indietreggiare, inorridita. Maria Ferla s'era fatta sposa con uno di
Patti, un milionario; il giorno che era entrato in casa della promessa,
egli le aveva regalato un braccialetto di brillanti, dicendole: «Prendi
questo, per adesso; poi te ne darò uno più caro...» Non sarebbe ella
morta, se avesse udite queste parole rivolte a lei? Dove trovare lì in
mezzo qualcuno che realizzasse il suo sogno di nobiltà, di eleganza, di
cavalleria? E a poco a poco veniva anche rassegnandosi all'idea d'una
mediocrità alla quale le conveniva adattarsi, se voleva vivere un'altra
vita, d'un -pis aller- che doveva accettare per romperla una volta con
quell'esistenza che era peggio della morte...
A un tratto, ella aveva scorto nel nonno i segni forieri dei soliti
progetti: delle lettere che riceveva e spediva, delle confabulazioni
col notaio Artali, degli sguardi che fissava a lungo su di lei e che
lo tradivano. «Ci siamo ancora!...» ella si era detto tra sè, e cercava
d'indovinare di chi poteva trattarsi. Ma non veniva nessuno a casa sua,
non la conducevano in nessun posto, e la sua curiosità aveva finito per
cadere, quando un giorno il nonno annunziò:
-- Doman l'altro partiremo per Palermo.
IX.
Quella lunga parentesi che era stata la sua dimora a Milazzo si chiuse
d'un tratto; appena entrata in casa della zia, ella riprese la vita di
prima come se non l'avesse mai interrotta. Giulia, ora baronessa Turi,
venne a trovarla per la prima, le chiese perdono del suo silenzio; ma
le erano accadute tante cose!
-- Sei contenta? -- domandò lei.
L'amica fece spallucce, esclamando giocondamente:
-- Eh, sai!... Bisogna adattarsi!...
Bice Emanuele e Anna Sortino erano sempre quelle d'un tempo: una tutta
poesia, l'altra tutta prosa. Del resto, Anna era anche lei fidanzata,
col marchese Pucci; talchè Giulia restava sempre la sua fida compagna.
Le aveva presentato suo marito: un bell'uomo, un po' troppo forte
secondo il suo gusto, ma pieno di forme; e stavano sempre insieme,
come sorelle. La società, intorno ad esse, non era mutata: la Gelia,
un poco più vecchia, era sempre circondata da antichi amici e da
nuovi sospiranti; Matilde Gerosa aveva una febbre più ardente negli
occhi misteriosi, ed al suo apparire, come prima, un senso di pauroso
rispetto faceva ammutolire i più ciarlieri. Enrico Sartana era sempre
fuori e non aveva ancora preso moglie; sua madre veniva spesso a far
visita alla zia, come se nulla fosse accaduto tra loro: la prima volta
che la vide, l'abbracciò con effusione, la chiamò -figlia mia-, come
un tempo. Il babbo stava a Venezia, si diceva anzi che non sarebbe
più tornato in Sicilia. E i -Crociati- eran sempre gli stessi; però
ella scorgeva, centro di attrazione di tutti gli sguardi, un giovane
sconosciuto, elegantissimo, che s'incontrava dovunque, in carrozza,
guidando una meravigliosa quadriglia di roani, o fermo in sella come
una figura da romanzo illustrato, o a piedi tra lo stormo degli altri
-Crociati-.
-- Chi è quello li? -- aveva chiesto all'amica.
Giulia sorrise un poco, prima di rispondere.
-- Guglielmo Duffredi... Duffredi di Casàura... Ti viene proprio nuovo?
-- Assolutamente!
-- Credevo che lo conoscessi... Sai cosa si dice? Che tuo nonno t'ha
condotta qui perchè egli ti veda...
Ella si morse le labbra. Ancora un'esibizione, ancora un'offerta che
facevano di lei. Ma il corruccio, questa volta, svaniva in un grande
stupore. Quell'uomo che era fra i più invidiati in tutta Palermo,
avrebbe potuto dunque divenire suo marito? Lo stupore cresceva, mano
mano che ella apprendeva qualche cosa di nuovo sulla sua ricchezza,
sul lusso di cui si circondava, sui suoi successi mondani, sui suoi
viaggi a Londra, a Pietroburgo, sui rifiuti che aveva opposti a
partiti più vantaggiosi di quello di lei. Era d'una nobiltà quasi
regale: i Duffredi discendevano da Umfredo, figlio naturale di Drogone
d'Altavilla conte di Puglia, uno dei tanti fratelli di Roberto il
Guiscardo, i fondatori della dinastia Normanna! E la zia e lo zio,
con un'aria di mistero, parlavano di quel progetto, convenivano che
il nonno aveva avuto ragione, perchè un matrimonio come quello lì era
il sogno di tutte le ragazze. Adesso, avevano la casa in rivoluzione:
i decoratori, i tappezzieri, i fornitori d'ogni genere andavano e
venivano tutto il giorno; si facevano preparativi grandiosi per il
carnevale, per delle feste in cui i due giovani dovevano incontrarsi.
E la voce si spargeva, dei complimenti le venivano sussurrati
all'orecchio; però, quando ella incontrava Duffredi, egli non la
guardava neppure, tirava dritto, sferzando i cavalli o confabulando
cogli amici. L'interesse e la curiosità di lei crescevano, miste a un
dispetto, a una specie di sfida ch'ella lanciava a sè stessa. Perchè
non la notava? La trattava come una provinciale? Non era buona ad
attirarlo?...
E la sera che le fu presentato, intanto che il giovane s'inchinava,
ella abbassò appena il capo, di traverso, continuando a parlare con
Giulia, animatamente, di tante cose, senza però saper troppo bene quel
che diceva, guardando con la coda dell'occhio lui, che la guardava
anch'egli, da lontano. Pieno di distinzione, di eleganza, con la sua
carnagione leggermente dorata, coi suoi capelli nerissimi, i baffi
castagni, quasi biondi, il viso magro, il naso affilato, un po' troppo
lungo, ma -di razza-...
I giovanotti cominciavano a sollecitare gl'impegni; nessuno però veniva
da lei, con la tacita intesa che ella dovesse ballare col pretendente;
però non veniva neppur lui, occupato a discutere in un gruppo, dinanzi
a un balcone, a voce un poco alta. Le si appressò, infine, quando
stavano per dare il segnale della danza.
Ballava bene, ma tenendosi troppo discosto; ella avrebbe voluto dirgli:
«Stringa dunque!»
-- La signorina -- le chiese con voce un poco cascante -- non era venuta
prima d'ora a Palermo?
-- Sì, due anni fa.
-- Io sono stato a Milazzo; non capisco come ci si possa vivere.
