“quei pochissimi che sortirono le facoltà del cuore, i quali possono
avere dalla loro parte alcuni di questo numero„, e crede che nell'amore
nessuno lo eguagli: “non nasce un altrettale amor„ dice di sè stesso
il suo Consalvo. Egli crede ancora che nell'amicizia nessuno senta
come lui: “Chiamo voi medesimo in testimonio che un'altra persona che
vi amasse ardentemente e immutabilmente come fo io, non l'avete ancora
trovata nè sperate di trovarla: ed io come bramerei che ci fosse, non
altrimenti, considerando me stesso, mi persuado affatto che non si
trova.„ E il suo dolore e quello del fratello Carlo, che è un altro sè
stesso, per la morte del fratello Luigi, non ha il simile: “Scrivimi
come vuoi; scrivimi due sole parole come fo anch'io, perchè le cose che
noi sentiamo non si possono esprimere, ed è ben naturale che le nostre
lettere sieno come le grandi passioni, cioè mute.„
Per questo sentimento orgoglioso combinato con lo sdegno della realtà
nascono nei romantici la misantropia e l'amore della solitudine.
L'anima è sola, il mondo è un deserto, la civiltà un tradimento fatto
alla natura; il ritorno allo stato patriarcale il solo saggio partito.
Il Leopardi scioglie un inno ai Patriarchi; detesta i raffinamenti, i
pervertimenti della società; ama di caldo amore la semplice natura.
“Senza fallo„ scrive al Giordani, “io spero che vi sentiate meglio
anche voi, contemplando questa natura innocente, fra la malvagità
degli uomini.„ Il -Renato- dello Chateaubriand ha chiamato la folla
“vasto deserto di uomini„; il Leopardi dice: “veramente per me non
c'è maggior solitudine della gran compagnia.„ Il suo carattere “è di
chiudere nel profondo di me stesso tutti gli affanni e le affezioni
vere„; naturalmente è inclinato alla vita solitaria, e la canta,
e canta il passero solitario, il costume del quale tanto somiglia
al suo. Questo raccoglimento dà luogo più tardi a una smania, a
un bisogno di dissipazione; allora egli dice che non è “nato alla
pazienza„, che la solitudine “non è fatta per quelli che si bruciano
e si consumano da loro stessi„; e insomma, come tutti i romantici,
egli è inquieto, incontentabile, non sa quel che vuole: “A me piace
moltissimo la compagnia quando son solo, e la solitudine quando sono
in compagnia....„ Dopo aver educato sentimenti idilliaci, si compiace,
come i suoi maestri, degli spettacoli tragici, delle convulsioni della
natura: la sua Saffo classicamente esprime un pensiero romantico:
Noi l'insueto allor gaudio ravviva
Quando per l'etra liquido si volve
E per li campi trepidanti il flutto
Polveroso de' Noti, e quando il carro,
Grave carro di Giove a noi sul capo
Tonando, il tenebroso aere divide.
Noi per le balze e le profonde valli
Natar giova tra' nembi, e noi la vasta
Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto
Fiume alla dubbia sponda
Il suono e la vittrice ira dell'onda.
Ma il suo stato abituale è il tedio, il fastidio, la noia; come
quello dei romantici che, non contenti di annoiarsi all'italiana, alla
francese o alla tedesca, hanno preso ad imprestito lo -spleen- inglese.
Il tedio lo affoga, la noia non solamente lo “opprime e stanca„ ma
lo “affanna e lacera„; e tanto gli è abituale, tanto è connaturata in
lui, che gli pare naturale, lodevole e grata: “la noia non è se non di
quelli in cui lo spirito è qualche cosa.„
Noi dovremo tornare più tardi su questi punti: notiamo per ora
come altri sintomi del male romantico si riscontrino nel Leopardi.
Sdegnando il mondo e i loro simili, che faranno gli annoiati? Niente
nella vita gli attira; essi soli sono perfetti: passeranno pertanto
il loro tempo osservando sè stessi; l'analisi psicologica viene in
grande onore. L'abito filosofico di studiare nella propria la natura
di tutti gli uomini è afforzato nel Recanatese da questa mania del suo
tempo; egli pensa che nessuno scritto è più eloquente di quello dove
altri parla di sè stesso. E mentre una forma d'arte, il romanzo, già
cronaca degli avvenimenti, diventa ora lo specchio dell'anima; mentre
Stendhal compone i suoi primi romanzi psicologici; Giacomo Leopardi,
quello stesso classico Leopardi il quale voleva scrivere un romanzo
storico “sul gusto della -Ciropedia-„, pensa di comporre la -Storia
d'un'anima-: “romanzo che avrebbe poche avventure estrinseche, ma
racconterebbe le vicende interne di un'anima nata nobile e tenera,
dal tempo delle sue prime ricordanze fino alla morte„; pensa anche di
comporre i -Colloquii- “dell'io antico e dell'io nuovo, cioè di quello
che io fui, con quello ch'io sono; dell'uomo anteriore all'esperienza
della vita e dell'uomo esperimentato.„
Se pure i romantici non fossero sdegnosi della realtà, se pure
stimassero i loro simili e volessero frequentarli ed imitarli, vivendo
come essi, ne sarebbero capaci? Le assidue analisi intime, l'intensità
del pensiero, prima che nel Leopardi, in tutti gli altri romantici e
nell'iniziatore della scuola attenuano l'energia volitiva e rendono
incapaci di vivere: lo stesso Leopardi nota questa sua parentela col
Ginevrino quando, enumerato nel -Filippo Ottonieri- i diversi generi
di uomini, ragiona di quelli nella cui natura “è congiunta e mista
alla forza una sorta di debolezza e di timidità: in modo che essa
natura combatte seco medesima. Perocchè gli uomini di questa seconda
specie.... non vengono a capo, nonostante qualunque cura e diligenza
vi pongano, di addentrarsi all'uso pratico della vita, nè di rendersi
nella conversazione tollerabili a sè non che altrui. Tali essere stati
negli ultimi tempi, ed essere nell'età nostra, se bene l'uno più,
l'altro meno, non pochi degl'ingegni maggiori e più delicati. E per un
esempio insigne, recava Gian Giacomo Rousseau.„
L'incapacità di vivere come gli altri, l'assiduità delle meditazioni,
la noia, l'inquietudine, la solitudine, producono la malattia del
secolo: la malinconia, la disperazione, l'amor della morte. Se
l'anima immaginosa e sensibile ha esaurito prima di vivere la sua
forza vitale, se l'esperienza la scontenta, se il mondo la disgusta,
se la solitudine la snerva, se gli altri la offendono, se la propria
compagnia la stanca, dove resterà un rifugio? Nella morte, unicamente.
