amico!... Sarebbe una slealtà...
-- Ma egli vi tradisce... con chi è indegna di alzar gli occhi su di voi!
-- Vorreste che diventassi un'indegna anch'io?...
-- Sempre il freddo ragionamento! Come siete calcolatrice!... ed io,
come sono...
Ad un tratto l'afferrò per la vita, la piegò a viva forza, la rovesciò
sul divano.
Tremando, balbettando, respingendolo con le braccia irrigidite, ella
disse:
-- Per pietà... ve ne scongiuro.... lasciatemi... No, per pietà!...
Egli si sollevò, pallido e sconvolto.
-- Sta bene... poichè non volete...
Si contorse i baffi, girò intorno il capo come in cerca d'aria; poi
soggiunse:
-- A rivederci.
Ella gli stese una mano, supplicando:
-- Accardi, sentite... siate ragionevole...
-- Sta bene, sta bene... A rivederci.
E andò via.
Qualche giorno dopo Guglielmo venne a dirle:
-- Luigi ti saluta; non è potuto venire. È ripartito per Milazzo.
Ella restava immersa in un muto stupore dinanzi alla forza della
propria virtù.
V.
-- Guarda, guarda un po', quell'imbroglione di tuo nonno!...
Era sorta una lite, provocata dai creditori di Ragusa, l'antico
proprietario del -Gelso-. Sostenevano che costui li aveva frodati,
vendendo quel feudo quando, pei suoi tanti debiti, non poteva più
considerarsene come padrone. Si parlava di -rivendica in danno-,
di -azione pauliana-, pioveva della carta bollata e Guglielmo ne
spiegazzava dei fogli:
-- Guarda in quali impicci mi mette!... Questa è la tua famosa dote!...
M'ha venduto la pelle dell'orso, capisci?... Una causa sulle spalle!...
-- È forse colpa mia?... Che cosa posso farci? che ne so?... Perchè te
la prendi con me?
-- Già, è lo stesso che dire al muro!... Hai la testa ai nastri, agli
svolazzi: queste son le cose di cui t'intendi!...
E come più l'affare minacciava di complicarsi, più se la prendeva
contro di lei.
-- Hai visto, eh?... Senti quel che dice l'avvocato? Una causa che
durerà degli anni!... Capisci in che imbrogli mi cacciano?...
-- Ma Guglielmo -- protestava allora -- perchè affliggi me, adesso?
Egli si traeva indietro, turandosi la bocca, affettando di prodigar
delle scuse:
-- Perdono, sai!... Scusa!... Non lo farò più!... La colpa è tutta
mia!...
Poi riprendeva:
-- Questa è la famosa dote!... Sono più le noie che altro!...
Capisci?... Perchè tu non te ne venga con la tua famosa dote!...
Imbroglione ed intrigante! Gli puoi esser grata, a quell'intrigante
di tuo nonno!.. Già, la colpa è mia, che mi son lasciato mettere nel
sacco!...
Lo sdegno le ribolliva in cuore, nondimeno taceva, soffriva, lo
lasciava dire. Avrebbe voluto minacciarlo, confonderlo con la
rivelazione dei propri meriti; ma non diceva nulla, disgustata,
insofferente di vederselo dinanzi, non sperando altro che di esser
lasciata in pace. A poco a poco, l'infelicità di quella sua condizione
veniva conosciuta da tutti; ella stessa, senza lagnarsi apertamente,
senza riferire i suoi motivi di dolore, faceva comprendere agli intimi
lo sconforto in cui viveva. Tutti la compiangevano; alcune le dicevano:
-- Voi siete una santa!... Un'altra al vostro posto gli avrebbe reso pan
per focaccia...
Con Giulia, era più espansiva; le narrava quel che suo marito le faceva
soffrire, le esortazioni interiori che ella rivolgeva a sè stessa.
-- Che fare? Urtarlo di fronte? ribellarmi?... È peggio ed inutile!....
Andarmene? e come? per far che? con un bambino, un innocente che c'è
di mezzo? Domando al Signore di darmi forza! lo lascio dire, lo lascio
fare, lo evito... purchè mi rispetti...
Giulia le dava ragione, si lagnava ella stessa della condizione
disgraziata che la società faceva alle donne. Toscano cominciava forse
a trascurarla?
Ella lo aveva visto spesso vicino a una signora di Girgenti, la
baronessa Cannetto, venuta a stabilirsi a Palermo: una donna matura, ma
libera, sul conto della quale si dicevano tante cose e che molti uomini
circondavano. Guglielmo glie l'aveva presentata, quasi forzandola a
trattarla.
-- Per questa qui non ci sono difficoltà? -- aveva osservato lei, in tono
leggermente ironico, ma senza secondo pensiero.
E un giorno, quando un'intimità s'era stretta fra loro, la zia Carlotta
le disse;
-- Non ti far vedere troppo con quella donna.
-- Perchè?
La zia non volle rispondere altro; ma Giulia le ripetè più tardi la
stessa cosa, e allora, subitamente insospettita, ella esclamò:
-- Tu sai qualche cosa!... Dimmi tutto!... Sarò forte, vedrai...
-- Ma no, nulla...
-- Non sei sincera!... Vo' sapere... te ne scongiuro!... Mio marito!...
Come l'amica non rispondeva, ella si portò una mano alla fronte:
-- Con lei?... Oh!
Restava interdetta, dallo stupore, dalla mortificazione: una vecchia,
a quarant'anni, ritinta, infinta... quella vecchia era preferita a lei?
-- E si vedono?... Oh, te ne prego, non mi nasconder nulla!... Guarda:
sono tranquilla; che cosa potrei fare?... Si vedono, dove?...
-- In una casa... fuori porta Sant'Antonino... T'assicuro che non so
precisamente dove...
