Ella si perdeva ad imaginare la vita di queste, le attrattive che esercitavano sugli uomini. Com'era possibile per alcune averne tanti, tutti in una volta e senz'amore? Insieme con le amiche, guardava curiosamente la Camilleri, la moglie del presidente Vasto, tutte quelle di cui più si mormorava: studiava le loro tolette, le loro mosse, non perdeva nessuna delle loro parole; le trovava più eleganti, più affascinanti delle oneste, e le fissava in viso quasi potesse leggere nei loro occhi il secreto della loro vita. Alcune non venivano ricevute in società; della Sanfiorito si diceva una cosa mostruosa ed inconcepibile: che fosse l'amante del cognato, tanto più vecchio e più brutto di suo marito; ma intorno ad una, Matilde Gerosa, regnava come un'aria di mistero che arrestava i più maligni. Era così bella, con degli occhi così febbricitanti, con un'espressione così fatale, con una voce così stranamente velata, quasi un'eco lontana! La più discussa di tutte era la Gelia: benchè non più giovane, cambiava d'amante ogni quindici giorni, tante signore non avrebbero voluto riceverla, se non fosse stata la posizione di suo marito. Che eleganza, però! Che grazia di linguaggio! Che brio! Dove entrava lei, entrava la gaiezza. In estate, ai bagni, uno sciame di giovanotti l'attorniava sulla rotonda della baracca; usciva a nuotare al largo, e qualcuno sempre l'accompagnava. Le ragazze, in distanza, non avevano occhi che per lei; Anna Sortino, una spregiudicata, diceva mostrando le due teste lontane: -- Chissà che cosa fanno le mani, adesso!... Ella sentiva crescere il suo disprezzo per gli uomini, si rimproverava amaramente di pensare ad essi, li stimava tutti eguali: falsi e odiosi; poi voleva strapparli a quelle altre, averli tutti intorno, essere circondata più delle altre quantunque fosse ancora ragazza. Enrico, rivedendola, la punzecchiava, faceva delle allusioni alle preferenze che lei dimostrava pel figlio della Tedesca, diceva: -- La signorina ama molto la Germania!... -- Sì, per l'appunto; è una nazione -seria-. -- Ma pesante, via, ne convenga! -- Lei è padronissimo di preferire la leggerezza francese... E lo piantava lì. Ma una tristezza le restava in cuore: poi trovava che era molto sciocco affliggersene, e ricominciava a farsi corteggiare da tutti un po', fuorchè da quelli che erano impegnati con le sue amiche vere. Giulia aveva accaparrato Toscano, un bel giovane dalla fama dongiovannesca, che s'era battuto cinque volte, che faceva parlare sempre di sè. Ella non comprendeva come l'amica potesse credere ad uno che faceva quella vita; ma Giulia ne era cotta, giurava che sarebbe stata sua moglie, o si sarebbe uccisa. Bice Emanuele non aveva precisamente un innamorato; molti giovanotti la corteggiavano, ella non li guardava neppure, con la mente piena d'un ideale introvabile. Era la più poetica di tutte, aveva gli occhi pieni di sogni, e un sogno pareva ella stessa, con la sua figurina esile, leggiera e quasi fragile. Certe volte, quand'erano tutte insieme, quando si parlava di tolette, di gioielli, delle ricchezze e delle eleganze che tutte agognavano, qualcuna delle più matte proponeva, per chiasso, una quistione: -- Per una bella collana di perle, chi di voi si farebbe baciare in bocca? Anna Sortino era la prima a dire: «Io!» Giulia era più difficile: bisognava che le perle fossero come le nocciuole, e cinque file. Ella stessa non si risolveva ad accettare la proposta senza l'aggiunta, per esempio, di un abito di broccato; ma non v'erano offerte a cui Bice Emanuele s'arrendesse. Ella apprezzava il sovrano disdegno dell'amica, ma non lo divideva. La missione di loro tutte non era la conquista degli uomini? Questo non le impediva intanto di schernirli, di trovar subito il ridicolo di ciascuno e di definirlo con un soprannome che veniva subito ripetuto e adottato: -Sfido io!- l'ex tenente Bracciaferri, -Costantinopoli- il cavaliere Bartolomeo Morello che era stato in Turchia e faceva entrare la capitale dell'Oriente in ogni discorso, -Hop-hop- il barone Sirniani che voleva fare lo -sportman-, -Bébé- il vecchietto Sibiliano, la -gran cassa- Giovanni Reggio, la cui pancia prendeva proporzioni sempre più inquietanti, -Cachemir- il Vardas, che si chiamava semplicemente Casimiro, il -Poeta- Marcellini, che passeggiava sempre solo, per vie remote, a ora tarda, guardando in aria. Non importava: malgrado le loro ridicolaggini, le loro stravaganze, i loro difetti, ella voleva loro piacere, voleva sentirsi ammirata, desiderata, vincere le sue rivali, costringere quegli uomini a cercarla, a pensare a lei, a renderle il tributo che le spettava... VII. Talvolta gli zii, senza parlare precisamente di matrimonio, le chiedevano chi preferisse fra tutti i giovanotti che le stavano attorno. -- Nessuno! -- rispondeva, tra le denegazioni incredule e certi sorrisi d'intelligenza che marito e moglie scambiavano. -- Vediamo: Bracciaferri?... -- -Cosa?... Per bacco: bell'animale!... Sfido io!... Chi, l'aiutante maggiore? un carambolaio!...- -- Sibiliano, allora?... -- Già, per fargli la pappa... -- San Demetrio? -- Ah, quello sì, davvero!... Molto elegante, molto -soigné-!... coi calzoni sotto i tacchi, i capelli sul bavero... Brrr!... -- Insomma, non c'è proprio nessuno che sia degno di te? -- E a voi che cos'importa? Avete fretta di mandar via la vostra nipotina? Con due baci e due salti la scena finiva, salvo a ricominciare qualche tempo dopo. Però, essi non le parlavano mai di Enrico; avevano soltanto delle reticenze, dei sorrisi d'intelligenza, come per significare: «Sappiamo! sappiamo!...» Un giorno, ricominciando la solita litania, la zia le disse a bruciapelo: -- Ed Enrico Sartana? -- Chi, San Giorgio cavaliere? -- rispose subito lei, piegando un poco il capo, atteggiando il viso a bellezza insipida. -- Eh! eh!... -- tossicchiò lo zio. -- Perchè?... -- chiese lei arrossendo un poco. -- È proprio San Giorgio cavaliere?... Ti è assolutamente indifferente? -- Assolutamente. -- Così, se ti domandasse, lo rifiuteresti? Ella non rispose, la zia non insistè. Non poteva rispondere, col cuore gonfio di tenerezza e di rimorso. Egli l'amava! La chiedeva in isposa: era chiaro! Non lo aveva ancora detto a lei, aspettando di parlarne prima ai parenti: un pensiero del quale ella apprezzava tutta la delicatezza, pel quale doveva essergli grata! La madre di lui non la trattava già con maggiore effusione, non la chiamava: -figlia mia?