A questa conclusione arrivano tutti i romantici. Werther si uccide,
Ortis si uccide; i loro imitatori non sono soltanto legione nell'arte,
ma anche nella vita. Una donna, la Staël, fa l'elogio del suicidio;
un'altra donna, Elisa Mercoeur, tenta di asfissiarsi col profumo
dei fiori. Vittorio Escousse a 19 anni e Augusto Lebras a 16, si
asfissiano insieme perchè non si sentono al loro posto quaggiù, perchè
manca loro la forza a ogni passo fatto avanti o indietro. Alfredo
de Vigny riconosce che il suicidio è un delitto per la religione e
per la morale, ma la disperazione può più che la ragione; e, se la
vince, sarà da chiamar colpevole il suicida, il poeta, o non piuttosto
il mondo?... Non occorre citare altri esempi. Miglior partito sarà
dimostrare la forza di questo contagio. Giacomo Leopardi forse anche
senza l'epidemia romantica avrebbe disperato; ma, senza le cause della
sua disperazione che indagheremo fra poco ad una ad una, i germi del
male diffusi nell'aria del suo tempo avrebbero attecchito e prodotto
una grande rovina dentro di lui. Questi germi erano così virulenti che
attaccarono e minacciarono per un momento la salute morale d'un uomo
d'azione, dell'uomo destinato ad operare cose grandissime, dell'uomo
che ebbe la massima energia e il massimo impero sopra sè stesso,
sopra i suoi simili e sul mondo: Napoleone Bonaparte. “Je suis ennuyé
de la nature humaine,„ scrive egli un giorno al fratello Giuseppe:
“Les grandeurs m'ennuyent, le sentiment est desséché, la gloire est
fade.„ Ed anch'egli si duole: “Un jour, au milieu des hommes, je
rentre pour rêver en moi-même, et me livrer à toute la vivacité de ma
mélancolie. De quel côté est elle tournée aujourd'hui?„ Ed anch'egli
pensa alla morte: “Du côté de la mort. Dans l'aurore de mes jours,
je puis encore espérer de vivre longtemps, et quelle fureur me porte
à vouloir ma destruction?... Que faire dans ce monde?... Puisque je
dois mourir, ne vaut-il pas autant se tuer? Si j'avais passé soixante
ans, je respecterais les préjugés de mes contemporains et j'attendrais
patiemment que la nature eût achevé son cours; mais puisque je commence
à éprouver des malheurs, que rien n'est plaisir pour moi, pourquoi
supporterais-je des jours on rien ne me prospère?...„
Se Bonaparte non sfuggì al contagio nei primi tempi dell'epidemia, con
quanta violenza non deve essa comunicarsi più tardi, nell'infuriare
del romanticismo, ad un'anima sensitiva e fantasiosa come quella del
Recanatese?... Abbiamo visto che la potenza del sentimento poetico e
dello spirito filosofico è in lui causa di un intimo disagio; questo
disagio potrebbe essere, ma non è curato dall'educazione; tutt'altro.
Una disciplina uniforme avrebbe potuto essergli salutare; ma egli
nasce in un tempo travagliato, in mezzo a un campo di battaglia.
Senza l'avvelenamento romantico, non è da credere che le sue facoltà
poetiche, l'immaginazione e la sensibilità, sarebbero state represse
a vantaggio delle altre; ma non sarebbero state esasperate come
furono. E se pure il poeta avesse potuto sentire come i romantici,
senz'altro, certo non sarebbe stato contento, come non furono contenti
i suoi predecessori e compagni e seguaci; ma non avrebbe sofferto,
come soffrì, per avere nello stesso tempo tanto assiduamente ripensato
il pensiero antico. Mentre intorno a lui ciascuno scrittore lotta
contro un altro, egli lotta con sè stesso: è classico e romantico a
un tempo, è attratto dall'una all'opposta parte. Fra le due retoriche
cerca un accomodamento: la letteratura s'indirizzi “verso il classico
e l'antico„ col soccorso della filosofia, trattando soggetti “del
tempo„, riconoscendo “la necessità di adattarsi al gusto corrente„;
ma i sentimenti, gli atteggiamenti morali, grazie ai quali ogni altro
scrittore si mette piuttosto con l'una che con l'altra fazione, non si
conciliano dentro di lui o si conciliano per farlo soffrire; perchè,
mentre il romanticismo lo disgusta del reale, il classicismo lo rende
incapace di adattarsi al mondo moderno. Leggete il suo canto -Alla
primavera-, che porta anche un secondo titolo: -Delle favole antiche-:
vedrete che egli loda i tempi quando tutta la natura era animata,
quando le candide ninfe e gli agresti Pani popolavano i fonti ed i
campi, quando i fiori e l'erbe ed i boschi vivevano, quando Eco non era
un “vano error di venti„ ma il dolente spirito di una ninfa infelice.
Il sentimento che glie lo detta non potrebbe essere più classico;
consideratelo più attentamente: troverete che non è tanto classico
quanto pare; c'è dentro quella stessa scontentezza del presente e del
vicino che spinge i romantici verso il passato e l'esotico. I romantici
puri si rifugiano col pensiero nel medio-evo cavalleresco e cristiano;
il Leopardi lo evoca una volta:
O torri, o celle,
O donne, o cavalieri,
O giardini, o palagi!...
ma gl'immensi studii fatti intorno all'antichità lo rivolgono di
preferenza a quel mondo pagano dal quale dovrebbe rifuggire interamente
per essere romantico del tutto; nel quale dovrebbe serenamente
rifugiarsi per essere del tutto classico. Nato più presto o più tardi,
il suo spirito avrebbe forse seguito una sola corrente e nella nettezza
delle visioni e nella saldezza dei convincimenti avrebbe trovato forza
e sostegno: l'età perplessa nel quale vive accresce il suo disagio. Se
egli possedesse una nativa capacità d'equilibrio, a lui si potrebbe
riferire ciò che il Giordani dice del Canova, e “pietosa„ sarebbe
stata la provvidenza ponendolo “sul doppio confine della memoria e
dell'immaginazione umana a congiungere due spazii infiniti, richiamando
a noi i passati secoli, e de' nostri tempi facendo ritratto agli
avvenire„; ma questa congiunzione, alla quale il Leopardi artista deve
la sua grandezza, è anche un'altra causa del dolore dell'uomo.
L'ESPERIENZA
I.
LA SALUTE.
Quantunque, per la nativa sua tempra e per effetto dell'educazione,
Giacomo Leopardi sia un'anima in pena, mal preparata a trovare e ad
apprezzare la felicità, che è il bisogno di ogni uomo; nondimeno, se
la fortuna gli sorridesse, se i beni gli si offrissero ed egli non li
sapesse apprezzare, non avrebbe ragione di negarli. Ma che cosa gli
prepara la vita?
Il primo, il più necessario, il più urgente dei beni è la salute, la
pienezza, l'interezza delle facoltà organiche; senza di che nessun
altro piacere, nessun'altra gioia è possibile, e lo stesso sentimento
dell'essere è leso e menomato. “Il corpo è l'uomo„ fa dire lo stesso
Leopardi al suo Tristano: “perchè (lasciando tutto il resto) la
magnanimità, il coraggio, le passioni, la potenza di fare, la potenza
di godere, tutto ciò che fa nobile e viva la vita dipende dal vigore
del corpo, e senza quello non ha luogo. Uno che sia debole di corpo,
non è uomo, ma bambino; anzi peggio; perchè la sua sorte è di stare a
vedere gli altri che vivono, ed esso al più chiacchierare, ma la vita
non è per lui.„ Questo vigore corporale, la salute, il sommo bene, a
pochi è negato: tanto esso è frequente e necessario, che il primo posto
si dà ordinariamente ad altri, perchè “la vita è principalmente dei
sani, i quali, come sempre accade, o disprezzano o non credono di poter
perdere ciò che posseggono.„ Il Leopardi ne è privo.