Era la verità; però, a sentirla dire da un altro, in tono leggermente
sprezzante, ella si sentiva quasi umiliata. Nondimeno, gli domandò:
-- Vi conosce qualcuno?
-- Sì, Luigi Accardi; fummo insieme in collegio.
Ella restò con un senso di stupore dinanzi a quello strano incontro.
Adesso tutti si contendevano un impegno con lei; ella passava da uno
ad un altro ballerino, adulata, ammirata; e come l'animazione del ballo
cresceva, ella dimenticava Duffredi e il matrimonio, con una turbinosa
visione negli occhi, tutta al piacere della festa.
Il domani, entrando nella camera da lavoro della zia, vi trovò la
famiglia raccolta a confabulare.
-- È come se fosse fatta -- insisteva il nonno. -- Fate conto che verrà a
farla.
-- Che cosa? -- chiese ella.
-- La domanda di Duffredi.
E tutti cominciarono a spiegare l'eccellenza di quel partito.
Non si parlava della nobiltà, fra le prime del mondo; gli mancava, è
vero, un titolo, il rappresentante del ramo diretto essendo suo cugino
il principe di Casàura; ma quel cugino aveva cinquantacinque anni, e
un solo figlio naturale, ragione per cui il titolo di Casàura sarebbe
venuto, col tempo, a lui o alla sua discendenza. Intanto egli aveva
una grande sostanza -- bastavano i tre feudi di Caltanisetta! -- e un
vecchio zio malaticcio, il marchese di Lojacomo, che viveva con lui e
gli avrebbe lasciata tutta la sua sostanza.
-- È una fortuna! Una vera fortuna! -- diceva la zia.
-- Davvero!... -- confermava suo marito.
-- Tu cosa dici? -- chiese il nonno. -- Parla, rispondi...
-- Che cosa volete che vi dica? Faccio quel che volete voi.
Non era vero. Ella esultava, in cuor suo; non avrebbe potuto sognare
una fortuna più grande; aveva ben letto un'invidia secreta negli
occhi delle sue antiche nemiche. Quell'uomo incarnava il suo tipo
di distinzione e di eleganza; ed ella provava per lui un singolare
contrasto di impressioni: le piaceva, trovando che aveva un naso da
Pulcinella; lo ammirava malgrado, anzi a cagione della sprezzante
superiorità che aveva nell'accento e nell'attitudine.
Il sabato seguente egli non venne. La serata passò meno animata, il
nonno era di cattivo umore, v'era nell'aria qualche cosa che ella non
capiva, stordita come sempre dal piacere della danza, dalle lodi che
raccoglieva. Il giorno dopo, una collera del nonno annunziò una cattiva
notizia. Duffredi era partito per Napoli; ma, spiegava la zia, sarebbe
tornato presto -- il tempo di sistemar degli affari. Perchè dunque non
aveva fatta la domanda prima d'andarsene?... Ella non dava però molta
importanza a questo; avrebbe voluto piuttosto che egli avesse cercato
di vederla da sola, di scriverle, per dirle ciò che provava per lei,
il bene che le voleva, la felicità che sperava. E se non le voleva
bene?... Tutta sola, ella si strinse un poco nelle spalle. Infine!...
Ne avrebbe trovato un altro!...
La sera venne da lei Anna Sortino, che sposava a giorni. Le parlò del
suo corredo, del viaggio di nozze, le annunziò che Giovannina Leo era
promessa con Cutelli.
-- Mi fa piacere -- disse ella.
-- Si, ma è cattiva, sai! Non va dicendo che Duffredi non ti vuole, che
è partito perchè ha una relazione a Napoli?... Anche se fosse vero,
sarebbe una malignità rallegrarsene, come fa lei!...
Allora, repentinamente, all'idea che quell'uomo le sfuggiva, che la
gente avrebbe riso di lei, tutta la sua superbia s'impennò: no! egli
sarebbe stato suo! ella avrebbe vinto! Poichè un'altra donna lo amava,
egli le appariva esaltato, più degno d'amore, ed ella si sentiva
impegnata a contenderlo a quell'altra, a spiegare nella lotta tutta
la forza che le veniva dalla sua purezza di vergine, dal suo candore
incontaminato.
Egli tornò, venne da lei; ma con un'aria triste, con un'espressione più
interessante. Ed ella imaginava che quell'altra lo avesse lasciato, che
il suo cuore fosse sanguinante, che egli avesse bisogno d'un conforto,
che lo cercasse nell'amor sano e forte d'una sposa; e si sentiva
attirata di più verso lui, tutta disposta a questa pietosa missione.
Il nonno stava fuori delle giornate intere, tornava sopra pensieri;
degli amici, don Gaetano Linguaglossa principalmente, lo venivano
continuamente a trovare, chiudendosi in camera con lui, come se
ordissero una congiura. Finalmente, ella comprese che qualche cosa
dovesse esserci per aria: una volta Duffredi venne di giorno, a
domandare del nonno; restò un pezzo con lui; poi passò a salutare le
signore, rapidamente, e andò via...
Quando il nonno disse che era venuto a parlare del matrimonio, che
fra giorni avrebbe fatta la domanda formale, ella restò a capo chino,
a guardare per terra, in preda a un sordo scontento. Ella dunque
non contava per nulla? Non le diceva neppure una parola d'amore? Era
dunque una cosa, un oggetto da barattare?... Tutto il suo romanticismo
insorgeva contro quella prosa, contro quel mercato; le dava un sottile
rimpianto dei poetici amori giovanili, delle emozioni che Enrico
Sartana e Luigi Accardi le avevano fatto provare.
Passeggiando di su e di giù per la sua cameretta, in preda a una
concitazione crescente, dei propositi di scandalo le frullavano per
il capo: ella avrebbe risposto un -no- tondo e netto alla proposta
concreta, ella non si sarebbe arresa, a costo di soffrirne, a costo di
morirne! Imaginava che egli intendesse farle un'elemosina, sposandola;
e voleva metterselo sotto i piedi, rifiutarlo ancora se, apprezzandola
tardi, egli le fosse morto dinanzi. Poi ella se la prendeva con sè
stessa, con le stranezze della sua natura; ma tornava per questo a
persuadersi che nessuno riusciva a comprenderla!
Il sabato venturo, quando cominciò a venir gente, ella si studiò di
nascondere la sua agitazione. Le signore la baciavano con effusione,
si avvicinavano alla zia, mormorando dei «mi rallegro» cogli occhi
rivolti a lei; gli uomini le davano delle strette di mano più calde,
o s'inchinavano più profondamente. Ella aveva alzato fieramente il
capo, tirandosi i bracciali verso il gomito, fiutando l'aria con le
narici dischiuse, in attesa della lotta. A un tratto, un piccolo sciame
di amiche entrò, con delle mani levate a salutare, con delle brevi
retrocessioni reverenti. Ella si vide circondata, intanto che ciascuna
esclamava, con accento di devozione e di rispetto:
-- Signora Duffredi!...
