Leopardi Federico De Roberto F. DE ROBERTO LEOPARDI NUOVA EDIZIONE con un avvertimento dell'autore e il fac-simile di una lettera di GIOSUE CARDUCCI MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI 1921. PROPRIETÀ LETTERARIA. -I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda,- Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori. Milano, Tip. Treves. AVVERTIMENTO. -Il presente libriccino fu composto prima della ricorrenza del Centenario leopardiano e vide la luce durante quella memorabile celebrazione, cioè mentre l'immensa miniera dello -Zibaldone-, per mezzo secolo rimasta ignorata o inaccessibile, si veniva appena schiudendo. Dopo che fu tutta aperta ed in ogni senso percorsa, l'autore di questo breve studio credette suo debito tener conto dei nuovi preziosissimi materiali per una futura nuova edizione del suo lavoretto, e si accinse infatti all'opera; sennonchè fu ben presto costretto a riconoscere che per giovarsi quanto era necessario dei sette volumi dei -Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura- non bastava ritoccare le pagine che egli aveva scritte, ma bisognava rifarsi dal primo principio e comporre un altro libro, se non di diverso disegno, certamente di più largo respiro.- -Poichè non gli è finora riuscito di portarlo a compimento, e propriamente dispera che gli riesca mai più, egli non ha saputo che cosa fare del suo primo saggio: se lasciarlo, cioè, esaurito, come è da tanto tempo, o ripubblicarlo tale e quale. A questo secondo consiglio si apprende oggi, confortato dal giudizio del quale volle onorarlo, ventitrè anni addietro, il Maestro dei maestri. La lettera di Giosue Carducci qui riprodotta sarà la migliore giustificazione della presente ristampa, come fu ed è il massimo premio che l'autore potesse mai ripromettersi.- 28 giugno 1921. [Illustrazione: Lettera di Giosue Carducci.] Bol. 18 f. 1898 Caro signore, Grazie del libro. Mi pare una enciclopedia del pensiero e del sentimento leopardiano di fonte, condotta con metodo esatto e fedele, molto buona e utile. Può addomesticare, e lo spero e l'auguro, la gente, sempre e per lo più grossolana e pregiudicata e declamatrice, alla cognizione della imagine del poeta e pensatore. La saluto. Giosue Carducci L'INDOLE I. IL SENTIMENTO POETICO. Fanciullo di otto anni, per divertire i suoi fratellini, Giacomo Leopardi inventava fiabe e novelle, alcune delle quali duravano più giorni come romanzi; una specialmente, piena di strane e fantastiche avventure improvvisate secondo che l'azione si veniva svolgendo, durò più settimane. I personaggi erano però tolti dal vero: il conte Monaldo suo padre si chiamava Asmodante, Lelio il fratello Carlo, il brillante eroe Filzero era lo stesso narratore. Egli sapeva trasfondere tanta vita in questi tipi, che tre quarti di secolo più tardi il conte Carlo, udendo qualche tratto di spirito, esclamava: “Questa è -filzerica!-....„ A dieci anni, Giacomo cominciò a comporre i suoi primi libri. Nel 1810, a dodici anni, scrisse al padre scusandosi di non potergli nulla offrire in occasione delle feste: “Crescendo l'età crebbe l'audacia, ma non crebbe il tempo dell'applicazione. Ardii intraprendere opere più vaste, ma il breve spazio, che mi è dato di occupare nello studio, fece che laddove altra volta compiva i miei libercoli nella estensione di un mese, ora per condurli a termine ho d'uopo di anni.„ Le sue composizioni di quel tempo sono tragedie, poemetti, cantiche sacre e profane: il -Pompeo in Egitto-, il -Catone in Africa-, le -Notti puniche-, il -Balaamo-. Questo ingegno straordinariamente precoce comincia dunque a dar prova di fervida immaginazione. Il giovanetto ben presto si dà tutto agli studi severi delle lingue e delle letterature antiche; sembra allora che questa sua dote debba restare inutile, che questo lume interiore debba spegnersi: in luogo d'inventare egli traduce; in luogo d'esprimere idee proprie, ricerca, raccoglie, discute quelle degli altri. Tuttavia, quando pare che la sua facoltà immaginativa sia isterilita sotto la polvere dei vecchi libri, fra le grammatiche, fra i dizionarii greci ed ebraici, dà ancora prova di forza. Il Creuzer trova nel suo lavoro sul Porfirio “plus d'effervescence juvénile et d'imagination que de maturité d'esprit.„ Studiando filologia, trattando di ingrate quistioni etimologiche, egli segue una “ispirazione indovinatoria„ e “quella certezza intima che per quanto non si possa trasfondere facilmente in altri, con tutto questo è fortissima e nasce da una gagliarda apprensione di certe probabilità, la quale ci farebbe giurare che la cosa sta così, nonostante che non se ne possa portare alcuna prova irrepugnabile.„ Nell'immenso cimitero dell'antichità egli rimescola le ceneri dei grandi morti, interroga le lapidi, decifra i nomi; ma quante volte lo stesso nome è cancellato! Tra il cielo della gloria e le profondità dell'oblio sembra che vi sia un luogo dubbio come il limbo cristiano: chi furono Elio Aristide, Dione, Crisostomo, Cornelio, Frontone? Nulla, quasi nulla si conosce della loro vita; il loro pensiero è perito, è disperso. Ed ecco l'erudito adolescente attendere, con le poche e incerte notizie che i suoi libri glie ne danno, a ricostruire la loro vita, a rifare le loro opere. La sola idea d'un simile lavoro non prova il fervore d'una immaginazione che, per poco costretta nell'aridità degli studi filologici e storici, troverà più tardi altri campi dove spaziare? Fantasia ed erudizione si danno ancora meglio la mano quando, “innamorato della poesia greca„, egli tenta un'impresa simile a quella di Michelangelo, “che sotterrò il suo Cupido, e a chi dissotterrato lo credeva d'antico portò il braccio mancante„: grazie alla sua scienza dell'antichità ellenica compone un -Inno a Nettuno- che finge d'aver tradotto dal greco, e che greco fu veramente stimato; ma l'opera sua è originale, è dovuta alla nativa facoltà creatrice, ravvivatrice, animatrice. Simonide celebrò il successo delle Termopili, e il suo canto andò perduto: il Leopardi, commiserando il destino di quegli Italiani che morivano in guerra per una causa non propria, ricorda i Trecento caduti sul colle d'Antelo e procura “rappresentarsi alla mente le disposizioni dell'animo del loro poeta in quel tempo„, e così rifarne il canto. Dalle sue stesse parole noi vediamo di che specie sia la facoltà immaginativa dello scrittore. Essa non si esercita tanto sulle cose quanto intorno ai sentimenti, non gli suggerisce tanto forme quanto idee. Per questo suo speciale carattere si può antivedere che l'immaginazione del Leopardi sarà associata con la facoltà di pensare e di riflettere; ma essa naturalmente dipende da quella di sentire e di commuoversi. Come mai il fanciullo sarebbe capace di creare tanti tipi e d'inventare così belle favole, se le figure e gli atti delle persone reali non avessero lasciato profonde impressioni dentro di lui? Come mai il giovanetto darebbe vita a tanti eroi, a tanti fantasmi, se egli stesso non vivesse intensamente? La sensibilità del Leopardi è infatti grande e precoce quanto la sua immaginazione: bambino di quattro anni e mezzo, dinanzi al cadavere di un fratellino scoppia in un pianto così dirotto che il padre ne è maravigliato ed esprime questa maraviglia in un suo Diario. Misurare la capacità degli organi dei sensi di un morto, sulla fede dei suoi scritti, contando gli aggettivi da lui