Noi lo abbiamo visto scontento perchè, mentre la fantasia vivacissima
gli dipinge arcani mondi ed arcana felicità, la ragione lo contrasta;
e perchè mentre sente troppo, è poco capace di volere; ma insomma,
con tutta la straordinaria sua precocità, egli è ancora un fanciullo,
un adolescente, che impiega il suo tempo nello studio, che ha una
gran febbre di sapere, che non si stanca di leggere, di annotare,
di commentare, di trasportare sulle esili braccia i pesanti volumi
dai palchetti della biblioteca alla scrivania. Supponiamo che in
gioventù, nella maturità, egli goda d'una buona salute: il mondo,
nonostante che egli lo sdegni, tosto o tardi, debolmente o fortemente,
pure lo allaccerà. Invece, a diciassette anni, egli esce dagli
studii portentosi con la schiena curva, i muscoli emaciati, la vista
rovinata: il fanciullo vivace, l'eroe Filzero che le dava a tutti e
non ne toccava da nessuno, Giacomo “il prepotente„ è un povero gobbo
minacciato di cecità, oggetto di riso e di compassione. Senza dubbio
non la sola enormità dello sforzo lo ha così ridotto; egli porta
dalla nascita, nelle vene, un principio maligno. Le morti precoci,
le malattie nervose e la pazzia sono state frequenti tra i suoi
antenati; il sangue della vecchia stirpe si è impoverito e corrotto
nei molteplici matrimonii tra consanguinei: troppe volte i Leopardi
s'imparentano con gli Antici, ai quali appartiene anche la madre di
Giacomo. Ella lo concepisce giovanissima, in tempi di spavento, quando
il marito di lei è perseguitato dai Francesi invasori. L'eredità
morbosa e il formidabile sforzo mentale spiegano la rovina della sua
salute: la rachitide e quella che oggi si chiama neurastenia. Nel
primo fiore della gioventù egli si sente morire, crede che non gli
restino più di due o tre anni da vivere. Non ne ha ancora venti, e già
la sua vita consiste nell'alzarsi tardi, nel mettersi a passeggiare
sino all'ora del desinare, nel riprendere poi la passeggiata sino
alla sera: non può scrivere un rigo e appena riesce a leggere per
un'ora. Così dura sette mesi. Si rimette alla peggio, e allora capisce
qual è la sua condanna: “ho potuto accorgermi e persuadermi, non
lusingandomi, o caro, nè ingannandomi, che il lusingarmi e l'ingannarmi
pur troppo è impossibile, che in me veramente non è cagione necessaria
di morir presto, e purchè m'abbia infinita cura, potrò vivere, bensì
strascinando la vita coi denti, e servendomi di me stesso appena per la
metà di quello che facciano gli altri uomini, e sempre in pericolo che
ogni piccolo accidente e ogni minimo sproposito mi pregiudichi, o mi
uccida.„
A ventun anno, nella primavera del 1819 comincia a soffrire d'una
debolezza dei nervi oculari che gl'impedisce di poter leggere anche
una sola riga; trascorre allora i suoi giorni sedendo con le braccia
in croce, o passeggiando per le stanze, in modo che gli fa spavento.
“Nell'età che le complessioni ordinariamente si rassodano, io vo
scemando ogni giorno di vigore, e le facoltà corporali mi abbandonano
ad una ad una.„ Ripiglia un po' di forza al rinfrescarsi della
stagione, “ma l'imbecillità degli occhi, e però la miseria della mia
vita, è sempre la stessa e maggiore.„ Il primo d'ottobre comincia
una lettera al Giordani, ma un'oftalmia sopravvenuta alla debolezza
non gli consente di finirla se non in sul finire del mese. L'amico lo
sollecita a studiare; “gli studi,„ risponde il poveretto, “non so da
otto mesi che cosa sieno, trovandomi i nervi degli occhi e della testa
indeboliti in maniera, che non posso non solamente leggere nè prestare
attenzione a checchessivoglia, ma fissar la mente in nessun pensiero
di molto o poco rilievo.„ Egli si duole “di avere un cervello nel
cranio„, perchè non può pensare minimi e fugacissimi pensieri “senza
contrazione e dolore de' nervi„; il male degli occhi lo riduce “alla
natura dei gufi, odiando e fuggendo il giorno.„ Ha una tregua di quasi
un anno; ma nell'autunno del '20 “o che la fatica mi ha pregiudicato,
se bene è stata moderatissima, o per qualunque altra ragione, sento
che la mia povera testa ricade nella debolezza passata.„ Così va
avanti, “come Dio vuole: quando peggio, quando meglio, sempre inetto a
lunghe applicazioni.... Io studio la notte e il dì fino a tanto che la
salute me lo comporta. Quando ella non mi sostiene, io passeggio per
la camera qualche mese; e poi torno agli studi, e così vivo.„ In ogni
inverno i suoi mali s'incrudiscono, il freddo è per lui “una malattia
grave„, un “carnefice e nemico mortale„; nè la primavera gli è del
tutto propizia, perchè gli produce ogni anno una penosa “inquietezza
di nervi.„ Nel marzo del '25 è ridotto a tale, che non può “fissar la
mente in una menoma applicazione, neppure per un istante, senza che
lo stomaco vada sossopra immediatamente, come m'accade appunto adesso,
per la sola applicazione di scrivere questa lettera.„ A Bologna, poco
dopo, si sente un altro, quasi guarito della testa e degli occhi; ma il
caldo patito in viaggio gli produce una grave e penosa infiammazione
d'intestini che si prolunga sino all'anno seguente; e il primo freddo
lo avvilisce, e il rigido inverno lo tormenta in modo straordinario,
“perchè la mia ostinata riscaldazione d'intestini e di reni m'impedisce
l'uso del fuoco, il camminare e lo stare in letto.„ Soffre pertanto
pene indescrivibili, “quanto forse in tutto il rimanente della mia
vita insieme.„ Con la primavera si sente tornare in vita “da una
vera morte„; ma se appena appena in aprile il tempo si guasta, egli
deve ritirarsi dal mondo e chiudersi in casa. Finalmente con l'estate
migliora; ma ricade appena fa una gita a Ravenna. Si propone di fuggire
da Bologna, tanto lo spaventa l'idea di passarvi un altro inverno; ma
prima che ne fugga gli sopravviene un reuma di capo, di gola e di petto
con febbre e sordità. Nel cuore dell'inverno del '27 guarisce, a casa
sua, dopo quattordici mesi, del male degli intestini; ma ricominciano
a patire gli occhi “miserabilmente.„ Tornato a Bologna, gli danno un
fastidio sempre più grave; a Firenze la flussione e l'enfiagione delle
palpebre peggiorano: non può vedere la città, non può sostenere la
luce. Guarita la flussione, gli resta la consueta debolezza dei nervi
ottici e della testa, complicata dal male dei denti; e quantunque
l'inverno lo atterrisca, è ridotto a sperare che sopravvenga tosto,
perchè il freddo, pregiudicandolo in tutto il resto, gli giova per
gli occhi. Intanto non può “nè leggere, nè scrivere, nè pensare„;
ricomincia a starsene giorni interi seduto, con le braccia in croce,
in un ozio “più tristo assai della morte. Certo è che un morto passa la
sua giornata meglio di me.„ L'8 di settembre scrive: “La mia debolezza
degli occhi è la più grave ed ostinata che io abbia sofferto da otto
anni in qua. Sto bene, eccetto incomodi leggieri di flussioni e di
stomaco.„ Vedete: è ridotto a tale che, con la vista rovinata, con
altri incomodi di flussioni e di stomaco, pure dice che sta bene! Spera
la guarigione “provvisoria e non radicale„ della vista con l'inverno,
ma il primo freddo lo disturba; poi, se migliorano gli occhi e i denti,
torna a soffrire con lo stomaco, “perchè, per paura di farmi male, non
mangiavo più quasi nulla.„
Lo hanno accusato di vagabondaggio, mentre il disgraziato è costretto
a mutar di luogo per tentar di alleviare le sue pene. Va a Pisa
nell'autunno del '27, e lì si sente assai meglio, quantunque gli occhi
non guariscano interamente; e se il freddo gli fa bene, egli trema
dalla mattina alla sera non potendo far uso del fuoco: “l'uso del
camminetto mi è impossibile assolutamente e totalmente; giacchè anche
lo scaldino, il quale adopero con moderazione infinita, m'incomoda
assaissimo.„ Il 31 di gennaio così descrive il suo stato: “Questi miei
nervi non mi lasciano più speranza; nè il mangiar poco, nè il mangiar
molto, nè il vino, nè l'acqua, nè il passeggiare le mezze giornate,
nè lo star sempre in riposo, insomma nessuna dieta e nessun metodo
mi giova. Non posso fissar la mente in un pensiero serio per un solo
minuto, senza sentirmi muovere una convulsione interna, e senza che
lo stomaco mi si turbi, la bocca mi divenga amara e cose simili.„ La
sua vita “è noia e pena: pochissimo posso studiare.... La mia salute
è tale da farmi impossibile ogni godimento: ogni menomo piacere mi
ammazzerebbe„; e l'infelice trova un'espressione terribilmente efficace
per dipingere la sua miseria: “Se non voglio morire, bisogna ch'io non
viva....„ Dovendo tornare a Firenze viaggia di notte: nondimeno sta
male più giorni con gl'intestini e si persuade che non è più fatto
per muoversi. “-Tutti- i miei organi, dicono i medici, son sani: ma
-nessuno- può essere adoperato senza gran pena, a causa di un'estrema,
inaudita -sensibilità- che da tre anni ostinatissimamente cresce -ogni-
giorno: quasi ogni azione e quasi ogni sensazione mi dà dolore.„
Per stare tollerabilmente, deve aversi una gran cura, evitare di
riscaldarsi e vivere senza far nulla.