-- Donna Teresa di Casàura!...
-- Signora Duffredi di Casàura!...
Subitamente, il suo sdegno, la sua fierezza ribellata si stemperavano
in una compiacenza trionfante, in una voluttà di amor proprio esaltato,
in una ebbrezza di dominazione, durante la quale ella si sentì fatta
più alta, le parve di oltrepassare con la sua statura la statura di
quelle amiche prosternate.
-- Ci accorderai ancora la tua protezione?
-- Non bisognerà domandarti udienza per vederti spero?...
-- Dammi un bel bacio!...
Adesso tutte la baciavano, ed ella non pensava più a nulla, nella
dispersione di tutta la sua volontà, col solo bisogno di assaporar
quel trionfo... Era dunque vile? Si lasciava vincere?... Qualcuno
s'era messo al pianoforte, eseguiva un ballabile di Chopin: la musica
affrettava i battiti del suo cuore; tutti gli occhi eran fissati su
di lei; e Duffredi, salutata la zia, le si dirigeva incontro. Ella non
vide più chiaro, non pensò più nulla, fin quando il giovane, fermatosi
accanto a lei, disse sottovoce:
-- Signorina, suo nonno m'ha fatto l'onore di concedermi la mano di
lei... però... -- ella adesso tremava da capo a piedi -- bisogna che lei
stessa dica se è disposta ad accordarmela.
Il sangue le si ritirò intorno al cuore: un'angoscia ineffabile.
Come baleni rapidissimi, dei pensieri le solcavano la mente, tutti
insieme: l'amore che egli non le confessava, la voce che lo diceva
legato ad un'altra, i suoi propositi di rifiuto e il bisogno di uscire
da quella vita, la sua ebbrezza vile di poco fa e la paura di darla
vinta alle sue nemiche; e tutto questo si confondeva, si compendiava
in una domanda che, mentre Duffredi parlava, ella credeva quasi di
formulare ad alta voce: «Che fare?... Che fare?...» Appena egli ebbe
finito, aspettando una risposta, delle parole le uscirono dalle labbra,
inconsciamente, senza che ella ne intendesse il senso:
-- Se il nonno ha detto di sì...
-- Grazie... -- mormorò egli; e subito il nonno, la zia, lo zio, le
amiche la circondarono.
-- Il Signore ti benedica!... Baciami, cara... Qua la mano!...
Teresa!.... I miei augurii... Ma li mangeremo presto questi
confetti?... Io protesto!... E a me non dici nulla?... Ah, sorniona, le
fai di nascosto?... Vieni un po' qui!...
Delle strette, degli abbracci, delle parole sussurrate all'orecchio:
«Come hai fatto a conquistarlo?... T'invidiano, sai!...» e un coro di
esclamazioni ammirative: «Che bella coppia!... Sembravano destinati
l'uno all'altra!...» una dolcezza di lodi che le scendeva dritta al
cuore, le accendeva gli sguardi, esaltava il suo spirito, gonfiava
il suo petto, intanto che ella pensava: «È finita! Non si può tornare
indietro!»
Duffredi, tra un crocchio d'uomini, riceveva delle congratulazioni da
canto suo; era anch'egli animato in viso, pareva insofferente di star
fermo, veniva a mettersele un poco vicino, scambiava qualche parola,
s'allontanava nuovamente. Perchè non le stava sempre al fianco? Perchè
non le diceva nulla all'orecchio, qualcuna di quelle espressioni che
fanno chinare gli sguardi e affrettare il respiro; perchè non se la
prendeva sotto il braccio? Ella avrebbe voluto stringersi a lui, dirgli
con quell'atto che dipendeva ormai tutta da lui!... Sarebbe stato per
un'altra volta, quando non avrebbero avuto dinanzi tanti spettatori.
Egli tornava, infatti; veniva quasi ogni giorno; però ella aspettava
sempre che le dicesse una parola dolce. Aveva avuti dei gioielli
magnifici, che le amiche non si stancavano di ammirare; ma una tenera
frase d'amore non le avrebbe fatto un piacere men grande.
Lo zio di lui, inchiodato sempre a casa dalla podagra, le scrisse
una bella lettera, che la commosse più di quella mandata dal babbo
da Venezia. Era un gentiluomo dello stampo antico; in gioventù aveva
fatto parlare di sè tutto il regno delle Due Sicilie, vivendo in
mezzo al fasto della Corte. Quando ella andò nella sua futura casa,
il vecchio volle alzarsi ad ogni costo, le venne incontro fino alla
scala, le baciò galantemente la mano. Ella gli offrì il suo braccio
per ricondurlo fino alla poltrona, e le bastò quel breve tragitto per
conquistarlo.
La casa era antica, ma signorile, tutta divisa a stanzoni enormi dalle
vôlte alte come cupole, dai pavimenti lisci e lucidi come specchi
su cui si riflettevano le linee dei mobili rococò. Ella ne aveva
cominciato il giro col cuore in festa, tutta confortata dalla simpatia
dimostratale da quel bel vecchio; però Guglielmo era molto freddo,
precedeva la comitiva quasi infastidito, si allontanava, batteva un
piede. Come si trovarono soli un momento, dal dispetto ella fece per
raggiungere gli altri.
-- Non si passa! -- esclamò lui, preso a un tratto da una bambinesca
voglia di scherzare.
Ella disse, freddamente, sul punto di prorompere:
-- Lasciatemi passare...
-- Cos'hai?... Sei in collera?...
E le prese delicatamente una mano, guardandola negli occhi. Ella
cominciò a tremare, intanto che il giovane le girava un braccio attorno
alla vita, accostava la sua guancia alla sua, appoggiava tempia contro
tempia.
-- Poverina... Poverina...
E con un impeto frenato, cominciò a suggerla a baci. Ella avrebbe
voluto dirgli: «Sì, sono tua!... tutta tua!...» dalla gratitudine per
quella buona parola; ma sottraendo un poco le sue guancie e le sue
labbra al fuoco di quei baci, chiedeva invece, sollevando lo sguardo
fino agli occhi di lui:
-- Mi vuoi bene, di', mi vuoi bene?
-- Sì... sì...