Anche questa! Questa con le altre!... Ed ella si ripiegava ancora
su sè stessa, inghiottiva l'amaro, rinunziava ai lamenti sterili,
ridicoli ed umilianti. Non metteva alla porta quella smorfiosa, la
riceveva, le restituiva le visite, studiando il suo contegno, misurando
la sua falsità. Con la bocca chiusa, il collo un poco piegato, colei
le prodigava elogi, dimostrazioni d'amicizia, la chiamava -amorino
mio-, la baciava in viso! Ella sentiva la tentazione d'incrociare
le braccia, di guardarla bene negli occhi, di dirle, lentamente:
«Spudorata, a chi vuoi darla a intendere con le tue smorfie? Come
hai il coraggio di comparirmi dinanzi?...» Quarant'anni? Ma doveva
averne di più. Sotto la veletta, sotto la cipria, si potevano contare
le rughe! Le mani con le dita cariche di anelli sfolgoranti facevano
pietà! I capelli dovevano esser tinti! Ed era costei che le preferiva!
Che cosa aveva dunque, che cosa sapeva fare, per sedurre ancora
gli uomini?... Ma non era piuttosto per l'attrattiva del nuovo,
del diverso, del frutto proibito, che suo marito preferiva quella
vecchia a lei, giovane e fresca, ma saputa e risaputa? Non era il
desiderio del nuovo, del diverso, del frutto proibito che metteva in
lei stessa un'irrequietezza, uno scontento, una febbre intermittente
di cui Sampieri ed Accardi avevano provocato due assalti?... V'era
della gente che conosceva le delizie della passione, il sapore del
mistero, l'emozione del pericolo! Pericoli, spasimi, torture, tutto
era seducente, tutto dava valore all'esistenza! Tutto era compensato
dalle ebbrezze divine, dalle estasi misteriose... Sognandone ad occhi
aperti, languendo di desiderio, restava lunghe ore immobile sopra una
poltrona, o a letto; a un tratto, si sollevava protendendo il busto,
offrendosi, come se un essere presente ed invisibile, come se un
fantasma, come se l'aria potesse abbracciarla, porgendo l'orecchio come
se qualcuno mormorasse delle parole d'amore. Sola nella sua carrozza,
si stringeva in sè stessa, imaginando di avere una persona cara al
fianco, di far sentire a questa persona il proprio corpo, freddolosa
e innamorata. Se incontrava delle donne sole procedenti a capo chino
lungo i muri, supponeva che tornassero da un convegno d'amore; gli
uomini vi correvano, e tutti avevano un secreto compenso alla volgare
monotonia della vita. La felicità degli altri faceva la sua infelicità:
ella non avrebbe mai conosciuto i palpiti e i delirii che aveva provati
in sogno! Eppure, si sentiva un cuor tenero e forte, una fede viva e
profonda: nessuna di quelle altre le pareva altrettanto degna d'amore
quanto lei stessa. Si giudicava capace d'una passione grande, immensa,
imperitura: l'aspettava, l'affrettava... Poichè suo marito veniva meno
a tutti i suoi doveri, non era ella sciolta dai proprii? A che cosa era
tenuta verso di lui? Ognuno avrebbe preso per la sua via; dinanzi alla
gente sarebbero rimasti uniti, salvando le apparenze, come ella aveva
letto che si faceva nelle grandi famiglie aristocratiche, a Parigi, a
Londra. Non le importava più nulla degli intrighi di suo marito; era
tacitamente inteso che ognuno riprendeva la propria libertà.
Una volta, rientrata tardi dopo aver fatte molte visite, il cameriere
le disse:
-- C'è stata la baronessa Cannetto.
Ella rispose tranquillamente:
-- Va bene... Le hanno detto che non c'ero?
-- Non so... credo di no, perchè è salita... l'ha ricevuta il signor
cavaliere...
-- Ah!...
Ella si morse le labbra. Ancora quest'altro affronto!... Però la sua
maggiore irritazione era contro sè stessa, che non restava indifferente
come aveva giurato. Il domani, nel suo salotto, chinatasi a raccogliere
il tagliacarte cadutole, vide qualche cosa per terra, accanto al
poggia-piedi. Una forcina da capelli... una forcina non sua, come
ella non ne aveva portate mai!... Tutto il sangue le montò al viso;
rapidamente, senza un istante di esitazione, andò in camera di suo
marito.
Egli leggeva un giornale, fumando, sdraiato sopra una sedia a dondolo.
Gli disse, freddamente:
-- Un'altra volta, quando riceverai in casa mia le tue ganze, procura
che non dimentichino nulla.
Guglielmo abbassò il giornale, guardandola curiosamente.
-- Sei ammattita?
-- Rimanda la sua roba a quella sfrontata, se non vuoi che la rimandi io
stessa con un mio biglietto da visita!
E gettò la forcina sopra un tavolo.
-- Ma di chi diavolo parli?
-- Ah, non lo sai?... Non mentire, guarda; perchè io posso tollerar
tutto, fuorchè la menzogna!
Egli ripiegò il giornale, mettendosi le mani in tasca.
-- Adesso ti pregherei di non rompermi il capo.
-- Sì, non è vero?
-- Precisamente... Mi secchi l'anima, con le tue tragedie! Ieri è venuta
una signora, io stavo per uscire, s'è fermata un momento. Sono cose che
accadono tutti i giorni.
Ella batteva un piede, incrociando le braccia.
-- Proprio?... Ma perchè accadono precisamente a te? Perchè non accade
a me d'essere ricevuta da un signore, solo?
Come egli scuoteva tranquillamente la cenere del proprio sigaro, ella
stese un braccio:
-- Ma bada, sai!... Quello che non è accaduto potrebbe un bel giorno
accadere!
Allora egli scoppiò a riderle in viso.
-- Ah! ah!... ah! ah!... ah! ah!
-- Guglielmo, non ridere!... Guglielmo, bada!
-- Ah! ah!....
-- Bada che finora ho sopportato, ho sofferto, ho resistito... bada!...
-- Che vai minacciando, sciocca? imbecille?...
-- Di gettarmi in braccio al primo venuto!
-- Fàllo!... Próvati!... Ed io non ti caccio a pedate, sciocca che sei?
Non mi libero di te?...
-- Sta bene! Si resta intesi!... Soltanto, avverti quella sgualdrina di
non metter piede in casa mia...
Egli si alzò, dicendo con voce minacciosa:
-- Casa tua?.... Casa tua?.... Questa è casa mia, qui comando io,
capisci?.... Qui tu non sei nulla!...
-- Io ti prometto che se colei mi comparisce ancora dinanzi, la mando
ruzzoloni per le scale.