Con la nuova stagione ricominciano i mali di ventre: non può mangiare,
si riduce talvolta a patire la fame perchè lo stomaco non tollera
cibo senza dolori, “i quali sono tanto più gravi, quanto è maggiore
la quantità del cibo, benchè questa non sia mai superiore, anzi
appena uguale, al bisogno.„ Si rimette, ma gli ritorna la flussione
degli occhi, ed è ancora costretto a tralasciare le occupazioni della
mente. “La mia salute è passabile,„ scrive il 18 settembre del '28 al
padre, “eccetto la solita estrema sensibilità ed irritabilità d'ogni
sorta, la quale non posso vincere con l'esercizio (benchè questo per
il momento mi sia sempre giovevolissimo), e m'obbliga ad avermi una
cura eccessiva, minuta e penosa.„ Per comporre una letterina entra
“in convulsione e in una specie di febbre.„ In autunno: “i dolori e le
difficoltà smaniose del digerire mi travagliano molto.„ Di ritorno a
Recanati, non può “nè leggere, nè scrivere, nè pensare, nè digerire il
mio pranzo, che è pur piccino.„ Nell'estate del '29 “lo sfiancamento e
la -risoluzione- dei nervi„ va sempre crescendo. In luglio scrive alla
Maestri: “Non solo non posso far nulla, digerir nulla, ma non ho più
requie nè giorno nè notte.„ E in agosto allo Stella: “La mia salute
è in misero stato e la mia vita è un purgatorio.„ E in settembre al
Bunsen: “Non solo i miei occhi, ma tutto il mio fisico sono in istato
peggiore che non fossero mai. Non posso nè scrivere, nè leggere, nè
dettare, nè pensare. Questa lettera finchè non l'avrò terminata sarà
la mia sola occupazione, e con tutto ciò non potrò finirla se non fra
tre o quattro giorni.„ A Firenze, nel '30, ha sputi sanguigni ad ogni
più piccolo raffreddore, e passa mesi interi in letto; torna anche
a smaniare per lo stomaco: “Se non vedrete mie lettere,„ scrive alla
sorella, “non vi meravigliate mai: assolutamente non posso, non posso
scrivere.„ Ogni riga gli costa “sudor di sangue.„ È ridotto “un tronco
che sente e pena.„
E la crudele vicenda ricomincia col nuovo anno: in primavera si
sente rinascere, “ma nè occhi nè testa non hanno ricuperato un solo
menomissimo atomo delle loro facoltà, perdute certamente per sempre.„
S'illude ancora, crede d'esser guarito nell'autunno; ma già lo turba il
solo pensiero dell'inverno, che dovrà passare in casa, “secondo il mio
antico e poco ameno costume.„ A Roma, dove va col Ranieri, è inchiodato
a letto dal mal di petto, che continua sino alla primavera del '32,
con miglioramenti e ricadute successive. Nell'estate, a Firenze, il
caldo gli fa soffrire “molta debolezza e malessere, poichè tutta la mia
salute e il mio vigore dipende dalla moderazione della temperatura, la
quale mancando, sto sempre male.„ E nell'autunno torna ad allettarsi
per un altro reuma di petto: il terzo in dieci mesi. Arriva in fin
di vita, si ristabilisce a primavera; ma gli occhi sono nuovamente,
più seriamente minacciati dall'erpete, e quasi perduti. Nell'estate
ritornano a riammalarsi: uno è semichiuso.
Tale è la sua rovina, che, deliberato di tentare il clima di Napoli,
non può dare direttamente notizia al padre della partenza; si deve
servire della mano altrui, “perchè quelle poche ore della mattina,
nelle quali con grandissimo stento potrei pure scrivere qualche riga,
le passo necessariamente a medicarmi gli occhi.„ E a Napoli la via
della croce ricomincia ancora una volta: dapprima gli occhi sembrano
guariti, poi egli deve tornare alla cura del sublimato corrosivo;
quando l'erpete migliora, resta ancora il male interno, insanabile.
Nell'autunno del '35 paga il suo tributo alla stagione con una
costipazione accompagnata da copiose emorragie del naso. Le condizioni
generali si sollevano, nell'inverno dal '35 al '36 può tornare un poco
a pensare, a leggere, a scrivere; passa oltre un anno mediocremente:
ma è l'ultimo guizzo della lampada vicina ad estinguersi. Già le
gambe cominciano a gonfiarsi, già il respiro diventa affannoso. Il
primo freddo del '36 lo fa spasimare più che quello sofferto a Bologna
dieci anni prima, e sul principio del dicembre il ginocchio e la gamba
diritta gli si gonfiano e diventano d'un colore spaventevole. Si porta
questo male sino alla metà di febbraio, quand'ecco un nuovo attacco
di petto. L'occhio diritto è minacciato da amaurosi; gli sopravviene
un attacco d'asma per il quale non può nè camminare, nè giacere, nè
dormire. Il 14 di giugno, a trentanove anni, muore improvvisamente,
durante il desinare.
Tale fu la vita dell'infelice: mai forse tanta grandezza d'ingegno
fu pagata con tanta miseria del corpo. Negli altri, nelle creature
sensitive del suo tempo, i dolori si alternano con i piaceri, alle
contrazioni incresciose seguono pure i fremiti di godimento; il
suo supplizio è per questo inaudito: che non solo egli soffre fino
allo spasimo, ma -non può godere-. Gli occhi che dovrebbero aprirsi
agli spettacoli della natura, della bellezza, sono costretti a
fuggire la luce; il sangue che dovrebbe scorrergli impetuoso nelle
vene ed avvivargli le membra ed imporporargli le guance, gli spunta
sulle pallide labbra: le ossa gli si rammolliscono, le carni gli si
avvizziscono: la tisi, l'idropisia, la cardiopatia se lo contendono.