-... Allora, ella doveva maritarsi? Era dunque giunto il tempo in cui sarebbe davvero entrata nella vita?... Lo aveva aspettato tanto; adesso era giunto! La proposta della zia suonava per lei come una rivelazione. Ella si vedeva già fidanzata, già sposa: passato e presente s'inabissavano lontano; una nuova esistenza, un nuovo orizzonte le si schiudeva dinanzi. Ella lavorava ad imaginare tutto quello che le sarebbe accaduto, sospingeva col desiderio il corso degli avvenimenti, dimenticava la realtà circostante -- e ritrovandosi a un tratto in mezzo ad essa, fra le parenti che non parlavano più di domanda, tra le amiche garrule o indifferenti, dinanzi a Enrico che non diceva ancora nulla, comprendendo di essersi troppo affrettata a costrurre un edifizio sopra una semplice supposizione, sentivasi presa da una stanchezza sfiduciata, da un principio di disgusto. Odiava i giorni monotoni che non le portavano nessuna emozione, che scorrevano per lei come per tutti gli altri. Ella si sentiva fatta a un modo diverso dal comune, si sentiva destinata a qualche cosa di alto e di grande. Chi aveva un cuore come il suo? Chi poteva comprenderla? Le altre parlavano ad ogni momento della loro dote; e prima di dar retta a qualcuno, volevano sapere se era ricco, e quanto; a lei sarebbe parsa la profanazione di tutto il suo ideale, un simile calcolo. E quando seppe che la casa Sartana non era più solida come prima, Enrico gli parve più interessante: avrebbe voluto dirgli: «Io sono ricca per due: ciò che è mio non è tuo?...» Invece, egli le tornava dinanzi per tentare qualcuno dei suoi soliti epigrammi! Ella rispondeva freddamente, con un disprezzo superiore, intanto che si sentiva struggere d'amore disconosciuto, intanto che avrebbe voluto dirgli: «Perchè mi tratti così? Guardami, leggimi nell'anima!...» Per vendetta, si volgeva nuovamente a Platamone; ma costui, dopo esserle stato una serata intorno, parlava di tornarsene in Germania, di stabilirsi a Vienna, perchè si annoiava a Palermo, dove non c'era nulla da fare, nulla che lo trattenesse... E se lei fosse stata realmente presa dalle sue assiduità, dagli sguardi languidi che le rivolgeva? Anch'egli dunque mentiva? Non vi era proprio nessuno a cui potersi fidare? Ella non poteva nemmeno contare sulle amiche: Giulia, contenta di Toscano che ogni quindici giorni aveva un'avventura, non capiva il suo scontento; Bice Emanuele era sempre un po' isolata nel suo idealismo, la Sortino le pareva un po' troppo volgare per comprenderla; Enrichetta Geremia, fidanzata con Balsamo, era come perduta per tutte; e le altre, le maligne, quasi avessero compresa quella freddezza sorta fra lei ed Enrico, non si lasciavano sfuggire nessuna occasione di notarla, di alludervi, intanto che le protestavano affezione ed interesse. Ella lasciava dire, studiando di non tradirsi; quando un giorno in casa della Carduri, vide la Leo che confabulava in un gruppo di compagne. Al suo appressarsi, colei smise di parlare, come imbarazzata. -- Che dicevate di bello? -- chiese ella, appoggiandosi al braccio di Giulia. -- Nulla... una notizia di matrimonio... -- Ah, sì?... E chi sposa? -- Sara Máscali... ma sai, non è ancora ufficiale... una cosa che si dice... Io l'ho saputo da mia cugina. -- E lo sposo?... -- insistè lei, intanto che le gambe le si piegavano. Rosa rispose, evitando di guardarla: -- Dicono, Enrico Sartana. La sua vista s'annebbiò come se tutte le sue vene si fossero vuotate di sangue. Sentiva morirsi, appesantirsi sul braccio di Giulia; ma nell'abbandono di tutte le sue forze, la paura di lasciarsi scorgere la sosteneva. -- Una bella coppia! -- disse, componendo le fredde labbra a un sorriso, intanto che ansimava, che il cuore le si schiantava. -- Sarà una bella coppia! Giulia la condusse dinanzi a una finestra. -- Soffri?... -- le chiese amorosamente. -- Io? No... Perchè dovrei soffrire? Ma non udiva nulla di tutto quello che si diceva intorno, sentiva un rumorìo confuso nelle orecchie, un freddo serpeggiante a brividi per la schiena, e quando finalmente si trovò sola, nella sua cameretta, si chinò sul suo letto, affondò il viso sui guanciali e scoppiò in pianto. Adesso nessuno la vedeva; adesso la sua disperazione poteva liberamente prorompere. Delle parole rotte, perdute tra i singhiozzi, le salivano alle labbra: «Come?... Perchè?... È dunque vero?...» Che cosa aveva fatto a colui? Come aveva meritato quel tradimento? Se egli non l'amava, perchè le aveva tolta la pace? Se l'amava, perchè sposava quell'altra? Perchè non le aveva mai detto una sola parola? -- Mio Dio!... Mio Dio!... Rialzatasi, passatasi una mano sugli occhi, ella restava a guardar fiso in un punto, come abbacinata: no, no: nulla poteva spiegare quella doppiezza, quel tradimento... nulla, fuorchè la malvagità, il calcolo vile!... Quell'altra non era più ricca di lei? più ricca d'assai?... Era dunque per questo! Non poteva esser che questo!... Ed ella si disperava per un tal uomo? E se pure lo aveva amato, l'amor suo non finiva, non moriva dinanzi alla rivelazione di un animo così vile?... Ah, sciocca! ah, sciocca!... E adesso, passeggiando su e giù per la camera, si stringeva una mano con l'altra, forte, fino a farsi male, si premeva una tempia, arrestavasi tratto tratto a battere i piedi, fremente, convulsa, con un riso amaro che le increspava le labbra. Voleva ridere, voleva sghignazzare, voleva metterselo sotto i piedi, dal disprezzo... No! no! no! Disprezzarlo sarebbe stato ancora pensare a lui; egli avrebbe trionfato! Non curarlo voleva; dimenticarlo, annientare la sua memoria, guardarlo come si guarda un estraneo, il primo venuto, la folla!... Però la sua indifferenza, il suo scetticismo, non la difendevano da un'ansia secreta, tutte le volte che al passeggio, a teatro, in società, ella s'aspettava di vederlo apparire. E adesso egli era diventato invisibile. Era andato via, o passava il suo tempo accanto a quell'altra? Lo scorse improvvisamente, un pomeriggio di domenica, alla villa d'Alì, dove s'eran dato convegno tutte le conoscenze della principessa, per