l'inebbriavano; Luigi, ballando con lei, la stringeva alla vita, le
mormorava: «Teresa!... Teresa!...» soffocato dall'emozione, incapace di
dire altro. Tutti, del resto, la guardavano ammirandola; ella capiva
che gli uomini parlavano di lei, che le sue amiche l'invidiavano un
poco.
In quaresima, la gente riprese a venire da loro. Si facevano delle
sciarade in azione, si scioglievano dei doppi-sensi, degli enimmi: ella
non sbagliava mai, non subiva mai penitenze. Una volta, toccò a Luigi
quella di contentare all'orecchio; quando le si avvicinò per mormorarle
che cosa le dava, disse piano:
-- Un bacio.
Il cuore le si mise a tempestare, non vide più chiaro, ma s'irrigidì
per non tradirsi.
A un tratto, quelle belle serate cessarono: Laura, non ancora guarita
del tutto dalla prima malattia, fu costretta a rimettersi a letto, con
un forte raffreddore. Sembrava che il suo petto si spezzasse, sotto
gli sforzi che lo scuotevano negli accessi della tosse. Il dottore
veniva mattina e sera, quantunque avesse tanti ammalati, fra gli altri
la moglie del Ricevitore, con la stessa malattia. Accanto al letto
della sorellina, lei lavorava, senza dir nulla; una tristezza infinita
le piegava il capo sul ricamo: le pareva che mai più avrebbe rivisto
Luigi. Quel male che le impediva di andar fuori, di fare la solita
vita, era una cosa da nulla, una infreddatura più forte delle altre. E
udendo tossir la sorella, a lungo, una specie d'impazienza smaniosa la
faceva sgarbata con lei. Un giorno vennero a dire, sotto voce, che la
moglie del Ricevitore era morta.
Lauretta riposava, col respiro breve, le guancie pallide, i pomelli
rossi. Ella buttò il suo ricamo, congiunse le mani, alzò gli occhi al
cielo e si mise a pregare.
Che rimorso la straziava, pensando com'era stata senza cuore, come
aveva potuto divertirsi mentre la poveretta pativa! Aveva paura di
volgere gli occhi verso di lei, le pareva di vederla morta -- e piangeva
di tenerezza, ritrovandola meglio. L'acuto della malattia passava; a
poco per volta Laura si rimise; ma la tosse non l'abbandonò più.
Ella aveva fatto alla sorellina il sacrificio di ogni svago, restando
a curarla, a tenerle compagnia. Ne era orgogliosa, però di tanto in
tanto il seno le si gonfiava di rimpianti, di aspirazioni alla luce,
all'azzurro, alla gioia. Non potendo ancora esporsi all'aria aperta,
Lauretta insisteva perchè la sorella andasse fuori sola; lei rifiutava
ostinatamente; ma quando l'altra non insisteva più, sentiva gli occhi
gonfiarlesi di lacrime. Imaginava che Luigi, alla lunga, si fosse
dimenticato di lei, che avesse preso a voler bene ad un'altra; e, dalla
contrarietà, si scarnava i polpastrelli intorno all'attaccatura delle
unghie fino a sformarsi la punta delle dita.
Un giorno che erano sole, Laura fu più premurosa del consueto:
-- Va' fuori sola... fammi questo piacere! Se no, mi par d'essere più
ammalata... Va'... -- e sorridendo aggiunse: -- Va', t'aspetta Luigi
Accardi...
Ella sentì tutto il sangue affluirle al volto. Con un sorriso
d'indulgenza quasi materna. Laura riprese:
-- Non ti far rossa.... che c'è di male?... credevi che non me ne fossi
accorta?
Allora ella l'abbracciò fitta, nascondendole la testa sul seno.
-- È vero, sì o no, che gli vuoi bene?
-- È vero...
E le confidò tutto. Era la prima volta che parlava di queste cose.
Guardava l'uscio, per paura che sopravvenisse qualcuno: guardava la
sorella con un altro occhio; le pareva che vi fosse qualcosa di mutato
d'intorno.