adoperati, interpretando il valore delle sue espressioni, è malagevole tanto, che gli scienziati i quali hanno tentato questo lavoro intorno al Leopardi non sono venuti a conclusioni concordi. Certo è che lo sviluppo fisico e morale del Recanatese fu anticipato di quattro o cinque anni e che la sua salute si rovinò irreparabilmente. Narreremo più tardi la storia dei suoi mali; questo è il luogo di notarne il principale: un disordine nervoso, una irritabilità sensoria, una disposizione a risentire intensamente, fino allo spasimo, tutte le impressioni del mondo esterno. Le impressioni grate sono in lui più forti che negli altri uomini; ma le dolorose sono più forti e più frequenti: sono continue. I suoi occhi non possono sostenere la luce del sole e spesso neppur quella delle candele; il suo udito è letteralmente ferito dai rumori; la sua cute non resiste nè al freddo nè al caldo. Moralmente noi troviamo in lui la stessa esagerazione. Egli si commuove al sorriso dei campi, al canto degli uccelli, al raggio della luna; una sera “prima di coricarmi, aperta la finestra della mia stanza, e vedendo un cielo puro, un bel raggio di luna, e sentendo un'aria tepida e certi cani che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono alcune immagini antiche, e mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi a gridare come un forsennato....„ Nel commercio degli uomini le cerimonie sono per lui “sciagurate„ perchè “ci tolgono e difficultano una delle massime consolazioni che ci sieno concesse in questa misera vita, voglio dire quella del manifestarsi e diffondersi i cuori sensitivi gli uni negli altri.„ Tutto quello che impedisce l'espressione vera del cuore gli riesce odioso: egli ha sempre avuto ed avrà sempre bisogno “della comunicazione del cuore e dei sentimenti.„ Nulla al mondo è per lui desiderabile “se non i diletti del cuore e la contemplazione della bellezza.„ Alla bellezza poetica è sensibile in modo che i parenti, per richiamare la sua attenzione quando lo vedono assorto, usano citare ad alta voce qualche verso di Virgilio, d'Orazio, del Petrarca: allora egli si scuote e si desta. La viva ed animata bellezza è a lui fonte “inenarrabile„ di pensieri e sentimenti “eccelsi ed immensi„, e segno e sicura speranza “di fati sovrumani, di fortunati regni ed aurei mondi.„ La bellezza di Aspasia gli appare qual “raggio divino„: simile effetto Fan la bellezza e i musicali accordi Ch'alto mistero d'ignorati Elisi Paion sovente rivelar. E se i rumori lo feriscono, la musica è una delle sue grandi passioni, “e dev'esserlo di tutte le anime capaci d'entusiasmo.„ Egli grida al fratello: “Ho bisogno d'amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita.„ E quando la sorella gli scrive con la sua “consueta sensibilità„, egli ne resta consolato in più modi: “perchè mostri di volermi tanto bene, perchè mi persuadi che la sensibilità si trova al mondo, perchè risvegli la mia non verso te in particolare, ma verso tutto l'universo„. L'amor fraterno è in lui un “amor di sogno„; pensando al fratello suo spesso egli piange di tenerezza. Vedremo più tardi altre prove della forza di questo suo sentimento; vedremo ancora sino a qual grado saliranno in lui i sentimenti dell'amore e dell'amor proprio e dell'amor patrio: osserviamo per ora qualche altro segno della sua acuta sensibilità morale. La sua corrispondenza epistolare col Giordani pare quella d'un innamorato. Aspettando la visita dell'amico, egli crede che resterà qualche giorno senza dirgli niente, “per non sapere da che cominciare. Non sarà poco se vi darò spazio di mangiare e di dormire.„ E visto che l'avrà, potrà dire “che non tutti quei desideri più focosi ch'io ho sentito in mia vita sono stati vani.„ Dovendo immaginare qualche cosa di sua grande allegrezza, non crede che ne proverebbe una maggiore di quella che il diletto amico gli reca dandogli buone notizie della sua salute. E se manca di sue notizie cade in una “ansietà spaventosa„ e scrive al Mai una lettera piena d'angoscia. Rivolgendosi direttamente al pigro corrispondente, gli dice: “Ho pensato di voi quelle più acerbe cose che si possono pensare di persona più cara che la vita propria. Ho provato strette di cuore così dolorose, che altre tali non mi ricordo di aver mai provato in vita mia.„ Nè si lagna tanto del silenzio dell'amico quanto della propria esagerazione: “di questo amor mio che le cose più ordinarie e naturali se le figura stranissime e miracolose„: dove noi possiamo vedere come gli eccessi della sensibilità determinano gli eccessi dell'immaginazione. Questo medesimo rapporto fra i sentimenti e le immagini troviamo espresso in un altro luogo dove egli parla del fratello Carlo: lasciando Recanati nel 1822 egli sa che Carlo resta in angustie; da Roma gli scrive: “Questo pensiero mi pungeva infinitamente quel primo giorno ch'io ti lasciai e che io mi dipingeva alla fantasia tutto il nero, tutto il freddo, tutto il morto dell'abbandono in cui ti trovavi.„ Sin da questo momento è da prevedere che un uomo così fatto non sarà felice. Con tanta esasperazione della sensibilità fisica e morale, con tanta esorbitanza dell'immaginazione, i suoi spasimi saranno ineffabili. Certo, anche le sue gioie saranno più intense che non quelle degli uomini comuni; ma i dolori saranno più copiosi, e le stesse gioie gli riusciranno spesso intollerabili. Guardate, per esempio: agli uomini medii la speranza suol essere una grata consolatrice: in lui diventa “passione turbolentissima.„ Egli non si maraviglia che la speranza travagli “assai più della disperazione e del dolore„ la sorella Paolina, tanto simile a lui moralmente. Sperando con tutte le sue forze, temendo che la cosa tanto sperata non succeda, egli giudica che la disperazione e lo stesso dolore sono “più sopportabili della speranza.„ Quando gli accade qualche cosa che non ha previsto, egli l'apprezza esattamente; ma che cosa non prevede un'immaginazione fervida come la sua? Essa gli anticipa le impressioni della vita, le eccita in lui prima che gli avvenimenti reali si producano; e la sua sensibilità smodata si mette a vibrare dinanzi a questi fantasmi, dinanzi a queste vanità, come dinanzi alle cose. Quando sopraggiungono le impressioni reali, esse gli sembrano scialbe ed insipide. Pertanto egli giudica scarsi il piacere e la bellezza nel mondo, e la fantasia gli pare preferibile alla realtà. Allora egli non trova altro porto “che quello dei fantasmi e delle immaginazioni„, e non solo disprezza la realtà, ma la nega, la considera “un nulla„, ed afferma che solo le “care illusioni„ sono cose consistenti. Così egli ragiona al rovescio degli uomini comuni, ed all'invertito ragionamento corrisponde un sentimento d'orgoglio: perchè l'anima sua, capace di creare le sole cose belle e vere, sarà diversa dalle altre, anzi migliore di tutte: “alta, gentile e pura„. Basterà per il momento avere accennato a questi danni: quantunque essi non siano lievi, vediamo ora come altri se ne producano per un'altra, per una nuova ragione. Poichè egli antepone le illusioni alla realtà, non le tiene “per mere vanità, ma per cose in certo modo sostanziali, giacchè non sono capricci particolari di questo e di quello, ma naturali e ingenite essenzialmente in ciascheduno.