Allora le si avvicinò rapidamente, alzando un braccio.
-- Ah, sì?... -- gridò, coi denti stretti, il pugno chiuso, gli occhi
iniettati di sangue. -- Ah, sì? Ed io ti prometto che farò venir qui
tutte le ciabatte di Palermo, qui dentro! in camera mia! te presente!
capisci?... tutte le ciabatte di Palermo, quelle da una lira,
capisci?...
Ella sentì un gran freddo passarle per la schiena. Egli continuò:
-- Qui, in casa mia, dove io sono il padrone, e tu niente!... dove tu
sei venuta a ficcarti per forza, dove ti ha ficcata quel farabutto di
tuo nonno.
-- Oh!
Ella si ritrasse, lentamente, barcollando, cercando un appoggio con
una mano, portandosi l'altra alla tempia. I polsi le battevano con
violenza, un velo avvolgeva tutte le cose; ella s'aggirava per la
sua camera automaticamente, non sapendo quel che facesse. A un tratto
gridò, buttando indietro il capo, stendendo minacciosamente il braccio,
increspando le narici:
-- Lo farò, sai!... lo farò!...
L'abbattimento soprovveniva, tanto più profondo quanto più forte era
stata l'esaltazione. Ella sentiva a un tratto che quei propositi di
vendetta erano vani, perchè ella non avrebbe saputo come fare, perchè
le repugnava darsi a qualcuno, così, freddamente, senza amore...
Dei lunghi giorni passavano, durante i quali ella non vedeva più suo
marito altro che a pranzo, dinanzi alle persone, scambiando con lui
una dozzina di sillabe. Chiusa nelle sue stanze, delle fantasmagorie
le sfilavano dinanzi: rievocava tutta la sua vita passata, e pensando
alla storia del suo matrimonio, un pentimento smanioso la rodeva: come
era caduta nello stesso errore di sua madre! Perchè non s'era ribellata
in tempo? Cento volte, la condotta di quell'uomo glie ne aveva data
l'occasione: una sola parola sarebbe bastata a salvarla! Che fatalità!
E non potere distruggerla più! Doverne subire eternamente il peso!...
Se avesse saputo evitarla, come la sua vita sarebbe stata diversa!
Enrico Sartana l'avrebbe fatta felice: perchè non lo aveva aspettato?
Si accusava, riconosceva che la colpa era stata sua! E si metteva
a pensare a lui, assiduamente. La ricordava ancora? Si sarebbero
incontrati mai?... Adesso egli viveva a Napoli, e la notizia del suo
matrimonio corse un giorno per tutta Palermo: sposava un'ereditiera, la
duchessa di Santorsola. Allora, anche quel ricordo andò svanendo: le
restavano solo gl'inutili pentimenti, le dolorose imaginazioni della
felicità che altrimenti le sarebbe toccata, le vane aspettazioni d'un
compenso al quale sentiva di avere diritto. Disperando di ottenerlo,
si proponeva di rinunziare al mondo, di ritirarsi in campagna, di
darsi tutta all'educazione di suo figlio. Se lo faceva recare vicino,
trovandolo un amore, compiacendosi del suo precoce sviluppo; però
il bambino non restava volentieri con lei, o aveva delle voglie
insaziabili, o metteva tutto sossopra. Ella tentava di riafferrarsi
alla vita esteriore, ma la vuotaggine delle conversazioni, la grettezza
dei giudizii e dei pregiudizii finivano di disgustarla. La provincia
non era fatta per lei, e il rancore contro suo marito cresceva, poichè
egli non aveva neppure mantenuto la promessa di stabilirsi a Roma,
di passarvi almeno gl'inverni. Ma avrebbe preferito farsi tagliare
la lingua piuttosto che dovergli qualche cosa, e precipitando in una
sfiducia infinita, s'appartava, usciva di rado, faceva poche visite.
Durante una di queste, dalla marchesa di Carini, le presentarono un
forestiere: il conte Aldobrandi. Non era giovane, ma ella non aveva
ancora l'idea d'una distinzione come la sua: se invece d'essere innanzi
a due piccole provinciali si fosse trovato in cospetto di due regine,
non avrebbe potuto contenersi altrimenti.
-- Ha detto, Aldobrandi? -- chiese alla marchesa, quando egli si fu
congedato.
-- Sì, gli Aldobrandi di Firenze, sa bene...
-- E cosa viene a far qui?
-- Cerca casa; precede sua moglie che viene da noi per salute.
-- Ah! è ammogliato?
Non lo avrebbe supposto. Rivedendolo una sera a teatro, notò che egli
la guardava con insistenza. Era già legato con suo marito, venne a
trovarla nel palco. Ella ne provò un'intima sodisfazione. Tutti gli
occhi del pubblico elegante erano su di lui; le piaceva mostrare che
ella riceveva fra le prime i suoi omaggi; e riprendendo a un tratto
la padronanza di sè, cominciò a sfoggiare tutto il suo spirito,
la sua seduzione. Egli era stato nella diplomazia, parlava del suo
soggiorno di Madrid e di Bucarest; un poco del fascino regale gli si
era attaccato. Venne a trovarla a casa; per istrada, al passeggio, la
seguiva in carrozza, la salutava tre, quattro volte, voltandosi sempre
a guardarla.
Ella pensava: «Ci siamo! Mi fa la corte!» Gli dava un po' retta, lo
guardava a sua volta, lusingata che un uomo suo pari, nella cui memoria
doveva esserci un -harem-, notasse una provinciale come lei. Però, non
ammetteva che egli potesse essere pericoloso: le piaceva fisicamente,
lo trovava d'uno chic supremo; poi pensava che aveva moglie, che doveva
avvicinarsi alla cinquantina, e non ammetteva che potesse esservi nulla
fra loro.
Il conte tornava a trovarla, le dimostrava in ogni occasione la propria
preferenza, la ubbriacava di lodi, le diceva che il suo salotto era il
più attraente di Palermo, che ella era la dama più elegante e spiritosa
di Sicilia.
-- Via, non m'aduli!... -- fingeva ella di protestare, sorridendo -- Lei
non le conosce tutte...
