corazzieri spuntarono dall'angolo di piazza Colonna.
-- Adesso ci siamo... Tò, prendi l'occhialino... guarda i deputati che
si avanzano... La principessa Margherita, la vedi?... Saluta... le
baciano la mano... Che bella toletta!...
-- Davvero!
Adesso ella cominciava a prendere interesse allo spettacolo, aspettava
con impazienza l'arrivo del re, ammirava i corazzieri schierati sotto
l'obelisco, sussultava al secondo -all'armi- e quando la nuova visione
di uniformi, di pennacchi, di sciabole sguainate si fu dileguata,
restava ancora, malgrado il freddo, a guardare.
-- Vedi che è meglio qui? Dentro non si vede nulla; c'è troppa
confusione...
Dopo un quarto d'ora, cominciò l'uscita, più disordinata, tra le grida
degli strilloni che vendevano il discorso della Corona, l'incrociarsi
dei comandi militari, il rotolare delle carrozze. Suo marito non veniva
ancora; ella credeva di capire che l'amica avesse da fare; e vedendosi
sola con quegli estranei, mentre la fiumana della folla rumoreggiava
sordamente per le vie, il cuore le si strinse un poco. A un tratto fu
picchiato all'uscio; Balsamo, andato ad aprire, esclamò:
-- Oh, lei!... Venga avanti!... -- Poi presentò: -- L'onorevole Arconti,
la signora Duffredi...
Il deputato aveva stretto la mano alla Balsamo e s'inchinava dinanzi a
lei. Come gli chiedevano notizie della seduta, disse:
-- Un discorso infelicissimo, una freddezza glaciale, qualche applauso
soltanto al passaggio relativo a Roma, alla politica estera...
S'impegnò una discussione: Balsamo affermava che era ben fatto, poichè
tutti si ostinavano a volere quel ministero di ciarlatani; ella disse:
-- Io trovo però che non si dovrebbe esporre la persona del re.
-- È verissimo... -- affermò il deputato, inchinandosi un poco verso di
lei.
Era un bruno dagli occhi azzurri, dalla fronte larga, dalla voce
penetrante. La discussione si allargava; spronata dalla presenza del
deputato, ella dimenticava la sua tristezza, parlava di politica,
attaccando i provvedimenti eccezionali proposti contro la Sicilia.
Arconti, che sedeva all'opposizione, le dava pienamente ragione. Il
tempo passava, Guglielmo non veniva ancora. Enrichetta propose:
-- Se vuoi tornare all'albergo... senza cerimonie, t'accompagnerò...
Allora Arconti s'alzò, congedandosi; ella gli diede a stringere la mano.
Andarono al -Roma-; Guglielmo non s'era visto. La Balsamo le offrì di
fare un giro in carrozza; al ritorno, incontrarono Duffredi che veniva
dal -Milano-.
-- Dove siete state? V'ho cercate per terra e per mare!...
-- Ah, la colpa è nostra? -- disse lei, con un riso un poco forzato.
Non pensò più a questo, nei giorni seguenti, stordita dal movimento
della capitale, cominciando a conoscere gente per mezzo dell'amica,
facendo qualche visita e trovando al suo ritorno le carte che gli
uomini venivano a lasciarle, quella di Arconti fra gli altri. Di
giorno, suo marito l'affidava spesso ad Enrichetta, ma la sera restava
con lei, l'accompagnava in visita, la conduceva a teatro. Non era stata
ancora al Valle: per la -Visita di nozze- Guglielmo prese un palco.
Però, dopo tavola, mancando ancora un'ora allo spettacolo, disse:
-- Ci sono dei Palermitani all'albergo di Spagna; il tempo di
salutarli...
Ella restò nella sala di lettura. Sfogliò dei giornali, degli album;
una ragazza era seduta al piano, un signore la guardava ostinatamente.
Ella voleva aspettare lì il ritorno di suo marito; irritata da quegli
sguardi indiscreti, salì in camera. Preparò le sue cose, infilò i
guanti, poi si mise il cappello. Suonarono le otto e mezzo: l'ora dello
spettacolo. Cominciò ad essere inquieta. Perchè tardava ancora? Quei
Palermitani... se fossero stati un pretesto?... No, non era possibile:
guardava l'uscio, aspettando di vederlo apparire. Pure, il giorno
della seduta reale, egli l'aveva piantata... Si poteva trattare d'una
coincidenza, d'un contrattempo, come ne sorgono ad ogni momento nelle
grandi città. Suonarono le nove meno un quarto. Non avrebbe perduto
poi molto; ma era noioso aspettare... Sedette, girando uno sguardo per
la camera, esaminandola a parte a parte, pensando a tutta la gente che
era passata di lì, porgendo l'orecchio, scuotendosi a ogni squillo di
campanello... Le nove. Si alzò, di scatto. Egli era andato a trovare
qualcuna, una donna: i Palermitani erano un'invenzione, impossibile
più dubitarne! Ella si nascondeva il viso tra le mani, esclamava: «Ed
è vero?... dopo due mesi di matrimonio?... Dio mio!... Dio mio!...»
Avrebbe voluto andar fuori, cercarlo, non sapeva dove; sarebbe andata
dai Balsamo, si sarebbe fatta aiutare da loro... No, a quell'ora essi
non erano in casa... E a un tratto il sentimento angoscioso della
solitudine, dell'isolamento, la riprese, in quella camera piena di
silenzio, in quell'albergo popolato di stranieri, di gente enimmatica,
di persone raccogliticcie che si disperdevano incessantemente; in
quella gran città dove nessuno la conosceva, dove avrebbe potuto morire
senza che nessuno si accorgesse di lei... Adesso aveva paura, non
levava gli occhi dall'uscio, con l'idea che qualcuno potesse entrare,
a rubarla, a violentarla... Sciocca, sciocca! non veniva nessuno, non
veniva neppur lui, la lasciava sola, così! a palpitare d'angoscia, di
gelosia, a piangere di tristezza!... Le nove e mezzo!... Rabbiosamente,
si tolse il cappello, buttandolo sul divano, si tolse i guanti
facendone saltare i bottoni. A un tratto, l'uscio si schiuse.
-- Mi son fatto aspettare... Non sei pronta?... Andiamo.
Ella disse, freddamente:
-- Grazie, non vengo.
-- Perchè? Sono le nove e un quarto... non sarà neppur finita la musica,
ancora... M'hanno trattenuto, cosa vuoi, c'era Sampieri che non vedevo
da anni... Andiamo, via...
Con la tentazione di cedere, ma col bisogno di sostenersi, ella rispose:
-- Grazie, ti lascio libero. Va' con i tuoi amici...
Egli la guardò un poco. Aspettandosi un'altra esortazione, ella si
preparava a piegarsi. L'altro invece disse, duramente:
-- Cos'è, una scena?
Un impeto di ribellione fu per sollevarla, ma si frenò. Con una voce
piena di lacrime, disse:
-- Perchè una scena?... Tu vuoi che venga a teatro; io ti ringrazio; è
tardi, sono stanca... che c'è di male?