festeggiarne il natalizio. Come faceva molto caldo, la principessa riceveva in giardino, all'ombra delle acacie: le signore sedevano sulle poltroncine di ferro disposte attorno a una gran tavola di marmo; gli uomini erano in piedi, accanto alle dame, o raccolti in gruppi; le ragazze smarrite pei viali a coglier fiori, a inseguirsi, intanto che dei camerieri circolavano, con dei vassoi pieni di dolci, con delle caraffe di liquori e di rosolii splendenti come enormi blocchi di topazii, di rubini e di zaffiri, con dei boccali d'acqua ghiacciata imperlati di brina. Vinta da una secreta oppressione tra l'allegro cicaleccio delle compagne, sotto gli sguardi ammiratori degli uomini, ella s'era forzata a fare come le altre, a ridere, a scherzare, a procurarsi un principio d'ebbrezza, vuotando uno dopo l'altro i minuscoli calici di cristallo; poi, vedendo Giulia che sfogliava una margherita doppia, le strappò di mano il fiore, continuando a sfogliarlo lei stessa dei petali rimasti. -- Non t'ha amata... non t'ama... non t'amerà... Non t'ha amata... non t'ama... Grulla, hai visto? E l'aveva piantata, mettendosi a cogliere dei lillà, dei ciuffi di vainiglia... A un tratto, svoltando dietro il viale delle palme, scorse Enrico Sartana. -- Oh, voi!... Non aveva saputo frenare l'istintiva esclamazione Egli le stringeva intanto la mano libera di fiori, e guardandola negli occhi diceva: -- Da quanto tempo non ho più il piacere d'incontrarla!... -- Sì, davvero... -- rispose lei, tutta intenta a comporre il suo mazzo. -- Sono lieta però di vedervi; così, posso farvi le mie congratulazioni... -- A proposito di che? -- Ma, del vostro fidanzamento!... So che sposate una bella signorina, una mia amica... Scusate, quella vainiglia... Grazie!... Vi auguro di tutto cuore ogni felicità. Ella non sapeva come tutte quelle parole le uscissero dalle labbra; il fuoco dei dolci liquori, il profumo di quei fiori l'avevano esilarata; la vista di lui finiva di rimescolarle il sangue, di turbarle la mente. Raccolta la vainiglia e presentatala a lei, Enrico disse guardando quei fiori e quelle mani con una espressione appassionata: -- Non posso esser felice con chi non amo. Una risata argentina le gorgogliò in gola. -- Allora, scusate, fate male a sposarla! -- Infatti, non la sposo. -- O dunque?... I loro sguardi si erano confusi, mentre essi indietreggiavano un poco. -- Non la sposo... a costo di dare un dolore a mia madre... Era lei che avrebbe voluto... Voi sapete che io non posso disporre del mio cuore... -- No, non lo so... -- rispose ella, senza lasciarlo cogli occhi, sollevando il capo, intanto che i fiori le cadevano di mano. -- Ve lo dico io, se non lo sapete... Il mio cuore è vostro. Chinatosi rapidamente, raccolto il mazzo pel gambo ancora tutto caldo della mano di lei, lo aveva baciato religiosamente. Ella non udiva più che il battito sonoro del cuore, il martellar frequente delle tempie. Un raggio di sole, filtrando attraverso il denso fogliame, si posava sulla testa di lui, oro sopra oro; dei cinguettii d'uccelli scoccavano rapidi e brevi come baci. -- Teresa, voi non potete augurarmi la felicità -- continuava il giovane -- potete darmela!... Io sono pronto a sfidar tutto e tutti... ma se voi mi sostenete, se non mi abbandonate!... Allora, con gli occhi quasi lacrimosi, ella disse: -- Ah, son io che v'ho abbandonato? -- Sì, sì... avete ragione... Accusatemi! Sono senza scusa!... Ma ora... Sentite: vicino a voi, per sempre!... Egli le aveva appena presa una mano, che delle voci chiamarono: -- Teresa!... Teresa!... -- Eccomi... son qui... Sciolta dalla sua stretta, ella correva incontro alle compagne, ebbra e folle di gioia. Erano dei torrenti d'oro che il sole declinante riversava, rutilando, dietro il fogliame, sui viali del giardino; fiumi di diamanti che i viali sabbiosi facevano riscintillare; una nuova vita che la brezza marina, appena levatasi, faceva scorrere nel suo sangue. Ella abbracciava fitta fitta la sua Giulia, batteva le mani, scoppiava a ridere, si diceva mentalmente: «Siamo serie!» ma riprendeva a sorridere, ad aggirarsi, a parlare, insofferente dell'immobilità e del silenzio, sentendosi struggere quando Enrico levava gli occhi su di lei, gli occhi pieni di fiamme e di carezze, gli occhi di chi era per sempre suo!... Era suo, infatti! Adesso egli riprendeva a prodigarle, più di prima, attenzioni grandi e piccole, a starle intorno, a trovarsi da per tutto dove ella andava, a non andare dov'ella non era, a non vivere che per lei. Non poteva più parlarle da solo a sola, come quella volta; le mormorava soltanto qualche parola tenera, le stringeva di nascosto la mano; ma questo le bastava perchè il suo cuore continuasse a vibrare come quel giorno benedetto, perchè una gioia suprema illuminasse tutta la sua vita. Adesso tutte sapevano le assiduità di lui, tutte alludevano al coronamento felice di quell'amore, anche la zia e lo zio dimostravano ad Enrico una premura, una preferenza, come se egli fosse già il fidanzato, come se non mancasse altro che una formalità perchè tutti lo riconoscessero tale. Il rancore delle sue nemiche, della Leo, della Carduri, della Máscali, era anch'esso un segno della sua fortuna. Dicevano che dopo averla conosciuta bene, Enrico si sarebbe pentito, perchè lei era incostante, pericolosa, troppo avida di piaceri, incapace di far felice un marito. A quei giudizii malvagi, a quegli augurii funesti, ella scrollava il capo: erano dettati dall'invidia, non riuscivano a turbare il suo contento. Ella viveva d'una vita intensa, come in sogno, col cuore pieno d'una sola idea; tutte le impressioni che riceveva dileguavano, svanivano nella beatitudine di sapersi amata, nella previsione di un bene più grande. Nel ridestarsi dopo una sera passata accanto a lui, le sue labbra si schiudevano naturalmente al sorriso, pensando alle dolcezze passate, alle dolcezze avvenire, a quella sua sospensione in un gaudio continuo. Talvolta, ella faceva suonare il suo nome futuro: «Baronessa di Lerma... Teresa Sartana di Castrovecchio...» più tardi «Duchessa di Castrovecchio...» si vedeva già -dame-, con degli abiti -à traine-, scollati, con dei gioielli sfolgoranti, o in abiti da camera dal taglio ampio, dalle maniche larghe, dalle ricche