Ella si strinse un poco nelle spalle:
-- Per me!....
III.
Una pace profonda, un silenzio solenne e misterioso, un trionfo di
verde su cui l'autunno cominciava a gettare i primi toni di porpora
e d'oro. Dinanzi alla villa, una lunga fila di platani altissimi
dal fogliame diradato metteva come una cortina, come un merletto
immenso, dietro al quale il cielo del tramonto aveva lucentezze di
serica stoffa. Un portico i cui pilastri scomparivano negli abbracci
dell'edera e dei convolvoli, correva in giro al pianterreno formando
terrazza al piano superiore; e da ogni lato l'occhio riposava sopra
folte distese di vegetazione, sopra freschi ammanti di erboso velluto.
Laggiù in fondo, sulla piccola collina, biancheggiava la chiesetta
dedicata alla Vergine, si disegnava una piccola croce sul cielo terso;
ed era una malinconia soave, un raccoglimento tenero che i rintocchi
dell'ave, tremuli e lenti, facevano discendere in fondo al cuore;
intanto che le prime stelle cominciavano a luccicare, incerte, come
sguardi velati da un rapido batter di ciglia.
Era la tempesta dalla quale ella usciva? La calma sovrana della
natura, la semplicità nuda dei campi, le conciliavano un benessere
insperato. In quella malinconica ora del tramonto, quando gli occhi
si volgevano al cielo e le labbra mormoravano l'antica preghiera, ella
si diceva che malgrado le prove amare, era immune dal peccato; e delle
lacrime le gonfiavano le palpebre a quest'idea, al pensiero della sua
purezza, come quando, fanciulla, piangeva all'imagine del simbolico
velo nuziale. Il giorno, ella se ne andava, sola, sotto l'ombrellino
rosso, per la villa, nei posti più deserti, più brulli, scoprendo la
poesia della campagna, dei fili d'erba, degli insetti ronzanti, piccoli
miracoli della creazione; componendosi dei mazzi di fiori selvaggi che
trovava più veri degli splendidi fiori di serra; ricordandosi delle
sue passeggiate infantili di Milazzo, sedendo sopra un sasso, sopra
un tronco d'albero, sopra un pilastro rovesciato, per pensare alle sue
vicende, intanto che con la punta dell'ombrellino richiuso, descriveva
dei semicerchi, dei zig-zag, dei segni capricciosi sulla terra. Allora
delle tentazioni sorgevano, suo malgrado, dal profondo dell'essere
suo. Per discacciarle, schiudeva un libro che aveva portato con sè, vi
leggeva un poco, poi lo lasciava cadere. Avrebbe voluto avere qualcuno
al fianco, scrivere le iniziali d'un nome con la punta dell'ombrello,
intanto che un altro avrebbe fatto lo stesso con la punta d'un bastone;
scolpire delle date sulle corteccie degli alberi, essere amata in
cospetto del cielo, sentirsi chiamare: -Diletta!-... Dopo il libro,
lasciava cadere anche i fiori: poichè li aveva colti ella stessa, non
avevano nessun valore; una margheritina spiccata per lei da un amato,
offertale in mezzo al sussurro delle carezzose parole, sarebbe stato
un dono impagabile... Mai ella avrebbe provate queste tenerezze, le
sublimi fanciullaggini della passione! Tratto tratto, delle oppressioni
le facevano alzare il capo e increspar le narici, col desiderio rapido
ma acutissimo di sentirsi stringere tutta, forte forte... Suo marito,
malgrado avesse una camera per sè, era tornato buono con lei, ma
qualche cosa s'era rotto fra loro; e poi, egli non comprendeva nulla,
non aveva mai nulla compreso dei bisogni che la travagliavano.
Egli invitava gente a casa, per giuocare, per chiacchierare, per aver
fatta la corte: venivano dei contadini agiati, dei notabili delle
vicinanze, persone un po' goffe o esageratamente cerimoniose; con certi
visi barbuti da briganti, delle manacce grosse e villose che dovevano
insudiciare il raso delle poltrone sul quale si posavano -- e dei
discorsi interminabili, sulle campagne, sulle culture, sulla caccia.
Le donne di quella gente erano ancora più impossibili: infagottate in
certi vestiti verde-pisello o color d'albicocco, cariche d'oro come
altrettante statue di santi, incapaci di capire qualche cosa: se ella
domandava loro che libri leggevano, si sentiva citare la storia di
Santa Genoveffa! V'erano appena due o tre persone con cui dire qualche
parola: Sampieri fra questi, un bel giovane, ma non giovanissimo,
discretamente colto, spiritoso anche, d'uno spirito non troppo fine,
però. Egli possedeva la collezione completa di tutte le opere teatrali
del mondo: volumi eleganti, riccamente legati, con una custodia
di carta bianca; libretti economici, ingialliti, con una incisione
grossolana sulla copertina, fascicoletti di farse cuciti insieme:
non gli mancava nulla. Aveva la passione del teatro, dicevano che
recitasse con arte, e una sera Guglielmo, di buon umore per aver vinto
continuamente, gli disse:
-- Andiamo, declamaci qualche cosa!
-- Cosa vuoi che declami?...
-- Quel che ti piace... Teresa non t'ha udito ancora.
Ella non aveva voluto guardarlo in viso, soffrendo per lui, indovinando
che suo marito se ne prendeva beffe. Sampieri, intanto, seduto com'era,
appoggiando un braccio al tavolo, senza gestire, aveva cominciato a
recitare il canto di -Francesca-, e la sua voce aveva tali vibrazioni
sonore, certe inflessioni così penetranti, una pastosità così ricca,
che tutti, anche quei rozzi contadini, stavano a sentire, ammirati.
Ella alzò gli occhi, e a un tratto vide che la guardava fissamente,
comprese che quel canto era detto per lei.
-- Benissimo!... Bravo! benissimo!...
Aggiunti i suoi applausi a quelli degli altri, ella era rimasta un po'
turbata dagli sguardi di quell'uomo; poi aveva scrollate le spalle,
trovandolo perfettamente innocuo. Ma, ad una per volta, scopriva in
lui qualche altra qualità; una sera, sedutosi al piano, aveva eseguite
da maestro le variazioni sulla Norma di Thalberg; un'altra volta era
passato a cavallo, elegantemente piantato sopra uno svelto animale; e
poi conosceva la società palermitana, era intimo di molti -Crociati-,
le parlava delle sue amiche. Ella era tutta stupita di pensare a lui:
non avrebbe potuto scegliere, a Palermo, fra tanti che valevano di più?