La voce del nonno si avvicinava; egli si ricompose dicendo un gesto
di fastidio. Però ella uscì trionfante da quella casa, dalla sua
casa, vedendo fugati tutti i suoi dubbii, guardando all'avvenire
con fede sicura. Trovava Duffredi fatto secondo i suoi desiderii;
non era molto istruito, ma possedeva una grande competenza mondana,
conosceva la genealogia delle più grandi famiglie d'Europa, era amico
di diplomatici, di ufficiali stranieri; sapeva la storia di tutti
i cavalli vincitori del -Derby- e del -Grand Prix-; e certi giorni
che il discorso s'avviava su qualcuno di quei temi, non finiva più
di parlare, allegro, vivace; certi altri, però, un pensiero molesto
errava sulla sua fronte. Non s'occupava dei preparativi del matrimonio,
diceva: «Fate voi... fate come volete...» poi si correggeva: «Come
vuole Teresa.» Questo temperava per lei la brutta impressione del
-fate voi- quasi annoiato. Ella si diceva che bisognava prenderlo col
suo carattere, com'era fatto. Quella sua specie di freddezza stanca
accresceva il valore delle sue lodi; una volta le aveva detto: «Come
sei bellina!...» un'altra l'aveva trovata elegante. Ma le incertezze
di lei rinascevano, per un voi datole invece del tu, per un rifiuto
di andar fuori con lei a far delle compere. Quando egli aveva espresso
un proposito, vi si ostinava; ella restava un giorno di malumore. Poi
si consolava ancora se egli era più espansivo, più affettuoso, come
il giorno che andarono alla sua villa di Misilmeri. Era fuori del
paesetto, in una posizione amenissima, in mezzo a giardini d'aranci.
Mentre ne facevano il giro, Guglielmo le diceva che vi avrebbero
passato il venturo autunno, perchè in inverno, se lo zio marchese stava
meglio, se ne sarebbero andati a Roma, vi avrebbero messo casa. E in
giardino, come furono soli, la baciò a lungo, abbracciandola fitta,
ripetendole che le voleva tanto bene. Così, ella non s'inquietava più,
se talvolta delle ombre pareva velassero la fronte di lui, se restava
qualche giorno senza venire: era sicura dell'amor suo, era felicissima.
Egli pareva impaziente che i preparativi fossero finiti, affrettò la
sottoscrizione del contratto. Fu una festa intima, coi soli parenti
e qualche amico appena. Il nonno le costituiva in dote la -Rocca-, il
-Gelso- e le altre proprietà che aveva acquistate di recente; il babbo
le assicurava una rendita di cinquemila lire: tutt'insieme un valore
che s'avvicinava al milione. Ella comprendeva poco dei patti stipulati,
dei termini curialeschi; sapeva che da quel momento, dal momento che
avevano firmato, erano marito e moglie. Guglielmo le restava a fianco,
dinanzi al balcone, parlando dell'avvenire, del giorno che sarebbero
stati uniti per davvero, del viaggio di nozze che avrebbero fatto,
appena sposati, fino a Parigi.
-- Faremo presto... appena sarò tornato...
Ella credè d'aver udito male.
-- Tornato?... Tu vai dunque via?...
-- Per pochi giorni soltanto... Vado a Napoli, ho degli affari...
Ella esclamò, fissandolo negli occhi:
-- Tu parti?... Ora?... Mi lasci ora?...
-- Ma non ti lascio! Vado e torno, ti dico; quindici giorni, al più...
A un tratto, prendendolo per una mano, ella cominciò a scongiurare, a
bassa voce:
-- Non andare, Guglielmo. Se mi vuoi bene, non andare!... Andremo
insieme, affretteremo le pratiche... Hai aspettato tanto, non cadrà il
mondo se tarderai un altro poco!... Fammi questo favore: è il primo che
ti chiedo!... Sono superstiziosa, non mi lasciar sola in questi giorni,
mi parrebbe un triste presagio...
-- Ma che romanticherie!
-- Fammi questo piacere, dimmi di sì, che non parti... dimmi di sì!...
Egli rispose:
-- Non insistere, è necessario.
Ella lasciò la sua mano, non disse più nulla, aspettò di esser sola per
nascondersi il viso tra le palme, per mormorare scrollando il capo:
«Che errore!... che inganno!...» Un velo le cadeva dagli occhi: egli
non l'amava, non era suo, non era stato mai suo!... Ella non poteva
nulla su di lui! Che cosa era dunque la sua seduzione se quell'uomo le
sfuggiva così? Allora, il proposito di romper tutto, di dirgli: «Vi
rendo la vostra parola, tutto è finito tra noi!» tornava a tentarla;
ma ella s'accorgeva di non poterlo più tradurre in atto, perchè voleva
bene a quell'uomo, perchè si sentiva legata a lui dai baci che le aveva
dati, dalle speranze che le aveva fatto nutrire... Che importava? Era
dunque meglio legarsi per tutta la vita a chi non l'amava? Nulla v'era
di compromesso: quel foglio di carta poteva lacerarsi, dei matrimonii
s'erano rotti la vigilia d'andare alla chiesa. Ella avrebbe ripresa
la propria libertà; sarebbe stato soltanto più difficile trovare un
altro partito, quella rottura le sarebbe riuscita di pregiudizio.
Che importava? Avrebbe ricominciata la sua vita di fanciulla, si
sarebbe rassegnata alla solitudine, alla tristezza... e sconsolata,
impietosendosi al suo destino, rompeva in singhiozzi.
Ma come già mormoravano che tutto fosse rotto, che egli non sarebbe
tornato, nè presto nè tardi, come le sue nemiche le venivano innanzi
con un'aria dolente, quelle persuasioni cedevano subito ad una sfida
ostinata: «No, sarà mio! dovrà esser mio!»
La zia, col suo buon senso, cominciava già a fare delle osservazioni,
a parlare liberamente: «Che razza di fidanzamento era quello?» e le
consigliava di sciogliersi; ma ella rispondeva:
-- No! adesso è tardi!... Me l'hanno voluto dare, adesso lo voglio!...
Ella avrebbe sofferto tutto, perchè la gente non ridesse alle sue
spalle, perchè quella rottura non facesse le spese di tutte le
conversazioni. Egli le scriveva, annunziava il suo prossimo ritorno, ed
ella adesso lo difendeva:
-- Se mi scrive che verrà!... Se vuole che si faccia presto!...
Andava fuori come prima, parlava a tutte della prossima cerimonia
nuziale, mostrava dovunque un viso giocondo. Improvvisamente, un
giorno, alla passeggiata della Libertà, impallidì come se uno spettro
le fosse apparso dinanzi: in una -victoria- rapidamente incrociatasi
con la sua carrozza scorse Enrico Sartana: il giovane la guardò fiso,
senza cavarsi il cappello.
Un tumulto le si scatenò nell'anima. Qual giuoco del destino le
metteva dinanzi quell'uomo, mentr'ella passava per così dure prove?