E questi mali non gl'impediscono soltanto di soddisfare il naturale
appetito del piacere, di cercare le grate impressioni; ma anche di
appagare l'altro suo bisogno: il bisogno di studiare, di meditare,
di comunicare con i grandi spiriti dei poeti e dei filosofi, di
raccogliersi in sè stesso, di scrivere il suo pensiero, e anche di
pensare soltanto. Qualcuno gli consiglia di disprezzare i piccoli
incomodi; ma potrà mai essere piccolo incomodo per lui l'impossibilità
di studiare? Egli non può lasciare gli studi, e questi non hanno
fatto e non fanno altro che male, e male grave, alla sua salute. “Ma
come passar la vita senza di loro?„ Vivere senza pensare non gli è
possibile; ed egli non può pensare, ma deve vivere; allora si duole
che, dovendo pur essere al mondo, non sia “pianta o sasso o qualunque
altra cosa non ha compagna dell'esistenza il pensiero.„
Così, mentre egli è per la sua costituzione morale poco capace di
volontà, la sua costituzione fisica gli vieta quasi ogni azione diretta
a contentare le prepotenti sue facoltà naturali. La sensibilità, che
naturalmente cerca le impressioni grate, deve fuggirle e non ne prova
alcuna; la stessa riflessione, la stessa meditazione, che sul principio
lo ha consolato sino ad un certo segno dei mancati piaceri, è anch'essa
continuamente impedita.
II.
L'AMORE.
Quando la salute, prima condizione della felicità, è assicurata, gli
uomini considerano come massimo pregio della vita l'amore. Tanto valore
è attribuito a questa passione per la difficoltà del suo appagamento.
Ciascuna creatura bastando a sè stessa quando vuol soddisfare qualunque
suo bisogno, ha bisogno d'un'altra creatura simile e diversa ad un
tempo per soddisfare l'istinto della riproduzione. Questa dipendenza,
la necessità dell'accordo, non riguardano soltanto l'amore come fatto
organico, ma anche e più l'amore come sentimento. I due appetiti del
maschio e della femmina, se bene non si destano a un punto e con forza
e caratteri eguali, quasi sempre finalmente coincidono; molto più
difficile è che le aspirazioni, i sentimenti e le idee d'un uomo e
d'una donna concordino. La difficoltà dell'accordo, dal quale dipende
l'appagamento del bisogno, si rivela e si misura nella scelta sessuale.
Non ad un qualunque individuo dell'altro sesso ciascun individuo chiede
l'amore, ma determinatamente ad un tale: se ogni donna può essere amata
da ogni uomo, e reciprocamente, ciascuno di noi, uomo o donna, crede
che il proprio piacere dipenda da alcune creature singolarissime. E
la nostra scelta è naturalmente determinata dalle qualità esteriori e
visibili delle creature da amare: noi scegliamo quelle che ci sembrano
più belle e, per ciò stesso, migliori. Giacomo Leopardi, sensibile e
immaginoso come lo conosciamo, capace d'apprezzare come abbiamo visto
la bellezza muliebre, crederà, sulla fede di questa bellezza, a una
maggiore, a un'infinita bellezza intima; l'amor suo sarà un fuoco
divoratore. Infermo e deforme, egli non sarà riamato da nessuna donna.
Mai i poeti dell'amore immaginarono situazione più sciagurata: un
cuor nobile e uno spirito altissimo in un corpo egro e contraffatto.
Se l'esperienza sentimentale è tanto spesso triste per quegli uomini
grandi la cui grandezza non potè essere misurata dalle donne, ma che
pure, poco o molto, bene o male, furono riamati; che cosa dovette
essere per un uomo come il Leopardi a cui nessuna donna mai rispose, di
cui più d'una donna rise?
Il primo amore lo infiamma a diciotto anni: egli s'invaghisce della
cugina Geltrude Cassi venuta per qualche giorno a Recanati e scesa
in casa di lui. Che struggimento sia questa passione egli stesso ha
descritto:
Tornami a mente il dì che la battaglia
D'amor sentii la prima volta, e dissi:
Oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia!
. . . . . . . . . . . . . . .
Ahi come mal mi governasti, amore!
Perchè seco dovea sì dolce affetto
Recar tanto desìo, tanto dolore?
E non sereno, e non intero e schietto,
Anzi pien di travaglio e di lamento
Al cor mi discendea tanto diletto?
Dimmi, tenero core, or che spavento,
Che angoscia era la tua fra quel pensiero
Presso al qual t'era noia ogni contento?
Delizia somma ed unica, la passione è anche spasimo ineffabile: questo
contrasto noto ad ognuno si acuisce soprammodo in una natura sensibile
come quella del Leopardi. Il suo cuore “inquieto e felice e miserando„,
gli affatica il fianco dal tanto forte palpitare, e il sonno gli vien
meno come per febbre; ma intanto la dolce immagine sorge viva in mezzo
alle tenebre:
Oh come soavissimi diffusi
Moti per l'ossa mi serpeano! Oh come
Mille nell'alma instabili, confusi
Pensieri si volgean!
Ma di questa donna che suscita in lui tanto desiderio egli può appena
ammirare le sembianze e udire la voce: e già ella parte, e invano
Io qui vagando al limitare intorno
Invan la pioggia invoco e la tempesta
Acciò che la ritenga al mio soggiorno.
Pure il vento muggia nella foresta
E muggìa tra le nubi il tuono errante
Pria che l'aurora in ciel fosse ridesta.
O care nubi, o cielo, o terra, o piante;
Parte la donna mia: pietà, se trova
Pietà nel mondo un infelice amante.
O turbine, or ti sveglia, or fate prova
Di sommergermi, o nembi, insino a tanto
Che il sole ad altre terre il dì rinnova.
S'apre il ciel, cade il soffio, in ogni canto
Posan l'erbe e le frondi, e m'abbarbaglia
Le luci il crudo sol pregne di pianto....
E se egli, al buio, protendendo l'orecchio avido per cogliere l'ultima
voce di lei che parte, ne ode in cambio un'altra, una voce plebea, pure
un gelo lo prende e il cuore gli si rompe nel petto. E quando ella se
ne va, e s'ode il romorio dei cavalli e delle ruote:
Orbo rimasi allor, mi rannicchiai
Palpitando nel letto e, chiusi gli occhi,
Strinsi il cor con la mano e sospirai.
Poscia traendo i tremuli ginocchi
Stupidamente per la muta stanza,
Ch'altro sarà, dicea, che il cor mi tocchi?
Amarissima allor la ricordanza
Locommisi nel petto, e mi serrava
Ad ogni voce il cor, a ogni speranza.
E lunga doglia il sen mi ricercava,
Com'è quando a distesa Olimpo piove
Malinconicamente e i campi lava.
Non è esagerazione poetica, retorica. Già non sarebbe da dubitarne
perchè lo scrittore, -- e particolarmente uno scrittore come lui --
risente, componendo, le sue impressioni passate; e se trova immagini
gagliarde per dipingere lo stato dell'anima sua, vuol dire che
gagliardamente ha sentito o è capace di sentire; ma noi abbiamo altre
testimonianze le quali dicono molto più che non dica egli stesso.
La notte della partenza della Cassi, riferisce la contessa Teresa
Leopardi, fu una notte “spaventevole. Egli era in preda a un delirio
che lo faceva gridare e ruggire.„ Il fratello Carlo dovette vegliarlo.
Calmatosi, egli non scrisse soltanto questi versi, compose anche una
-Storia- del suo amore, in prosa; un giorno ne lesse alcuni frammenti
al fratello: “gli si spezzava il cuore nel leggerli, e a Carlo mancava
il coraggio d'insistere, e lo pregava che cessasse d'intrattenersi su
quelle strazianti memorie.„
Quest'analisi intima accresce naturalmente la forza delle impressioni
che già si sono scritte profondamente nelle sensibilissime fibre.
Null'altro compiacimento egli trova fuorchè in questa indagine:
Solo il mio cor piaceami, e col mio core
In un perenne ragionar sepolto,
Alla guardia seder del mio dolore.