Forse era la frequenza con cui lo vedeva: ordinariamente tutte le sere,
qualche volta anche di giorno, la domenica a messa. Adesso studiavano
dei pezzi a quattro mani; egli non le diceva nulla, ma tutti i suoi
gesti, tutti i suoi sguardi esprimevano una devozione timida e ardente
insieme. Una sera, intanto che Guglielmo giuocava a briscola, ella
aveva esclamato, con un sospiro, guardando la finestra.
-- Che bella luna!
Uno di quei contadini osservò:
-- Due goccie d'acqua sarebbero però grazia di Dio!...
-- Sarà benissimo, ma queste sere sono un incanto.
-- La quistione è...
-- Volete dar retta a mia moglie? -- interruppe Guglielmo. -- Vi farà
ammattire, con le sue romanticherie...
Ella s'alzò e andò sulla terrazza. Sampieri ve la seguì.
-- Quella gente -- le disse -- non capisce nulla.
Guardò anche lui in giro per la campagna addormentata, alzò gli occhi
alla luna e soggiunse:
-- La poesia è la ragione della vita.
Ella chinò un poco il capo, vide che l'uomo divorava con lo sguardo
la mano di lei. Sospirò ancora e colse da un gran vaso un ramoscello
di cedronella. Ne aspirò il profumo, morsacchiò un poco le foglie; poi
disse:
-- Vi piace il profumo della cedronella?
-- Tanto!
Gli dette un poco di quella che aveva colta. Vide che egli la portava
alla bocca.
Ebbene, sì: lo aveva fatto apposta, per fare qualche cosa, per
civetteria, per provare il proprio potere su quell'uomo, per assaporare
la sodisfazione di ammaliarlo, persuasa alla commedia dell'amore da
quella stagione dolcissima, dalla solitudine della campagna, dalla
trascuranza del marito, dalla volgarità dell'ambiente. Ora le toccava
restituire le visite ricevute: far toletta, uscire in calèche, per
fermare dinanzi a delle case vecchie, dall'aspetto equivoco, le cui
finestre si schiudevano al suo arrivo, lasciando passare delle teste
curiose, come all'arrivo di un ciarlatano. E intanto che ella saliva
su per le scale erte, sfossicate, alzando la veste, col pericolo di
rompersi l'osso del collo, schifando di appoggiarsi alle maniglie di
legno sudicio o di ferro arruginito, si udiva uno sbatter d'usci, un
rispondersi di chiamate e dei guaìti di lattanti. Si presentavano le
serve, esterrefatte, colle braccia nude, i capelli arruffati, le quali
restavano a guardarla a bocca aperta quando ella chiedeva: «La signora
riceve?...» Finalmente entrava la padrona di casa, confusissima,
esclamando: «Quanto onore!... in casa nostra!... s'accomodi!...» e
annodandosi poi il fazzoletto sotto il collo, una volta seduta, senza
trovar più parola. Allora lei cercava di metter quella gente -à son
aise-, parlando dei bambini, delle signorine, domandando di vederle; e
a un tratto, se la madre si alzava per chiamarle, si udivano dei passi
allontanarsi precipitosamente dietro l'uscio. In casa dei Cacciarame,
una volta, nessuno era comparso, nè servi, nè padroni: l'uscio era
aperto, ella aveva picchiato un bel pezzo, finalmente era entrata,
dicendo; «È permesso?... È permesso?...» e arrivata sulla soglia d'una
specie di stanza di ricevimento, aveva sorpreso un ragazzetto, coi
calzoncini aperti, il busto rovesciato indietro, occupato a inaffiare
il pavimento... E mentre ella ascoltava i discorsi di quelle contadine,
che parlavano del bucato o della conserva di pomodoro, o dei danni che
i topi facevano in cucina; intanto che girava uno sguardo per quelle
stanze di ricevimento addobbate con un divano di legno risalente al
principio del secolo, con due canterani su cui facevano bella mostra
dodici chicchere di porcellana decorata, con delle seggiole in giro
e delle stampe al muro, ella pensava alla vita dei castelli, alle
villeggiature eleganti, sforzandosi di non ridere dinanzi al contrasto
fra lo spettacolo reale e quello che la sua fantasia le suggeriva.
Il peggio fu quando dovette andare in casa dei Caruso, per il battesimo
d'una bambina. Malgrado ella avesse messa una veste semplicissima, le
buccole e i bracciali da passeggio, uomini e donne seduti in giro la
divoravano cogli occhi quasi fosse una bestia rara. Non v'era spirito
che bastasse a intavolare una conversazione, a darsi un contegno; nè
buona volontà che potesse deciderla ad assaggiare certi dolci dipinti
in verde, in rosso e in giallo, certi gelati d'un roseo chiaro come
pezzi di lardo. Peggio ancora fu quando dovette andare a un -festino-
in Badarò: l'orchestra era composta d'un flauto, d'un violino e d'un
contrabasso, e gli uomini sfoggiavano delle cravatte variopinte che
facevano male agli occhi. Suo marito l'aveva costretta a ballare,
ed ella s'era rassegnata a farsi trascinare da quei cavalieri che
evitavano di guardarla, quasi atterriti, e che pareva avessero la bocca
cucita, ma che continuavano imperterriti, instancabili, quasi avessero
scommesso di procurarle un capogiro. E come Sampieri le si presentò,
ella prese il suo braccio, esclamando gaiamente:
-- Salvatemi!
Egli rispose, subito:
-- Volete fuggire con me?
-- Ah! ah! ah!...
-- Perchè ridete?... Non sapete che siete il primo, l'unico dei miei
pensieri?...
Non potè aggiungere altro, nel rimescolio della folla che li separava;
ma ella passò tutta una notte pensando a quella dichiarazione. Sì,
le piaceva di averlo innamorato! le piaceva che qualcuno pensasse a
lei, che la desiderasse, che le dedicasse tutto sè stesso. Ora egli
diventava il suo cavalier servente, dipendeva da un suo cenno, si
precipitava a comunicare i suoi ordini, a prenderle qualche cosa di cui
ella aveva bisogno; in chiesa, la domenica, custodiva le sue seggiole,
nel posto da lei prescelto, le offriva l'acqua benedetta sulla punta
delle dita... e, accanto alla pila, ella lo vedeva trasformarsi
in Mefistofele, tutto rosso e nero, con delle ciglia a virgola. Ma
correva ella pericolo? No, certamente; ne era più che sicura. Pure,
certe notti, non prendeva sonno, pensando a lui, trovando un certo
fascino nella sua fisonomia, raccogliendosi in tutta la persona con
dei sorrisi muti... Spesso, tardava a riprender sonno, provava delle
sensazioni indefinibili, uno strano malessere. Durante quelle ore di
veglia, aveva udito, qualche volta, dei rumori soffocati, come di usci
aperti con precauzione. Non ci aveva badato, quando una notte intese un
passo allontanarsi dalla camera di suo marito. Un lampo le attraversò
lo spirito: scese nuda dal letto, andò in punta di piedi fino alla
camera di lui: la porta era dischiusa, il letto vuoto. Subitamente,
si rammentò di certe occhiate che egli aveva rivolte alla sorella del
fattore, di certe parole tra scherzose e serie che le aveva dette.