Dopo quella confessione, non le nascose più nulla. Lauretta stava ad
ascoltarla, tra seria e indulgente, col capo avvolto in un fazzoletto,
come una vecchina, quasi quelle felicità e quelle disperazioni non
fossero per lei. E si faceva forza per accompagnarla, usciva in
carrozza chiusa, sepolta sotto le coperte, tossicolando.
Ella la divorava di baci, dalla gratitudine; non pensava che potesse
soffrire, e quando la sentiva tossire, si diceva: «È la stagione;
quando verrà l'estate non avrà più nulla.»
In maggio, andarono ogni giorno insieme alle funzioni del Mese di
Maria: la chiesa era tutta odorante di rose e d'incenso, le fanciulle
cantavano, accompagnate dall'organo, le laudi della Vergine; padre
Raffaele, il rettore, distribuiva imagini sante su carta ricamata come
un merletto, che ella serbava nel libriccino di devozioni della povera
mamma. Ma, in estate, Lauretta peggiorò: la tosse cresceva, con delle
esasperazioni vespertine, con una piccola febbre serale. La poveretta
dimagrava sempre più, il petto le si affondava, certi giorni un sudor
freddo le appiccicava i capelli sulla fronte. Vedendole le guancie
pallide colorirsi di un vago rossore, ella diceva talvolta al nonno,
che era cupo e triste:
-- Ma non è poi tanto ammalata, nonno!... Oggi è colorita in viso...
Il nonno non rispondeva, più cupo, intrattabile con tutti gli altri,
una feminuccia dinanzi all'ammalata, che adesso avea ripreso il letto
e non l'abbandonava più.
Dal lungo starvi, delle piaghe le si formavano sul corpo. Quando la
medicavano, ella fuggiva, non fidandosi di vederle, rabbrividendo da
capo a piedi al solo imaginarle. Ma lei era sicura che sarebbe guarita
presto. Adesso, col caldo, venivano delle visite, la sera, a sentir
la musica. Come tutte le altre estati, il palchetto pei suonatori era
rizzato in mezzo al passeggio della Marina, e si riudivano sempre gli
stessi pezzi: una polka del -Flik-Flok-, il second'atto dell'-Ernani-,
il quartetto e la tempesta del -Rigoletto-. Delle persone che venivano
in casa loro, alcune restavano intorno al letto dell'ammalata, altre
passavano nella terrazza. Ella ve li accompagnava, facendo gli onori di
casa. Luigi, che veniva coi suoi, le stava sempre intorno.
Una sera che si trovarono soli un momento, egli l'afferrò alla vita, la
baciò in bocca, mormorando:
-- Mi vuoi bene?... Teresa, Teresa mia?...
Ella disse di sì, sommessamente, tremando da capo a piedi; egli
soggiunse;
-- Mi dai i tuoi capelli?
Venne gente, dovettero separarsi. Ella preparò a lungo la ciocca dei
suoi capelli, intrecciata con delle pensées, legata da un piccolo
laccetto rosso e avvolta in un pezzetto di carta trasparente.
Quando Luigi tornò e le prese la mano al buio, ella gli diede
l'involtino. A un tratto vi fu un rimescolìo nella camera
dell'ammalata, sedie urtate, un lume sollevato, delle voci che
chiamavano. Accorsero tutti; Laura aveva una sincope: il respiro quasi
spento, gli occhi rovesciati.
-- Non è nulla! -- dicevano tutt'intorno. -- La debolezza, la
prostrazione, tanti mesi di letto...
Però il nonno fece venire un dottore da Messina. Fu ordinato il
mutamento d'aria, e subito tutti partirono per il Capo. La mattina,
prima che l'aria s'infuocasse, l'inferma scendeva in giardino a braccio
della sorella; faceva un po' di moto, a piccoli passi, fermandosi
spesso. Poi si metteva a sedere, sotto l'ombrello, ed ella le coglieva
dei fiori, glie li faceva piovere in grembo. Le parlava dell'avvenire,
l'assicurava della guarigione, faceva dei progetti contando su di
essa. Poi, riprendendola sotto il braccio, la riconduceva a casa.