Egli non le chiese perdòno, ostentò da quella sera di non lasciarla un
momento, come sacrificandosi, fin quando ella stessa non gli restituì
la sua libertà, per non vedergli sempre quell'aria rannuvolata. Adesso,
affittava spesso due cavalli e uno -stage-, e se ne andava guidando
per la città e per la campagna. Qualche volta la prendeva con sè,
ma ordinariamente la lasciava con la Balsamo. Certi giorni riceveva
delle lettere col francobollo da cinque centesimi, delle lettere
di città, che non lasciava sul tavolo come le altre -- e tornava a
piantarla! Adesso ella non poteva avere più dubbii. Abbandonata sopra
una poltrona, fermando gli occhi sopra un punto di quel tappeto rosso
e giallo il cui disegno si confondeva nell'intensità della fissazione,
ella assisteva alla rovina delle sue speranze, delle sue lusinghe, col
cuore stretto, vedendo buio dappertutto, nel presente, nell'avvenire.
Forse egli non la tradiva, sarebbe stata una mostruosità troppo grande;
ma era quello il contegno d'un marito affettuoso, in piena luna di
miele? Dopo tre mesi di matrimonio!... Che cosa sarebbe dunque stato
fra due anni?... Quali torti aveva verso quell'uomo perchè egli la
trattasse così? Il torto di avergli creduto?... A volte, ripensando
alla storia del suo fidanzamento, alle esitazioni, ai contrasti, si
diceva: «La colpa è mia! Avrei dovuto comprendere che non mi amava,
non avrei dovuto farmi abbagliare dall'invidia di cui ero oggetto!...»
Ma se egli l'aveva domandata? V'era forza che potesse costringere un
uomo a chiedere la mano d'una ragazza, a sposarla?... Perchè dunque
l'aveva sposata? Perchè le aveva detto che le voleva bene?... Egli non
era stato leale -- e la slealtà era l'insopportabile, per lei. Adesso,
le cuoceva di tacere, di non chiedergli ciò che lo attirava altrove.
Ella avrebbe voluto drizzarglisi innanzi e dirgli: «Tu hai un'amante!
tu mi trascuri per un'altra!...» Avrebbe voluto gridargli, quand'egli
mendicava dei pretesti: «Non mentire! Io so dove vai!...» Però taceva,
con la speranza d'ingannarsi, con la paura d'inasprirlo, sentendo la
durezza del suo carattere dalla sua voce, dai suoi sguardi, dai suoi
stessi silenzii...
Quella vita della capitale, che le era sembrata tanto attraente,
finiva per tediarla: la gente che conosceva le pareva comune,
volgare; ma forse non era tale l'altissima società, l'aristocrazia
nera, l'-entourage- della Corte, la colonia straniera. Avrebbe voluto
penetrare nel centro dell'-élite-, farne parte anch'ella: una figura
secondaria non le conveniva. Suo marito era superbo, non voleva
piegarsi a sollecitare delle presentazioni, dava un nome ingiurioso ai
signori romani -- forse perchè li invidiava... Il ballo della contessa
Vannitelli, dove era stata invitata, dove era andata con un'ansia
secreta, aspettandosi quasi di vedervi un altro mondo, e del quale
i cronisti avevano fatto dei resoconti mirifici, le era parso una
povera cosa; a Palermo c'era di meglio! Il -Fanfulla- aveva parlato di
lei, sbagliando il colore del suo abito e chiamandola principessa di
Casàura. Ella aveva protestato, sorridendo, con le sue conoscenze; in
fondo, l'errore le faceva piacere.
Però la sua prima disposizione a trovare tutto più bello e più degno,
era cangiata: la duchessa di Martorina le era parsa un facchino della
Kalsa, con quel suo faccione lungo color mattone; la famosa Ernestina
di Carpignano, che a detta dei giornali cantava così bene, un pavone
crocidante; l'elegante marchese di San Fiorenzo una caricatura da
-Journal amusant-: ed ella ne sentiva di belle, sul conto della
cosidetta buona società. Nel pomeriggio, traversando il Corso in
carrozza di rimessa con la Balsamo, l'amica le diceva gli scandali di
cui questa o quella delle signore con cui s'incontravano era stata od
era l'eroina, e la sua stupefazione non conosceva poi limiti quando
l'altra le additava gli uomini per cui esse si perdevano: delle figure
brutte o ridicole, certe barbe da caproni, delle esagerazioni di
toletta, delle arie buffe da irresistibili...
Suo marito, adesso, la lasciava quasi ogni giorno per un'ora o due;
la tristezza di lei cresceva, cresceva, come la tristezza del cielo
invernale, gonfio di nubi sfilanti l'una sull'altra in processione.
E come le nubi si vuotavano in pioggia lunga, interminabile, ella
quasi piangeva, pensando alla sua casa lontana, al cielo ridente
che aveva lasciato. Ma se non era sola, si faceva forza, ostentava
una serenità che non aveva; e specialmente dinanzi ad Enrichetta si
studiava di mostrarsi allegra e felice. Nella sua debolezza, l'orgoglio
la sosteneva; non voleva che nessuno s'accorgesse del suo dolore, si
ribellava all'idea di suscitare l'altrui compassione.
Però, malgrado quello studio, l'amica pareva accorgersi di qualche
cosa, le leggeva in viso la sua tristezza. Un giorno che ella aveva gli
occhi rossi di pianto contenuto, le chiese:
-- Che cos'hai? Ti senti male?
-- Sì, un poco... sono nervosa... questo tempo m'irrita.
L'altra scosse il capo.
-- Tuo marito potrebbe lasciarti meno sola!...
Tacquero entrambe. Ella aveva la tentazione di confidarsi a lei, di
chiederle consigli, comprendendo che doveva sapere qualche cosa. Ma non
si decideva, non voleva arrendersi.
-- La colpa, scusami, -- riprese la Balsamo -- è anche un po' tua. Perchè
resti a Roma?... Perchè non torni a Palermo?...
-- Si, hai ragione.
La sera, come Guglielmo le parlò d'una lettera d'affari che aveva
ricevuta dal suo amministratore, ella disse:
-- Tu vuoi restare ancora qui?...
Egli fissò un poco lo sguardo, poi rispose:
-- Io non voglio nulla... faccio quel che ti piace.
-- Allora torniamo a casa?
-- Torniamo a casa.
Ella lasciò con un senso di sollievo e quasi di liberazione quel mondo
che da lontano le era parso così bello. Aveva fretta di assaporare le
soddisfazioni che la sua posizione le avrebbe procurate in un ambiente
propizio, in mezzo ad una società conosciuta.
A Palermo, per la sua parentela, per la sua posizione, ella
troneggiava. Erano una stazione di carrozze signorili, il martedì,
le vicinanze di casa Duffredi; era una successione di visite nel
suo salotto giallo, dalle tre alle sei: ella si sentiva avvolta
dagli sguardi di ammirazione degli uomini, dagli sguardi d'invidia
delle donne, che avevano intanto sulle labbra le frasi melliflue
dell'amicizia più affettuosa. «Come stai bene, cara!... sei un
amorino, oggi!... Già qualunque cosa tu metta, sei sempre un amore!...