Adesso scendeva fin lì! adesso le faceva l'affronto supremo di cercare
un'altra donna sotto il suo stesso tetto! e quale donna?... Il domani,
ella guardò per la prima volta quella Carmela che vedeva da un mese:
non aveva visto ancora che fosse tale da provocare un desiderio...
Non provava nessuna gelosia, era semplicemente nauseata, offesa nel
suo orgoglio di donna, vedendosi messa a paro con quella femmina. Una
femmina! suo marito nelle braccia di colei! Non lo capiva, non poteva
ammetterlo. Si sarebbe sentita avvampare dalla vergogna se avesse
dovuto rimproverargli di preferirle colei. Bisognava fingere di non
saper nulla, cogliere un pretesto per andar via, in modo che nessuno,
neppur lui, sospettasse il vero motivo.
E Sampieri si faceva più insistente, le prendeva di nascosto una mano,
vi stampava baci di fuoco. Una volta, andato a Palermo, le venne a dire
qualche cosa che la colmò di stupore: Toscano era divenuto l'amante di
Giulia Viscari.
-- Taccia! -- ingiunse ella. -- Non permetto che si calunnii in mia
presenza una amica!
-- Ma se è la verità!... Crede dunque che una donna come la sua amica
possa contentarsi d'un marito come quello?...
Ed egli perorava la sua propria causa, le si metteva arditamente
vicino. Ella lo allontanava, si mostrava crucciata. La sua
propria virtù era tanto più meritoria, in quanto se ella avesse
dato un convegno a quell'uomo, avrebbe usato del suo diritto di
rappresaglia!... No, non era virtù; tornata a Palermo, paragonandolo
mentalmente agli altri uomini che adesso aveva sotto gli occhi, ella
formulava nettamente il proprio pensiero: sarebbe stato un peccato
cadere per lui: ella valeva di più!...
Inaspettatamente, la sua imaginazione si gettò sopra un'altra via;
qualche cosa avveniva in lei che le dava una gioia superstiziosa; ella
era madre! era stata la sua creatura che l'aveva salvata! Adesso, non
aveva pensiero che non fosse per la sua bambina -- doveva essere una
figliuoletta, già la scorgeva in sogno, tutta vestita di bianco!...
Delle notti, non chiudeva occhio, rappresentandosi la nuova vita
che si sarebbe schiusa per lei, pensando al modo con cui suo marito
avrebbe accolta quella notizia che non si risolveva a dargli come per
castigarlo dei dolori che le aveva procurati.
Egli, quasi avesse compreso il motivo pel quale era tornata più presto
in città, ricominciava a punzecchiarla, a metterla in caricatura per le
sue pose, giacchè ella, sentendo adesso crescere quei sintomi, aveva
dei momenti d'abbandono, delle smanie senza causa, o delle astrazioni
profonde, durante le quali smarriva quasi il senso della realtà
esteriore.
-- Cosa fai?... A che pensi?... Non hai nulla da fare?...
La voce di lui la scuoteva ad un tratto. Egli gironzava per la camera,
ficcando il naso da per tutto, e se vedeva dei libri, esclamava:
-- Ti rimpinzi il capo di sciocchezze, eh? Non ti bastano quelle che già
vi hai!... Cosa sono, romanzi?... Lo dicevo io!...
-- Che faccio di male?
-- Nulla! Nulla di male e nulla di bene! Sei un essere perfettamente
inutile! Che tu esista, che tu non esista, è lo stesso. Senza infamia
e senza lode!...
E un giorno aveva ripresa l'antica lamentazione:
-- Non sei neppur buona a far figliuoli!... Neppure questo!... Se avessi
presa una donna qualunque, almeno m'avrebbe dato un erede...
Ella lo guardò, battendo un piede, indugiando a rivelargli la sua
scoperta, cercando un'espressione adatta; ma egli riprendeva, gettando
una rapida occhiata sulla persona di lei:
-- Già, come potrebbe farlo?... Dove lo metterebbe?... Bella razza
vorrebbe essere! E certo che i miei figli non sarebbero granatieri!
Ella si alzò, appoggiando le mani al suo tavolino da lavoro.
-- Taci -- ingiunse. -- Io sono incinta.
Guglielmo si fermò, guardandola stupito.
-- Tu? Non può essere!...
Così accoglieva l'annunzio della paternità. Però, dopo esser rimasto un
momento in silenzio, le chiese premurosamente:
-- Ne sei proprio sicura?
Ella chinò il capo, lasciandosi ricadere sulla poltrona. E come
l'altro, facendosele vicino cogli occhi ridenti, tentava di baciarla in
fronte, ella disse:
-- Scóstati!...
IV.
La levatrice, curvatasi su di lei che, appena tornata in sensi, la
interrogava cogli occhi, esclamò trionfalmente:
-- Eccellenza, un maschio!... è un maschio!...
E subito dopo Guglielmo entrò, pallido, ancora tremante dall'emozione.
-- Teresa!... Come stai?... Hai sofferto?
Ella fece un gesto vago, col braccio fuori delle lenzuola, per dire:
«Tanto!...»
-- È un maschio, sai?... Io non mi son fidato di vederti soffrire...
Portatelo qui...
E la baciò in viso.
Intorno alla zia, che entrava col neonato in braccio, la levatrice,
Stefana, le donne di servizio, facevano un gruppo estatico. Ella vide
il suo bambino, paonazzo in viso, cogli occhi socchiusi, e la prima
impressione fu un rinnovamento della sofferenza che le era costato.
Guglielmo lo tolse alla zia e glie l'appressò.
-- Guarda com'è grande e sano!
-- Sono dunque buona a qualche cosa? -- disse lei, con un debole sorriso.