„ Dall'osservazione di ciò che accade in lui trae così un'affermazione generale: e certo l'identità dell'umana natura deve consentirci di estendere a tutti gli uomini ciò che è proprio ad uno di loro; ma questi uomini tanto simili sono pure tanto diversi che non se ne trovano due del tutto eguali; e il Leopardi non sarebbe singolarissimo se tutti attribuissero, come egli fa, tanta importanza alle illusioni. La capacità di considerare il mondo reale “un nulla„ e di preferirgli il mondo suscitato dalla fervida fantasia ed apprezzato dall'acuta sensibilità, è propria dei poeti: il sentimento poetico è appunto fatto di sensibilità e di fantasia. Tali doti portate dalla nascita fanno poeta il Leopardi; la loro esagerazione spiega la sua parentela con tutti gli altri poeti dolenti; ma l'indole sua si specifica perchè egli possiede un'altra dote eminente che col sentimento poetico d'ordinario non s'accorda, che anzi lo contrasta. II. LO SPIRITO FILOSOFICO. Tra la scienza e la poesia, tra la forza dello spirito e l'intensità del sentimento c'è d'ordinario opposizione e contrasto: gli uomini maggiormente impressionabili non sogliono essere i più riflessivi. Le due capacità si trovano tuttavia insieme unite in alcune anime che da questa unione riconoscono la loro potenza. La facoltà che agguaglia i poeti e gli artisti agli uomini di scienza è l'immaginazione. Il Leopardi, componendo l'inno a Nettuno, ricomponendo il canto di Simonide, eccitando il Missirini a “render corpo e vita alle ossature e agli scheletri dell'antico teatro greco e romano„, fa opera simile a quella del naturalista che da alcuni frammenti fossili ricostruisce tutto l'ignoto essere vivente al quale questi appartennero. La concezione dell'ipotesi della quale lo scienziato si serve per ispiegare i fatti osservati è simile alla concezione poetica e romanzesca. La scienza delle scienze, la filosofia, è ancora più vicina alla poesia che non tutte le altre. L'importanza dell'ipotesi è senza fine maggiore in filosofia che non nelle scienze esatte: anzi, considerando i problemi massimi ed insolubili -- l'origine, la natura, il fine della vita e del mondo -- la filosofia riposa tutta quanta sopra ipotesi. E poichè l'ipotesi è opera di quella potenza immaginativa alla quale il poeta deve i suoi concepimenti, la parentela tra il poeta ed il filosofo è manifesta. “Abbi per cosa certa,„ dice lo stesso Leopardi, buon giudice, “che a far progressi notabili nella filosofia non bastano sottilità d'ingegno e facoltà grande di ragionare, ma si cerca eziandio molta forza immaginativa; e che il Descartes, Galileo, il Leibniz, il Newton, il Vico, in quanto all'innata disposizione dei loro ingegni, sarebbero potuti essere sommi poeti, e per lo contrario Omero, Dante, lo Shakespeare, sommi filosofi.„ Filosofia e poesia sono ancora affini per questo: che molto spesso, anzi quasi sempre si esercitano intorno allo stesso oggetto: l'anima umana: “E ben sai che egli è comune al poeta e al filosofo l'internarsi nel profondo degli animi umani, e trarre in luce le loro intime qualità e varietà, gli andamenti, i moti e i successi occulti, le cause e gli effetti dell'une e degli altri„. Ma questa affinità, sia grande quanto si voglia, non arriva all'identità; al contrario. Un poeta può rassomigliare molto ad uno scienziato e moltissimo ad un filosofo; ciascuno ha tuttavia i suoi particolari e indelebili segni. Per la potenza dell'immaginazione essi si somigliano; ma l'immaginazione è unita con la sensibilità nel poeta, con la ragione nello scienziato e nel filosofo. Facoltà propria del filosofo è, secondo lo stesso Leopardi, quella di “penetrare coi pensieri nell'intimo delle cose„; di “sciorre e dividere le proprie idee nelle loro minime parti„; di “ragunare e stringere insieme un buon numero di esse idee„; di “contemplare con la mente in un tratto molti particolari in modo da poterne trarre uno generale„; di “seguire indefessamente coll'occhio dell'intelletto un lungo ordine di verità connesse tra loro a mano a mano„; di “scoprire le sottili e recondite congiunture che ha ciascuna verità con cento altre.„ Più brevemente: il filosofo non considera i fatti nelle loro apparenze, ma ne misura il valore, ne esprime il significato e ne discopre le leggi. Abbiamo visto che il Leopardi, a otto anni, è novellatore e poeta; ancora adolescente, quando gli altri non hanno finito di apprendere le lingue egli è maestro di filologia. L'opera sua è di vero scienziato: le sue emendazioni dei testi, le sue illustrazioni, i suoi commentarii, tutto il suo minuto ed acuto lavoro di critica, se è aiutato dall'intuito, dal “tatto quasi divinatorio„ del quale parla suo fratello Carlo, è pur dovuto principalmente alla potenza riflessiva della sua mente. Ma egli non si può contentare di questo esercizio; mira a più vasti orizzonti: dalle regole grammaticali passa alle leggi dell'anima. Già vedemmo come, osservata in sè stesso la preminenza delle illusioni e considerato che la natura umana è essenzialmente una, egli estende a tutti gli uomini quel che gli è proprio. Vediamo qualche altro esempio di questa sua attitudine ad astrarre e generalizzare. Un giorno, rivolgendosi ad un maestro perchè riveda l'opera sua, egli prova un senso di rimorso nel distoglierlo da altre occupazioni: il bisogno dei consigli e la paura di essere indiscreto vengono in contrasto; l'interesse proprio trionfa; dall'osservazione di questo fatto egli ricava una sentenza: “Veggo bene che io usurpo momenti che dovrebbero essere sacri a tutta la repubblica delle lettere „, scrive al Mai, “svolgendola da occupazioni utili all'universale letteratura, e ne ho rimorso; ma che debbo dirle? L'amor proprio è assai potente, e fa che si desideri per sè solo quello che si dovrebbe impiegare per il bene di tutti....„ Quando noi ci troviamo soli in un'opinione anche vera sprezziamo l'altrui opposizione; pure il dubbio di essere in inganno può tormentarci e una secreta voce dirci che l'ostinazione ci fuorvia; se noi non siamo filosofi ci ostiniamo o dubitiamo senz'altro; un pensatore come il Leopardi formula una legge della quale misura l'estensione: “Certo quel trovarsi solo in una sentenza vera fa paura, e a noi medesimi spesso la costanza pare caponaggine, la noncuranza degli sciocchi giudizi, superbia, il credere d'intenderla meglio degli altri, presunzione.„ Ancora: ripensando ad un nostro piacere passato, noi possiamo sentire che esso non fu tanto grande quanto poteva essere, e rammaricarcene; il Leopardi, in una condizione simile, esprime una verità: il pentimento di non aver goduto appieno, dice, ci grava l'anima e il piacer che passò cangia in veleno. Non occorre moltiplicare gli esempii. Il risultato è che in età quasi fanciullesca egli ha già “certezza e squisitezza di giudizio sopra le grandi verità non insegnate agli altri se non dall'esperienza, cognizione quasi intera del mondo e di sè stesso.