Che cosa voleva egli dire con quello sguardo, con quell'insulto?
Che la disprezzava? Che non l'aveva dimenticata?... Ed ella, pensava
ancora a lui, se al solo vederlo s'era sentita agghiacciare?... Che
altro avrebbe fatto egli adesso? Avrebbe cercato di incontrarla? di
rammentarle il passato? Ella esclamava, stringendosi la fronte: «Mio
Dio! mio Dio! perchè tutto questo deve accadere a me?...»
Si diceva, per darsi forza: «Io sono d'un altro! Non posso, non
debbo ascoltarlo!» Ma quell'altro non l'amava, non tornava, non le
scriveva!... E l'impegno preso dinanzi al mondo? e i contrasti che
sarebbero scoppiati in famiglia?... Avrebbe voluto partire, raggiungere
Duffredi, rivelargli tutto, provocare una spiegazione; o piuttosto
confidarsi a sua zia, chiedere consigli a Giulia, o piuttosto ancora
mandare Stefana ad Enrico... non sapeva ella stessa che cosa. Allora,
invocava la memoria della sua mamma. Bambina, rammentava che il nonno,
per distrarre la mamma agonizzante, le aveva narrato un giorno un
romanzo in cui un cavaliere, andato a morire in Palestina per liberare
il Santo Sepolcro, aveva ottenuto dal Signore di ricomparire tre
volte sulla terra, nel corso dei secoli, quando un mortale pericolo
avrebbe minacciato una persona della sua stirpe. Ella si chiedeva
se la sua mamma, di lassù, non vedeva il suo pericolo, se non poteva
soccorrerla...
Inaspettato, Guglielmo tornò, di buon umore, affettuoso, con delle
casse di regali -- e Sartana non s'era fatto vedere. Ella giunse le
mani, rese le più fervide azioni di grazie al buon Dio, alla santa
anima che l'aveva protetta.
-- Ma perchè sei restato tanto tempo? -- disse al fidanzato, con un tono
di dolce rimprovero.
-- Ho pensato per te...
-- Per me... ed a me?...
-- Si capisce!
Sentiva rinascersi, tornava da morte a vita. Adesso tutto era pronto:
le carte, il corredo, la casa; e il tempo pareva avesse l'ali.
I finimenti di brillanti, gli abiti regalati dallo sposo erano una
magnificenza; i doni che ella raccoglieva uno più bello dell'altro;
però restava col secreto desiderio d'un mazzo di fiori, tutto bianco,
che il suo fidanzato avrebbe potuto mandarle le mattine di quegli
ultimi giorni. Ella non esprimeva quel desiderio perchè, chiesto,
l'omaggio non avrebbe avuto più valore.
Guglielmo, a misura che la data del matrimonio s'approssimava, non le
pareva più come al suo ritorno da Napoli; ma ella non faceva più caso
di queste intermittenze di contegno; soltanto, il giorno che si doveva
andare al Municipio, come tutti erano pronti, egli tardava, tardava,
non compariva. L'inquietudine cominciava a nascere in tutti; temevano
che si fosse sentito improvvisamente poco bene, mandarono a casa sua:
egli arrivò finalmente, pallido in viso, scusandosi. Le carrozze
partirono, una dopo l'altra, in processione; la gente si voltava,
ferma sui marciapiedi. Accanto alla zia, ella non diceva nulla,
guardando lo scorrere della folla, trovando che quei momenti non le
davano l'emozione sognata. A un tratto, fermi ai Quattro Canti, scorse
un manipolo di -Crociati- che stavano a contemplare la sfilata delle
carrozze. Ella si buttò rapidamente indietro per non dar loro il gusto
di scorgerla, di far dei commenti. Una folla di curiosi, al Municipio;
il Sindaco in persona che cingeva la fascia tricolore, un -sì- sommesso
che Guglielmo rispondeva alla sua domanda, un -sì- più sicuro che
rispondeva ella stessa; e un gran rimescolìo, sorrisi, strette di mano.
Di nuovo in carrozza, alla fotografia Ricciardi: un'idea del nonno, che
lei aveva combattuta, parendole una cosa borghese quel gruppo che il
fotografo combinava lungamente, intanto che Guglielmo frenava a stento
la propria impazienza. Ed a casa, fino a tardi, della gente che andava
e veniva, un andirivieni di persone di servizio, delle discussioni
sull'ora in cui doveva celebrarsi, il domani, il matrimonio religioso.
Prima delle cinque, avrebbero fatto a tempo a imbarcarsi subito dopo;
ma il nonno pretendeva che s'aspettasse un altro giorno ancora, volendo
far celebrare la cerimonia di sera, in gran gala, e chiudere con un
ballo. Ognuno dava consigli, ella non aveva volontà. Guglielmo disse,
alzando le spalle, sul punto di andar via:
-- Fate quel che vi piace.
Ella lo prese in disparte; gli chiese, ansiosamente:
-- Cos'hai?... Sei seccato?
Egli rispose:
-- Sai, tuo nonno ha certe idee!... Vuol tirare un fuoco d'artifizio?...
non siamo fatti per intenderci.
E adesso, sì, ella preferiva che si aspettasse un altro giorno ancora,
che si ritardasse ancora il momento decisivo, col cuore chiuso da una
vaga, indefinibile ambascia...
La volontà del nonno aveva trionfato; la cerimonia era fissata per le
sei della sera successiva. Di buon mattino, erano stati a confessarsi;
la mezza giornata era trascorsa lentissimamente; poi subito erano
cominciati i preparativi della toletta. Stefana piangeva, aiutandola
a passarsi la veste nuziale, appuntandole sul seno il fior d'arancio
fresco che le aveva colto lei stessa; anche Miss e la zia avevan
gli occhi un po' rossi: ella faceva la forte, s'irrigidiva contro
l'emozione; ma agiva come per effetto d'una spinta esteriore, sentendo
che bisognava andare fino in fondo, fatalmente, a qualunque costo.
Ricominciava l'andirivieni degli intimi, la processione delle carrozze,
la folla dinanzi al portone ed in chiesa. Un gran tappeto per terra,
un acuto profumo di fiori, l'altare splendente come una raggiera. Ella
non udì più nulla, vide solo la gran vampa delle faci, pensò alla sua
mamma, alla sua sorellina, alla fanciulla che moriva in lei, a quel
cadavere che si sarebbe trascinato sempre con sè, e due grosse lacrime
le rigarono il viso. Adesso bisognava che ella rispondesse ancora;
inghiottito il suo pianto, alzò il capo e disse:
-- Sì.
-- Cos'hai? -- chiese Guglielmo, chinandosi un poco verso di lei.