Una sera, mentre lei ripassava la mazurka -Capricciosa- ballata con
Luigi, vennero a chiamarla: Laura aveva un'altra sincope. Il domani
venne il dottore, parlò a lungo col nonno; poi questi mandò a Milazzo
il giardiniere, per spedire un telegramma. La risposta arrivò a Miss:
«Parto col postale di domani, sarò costà sabato, fate trovare carrozza
sbarcatoio.»
-- È il babbo che viene, nonno? -- chiese ella, impaurita.
Il nonno non rispose, inginocchiato dinanzi alla cassetta bassa di
una libreria, donde cavava vecchi giornali illustrati, che erano lo
svago della malatina. Messili in ordine, glie li recò, reggendoli lui
stesso dinanzi al letto, sfogliandoli, girandoli per mostrare le figure
disposte di fianco.
-- Basta, nonno... così ti stanchi... -- diceva Laura tratto tratto.
-- Non mi stanco... se mi stancassi, mi riposerei!... -- E come la vedeva
sorridere, chiedeva: -- Tu come stai?... Meglio?... Senti adesso una
cosa... -- Tacque un poco, poi riprese: -- Se venisse qui... tuo padre...
ti piacerebbe?
L'inferma spalancò gli occhi, come stordita.
-- Tuo padre... di', ti farebbe piacere?
-- Oh, nonno, il babbo!... Nonno, il babbo!... -- e non sapeva dire altro.
-- Il babbo, sì: parlo turco forse?... Se ti fa piacere, lo chiameremo...
La poveretta piangeva di contento, gli gettava le braccia scarne al
collo mormorando:
-- Grazie, nonno.... Com'è bello!... grazie!... grazie!...
-- Va bene, abbiamo inteso.... Cosa c'è da ringraziare?...
E con la voce burbera, troncò il pianto e le effusioni della malata, la
quale adesso diceva di voler aspettare il suo babbo levata. Malgrado
ogni protesta, il giorno dell'arrivo si alzò. Avevano calcolato che
la carrozza sarebbe giunta alla -Rocca- verso le due; a quell'ora
volle scendere in giardino. Però il tempo passava senza che arrivasse
nessuno.
-- Che sarà?... -- chiedeva inquieta.
-- Nulla, il ritardo del vapore!... -- rispondeva il nonno.
Ma non si tranquillava, porgeva l'orecchio, guardava il mare.
-- C'è stato cattivo tempo?... Il cocchiere non lo conosce... Gli avete
detto di andare proprio al porto?...
Era nervosa, insofferente. Si ostinò ad aspettare ancora, sentì freddo,
dovettero portarla su quasi a braccia; ma, appena a letto, perdette i
sensi. A un tratto si udì un rumore lontano, poi una voce che chiamava,
dei passi affrettati. Il babbo comparve sulla soglia dell'uscio,
fermandosi ansiosamente. Il nonno, alzato un braccio, fece segno di
far piano. Ma egli era già accanto al letto, con un braccio attorno
al capo della bambina, cercando gli occhi di lei. Gli occhi di Laura
si schiudevano allora, e la mano fredda e madida, abbandonando quella
della sorella, tentava di carezzare il viso del babbo.
-- Come stai, Lauretta?... Come stai?... -- chiedeva egli, alzando lo
sguardo.
-- Meglio... -- rispondeva il nonno, guardando l'inferma. -- Stai meglio,
non è vero?... È niente, adesso è passato...
Ancora un altro miglioramento. Per prudenza, la fecero rimanere a
letto; ma pareva così felice, col babbo da una parte, la sorella
dall'altra, il nonno che girava per la camera, come avesse un gran da
fare, ma senza far niente! Una mattina, presto, si alzò un poco, ma
non potè scendere in giardino per il tempo che minacciava. Quando si
rimise a letto, cominciò la pioggia, scrosciante; fu una burrasca di
corta durata. Al tramonto, il sole brillava fra le nuvole squarciate,
e Lauretta, serena, sorridente, ascoltava i progetti che facevano per
l'avvenire.
-- Ma il babbo resterà un pezzo con noi, non è vero?... non è vero,
nonno? -- chiese, voltandosi verso di lui, che se ne stava appoggiato ai
piedi del letto.