„ Ma quest'abito filosofico così presto contratto grazie alla capacità indagatrice della mente, ostacola gli slanci del poeta. Guidati dalla comune potenza immaginativa, poeta e filosofo procedono per vie parallele; essi divergono obbedendo all'impulso particolare della loro natura. Il poeta vuol sentire: il filosofo vuol ragionare. La singolare capacità del poeta è di apprezzare le cose che l'immaginazione gli pone dinanzi: di vibrare, di fremere, di gioire, di spasimare; la singolare capacità del filosofo è quella di spiegare le cose che l'immaginazione gli rappresenta: di paragonare, di dedurre, di astrarre, di intendere. Certo, non è possibile al poeta sentire senza giudicare; nè al filosofo giudicare senza sentire; ciò spiega ancora la loro affinità; ma come il giudizio del poeta, se pure è esatto, si altera perchè egli obbedisce troppo alle simpatie, alle antipatie, e in generale alle passioni; così il sentimento del filosofo, se pure è schietto, si altera perchè egli troppo lo indaga ed esamina. Immaginate che il cielo a un tratto si oscuri, che il vento, la pioggia, la folgore muovano guerra alla terra ed alle sue creature. La tempesta le rende fredde, tacite, smorte. Torni la quiete, si sgombri il cielo, riapparisca chiaro il fiume giù nella valle: ogni cuore si rallegra, da ogni parte la vita riprende con nuovo ardore il suo corso. Il poeta che si è sentito opprimere come tutti gli altri durante la bufera, dovrebbe come tutti gli altri gustare la letizia del sereno; ma se questo poeta si chiama Giacomo Leopardi, il filosofo che c'è in lui non si abbandona al piacere del momento: come il chimico che saggia e scompone i corpi per conoscerne la natura, così il filosofo saggia e scompone i sentimenti. Egli ragiona così: “Prima che scoppiasse la tempesta il cielo era chiaro, l'aria era quieta, il sole splendeva; ma chi godeva di queste cose? Non solamente pochi ne godevano, ma quasi passavano inosservate dai più. Ora, sì, ne godiamo tutti; perchè? Che cosa è avvenuto? È avvenuto questo: che le perdemmo per un momento. Dallo stato d'indifferenza nel quale eravamo prima, passammo a uno stato di paura e d'angoscia. Il nostro piacere d'ora che cosa è dunque? È una cosa negativa, è la fine del dolore sopravvenuto.„ Ed egli scrive la -Quiete dopo la tempesta-, che è tutt'insieme una poesia squisita ed una pagina di filosofia; ma dove se ne è andata la sua sensazione piacevole? È finita; è stata dispersa dal ragionamento che l'ha trovata tutta relativa e fallace. L'esempio è significante. Il Leopardi è un poeta sensibilissimo, ma c'è anche in lui un freddo speculatore; e appunto per questa complessità della sua mente egli è molto più infelice che non sarebbe se fosse soltanto poeta troppo vibrante. Naturalmente la capacità di pensare viene dopo quella di sentire. Noi tutti cominciamo a sentire appena dischiusi gli occhi alla luce; l'intelletto lavora più tardi. Il Leopardi vive pertanto, nei primissimi tempi, al modo poetico, sentendo, vibrando, illudendosi; se questa sua capacità non fosse grandissima, il pensiero, la ragione, cominciando ad operare più tardi, forse ne trionferebbe; e se la capacità di pensare non fosse in lui massima, forse trionferebbe il sentimento: il suo strazio per questo è ineffabile: perchè dentro di lui si urtano e lottano due anime diverse di tempra, ma egualmente gagliarde. Uditelo lagnarsi col Giordani dei danni che ha prodotti in lui la ragione: “Vi vedo molto malinconico e potete credere che non so come consolarvi, se non pregandovi a concedere qualche cosa alle illusioni che vengono, sostanzialmente dalla natura benefattrice universale, dove la ragione è la carnefice del genere umano, e una fiaccola che deve illuminare, ma non incendiare, come pur troppo fa....„ Come pur troppo ha fatto in lui e nei suoi pari, sarebbe più giusto dire. Ma il suo spirito non è così fatto da cercare nei casi particolari ciò che è generale, da estendere a tutta la natura umana ciò che è proprio di alcuni uomini? E tutta la storia della sua vita morale è piena dei dolori prodotti dal dissidio tra il sentimento e lo spirito, tra la fantasia e la ragione. A noi ti vieta Il vero appena è giunto, O caro immaginar.... Il pensiero lo fa soffrire, la verità nuda gli incute paura, la visione poetica dell'esistenza gli è parsa solo amabile; più tardi “ogni cosa che sa di affettuoso e di eloquente mi annoia, mi sa di scherzo e di fanciullaggine ridicola. Non cerco altro fuorchè il vero, che ho già tanto odiato e detestato.„ E se la verità alla quale egli perviene non gli è grata, tuttavia la soddisfazione di trovarla è dilettosa; ma perchè questo diletto sia possibile bisogna che “l'ultima scintilla„ si spenga nel suo cuore; finchè il cuore ardeva egli non la poteva comprendere; la ragione e la fantasia erano incompatibili. Questa incompatibilità è l'origine delle sue contraddizioni. Giudicato, per la sua natura troppo poeticamente immaginosa, che le illusioni e le speranze sono le cose più amabili, egli asserisce che la fantasia è la sola fonte di felicità in questa vita; ma l'asserzione è dovuta al filosofo, la legge è formulata dal filosofo; e questo filosofo non può assegnare una parte secondaria alla ragione sulla quale è poggiata la sua filosofia; quindi un urto continuo. Ed egli sa qual danno derivi “dal voler troppo far uso della ragione„ -- della ragione che gli fa riconoscere “tutta la verità„ intorno ai funesti effetti della fantasia.... In tanto contrasto, che cosa accade di un'altra facoltà dell'anima, d'una facoltà necessaria a vivere in mezzo agli uomini: della volontà? Sentire, immaginare, ragionare, sono cose belle e buone; ma bisogna anche volere ed agire. Nelle crisi continue prodotte dall'intimo dissidio dell'imperiosa ragione e della fantasia smodata, Giacomo Leopardi perde la capacità di operare. Per un tempo troppo breve, prima che egli immagini e quando ancora non indaga, è attivo e prepotente: fanciullo, nelle finte battaglie romane, a lui debbono toccare le più belle parti; dietro al suo carro di trionfatore si debbono trascinare i fratellini in atteggiamento di schiavi. La volontà dà ancora prova di tenacia quando egli studia per lunghi anni, eroicamente, da mattina a sera, finchè la lucerna dà gli ultimi guizzi; quando apprende senza maestro il greco e l'ebraico; quando non resta in ozio neppure per aspettare che l'inchiostro della fresca scrittura si asciughi, ed impiega questi minuti a leggere grammatiche spagnuole ed inglesi; ma già la volontà sua non è più quella che rende capaci di agire. Studiare è un altro modo di pensare, è la condizione necessaria per avere di che ragionare: l'energia, la forza di muoversi, di lottare, scema a poco a poco e si disperde. Egli è andato troppo dietro alle finzioni; ha troppo disperso la sua capacità vitale vivendo in un mondo immaginario. Se vuole operare, se vuole esercitare la sua sensibilità avida e ingorda nel mondo reale, la forza stessa dell'attività interiore gli è d'impaccio. Egli non sa come fare, da qual parte cominciare. “Il embrasse tout, il voudrait toujours être rempli; cependant tous les objets lui échappent, précisément parce qu'ils sont plus petits que sa capacité. Il exige même de ses moindres actions, de ses paroles, de ses gestes, de ses mouvements, plus de grâce et de perfection qu'il n'est possible à l'homme d'atteindre. Ainsi, ne pouvant jamais être content de soi-même, ni cesser de s'examiner, et se défiant toujours de ses propres forces, il ne sait pas faire ce que font tous les autres.