-- Crede dunque che ci sia bisogno di conoscere le persone per
giudicarle? Non basta vederle? Non vi è un'impronta, una linea, qualche
cosa che rivela, da mille miglia, la grazia, l'intelligenza, tutti
gl'istinti più alti e più nobili?
Ed accompagnava le parole con un lungo sguardo scrutatore, che diceva:
«Quest'impronta, questa linea, questo qualche cosa lo vedo in voi, nei
vostri gesti, nel vostro abito, nel vostro corpo...»
Ma ella scrollava il capo, ribattendo:
-- L'argomento è abile... fa onore al suo talento di diplomatico...
-- Questo vorrebbe dire che io fingo?
-- Che grossa parola! Non fingere, ma... dare a intendere... Quistione
di sinonimi!...
-- Dunque non mi crede?... E se io le dicessi che appena l'ho vista?...
Tutte le volte, però, che egli minacciava una dichiarazione, ella
lo interrompeva, gli chiedeva notizie di sua moglie: «Sta bene?...
E quando verrà?...» per rammentargli i suoi doveri, per fargli
comprendere che quel linguaggio gli era interdetto. E con un senso di
trionfo, vedeva che quelle allusioni lo imbarazzavano, turbavano la sua
correttezza anglosassone, finivano quasi per irritarlo.
Finalmente la contessa arrivò: una bruna, alta, magrissima, senza
petto, con due occhioni enormi, inquieti, febbricitanti; d'una eleganza
indefinibile, originale, capricciosa e -chifonnée-. Ella si era legata
con la nuova venuta, le aveva reso nei primi tempi tutti i minuti
servigi che si debbono ai forestieri, mettendo a sua disposizione la
propria carrozza, facendole da guida per la città, accompagnandola nel
mondo. La contessa le dimostrava la propria gratitudine, confidandosi
con lei, dicendo che trovava Palermo una bella città, ma che vi stava
a malincuore, perchè aveva lasciato altrove la miglior parte di sè,
perchè suo marito era per lei da tanto tempo un estraneo. Un giorno si
erano chiamate di tu; ora ella la considerava come un'intima amica. Il
conte, traendo profitto della frequenza dei loro incontri, insisteva
nella sua corte, nelle sue allusioni; ella lo lasciava dire, sedotta da
quella condizione drammatica, dalla lotta che imaginava si combattesse
in sè stessa fra il rispetto che doveva all'amica e la simpatia sempre
più forte che l'uomo le ispirava. Però, quando la contessa si lagnava
della propria solitudine, ella la confortava:
-- Ma tu hai accanto tuo marito! un marito che tutte t'invidiano! che è
il cucco delle nostre signore...
L'altra alzava le spalle, affondava il capo nella -touffe- di -tulle-
che portava sempre annodata intorno al collo esile.
-- Te lo regalo... lo vuoi?...
Egli, come la capitava sola, riprendeva con maggiore insistenza:
-- Avete giurato di farmi dannare?... Perchè siete così?...
-- Così, come, di grazia?
-- Così tentatrice, così diabolica, così divina?... Sorridete, sì;
sapete che per un vostro sorriso qualcuno darebbe la vita?
-- Ah! ah!... -- ella rideva, di cuore. -- Ma sa che lei è di pessimo
gusto?... Ha sua moglie vicina, che vale tanto più di me...
-- Lo dica un'altra volta!
-- E parla del mio sorriso!... Ma il sorriso di sua moglie è un
incanto!... Non mi parli, per carità, delle bocche piccole come la mia.
Le labbra di sua moglie sono dei petali carnosi!... E quel pallore
così distinto! e quello sguardo che affascina! quel languore pieno
di soavità, quella voce che è una melodia!... Uomo, farei pazzie per
lei!...
Sentiva quel che diceva, ma pensava pure che fosse dover suo tenergli
quel linguaggio; poi ancora le piaceva ascoltar le proteste del conte,
che erano altrettante esaltazioni della bellezza sua propria. E come
egli, più umilmente, a voce più bassa, esprimeva il suo voto, ella lo
interrompeva:
-- Tacete!... No, mai!...
-- Ma perchè? Vi dispiaccio tanto? Sono così disgraziato da riuscirvi
intollerabile?
Messa alle strette, ella evitava di rispondere.
-- Che c'entra questo?... Io ho dei doveri... e voi anche!...
Allora egli sorrideva un poco, scetticamente.
-- Doveri?... Ma se da per tutto si fa così!...
E aveva preso a deridere gli sciocchi scrupoli provinciali, la buffa
gelosia da Arabi andati a male dei Siciliani, narrando quel che si
faceva da per tutto, le raffinatezze del piacere, gli sfrenamenti
delle orgie. A poco a poco le sue parole diventavano più crude; ella
avvampava, ascoltandole. Grandi dame che si vendevano, velate, in
casa di provveditrici discrete, quando avevano bisogno di denaro;
duchesse spagnuole che facevano chiamare i -toreadori- più gagliardi;
alte cortigiane che ricevevano i principi nei letti dalle lenzuola
di raso nero perchè il roseo delle carni spiccasse di più; le orgie
imperiali di Saint-Cloud, le caccie -aux flambeaux- in cui le prede
erano rappresentate da donne ignude... Malgrado l'ansia malsana di
sapere quelle cose, ella gl'imponeva di tacere, si portava le mani alle
orecchie; egli continuava. La contessa di Streetford, prima di andare
a Corte, quando era vestita di tutto punto, sfolgorante di gemme,
si abbandonava al suo cocchiere in livrea; la Cordellani riceveva
con certi accappatoi ovattati che s'aprivano rapidamente, in modo
che ella poteva mostrarsi tutta agli amanti negli intervalli fra una
visita e un'altra; la principessa Valitzine, la celebre Russa, aveva
dei gusti contro natura... Ella si chiedeva come era arrivata fino al
punto che quell'uomo le parlasse così! Ritrovandola, egli cercava di
ricominciare.
-- Basta! -- esclamava lei -- non voglio saper nulla, non voglio
nausearmi...
-- Ma la vita è così!
-- È molto brutta, convenitene...
-- Bisogna conoscerla!