-- Si capisce.
-- Sì!... sì!...
Sarebbero tornati a Milazzo, con l'autunno che s'avanzava; al Capo non
c'era più ragione di restare. Poi, guarita Lauretta, sarebbero andati
a Palermo, a Firenze, a Parigi, tutti, tutti!
-- Anche tu, nonno; non è vero?
-- Anch'io, eh!... -- E come in quel momento entrava la moglie del
fattore, aggiunse: -- Anche donna Mara!
Risero tutti. Calò la sera, mentre ancora facevano progetti.
La luce della lampada infastidiva un poco Laura. Sollevatasi, disse
alla sorella:
-- Teresa, coglimi dei fiori...
-- Subito, sorellina!
Ella scese in giardino. Dalle piante, tutte bagnate dalla pioggia
recente, esalava un profumo intenso, acutissimo. Sorgeva la luna, tra
nuvolette d'oro, e la luce d'argento bagnava tutto quel verde scuro,
umido e stillante. Disteso con una mano il grembiale, lei cominciò a
farvi piovere i gelsomini che spiccava con la destra. Ne era quasi
pieno, ma ne coglieva ancora, voleva coglierne ancora più; voleva
seppellire la sorellina sotto la nevicata odorosa. Di repente s'udì
un grido terribile. Ella tremò da capo a piedi, lasciò cadere i fiori,
incrociò le mani sul petto. Un altro grido, dei rumori confusi. Allora
ella cominciò a correre disperatamente verso casa, e nella corsa vide
una finestra schiudersi, il nonno uscire sulla terrazza, alzare le
braccia minacciose al cielo. Prese un nuovo slancio, salì a precipizio
la scalinata, traversò come un lampo le stanze e s'arrestò sull'uscio.
Intravvide una forma rigida sul letto, una gran macchia di sangue, e
s'intese spingere indietro.
-- Babbo!... Nonno!... Babbo...
-- Zitta!... zitta!... Son'io, Stefana... Di qui... Chiudete! Zitta! Tuo
padre...
Allora, afferrata la mano del babbo in un impeto furioso, scoppiò in
pianto alto, convulsivo, lacerante, con la bocca contorta, le mani
tremanti, il petto rotto dai singhiozzi. Nella stanza buia, il riflesso
della luna metteva un vago chiarore; ella non vedeva, non udiva,
riprendeva a piangere più forte; in mezzo al pianto dirotto, mandava
dei lamenti rauchi, sordi, rantolosi.
-- Teresa!... figlia mia... Coraggio!... Poveretta, ha ragione!
Le mani dure, rugose, incallite, della moglie del fattore cercavano
le sue, teneramente; Stefana la teneva stretta, la baciava in viso,
confondendo le proprie lacrime con le sue.
Portarono un lume, e come ella scorse Miss, sola, in un angolo,
piangere silenziosamente, a capo chino, sentì un singhiozzo più
violento squarciarle la gola, dischiuse la bocca come se una mano la
soffocasse.
-- Teresa!... signorina!... figlia mia! -- e Stefana balbettava,
annaspando:
-- Bambinuccia!... Per carità... fàllo per tuo padre... Signore!...
A un tratto ella si alzò.
-- Lasciatemi. Voglio vederla, l'ultima volta...
Allora tutt'e tre le donne le si misero dinanzi, facendo barriera,
scongiurando tra le lacrime:
-- Signorina!... Thérèse!... Per carità... Vuoi ammazzarti!...
La fecero ricadere sul divano, raggomitolata, come un ammasso di panni,
e i lamenti riprendevano, più sordi, più tristi.
-- Il nonno... -- balbettava ella -- il nonno...
-- Poveretto!... Anche lui!... Chi gli avrebbe detto che doveva
vedere anche questo? Angeletto di Dio!... -- esclamavano le donne,
pietosamente. -- E buona, come non ce ne saranno più al mondo.... mai e
poi mai... Creatura buona!... Ora è in paradiso, a pregare per noi...