Come sei felice di avere questa bella casa, dove tutti dipendono da
un tuo cenno!... Che cosa ti resta da invidiare?...» Ne conveniva
anch'ella, sorridendo di compiacenza, quando Stefana, richiamata da
Milazzo, la vestiva da capo a piedi, esclamando, con le mani giunte:
«Come sei bella! sembri una regina!» quando il cameriere in livrea
nell'anticamera s'inchinava al suo passaggio e un altro domestico
le reggeva la coda dell'abito per le scale, fino alla carrozza di
cui il lacchè spalancava lo sportello, col cappello in mano e gli
occhi a terra; quando nell'entrare in un salotto od al teatro, o
nell'attraversare le strade destava una corrente di sguardi ammiratori,
un mormorio di lodi; quando presiedeva le feste che facevano accorrere
nei suoi saloni tutta la Palermo ricca, nobile ed elegante. Erano dei
giorni sereni, felici, sempre eguali, con suo marito che tornava ad
esser buono con lei, che non le faceva mancar nulla, che pareva non
pensare se non a lei. Adesso, ella dettava legge, nel circolo delle
sue conoscenze; ciò che ella portava veniva copiato, i suoi consigli
erano sollecitati da tutte, il soggiorno di Roma le aveva costituita
un'autorità e adesso la distanza abbelliva i ricordi del suo viaggio.
Ella parlava con una specie di orgoglio di ciò che aveva visto,
delle conoscenze che aveva fatte, sentendo che esse le conferivano
importanza, non trovando più i difetti, le ridicolaggini che l'avevano
colpita nella gente di cui ora parlava con interesse, trovandoli e
mettendoli in evidenza, nell'intimità, con una schiettezza di buon
umore a cui nessuno resisteva.
-- Come sei allegra!... Come sei spiritosa!... La felicità ti si legge
negli occhi!... Tu l'hai meritata...
Quelle che un tempo avevano parlato contro di lei, la Carduri,
Giovannina Leo maritata adesso con Platamone, Sara Màscali ora marchesa
di Friddi, le facevano la corte, sollecitavano degli inviti: lei
dimenticava il passato, le accoglieva come le buone amiche, come Bice
Emanuele, come Anna Sortino, come Giulia; e un giorno rimase stordita,
credendo d'aver udito male, quando, parlando appunto della Sortino,
Giulia le disse:
-- Sai, non c'è molto da fidarsene... non è tanto fedel quanto
gagliarda... Di te, per esempio, ha detto certe cose...
-- Che cose?
-- Quelle che dicono le altre, le cattive: che sei superba... che vuoi
schiacciar tutte noi col tuo lusso... che a lungo andare rovinerai tuo
marito...
-- Lei?... Lei ha detto questo?
La sua mente si smarriva, dinanzi a quella rivelazione di una perfidia
che niente giustificava. Comprendeva che le antiche nemiche parlassero
ancora contro di lei, malgrado, anzi a ragione del suo perdòno; ma che
cosa aveva fatto a colei, per esser giudicata così? Chi aveva detto
a colei di rivolgerle tante lodi melate, tante proteste di amicizia?
La sincerità era dunque una cosa molto difficile?... E nei disinganni
che cominciavano, ella acquistava una maggior coscienza di sè, della
dirittura del suo carattere, della superiorità del suo animo. Come
potevano dire che ella rovinasse suo marito, quando era egli stesso che
le aveva assegnata una specie di pensione, cinquecento lire il mese,
con le quali ella doveva pensare a quanto le occorreva, dalle scarpe
ai cappellini, dagli spilli alle gioie? Perchè non avevano, quelle
altre, la stessa abilità di lei nello spendere, nel sapersi mettere, in
modo da far figurare per dieci ciò che le costava cinque? Se Guglielmo
stesso era il primo a volere che ella non si facesse eclissare da
nessun altra?...
La vanità era una delle molle più forti del carattere di lui; ella
adesso cominciava a giudicarlo. Profondeva regalmente il suo denaro,
a cavalli, a pranzi, a ricevimenti, per fare la prima figura, non
ammettendo di esser soverchiato da nessuno. Quando parlava della sua
casa, della sua nobiltà, era inesauribile; sapeva a memoria tutto
il capitolo del -Teatro genealogico di Sicilia- del Mugnos, dove si
discorreva della sua famiglia, Duffredi o Duffrè era una corruzione di
Umfredo; sotto gli Svevi i suoi discendenti erano stati perseguitati;
ma un Guglielmo, schieratosi con Carlo d'Angiò e pugnando per lui
a Benevento, aveva ottenuto feudi ed onori. Col Vespro, la fortuna
della famiglia fu ancora travolta; ma Federico II d'Aragona la rialzò,
creando un Roberto Duffredi barone di Marzallo; i titoli di principe di
Casàura e di marchese di Lojacomo erano più recenti, datando da Filippo
V. I nomi ricorrenti nell'albero genealogico erano quelli di Ruggero,
di Tancredi, di Roberto, di Guglielmo; egli stesso, quand'era stato in
Francia, aveva fatto stampare sulle sue carte da visita: -Guillaume
Duffré d'Hauteville- e parlava adesso di rivendicare stabilmente e
legalmente il -d'Altavilla- come secondo cognome.
Dal suo soggiorno di Russia, aveva portata un'ammirazione sconfinata
per lo Czarevitch, che era il suo modello; il taglio delle sue livree
era copiato su quelle dello Czarevitch, fumava i sigari che fumava
lo Czarevitch, i suoi fucili e i suoi revolver uscivano dalla stessa
fabbrica che forniva lo Czarevitch; tanto che pei suoi amici era
diventato un continuo soggetto di scherzo.
-- Queste scarpe sono come quelle dello czarevitch?... Questi bottoni
chi li porta, lo czarevitch?...
Il vecchio marchese era con lei molto affezionato: le faceva sempre
dei piccoli regali, la voleva spesso con sè nel quartiere che occupava
al pian terreno, per evitare le scale. Che modi da gran signore egli
aveva! Appena la vedeva entrare, s'alzava a dispetto della gotta, le
baciava la mano, restava ostinatamente in piedi fin quando ella non era
seduta, non rimetteva il suo berretto se non dopo lunghe insistenze.
-- Ma si copra, zio! prenderà un'infreddatura, altrimenti!
Il secreto di quella cavalleresca galanteria era perduto! Egli stesso
criticava l'educazione moderna, cominciando da quella del nipote; e la
sua conversazione era interessantissima, piena di ricordi del passato
regime, di aneddoti intorno ai personaggi della Corte, alle rivoluzioni
del 20 e del 48. In cuor suo, era rimasto fedele alla casa di Borbone;
e questo dava origine a liti cortesi, perchè ella esaltava la virtù
dei Savoia, l'eccellenza del governo costituzionale, la grandezza della
nuova nazione.