E le parlava delle donne che aveva avute: analizzava la loro bellezza,
entrava in particolari intimi, faceva dei paragoni con lei, riferiva le
fantasie, le stranezze che avevano avute alcune, le sensazioni che gli
avevano procurato altre: una corsa di notte, in islitta, a Bucarest,
sotto le pelliccie, in un deserto di neve; la visita fatta con la
moglie del suo ambasciatore a un museo secreto... Le mandava dei libri,
dei romanzi; ogni volta erano più arditi, più liberi. Ella si sentiva
prendere insensibilmente, malgrado il proposito di resistergli. Fingeva
di non comprendere le cose che le diceva, gli restituiva quei libri
senza parlargliene, pensando così di non compromettersi; ma si sentiva
tutta inerme dinanzi a lui, sedotta dall'idea ch'egli la desiderasse,
vedendosi messa per questo solo a paro con tutte quelle donne più
belle, più ricche, più nobili; presa certe volte, repentinamente,
dalla folle tentazione di sentirsi giudicar tutta da un conoscitore suo
pari... E una soggezione la vinceva, pensava intimidita che egli doveva
trovarla molto provinciale; aveva paura, lei così padrona di sè, di
commettere delle -gaucheries-. Egli era vissuto nel fasto delle Corti,
conosceva i secreti delle alcove regali!... Però, come si faceva più
ardito, ella lo scostava:
-- No, è inutile!... Vostra moglie mi è amica... non la tradirò mai!...
-- Tradire? No, non la tradirete...
Ella rovesciava il capo, lasciava pendere un braccio, oppressa,
turbata, intanto che egli le alitava in viso, mormorando:
-- Non c'è bisogno di tradirla...
VI.
Era stata una corruzione sottile, lunga e sapiente, una febbre malsana,
la profanazione dei suoi sogni d'amor forte, schietto e trionfante. Non
aveva amato quell'uomo, era stata ubbriacata da lui. Durante il torpore
in cui i suoi sguardi e le sue parole l'avevano immersa, ogni tentativo
di rivolta era stato soffocato dall'idea della propria ignoranza,
dall'esempio delle altre, dall'ansietà di sapere, fin quando quell'uomo
era andato via com'era venuto, da un giorno all'altro, portandosi
qualche cosa di lei, del suo pudore, del suo candore, lasciandole in
fondo all'anima, con un amaro disgusto, un'irrequietezza scontenta e
come il bisogno d'una purificazione, d'un ideale lavacro.
L'improvvisa decisione di Guglielmo di partire per la capitale operò
in buon punto una diversione nello spirito di lei. Il marchese stava
sempre male, ma egli stesso aveva consigliato loro di andar via, per
mettere un freno alla prodigalità pazza del nipote, che restando a
Palermo, in mezzo alla Società abituata a vedere il suo lusso, non
avrebbe mai saputo frenarsi. Il bambino era affidato, pel momento, alla
zia Carlotta ed a Stefana.
I preparativi della partenza, le visite di congedo, il viaggio,
la distrassero; ella era piena di vaghe fantasie, di aspettazioni
indecise, cercava di rappresentarsi quel che le sarebbe accaduto in
quella nuova fase della sua vita che stava per cominciare. Nei primi
giorni di Roma, dinanzi alla folla sconosciuta, con l'oppressione d'un
inverno rigido, non trovò che delle crisi d'angoscia muta e sconfinata.
Poi, come lasciarono l'albergo per un quartiere piccolo ma grazioso, in
via del Tritone, le cure dell'assestamento l'occuparono; a poco a poco
la vita della capitale la travolse. Aveva cominciato per andare in casa
di Mazzarini, il ministro siciliano legato con suo nonno da un affetto
quasi fraterno; le sue conoscenze, lì, si moltiplicarono rapidamente.
I salotti del ministro erano molto frequentati da uomini politici, da
alti funzionarii, da ufficiali; non v'era però l'alta aristocrazia,
le grandi dame fra le quali ella si struggeva di prendere posto. Una
sera, si vide guardare da un giovane alto, magro, coi capelli bruni,
i baffetti biondi. Malgrado gli anni trascorsi, lo ravvisò subito; il
deputato Arconti, che aveva incontrato durante il suo viaggio di nozze.
Avvicinatosi alla padrona di casa, egli le venne incontro insieme con
lei.
-- L'onorevole Arconti... -- cominciò la Mazzarini.
Ella stava per dire qualche cosa; l'altro la prevenne:
-- Io non so più se ella si rammenta che ebbi già l'onore di esserle
presentato, cinque anni addietro...
-- Ma sì, rammento benissimo...
-- Il giorno dell'inaugurazione della legislatura passata, all'albergo
di Milano...
Questa precisione di ricordi da parte d'una persona che doveva
conoscere tanta gente la stupì un poco. Voleva dunque dire che
ella gli aveva lasciata un'impressione speciale?... E intanto che
egli parlava della Sicilia, del suo desiderio di andarvi, d'un giro
che prossimamente vi avrebbe fatto in missione parlamentare, ella
lo guardava, cercando di scoprire l'intimo pensiero di lui dietro
alle sue parole rapide e calde, dietro al suo sguardo scintillante,
penetrante, irresistibile. «Gli piaccio!...» si diceva; «che effetto
produco su lui!» Ed ella restava piena della sua figura, della sua
voce. Non era bello, ma pieno di simpatia, col fuoco che lo animava,
con la schiettezza buona che traspariva dai suoi occhi vivaci. Un
interesse che non voleva ancora confessarsi la induceva a parlare di
lui, a chieder notizie intorno alla sua persona ed ai suoi casi. Così
venne a sapere che egli apparteneva ad una nobile famiglia lombarda,
ma che, alla Camera, sedeva verso l'estrema sinistra. Un gran dolore
gettava un'ombra nella sua vita: fidanzato a una bella fanciulla,
gracile e delicata, nel cui petto un germe mortale aveva già cominciato
secretamente la sua opera distruttrice, egli era stato spettatore
d'un'agonia straziata in entrambi dall'idea della felicità perduta sul
punto che stava per essere raggiunta. Dicevano che il giorno in cui la
poveretta s'era spenta, avean dovuto strappargli a viva forza il suo
revolver, perchè egli non voleva sopravvivere alla creatura adorata.