E come si sentiva adesso al fianco la piccola creatura, il corpicino
fragile e tiepido, vivo frutto delle sue viscere, il ricordo dei
tormenti sofferti si disperdeva, si dissipava, nel dilagamento di una
tenerezza orgogliosa, di una gioia superba. Un rammarico secreto però
l'offuscava: ella pensava alla figlia che aveva aspettato, sentiva
quasi il dolore di averla perduta...
I giorni del puerperio passarono rapidamente, pieni di visite, di
congratulazioni, della gioia sempre nuova di sentirsi allato la piccola
creatura, della sensazione voluttuosa di un ritorno alla salute,
del sapore che la vita cominciava a riprendere. Si era ostinata ad
allattare la creaturina; però essa non si nutriva, diveniva inquieta,
e Guglielmo, sostenuto dal dottore, l'assediava a tutti i momenti:
-- È una pazzia!... Bisogna prendere una nutrice, il bambino deperisce
a vista d'occhio!... Soffri tu stessa...
Finì per cedere, a malincuore. Le pareva che la sua sofferenza sarebbe
stata santa, che il conforto d'un dovere compiuto l'avrebbe compensata
a dismisura. Ma la salute del piccolino era a patto della sua rinunzia.
Dinanzi allo specchio, la prima volta che lasciò il letto, rimase
lungamente a guardarsi, passandosi una mano sulle tempie, trovando che
non era molto imbruttita, che il pallore diffuso sul suo viso le stava
bene.
Pel nome da mettere al bambino c'erano state lunghe discussioni. Se
avesse avuta la figlia che ella desiderava, l'avrebbero chiamata
Costanza, come la moglie di Enrico VI, l'ultima d'Altavilla che
cinse la corona regale; ma aspettando e quasi pretendendo un maschio,
Guglielmo s'era ostinato a volerlo chiamare Drogone, il solo nome di
famiglia che s'era perduto nel corso dei secoli. Ella non aveva voluto
acconsentire, parendole troppo curioso: Drogone, Dragone!... Le sue
preferenze erano per Tancredi, lo zio marchese aveva proposto Ruggero,
ma tutti s'erano finalmente accordati sopra Roberto. Per la festa del
battesimo arrivò il nonno da Milazzo; la cerimonia venne celebrata
in casa, dinanzi a un altare improvvisato, tutto risplendente di
ceri, tutto odoroso di fiori, tra una folla di parenti, di amici, di
conoscenze. Dei bambini e delle bambine, intorno al gruppo formato dal
prete, dal piccolo chierico, dalla levatrice e dai compari, reggevano
delle grosse torcie, serii, impettiti, cogli occhi sgranati dinanzi
al nuovo spettacolo; e lacrime di commozione le rigavano le guancie, a
quella vista, nell'udire le sacre parole, nel baciare in fronte la sua
creatura divenuta cristiana...
A poco a poco, finì di rimettersi, le rose della salute le fiorivano
in viso; però il suo corpo s'era sformato, aveva preso delle pieghe
indelebili. Una tristezza sottile la penetrava: ripensava al suo
passato di fanciulla come a quello di una morta. I sorrisi di -Bébé-
la riconfortavano: ella sarebbe vissuta tutta per lui. Aveva ripreso
a ricevere, a rivedere le amiche: il matrimonio di Bice Emanuele col
barone Ragalna si compiva giusto in quei giorni. Che brutto uomo! che
maniere goffe! E pensare che quella sua compagna aveva sdegnato tutti
i corteggiamenti dei giovani più graziosi ed amabili, non trovandoli
abbastanza rispondenti al suo ideale!... Che sorprese riserbava la
vita!... Adesso, nelle conversazioni mondane, da certe allusioni, da
qualche reticenza, ella s'accorgeva che la voce riferita da Sampieri
intorno a Giulia Víscari si faceva strada, che le davano Toscano per
amante. L'amica era come prima gaia e spensierata: a seguirla in tutti
gli atti della sua vita non si poteva comprendere se le allusioni della
gente fossero fondate o no. Ed ella passava lunghe ore pensando a quel
mistero, con un'avida curiosità di penetrarlo. Se era vero quel che si
mormorava, voleva dire che Giulia aveva fatto un calcolo sposando un
altro, aspettando di tradirlo -- e qual fede, dopo questo, poteva avere
in lei il suo amante? Ma non era anch'egli un uomo leggiero, incapace
d'un vero sentimento?... A momenti, li invidiava imaginando le secrete
felicità che dovevano gustare; più tardi, vedeva nella loro condotta
la negazione d'ogni poesia. Ma se era stata invece una fatalità che li
aveva rimessi in presenza l'uno dell'altra?... E quelle imaginazioni la
stordivano.
Venivano in casa sua molti uomini, dei giovanotti eleganti; per
difendersi dalle tentazioni ella metteva fra loro e sè stessa il suo
bambino, come un'egida, come un baluardo. Però un bisogno di carezze
la spingeva verso suo marito -- ed egli tornava ad esser freddo con
lei. Era pazzo pel figliuolo, restava lunghe ore a giuocare con lui,
lasciandosi strappare i capelli, facendolo ballare, buttandosi per
terra, ridiventando bambino; ma poi, consegnatolo alla balia, si
vestiva, andava via e non tornava che all'ora del desinare.
Ella gli leggeva in viso nuovi tradimenti, nuove tresche; però non si
ribellava più come un tempo. Comprendeva che oramai tutto era inutile,
che bisognava lasciarlo fare, rassegnarsi a non contar su di lui.
Crescendo, -Bébé- si faceva irrequieto, aveva delle smanie nervose
durante le quali si dibatteva e gridava, ostinatamente, ferocemente,
senza che nulla valesse a calmarlo. Quelle strida finivano per
irritarla, per darle quasi la voglia di picchiarlo. E doveva anche
sentire suo marito che incolpava lei, perchè non sapeva prenderlo
con le buone. Poi si rimproverava d'essere una cattiva madre, tornava
vicino al figliuoletto, sopportando pazientemente le sue bizze, il suo
pianto, la sua rabbia.
Erano andati ancora in campagna: Sampieri non c'era più. Ella passava
il suo tempo leggendo, divorando romanzi sopra romanzi, d'ogni genere
e d'ogni dimensione, fino a stordirsi, fino ad ubbriacarsi. Questa
volta la vita dei campi la seccava, le goffaggini dei contadini non
la facevano più ridere. Pensava all'inverno, alle feste dove sarebbe
andata, alle tolette che avrebbe portate; e appena tornata a Palermo
andò a trovare Giulia Víscari, per prendere i suoi consigli.