Le strida e le querele si facevano più lunghe; ma quello che la
straziava era il pianto muto, incessante di Miss. La notte passava:
si udivano di tanto in tanto delle voci che chiamavano dal giardino,
il portone della stalla che gemeva sui cardini, i cavalli scalpitanti
nella corte, il canto lontano dei galli. Poi comparve il nonno, curvo,
avvolto in un gran soprabito, cogli occhi asciutti. Ella gli s'afferrò,
baciandogli la mano, bagnandola di pianto, spegnendovi sopra le strida
che le uscivano dal petto. Anche il babbo gli strinse l'altra mano; lui
disse:
-- Basta, basta... adesso basta... la volontà di Dio!... adesso, voi
altri ve ne andrete...
-- No!... No! È impossibile!...
-- Ve ne andrete, la carrozza è attaccata... Va' a prender gli scialli,
Stefana... Ve ne andrete tutt'e tre, con Miss... Resto qua io...
Andiamo, basta!
Alzatasi, ella implorava ancora, con le braccia tese ansiosamente, di
poter passare di là; ma tutti la trattenevano.
-- Va'!... Teresa!... Fate presto, il cocchiere ha da fare... non
perdiamo tempo... Andiamo!...
Scese così, sospinta, tentando di voltarsi, con lo scialle che le
cadeva per terra, mandando dei baci alla finestra spalancata e lucente
nella notte muta e serena.
La carrozza partì. Rannicchiata in un angolo, accanto al babbo, ella
soffocava i singhiozzi che le salivano alla gola. Cogli occhi sbarrati
sulla via polverosa che pareva scorrere come un fiume, con una mano
premente sul cuore, ella si ripeteva, trattenendo il respiro: «Sorella
mia!... sorella mia!...» e uno stupore l'irrigidiva, pensando che
mai, mai più l'avrebbe rivista. «Sorella mia!... sorella mia!...» Che
fuoco!... che dolore!... Pensare sempre a lei! Stamparsi nel cuore la
sua dolce figura! averla sempre dinanzi per tutta la vita!
-- I fiori!... i fiori che avevo colti per lei!
Il pianto riprendeva, lungo, cocente. Era morta! morta!... La gran
macchia di sangue... il viso di cera... Se non fosse morta?... Perchè
le avevano impedito di baciarla?... Ma i medici li avevano ingannati,
non avevano detto che doveva finir così presto!... Se lo avesse
saputo!... Come avrebbe voluto starle in ginocchio dinanzi, tutti
quegli ultimi giorni!... E invece aveva pensato a svagarsi, aveva riso,
aveva pensato ad altri!... Allora, come dei chiodi le entravano nelle
carni: tutti gli sgarbi che le aveva fatti, le insofferenze da cui era
stata presa udendola tossire, le distrazioni che aveva cercate, le
cure che non le aveva prodigate, i baci che non le aveva dati e che
non avrebbe potuto darle più, mai! E la sua bontà, la sua pazienza
di piccola martire, e il bene che aveva voluto a lei... «Sorella!...
Sorella mia!...» Ma le lacrime cessavano di scorrere, nell'angoscia da
cui si sentiva presa ricordando tutte le liti che le aveva cercate,
le cattive parole che le aveva dette quand'era bambina: «Mummia
sgobbona... dottoressa bestia...» Come aveva potuto? A un tratto,
rammentava l'ira con cui l'aveva picchiata, una volta, la vampa che
l'aveva acciecata intanto che batteva quel piccolo corpo -- e si portava
le mani al collo, lo stringeva, soffocando un rantolo sordo...
La campagna era chiara come all'alba; il riflesso della luna tremolava
sul mare, e la via non finiva più, quella via fatta tante volte, con la
gaiezza in cuore, insieme con la sorellina morta, con la mamma morta...
Morta! Morta!... E lei avrebbe potuto vivere più? Tutto era finito
per lei. Era stata un'immensa sciagura la perdita della sua mamma,
ma nessuno sapeva quello che lei perdeva adesso: la sua compagna, la
sua confidente, il suo buon angelo consolatore!.. Non si portava con
sè una parte di lei? Che cosa avrebbe fatto più, sola? Le sue labbra
si torcevano dall'amarezza, pensando all'avvenire; non c'era avvenire
per lei: una successione di giorni bui, con l'imagine della poveretta
sempre dinanzi, sempre nel cuore...