-- E la chiamate una nazione, nipote mia? Ma è il mantello d'Arlecchino!
Com'è possibile cucire insieme il Piemonte e la Sicilia, Milano e
Napoli, gente diversa, costumi opposti, tradizioni che si pigliano a
pugni?
-- Sarà l'azione del tempo! Contentiamoci per ora dell'unità politica,
verrà poi quella reale.
Egli scuoteva il capo, rimpiangendo i tempi dell'autonomia siciliana,
della monarchia nazionale.
-- Non sapete dunque che siete una d'Altavilla? -- aggiungeva, mezzo
serio mezzo sorridente.
-- Ma fummo usurpatori anche noi! -- replicava ella, sullo stesso tono.
-- Venimmo di Normandia a conquistar l'isola!
Egli s'inchinava, come non potendo o non volendo opporre nulla a tale
argomento. Del resto, quella era una mania di famiglia: Guglielmo non
negava al re il diritto di conferire al figlio del principe Amedeo
il titolo di Duca di Puglia, appartenendo esso alla loro casa? Ella
sorrideva un poco di tutto questo; ma in fondo se ne compiaceva. Anche
per ischerzo, chi avrebbe potuto dire altrettanto? E trovava che suo
marito, oltre alla nobiltà regale, era d'una eleganza estrema. Ella
conosceva tutti i giovani amici di lui, che erano anche fra i più
-lancés- di Palermo; Alfredo Basile, così allegro e pieno di spirito;
il conte di Caldarera, lo spadaccino famoso; il marchese Lauria, la cui
fronte seria era velata di tristezza; altri ancora, in mezzo ai quali
non trovava qualcuno che valesse molto più di Guglielmo.
Egli non voleva però che fosse troppo attorniata dai giovanotti,
che ballasse troppo, che parlasse a lungo con una stessa persona.
Era geloso?... Dunque l'amava! Tutta lieta della sua scoperta, ella
protestava amabilmente, cercava di fargli intendere ragione.
-- Tu credi che io noti questa gente?... Ma neppure per sogno!... Tu
vali più di tutti!...
Ai balli, erano dei complimenti stupidi, sempre gli stessi: «Felice
quella camelia!... Vorrei essere al posto di quelle violette...
I vostri occhi offuscano i brillanti!...» Ella rideva di quelle
galanterie, le metteva in canzonatura con le amiche; però le
piacevano, le provocava: dietro a quegli omaggi stereotipati c'era il
riconoscimento della sua bellezza, ed ella aveva bisogno delle lodi,
delle adulazioni e del trionfo. Non distingueva nessuno in quella massa
di giovanotti, di uomini maturi, di vecchi che si alternavano al suo
fianco; però s'appoggiava con eguale abbandono al braccio di ognuno,
piegava un poco il capo di fianco con egual grazia ad ascoltare ciò che
tutti le dicevano, rivolgeva a tutti gli stessi sorrisi con uno stesso
frequente palpitare di ciglia; e quando suo marito la rimproverava,
portandole ad esempio le altre che tenevano la gente a distanza, ella
rispondeva:
-- Ma che posso farci, se sono fatta così?
Una quistione grossa, la sera delle tolette di gala, era quella della
scollatura: egli la trovava sempre troppo bassa, esclamava che era
un'indecenza, pretendeva che mostrasse appena la gola.
-- Allora tanto vale andare -montante-! Si transige fin qui?...
Alla luce delle candele che si struggevano con fiamme lunghe sulla
toletta e sui bracciali del grande armadio a specchio, le rose della
sua carnagione si animavano, il sangue giovane e sano si vedeva fluire
attraverso quel marmo vivente, e il seno sbocciava, fiore carnale,
dall'anfora serica del busto, e l'oro della chioma aveva fulgori matti,
e da tutta la persona esalava, incenso sottilissimo, un profumo così
inebbriante, che ella appressava la bocca all'alto del braccio, dove
il guanto finiva, e quasi addentava la polpa morbida e soave. Con le
piccole mani levate, dipanava poi lievemente i riccioli della fronte e
della nuca, assestava tutta la massa sapientemente composta dei suoi
capelli appoggiando le palme alle tempie, e si mordeva le labbra per
farle venire più vive, intanto che si svolgeva ai suoi occhi abbacinati
dalle fiamme la visione del mondo eletto e felice che l'aspettava coi
suoi sorrisi, con le sue armonie, con le sue ebbrezze... A un tratto,
le braccia le ricascavano pesantemente lungo i fianchi. Una domanda
si presentava al suo spirito: perchè quella gioia? a che pro? E fin
quando?... La vanità di tutto le si rivelava; come al tempo della
fanciullezza, pensava che le feste duravano poco: i suoni si sarebbero
dispersi, le luci si sarebbero spente, un giorno la gioventù sarebbe
anch'essa svanita e la bellezza distrutta... Irrigidita, stecchita
dinanzi all'alto specchio che la rifletteva da capo a piedi, con le
braccia pendenti come cose inerti e con gli occhi socchiusi, ella si
vedeva morta, vestita di quello stesso abito bianco col quale avrebbe
voluto esser composta nella bara, e un brivido le passava per tutto
il corpo all'idea che i becchini, che le mani orribili dei becchini
avrebbero toccato il suo corpo... La voce di Guglielmo la strappava
alla lugubre idea; ella si avvolgeva nel mantello che Stefana reggeva
pel bavero; e intanto che la carrozza correva rapidamente nella notte e
che suo marito l'annebbiava col fumo della sigaretta, ella si portava
una mano al seno abbassando nascostamente la ruche di cui il corpetto
era orlato per accrescerne ancora un poco la scollatura.
II.
L'avvenimento dell'estate fu l'arrivo del Circo Fumagalli. V'erano
delle amazzoni giovani, belle, elegantissime, che avevano messa la
rivoluzione nel campo dei -Crociati-. Ai bagni dell'Acquasanta, dalle
compagne che prendevano il fresco dinanzi al mare, ella udiva le
notizie dei successi, delle rivalità, tutta la cronaca delle relazioni
già strette e delle trattative avviate.
Che cosa vedevano gli uomini in quelle creature? Come era possibile far
delle pazzie per esse? Come si poteva credere a quegli esseri volgari
e interessati? Senz'amore, ella non riusciva a concepire che potessero
esistere rapporti fra uomini e donne. Un giorno che le sue amiche
parlavano delle amazzoni con maggiore insistenza, ella disse:
-- Io non capisco come si possano cercare queste femmine.
Non le risposero; solo la Carduri sorrise un poco.
Le due più ammirate fra quelle saltatrici erano la Doreley e
la Ruscalli; la Francese già era l'amante di Toscano; ai bagni
s'incontravano quasi tutti i giorni. Quando Giulia Viscari era lì,
ella studiava il contegno dell'amica, per notare che effetto le faceva
quel veder l'uomo da lei un tempo amato in compagnia di un'altra donna.