trine; o in costumi da passeggio, serii, con dei cappellini chiusi, degli ampli nastri formanti un grosso nodo sotto un orecchio... Poi vedeva la sua casa: un quartiere nel palazzo Sartana, ma rimesso a nuovo, con una -victoria- dai cavalli -piaffant- sul selciato del cortile; poi il suo salotto, il suo -boudoir-, dove le sue amiche sarebbero convenute per il -five o' clock-... e poi dei viaggi, Roma, la Corte, Parigi in lontananza, anche Londra, le corse, gli spettacoli... E poi il suo ritorno a Palermo, le novità che avrebbe portate per la prima, il successo che avrebbe avuto, l'autorità che avrebbero acquistato i suoi giudizii... Perchè tutto questo si realizzasse, che cosa mancava? Nulla! Una visita della principessa, una lettera al babbo che era a Parigi, una lettera al nonno... Il nonno arrivò come un fulmine, senza un annunzio: una scampanellata violenta, e un'irruzione col cappello in testa, con un sacco da notte buttato malamente in un canto. -- Nonno!... Nonno!... Che bella improvvisata!... -- Dov'è tua zia?... Dov'è quell'altro?... Ne fanno delle belle!... Si può sapere dove sono?... Non c'è nessuno in questa casa?... Adesso ci penso io!... Ah, siete qui?... Tu va' via: ho da parlare... E spintala per una spalla, chiuse l'uscio. Il suo primo stupore diede luogo ad uno smarrimento, ad una paura crescente d'istante in istante. Si trattava di lei! Parlavano in quel momento di lei, del suo matrimonio, del suo avvenire! Ed ella non doveva saperne nulla! doveva esser messa alla porta, così, come una cameriera!... Risolutamente, corse all'uscio più vicino. Si udivano, a intervalli, le parole concitate del nonno, delle frasi spezzate, con dei silenzii e delle riprese più vivaci: -- A tradimento?... Ah, queste cose?... Ed io che dormivo tranquillo... Sissignore, lo avevo detto, vi avevo pregato... È uno spiantato, non hanno più nulla, corpo del diavolo, volete capirlo?... Debbo pensarci io!... La marito da me... Chi voglio io!... E se non era un amico che m'avvertiva!... La porto via, subito subito.... Questa la vedremo!... Cosa vi siete messo in capo?... Tante grazie!... Mi faccio tagliar la testa, piuttosto... Neanche un centesimo: do tutto a un ospedale... Vi dico che la vedremo!... E se ne andò, facendo sbattere gli usci, come una furia. -- Che cosa è stato? -- chiese ella, entrando. Lo zio, indignato, riferiva l'opposizione violenta che veniva a fare a quel matrimonio, le minaccie che aveva profferite. -- È un villano! Questo non è il modo!... Si vede proprio che è un villano... -- La quistione è un'altra; se dice di no, sarà di no!... -- Ed io non conto? -- proruppe ella. -- Tu... tu... Non lo conosci! Che cosa vuoi fare? -- La vedremo!... E come il nonno, tornato verso sera, le diceva, con una voce che si studiava di parer calma: -- Sono venuto a prenderti... Andiamo a Milazzo... -- Perchè, nonno? -- gli rispose, tranquillamente -- Cosa vuoi che venga a farci? -- Perchè così mi piace! -- esclamò lui. Poi riprese: -- Perchè succedono delle cose graziose, mentre io sto lontano... perchè i romanzetti li tolgo io dal capo alle persone... -- Io non ho romanzi pel capo, nonno... -- Ah no?... Tanto meglio!... Allora tornerai a casa, hai capito?... dove non c'è il rischio di incontrare degli scapestrati che danno la caccia alle doti... -- Nonno!... -- Eh?... Ah, tu credi che quel rompicollo ti venga dietro pei tuoi begli occhi?... Sono i quattrini miei che l'attraggono... Ma starà fresco, starà... Degli spiantati!... una famiglia che non si regge più in piedi!... E i miei quattrini debbono servir per loro?... Sposalo dunque, ma se aspettate che io dia un soldo!... Ella disse: -- Che cosa importa! Io gli vo' bene. -- Ah, gli vuoi bene, stupida che sei?... Cosa vuol dire che gli vuoi bene, stupidaccia?... Te lo farò veder io, il bene... Ma se va dietro ad un'altra, mentre ti tiene a bada, a un'altra che è più ricca di te? Se ogni giorno lui e sua madre si mettono a fare i conti delle doti, per vedere qual'è il pezzo più grosso? -- Questa è una volgare malignità. -- Ah! ah! ah!... Bravissima! mi piace, -la volgare malignità-... Dove le impari queste frasi? È una malignità che sua madre fa la corte ai Pini, che suo zio tiene a bada la Barbagallo, e che giuocano con tre, con quattro mazzi di carte? Ah, tu credi che ti voglia bene, stupidaccia? E piantò tutti un'altra volta. Ella scoppiò in pianto, ma un odio violento contro quel vecchio cattivo, malvagio, che calunniava in tal modo la gente, arrestava le sue lacrime. Non credeva una parola di quella calunnia atroce; attestava all'imagine di Enrico che niente avrebbe scossa in lei la fede salda, cieca, di cui egli era meritevole. Adesso, con gli zii, non si parlava d'altro che del da fare, del modo di resistere a quel vecchio ostinato. Lo zio era irritatissimo, parlava di non riceverlo, incoraggiava la sua passione; la zia pareva cominciasse a dubitare. Ma ella si diceva che mai avrebbe accolto il dubbio indegno. Però Enrico avrebbe potuto farsi vivo, prendere un'iniziativa, forzare la mano di sua madre, scriverle una parola di conforto! Invece era il nonno che, senza farsi più vedere per alcuni giorni mandava un suo amico, don Gaetana Linguaglossa, a ripetere, con belle maniere, il dispiacere che quell'-intrigo- gli procurava. Don Gaetano che parlava pianissimo, masticando le parole, come dietro un confessionale, aggiungeva le sue riflessioni: quello che il nonno aveva fatto per questa nipote, il bene che le voleva, le buone ragioni che doveva avere per opporsi a quel matrimonio. -- Perchè... veramente... veda bene... la casa Sartana non è più la stessa d'un tempo... niente affatto!... e una grossa dote soltanto la può salvare... La signorina è molto ricca; ma non basta, veramente... E la principessa madre ha messo gli occhi altrove, veda bene!... Non dico pel giovanotto, certamente... ma anche lui bisogna che ci pensi, in fin dei conti!... Poi tornava il nonno, ma senza parlar di nulla, imbronciato però, irascibile con tutti, freddissimo con lei. Se aspettava di vederla piegarsi! Ella non diceva nulla, certa che Enrico avrebbe smentite quelle infamie. Avrebbe voluto rivolgersi a suo padre, scrivergli di tornare a Palermo, per sostenerla, per assicurare la sua felicità; ma suo padre non rispondeva da tre mesi ad una lettera d'augurii, non si era mai curato di lei, l'avrebbe ancora lasciata senza risposta! Talvolta la risoluzione di vestirsi e di andare in casa di Enrico, accompagnata da Miss o dalla cameriera, o anche sola, la prendeva come un bisogno irresistibile. Che le importava delle conseguenze, della compromissione! Tanto meglio! Lo amava, e voleva dargli una prova dell'amor suo!... Bisognava credere che lui non sapesse nulla degli ostacoli sopravvenuti, altrimenti non avrebbe aspettato tanto a decidersi!... No, li sapeva: Linguaglossa aveva almeno detto d'essere stato a parlare con la principessa. Allora?... Poteva dunque esser vero che egli non si decideva? che faceva dei calcoli vili? che mentiva?... No! no! Ella quasi gridava -no!