'uomini e di donne: ma non biasimo però chi è capace ancora di provarla e di amare da vero, anzi lo invidio e lo felicito, perchè l'amore, quantunque sia una pura illusione, ed abbia molti dolori, ha però un maggior numero di piaceri; e se fa molti danni, questi servono per pagare moltissimi diletti che ci procura. Sotto questo aspetto io approvo l'amore se bene non lo provo; ma quando poi esso ci dovesse fare infelici, non concederò mai che la ragione in un par vostro, e in qualunque uomo, sia filosofo, sia mondano, non debba potere, se non altro, indebolirlo.... A' tempi nostri, in questi costumi, con questo carattere di donne, coi disinganni che ci hanno procurati tante cognizioni d'ogni genere intorno al cuore umano, non è possibile che un uomo di senno sia per lungo tempo la vittima di una passione ispirata da oggetti pieni di vanità e d'ogni sorta di tristizie.„ Ma tanto egli arde, tale è la sua sete d'amore, che non trovando una donna di carne e d'ossa alla quale poter degnamente consacrare il suo culto, se ne foggia una con la fantasia. Viva mirarti omai Nulla speme m'avanza.... .... Già sul novello Aprir di mia giornata incerta e bruna, Te viatrice in questo arido suolo Io mi pensai. Ma non è cosa in terra Che ti somigli; e s'anco pari alcuna Ti fosse al volto, agli atti, alla favella, Saria, così conforme, assai men bella. Egli dimentica che, essendo tanto poco amabile, non dovrebbe essere tanto esigente; la sua immaginazione è così fervida che vince la coscienza della sua miseria fisica: infermo, contraffatto, sogna una perfezione fuori dell'umano: egli è ancora quel romantico che, innamorato di una donna viva, la evita per contemplarla idealmente, temendo che la realtà ne distrugga l'incanto. Ma romanticismo, idealismo, delirii della fantasia: tutto cede all'istinto vitale. L'amore è un bisogno; egli deve amare, ed ama: e l'amor suo non è ricambiato; non dalla Basvecchi, non dalla Brighenti, non dalla Malvezzi. Udite che cosa desta costei in questo dispregiatore di tutto il genere femminile: “Sono entrato con una donna (Fiorentina di nascita) maritata in una delle principali famiglie di qui, in una relazione, che forma ora gran parte della mia vita. Non è giovane, ma è di una grazia e di uno spirito che (credilo a me, che finora l'avevo creduto impossibile) supplisce alla gioventù e crea un'illusione maravigliosa. Nei primi giorni che la conobbi, vissi in una specie di delirio e di febbre. Non abbiamo mai parlato di amore se non per ischerzo, ma viviamo insieme in un'amicizia tenera e sensibile, con un interesse scambievole, e un abbandono, che è come un amore senza inquietudine. Ha per me una stima altissima: se le leggo qualche mia cosa, spesso piange di cuore senz'affettazione; le lodi degli altri non hanno per me nessuna sostanza: le sue mi si convertono tutte in sangue, e mi restano nell'anima. Ama e intende molto le lettere e la filosofia; non ci manca mai materia di discorso, e quasi ogni sera io sono con lei dall'avemaria alla mezzanotte passata, e mi pare un momento. Ci confidiamo tutti i nostri secreti, ci riprendiamo, ci avvisiamo dei nostri difetti. In somma questa conoscenza forma e formerà un'epoca ben marcata della mia vita, perchè mi ha disingannato del disinganno, mi ha convinto che ci sono veramente al mondo dei piaceri che io credeva impossibili, e che io sono ancor capace d'illusioni stabili, malgrado la cognizione e l'assuefazione contraria così radicata, ed ha risuscitato il mio cuore dopo un sonno anzi una morte completa.„ Teresa Carniani Malvezzi non è giovanetta, ignara della vita e dell'arte; è donna fatta, scrittrice, poetessa: dovrebbe sapere chi è l'uomo da cui è amata; se non gradisce l'amor suo perchè non glie lo fa intendere subito? Prima lo alletta; poi un bel giorno gli dichiara che le sue visite la seccano. “L'ultima volta che ebbi il piacere di vedervi,„ egli le scrive, “voi mi diceste così chiaramente che la mia conversazione da solo a sola vi annoiava, che non mi lasciaste luogo a nessun pretesto per ardire di continuarvi la frequenza delle mie visite. Non crediate ch'io mi chiami offeso; se volessi dolermi di qualche cosa, mi dorrei che i vostri atti, e le vostre parole, benchè chiare abbastanza, non fossero anche più chiare ed aperte....„ Questo egli chiede almeno: che non lo lusinghino, che gli dicano tosto di non volere, di non potere mai rispondere all'amor suo. E neppur questo può ottenere, mai. Nella stessa Bologna dove ha conosciuto la Malvezzi, nello stesso anno, incontra eguale fortuna con la Padovani, cantante giovane, bella e graziosa. Egli non va più da lei quando s'accorge che l'amor suo è sdegnato, e resiste alle dimostrazioni d'interesse con le quali quest'altra mal consigliata tenta di riparare alle repulse; poichè gli amici di lui temono che non sia guarito del tutto, egli dimostra -- o tenta dimostrare -- che non hanno ragione: “Non so perchè vogliate dubitare della mia costanza in tenermi lontano da quella donna. Quasi mi vergogno a dirti che essa, vedendo che io non andavo più da lei, mandò a domandarmi delle mie nuove, ed io non ci andai; che dopo alcuni giorni mandò ad invitarmi a pranzo, ed io non ci andai; che sono partito per Firenze senza vederla; che non l'ho mai veduta dopo la tua partenza da Bologna. Dico che mi vergogno a raccontarti questo, perchè par ch'io ti voglia provare una cosa di cui mi fai torto a dubitare. Certo che la gioventù, la bellezza, le grazie di quella strega sono tanto grandi, che ci vuol molta forza a resistere....„ Egli trova questa forza; e glie ne va data tanto maggior lode, quanto più degne di biasimo sono coteste allettatrici, che vorrebbero tenerselo accosto non solo senza accordargli nulla, ma ridendo anche di lui. E voi, pupille tremule, Voi raggio sovrumano, So che splendete invano, Che in voi non brilla amor. Nessun ignoto ed intimo Affetto in voi non brilla: Non chiude una favilla Quel bianco petto in sè. Anzi d'altrui le tenere Cure suol porre in giuoco, E d'un celeste foco Disprezzo è la mercè. Allora egli si rivolge al passato, rievoca la figura della povera fanciulla morta sul fiore degli anni, della gentile che, se non l'amò, almeno non rise di lui: e questo è tutto il suo conforto: un mortuario ricordo: « , 1 , ' 2 : « 3 . ' 4 : « ' 5 , ' 6 : , 7 , , 8 . , 9 , , : « 10 ; ' , 11 , 12 , . 13 14 15 ' . 16 ' , , 17 ; . 18 ; , 19 ; . 20 « , « 21 , , 22 . - - 23 « ; : « 24 ' . « 25 26 ; , , 27 , 28 . , 29 ; « 30 , « 31 ; , , 32 , , : « 33 , 34 . . . . , , 35 , , 36 : : 37 38 ' 39 ' 40 41 ' , , 42 43 , . 44 45 ' , 46 ' , ' 47 48 ' . 49 50 , , ; 51 , ' , 52 , - - . 53 , « 54 « ; , 55 , , : « 56 . 57 58 : 59 . 60 , ? 61 ; : 62 ; ' 63 . ' 64 65 ; 66 . 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