Era stato sul punto d'impazzire, poi aveva viaggiato lungamente; di
ritorno in patria, s'era buttato alla politica. Possedeva una coltura
brillante, era un oratore irresistibile, una natura di fuoco. Ella si
lasciava vincere da una curiosità irrequieta, si chiedeva se quell'uomo
potesse amare ancora, studiava il senso della premura con cui s'era
fatto ripresentare. Aspettava che venisse a trovarla; lasciò invece una
carta. Però lo incontrava sempre dalla Mazzarini; ed egli le si metteva
vicino, le parlava a lungo: delle conversazioni attraenti, nelle quali
il giovane mostrava una rispettosa deferenza per tutte le opinioni di
lei. Ma come ella manifestò una sera il desiderio di assistere qualche
volta alle sedute della Camera, egli protestò:
-- No! no!... Non ci venga!...
-- Perchè?
-- Perchè quell'ambiente falso, vecchio, ammorbato, è letale per tutto
ciò che è grazia, freschezza e serenità... Perchè gli sguardi fatti
per contemplare le cose belle, tutto ciò che riluce e sorride, non si
debbono perdere in quel limbo tristo!...
-- Lei intanto ci vive.
Egli tacque un poco; poi rispose, piano:
-- Io seguo i precetti della medicina omeopatica: curo la tristezza con
la tristezza.
Ella pensava: «Se quest'uomo mi amasse? Lo amerei anch'io?...» Non si
rispondeva, però una gaiezza insolita le metteva dei muti sorrisi sulle
labbra; si diceva: «Qualche cosa nascerà!...»
Gli aveva detto che era in casa tutti i martedì: e il martedì seguente
che ella era sola, con un libro chiuso fra le mani e il pensiero
rivolto a lui, venne a trovarla. Vi era, nella sua voce sommessa,
qualche cosa di turbato intanto che le parlava ancora della Sicilia.
-- E lei è nata proprio a Palermo?
-- Io sono fiorentina!
Ascoltava intento le spiegazioni che ella gli dava sulla propria
famiglia; la interrompeva di tratto in tratto per chiedere qualche
cosa, dei minuti particolari.
-- Io andrò presto in Sicilia... Ma, fanciulla, dove è vissuta?
-- A Milazzo.
Si sentì intenerire all'idea che egli pensasse al suo passato di
giovanetta, udendogli pronunziare quella parola: -fanciulla-, in cui le
era parso di sentire come una blanda carezza.
La conversazione durò ancora un poco; quando egli fu andato via,
ella restò con un certo senso di disinganno, come se qualcosa
d'aspettato non fosse avvenuto. Voleva dunque che le cadesse ai
piedi? Ella scherniva la fretta da cui la propria imaginazione era
presa; però aveva la certezza di non essergli indifferente. E un gran
signore romano, il principe di Lucrino, che le avevano presentato
in casa Varconati, la guardava a lungo anche lui. Era un altro
tipo: non s'occupava d'altro se non di -sport-, voleva fare la vita
dell'allevatore: ogni giorno alle sette del mattino saliva sopra un
due-ruote e fino alle dieci addestrava un cavallo, col bavero del paltò
sul collo, un -plaid- sulle ginocchia e grossi guanti alle mani. Poi
andava a far colezione, e subito dopo riprendeva a guidare fino alle
quattro. Assisteva alla ferratura degli animali, faceva mettere sotto
i propri occhi la biada in macerazione, e comprava lui stesso gli
arnesi occorrenti nella scuderia. I suoi amici lo mettevano un poco in
canzonatura, contestavano la sua competenza. La sua conversazione era
molto limitata: razze, corse, premii, allevamenti. Tutte le volte che
egli la incontrava, l'osservava da capo a piedi, con l'occhio avvezzo
a giudicare le belle forme dei nobili animali. Ella discuteva tra sè le
qualità di quest'altro. Non aveva l'ingegno e la cultura del deputato,
ma un nome più sonoro, una più alta posizione sociale e la passione per
quella vita di signorili passatempi alla quale ella stessa si sentiva
portata. Egli poteva dare l'ebbrezza dei successi mondani; l'altro
parlava alla mente ed al cuore. L'amor proprio di lei era solleticato
da quei desiderii destati in due uomini appartenenti all'-élite- della
capitale. Del resto, la sua bellezza, le sue doti intellettuali le
procuravano da per tutto l'accoglienza più lieta. Le restava di andare
a Corte: la Mazzarini s'era incaricata delle pratiche occorrenti.
Ella studiava attentamente gli usi della società, per correggere i
provincialismi dei quali poteva essere attaccata. A Palermo, nel
suo giorno, il cameriere annunziava le visite: vedendo che dalla
principessa di Castrano questo non si faceva, diede ordine di smettere.
Alcune signore ricevevano coi guanti, altri senza: ella li lasciava
da parte, perchè s'ammirasse la sua mano; e quando arrivavano delle
lettere d'amiche, le fiutava prima di leggerle, per sapere quale
profumo era più in voga.
Venne anche il principe a trovarla. Come ella aveva visite, dei
Siciliani di passaggio, fu tutta lieta di mostrar loro che relazioni
avesse stretto. Per far parlare il principe, avviò il discorso sul
suo tema favorito, chiedendogli delle notizie e degli schiarimenti.
Egli descrisse capo per capo la sua scuderia, annunziando che il suo
-Rataplan- era già iscritto a Palermo per la riunione di fine marzo.
Parlava con una voce molle, strascicata, da prete.
-- Ma coi nostri fantini!... In Francia, fantini e -trainers- sono tutti
inglesi; solo in Germania, a Francoforte, ho visto fantini tedeschi.
Ogni ottobre, i Francesi fanno delle corse di prova: bisogna vederli,
sembrano altrettante scimmie a cavallo...
-- Del resto, l'Inghilterra è la patria dello -sport-...
-- Però, vi sono buoni allevatori anche in Francia. Adesso non solo
battono gl'Inglesi che vengono da loro, ma vanno a contendergli il
campo fino a Londra. Cominciò -Gladiateur-, il primo francese vincitore
del -Derby-. Un cavallo! Arricchì il proprietario ed il fantino, che
scommisero tutto, anche quello che non avevano...