- nella ribellione di tutto il suo spirito. Non poteva esser vero, non era!... Ma allora?... E un giorno, entrando dalla zia, la sorprese mentre esclamava: «Povero ragazzo!» Ella portò le mani alle tempie, sbarrò gli occhi, vedendolo ucciso, morto per lei!... -- Zia!... In nome di Dio, la verità... -- Non è nulla!... -- rispose la zia. -- Lo hanno costretto a partire. -- Partito?... -- È partito... lo hanno allontanato... i suoi parenti... Ella vacillò, stese le mani e cadde. Quando riaprì gli occhi, tutti le erano intorno, a prodigarle delle cure, a confortarla. Partito? Andato via? Tutto finito? Senza una lettera, senza una parola? Perchè? Chi lo aveva forzato? Il suo cuore sanguinava come quello di lei? O non pensava più a lei, si era rassegnato facilmente, correva ad altri amori, ad altre donne?... E si mentiva con quel viso? Ma v'era forza che poteva costringere un uomo a rinunziare ad un grande amore?... Qual'era la verità?... Non avrebbe mai potuto saperla?... E avrebbe dovuto vivere sotto quel cielo che egli non mirava più?... Oh, mai, mai!... Così, due giorni dopo, s'imbarcò col nonno per tornare a casa. VIII. Un nuovo lutto, un lutto di cui non era traccia sugli abiti, ma che pesava eternamente sul cuore. Era bene, adesso, rivivere in quella piccola città silenziosa che le rammentava il tempo per sempre volato della sua fanciullezza, dov'erano sepolti i suoi cari; in quella vecchia casa piena di tanti ricordi!... Il mondo tutt'intorno, non era mutato; ella lo guardava da lontano, indifferente a tutto, oramai!... Dicevano che ella aveva delle arie, che era superba, che si sentiva superiore agli altri perchè veniva da una grande città -- e non sapevano come s'ingannavano! Ella si sentiva troppo provata dalla sventura per avere ambizioni, per curarsi di nulla. Il suo voto era già fatto: rifiutare tutto, lasciarsi vivere, senza desiderii, senza rimpianti, in una quieta vegetazione. Non serbava più rancore a suo nonno; infine, era tutta colpa di lui? Se quell'altro l'avesse amata realmente, si sarebbe così facilmente rassegnato a perderla? Delle domande le si affollavano talvolta alla mente, nel bisogno di trovare una spiegazione a quella condotta inesplicabile; poi, esaurite delle ipotesi, si diceva, scrollando le spalle: «A che pro?... Oramai!...» Ella non sapeva che cosa pensare di lui; sapeva bene, però, che il suo proprio cuore era morto, che non avrebbe avuto più un palpito. Lo aveva già dichiarato a suo nonno, un giorno che egli, credendo tutto finito, aveva fatto delle allusioni al matrimonio di lei. -- Puoi star sicuro che io non mi mariterò -- gli aveva risposto, con voce pacata. -- Sentiamo quest'altra, adesso!... -- È inutile, sai, nonno. Non mi parlare di questo, perchè è tempo sprecato. Tu vedi che io faccio quel che vuoi, che sto qui, senza chiederti nulla, così, tranquillamente. Io farò tutto ciò che dirai, anche per l'avvenire; a patto che non mi parlerai di partiti, di matrimonii e di niente. Fino a quando mi vorrai con te a questo patto, ci starò; se non vorrai, andrò a chiudermi in convento. Ella aveva a lungo rimuginata quell'idea: andarsi a chiudere alla Badia, fra le vecchie monache che passavano il loro tempo a preparare conserve e a scodellar biancomangiari, od a pregare ed a seguire le funzioni religiose dietro una grata. Era andata lassù, a fare una visita alla vecchia zia Serafina, a domandarle minute informazioni sulla vita delle monache, sulla possibilità per una ragazza come lei di ritirarsi fra loro, sulle vestizioni secrete che ancora si celebravano malgrado la proibizione del governo. Però non aveva detto nulla del suo proposito, trovando che ci sarebbe stato tempo, e che intanto la sua vita era proprio d'una monaca. Nessuna distrazione mondana, tranne dei consigli che le conoscenti -- non aveva più amicizie -- le chiedevano sulla foggia degli abiti, sulle cose che si portavano, sopra minuti lavori femminili. Ella si rassegnava nuovamente alla tirannia di Miss e non si vestiva quasi più; se la zia invece di abiti confezionati le mandava dei tagli di stoffe, li lasciava dentro una cassa, in pasto alle tignole. Oramai!... Ella passava il suo tempo leggendo, divorando la vecchia collezione del -Journal pour tous-, tutti i libri del nonno e quelli dei suoi amici, i giornali che arrivavano in casa e quelli che portavano dal Gabinetto in seconda lettura. Dopo i romanzi francesi, i -Promessi Sposi- che non conosceva ancora, le parvero un poco noiosi: -Ettore Fieramosca- la fece palpitare; e, tutta sola, con voce velata dalla commozione, declamava i versi del -Marco Visconti-: Rondinella pellegrina Che ti posi sul verone... o canticchiava sulle arie delle opere udite a teatro, e quasi piangendo, le strofe della -Serventese-: Nella stessa oscura cella -- Entro un sol letto di morte La più bella -- ed il più forte Poser taciti a giacer. Lampeggiar parve d'un riso -- Al levar della celata Presso il viso -- dell'amata Il sembiante del guerrier. Un giorno, leggendo l'-Edmenegarda- del Prati, le venne in mente di scrivere la sua storia: non era piena di strani avvenimenti, di casi straordinarii? Così, comperò della carta -reale-, la migliore che trovò; fece venire il legatore, gli spiegò in che formato doveva tagliarla e come doveva rilegare il libretto. Quando l'ebbe, ne fu molto contenta: aveva l'aria d'un album semplice e severo. Scrisse sul frontespizio: -Memorie della mia vita-, rimandò a un altro giorno la composizione del