Giulia non lasciava scorgere nulla, continuava, ridendo, a conversare:
era dunque senza cuore, per averlo dimenticato così? Ed ella imaginava
che Toscano ostentasse quella relazione come per vendicarsi.
Ma chi fosse l'amante della Ruscalli non si sapeva ancora. Tutte le
volte che ella ne chiedeva, non le sapevano rispondere. La Leo parlava
un giorno di certi doni che l'amazzone aveva ricevuti; ella domandò:
-- Da chi?
-- Non so, non rammento... Me l'ha detto Anna Sortino.
Ella non serbava rancore a costei; un giorno le chiese:
-- Chi è dunque che protegge la Fumagalli?...
-- Non lo so.
-- Come non lo sai, se l'hai detto a Giovannina? Sentiamo, chi è?
-- Se non lo so!... Chiedilo a tuo marito.
E ad un tratto ella comprese certe reticenze di Giulia, le difficoltà
che Guglielmo aveva fatte ogni volta che lei aveva chiesto di andare
al circo. Fu come una sferzata in pieno viso, come se la saltatrice,
dall'alto del suo cavallo bianco, le avesse dato il frustino sul viso.
Più che il dolore del tradimento, più che la rovina della sua fiducia,
era l'affronto che le cuoceva, l'idea di quella rivalità umiliante,
della derisione di cui sarebbe stata l'oggetto per la volgare creatura
che le rubava il marito, delle intime rivelazioni che egli avrebbe
fatto, ridendo, intorno a lei; della profanazione d'ogni ideale di
affetto e di rispetto! -- Una cavallerizza, una donna senza nome,
educata nelle stalle, per cui tutti i palafrenieri erano passati,
esposta ogni sera, quasi nuda, alla concupiscenza dei curiosi!... Un
brivido di disgusto e di ribrezzo la scuoteva; ma al circo, intanto
che l'altra passava, ritta in piedi sul cavallo galoppante, al suono
d'un'orchestra rauca, fra lo schioccar delle fruste, nell'abbacinamento
delle piramidi luminose, coi capelli disciolti, una gamba levata,
le braccia inarcate, un sorriso sulla bocca rossa; intanto che gli
applausi cominciavano a scoppiare e si propagavano per tutto il teatro,
ella comprendeva, sì, la seduzione di quel corpo serpentino che tutti
desideravano, l'ebbrezza che quel clamoroso trionfo doveva destare,
l'esaltazione che si sarebbe provata pensando: «Questa donna che vi
vedete passare dinanzi, che v'infiamma con uno sguardo, con un sorriso
e con un bacio fittizio, io la posseggo, tutta; e voi non sapete
che con la vostra ammirazione, coi vostri applausi di folla anonima
incapace di arrivar mai fino a lei, non fate se non accrescere per me
il suo valore!...» Allora, ella restava come ammaliata a fissare quella
figura giravoltante, seguendola in ogni atto, non vedendo altro che
lei, credendo di sorprendere degli sguardi d'intelligenza scambiati
fra lei e suo marito, che poi la lasciava sola con delle visite, per
andarsene nella barcaccia, a guardar quell'altra più da vicino... Nella
nervosità dolorosa di cui quel pensiero fisso le era cagione, ella
credeva adesso di esser guardata da colei con uno sguardo tra curiosa
e sprezzante, e una sera ne fu certa: colei la sfidava, le agitava
dinanzi il frustino... e tutto il sangue le si ritirava al cuore, e
tutta la sua persona tremava, dall'umiliazione, dalla vergogna.
-- Signora Duffredi, si sente male?...
-- Io?... No, davvero... -- e si studiava di sorridere, intanto che
quell'uomo solo con lei nel suo palco, quel conte di Toledo che suo
marito le lasciava al fianco, le diceva, col solo sguardo, senza aprir
bocca: «Avete ragione!... vedete chi vi preferisce?... Non sapete
che tutti gli occhi sono rivolti su di voi?... Ecco di qual uomo voi
siete!...»
Era uno strano fascino che l'attirava ancora a quello spettacolo, un
bisogno malsano di sentirsi straziare da quella vista, di comporre il
suo viso a una indifferenza disinvolta sotto gli sguardi inquisitori
che le pesavano addosso, intanto che il cuore le tumultuava, che dei
propositi di scandalosa vendetta, attraversavano come baleni il suo
cervello... Lanciare il suo guanto in viso a quella donna! alzarsi,
chiedere il braccio del primo venuto, e dirgli: «Andiamo!...» così, a
fronte alta, in presenza di tutti!
Adesso ella era sicura che a Roma, nei primi tempi della loro unione,
egli era stato a trovare un'altra donna, che l'aveva trascurata per
un'altra: la Balsamo, le amiche di Palermo quasi glie l'avevano detto.
Voleva fargli intendere che sapeva tutto, voleva ingiungergli di
rispettarla; e col ricordo di quel che aveva sofferto la sua mamma,
il suo rancore si esasperava. Se credevano di far di lei una vittima,
come quella poveretta! Ella sentiva a momenti di dover vendicare, coi
proprii, i dolori della morta: allora si proponeva di parlar alto e
chiaro; e i rimproveri amari, le parole di sdegno le salivano alle
labbra; ella cercava assiduamente il modo con cui aprire finalmente il
proprio animo al marito; ma, come l'occasione si offriva, ella taceva,
indietreggiava, presa da una soggezione paurosa dinanzi a quell'uomo
freddo, muto, che non le chiedeva più i suoi abbracci, che era
nuovamente diventato l'estraneo, il nemico... Ella non si riconosceva
più, non trovava più la nativa energia, la naturale schiettezza del
proprio carattere, si sentiva avvilita da quel silenzio a cui era
ridotta, quando invece avrebbe voluto prorompere, lagnarsi, ottenere
giustizia, esemplarmente!... Egli rientrava a casa tardi, passava
il pomeriggio in compagnia dell'amante; e la tentazione di andarli
a sorprendere l'assaliva tratto tratto. Ogni sera egli era al Circo,
e all'idea che essi si guardavano, si sorridevano, si comprendevano
attraverso la folla, nell'assenza di lei, una insofferenza, una smania,
un'ansia la distoglievano da ogni occupazione, da ogni discorso,
da ogni altro pensiero... Un giorno, mentre erano a colazione, il
cameriere venne ad annunziare:
-- C'è di là il fattorino del teatro, con la pianta... dice se vogliono
un palco, per la serata della Fumagalli...
Guglielmo fece un gesto di contrarietà.
-- Sì -- rispose lei, subitamente.
-- Ma passerò io dal botteghino...
-- Non è meglio fissarlo subito?... Dite che segnino il solito numero 10.
Egli non disse più nulla. Solo quando ella era già passata nella sua
camera, se lo vide dinanzi.
-- Un'altra volta -- cominciò, lentamente -- quando io dico qualche cosa,
ti prego di non contradirmi. Hai capito?
-- Guglielmo!.... -- esclamò lei, guardandolo in viso.
-- Se no, mi costringerai ad alzar la voce dinanzi ai servi.