-- Nulla... nulla!
Quella parola la riconfortò tutta: non toccava a lui adesso di
proteggerla, di sostenerla, di amarla? Egli le diede il braccio,
traversò al suo fianco la piccola chiesetta, prese posto allato a lei,
in silenzio.
In un impeto di tenerezza, ella gli buttò le braccia al collo.
-- Guglielmo!...
-- Teresa... -- E le prese la mano.
Ella si scosse tutta come per un brivido. Gli disse:
-- Sono tua, adesso.... per sempre!... Non ho che te al mondo!...
-- Sì... sì... poveretta...
E, passatole un braccio alla vita, la baciò lievemente in fronte.
Salendo le scale di casa, ella s'appesantiva sul suo braccio.
S'era appena buttata sopra un divano, spossata dall'emozione, che
ricominciava lo stordimento: a tavola, come il servizio s'inoltrava,
tutti avevano delle cere gioconde, i discorsi s'incrociavano da un
capo all'altro, gli augurii, i commenti; poi, come arrivò gente, tutti
passarono nel salone. Adesso, ella era nuovamente animata; aveva preso
poco cibo, ma il vino di sciampagna le dava alla testa. Il suo trionfo,
in mezzo alla festa, era completo, assoluto: ella si conteneva un poco,
perchè il brio vivace non le pareva -de mise-. Guglielmo, dopo aver
fatto un giro con lei, la cedè agli altri giovinotti con la miglior
grazia del mondo.
Sopravvenivano altri invitati, ella era costretta a traversare
continuamente il salone, accompagnando le signore, andando a salutare
le amiche che le facevano cenno da lontano. Ad un tratto si vide
dinanzi la Sartana, che le tendeva le braccia, sorridendo. Ella si
guardò istintivamente intorno: Enrico, in fondo al salone, parlava
allegramente con suo marito, stringendogli la mano; poi s'avanzò verso
di lei.
Ella chinò un poco gli occhi, dicendosi mentalmente: «Coraggio! Ci
siamo!...» e come le fu vicino, lo guardò in viso.
Egli disse, stringendole la mano:
-- Posso presentarle anch'io le mie congratulazioni?
Ella strinse forte la sua mano, rispondendo:
-- Sono fra le più gradite!
Un momento, rimasero guardandosi; la fisonomia di lui prendeva adesso
un'espressione di sottile ironia.
-- Vi rammentate -- riprese, piano -- degli augurii che un tempo voi
credeste di farmi?... Come sono mutate le circostanze, e come sono
invertite le parti!...
Ancora, ella chinò gli occhi. Disse, senza rialzarli, guardando
l'anellino nuziale lucente al suo dito:
-- Se vuole essermi amico, non parli di questo, la prego... Pensi... che
è troppo tardi, che io non potrei più ascoltarla.
Il giovane fece col capo, col braccio, un gesto di consenso.
-- È vero; mi perdoni. -- Poi aggiunse, rapidamente: -- Ciò non impedisce
che io soffra, che domani sera...
Col seno allevato dal respiro frequente, ella alzò uno sguardo severo
su di lui. Egli tacque. Per fortuna, nessuno era intorno a loro; e,
malgrado i pericoli di quella spiegazione, ella vi trovava un fascino
arcano, era come ammaliata da quella romanzesca fatalità.
Il giovane chiese:
-- Mi accorderà una danza?... -- ma, prima che ella rispondesse,
soggiunse: -- No, non voglio...
-- Come le piace!
Della gente adesso s'appressava; ella gli disse:
-- M'offra il suo braccio, m'accompagni di là...
Come furono un istante soli, egli riprese:
-- Mi dà un bocciuolo di quei fiori?... -- e guardava il fior d'arancio
olezzante sul suo seno.
Ella esitò un istante; poi staccò un fiorellino e glie lo porse.
Il turbine della festa la riprendeva. Ella era pentita d'avere
accondisceso a quella strana richiesta; poi si diceva, con un sorriso
che non sapeva bene donde le venisse: «Povero ragazzo!...» E gli eventi
rapidi, incalzanti, straordinarii, la stordivano, le davano il bisogno
d'un istante di quiete, di solitudine, di raccoglimento.
Quando tutti furono andati via, Guglielmo si congedò anche lui. Lo zio
esclamò:
-- Pazienza; ancora ventiquattr'ore!
Ella accompagnò suo marito fino all'uscio. Egli la strinse forte, le
pose sulla bocca dei baci umidi.
-- A domani!
-- A domani...
Tornò a lenti passi, con le braccia pendenti lungo i fianchi, piena
della vaga paura dell'ignoto, del mistero che l'attendeva. Sua zia
l'accompagnò nella sua cameretta; ella pensava che forse le avrebbe
detto qualche cosa.
La zia diceva:
-- Se fosse qui tua madre!... Che consolazione sarebbe per lei... Le
dorrebbe di perderti, sì; ma noi donne siamo destinate a questo... Ci
siamo passate tutte... Tu puoi chiamarti fortunata... hai un marito
giovane, con un bel nome, in una posizione invidiata... Dipende da te
ch'egli ti voglia bene e ti faccia felice... sai che i mariti sono come
noi ce li facciamo... tutto dipende dall'accortezza, dalla prudenza
della donna... Tu potrai molto su di lui, vedrai!...
Sì, ella avrebbe contato su di sè stessa, sulle sue forze per
guadagnarsi il cuore di suo marito; ma come più il momento in cui ella
avrebbe dovuto assumersi questa missione si avvicinava, ella sentiva
la propria debolezza, la passività impotente del suo sesso, la sua
ignoranza del mondo -- e la forza dell'uomo, la forza della sua volontà
e dei suoi muscoli... Ella si rannicchiava, paurosa, rabbrividendo, nel
suo verginale lettuccio sul quale non avrebbe più riposato, correndo
con la mente da un ricordo ad un altro, rivedendo in una successione
tumultuosa tutta la sua vita: Milazzo, le sue povere morti, delle
scene perdute in fondo alla memoria e che si ricostruivano a un tratto
in tutte le più minute particolarità. Riapparivano le figure degli
adolescenti che ella aveva creduto di amare; la voce di Enrico Sartana
le risuonava ancora all'orecchio. Come nulla accadeva di quel che
si era previsto! Chi le avrebbe detto, sei mesi fa, che ella avrebbe
sposato Duffredi? Non lo conosceva neppure! Il ricordo di Luigi Accardi
non le diceva più niente; un tempo, non aveva creduto possibile pensare
ad un altro uomo! Però, un principio di tristezza la invadeva. La vita
tanto sognata sarebbe cominciata fra breve, nondimeno una specie di
rammarico accompagnava l'agonia della vita da cui aveva voluto uscire.