Perchè, non solamente nulla ottenne egli da quella donna, ma nulla le
chiese, nulla le disse; e quantunque assicuri che
Vive quel foco ancor, vive l'affetto,
Spira nel pensier mio la bella imago
Da cui, se non celeste, altro diletto
Giammai non ebbi, e sol di lei m'appago;
pure, col tempo, la memoria della sua passione a poco a poco,
naturalmente, si disperde. Un'altra tosto ne nasce.
Una fanciulla di umile condizione, Teresa Fattorini, figlia del
cocchiere di casa Leopardi, lo innamora. Che cosa dovrà essere questo
sentimento noi possiamo prevedere da quel che egli dice intorno alla
seduzione esercitata dalle giovanette, dalle vergini. Se una donna,
come era la Cassi, “è più atta a inspirare e maggiormente mantenere una
passione,„ egli giudica che una fanciulla dai sedici anni ai diciotto
anni “ha nel suo viso, nei suoi moti, nelle sue voci un non so che di
divino che niente può agguagliare. Qualunque sia il suo carattere,
il suo gusto, allegra o malinconica, capricciosa o grave, vivace o
modesta, quel fiore purissimo, intatto, freschissimo di gioventù,
quella speranza vergine, incolume, che si legge sul viso e negli
atti, e che voi nel guardarla concepite in lei e per lei, quell'aria
d'innocenza e d'ignoranza completa del male, delle sventure, dei
patimenti; quel fiore insomma, anche senza innamorarvi, anche senza
interessarvi, fanno in voi un'impressione così viva, così profonda,
così ineffabile, che voi non vi saziate di guardare quel viso; ed io
non conosco cosa che più di questa sia capace di elevarci l'anima, di
trasportarci in un altro mondo, di darci un'idea d'angeli di paradiso,
di divinità, di felicità. Tutto questo, io ripeto, senza innamorarci,
senza muoverci desiderio di posseder quell'oggetto. La stessa divinità
che noi vi scorgiamo, ce ne rende in certo modo alieni, ce la fa
riguardare come di una sfera divina e superiore alla nostra, a cui non
possiamo aspirare....„ La gentile Teresa, se da principio gl'ispira
questo senso di umile e trepida ammirazione, presto lo infiamma d'amore
prepotente. Quando, di maggio, ella siede intenta alle opere femminili
e fa risonare tutt'intorno il suo perpetuo canto; ed egli, lasciate le
sue carte, ascolta quei suoni, il volto gli si discolora; e se volge lo
sguardo alle vie dorate, agli orti, al mare, al monte, la sua felicità
è infinita:
Lingua mortal non dice
Quel ch'io sentivo in seno.
Che pensieri soavi.
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
La vita umana e il fato!
Ma egli non le ha detto una sola parola dell'amor suo; nè sa che cosa
veramente ella provi per lui. Non può parlare, non sa risolversi: è
timido, indeciso, senza volontà: noi sappiamo che tutta la sua forza
vitale è impiegata all'interno, a sentire, a pensare: non glie ne
avanza per operare. E mentre la passione lo strugge e la debolezza
lo avvilisce, la povera ragazza se ne muore, di tisi, a ventun anno,
quando egli ne ha appena venti. Egli vede venire la morte della
diletta, e si studia invano di non credere a chi gli dà notizie
disperate dell'inferma, e presente lo strazio della dipartita; e,
morta, la rivede in sogno:
Morta non mi parea, ma trista, e quale
Degl'infelici è la sembianza. Al capo
Appressommi la destra, e sospirando,
Vivi, mi disse, e ricordanza alcuna
Serbi di noi?
Egli non può credere che sia morta; e quando ne è certo, non sa come
ancora sia vivo egli stesso; e all'ombra -- solo alla vana ombra -- che
lo visita nel sogno, osa chiedere:
Or se di pianto il ciglio,
........ e di pallor velato il viso
Per la tua dipartita, e se d'angoscia
Porto gravido il cor; dimmi: d'amore
Favilla alcuna, o di pietà, giammai
Verso il misero amante il cor t'assalse
Mentre vivesti? Io disperando allora
E sperando traea le notti e i giorni;
Oggi nel vano dubitar si stanca
La mente mia. Che se una volta sola
Dolor ti strinse di mia negra vita
Non mel celar, ti prego, e mi soccorra
La rimembranza or che il futuro è tolto
Al nostri giorni....
E quando ella gli dice che sì, allora:
Per le sventure nostre, e per l'amore
Che mi strugge, esclamai; per lo diletto
Nome di giovinezza e la perduta
Speme de' nostri dì, concedi, o cara,
Che la tua destra io tocchi.
Torna a scordarsi che è morta nel ricoprirne di baci ardenti la mano;
ma il fantasma sparisce:
Allor d'angoscia
Gridar volendo, e spasimando, e pregne
Di sconsolato pianto le pupille,
Dal sonno mi disciolsi. Ella negli occhi
Pur mi restava, e nell'incerto raggio
Del sol vederla io mi credeva ancora.
La dolorosa memoria non lo lascia più.
Ahi Nerina! In cor mi regna
L'antico amor. Se a feste anco talvolta,
Se a radunanze io movo, in fra me stesso
Dico: Nerina, a radunanze, a feste
Tu non ti acconci più, tu più non movi.
Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
Van gli amanti recando alle fanciulle,
Dico: Nerina mia, per te non torna
Primavera giammai, non torna amore.
Ogni giorno sereno, ogni fiorita
Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento,
Dico: Nerina or più non gode; i campi,
L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno
Sospiro mio: passasti: e fia compagna
D'ogni mio vago immaginar, di tutti
I miei teneri sensi, i tristi e cari
Moti del cor, la rimembranza acerba.
Dubitano che questa Nerina sia la stessa Silvia, la stessa Teresa
Fattorini; dicono che possa essere un'altra umile giovanetta, la
tessitrice Maria Belardinelli, della quale il poeta si era più tardi
invaghito. Sia pure. Ma quest'altro amore è stato forse più fortunato
dell'altro? Quest'altro amore somiglia quanto più non sarebbe possibile
al primo. Come non ha rivelato l'animo suo alla Fattorini, il Leopardi
non l'ha rivelato alla Belardinelli; come la Fattorini è morta giovane,
giovane è morta la Belardinelli: la prima a ventun anno, la seconda a
ventisette. Entrambe le passioni furono tacite, inappagate, infelici.
E l'esperienza della sua incapacità a farsi amare prostra il giovane,
lo attrista, lo riduce a una sconsolata e cupa rassegnazione. Se
incontra una bella fanciulla, se ne ode soltanto da lontano qualcuna
cantare,
A palpitar si move
Questo mio cor di sasso; ahi, ma ritorna
Tosto al ferreo sopor; ch'è fatto estraneo
Ogni moto soave al petto mio.
Nessuna simpatia dell'infelice è stata corrisposta, nessuna ne ha
saputa o potuta esprimere; nessun'altra ne esprimerà, di nessun'altra
otterrà il ricambio. Egli stesso ha riconosciuto che così dev'essere,
che così è giusto che sia. Egli sa d'avere “l'aspetto miserabile e
dispregevolissima tutta quella gran parte dell'uomo, che è la sola a
cui guardino i più: e coi più bisogna conversare in questo mondo; e non
solamente i più, ma chicchessia è costretto a desiderare che la virtù
non sia senza qualche ornamento esteriore, e trovandonela nuda affatto,
s'attrista, e per forza di natura, che nessuna sapienza può vincere,
quasi non ha coraggio d'amare quel virtuoso in cui niente è bello
fuorchè l'anima.„ Così la sua Saffo, dispregiata amante, riconosce che
alle sembianze il Padre
Alle amene sembianze eterno regno
Diè nelle genti; e per virili imprese,
Per dotta lira o canto,
Virtù non luce in disadorno ammanto.