Adesso entravano nella città addormentata, silenziosa; le mura del
castello, enormi, tagliate dalla luna, correvano, sparivano; ed a casa
la desolazione cresceva, dinanzi al letto vuoto della sparita, dinanzi
a tutti i piccoli oggetti che le erano appartenuti, sui quali ella
metteva dei baci disperati.
Che notte! che oppressioni! che risvegli terribili! E che tristezza
nel nuovo giorno! Che scoppii di pianto ad ogni notizia, ad ogni viso
nuovo!
-- La portano via a mezzogiorno... A San Francesco di Paola...
-- Dei fiori... copritela di fiori bianchi!...
Erano delle grida convulsive che le uscivano dalle labbra, non erano
parole.
E il suono orribile delle campane, che la faceva balzare in piedi a
ogni ripresa, e il cadere pauroso del giorno, e il ritorno del nonno,
invecchiato di cent'anni, con la schiena curva, gli occhi aridi, le
mani tremanti... Come gli divorava la mano a baci, egli la trasse in
disparte, con un'aria di mistero, nella sua camera.
-- Vieni!... zitta, vieni...
Cavò di tasca il suo gran portafoglio di cuoio, lo aprì e ne
trasse una busta. Aprì anche quella, con le mani che gli tremavano
spaventosamente, e come trasse la ciocca di capelli morbidi e neri,
scoppiò in pianto anche lui.
-- Ah!... ah!... nonno!...
Erano terribili le lacrime del vecchio, le contrazioni spasmodiche del
suo viso rugato. A un tratto, s'alzò, e mostrando un pugno al cielo,
gridò:
-- Cristo!...
Caduta sopra una poltrona, ella aveva perduto i sensi. Le convulsioni
la ripresero, restò lunghi giorni a letto. Adesso venivano le visite:
erano il nonno ed il babbo che le ricevevano, vestiti a nero, con le
voci rauche. Parlavano tutti piano, l'uscio di casa restava aperto, non
si udiva suono di campanello, entrava chi voleva; e Stefana, venendo
al suo capezzale, le riferiva i nomi delle persone che erano di là.
Venne anche Luigi Accardi, coi suoi; ma quel nome non le fece nessun
effetto: le pareva che fosse passato tanto tempo! Aveva un gran vuoto
nella testa.
Il babbo partì, poi vennero gli zii di Palermo; nulla rompeva la
tristezza di quella casa, niente leniva il dolore di lei.
Il dottore disse un giorno:
-- Perchè non ve ne andate fuori? Sarà la miglior medicina!...
E come tutti restavano in silenzio, riprese:
-- Andate via, andate a Palermo; svagatevi un poco... Volete che anche
quest'altra creatura pigli un malanno serio, si assoggetti a questi
disturbi?
La zia insisteva anche lei, diceva che il soggiorno di Palermo era
necessario per completare l'istruzione di Teresa, per farle vedere un
poco il mondo. Ella udiva quei discorsi, indifferente, senza dir nulla,
come se si trattasse di un'altra.
Così fu decisa la sua partenza insieme con Miss; il nonno volle
restare, non ci fu modo d'indurlo.
-- Sono vecchio... voglio restar qui... Vi dico di no.
Prima di partire, andarono con la zia e con Miss, in carrozza chiusa,
su a San Francesco di Paola. Inginocchiate dinanzi alla lapide bianca,
empirono la chiesa di sommesse querele, di singhiozzi soffocati. Poi si
divisero in pianto dal nonno; egli baciò a lungo in fronte la nipotina.
Quando il vapore cominciò a muoversi, ed uscì dal porto, e sfilò lungo
la Marina, dinanzi alla linea del paese che finiva sotto i Cappuccini,
ella restò a guardare tutti quei luoghi, col cuore chiuso, cogli occhi
cocenti. Cercava la sua casa, dov'erano successi tanti avvenimenti; San
Francesco di Paola, dove riposavano la mamma e la sorella, la villa del
Capo, la Lanterna, la spiaggia remota di San Papino... e quando tutte
quelle cose furono scomparse, e restò solo il mare d'un azzurro così
carico che pareva quasi nero, ella ebbe freddo e paura.