Ella dovè appoggiarsi con una mano alla spalliera d'una seggiola.
-- Che cosa significa questo?
-- Significa che io faccio quel che mi pare, in casa mia; hai capito? E
che se dissi di non fissare il palco, avevo le mie buone ragioni...
-- Le tue buone ragioni?... Ah, le tue buone ragioni!... Dunque ho torto
io?... E tu credi che io non le sappia, le tue buone ragioni?...
-- Che cosa sai? Di' su: che cosa sai?...
-- Ah, tu credi che il torto sia mio?.,. È mio, infatti!... se sono la
favola di tutta Palermo... se non ho il coraggio di ribellarmi...
Egli le si fece più vicino, con le mani in tasca.
-- Ribellarti?... A che cosa vuoi ribellarti?...
-- Alla tua condotta! ai tuoi abbandoni! ai dolori che mi procuri, ogni
giorno, dacchè siamo insieme, da Roma a qui...
Aveva cominciato a parlare rapidamente, con impeto, ma la sua voce
veniva morendo, nella commozione che la faceva tremar tutta e che le
gonfiava le palpebre.
-- Un piagnisteo, adesso, eh?...
Egli batteva nervosamente un piede; a un tratto, alzata la mano col
pugno stretto, esclamò:
-- Senti, mettiti bene in testa che io ho fatto e farò sempre quel che
mi pare e piace, sempre e semprissimo, a Roma, a Palermo e a casa del
diavolo...
Le lacrime di lei s'arrestarono. Cogli occhi spaccati e inariditi, ella
disse:
-- Tu?... tu parli così?... E allora, perchè?... che cosa ti ho
fatto?... perchè mi hai presa?...
Di repente, egli scoppiò in una risata, appuntandosi l'indice contro il
petto, additando replicatamente sè stesso.
-- Io?... Ah, ah!... Io t'ho presa?... Dice che l'ho presa io!...
-- Chi dunque?
-- T'ho presa io, che non volli mai saperne nulla? che scappai di qui,
quando mi seccarono l'anima? che fui trascinato per forza al municipio?
che vi feci intendere, a quanti eravate, di...
-- Guglielmo!
-- Ma domandalo un po' a tutti, ai miei amici, a tutta Palermo, se t'ho
presa io, se volevo prender moglie, se pensai mai a te...
-- Guglielmo, per carità...
-- Ah, mentre ci siamo, una volta per tutte, sai!... Adesso il fatto
è fatto, e giacchè sei qui, bisogna che ci resti; ma bada, non mi
seccare, lasciami fare quel che mi piace, pensa alle cose tue, non mi
chieder nulla, se no...
Ella portò una mano alla gola, girando il capo ansiosamente,
scongiurando: «No!... no!...» e ad un tratto cadde sopra una poltrona,
con le braccia pendenti, invasa da un freddo mortale...
Quando riaprì gli occhi, Guglielmo era chino su di lei, le faceva
fiutare dell'etere, le chiedeva:
-- Teresa... sei desta?... m'hai fatto paura...
Ella potè dire soltanto:
-- Che male... che male!...
Si reggeva la testa con una mano, e le orribili parole le echeggiavano
ancora all'orecchio. Ah, i suoi terrori! il presentimento che l'aveva
sempre fatta arretrare dinanzi a una spiegazione, con la certezza di
provocare qualche cosa d'irreparabile!... Sì, sì; egli aveva ragione:
era vero, non l'aveva voluta, aveva dimostrato abbastanza di non
amarla!... Ella lo aveva compreso fin da principio; quante volte,
durante il fidanzamento, era stata tentata di rompere? E s'era lasciata
persuadere dall'amor proprio, dalla vanità stolta; e il ricordo
di quel che aveva sofferto la sua mamma non era valso a salvarla!
Erano dunque inutili, le lezioni della vita? L'esperienza non valeva
dunque a nulla!... E adesso, che cosa poteva sperare ancora? Che cosa
aspettava?...
La scossa nervosa prodotta dalla triste spiegazione si prolungava,
in un eccitamento della sensibilità, in una trepidazione continua.
Ella aveva ora come una sbarra sulla fronte, come un nodo alla gola,
e le convulsioni tornavano ad assalirla. Per alcuni giorni, Guglielmo
parve mutato: le stava vicino, ricevendo le visite delle amiche che
si succedevano intorno al letto di lei, chiacchierando, studiandosi
di distrarla. Ella rispondeva sorridendo a fior di labbro, col
cuore stretto, aspettando invano che egli le si buttasse ai piedi,
che le chiedesse perdono, che cancellasse coi baci, con le proteste
d'affetto, le amare parole. Nelle lunghe ore che passava a letto, o
sopra una poltrona, col corpo indolenzito e la testa confusa, ella si
perdeva dietro a imaginazioni, a progetti che la forza della fantasia
quasi le dimostrava realizzabili e di cui poi scopriva a un tratto
l'assurdità. Voleva confidarsi al vecchio marchese che era tanto buono
con lei, rivelargli la condotta di suo nipote affinchè lo costringesse
al rispetto dovutole -- ma non avrebbe fatto peggio, a mettere un
altro di mezzo? E malgrado la ragione fosse dalla parte sua propria,
pensava di cedere, di umiliarsi dinanzi a suo marito; di dirgli: «Sì,
ama quell'altra... io non sono gelosa... capisco che in una persona
come te, dopo la vita che hai fatta, quelle donne esercitano sempre
un gran fascino... ma capisco pure che è un fascino passeggiero, che
pel tuo cuore, per la casa, per la società, la tua donna son io!...
Ebbene, vedi come mi faccio una ragione? Dapprima avevo delle fisime,
credevo che le cose andassero altrimenti!... Io ti lascio libero di
fare quel che tu vuoi; anzi, imagina di avere in me non una moglie,
ma un amico; confidami i tuoi segreti, ti prometto di ascoltarti, di
darti dei consigli... ma non mentire, non fare scandali, non espormi
alle risa, non mi dire delle cose dure, perchè... perchè...» e in una
súbita rivolta dell'orgoglio ferito, nel nuovo e più doloroso ricordo
della lunga tortura, della lenta agonìa di sua madre, ella si tacciava
di vigliaccheria, insorgeva contro di lui e contro sè stessa, lanciava
una sorda sfida: «Bada!... bada!...» Allora delle torbide visioni
le sfilavano tumultuosamente dinanzi, un'oscurità tetra avvolgeva
l'avvenire, delle rovine si accumulavano sulla sua via... e con la
testa fra le mani, ella si diceva: -- «Mio Dio, no!... salvatemi,
risparmiatemi!...»
Ella si sentiva buona, piena d'indulgenza: ammetteva che gli
uomini sono fatti ad un altro modo, era disposta al perdono, alla
rassegnazione; e come Guglielmo una sera le chiedeva affettuosamente se
si sentiva meglio, invasa da una gran tenerezza ella l'attirò a sè:
-- Vieni qui vicino... sì, mi sento meglio... perchè tu sei buono con
me!... Guardami in viso: ti ricordi quel che mi hai detto? come hai
potuto?... Dimmi che non è vero, che io sono l'amor tuo... È vero che
non è vero?... Guardami, non sono bellina? non sono tutta tua? non ti
ho data tutta me stessa? Non ti so amare anch'io?...