Al portone, fecero qualche difficoltà prima di lasciarla passare, come
se per lei l'amica non fosse sempre in casa.
-- Sei visibile? -- disse, entrando nel -boudoir- mezzo buio. -- Si può
aver l'onore e il piacere?...
Giulia le venne incontro, la baciò, e si mise ad ascoltare ciò che ella
narrava della villeggiatura, del suo bambino, dei suoi progetti.
-- Che cosa si porta, quest'anno?... Hai ricevuti i figurini?... Tu vedi
in me una -massara- di Borgetto!
L'amica le diede dei giornali di moda, che ella sfogliò, appoggiandoli
sulle ginocchia di lei, sollevando la veletta per veder meglio le
figure colorate.
-- Guarda che -traînes-!... E come si fa a muoversi?... Da per tutto
giallo, intanto... pare che si porti molto?...
-- Sì, credo...
-- Ma coteste pettinature basse sono un orrore!... Guarda che teste!...
sembrano schiacciate... È una moda disgraziata, non trovi?
-- Sì...
Giulia, col viso in ombra, non guardava i giornali, rispondeva a
monosillabi.
-- Tu non hai pensato a nulla, ancora?
-- Non ancora...
-- Io, sai, vorrei cambiar sarta: quella Rabbi non me ne azzecca una.
Vorrei prendere Grandoni, ma per un abito -così-... il bello lo farò
venire da Parigi. Ti decidi anche te?...
L'amica non rispose.
-- Diamo insieme la commissione!... Se non sei decisa, t'aspetterò...
Bisogna eclissare tutte le altre, non debbono guardare che noi!...
A un tratto, ella udì un rumore sommesso, come un singulto.
-- Cos'è?...
Giulia, con la testa sul petto, il corpo sollevato da rapide scosse,
rompeva in pianto disperato.
-- Giulia!... Tu piangi?... Giulia, cos'hai?...
L'altra scrollava le spalle, con un moto convulsivo, mormorando:
-- È finita!.... Per me è finita!.... Non v'è più nulla!...
-- Ma Giulia!... Giulietta!... Buon Dio!... Guardami, ascolta!...
E cavato di tasca il fazzoletto, fattasi vicina all'amica, le asciugava
gli occhi, l'abbracciava amorosamente, le prendeva la testa fra le mani
guantate.
-- No.... lasciami!... io sono morta!... -- Di repente la scostò,
porgendo ascolto, con una paura mortale sul viso.
Ella s'era alzata, mettendosi innanzi alla sua compagna, pronta a
difenderla, a coprirla col proprio corpo. Ma nessuno veniva, e Giulia
riprendeva a gemere, sommessamente.
Delle domande le salivano alle labbra, temeva però di essere
indiscreta. Chiese soltanto:
-- Tuo marito?
-- Sì, mi ucciderà... lo ucciderà... Dio!... Dio!... Va', corri, salvalo!
-- Sì, quel che tu vuoi!... conta su di me, per la vita e per la
morte!...
Ella aveva già compreso che si trattava di Toscano; senza nominarlo,
Giulia le narrava confusamente, a frasi lacerate dai singhiozzi,
la storia di quella passione, il tradimento di una cameriera, la
scena fatta dal marito la notte innanzi, i suoi tentativi di difesa,
l'incertezza paurosa in cui ora viveva.
-- Ma allora vattene di qui!... Torna da tua madre!...
-- Per confermare i sospetti di lui?... Mio Dio!... Mio Dio!... E non
poter avvertire quell'altro... non potergli mandare una parola!...
-- Sono qua io!...
-- Tu?..,. Sì, è il Signore che ti manda!.... Ascolta... questo
biglietto... lo avevo preparato stamani... lo metterai alla posta?...
Teresa, sorella mia!...
Ella andò via tutta turbata dalle rivelazioni dell'amica, da quel
soffio di passione fatale che s'era sentito alitare in viso. Adesso
giustificava i due amanti; e negli stessi pericoli che pendevano sul
loro capo trovava un fascino arcano. Quelle lotte, quelle emozioni non
davano un prezzo alla vita? Più che di compianto, Giulia le pareva
degna d'invidia!.. La trovava soltanto troppo debole: al suo posto,
ella si sarebbe lasciata straziare il petto senza piangere, senza
confidarsi a nessuno, neppure alla sua mamma! Si sarebbe composta una
maschera in viso, avrebbe recitata una parte da commedia, sorridendo
con la morte nel cuore!...
La sera dopo, Guglielmo, girando intorno alla tavola da pranzo prima di
prendervi posto, annunziò:
-- Il barone Turi ha cacciata via sua moglie. Non si parla d'altro.
-- Come?... Quando?...
-- Oggi; ha intercettata una lettera di Toscano, chiara ed esplicita...
Ha mandato a chiamare i parenti di lei, ha detto loro: «Conducete via
questa signora.» L'ha cacciata via come si trovava, in veste da camera
e pantofole, dinanzi a tutti i servi. Ha fatto benissimo.
Ella rispose, lentamente:
-- Se questo signore fosse qui, gli direi sul viso che è un facchino.
-- Ah, è un facchino?... Allora, che cosa doveva fare? Dirle:
«Continuate pure, accomodatevi, volete anzi che io vi regga il
candeliere?...»
-- Come sei volgare!
-- La distinzione che mi viene dinanzi!... È un facchino, eh? perchè la
scaccia via, perchè difende il suo onore?... Ma io l'avrei accompagnata
a calci in dietro!
-- Si può difendere il proprio onore senza degradarsi. Perchè fare uno
scandalo? Che cosa vi si guadagna? Che tutti sanno subito quel che
si sarebbe saputo, in modo vago, più tardi!... Avrebbe invece potuto
aspettare, cogliere un pretesto per separarsi tacitamente... E non
esporre una signora agl'insulti della servitù.
-- Una signora, eh?... La chiami una signora?...
Ella lo piantò lì. Era brutale, volgare ed egoista come tutti gli
uomini; sarebbe stato uno sprecar tempo inutilmente il discutere
con lui. Un dovere adesso le incombeva: sostenere la propria amica,
aiutarla, provarle che l'amicizia non era un nome vano per lei.