Perchè dunque questo scontento? Avrebbe forse voluto tornare indietro?
La sua mamma, la sua sorellina pregavano in cielo per lei?..
Il giorno seguente, il cielo apparve tutto velato da una bassa cortina
di nubi. Ella tentò di reagire contro l'oppressione di quel grigio
che si aggiungeva all'oppressione del suo spirito. Si dava l'ultima
mano alle casse, alle valigie: dalla sua camera venivano fuori tanti
oggetti minuti a cui ella non aveva pensato e che restava a considerare
un poco, senza sapere che farne. Stefana glie ne chiedeva, come dei
ricordi; Miss anche lei. Ella non sapeva quale simpatia trovasse
ora nel viso severo, quasi duro di Miss, che le aveva destato un
tempo tanta avversione. La vecchia governante partiva fra giorni per
l'Inghilterra: chi poteva dire se si sarebbero riviste più?... Si
parlava poco; di tanto in tanto qualcuno faceva delle osservazioni
che restavano senza risposta. Alle undici, ella andò a passarsi la
toletta grigia da viaggio; un'ora dopo venne Guglielmo, pronto anche
lui per la partenza. Si aspettava, per andare a colazione, l'arrivo di
Linguaglossa. Egli tardava; ad un tratto arrivò, pallidissimo in viso,
con lo sguardo smarrito.
-- Che cos'avete?
-- Che disgrazia terribile!... Matilde Gerosa... giù dal balcone...
morta... sfracellata sul colpo...
Della gente lo circondò; egli rispondeva piano alle domande di cui
l'assediavano. Però ella udì ancora:
-- Suo marito... scoperto tutto... le lettere...
Sentì un gran brivido di freddo passarle pel corpo; e nel súbito orrore
che la invase, vide quasi il cadavere informe giacente attraverso la
strada, sbarrarla, sbarrare tutte le strade che ella doveva percorrere.
Allora, il suo terrore dinanzi a quella vita ignota, misteriosa, che
per lei si schiudeva e che per la disgraziata finiva in quel tragico
modo, contro le lastre taglienti del marciapiedi, crebbe talmente,
che ella credette un istante di svenire. Sola, ella si sentiva,
sola oramai, perduta, più sola dinanzi a quello sconosciuto seduto
silenziosamente al suo fianco, che se le fosse realmente mancata ogni
compagnia. E come il nonno, alzandosi, fece un segno, ella si afferrò a
lui, alla zia, convulsa, come sul punto di annegare, con un istinto di
salute che le suggeriva un grido represso: «No!... non voglio!... non
voglio andare... Pietà!...»
Ella sentiva adesso qualche cosa di caldo sulla sua mano: le labbra di
Stefana, che baciavano la mano fredda e tremante.
-- Qui!... qui!...
E buttò le sue braccia attorno al collo rugoso della povera serva,
si strinse al cuore il suo capo devotamente piegato, la baciò sulle
guancie.
-- Zia!... Miss!...
Degli abbracci, ancora, degli augurii, dei saluti a tutti, dei ricordi
per gli assenti, come per una separazione eterna, come per una morte.
Le carrozze partivano scalpitando, le cose sfuggivano come in sogno;
ella avvertì a un tratto l'aria del mare che le colpiva la fronte
infiammata.
-- Addio!... Addio!... Buon viaggio!... A rivederci!....
La barca si dondolava sul mare leggermente mosso; ancora dei saluti,
ancora dei baci. Dalla riva, i restanti agitavano i fazzoletti. Ella
dava libero sfogo alle lacrime mute, salutando. Guglielmo guardava
verso il largo, verso il vapore. I remi battevano forte sugli scalmi,
in cadenza.
PARTE SECONDA.
I.
Era stato un sogno penoso, un incubo durato lunghi giorni, in mezzo
al lusso equivoco degli alberghi, alle visioni di gente sconosciuta,
di nuovi orizzonti. Ella ne usciva con la mente stordita e il corpo
addolorato, chiedendosi ancora: «È questo?..» indietreggiando ancora
per istinto ogni volta che suo marito l'accarezzava, col ricordo
dell'altr'uomo mutamente violento che s'era rivelato in lui ad un
tratto.
Napoli, Roma, Firenze... ella non sapeva bene dove si trovasse,
cominciava appena a guardarsi intorno, a respirare più sicura. L'incubo
si dissipava a poco per volta; Guglielmo aveva molte cure per lei,
sembrava esserle grato, si studiava di contentarla in tutto. Ma
l'aria d'intelligenza della gente, negli alberghi, la irritava; tutti
mostravano di sapere che essi erano sposi novelli, a -table d'hôte-
degli sguardi indiscreti si posavano su lei, e questo l'umiliava, le
dava il desiderio di chiudersi in camera con suo marito, senza veder
nessuno, sentendogli raccontare la sua vita di scapolo, avida di sapere
le cose che gli uomini facevano, ansiosa di sentirsi ripetere che le
voleva bene, che non pensava a nessuna; di ottenere, in una parola
d'amore, il compenso di quel che gli aveva dato.
-- Sai, ero gelosa... terribilmente!...
-- Di chi?... -- chiedeva egli, sorridendo.
-- Di tutte, non sapevo!... E dimmi...
Un po' vano, egli non si faceva pregare per parlare di sè; però, a
certe domande, rispondeva:
-- Che cosa t'importa?... Adesso sono tuo marito...
-- E sarai sempre tutto mio?... Mi vorrai sempre bene, più delle altre,
più di tutte le altre insieme?
-- Sì, sì...
Allora, gli buttava le braccia al collo, non aveva più paura di lui,
rispondeva finalmente alle sue carezze nell'improvvisa rivelazione del
mistero.
Erano a Firenze; ella pensava che la felicità presente fosse dovuta
ad un buon influsso del suo passato di bambina. Appesa al braccio
di Guglielmo, gli mostrava la casa dov'era nata, i luoghi dove s'era
trastullata; gli narrava le sue prime impressioni, le sue monellerie:
tutte quelle piccole cose non dovevano avere un gran valore per lui?