VI.
Erano tristi pure i primi giorni di Palermo, ma d'una tristezza
diversa. Anche a restare in casa, il frastuono della città, il
movimento che si sorprendeva dalle finestre, il succedersi dei visi
nuovi procuravano delle distrazioni involontarie. Poi, col nonno,
quantunque fosse tanto buono, ella non si poteva intendere così bene
come con la zia.
Le condizioni della sua salute richiedevano che ella facesse molto
moto; così la mattina a buon'ora andava fuori; giravano a lungo pei
negozii, o si facevano lasciare in carrozza al Giardino Inglese,
all'Olivuzza, ai Quattro Canti di campagna, donde ritornavano a piedi.
La morta era sempre fra loro; però non ne parlavan mai. Ella non
voleva lasciare il lutto: sapeva che dopo sei mesi avrebbe potuto
smettere quello grave, ma contava di portarlo per degli anni, per
sempre. Sorrideva tristamente, quando si guardava allo specchio, quando
apprezzava, senza volerlo, il risalto che le vesti nere davano alla
sua carnagione rosea, ai suoi capelli d'oro. Le pareva che quella
salute, che quella bellezza fossero un'irriverenza verso la sua povera
sorellina morta: avrebbe voluto che il suo viso esprimesse ciò che il
suo cuore sentiva; provava un senso di contrarietà quando si sentiva
ripetere che aveva un aspetto fiorente.
Suo padre viaggiava in quel momento; quando tornò s'incontrarono
ancora; un giorno ella andò a desinare da lui, Miss non aveva più la
consegna d'opporsi. Ma in presenza della donna che aveva fatto soffrir
tanto la sua mamma, che aveva distrutta la sua famiglia, ella sentì
risvegliarsi il rancore antico. Colei le prodigò delle carezze, delle
moine; ella restò tutta fredda sotto quei baci. Suo figlio, che adesso
aveva sette anni, era un ragazzo malavvezzo; fece mille monellerie,
guardandola di traverso; a lei non entrava in mente che fosse suo
fratello. Il babbo era sempre così compito e così contenuto come un
estraneo, e le dava tanta soggezione che, potendo, ella evitava di
tornare in quella casa.
La zia era molto legata con la contessa di Viscari; la figlia di lei,
Giulia, le ispirò una simpatia istintiva; dopo pochi giorni strinsero
amicizia. Giulia era bruna, alta, un po' irregolare in viso; ma piena
d'espressione, vivace, briosa; ed elegante, aristocratica fino alla
punta dei capelli. Ella sognava di farsene un'altra sorella; e a poco a
poco il suo sogno si mutava in realtà. Malgrado la sapesse venuta dal
fondo d'un paesuccio di provincia, Giulia le chiedeva dei consigli,
faceva un gran conto dei suoi giudizii: si scoprivano dei gusti
identici, gli stessi ideali. Però le lodi che l'amica le prodigava
per la sua bellezza, per la sua coltura, pel suo spirito, non la
rassicuravano molto; ella guardava le altre signorine della società
palermitana con una timidezza secreta, pensando che dovevano essere
tanto superiori a lei.
-- Come t'inganni! -- esclamava Giulia. -- Ti farò conoscere io una che fa
per te.
Era Bice Emanuele: una ragazza pallida, malinconica, senza mamma
come lei. Ma quanto buona e intelligente! Tutt'e tre, si giurarono
un'amicizia eterna; più tardi, Enrichetta Geremia, la figlia del conte
di Tolosa, entrò nella loro piccola -côterie-. Ella voleva a tutte un
bene dell'anima; soffriva e gioiva per esse più che per sè stessa:
imaginando la morte di una di quelle dolci compagne, si diceva che
avrebbe portato il lutto come per una sorella.
Quando non era con le amiche, ella passava il suo tempo studiando.