Avrebbe voluto andare a trovarla subito, quella sera stessa o il domani
mattina; però la sua presenza, in quei primi momenti di spiegazioni
intime, avrebbe potuto essere inopportuna. Invece, le scrisse: «Amica
mia, in quest'ora che una catastrofe tremenda sconvolge la tua vita,
che il tuo animo nobile e buono si colma di un'amarezza infinita, io
vorrei esserti al fianco per dirti quanta parte prendo al tuo dolore e
quanto vorrei adoperarmi per alleviarlo! Ignorando se tu sei in istato
di veder gente, aspetto con ansia tue notizie e mi ripeto sempre,
sì nei tristi come nei lieti eventi, tua affezionatissima sorella,
Teresa.»
Quantunque Toscano fosse partito subito, una tempesta di condanne,
di dileggi, di disprezzi piombava intanto sulla caduta, uomini e
donne s'accanivano contro di lei e il vuoto le si faceva d'intorno.
Ella andò a trovarla, in carrozza aperta, di pieno giorno, innanzi
al mondo; e sola contro tutti la difendeva, trovando ingenerosa la
condotta delle altre, ripetendolo ad alta voce, in ogni occasione. Ed
ecco che una malignità vigliacca le arrivava all'orecchio: dicevano
che ella difendeva l'amica perchè all'occorrenza avrebbe contato sul
ricambio.... Il colpo la ferì profondamente. Così dunque il mondo
apprezzava quello che era in lei moto generoso e sentimento sincero:
così, chiamandolo un calcolo, con la gratuita rinnovazione dell'augurio
malvagio!... Per fortuna, ella non aveva nulla da rimproverarsi, la
sua coscienza era netta; ma una solidarietà con tutte le oppresse la
faceva ribelle alla ipocrisia sociale. Come se quelle che eran le prime
a scagliar pietre, fossero tutte immacolate! Come se la virtù di cui
certune si ammantavano non pesasse loro più di una cappa di piombo!...
Ella continuava a veder Giulia, ad accompagnarla in pubblico; però
trovava che l'amica s'era rassegnata molto facilmente alla separazione
dall'amante. Mettendosi col pensiero in una posizione simile a quella
di lei, trovava che non avrebbe potuto resistere a viver lontano
dall'uomo amato; tanto, il danno era fatto; ma se vi fosse stata
qualche cosa da sfidare ancora, chi l'avrebbe arrestata?
Suo marito, inaspettatamente, le disse una sera:
-- Potresti fare a meno di star tutti i giorni con la Turi.
-- Ti dispiace? -- rispose ella, freddamente, pronta a prorompere.
-- Mi dispiace, sicuro, tutti i giorni, come se fosse tua sorella!... Io
vedo che le altre non la trattano...
-- Se le altre son vili, non è una ragione che io segua il loro esempio.
-- Adesso lascia stare la tua cavalleria da tavola rotonda!... Ti ho
detto che mi dispiace...
Ella disse, ancora più freddamente:
-- Non ho che farci.
-- Sentiamo questa, adesso...
-- Guglielmo!... È inutile che tu insista. Ho un'amica a cui accade una
disgrazia... le altre le dànno addosso; io la difendo e la difenderò...
-- Ah, la chiami una disgrazia?... Povera innocente! è stata una tegola
piovutale sul capo, eh?... Chi glie l'ha fatto fare, dunque? Che cosa
le mancava, in casa di suo marito?
-- Tu credi che queste cose si facciano per un bisogno materiale?
-- Ah, lo so... i bisogni del cuore! il vuoto dell'anima! Di' piuttosto
che l'aveva nel sangue, quella...
Ella sorse in piedi, pallida, fremente.
-- Bada come parli.
-- Parlo come si merita...
-- Guglielmo, bada! È una mia amica... Bada che non tollero che tu
l'insulti in mia presenza!
Egli brontolò qualche cosa, cedendo dinanzi alla minaccia. Ella
s'acquetò a quella sodisfazione; non sapeva dove si sarebbe arrestata
se egli avesse continuato.
Abbandonare Giulia, fare come le altre, le sarebbe parsa una indegnità,
tanto più che non v'era in quel momento nulla da rimproverare nella
condotta dell'amica. Un bel giorno, però, Toscano tornò a Palermo.
Allora, l'accanimento contro la caduta ricominciò, più feroce. Ella
raddoppiava d'attenzioni per lei. Toscano glie ne era grato, le
dimostrava, in certi saluti rispettosi, in certe strette di mano,
quanto apprezzava quella condotta. Egli del resto obbligava anche gli
altri al rispetto; aveva provocato Platamone, che era stato uno dei
più malvagi contro la caduta, gli aveva assestata una tale sciabolata
sul braccio, da storpiarlo malamente. E vedendosi ossequiata da lui,
ammirando il suo coraggio, la sua eleganza, la distinzione dei suoi
tratti, ella pensava: «Se egli s'innamorasse di me?...» Un romanzo
s'intrecciava nella sua fantasia: ella vedeva Toscano lottare tra la
vecchia passione e la nuova, Giulia accorgersi di avere in lei una
rivale; l'amicizia contrastare con la gelosia, l'amore col dovere,
dei sacrifizii compiersi da una parte e dall'altra... Fantasie di
cui sorrideva, creazioni della sua imaginazione eccitata, che non
avevano nessuna base nella realtà, poichè Toscano, come diventato un
altro uomo, viveva esclusivamente per Giulia, compensava coi trasporti
d'una passione sempre più calda i dolori che la falsa situazione le
procurava... Se l'amica sua era dunque tanto felice, voleva dire che
non aveva più bisogno di lei; ma, più che questa idea, era una specie
d'invidia, sottilissima ed inconfessata, che la faceva allontanare
a poco a poco; una sorda gelosia, non per Toscano, che non le veniva
nulla, ma per le gioie arcane di cui la vita di Giulia doveva esser
fatta...
Però ella adesso vedeva dovunque delle felici. Lisa Ramondetti era
amata da Vadalà: l'uno andava dove andava l'altra, e quale emozione non
doveva procurare l'incontrarsi in pubblico, cerimoniosamente, con chi
si aveva avuto al fianco, nella più grande delle intimità!... La Molina
le faceva vedere, nel suo salottino, l'angolo in cui passava il suo
tempo, circondata da tutti gli oggetti che le erano cari: un quadretto
con una iniziale nera per firma, un'anfora di bronzo, un tagliacarte di
filigrana d'argento, un cofanetto sempre chiuso -- dei regali d'amanti!