primo capitolo, e non ne fece più nulla. A Milazzo, adesso, c'era una monotonia ancora più grande di prima; pure, se il nonno la forzava ad andare in qualche posto, ella lo seguiva, per dovere, per non dar troppo nell'occhio, ma senza distrarsi, senza notar nessuno. Luigi Accardi era a Messina, Niccolino Francia aveva preso moglie a Barcellona; e fra gli altri giovanotti che le stavano attorno ve n'erano alcuni non brutti, Manara, per esempio; ma il suo gesto continuo quando si vedeva guardata, quando pensava per caso a qualcuno di essi, era una piccola alzata di spalle -- un gesto che ella ripeteva dinanzi alla gente e che veniva appreso come un -tic- nervoso. Il nonno, preoccupato da quell'aria costantemente annoiata, faceva dei progetti, voleva rinnovare la casa per ricever gente; ma lei rispondeva: -- Perchè? Lascia stare! Una spesa inutile... -- Ma allora, che diavolo vuoi? che diavolo bisogna fare per vederti contenta? -- Nulla, nonno!... Sono contentissima! -- Con quella faccia da accompagnamento?... Ma dici cosa vuoi! Vuoi andar via? Vuoi andare a Napoli?... -- No, non voglio nulla... Però, ella si penti subito di aver rifiutato. Avrebbe potuto andare in quella gran città, portare il proprio lutto in mezzo al suo tumulto, alle sue feste, osservare la vita senza prendervi parte, incontrare anche Enrico, chissà!... sorprenderlo a fianco di un'altra donna, vederlo impallidire ad un tratto -- e poi rifiutare di ricevere le persone che egli le avrebbe mandate, sorda alle sue insistenze, ai ricordi che egli avrebbe evocati in lettere di fuoco, nelle quali avrebbe minacciato uno scandalo, una pazzia... Adesso, ella era irritata contro di sè stessa per quello sciocco rifiuto, e la sua irritazione cresceva pensando che se avesse chiesto al nonno di contentarla, egli avrebbe subito accondisceso, ma che, per non sentirsi rinfacciare la sua mutabilità d'opinione, per non mostrar di piegarsi, ella non gli avrebbe chiesto mai nulla... Di tanto in tanto, quando arrivava gente da Messina o dal fondo della provincia, il nonno era tutto occupato, faceva dei preparativi di ricevimento, oppure le diceva di vestirsi per condurla a qualche posto. Ella sapeva che cosa significava tutto ciò: qualche candidato alla sua mano che veniva in casa, o che bisognava andare a trovare in casa altrui: dei provinciali milionarii, ma goffi come dei contadini, che le facevano pena, perfino -- poveretti! -- o certe volte dei giovanotti messinesi, o di Reggio, chiacchieroni, antipatici, o comuni, come tutti gli altri, incapaci di parlare al suo cuore. Ella si sentiva offesa da quelle esposizioni della sua persona, dalle contrattazioni di cui indovinava di essere oggetto, da quel mercato che si pretendeva fare di lei; e al nonno che le chiedeva che cosa le era parso del tale o del tal'altro, rispondeva, con un mal dissimulato fastidio: -- Te ne prego, nonno: lasciami in pace... sai bene che io non ti domando nulla, a te... Il nonno gridava, le dava della pazza, minacciava di andarsene al Capo, di piantar tutti. Lei lo lasciava dire finchè la tempesta si chetava. Quando l'orgoglio non la sosteneva più, un'immensa tristezza le gravava sull'anima: ella si sentiva così sola al mondo, senza madre, senza padre! Non v'era più avvenire per lei, la sua vita era infranta! A che le servivano la sua nascita, la sua ricchezza, tutte le doti della mente e dell'anima? E invidiava la sorte degli umili, dei poveri di spirito. Ma certe notti d'insonnia, se la scossa prodotta da una lettura metteva in moto il suo cervello, una prodigiosa serie di visioni la teneva immobile, cogli occhi sbarrati, col cuore palpitante, come se tutti gli avvenimenti imaginati, le gioie, gli spasimi, le stranezze del destino, le audacie sue proprie, fossero reali e presenti. Che cosa le sarebbe realmente accaduto? Avrebbe ella un giorno divisa la sua vita con quella d'un uomo? Allora, a quell'idea, all'idea di vestire la bianca veste delle spose, di cingere la simbolica ghirlanda del fior d'arancio, due mute lacrime le rigavan le gote. Di tratto in tratto, lo slancio mistico della rinunzia la riprendeva; andava spesso in chiesa, ricamava delle tovaglie d'altare, seguiva tutte le funzioni religiose, si confessava spesso, era assidua alle prediche di padre Raffaele; e nelle cerimonie del Natale e della Pasqua la sua commozione si risolveva in lungo pianto. Ma se riprendeva a leggere romanzi, sognava di vivere nel gran mondo, di andare a cavallo, di essere corteggiata, e quei desiderii la struggevano. Manara non le dispiaceva; se egli l'avesse chiesta, forse avrebbe finito per dir di sì; ma il giovane la seguiva soltanto da lontano. Certe notti, sognava di lui, di altri uomini, e i suoi sogni erano pieni di un turbamento misterioso. Ella esaminava a lungo il suo corpo: quantunque fosse cresciuto ancora un poco, rimaneva piuttosto piccolo, ma era d'una modellatura squisita: vita snella come un anello, seno e fianchi sviluppati, gambe e braccia che parevano fatte al tornio. Che le giovava? In casa Russo, v'era un bel ragazzo di dieci anni; si chiamava Mario, aveva un viso d'angelo. Ella se lo teneva spesso vicino, gli regalava delle cravatte o dei fazzoletti ricamati da lei stessa, gli prodigava lunghe carezze, lo baciava sulla bocca. Poi se ne stancava, e il vuoto della sua vita le pareva più grande. Allora, il desiderio di viaggiare prima di maritarsi, di vedere un poco il mondo, la riprendeva, più cocente di prima. Se il nonno avesse rinnovata la sua offerta! Ma non ne parlava più... Solamente, un giorno, come la -Gazzetta di Messina- annunziò l'arrivo della squadra in quella città, e se ne discorreva dai Ferla, alcuni proposero: -- Si va a vederla? -- Andiamo! -- disse il nonno. -- Facciamo svagare i ragazzi!... Ma la cosa era ancora un progetto, quando, una mattina, la rada presentò uno spettacolo straordinario: la squadra all'áncora, tre corazzate e un avviso, con uno sciame di barche intorno. Dal dispetto pel viaggio mancato, ella aveva rifiutato di visitare le fregate; però in città c'era un gran movimento: il Municipio dava un pranzo allo stato maggiore delle navi, un pranzo ufficiale, di soli uomini, ma seguito da un ricevimento al quale erano invitate le signore. Ella si sentì a un tratto invasa dalla febbre antica, spese nella sua toletta le cure d'un tempo. Quando la loro carrozza arrivò dinanzi al Municipio, una folla di dimostranti con la musica, dei lampioncini, delle torcie, gridavano: -Viva la Marina! Viva la squadra a Milazzo!...