Non parlò d'altro. Ella faceva tra di sè un paragone fra questa e la
visita del deputato, fra le impressioni diverse che i loro discorsi
e i loro atteggiamenti le avevano lasciato. Le loro qualità erano
assolutamente opposte. Ella antivedeva il momento in cui avrebbe
dovuto scegliere; poi si domandava: «Perchè?» Non poteva accogliere
egualmente gli omaggi di entrambi? Pensava dunque a cadere con uno dei
due?... E la sua mente correva alle signore romane che erano cadute,
di cui Aldobrandi le aveva narrato le avventure: la Triburzi che era
con Gelli, la Respigliani che aveva fatto dei figliuoli col marchese
d'Empoli, la Ferazzano che aveva abbandonato per Marino Cortona il
conte di Borgia, il quale si era vendicato riferendo agli amici, in
pieno -Caffè di Roma-, tutto quello che aveva ottenuto da lei...
Al principe davano delle amanti: l'idea di toglierlo ad esse la
tentava. Ma la vita austera di Arconti aveva pure la sua seduzione. Un
pomeriggio che era al Pincio, in carrozza chiusa, ferma sul piazzale,
lo vide che le si avvicinava, col cappello in mano. Ella sussultò un
poco, comprendendo che era lì ad aspettarla. Disse, porgendogli la
destra:
-- Lei qui, tutto solo?
-- Mi sono messo in vacanza!
I suoi occhi ridevano. Parlava della dolcezza della stagione, le
chiedeva, con un'insistenza discreta:
-- Non scende un poco?
Ella ebbe un istante di esitazione. Non avrebbe fatto questo a Palermo;
ma era alla capitale, nessuno la conosceva...
Egli aprì lo sportello, le porse la mano. Il giardino era quasi
deserto: delle coppie che si allontanavano pei viali, qualche straniero
fermo contro il parapetto a guardare in giro col cannocchiale. Grandi
nuvole rosse striavano il cielo, verso Monte Mario.
-- Si direbbe un incendio!...
-- È bello!... -- esclamò lei. -- Non la fa pensare a Nerone?...
-- Sì, ma... Forse dirò un'eresia...
-- Che cosa?
-- Io capisco poco Roma antica, la grandiosità delle vecchie pietre.
-- Oh, non lo ripeta!...
In fondo, era d'accordo con lui; ma le pareva che stesse bene mostrarsi
un poco scandalizzata.
-- Lei così intelligente!... -- soggiunse.
-- Che cosa ne sa?
-- Ma è il giudizio di tutti!
-- Potrebb'essere una calunnia...
-- Tutto ciò che lei dice dimostra il contrario.
Camminandole a fianco, egli chinava un poco il capo, in atto di
ringraziamento un poco scettico.
-- Allora, è segno che la mia intelligenza non arriva a certe cose.
-- Ma non è stato mai al Foro Romano, in un tramonto come questo? Non
le è parso di veder sfilare le legioni vittoriose sotto gli archi
trionfali?... Guardi lassù; non sono gli uccelli da cui Romolo trasse
gli auspicii?...
Parlava vivacemente, affrettando i suoi piccoli passi. Egli esclamò,
ammirato:
-- Come s'entusiasma!... Sì, sì, ma io vivo nel mondo moderno, e ammiro
quello che capisco, quello che è moderno come me... Debbo dirlo?...
Darei tutta la pittura classica per un pastello del De Nittis....
-- Oh! oh!... -- ella soffermossi un istante, scuotendo il capo,
protestando.
Egli la guardò ancora, tutta; poi disse:
-- Ecco, per esempio: in questo momento, sotto questi alberi, lei è un
pastello del De Nittis.
-- Purchè non incominci coi madrigali?
Riprese il suo moto affrettato, sorridendo interiormente. Adesso egli
taceva, e il suo silenzio le permetteva di assaporare l'incanto di
quell'ora.
Parlò ella stessa per la prima, chiedendo:
-- È stato molte volte a Parigi?
-- Tre volte. Probabilmente vi ritornerò in estate. È quella, l'urbe...
Non la conosce?
-- No, e me ne duole tanto!
Egli propose:
-- Venga anche lei!
Per tutta risposta, alzò un poco le spalle, con una mossa enimmatica,
intanto che un pensiero si formulava nella sua mente, in due parole:
«Se fosse?...» Libera, sola con quell'uomo, assaporare la vita che
aveva sognata!... Non lo ascoltava più, perduta dietro ad una visione,
con lo spirito lontano da quel luogo e da quel tempo. Un alito freddo
la scosse: cercò con gli occhi la sua carrozza.
Egli disse, piano:
-- Va via?
-- È tardi.
-- Che peccato!...
E intanto che la carrozza discendeva pei viali serpeggianti, che
correva per le vie della città, ella si ripeteva ancora, imaginando
l'intimità suprema con quell'uomo: «Se fosse?... se fosse?...»
Ora, l'imagine del principe si scoloriva, si eclissava dietro a
quella di lui: ella pensava che non avrebbe trovato mai uno più degno
dell'amor suo. Ma perchè non le diceva ancora nulla? La seguiva da per
tutto, si trovava spesso sul suo passaggio, veniva ancora a trovarla
lassù al Pincio, alla stessa ora dell'altra volta, come si fossero
dato tacitamente un convegno; ma le parole di lui non esprimevano
nulla più d'un'ammirazione rispettosa. Se egli non l'amava? Se era
pieno della sua morta? Se aveva giurato di rimaner fedele al ricordo
di lei?... Ella lo imaginava dibattersi tra l'antico e il nuovo amore,
pensava che il culto delle memorie potesse trionfare in un'anima
come la sua; poi scuoteva il capo, si diceva scetticamente: «Questo
avviene nei romanzi!...» Ma, a tale persuasione in cui riconosceva il
frutto della trista scuola per la quale era passata, uno scontento di
sè la prendeva; ella protestava in nome dell'ideale, della poesia,
in nome dello stesso sentimento dolce, delicato, che quell'uomo le
ispirava... Ebbene, se egli soffriva ancora per la perdita amara, se
ricordava sempre la povera morta, ella avrebbe agognato di ricevere le
sue confidenze, d'esser per lui una consolatrice, un'amica del cuore,
una sorella. Un affetto puro, un sentimento disinteressato, nascosto
a tutti, gelosamente preservato dalle cadute fatali, non era quel che
conveniva ad entrambi?...