„ Egli descrive con mano maestra questa impotenza per averla studiata direttamente in sè stesso. Quando si lamenta del pensiero, quando dice che il pensiero lo cruccia e lo martora, che è il suo carnefice e il suo distruttore “per questo solo che m'ha avuto sempre e m'ha interamente in sua balìa„, egli significa l'impotenza dolorosa alla quale è condannato, contro sua voglia, “senza alcun desiderio„, anzi col desiderio opposto, di muoversi, di operare, di vivere attivamente. Questa impotenza gli è tanto propria che più e più volte egli la significa nelle sue composizioni artistiche. Egli loda l'amore perchè, mercè sua, Sapïente in opre Non in pensiero invan, siccome suole, Divien l'umana prole. Egli invidia gli uccelli perchè “cangiano luogo ad ogni tratto; passano da paese a paese quanto tu vuoi lontano, e dall'infima alla somma parte dell'aria, in poco spazio di tempo, e con facilità mirabile; veggono e provano nella vita loro cose infinite e diversissime; esercitano continuamente il loro corpo; abbondano soprammodo della vita estrinseca.„ E il suo Filippo Ottonieri narra che Socrate “inchinando naturalmente alle azioni molto più che alle speculazioni, non si volgeva al discorrere, se non per le difficoltà che gl'impedivano l'operare.„ Questo impedimento fu il suo; tanto più doloroso quanto che egli ne ebbe nitida coscienza. Di tutti i mali derivanti dalla sua costituzione psichica noi abbiamo visto che egli ebbe coscienza; i quali, riassumendo, furono: l'esagerazione del sentimento poetico, cioè della sensibilità e della fantasia; il contrasto fra questo squisito sentimento poetico con un altissimo spirito filosofico, e per conseguenza la depressione e la dispersione della volontà. L'EDUCAZIONE CLASSICISMO E ROMANTICISMO. Un terreno arido s'irriga, un albero che pende si raddrizza: l'arte corregge la natura. Quali mezzi furono posti in opera per modificare la pericolosa disposizione di Giacomo Leopardi? Parleremo a suo luogo dell'azione della famiglia: questo è il momento di narrare la sua educazione intellettuale. Con tanta smania d'azione, con tanta e tanto precoce capacità di vivere, il giovanetto recanatese passa i migliori anni dell'adolescenza sui libri. “Io sono andato un pezzo in traccia della erudizione più pellegrina e recondita, e dai 13 anni ai 17 ho dato dentro a questo studio profondamente, tanto che ho scritto da sei a sette tomi non piccoli sopra cose erudite (la qual fatica appunto è quella che mi ha rovinato).„ Non soltanto la salute del corpo è rovinata; ma quella dello spirito è peggiorata. Il lavoro della mente diviene, a scapito dell'attività dei muscoli, il suo bisogno, il suo amore. Infermo, egli lavora ancora sei ore il giorno; e dice d'essersi così moderato “assaissimo.„ E oltre che l'eccesso, il genere stesso del suo lavoro mentale gli è pernicioso. Lo studio d'una disciplina esatta, di una scienza sperimentale, sviluppando il senso dell'osservazione reale, fomentando la nativa facoltà del raziocinio, avrebbe, se non soffocato, moderato almeno la fantasia; e se non aiutato, almeno non repressa la capacità d'azione. Egli studia invece quella filologia, quelle “spente lingue dei prischi eroi„ che lo segregano dal mondo moderno, che lo fanno vivere nel passato, che popolano il suo cervello di figure antiche e favolose. La sua fantasia è capace di dar corpo alle ombre, il suo sentimento s'infiamma per esse. Quando egli legge un classico, la sua mente “tumulta e si confonde„; quando legge Virgilio “m'innamoro „, confessa, “di lui.„ Abbiamo visto che rifà i canti ed eccita dentro di sè i sentimenti di Simonide, dei fedeli al nume del mare; reciprocamente: attribuisce i sentimenti suoi proprii a Saffo, a Bruto minore. Leggete le sue lettere: egli non parla d'altro che di scrittori greci e latini: di Omero, di Virgilio, di Callimaco, di Orazio: chiede notizie ai suoi corrispondenti di Giulio Africano, ne dà intorno a Dionigi e all'Eusebio del Mai; quando il dotto abate ritrova i libri di Cicerone della Repubblica si commuove sino a scrivere una canzone. E traduce la -Batracomiomachia-, due volte; la -Titanomachia-, gl'-Idillii- di Mosco, un canto dell'-Odissea-, un altro dell'-Eneide-; e ragiona delle Arpie, e compone tutto un libro sugli errori popolari degli antichi. Non si contenta di studiare e tradurre: se pensa di scrivere un romanzo storico, intende che debba essere “sul gusto della -Ciropedia-.„ Un simile proposito dimostra sino a che segno egli è lontano dal suo tempo. Quando egli porge l'orecchio alle voci che vengono di fuori, ode gli echi d'una lotta vivace: classici e romantici si accapigliano. Naturalmente egli è coi classici; lo farebbe ridere chi pensasse di ascriverlo all'altro partito. E nondimeno s'inganna. Classicismo e romanticismo non sono soltanto due scuole letterarie, ma due stati della coscienza e quasi due diverse qualità di anime. L'indole di chi ha seguito le tradizioni è calma ed equilibrata, o capace di frenarsi e di obbedire a certi consigli di moderazione e di prudenza, a certi precetti di ordine e di misura. Nature ribelli hanno sempre tentato di esprimersi liberamente; ma tanto forte è stata l'efficacia dell'insegnamento, che o si sono ultimamente piegate, oppure il loro esempio è rimasto senza imitatori. Altrettanto è avvenuto in politica: i tentativi di affermare i diritti dell'individuo contro le potestà consecrate dalle leggi secolari sono rimasti lungamente sterili. E la rivoluzione politica coincide con la rivoluzione letteraria. L'autorità dei maestri vien meno per quella stessa causa che distrugge ogni altra autorità nel consorzio sociale: la filosofia del secolo XVIII, tutto esaminando e tutto ponendo in forse, prepara una nuova era nel mondo; il primo romantico è il primo rivoluzionario: Gian Giacomo Rousseau. Ma le origini del romanticismo sono ancora più remote. La signora de Staël ha ragione di dire che la divisione della letteratura in classica e romantica si riferisce alle due grandi età del mondo: a quella che precedette e a quella che seguì lo stabilimento del cristianesimo. L'anima pagana, idealizzando la natura, aveva estrinsecato un certo tipo di perfezione e se n'era appagata; ma lo spirito umano, irrequieto indagatore, non poteva trovar sempre nella natura un pascolo adeguato; doveva anzi presto o tardi riconoscere che il mondo della coscienza è senza fine più vasto e ricco che non il mondo delle cose. Questo scontento della realtà, quest'ansia di novità, questa specie di ripiegamento dell'anima in sè stessa, furono in grandissima parte opera della predicazione cristiana. Se l'ideale classico, cioè pagano, continuò ad essere onorato lungo tempo dopo che la dottrina di Cristo mutò la faccia del mondo, ciò dipese in gran parte dalla prevalenza della razza latina, nella quale il paganesimo, come serenità di sentimento, come ludicità di visione, era quasi connaturato. Quel che c'è di triste e di dolente nella fede cristiana era quasi inaccessibile a una gente vissuta sotto cieli chiari, in riva ai mari tranquilli, sopra terre feconde quasi sempre sorrise dal sole. Inconsapevolmente essa professava il nuovo culto con le forme antiche; i vecchi riti e i vecchi miti sopravvivevano: un giorno, quando la rinnovazione dell'ideale pareva compita, il paganesimo rifiorì e il classicismo trionfò con la Rinascenza. Ma la nuova fede, intanto, penetrava più a dentro fra la gente del Nord. Gli uomini vissuti sotto cieli foschi, sulle rive di mari lividi, su terre ingrate, erano meglio preparati al nuovo verbo che insegna a disamare la terra, che dice la vita terrena un doloroso viaggio. Questi uomini non potevano vivere all'aperto, dissipando la loro attività in giuochi e feste; il raccoglimento dell'anima, l'esame della coscienza riusciva loro più facile; alla mortificazione della carne erano meglio preparati. Quando essi videro che cosa i Latini avevano fatto del