Egli aveva mormorato qualche cosa, dei monosillabi, intanto che lei
gli passava soavemente una mano sui capelli; poi a un tratto, con un
impeto di desiderio, la prese. Uno scontento rimaneva in lei: non era
questo che voleva; ella sentiva il bisogno di buone parole, di proteste
sincere, di giuramenti teneri; e non ne otteneva. Poi, degli argomenti
dimenticati le tornavano alla memoria; avrebbe dovuto dirgli: «Come
puoi dire che non m'hai voluta, se m'hai domandata tu stesso? Chi ti
forzava? C'era qualcuno che t'appuntava una pistola al petto, quando mi
domandasti se ti volevo?...» Però, malgrado tutto, la speranza tornava
a fiorirle nel cuore, le tristi visioni si dileguavano; e la sera della
beneficiata della Fumagalli, per dargli una prova della sua rinata
fiducia, ella lo pregò di andar fuori.
-- No; preferisco restare... -- rispose lui, passeggiando di su e di giù
per la stanza.
-- Fammi questo piacere:... Va' fuori un poco, al circolo, a vedere
i tuoi amici... Poi mi dirai che novità si narrano... Fammi questo
piacere; starai fuori un'oretta; io t'aspetterò in piedi...
Si lasciò finalmente persuadere. Tornò a mezzanotte, quando la scappata
delle carrozze annunziava la fine della rappresentazione. Ella lo aveva
aspettato di minuto in minuto, rifiutandosi di credere che fosse al
teatro, e quando Guglielmo entrò nella camera di lei, a chiederle come
si sentisse, gli rispose:
-- Meglio, grazie. Tu sei stato a teatro?...
-- Sì, un momento...
Ella si morse le labbra, chiudendo un poco gli occhi. Poi disse,
disinvoltamente:
-- Una bella serata? Molti applausi?... molti regali?...
-- Così, discreta...
Vi erano quelli di lui, fra i regali: ella ricevette il domani
un giornaletto satirico, il -Ficcanaso-, che alludeva agli omaggi
raccolti dalla Fumagalli presso le corti estere, specialmente dallo
-czarevitch-... Lesse quelle righe tremando, con la vista intorbidata,
sentendosi divenuta la favola di tutta la città, aspettando di leggere
un'allusione a sè stessa... Lo sconforto tornava ad abbatterla, tutto
sarebbe stato inutile: le recriminazioni come il perdono, l'odio come
l'amore. Che cosa dirgli? Perchè tentare ancora di ricondurlo a sè?
Adesso, ella era preparata a tutto, s'aspettava uno scandalo pel giorno
in cui la compagnia sarebbe andata via; era sicura che egli l'avrebbe
seguita o che l'avrebbe raggiunta.
Con suo grande stupore, Guglielmo restò. E prevedendo il peggio,
credeva di respirare sapendo oramai rotto quell'intrigo. Però, dacchè
la compagnia era partita, egli si mostrava più brusco, più duro, la
trattava con minori riguardi. Se ella si vestiva pel passeggio o per le
visite, egli gettava un'occhiata sulla toletta di lei, osservando;
-- Come ti vesti male!... Ti metti come una contadina...
-- Ti pare?... -- rispondeva ella, fingendo di prender la cosa con
indifferenza e continuando a guardarsi allo specchio.
-- Le contadine fanno di questi sfoggi di colori!... Ma non li vedi, i
figurini?... Non vedi come si vestono le altre?... Ma già, poveretta,
la colpa non è sua; chi doveva formarle il gusto, in quella bicocca
dove è stata educata?...
L'amor proprio di lei sanguinava, e in quel preciso momento che egli la
denigrava, le tornavano alla memoria tutte le lodi che aveva raccolte
in società, da Toledo, da Basile, da tutti: «Come siete elegante!...
Dopo aver visto voi, non si può guardare più nessuna!... Siete la Dea
dei nostri salotti!...»
Più dei tradimenti, la ferivano i suoi sarcasmi; e adesso ella
vedeva tutti i suoi difetti; la sua leggerezza, la sua ignoranza, la
sua ridicola vanità. Se discendeva da una stirpe reale, era molto
degenerato! Quella nobiltà del sangue non riscattava la volgarità
dell'animo, il vuoto della mente! E si proponeva di non curare le sue
derisioni; ma quando egli la pungeva più duramente, si voltava un poco
verso di lui, chiedendo:
-- Adesso sono una contadina, eh?... E quando mi trovavi graziosa,
elegante?
-- Io?... -- esclamava Guglielmo, come cascando dalle nuvole.
-- Tu, sì; precisamente tu... Quando mi dicesti, a Misilmeri, sulla
terrazza: «Come sei bella, stamani!...»
Allora egli alzava le spalle, con una smorfia di noncuranza.
-- Ah, era questo?... Sì, te lo dissi... perchè in quel momento avevi la
bellezza dell'asino... La sai qual è, la bellezza dell'asino? Adesso
vorrei sapere a che cosa mi servi? Non sei neppur buona a fare un
figliuolo!...
Era forse la vera disgrazia. Nei primi tempi, ella non si era molto
lagnata della mancata maternità, parendole che fosse borghese divenire
incinta appena maritata; adesso riponeva le sue speranze su questo;
ma che colpa aveva ella? E quando capitava l'occasione, l'altro non
mancava di vilipenderla.
-- Già, prima di tutto, sei nana... Io domando come puoi prendere sul
serio i complimenti che ti fanno, quando chi ti vede dice subito: «Oh,
la nana!...»
Ella avvampava tutta; era il difetto che meno poteva sentirsi
rimproverare; e intanto Guglielmo continuava, freddamente:
-- Poi, sei bionda -fadasse-...
-- Oh! oh! -- protestava allora, vivacemente. -- Io ho sempre sentito che
il tipo classico della bellezza è biondo...
Egli scoppiava in una risata.
-- Oh! per questo, sì! sei proprio classica, te l'assicuro!...
-- Io so che tutte m'invidiano i miei capelli d'oro...
-- Di stoppa, vuoi dire. Tu poi devi metterti bene in testa una cosa:
che le brune durano di più e che la tua, diciamo così, bellezza, finirà
presto, non resisterà, che invecchierai rapidamente, che non ti si
potrà più guardare...
Questo ella temeva, talvolta; ma perchè doveva egli dirle una cosa
tanto dura?
-- Allora, perchè non hai scelto una bruna?
-- Io scegliere?... Ma se io non volevo prendere moglie di nessuna
maniera?... Ah, no; non la vuoi sentire?...
-- Ma, scusa, -- proruppe ella una volta -- se non volevi prender moglie,
chi t'obbligò? Chi ti pregò di domandarmi? M'hai domandata, sì o no?