- Ella entrò nel momento che ufficiali, autorità e invitati si facevano ai balconi: dei battimani, l'inno, nuove grida, un'esaltazione che si propagava contagiosamente. I militari non sapevano come ringraziare; il sindaco, rientrato in sala, faceva delle presentazioni sommarie, intanto che la musica, di sotto, continuava a strepitare. Rimasta un poco in disparte, ella sorrideva di pietà, vedendo le altre donne circondate dagli ufficiali; avrebbero saputo dir loro tante cose, quelle stupide!... Adesso il sindaco conduceva accanto all'ammiraglio il nonno, che chiamava anche lei: e ad un tratto ella si vide in mezzo allo stato maggiore. Si parlava delle navi ancorate nella rada; avendone letta la descrizione nella -Gazzetta di Messina-, ella stupiva tutti con la precisione delle sue notizie; e udendola chiedere che cosa si fosse fatto pel rinnovamento della flotta, e discorrere degli errori commessi nella battaglia di Lissa, che il fanalista del Capo le aveva narrata di fresco, l'ammiraglio attestava la sua meraviglia per avere incontrata una signorina così al corrente di certe quistioni. -- I miei complimenti, davvero!... Ma non siamo per nulla in quest'isola che è la perla dei mari! Adesso l'ammiraglio parlava col pretore, e un tenente di vascello, un bel giovane magro, col viso inquadrato da una barbetta bruna e dei grandi occhi pensierosi, le spiegava in che cosa consistessero le esercitazioni che ogni giorno la squadra andava a fare al largo. -- Non sarà possibile visitare le navi? -- S'imagini!... Sempre, sempre che siamo all'áncora -- rispose il giovane, premurosamente. -- La signorina non ne conosce nessuna? -- No, ed è un torto... -- Che ci prometterà di riparare... Ella se n'era andata a casa con una leggiera esaltazione prodotta dalla folla, dal successo che aveva riportato. L'imagine di quell'elegante ufficiale le tornava spesso dinanzi; ella avrebbe voluto sapere se pensava a qualcuna, se non aveva lasciata una persona cara al suo paese, domandandosi ancora che cosa avrebbe pensato di lei, l'effetto che quell'incontro gli avrebbe prodotto... Il domani, il segretario comunale, girando con una carrozzella, venne a dire che l'ammiraglio invitava a bordo, pel pomeriggio, tutte le persone che erano state al ricevimento del Municipio. -- Pare che ci saranno delle regate... credo che si ballerà... Ella mise la casa sottosopra, mandò a chiamare la sarta, fece rovistare in tutte le casse e in tutti gli armadii per trovare un nastro; se la prese con Miss e con Stefana che non facevano abbastanza presto. Aveva scelta la sua toletta bianca, adattandovi come cintura una gran fascia azzurra, i cui lunghi capi pendevano al fianco; il cappellino di paglia guarnito d'azzurro anch'esso, una cravatta della stessa tinta, l'ombrellino di merletto -écru-, le scarpette sboccate che lasciavano vedere le calze color del mare: un assieme che faceva voltar la gente, alla Marina, mentre si dirigeva col nonno e con Miss allo sbarcatoio. Le scialuppe della squadra venivano prese d'assalto dagl'invitati: una barca a vapore, comandata dall'ufficiale bruno, fischiava. Ella voleva ad ogni costo salir su di essa e trascinava il nonno da quella parte; ma l'ufficiale, appena scorto il senatore, saltò a terra. -- Onorevole, se vuol prender posto... Signorina, s'appoggi... Le altre, dalle barche a remi, guardavano con invidia la lancia che filava rapidamente, avanzandole tutte. Ella aveva aperto l'ombrellino, e ascoltava le spiegazioni dell'ufficiale che additava or l'una or l'altra nave e dimostrava il meccanismo della piccola vaporiera. Egli le offrì ancora la mano, saltando sul pianerottolo della scala pendente lungo il fianco nero dell'ammiraglia; e su in alto, il ponte coperto di tappeti era adorno di vasi di fiori, di rami di palma, come un salone. I canotti che dovevano correre se ne andavano a prender posto verso terra, dove si vedeva una siepe di folla fittissima. Poi, ad uno sparo, partivano, tra grida lontane, confuse, e come s'appressavano, volando sull'acque spumose, con un batter fragoroso di remi, delle esclamazioni si levavano dal gruppo degli invitati, e i marinai di bordo gridavano anch'essi, incitando i compagni: -Palestro!... Roma!... Arranca, arranca!... Roma!... San Martino!....- Un clamore, dei battimani, il timoniere vincitore che agitava il berretto; e ad un tratto, volgendosi alle signore, ella propose vivacemente: -- Un premio!... bisogna offrire un premio ai vincitori!... Quelle stupide non sapevano che cosa dire, che cosa risolvere; solo la moglie del sindaco e qualche altra approvavano. Ma che dare, che comprare, in quella bicocca dove non si trovava mai nulla? -- Io mando a casa... la statuetta di bronzo, sai, nonno?... E voialtre? Ciascuna adesso offriva un oggetto; bisognava però mandare qualcuno a terra. Ella si guardò attorno: Manara stava a divorarla cogli occhi. -- Scusate, Manara, volete farmi un piacere?... Andate a casa nostra, fatevi dare la statuetta che è sull'-étagère- del salotto, sapete... e a casa di queste signore... Il giovane partì, dicendole cogli occhi che andava per lei; e l'altra regata cominciò. Ma ella preferiva adesso visitare la nave, e appena espresse quel desiderio, l'ufficiale le si mise a fianco. Andarono con Miss, scavalcando catene, girando attorno alle ruote di cordami, scendendo in batteria; ed egli spiegava ogni cosa, faceva muovere i cannoni sulle rotaie semicircolari, mostrava la manovra del caricamento. Come Miss era rimasta un poco indietro, ella appoggiò una mano sulla gola fredda e nera d'un pezzo, tenendo l'altra sul pomo dell'ombrellino. L'ufficiale, contemplandola un poco, sussurrò: -- Mi lasci adesso ammirare questo quadro: la forza cieca accanto alla grazia splendente... -- Lei fa dei madrigali!... La visita ricominciò. Scesa un'altra scala, si trovarono nelle viscere della nave: dei corridoi scuri con delle lampade pendenti dalla vôlta bassa, una balaustrata di ferro da cui l'occhio si sprofondava nella voragine delle