cristianesimo, protestarono e fecero valere la loro protesta. Lungo tempo ignorati o mal noti, questi Nordici cominciarono a prender parte alla storia del mondo, produssero ingegni che ne espressero gl'ideali: a poco a poco il loro genio esercitò come un fascino sui Latini, disposti dalla stanchezza ad apprezzare la novità. Se pertanto la filosofia del secolo decimottavo, con i suoi dubbii e con le sue negazioni, fa impeto contro la scuola classica, l'invasione delle letterature nordiche accresce la vigoria dell'assalto. E la rivoluzione francese scuote la società dalle fondamenta, e Napoleone sconvolge il mondo: il sangue scorre a fiumi, dalle ghigliottine, sui campi di battaglia; gli Stati si trasformano, i confini si slargano, gli eserciti corrono dall'uno all'altro capo dell'Europa, i popoli si avvicinano: nuove visioni di cose tragiche o insolite passano dinanzi agli occhi della nuova progenie: i consigli di chi vorrebbe tornare alla compostezza, alla semplicità, alla serenità del passato non sono più uditi; ma gli ansiosi che hanno iniziato il mutamento non vi trovano la quiete, sibbene un'ansia nuova, più acuta. In questo tempo nasce Giacomo Leopardi. Egli può ben credersi classico, può bene appartarsi dal mondo moderno, può bene suscitare dentro di sè l'antico: non potrà far mai che questo antico torni realmente, non può distruggere in sè o d'intorno a sè gli effetti dei secolari o dei nuovi rivolgimenti. Chi più vuol essere classico, chi è animato da un più vivo sdegno contro i moderni, partecipa nondimeno a questa modernità e, senza volerlo, lo dimostra. Il Leopardi confessa apertamente d'essere stato durante un certo tempo con i moderni. Questo tempo è lo stesso durante il quale egli è ancora vivace, capace di muoversi, di operare. “Io da principio aveva il capo pieno delle massime moderne, disprezzava, anzi calpestava lo studio della lingua nostra; tutti i miei scrittacci originali erano traduzioni dal francese.„ Rammentiamoci di Chateaubriand il quale disse di sè: “J'étais Anglais, de manières, de goût et jusqu'à un certain point de pensées.„ Come il Francese cerca il nuovo in Inghilterra, così l'Italiano lo cerca in Francia: l'indirizzo è diverso, ma identica è la spinta interiore per la quale le cose note e vicine sono sdegnate, e ricercate le insolite e nuove. Così mentre in Germania le menti si nutriscono di Young e di Ossian, e Schiller e Goethe si appassionano per Shakespeare; in Francia la signora de Staël introduce il romanticismo tedesco; e Alfredo de Musset a diciassette anni preferisce non esser nulla se non potrà essere Schiller o Shakespeare, e Chateaubriand legge -Werther- prima di scrivere -Renato- -- Ugo Foscolo lo ha letto in Italia prima di scrivere -Jacopo Ortis- -- e Sainte-Beuve parla con tenerezza di Klopstock, e Carlo Nodier trae l'ispirazione da “cette merveilleuse Allemagne, la dernière patrie des poésies et des croyances de l'Occident.„ L'ardente e immaginoso fanciullo recanatese cerca anch'egli ed ama gli stranieri; e tale è la foga che egli mette in questa come in ogni altra sua passione, che arriva a disprezzare Omero, Dante, tutti i classici; ma il giovanetto riflessivo tosto comprende che la disciplina della vecchia scuola è la più adatta a formare lo spirito, che questi classici, seguendo i principii ora disprezzati hanno espresso cose d'una imperitura bellezza. Allora egli si converte, s'immerge “sino alla gola„ nei “suoi„ classici; gli scrittori che cercano ispirazioni oltre l'Alpi eccitano il suo sdegno; lo -Spettatore italiano-, foglio romantico, gli pare “un mucchio di letame„; la -Biblioteca italiana-, giornale dei classici, ha le sue preferenze. Allora egli è considerato come uno dei campioni del classicismo; Pietro Giordani lo stima classico non soltanto di studii, ma anche di animo: “Più volte m'è venuto in mente che se ci fosse ancora lecito di ripetere i sogni platonici.... io vorrei dire ch'egli fosse una di quelle anime preparate da natura per incarnarsi in Grecia sotto i tempi di Pericle e di Anassagora; e da non so qual errore tardata sino a questi miseri giorni ultimi d'Italia; per mezzo i quali, parlando con voce italiana pensieri greci, come straniera passò.„ Ma il Giordani s'inganna anch'egli; l'anima che pareva greca era nondimeno del suo tempo; per quanto grande fosse la seduzione del mondo antico, il suo proprio mondo dal quale voleva fuggire la tratteneva con mille sottilissimi fili ed esercitava un'influenza costante su lei. Consideriamo ad uno ad uno i caratteri del romanticismo come metodo letterario e come stato psicologico: vedremo quanti se ne trovano nel Leopardi. Letterariamente, i romantici insorgono contro l'imitazione. Per lungo tempo i grandi antichi sono stati considerati insuperabili; studio e dovere degli scrittori è stato quello imitarli. E il Leopardi, con tutta la sua infatuazione per gli antichi, quantunque anch'egli li abbia non poco imitati, pure critica il Monti perchè questo poeta “va con una ributtante freddezza ed aridità in traccia di luoghi di classici greci e latini, di espressioni, di concetti, di movimenti classici, per esprimerli elegantemente; lasciando con ciò freddissimo l'uditore„; e giudica che la coltura classica, così adoperata “più quasi nuoce di quello che giovi.„ Un altro punto intorno al quale romantici e classici battagliano è questo: l'arte deve figurare il brutto? o attenersi soltanto al bello? I classici sono per questo secondo partito, escludendo il primo rigorosamente; gli altri invece vogliono che il campo dell'arte si slarghi, che comprenda tutta quanta la natura. E intorno a questo argomento il Leopardi discorda dal Giordani. “Ella ricorda in generale ai giovani pittori che senza stringente necessità della storia (e anche allora con buon giudizio e garbo) non si dee mai figurare il brutto. Poichè, soggiugne, l'ufficio delle belle arti è di moltiplicare e perpetuare le immagini di quelle cose o di quelle azioni cui la natura o gli uomini producono più vaghi e desiderabili: e quale consiglio o qual diletto crescere il numero o la durata delle cose moleste di che già troppo abbonda la terra?„ Rispettosamente egli espone al maestro il suo concetto tutto diverso. “A me parrebbe che l'ufficio delle belle arti sia d'imitare il bello nel verisimile„. È vero che si appoggia all'autorità dei classici, di Omero, di Virgilio, di Dante, dei tragici; ma non è detto che i classici sieno tali in tutto e che i precetti dei romantici siano senza esempio di sorta. Nuova è la forza con la quale essi li affermano; e il Leopardi non si contenta dell'esempio, ricorre alla dimostrazione: “Certamente le arti hanno da dilettare, ma chi può negare che il piangere, il palpitare, l'inorridire alla lettura di un poeta non sia dilettoso? Perchè il diletto nasce appunto dalla maraviglia di veder così bene imitata la natura, che ci paia vivo e presente quello che è o nulla, o morto, o lontano. Ond'è che il bello, il quale veduto nella natura, vale a dire nella realtà, non ci diletta più che tanto, veduto in poesia o in pittura, vale a dire in immagine, ci reca piacere infinito. E così il brutto imitato dall'arte, da questa imitazione piglia facoltà di dilettare. Se un uomo è di deformità incredibile, ritrar questa non sarebbe sano consiglio, benchè vera, perchè le arti debbono persuadere e far credere che il finto sia reale, e l'incredibile non si può far credere. Ma se la deformità è nel verisimile, a me pare che il vederla ritratta al naturale debba dilettare non poco....