La baronessa Marcieff, una russa che svernava a Palermo, seguìta da un
marito vecchio e filosofo che la lasciava libera di fare tutto quel che
le piacesse, era entrata in relazione col conte Roberto di Diana: tutti
lo sapevano, sapevano i loro convegni in una casa di via del Papireto,
le passeggiate notturne che facevano insieme, al porto, fuori porta
Vittoria. La principessa parlava dell'amante innanzi alle persone;
a lei una volta aveva detto, spiegando perchè non era andata ad una
festa: «Roberto non può venirci!» Una nuova conoscenza, quella di
Antonietta Rossi, moglie di un capitano di vascello venuto in missione,
era diventata presto intima. Era bionda come lei, ma più ben fatta,
-souple-, -élancée- dall'espressione più -langoureuse-. Si lagnava
del soggiorno di Palermo, della lontananza dal proprio paese. Quando
ella le proponeva di andare insieme in qualche posto, di far toletta,
rispondeva:
-- E perchè poi?... Son cose di cui vale la pena quando c'è un
interesse, uno scopo...
Più tardi, con la confidenza cresciuta, aveva spiegato meglio:
-- Quando si deve piacere a qualcuno, quando si va ad incontrare
l'amante... Per chi vuoi che mi vesta?... Tu, sì...
Ella non protestò. A poco per volta Antonietta le narrava il
suo romanzo, il grande amore della sua vita: un conte veneziano,
discendente dai Dogi, ricchissimo, che possedeva non so quante ville,
una delle quali aveva messa a sua disposizione; poi, le gelosie del
marito, certe scalate di notte, per mezzo di corde di seta; delle
lettere anonime, la denunzia d'un segretario che s'era innamorato
di lei; un seguito di avventure che ella ascoltava a bocca aperta,
credendole tutte, con la secreta mortificazione della propria
inesperienza che non le suggeriva nulla da raccontare a sua volta.
Poi le confidenze dell'altra si erano fatte più intime: aveva avuto
un altro amore, prima di maritarsi, suo marito non l'aveva trovata
ragazza; ma neanche lui aveva aspettata la cerimonia nuziale... Allora,
s'era messa ad enumerare altre cose: quello che gli amanti pretendono,
le sensazioni che essi procurano...
Tutto questo l'aveva leggermente nauseata; udendo parlare l'amica dei
suoi antichi amori con un tono di voce tranquillo, anzi con una specie
di lieta compiacenza, ella si diceva che colei doveva essere molto
leggiera, per non commuoversi al ricordo degli uomini dai quali era
stata amata, per restare così indifferente dinanzi all'evocazione della
sua vita sentimentale. Ma se ella avesse amato, se fosse stata amata,
solo la morte avrebbe potuto cancellar dal suo cuore le memorie d'un
grande affetto!... L'invidia secreta per le fortune delle altre donne
si temperava allora col sentimento della propria superiorità; ella
sentiva che esse meritavano il severo giudizio del mondo. Però, fuori
della colpa, nella santità del matrimonio, la passione non avrebbe
potuto esistere? Mondini, uno degli avvocati di casa Duffredi, aveva
preso in moglie una cugina: come l'amava! Ella era stata un giorno a
trovare la giovane coppia, in una casetta di campagna, nascosta tra
gli aranci sulla via di Monreale; era tornata via tutta rimescolata:
Mondini, cogli occhi umidi, non aveva parlato d'altro che della sua
felicità, dell'adorazione che aveva per sua moglie; a un certo punto,
senza curarsi della presenza d'un'estranea, le aveva messo una mano sui
capelli e l'aveva baciata in bocca...
Precisamente come suo marito!... Egli era adesso più freddo di
prima: aveva assunto con altri amici l'impresa del teatro di musica,
rimettendoci quattrini a palate, per fare il pascià in mezzo alle
cantanti e alle ballerine; e tutto il giorno se ne stava con dei
giovanotti scapoli, con le combriccole di -viveurs-, di -coureurs de
femmes-, con tutti coloro ai quali venivano raccomandate le donnine
allegre di passaggio e che se le passavano di mano in mano... Ella
cercava di rifarsi col suo bambino; ma questo diventava ogni giorno
più irascibile e sembrava nutrire un'avversione per lei. Col padre, che
gli lasciava fare tutto quel che voleva, stava volentieri; con la zia
Carlotta che lo guastava peggio, era tutto sorrisi e battute di mani;
se lei lo prendeva in braccio, la picchiava sul capo, le graffiava il
viso, le afferrava il naso, le strappava i capelli, si torceva come
un serpe, rosso quasi stesse per iscoppiare, e non si chetava se non
quando tornava con la balia o con Stefana.
I giorni di lei passavano monotoni, vuoti, o pieni soltanto di
fantasticaggini, di rimpianti, di aspettative vaghe e sempre deluse che
accrescevano la sua irrequietezza. Le distrazioni che un tempo aveva
amato adesso la tediavano; sentiva che mancava uno scopo alla sua vita,
e un'oppressione insoffribile, atroce, l'accasciava all'idea che gli
anni passavano, che il tempo volava... La gioventù! la stagione più
bella della vita! la stagione che non sarebbe tornata mai più!... E dei
sorrisi d'amarezza le spuntavano sulle labbra.
Un giorno era così, sola, nel suo salottino dalle cui finestre
socchiuse filtrava una scarsa luce, quando Guglielmo rientrò,
insolitamente presto.
-- Ti conduco una vecchia conoscenza, -- disse.
Un altro che era con lui s'avanzò. Nella penombra, ella non distingueva
i suoi tratti.
-- Non mi riconosce?...
-- Accardi!... -- esclamò, sollevandosi e tendendogli una mano. -- E come
a Palermo?... Da quando?...
-- Per affari, appena da ieri l'altro.
-- Aspettami un momento -- disse Guglielmo all'amico... Poi, rivoltosi a
lei, avvertì: -- Stasera resta a desinare con noi...
-- Naturalmente!... E che notizie mi porta da Milazzo?
Egli cominciò a riferirne tante: dei matrimonii, delle morti, delle
emigrazioni.
-- E di Bianca Giuntini, ne sa nulla?... S'è poi maritata?
-- Maritata?... È già divisa!
-- Come?
Egli raccontò una storia. Mentre parlava, ella stava a guardarlo;
pareva non fosse cresciuto; a trent'anni, quanti doveva averne oramai,
conservava l'aspetto minuto e gentile dell'adolescenza. Quando ebbe
finito di raccontare, guardò intorno per la stanza. Chiese:
-- E lei?... Ha già un bambino?
-- Sì.
Aggiunse ancora, guardandola:
-- È felice?