Che vale nondimeno questa persuasione filosofica contro le leggi della
vita, contro le voci dell'istinto? La ragione ha un bel dimostrargli
sino all'evidenza che egli non può essere amato: che importa, se
dell'amore ha bisogno? E allora, non che rassegnarsi, egli fa un
ragionamento tutto inverso. L'amore degli uomini non si distingue per
la parte che vi ha l'anima? I godimenti bassi e volgari valgono forse
il piacere “que donne un seul instant de ravissement et d'émotion
profonde?„ L'anima sua non è capace di risentire e di procurare altrui
queste commozioni ineffabili? Le donne non dicono che è inutile parlare
ai loro sensi; che solo il sentimento le infiamma? Non vi sarà una
donna che, ansiosa di essere amata con l'anima, da un'anima grande,
comprenderà la sua grandezza e compatirà la sua sciagura e gli stenderà
la mano? Se egli ancora non l'ha trovata, non può, non deve sperare di
trovarla? Nulla vale l'esperienza contraria per uno avvezzo come lui a
dar tanto credito alle illusioni. Egli deve necessariamente illudersi
che se nessuna donna lo ha ancora compreso, qualcuna lo comprenderà.
E il tempo passa, e non una si accorge di lui. Allora egli si rivolta
contro tutte: tanto più violentemente, quanto più è persuaso che l'amor
suo è senza pari, per quel sentimento orgoglioso del quale altrove
notammo l'origine. Allora egli scrive: “L'ambizione, l'interesse, la
perfidia, l'insensibilità delle donne che io definisco un -animale
senza cuore-, sono cose che mi spaventano.... La scelleraggine delle
donne mi spaventa, non già per me, ma perchè vedo la miseria del
mondo.„ Egli vede che, se uomini e donne sono destinati ad amarsi, sono
anche fatti diversamente; e che, naturalmente più fredde, le donne
possono speculare sull'ardenza del desiderio che ispirano: quindi la
prostituzione. Egli non può accostare le sciagurate che si vendono
perchè gli fanno troppo ribrezzo e troppa paura, perchè vuole amare
nobilmente, con tutte le più alte potestà dell'esser suo; ma crede che,
se altra fosse la sua condizione nel mondo, non sarebbe deriso: “S'io
divenissi ricco e potente, ch'è impossibile, perchè ho troppo pochi
vizi, le donne senza fallo cercherebbero d'allacciami. Ma in questa
mia condizione, disprezzato e schernito da tutti, non ho nessun merito
per attirarmi le loro lusinghe.„ E il maggiore, l'unico suo merito, la
capacità sentimentale, si perde a poco a poco: egli sente di non poter
essere amato anche “perchè ho l'animo così agghiacciato e appassito
dalla continua infelicità, ed anche dalla misera cognizione del vero,
che prima di avere amato ho perduto la facoltà di amare; e un angelo di
bellezza e di grazia non basterebbe ad accendermi.„
Ma come s'inganna! A ventidue anni può egli esser sicuro di non
ricadere nell'eterna illusione? Non confessa che la sua esperienza è
tutta immaginaria, che non ha amato realmente, come tutti gli altri
uomini i quali manifestano i loro sentimenti e cercano di ottenerne
il ricambio; ma soltanto tra sè, tacitamente, nella solitudine? Allora
chi lo difenderà contro nuove lusinghe? Bisognerebbe che il suo cuore
mutasse di tempra perchè perdesse la capacità d'infiammarsi così. Se
l'amor suo è un chiuso fuoco che la sola vista d'una donna accende,
nè la mancata corrispondenza, nè l'impossibilità d'esser compreso, nè
lo sdegno contro le creature giudicate insensibili gl'impediranno di
accendersi ancora.
Noi lo abbiamo udito gridare da Roma al fratello: “Amami, per Dio. Ho
bisogno d'amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita....„ Subito
dopo soggiunge: “Le donne romane alte e basse fanno propriamente
stomaco; gli uomini fanno rabbia e compassione.„ Nella gran città,
se “non per modestia, ma per pienissima e abituale indifferenza e
noncuranza„, le donne non alzano gli occhi sui giovani molto belli
ed eleganti in compagnia dei quali egli gira spesso per le vie;
come sarà guardato e notato un povero contraffatto suo pari? Quindi
il suo sdegno cresce, lo fa uscire in nuovi insulti: “Trattando, è
così difficile il fermare una donna in Roma come in Recanati, anzi
molto più, a cagione dell'eccessiva frivolezza e dissipatezza di
queste bestie femminine, che oltre di ciò non ispirano un interesse
al mondo, sono piene d'ipocrisia, non amano altro che il girare e il
divertirsi non si sa come....„ Ma quanto gli debba costare questo
giudizio, quanto debba cuocergli la rinunzia alle gioie dell'amore
nella quale vuol dare a intendere che quasi si compiace, appare da
altre sue impressioni. Il povero rachitico intende squisitamente la
seduzione delle forme muliebri, dà ragione dell'incanto che esercita
lo spettacolo del ballo: “Una donna nè col canto nè con altro qualunque
mezzo può tanto innamorare un uomo quanto col ballo; il quale pare che
comunichi alle sue forme un non so che di divino, ed al suo corpo una
forza, una facoltà più che umana.„ Se egli ha dichiarato di sprezzare
tutto il genere femminino, se annunzia che non tratta a Roma con donne,
confessa pure che “senza queste nessuna occupazione o circostanza
della nostra vita ha diritto di affezionarci o di compiacerci. Io
me n'assicuro per esperienza, e posso giurarti che la conversazione
spiritosa o senza spirito mi è venuta in odio mortale. Tutto è secco
fuori del nostro cuore; e questo non si esercita mai....„ E quando
il fratello Carlo gli annunzia che è innamorato, egli se ne felicita:
“Veramente non so qual migliore occupazione si possa trovare al mondo
che quella di fare all'amore, sia di primavera o d'autunno; e certo
che il parlare a una bella ragazza vale dieci volte più che girare,
come io fo, attorno all'Apollo del Belvedere o alla Venere Capitolina.„
Se, dunque, poco tempo dopo, di ritorno a Recanati, egli scrive al
Melchiorri che è “ben sicuro di morire e di soffrire per tutt'altro che
per una donna„, noi non lo potremo credere. Rallegratosi col fratello
per la sua nuova fiamma, otto mesi dopo egli ammonisce il cugino:
“Io sono troppo persuaso, non dico della vostra filosofia, perchè
la filosofia in questi casi non serve, ma della vostra accortezza e
cognizione del mondo, per credervi capace d'innamorarvi in modo che
la passione vi possa inquietare. Caro Peppino, non siamo più a quei
tempi. Nella primissima gioventù, questo ci può accadere; ma dopo fatta
esperienza delle cose, è impossibile, o è troppo fuor di ragione.