„ Non si sente già venire Vittor Hugo il quale estenderà quest'idea e le darà forza di domma, protestando contro i pedanti che vogliono escludere il difforme, il brutto e il grottesco dalla riproduzione artistica, ed affermando superbamente: “Tout ce qui est dans la nature est dans l'art„? Ancora: l'antica mitologia, della quale i poeti hanno fatto un secolare abuso, fuor della quale non si è trovata bellezza artistica, è sdegnata e derisa dai novatori: la fede cristiana torna invece ad essere onorata, le credenze religiose si ridestano e si affermano: l'arte narra i -Martiri-, celebra il -Genio del Cristianesimo-. Con tutto il suo paganesimo letterario, il Leopardi è pure nato nella fede di Cristo, ne sente pure la rinnovata seduzione; egli pensa pertanto di comporre ed abbozza gl'-Inni Cristiani-. I romantici non cantano solamente Dio, ma anche il diavolo; perchè essi credono che l'arte non debba escludere nulla, neppure l'orrido; e che dai contrasti nascono effetti nuovi, più potenti: essi dicono: “Nous vous donnerons de l'incroyable, de l'affreux, du terrible, de l'extravagant, et s'il le faut, le diable lui-même remplacera votre vieux Apollon....„ E il Leopardi abbozza anche un'invocazione ad Arimane, al genio del male. I classici si rivoltano contro questa novità, vorrebbero attenersi esclusivamente alle letterature antiche, e bandire i moderni, gli stranieri, i nordici, dai quali vengono i maggiori ardimenti. Pietro Giordani divulga il consiglio che dà agli scrittori nostri la signora de Staël: “Dovrebbero, a mio avviso, gl'Italiani, tradurre diligentemente assai delle recenti poesie inglesi e tedesche, onde mostrare qualche novità a' loro cittadini, i quali per lo più stanno contenti all'antica mitologia; nè pensano che quelle favole sono da un pezzo anticate; anzi il resto d'Europa le ha già abbandonate e dimenticate.„ Ma il Piacentino, che pare abbia fatto sue queste parole, traducendole, si schiera tosto dall'altra parte; e come il Monti si lagna che Audace scuola boreal, dannando Tutti a morte gli dèi che di leggiadre Fantasie già fiorîr le carte argive E le latine, di spaventi ha pieno Delle Muse il bel regno; così egli si duole che le nostre assonnate immaginazioni domandino, per risvegliarsi, “il fracasso, e quanto hanno di più frenetico e tempestoso le fantasie settentrionali„, e si ferma a dimostrare come siano diversi e discordi i genii delle due contrade. E il Leopardi si è doluto, come abbiamo visto, d'aver disprezzato Omero, Dante e tutti i classici e d'aver ammirato gli stranieri; nondimeno, se egli passa dal disprezzo all'ammirazione per i primi, e viceversa, non è già che segua da ultimo rigorosamente il nuovo indirizzo. Mentre il Giordani lo giudica classico d'animo e di letture, il Belloni, romantico, può dargli lode e cantare di lui, tanto moderato è l'uso che egli fa della mitologia. E, quanto agli stranieri, per comporre un trattato sulla -Condizione presente delle lettere italiane-, egli sente il bisogno di “infinite letture anche di libri stranieri.„ Egli legge, studia e cita l'iniziatore del romanticismo: il Rousseau, e si rallegra caldamente col Brighenti “della conoscenza ch'ella avrà fatta con Lord Byron, uomo certamente segnalato„; e giudica questo romantico, questo settentrionale, questo gran ribelle nell'arte e nella vita “uno dei pochi poeti degni del secolo, e delle anime sensitive e calde.„ E dà lode al Goethe perchè ha preso dalla realtà i casi di -Werther-; e se più circospetto è il suo giudizio sulle Memorie del grande poeta tedesco, noi vedremo che lo modifica. Queste Memorie, dice “hanno molte cose nuove e proprie, come tutte le cose di quell'autore, e gran parte delle scritture tedesche; ma sono scritte con una così salvatica oscurità e confusione, e mostrano certi sentimenti e certi principii così bizzarri, mistici e da visionario, che, se ho da dirne il mio parere, non mi piacciono molto.„ Ma più tardi al fratello Carlo, romantico deciso, più di lui ammiratore degli stranieri, scrive: “È vero che le tue lettere sono triste, ma son care e belle, ed io amo meglio di sentirti lamentare, che di lasciarti tacere. Il tuo stile si rassomiglia a quello del Goethe nelle Memorie della sua vita che ha pubblicato ultimamente. Io comprendo benissimo tutta la pena del tuo stato....„ Egli comprende anche lo stile del poeta di -Faust- dopo aver compreso lo stato d'animo che lo ha dettato. Perchè, infatti, lo stile dei romantici e dei classici non è diverso per la diversità dei precetti retorici delle due scuole; ma perchè diversa è la condizione e l'indole dell'animo loro. Lo stesso Goethe spiega bene che i moderni non sono romantici perchè moderni, ma perchè deboli, malaticci, infermi; l'antico non è classico perchè antico, ma perchè vigoroso, forte, sereno. E se Giacomo Leopardi propende, quasi contro sua voglia, verso i romantici, ciò avviene perchè la sensibilità estrema e l'immaginazione esorbitante che abbiamo trovato in lui, sono i segni particolari di tutta la nuova fazione. “Noi Leopardi siam pieni di fuoco„, diceva Paolina, la sorella del poeta; due anni prima che Giacomo nascesse, l'autore delle -Lettres Westphaliennes- scriveva: “Toutes les imaginations sont en feu.... Jamais cette affection de l'âme qu'on nomme sensibilité ne fut exaltée autant que dans nôtre siècle; jamais le sentiment ne fut aussi analysé, aussi délicat, cela peut se remarquer même dans ses influences physiques, dans la prodigieuse quantité de maladies nerveuses qui se voit tous les jours. Les gens qui sont organisées d'une manière si irritable ont les passions plus vives.... On pourrait les nommer la secte des sentimentaux....„ E per il Recanatese il cuore è tutto, la sensibilità è tutto; egli si duole che tutti non sieno sensibili, “car je ne fais aucune différence de la sensibilité à ce qu'on appelle vertu.„ L'artista romantico, sdegnando l'imitazione dei vecchi scrittori, lasciando da parte le favole antiche, cupido di esprimere cose viste e sentite, capace di sentimenti che stima nuovi, squisiti, straordinarii, studia direttamente le sue passioni e la natura. Il Leopardi, discutendo col Giordani intorno alla prosa ed alla poesia afferma: “Da che ho cominciato a conoscere un poco il bello, a me quel calore e quel desiderio ardentissimo di tradurre e di far mio quello che leggo, non hanno dato altri che i poeti, e quella smania violentissima di comporre altri che la natura e le passioni; ma in modo forte ed elevato, facendomi quasi ingigantire l'anima in tutte le sue parti, e dire fra me: questa è poesia; e per esprimere quello che io sento ci voglion versi e non prosa, e darmi a far versi.„ Se quindi legge assiduamente i suoi classici latini e greci, e quanto più li legge tanto più gli s'impiccoliscono i nostri anche degli ottimi secoli, egli preferisce tuttavia i poeti ai prosatori; Cicerone, “una volta che la mia mente si trovava, come accade, in certa disposizione da bramare impressioni vive e gagliarde, mi parve (e fu in un trattato filosofico) più lento e grave che non si conveniva al mio desiderio di quel momento....