Ella rispose, vagamente:
-- Sì...
Sopravvenne Guglielmo; i due amici andarono via. Ella restò inchiodata
sulla sua poltroncina, con le mani inerti, la testa bassa. Come per un
sasso caduto in mezzo ad acque stagnanti, un'agitazione si diffondeva
nel suo pensiero, ne guadagnava a ondate le pieghe meglio riposte...
Luigi, l'antico amore, i giorni lontani di Milazzo, il presente
così diverso dell'avvenire sognato, la fatalità che le rimetteva ora
dinanzi quell'uomo, ciò che sarebbe accaduto fra loro prolungandosi
il soggiorno di lui... Pensava ancora quand'egli tornò insieme con
suo marito. Il desinare fu gaio, Guglielmo era di buon umore, parlava
continuamente con l'amico, che però si rivolgeva quasi sempre a lei,
dicendole delle cose gentili, approvando ciò che ella diceva. Quando
passarono nel salotto, Guglielmo li lasciò un poco soli.
Accardi rammentò alcune scene di Milazzo, la rappresentazione, la
seduta fotografica, insistendo sulla parte che vi aveva presa lei
stessa; ed ella credeva di leggere delle allusioni al loro passato,
imaginava che egli non avesse potuto dimenticarlo. L'altro parlava
ancora, la faceva ridere al ricordo di certi incidenti comici, quando
suo marito tornò per condurlo via.
Venne a trovarla due giorni dopo; ella era sola.
-- Partirò presto... -- annunziò, con una sfumatura di tristezza
nell'accento, dopo averle parlato di cose indifferenti.
Ella disse, con un falso sorriso, per provocarlo:
-- Non la tratteniamo... L'aspetteranno!
-- S'inganna!... Nessuno m'aspetta... come nessuno m'ha aspettato.
Il colpo era diretto a lei. Ella abbassò gli occhi. L'altro continuava:
-- Avevo sognato... avevo sperato di poter ottenere una immensa
felicità... Mi duole troppo di vedere che questa felicità è d'un
altro... Non so rassegnarmi ad esserne spettatore!...
Il cuore di lei batteva violentemente. Una musica di parole turbatrici,
mai udite; una sincerità commossa d'accento in quel rammarico sommesso
di cui ella era l'oggetto... Ella era l'oggetto di quella passione!
qualcuno l'amava! glie lo diceva!...
Egli s'alzò, sospirando. Fece qualche passo; poi le si avvicinò
nuovamente, le disse:
-- Come avete potuto dimenticare?
Ella rispose, guardando lontano:
-- È la colpa della vita!
Subito si pentì, indietreggiando, poichè egli le era quasi ai piedi, le
prendeva una mano, glie la stringeva con forza.
-- Dunque lo confessate? Voi non siete felice?... Sapevo che non era
possibile!.. Quell'uomo non è fatto per voi!.. Oh, se sapeste!... --
Poi, con più fervore, stampandole un bacio sulla mano, soggiunse --
Teresa, io vi amo!...
-- Barone!...
S'era alzata, liberandosi da lui.
-- È troppo tardi... io non posso ascoltarvi!... Qualunque sia lo stato
dell'animo mio, ho dei doveri: bisogna che io li adempia, a qualunque
costo.
-- A costo del vostro cuore, a costo della vostra felicità?
-- A qualunque costo!
Ella si lasciò ricadere nel suo cantuccio. Vide che egli si stringeva
la fronte tra le mani; a un tratto le tornò dinanzi.
-- Ebbene, sia... ma lasciatevi amare, se non mi amate!... non è un
delitto questo!... Voi non potete impedirlo!...
Era il suo sogno: un amor puro, un affetto secreto che occupasse
l'anima, che illuminasse la vita.
Ella taceva, dicendo di sì col pensiero. Così egli non partiva,
tornava ancora a trovarla, a ripeterle delle parole di fuoco quando
erano soli, a dirle con lo sguardo: «Vedete a chi vi sacrificate?»
quando Guglielmo, non prendendosi più soggezione dell'amico, si
rivelava qual'era. Le baciava la mano, tentava di abbracciarla:
ella gli sfuggiva, mettendolo a posto con una parola, godendo del
dominio che esercitava su di lui, inebbriata dalla passione che aveva
destata, dagli stessi pericoli che correva, impedendogli di continuare
quand'egli si faceva troppo insistente, ma aspettando sempre che
ricominciasse.
Ella si domandava: «Cadrò?...» e al pensiero colpevole, all'idea del
peccato, chiudeva gli occhi, giungeva le mani: mormorando: «No, no!...»
Una volta ella aveva il suo bambino in braccio; come si mise a baciarlo
lungamente, egli disse:
-- Non baciate così!
-- Oh!... da quando in qua si proibisce alle mamme di baciare i proprii
bambini?...
-- Si proibisce di far dannare la gente!...
Ella rideva, sentiva disarmarsi, e come anche lui dava dei baci al suo
figliuolo dove ella stessa lo aveva baciato, si sentì turbare, chiamò
Stefana per riconsegnarle il piccolino.
Di tanto in tanto, egli annunziava drammaticamente:
-- Partirò domani...
-- Fate un buon viaggio -- augurava ella, con un sereno sorriso.
-- Come siete fredda!... Come siete senza cuore!... Come nulla vi
scuote!... Io potrei morirvi dinanzi senza costarvi un palpito solo!
-- Non sono fredda, sono saggia.
-- Siete senza pietà!
Altre volte egli supplicava:
-- Se andrò via, se non resterò qui, che cosa temete?... Chi saprà
nulla?... Non avrete a temere neppure di incontrarmi: non vi verrò mai
più dinanzi...
-- E la mia coscienza?
-- Ma un'ora d'ebbrezza, il paradiso per un'ora, da ricordare per tutta
la vita?... Sì?... dite di sì?...
Ella rispondeva, sentendosi struggere:
-- No.
Non sapeva ella stessa come quelle risposte le salissero alle labbra.
Quell'uomo le piaceva, la tentazione era piena di fascino, ed ella si
stupiva di non trovare l'argomento capitale contro quegl'incitamenti:
l'impossibilità, per lei, di ammettere il capriccio di un'ora.
Un giorno che Guglielmo era in campagna, egli fu più insistente del
consueto.
-- Abbiate pietà di me!... Siamo soli, che cosa temete?
E la baciò sulla bocca.
-- Scostatevi!... Io ho in custodia l'onore di un uomo... di un vostro
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