Chi t'obbligò?..,
-- Ah, chi mi obbligò?... -- rispose egli con uno stridore nella voce
cattiva. -- E tutti gl'intrighi di tuo nonno, non li sai dunque? L'arte
infernale con cui mi perseguitò, senza darmi requie, riducendomi al
punto che non potevo uscir di casa, per paura di incontrare un amico,
un compare, un mezzano, che mi parlasse di questo matrimonio?...
Ella aveva portato le mani alle orecchie, per non udire; ed egli
continuava a sfogare, buttandole in viso le male arti del vecchio, le
civetterie di lei, le trame che tutti gli avevano ordite quando egli si
era ostinato a dire di no, di no, di no.
-- Come dovevo farvelo intendere? Non lo vedevi che ero uno trascinato
per forza in quella casa, preso alla sprovvista, da una banda di
briganti? Non lo sapevi, che c'era una che m'aspettava a Roma, che io
andavo a trovarla, che le volevo bene, e che a te no, no e poi no? Ti
dissi mai che ti volevo bene? Non mi piacevi! non mi piaci!... E ti
dicono intelligente! Non lo capivi dunque? Non capivi che mi seccavi,
che io non ero fatto per questa vita, che se avessi voluto prender
moglie non mi sarebbero mancate centomila donne, più belle, più ricche,
più colte, più brillanti, più eleganti, più spiritose di te?
Adesso ella non sveniva più, non piangeva, non diceva nulla; lo
guardava, impietrata, e a un tratto sentiva che quell'uomo era come
morto per lei, come trasformato in un altro, che non le veniva nulla,
a cui non doveva nulla, con cui non aveva, non avrebbe potuto mai
più avere assolutamente nulla di comune... E nella tempesta che le
si scatenava nell'anima, ella pensava al partito che le conveniva
prendere: andar via da quella casa, subito, separarsi, tornarsene dal
nonno: questo era per lei un dovere; non restare in quella casa dove
l'accusavano di aver voluto penetrare per forza, contro la volontà
del padrone! Sarebbe andata dalla zia Carlotta, senza portar via
nulla, neppure le sue cose, neppure uno spillo... Uno scandalo, dei
commenti maligni, il trionfo delle sue nemiche -- ma che cosa importava
quel che avrebbe detto la gente?... O meglio, aspettare il prossimo
vapore, andarsene a Milazzo con un pretesto qualunque; una malattia, un
cambiamento d'aria... No! No! Quelle mura l'opprimevano, quel pavimento
le scottava i piedi; voleva andar via immediatamente, a qualunque
costo... E come sua zia sopravvenne, ella le corse incontro, l'afferrò
per un braccio, trascinandola:
-- Portami via!... ora... all'istante!.. Portami via..,
-- Teresa!... Che cos'è stato?... Tu mi fai paura!...
-- Voglio andar via, subito!... non voglio restar più qui; -- e a frasi
rotte, ansimante, le narrava quella scena, le brutalità che quell'uomo
le aveva dette, tutto ciò che le aveva fatto soffrire, fin dal primo
giorno del matrimonio, rivelando ogni cosa, dando finalmente uno sfogo
alla piena dell'ambascia che la soffocava.
-- Ebbene, cálmati... Sì, hai ragione... ma cálmati. Teresa!...
-- No, voglio andar via: sul momento!
-- Sì, andremo via, ma senti... ma aspetta...
Allora, scoppiò a piangere, chiamando la sua mamma, querelandosi alto
di esser così maltrattata perchè non aveva nessuno che la difendesse.
Come ebbe dato sfogo alle lacrime, udì la zia che continuava ad
esortarla:
-- ... ma chi ci ha colpa?... I matrimonii sono così, figlia mia...
Andartene via di casa?... E poi? a ventidue anni?... Che cosa farai?
Questo è il destino di noi donne... Credi tu che le altre siano più
felici?... Se sapessi!.. È vero, egli non voleva ammogliarsi... ma
credevo che si fosse persuaso... Adesso siete legati l'uno all'altro,
per sempre... Bisogna armarsi di pazienza, di coraggio... Io gli
parlerò, non dubitare... Ti trascura? cerca altre donne?... Se sapessi
quel che fanno certuni! Bisogna adattarsi, figliuola mia; armarsi di
rassegnazione... Non sai che cosa fa la tua amica Emanuele?
-- Che cosa?
-- Si marita, con Ragalna: uno che ha vent'anni più di lei, che manca
d'educazione, e non d'educazione soltanto... Ma è ricco, è creditore di
suo padre, e la buona ragazza si sacrifica... Ne aveva delle fisime,
lei?... Ma ciascuno deve portar la sua croce!... Tu hai almeno tante
sodisfazioni, sei tanto invidiata...
-- E che mi giova?... -- proruppe ancora. -- Vorrei mangiare pane nero, ed
esser voluta bene!...
-- Eh!... pane nero... ma servito in piatti d'argento, con un cameriere
ritto dietro la tua seggiola, non è vero?... Lo so anch'io!... Credi
a me, tu hai molti compensi... Ne conosco tante altre che non ne hanno
nessuno!... Prega Dio che ti mandi dei figliuoli: allora sarà un'altra
cosa... Intanto, hai la tua casa, la tua situazione sociale, i tuoi
piaceri... Cosa vorresti fare? sola, esposta a tutte le malignazioni?
Non sai i pericoli che correresti?... Tu parli così perchè non sai!...
La moglie deve stare col marito... Rassegnazione ci vuole, pazienza....
E non aveva più smesso per un'ora. Ella rimaneva ad ascoltare,
asciugandosi gli occhi, col respiro rotto dai singhiozzi, il viso
in fiamme, negando certe cose, consentendo in altre, lasciandosi
persuadere a poco a poco, tornando ad opporsi, tacendo finalmente
quando sua zia, sentito che Duffredi rientrava, andò a parlare con
lui. Così, restò un pezzo sola, cercando di indovinare quel che la zia
poteva dire a suo marito, con la tentazione di andare ad origliare,
rinunziandovi poi, sfiduciata, indifferente, stringendo amaramente le
labbra, finchè i due rientrarono.
-- Adesso -- diceva la zia -- bisogna che facciate la pace... che la
collera finisca!...
-- Io non sono in collera... -- esclamò lui, disinvoltamente, quasi
ridendo.
-- Fra marito e moglie!... Persone come voialtri, ben educate!... fatte
per intendersi!... Guglielmo è stato un poco vivace; ti domanda scusa,
non è vero?... E tu gli perdoni... Andiamo, dà un bacio a tua moglie...
Lo spinse verso di lei; Guglielmo la baciò in fronte; ella rimase
fredda sotto quel bacio.
-- Così, da bravi!... E che diamine!... Ci sono abbastanza seccature
nella vita, per crearsene apposta!... Divertitevi, il mondo è fatto
per voi!... Adesso arriva l'autunno; perchè non ve ne andate a
Misilmeri?...
-- Se Teresa vuole...
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