„ Prosa e poesia non sono soltanto modi diversi d'espressione, ma anche diversi atteggiamenti dell'animo: la poesia è più sentimento, la prosa è più riflessione. Tra i più classici scrittori, in tempi che del romanticismo non esiste neppure il nome, i poeti sono naturalmente sensibili e immaginosi, hanno parte di quelle qualità che saranno proprie dei romantici e li distingueranno. Del pari i romantici sono naturalmente poeti per il calore degli affetti, per la vivacità dei fantasmi, anche quando non compongono versi. E la loro prosa è poetica, e il Leopardi che giudica il suo secolo poco o niente poetico e alle volte consiglia di porre da parte i versi e loda la prosa, linguaggio della riflessione e della filosofia; stima pure altra volta, perchè così vuole la duplicità dell'animo suo, che la prosa, per essere veramente bella, debba avere “sempre qualche cosa del poetico, non già qualche cosa particolare, ma una mezza tinta generale.„ C'è in lui un filosofo che si compiace nella lettura della classica prosa ciceroniana; ma c'è anche un poeta che, quando vede la natura dei luoghi ameni, nella bella stagione, si sente così trasportare fuori di sè stesso, “che mi parrebbe di far peccato mortale a non curarmene, e a lasciar passare questo ardore di gioventù e a voler divenire buon prosatore, e aspettare una ventina d'anni per darmi alla poesia.„ Non solamente egli preferisce la poesia, ma adora la musica: come tutte le anime sensibili del suo tempo, è deliziato da quest'arte che più e meglio della poesia parla al sentimento e all'immaginazione. Se la poesia è più romantica della prosa, la musica è l'arte romantica per eccellenza, l'arte nuova, l'ambiguo linguaggio delle nuove passioni perplesse, indefinite, inappagabili. Desiderii infiniti E visïoni altere Crea nel vago pensiere, Per natural virtù, dotto concento; Onde per mar delizïoso, arcano Erra lo spirto umano, Quasi come a diporto Ardito notator per l'Oceàno.... Mentre il poeta romantico attribuisce tanta potenza alla melodia, mentre chiama “mirabili„ le commozioni suscitate dalla musica, il filologo classico torna agli studii pazienti, all'esame dei testi antichi. L'uomo che risente alla lettura della -Storia Romana- del Niebuhr un piacere indicibile e che annovera fra le pochissime felicità della sua vita l'averne conosciuto l'autore, è lo stesso che sente le lacrime salirgli agli occhi udendo all'Argentina -la Donna del lago-. Così l'intimo contrasto che abbiamo trovato fra le due potenti facoltà del suo spirito è accresciuto dall'educazione, dal dissidio delle influenze che ora lo spingono in un senso ora nell'altro. Ma, in verità, il contagio romantico gli si apprende ogni giorno più gravemente. Noi abbiamo considerato alcuni dei caratteri letterarii, rettorici, formali, del romanticismo; e abbiamo visto che, nonostante la sua fedeltà ai grandi antichi, il Leopardi pur s'accosta per questo rispetto ai moderni; ma se consideriamo il romanticismo non come forma ma come contenuto, non come metodo di scrivere ma come modo di sentire, troviamo nel Recanatese tutti i caratteri dei romantici veri. L'immaginazione eccedente e la smodata sensibilità anticipano, tra costoro, la vita; prima e più che alle cose vere essi si affezionano alle figurazioni della loro fantasia. L'-Harold- di quel Byron che Giacomo amava tanto già prova il disgusto della sazietà quando ancora il primo tempo della sua vita non è trascorso. E la malinconia di Chateaubriand nasce quando “nos facultés jeunes et actives, mais renfermées, ne se sont exercées que sur elles-mêmes sans but et sans objet.„ E la fantasia dipinge ad -Ortis- “così realmente la felicità ch'io desidero, e me la pone davanti agli occhi, e sto lì lì per toccarla con mano, e mi mancano ancora pochi passi -- e poi? il tristo mio cuore se la vede svanire e piange quasi perdesse un bene posseduto da lungo tempo.„ E il Lamartine, nel giorno che compie vent'anni è stanco come se ne avesse vissuti cento. Il Leopardi dice che in lui “l'attività interna si è consumata assai presto da sè medesima per il suo proprio eccesso.„ Le anime avvezze a spaziare nel mondo dei sogni, che non ha confini nè obbligazioni, potranno mai essere appagate dalla realtà precisamente circoscritta e severamente governata? “Quand tous mes rêves se seraient tournés en réalité,„ dice il Rousseau, “ils ne m'auraient pas suffi; j'aurais imaginé, rêvé, désiré encore. Je trouvais en moi un vide inexplicable que rien n'aurait pu remplir, un certain élancement du coeur vers une autre sorte de jouissance dont je n'avais pas l'idée et dont pourtant j'avais le besoin.„ E Chateaubriand: “On m'accuse de passer toujours le but que je puis atteindre; hélas! je cherche seulement un bien inconnu dont l'instinct me poursuit. Est-ce ma faute si je trouve partout des bornes, si ce qui est fini n'a pour moi aucune valeur?„ E il Leopardi vorrebbe “toujours sentir, toujours aimer, toujours espérer„ ma “le bonheur de l'homme ne peut consister dans ce qui est réel. Il n'appartient qu'à l'imagination de procurer à l'homme la seule espèce de bonheur positif dont il soit capable. C'est la véritable sagesse que de chercher le bonheur dans l'ideal....„ L'identità di queste disposizioni intime è manifesta. Ancora: Gian Giacomo preferisce le immagini agli oggetti che le hanno suscitate e, alle Charmettes, ama meglio la signora de Warens quando le è lontano che non quando le sta da presso. “Plusieurs fois j'ai évité pendant quelques jours l'objet qui m'avait charmé dans un songe délicieux. Je savais que ce charme aurait été détruit en s'approchant de la réalité. Cependant je pensais toujours à cet objet, mais je ne le considérais pas d'après ce qu'il était: je le contemplais dans mon imagination, tel qu'il m'avait paru dans mon songe.„ Sono parole del Ginevrino? E il Recanatese quello che le scrive. Egli chiede: “Suis-je romanesque?„ Sì, o, per meglio dire, egli è romantico. Romanzeschi chiama ancora, invece che romantici, i sentimenti idilliaci dell'amico Brighenti; ma poi, come la parola -romantico- è stata la prima volta adoperata per qualificare un paesaggio, così anch'egli l'adopera per qualificare un paese: a Pisa trova “un certo misto di città grande e di città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto veramente romantico.„ Nel sentire diversamente e maggiormente che gli altri, nel fuggire il mondo reale, nel concepirne uno idealmente migliore, i romantici si credono singolari, ottimi, unici. Il Rousseau scrive: “J'étais fait pour être le meilleur ami qui fut jamais; mais celui qui devait me répondre est encore à venir.„ Il Lamartine loda “ces âmes concentrées, quoique errantes, qui désespèrent de trouver dans les autres âmes ce qu'elles rêvent de perfection en elles-mêmes.„ E il Leopardi loda 1 2 3 4 . 5 6 7 8 9 10 11 ' 12 - 13 14 15 16 17 18 , 19 . 20 21 22 23 24 . 25 26 - 27 , , ' , - 28 29 ' 30 . 31 32 , . . 33 34 35 36 37 . 38 39 40 - 41 42 , ' - - , 43 , 44 . , 45 ' 46 47 , ' ; 48 49 - - 50 , 51 , 52 , . - 53 54 - , 55 , 56 : , , , 57 , . 58 , , 59 , . 60 61 , ' 62 . - 63 64 . 65 66 67 [ : . ] 68 69 . . 70 71 , 72 73 . 74 , 75 , . 76 77 , ' , , 78 , 79 . 80 81 . 82 83 84 85 86 87 88 ' 89 90 91 92 93 . 94 95 . 96 97 98 , , 99 , 100 ; , 101 ' , 102 . : 103 , , 104 . 105 , 106 , , : « 107 - ! - . . . . , 108 . , , 109 : « ' 110 ' , ' . 111 , , 112 , 113 , 114 ' . , 115 , : - - , - 116 - , - - , - - . 117 118 119 . 120 ; 121 , 122 : ' ; 123 ' , , , 124 . , 125 , , 126 , . 127 « ' 128 ' ' . , 129 , « 130 « 131 , 132 , 133 , 134 . 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