Delle volte, egli era un poco più ardito del consueto, la guardava
insistentemente, come sul punto di confessarle qualche cosa; poi
tornava alla discretezza timida di prima. Per alcuni giorni non si
fece vedere: ella non l'incontrò in nessun posto. Allora, ad un tratto,
all'irrequietezza sorta in lei, ella si confessava la verità che aveva
cercato nascondersi. Ella lo amava d'amore! Aveva bisogno di lui, di
udir la sua voce, di vedere la sua figura, di ricevere i suoi omaggi!
Non sapeva che pensare, si domandava se gli aveva fatto qualche cosa
perchè la trascurasse così. Temeva che fosse ammalato, che fosse andato
via; ma non osava chieder di lui per paura che la gente le leggesse
in viso il suo secreto. Erano passate due settimane; ella cominciava
a smaniare. E come un giorno udì discorrere d'un'interpellanza
interessante che doveva svolgersi alla Camera, decise di recarvisi.
La Mazzarini le propose di andare insieme, nelle tribune della
Presidenza. Il segretario di Sua Eccellenza le accompagnava; però,
appena entrate, dei deputati vennero ad ossequiare la moglie del
ministro, offrendosi di guidarla.
-- Tu non hai visto ancora Montecitorio? -- chiese la Mazzarini.
E cominciò a farla girare per le sale. Dai divani sui quali stavano
sdraiati, degli onorevoli si levavano, al passaggio delle signore.
Ella credeva di vedere Arconti da un momento all'altro; pensava:
«Qui vive una parte della sua vita!...» ma egli non compariva. Le
sale di conversazione, di lettura, il gabinetto della presidenza, la
biblioteca.... l'amica non le risparmiava nulla ed ella cominciava ad
essere stanca ed impaziente. L'aria calda, il leggiero tanfo di fumo
e di stoffe polverose le davano fastidio. Finalmente, attraversato uno
stretto corridoio, si trovò nella tribuna.
L'aula era spopolata, semi-buia in quella grigia giornata di febbraio.
Un nuovo disinganno: per la distanza, ella non discerneva le fisonomie.
-- Chi c'è? -- chiese la Mazzarini, guardando in giro con l'occhialino.
Il segretario nominò alcune notabilità, cominciando dalla destra; poi
disse:
-- Ecco l'onorevole Arconti.
Ella lo distinse confusamente.
-- Chi parla?
-- L'onorevole Stampini.
Si udiva solo un borbottio confuso. Il tema delle interpellanze era
il lavoro delle donne e dei fanciulli, a proposito di un disastro
accaduto in Romagna; ma gli oratori ascoltati non avevano ancora la
parola. Degli onorevoli venivano ad ossequiare la Mazzarini, che li
presentava all'amica, non lasciando di discorrere intorno ai progetti
di legislazione sociale. Ella aspettava che venisse anche lui. Invece,
dei campanelli elettrici squillarono, l'aula si popolò, i visitatori si
congedarono.
-- La parola è all'onorevole Bernardi.
-- L'ex ministro, sai.... -- commentò la Mazzarini -- Ascolta che
eloquenza!
L'oratore, circondato da un gruppo di colleghi, cominciò a parlare.
Una voce fredda, studiata, delle parole che si spiccicavano una dopo
l'altra, come per darsi il tempo di cercarle; ma dei periodi filati,
interminabili, correttissimi. Ella si chiedeva, guardando verso il
posto di Arconti: «Non m'ha veduta?...»
Il deputato sedette, fra un mormorio di approvazione. Sorse un altro,
al centro. Ella cominciava a seccarsi; col buio crescente non si vedeva
più nulla.
-- Potrebbero accendere, però....
-- È presto -- rispose la Mazzarini che, non perdendo una sillaba
dell'oratore, scuoteva tratto tratto il capo ed esclamava: -- Non è
vero!.. ci sono i documenti!... -- chinandosi poi verso di lei, quasi a
persuaderla del torto di quell'altro.
Dal banco dei ministri si udì un'interruzione; delle voci sorsero:
«Domando la parola!...» e il presidente scampanellò.
Dopo un terzo discorso, s'alzò il ministro dell'agricoltura. Ella era
disperata: Arconti non sarebbe venuto; la noia di quella seduta non
avrebbe avuto più fine.
-- Senti, senti!... -- diceva la Mazzarini, interessandosi sempre più
alla discussione.
Ma come il ministro ebbe finito, ella propose: -- Andiamo via? ho da far
qualche visita.
L'amica era già alzata, quando, nel mormorio confuso che seguiva il
discorso, s'udì la voce del presidente che annunziava:
-- La parola è all'onorevole Arconti.
Ella si sentì scuotere da capo a piedi; avrebbe voluto restare, ma per
paura di tradirsi si contenne. Non udì che le prime parole di lui,
la voce calda, vibrata, squillante, che arrivava diritto fino alla
tribuna. Uscendo, il suo umor nero crebbe a dismisura, ella s'accusava
d'impazienza, poi tentava di persuadersi che non gl'importava di lui, e
ad un tratto si accorgeva dei passi giganti che la sua passione aveva
fatto. Sul Corso accendevano i primi lampioni, e il cielo era ancora
chiaro: la folla ingombrava i marciapiedi, le carrozze sfilavano a
processione incrociandosi con la sua. Mentre l'amica parlava ancora di
politica, ella pensava che se quell'uomo le avesse dette delle parole
d'amore, gli sarebbe caduta tra le braccia. Perchè, invece, non s'era
fatto vedere? Come non capiva?...
Quando tornò a casa e trovò la comunicazione della prima dama di
Corte che annunziava l'udienza della regina per il 20 gennaio, non
pensò più a lui. Chiedeva dei consigli, preparava la sua toletta, con
un'ansietà febbrile, con un piacere misto ad una specie di paura,
col sentimento che imaginava dovesse provare un soldato la vigilia
d'una rivista, affascinata e turbata insieme all'idea di contemplar
da vicino la maestà regale.... Come il momento s'avvicinava, la sua
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