Un tempo addietro io era capacissimo di una passione furiosa: ne ho
provate anch'io e per confessarvi la mia sciocchezza, vi dico che
sono stato più volte vicinissimo ad ammazzarmi per ismania d'amore,
ancorchè in verità non avessi altra cagione di disperarmi, che la mia
immaginazione. Ma dopo l'esperienza, sono ben sicuro di morire e di
soffrire per tutt'altro che per una donna. Farei torto al vostro buon
giudizio se vi ricordassi che le donne non vagliono la pena di amarle e
di patire per loro. Non posso credere che mi rispondiate che la vostra
è diversa dall'altre. Questa è la risposta di tutti gl'innamorati,
e non sarebbe degna di voi. Voi ed io dobbiamo tenere per assioma
matematico che non v'è nè vi può esser donna degna di essere amata
da vero.„ La contraddizione è tutta apparente: se egli parla ora da
credente ora da scettico, ciò avviene perchè, con un bisogno prepotente
d'amore, si sente condannato a non ottenerne mai. Non lo amano, ed egli
accusa tutto il sesso muliebre; ma se è ingiusto con le donne, è anche
ingiusto con sè stesso, dichiarandosi impotente ad amare quando invece
è condannato a struggersi invano. “Sono molto contento,„ riscrive
all'amico, “di vedervi questa volta un poco più quieto sopra la vostra
passione. Di questa io non sarei capace, perchè il cuore, di cui voi
mi parlate, è andato a spasso dopo tante esperienze d'uomini e di
donne: ma non biasimo però chi è capace ancora di provarla e di amare
da vero, anzi lo invidio e lo felicito, perchè l'amore, quantunque sia
una pura illusione, ed abbia molti dolori, ha però un maggior numero
di piaceri; e se fa molti danni, questi servono per pagare moltissimi
diletti che ci procura. Sotto questo aspetto io approvo l'amore se
bene non lo provo; ma quando poi esso ci dovesse fare infelici, non
concederò mai che la ragione in un par vostro, e in qualunque uomo, sia
filosofo, sia mondano, non debba potere, se non altro, indebolirlo....
A' tempi nostri, in questi costumi, con questo carattere di donne,
coi disinganni che ci hanno procurati tante cognizioni d'ogni genere
intorno al cuore umano, non è possibile che un uomo di senno sia per
lungo tempo la vittima di una passione ispirata da oggetti pieni di
vanità e d'ogni sorta di tristizie.„
Ma tanto egli arde, tale è la sua sete d'amore, che non trovando una
donna di carne e d'ossa alla quale poter degnamente consacrare il suo
culto, se ne foggia una con la fantasia.
Viva mirarti omai
Nulla speme m'avanza....
.... Già sul novello
Aprir di mia giornata incerta e bruna,
Te viatrice in questo arido suolo
Io mi pensai. Ma non è cosa in terra
Che ti somigli; e s'anco pari alcuna
Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,
Saria, così conforme, assai men bella.
Egli dimentica che, essendo tanto poco amabile, non dovrebbe essere
tanto esigente; la sua immaginazione è così fervida che vince la
coscienza della sua miseria fisica: infermo, contraffatto, sogna
una perfezione fuori dell'umano: egli è ancora quel romantico che,
innamorato di una donna viva, la evita per contemplarla idealmente,
temendo che la realtà ne distrugga l'incanto. Ma romanticismo,
idealismo, delirii della fantasia: tutto cede all'istinto vitale.
L'amore è un bisogno; egli deve amare, ed ama: e l'amor suo non
è ricambiato; non dalla Basvecchi, non dalla Brighenti, non dalla
Malvezzi. Udite che cosa desta costei in questo dispregiatore di
tutto il genere femminile: “Sono entrato con una donna (Fiorentina
di nascita) maritata in una delle principali famiglie di qui, in una
relazione, che forma ora gran parte della mia vita. Non è giovane, ma
è di una grazia e di uno spirito che (credilo a me, che finora l'avevo
creduto impossibile) supplisce alla gioventù e crea un'illusione
maravigliosa. Nei primi giorni che la conobbi, vissi in una specie
di delirio e di febbre. Non abbiamo mai parlato di amore se non per
ischerzo, ma viviamo insieme in un'amicizia tenera e sensibile, con
un interesse scambievole, e un abbandono, che è come un amore senza
inquietudine. Ha per me una stima altissima: se le leggo qualche mia
cosa, spesso piange di cuore senz'affettazione; le lodi degli altri non
hanno per me nessuna sostanza: le sue mi si convertono tutte in sangue,
e mi restano nell'anima. Ama e intende molto le lettere e la filosofia;
non ci manca mai materia di discorso, e quasi ogni sera io sono con
lei dall'avemaria alla mezzanotte passata, e mi pare un momento. Ci
confidiamo tutti i nostri secreti, ci riprendiamo, ci avvisiamo dei
nostri difetti. In somma questa conoscenza forma e formerà un'epoca
ben marcata della mia vita, perchè mi ha disingannato del disinganno,
mi ha convinto che ci sono veramente al mondo dei piaceri che io
credeva impossibili, e che io sono ancor capace d'illusioni stabili,
malgrado la cognizione e l'assuefazione contraria così radicata, ed
ha risuscitato il mio cuore dopo un sonno anzi una morte completa.„
Teresa Carniani Malvezzi non è giovanetta, ignara della vita e
dell'arte; è donna fatta, scrittrice, poetessa: dovrebbe sapere chi è
l'uomo da cui è amata; se non gradisce l'amor suo perchè non glie lo
fa intendere subito? Prima lo alletta; poi un bel giorno gli dichiara
che le sue visite la seccano. “L'ultima volta che ebbi il piacere di
vedervi,„ egli le scrive, “voi mi diceste così chiaramente che la mia
conversazione da solo a sola vi annoiava, che non mi lasciaste luogo
a nessun pretesto per ardire di continuarvi la frequenza delle mie
visite. Non crediate ch'io mi chiami offeso; se volessi dolermi di
qualche cosa, mi dorrei che i vostri atti, e le vostre parole, benchè
chiare abbastanza, non fossero anche più chiare ed aperte....„ Questo
egli chiede almeno: che non lo lusinghino, che gli dicano tosto di non
volere, di non potere mai rispondere all'amor suo. E neppur questo può
ottenere, mai.
Nella stessa Bologna dove ha conosciuto la Malvezzi, nello stesso
anno, incontra eguale fortuna con la Padovani, cantante giovane, bella
e graziosa. Egli non va più da lei quando s'accorge che l'amor suo
è sdegnato, e resiste alle dimostrazioni d'interesse con le quali
quest'altra mal consigliata tenta di riparare alle repulse; poichè
gli amici di lui temono che non sia guarito del tutto, egli dimostra
-- o tenta dimostrare -- che non hanno ragione: “Non so perchè vogliate
dubitare della mia costanza in tenermi lontano da quella donna. Quasi
mi vergogno a dirti che essa, vedendo che io non andavo più da lei,
mandò a domandarmi delle mie nuove, ed io non ci andai; che dopo
alcuni giorni mandò ad invitarmi a pranzo, ed io non ci andai; che sono
partito per Firenze senza vederla; che non l'ho mai veduta dopo la tua
partenza da Bologna. Dico che mi vergogno a raccontarti questo, perchè
par ch'io ti voglia provare una cosa di cui mi fai torto a dubitare.
Certo che la gioventù, la bellezza, le grazie di quella strega sono
tanto grandi, che ci vuol molta forza a resistere....„
Egli trova questa forza; e glie ne va data tanto maggior lode,
quanto più degne di biasimo sono coteste allettatrici, che vorrebbero
tenerselo accosto non solo senza accordargli nulla, ma ridendo anche di
lui.
E voi, pupille tremule,
Voi raggio sovrumano,
So che splendete invano,
Che in voi non brilla amor.
Nessun ignoto ed intimo
Affetto in voi non brilla:
Non chiude una favilla
Quel bianco petto in sè.
Anzi d'altrui le tenere
Cure suol porre in giuoco,
E d'un celeste foco
Disprezzo è la mercè.
Allora egli si rivolge al passato, rievoca la figura della povera
fanciulla morta sul fiore degli anni, della gentile che, se non l'amò,
almeno non rise di lui: e questo è tutto il suo conforto: un mortuario
ricordo:
«
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1
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2
:
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3
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4
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