Un'emozione indefinibile, tra dolce e malinconica, l'occupava nel
ritrovarsi in quella città della quale aveva tanto sognato, nella
quale le pareva d'incontrare le ombre care e benedette della mamma e
della sorellina. Poi ripartirono, e le città succedevano alle città,
gli orizzonti agli orizzonti: Bologna, Venezia dove c'era il babbo,
Milano... certi giorni, svegliandosi, ella si chiedeva: «Adesso dove
sono?...» Aveva sete di veder tutto, di completare la sua coltura
nelle visite ai musei, alle gallerie; voleva saturarsi di spettacoli
artistici, imprimersi nella mente le scene che le si svolgevano dinanzi
agli occhi: la Firenze antica della Signoria e del Bargello, le lagune
verdastre, il Duomo milanese, grigio e roseo nel crepuscolo, come un
acquerello. Quelle visioni sarebbero state più belle se suo marito,
dinanzi ad esse, le avesse detto delle parole secrete, indimenticabili;
se egli avesse preso le cose, quegl'altri cieli, a testimonii dell'amor
suo. Egli però non aveva di queste espansioni; la conduceva dovunque,
ma lasciando scorgere, tratto tratto, una certa stanchezza. Anch'ella,
a lungo, si stancava: avrebbe voluto piuttosto conoscere l'alta
società, stringere relazioni con le grandi dame, esser presentata da
per tutto. A passeggio, a teatro, chiedeva continuamente a Guglielmo il
nome delle signore che brillavano di più; egli rispondeva, alzando le
spalle:
-- Ma credi che io conosca tutta l'Italia?... Poi, questa non è la
stagione; molti sono ancora in villa....
A Firenze ella avrebbe voluto vedere la principessa Morsini, la
Tatiroff, la marchesa Ballestrengo; a Bologna conoscere la Marion
e la Petrarchi, a Milano la duchessa Nitti-Palmenghi, la contessa
Frescobaldi, tutte le dame delle quali aveva letti i nomi nei
resoconti dei balli e delle -premières-, nelle corrispondenze dalle
stazioni balneari o dai paesi di montagna. Suo marito invece evitava
gl'incontri; le aveva presentato a malincuore, non potendo farne a
meno, degli amici, dei conoscenti; tipi di eleganti, di -Crociati-,
da per tutto gli stessi; l'aveva presentata anche a qualche signora:
la marchesa Celli, la contessa Parlabene, che viceversa era moglie
d'un semplice capitano e portava quel titolo perchè la madre di lei
era figlia d'un conte. La stupiva questa facilità con cui un titolo
si estendeva a tutti i parenti di chi lo portava; allora, ella avrebbe
potuto farsi chiamare principessa di Casàura?... Guardava tutto, udiva
tutto; si formava dei criterii sugli usi, sulle mode; avrebbe voluto
comprare tutte le stoffe, tutti i gioielli, tutti i quadri che vedeva,
ordinare l'addobbo di tutta una casa, la fornitura di un nuovo corredo.
A Milano aveva avuta un'emozione: era andata a teatro in platea,
giù nelle poltrone, fra gli uomini. Ella aveva trovata bellissima la
piccola sala del Manzoni, e non voleva riconoscere che quella -Forza
del Destino- udita al Dal Verme era molto inferiore alle altre eseguite
a Palermo. Si studiava di trovare tutto più bello, più interessante;
pensava con un senso di superiorità alla Sicilia remota, alla piccola
provincia perduta oltre i monti e oltre i mari; commiserava le
amiche rimaste laggiù in fondo. A Torino, per un Faust che si dava al
Carignano, con cantanti di prim'ordine, stava preparando la toletta di
gala, giacchè andavano in palchetto, quando suo marito esclamò:
-- Ma qui si va in abito da passeggio e cappello!.. Si va in toletta al
Regio, dopo Natale...
La lezione che le era parso di leggere in quelle parole la punse un
poco; il rifiuto di Guglielmo di proseguire per Parigi, motivato
dall'avanzarsi della stagione, finì per scontentarla di quel
viaggio. Si annoiò a Genova, credette di morir d'oppressione a Pisa
rammentandosi per la prima volta di Milazzo; finchè, ripassando
per Firenze, tornarono a Roma. Vi capitarono negli ultimi giorni di
novembre, per l'apertura del Parlamento. Ella avrebbe voluto assistere
alla seduta reale, Guglielmo diceva invece che era meglio veder
l'arrivo delle rappresentanze a Montecitorio. Giusto, c'era all'albergo
di Milano Enrichetta Geremia con suo marito. Duffredi la condusse da
lei, e andò via dicendo che sarebbe tornato.
La piazza era già tenuta sgombra dalla truppa; dinanzi al portone,
sotto il baldacchino rosso-cupo, si componevano e scomponevano
continuamente dei gruppi di deputati, di giornalisti, di invitati, e le
prime carrozze cominciavano ad arrivare.
-- L'ambasciatore d'Inghilterra.... -- indicava l'amica -- la marchesa di
Fanatica... i Giapponesi... Quelli sono cronisti di giornali... Le due
sorelle Donnino e Scalpetti...
Gli uscieri, data un'occhiata ai biglietti, mandavano la gente a destra
e a sinistra, additando le porte d'ingresso, e un ufficiale tedesco
restava fermo accanto a un pilastro, come una statua, riscuotendosi di
tratto in tratto per salutare militarmente qualcuno.
Ella guardava, contrariata; avrebbe voluto arrivare anche lei in
carrozza, senza rumore sulla sabbia sparsa lungo la via, attraversare
la piccola folla che ingrossava dinanzi al portone, esser notata,
prender parte allo spettacolo.
-- Guarda, guarda: la Sermoroni...
-- La dama della Principessa?.. Già tutta bianca!
-- No; s'è incipriata.
E sentiva crescere la propria irritazione, con la coscienza d'una
inferiorità, della figura umiliante che faceva per la sua ignoranza,
della gran distanza che la separava da tutto quel mondo, col desiderio
impotente di prendervi il posto di cui sentivasi degna. Le carrozze
arrivavano e partivano, una dopo l'altra; delle sciabole d'ufficiali
risuonavano, sbattendo; un giovanotto senza paltò sotto il freddo
frizzante si metteva in evidenza, mostrava lo sparato della sua
camicia, e un individuo con una gran zazzera sulla nuca, trascinandosi
dietro una signora matura, passava da destra a sinistra e da sinistra
a destra, come un cane in chiesa, non trovando la via della propria
tribuna.
-- Che bel mantello, Teresa, guarda!.. lì, a destra... che bellezza!
-- Chi è?
-- Non so... mi pare la San Germano... Se si voltasse...
Il cannone cominciò a tuonare, delle carrozze di gala arrivavano.
-- Il re?
-- No, il senato.
Balsamo, che stava dietro a loro, disse a sua moglie:
-- Guarda Paolo Arconti.
Era un signore che passava in carrozza; vedendole le salutò
profondamente.
-- Chi è? -- chiese ancora lei.
-- Un deputato, uno dei più giovani, intelligentissimo...
In quel punto, la musica dei carabinieri intuonò la fanfara; il comando
degli ufficiali si ripeteva di fila in fila: «Presentate le armi!» e i
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