macchine, un uscio socchiuso dal quale si scorgevano dei visi di marinai febbricitanti. -- L'ospedale. -- Povera gente! S'udivano, soffocate, le grida salutanti i vincitori della seconda regata. Ella adesso trovava che la vita del mare doveva avere delle grandi attrattive: la lotta degli elementi, le grandi calme e le convulsioni supreme, le genti lontane, i nuovi costumi; ma che, alla lunga, poteva riuscire monotona. -- È vero! L'ufficiale diceva la sua vocazione di fanciullo, i contrasti che aveva dovuto superare, l'opposizione della sua mamma -- e l'ideale finalmente raggiunto. -- Ma vi sono, è vero, delle ore in cui si prova la nostalgia della terraferma. E gli occhi aggiungevano: «È questa, l'ora...» Risalirono, intanto che il sole tramontava e che arrivava Manara, trafelato, coi doni. Egli mostrò il suo dispetto, vedendola con l'ufficiale accanto; ma ella adesso era occupata a chieder consiglio sul modo con cui distribuire quei premii improvvisati. I vincitori si avanzavano, salutando militarmente e prendendo gli oggetti con le mani ruvide, incallite, dalle sue mani esili ed inguantate. La sua statuetta toccò al timoniere della -San Martino-; l'ufficiale, vedendola portar via, mormorò: -- Peccato!... E ad un tratto una musica invisibile, tutta ottoni, intuonò un vivace ballabile. L'ammiraglio scusava i suoi ufficiali che andavano impegnando signore e signorine, e sul ponte sgombro, nella sera fresca, alla grand'aria del largo, delle coppie intrecciarono i loro giri. Ella ballava col suo tenente, ed ogni volta che passava dinanzi a Manara, scorgeva il suo sguardo geloso, il suo pugno chiuso. Come il cielo era già scuro, una viva esclamazione di meraviglia si levò dalla folla: delle lampade elettriche si accendevano in cima alle antenne e una specie di chiaror lunare si proiettava sulla riva, di nuovo formicolante di spettatori curiosi. Altre danze, un -buffet- sontuoso dinanzi al quale tutti si affollavano, degli sguardi accesi dal piacere, le risa degli ufficiali instancabili, -egli- che ballava un'altra volta con lei, premendole appena la mano, nell'onda luminosa che pioveva dai fari elettrici, una luce fantastica, come di sogno... Un sogno che ella continuava con la testa in fiamme sul guanciale, nella silenziosa oscurità della sua cameretta. Le parole dell'ufficiale le ritornavano tutte, ad una ad una: erano degli omaggi, delle dichiarazioni implicite, una grande lusinga per lei. «Peccato!...» egli invidiava il marinaio a cui era toccato un oggetto che le apparteneva: forse se lo sarebbe fatto cedere, mediante un compenso! E sorrideva pensando alla gelosia di Manara, trovando naturale di essersi servita di lui per mandarlo a terra. L'imagine del tenente, dolce, seria, distinta, non le andava via dagli occhi: ella lo seguiva nella sua cabina, aspettava di rivederlo.. quando, il domani, la rada si mostrò vuota, deserta. Nella notte, era venuto l'ordine di partenza, e la squadra aveva salpato, all'alba. Allora uno stupor triste, una malinconia indefinita invase il suo cuore, al pensiero di quell'incontro rapido, imprevisto, che non si sarebbe rinnovato mai più. Poteva dire di amarlo, quell'uomo? Non ne aveva avuto il tempo; nondimeno sentiva un vuoto desolato, uno sconforto di vivere, e insieme uno struggimento tenero al pensiero che qualcuno, attraverso ai mari, portava via l'imagine di lei chiusa in cuore: un'impressione indefinibile, come ella non aveva ancora provata l'eguale... E il rancore per quella vita inutile, monotona, uggiosa, e il rimpianto della sua gioventù sfiorente a poco a poco, crescevano, si facevano cupi e profondi. Un disprezzo l'animava contro tutta la gente da cui era circondata, contro la grettezza provinciale che le faceva altrettante colpe delle sue iniziative, del suo spirito; che condannava ogni suo modo di pensare, che si scandalizzava d'ogni sua parola, d'ogni suo atto -- come quella proposta dei premii per le regate, che non le perdonavano perchè a nessuna di loro sarebbe venuta in mente. Ed ella doveva ancora vivere lì? Avrebbe dovuto morire tra quelle mura? Esser sepolta in una di quelle chiese tristi ed oscure?... A volte, la prendeva la tentazione di fuggirsene via; poi invidiava i morti, quelli che dormivano l'eterno sonno sotto il marmo bianco a San Francesco di Paola, e il suo dolore finiva in pianto. L'orgoglio, la superbia le impedivano di chieder nulla al nonno, di darsi per vinta -- e i suoi giorni erano adesso d'un grigio che niente rompeva. Nei primi tempi, aveva spesso ricevuto lettere dalle sue amiche, specialmente da Giulia Viscari; poi si erano fatte rare, erano cessate. Ella diveniva scettica, non credeva più all'amicizia, si rimproverava lo zelo che vi aveva portato. Un giorno la zia scrisse che Giulia era promessa ad un ricco signore di Trapani, che fra breve avrebbe sposato. Dapprima, ella quasi credette d'aver letto male, suppose un momento che la zia avesse sbagliato: l'amica non le aveva giurato tante volte che si sarebbe uccisa piuttosto che rinunziare a Toscano? Ella non era stata spettatrice della sua passione che pareva sfidare l'universo? Come era dunque possibile?... Ed era vero! Ed ella si diceva, scrollando le spalle: «Dopo tutto!...» Che cosa era infine l'amore? Ella era stata molto sciocca a giurare unicamente su di esso! L'amore non aveva impedito ad Enrico Sartana di lasciarla, di scomparire, di -amare- delle altre! V'era l'interesse, più forte dell'amore; v'erano la ragione, le necessità della vita! Giulia aveva compreso questo, ed anch'ella lo comprendeva. Ancora facevano di lei delle esposizioni umilianti, contrattavano in suo nome; quel che avrebbe avuto di meglio a fare non sarebbe stato di accettare il primo partito che capitava? Ne prendeva l'impegno con sè stessa; ma sempre la volgarità, la goffaggine, l'ignoranza di quella gente la faceva 1 , 2 . ' , 3 ' ? , 4 , , 5 : , , 6 ; , 7 , 8 . 9 10 ; 11 : ' , 12 ; , 13 , ' . 14 , , ' 15 , , ' 16 ! : , 17 ' , 18 , . 19 , ! ! ! , 20 . , , 21 ' ; , 22 ' . , , 23 ; , , 24 : 25 26 - - , ! . . . 27 28 , 29 , : ; 30 , , 31 . 32 33 , , , 34 , : 35 36 - - ! . . . 37 38 - - , ' ; - - . 39 40 - - , , ! 41 42 - - . . . 43 44 . : 45 , 46 ' , 47 . , 48 , ' , 49 . 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