Non s'era trovato ancora un professore di lettere; venivano invece i
maestri di musica e di disegno. Per riposarsi dallo studio, lavorava
con la zia a dei minuti ricami, alle -frivolità-.
Lo zio leggeva continuamente dei romanzi che mandava a prendere da un
gabinetto di lettura o che gli prestavano i suoi amici. Ve ne erano
degli antichi in uno scaffale confinato in una retrostanza; ma la zia
le aveva proibito di toccarli. Per un certo tempo ella obbedì; poi la
tentazione fu più forte; non poteva mica restare le intere giornate
a pianoforte, o dinanzi al cavalletto, o a ripassare con Miss delle
lezioni che sapeva a memoria. Prese così qualcuno di quei volumi e lo
divorò di nascosto.
Vi erano i -Tre Moschettieri-, in francese, un'edizione a due colonne
con delle illustrazioni in legno. Restò come intontita da quella
lettura; per un pezzo, in tutti gli uomini che vedeva cercava delle
rassomiglianze con qualcuno degli eroi del libro. Che simpatia!...
Però, Porthos era un poco volgare e Aramis infinto, quantunque avesse
una gran cura della propria persona -- ed ella provava a tener le mani
alzate, per farle venire più bianche, come faceva il moschettiere.
D'Artagnan sarebbe stato il più simpatico senza certe cose un po'
troppo buffe: e lei non voleva ridere. Athos, nobile, cavalleresco,
malinconico, aveva tutte le sue preferenze. Ella pensava che vi
dovessero essere ancora degli uomini così disinteressati, così arditi,
così eroici, sempre pronti a metter mano alla spada, a sfidare ogni
pericolo, per il sorriso d'una donna, per un capriccio, per una
fantasia... Vi erano dei volumi di Paul de Kock; li aveva letti
ridendo, buttandoli poi in un canto, indispettita contro sè stessa.
Non glie ne rimaneva nulla, tranne la seduzione della vita parigina.
Aveva messo le mani sopra -Giuseppe Balsamo- e sopra il -Conte di
Montecristo-, la sua meraviglia, il suo piacere crescevano a dismisura;
ella viveva di quelle letture, dimenticava per esse le amiche, le
distrazioni, l'appetito. E i -Misteri di Parigi!- I -Miserabili!- Però
la parte filosofica di questo romanzo le seccava un poco. C'era ancora
del Féval, del Bernard, del D'Arlincourt; ella divorava tutto, fremente
di curiosità, di emozioni soffocate. Imaginava vagamente i luoghi
descritti, vedeva gli eroi presentati dai romanzieri, s'innamorava di
Rodolfo, di Mario; e il ricordo di Luigi Accardi finiva di dileguarsi.
Sulla fede di quei libri, ella sognava fatalità inesorabili, eroismi
inauditi, strazii ineffabili, gioie celesti. Tutte le predizioni si
avveravano, gli uomini lottavano invano contro il destino; ma l'amore
infiorava la vita, era il compenso di tutte le pene. Che importavano le
ricchezze? V'erano dei giovani che sotto un vestito lacero avevano un
cuore di eroe; e poi, essi le acquistavano, le ricchezze e le posizioni
altissime, perchè ne erano degni! Se fosse stato uno di questi il
professore che le avevano trovato finalmente?...
Il professore era un uomo d'età: corto di statura, con una foresta di
capelli e gli occhiali d'oro. Aveva preso a spiegare Omero e Virgilio;
ma quello studio, malgrado lo zelo che vi spiegava, non le riesciva
gradito. Tutta quella gente era troppo antica, troppo diversa da quella
che ella vedeva od imaginava: e confondeva i nomi, incontrava troppe
parole difficili, non le era entrato in mente quale dei due autori
fosse il latino e quale il greco.
La storia le piaceva di più; sopra tutto la moderna, quella del
riscatto nazionale; e le gesta dei Savoia, la magnanimità di re
che avevano cimentato il trono per dare una patria agl'Italiani, di
principi che avevano pugnato pel loro paese, le davano dei fremiti
d'entusiasmo.
Con piacere più grande svolgeva i temi dei -componimenti-, ne riceveva
arrossendo le lodi dal professore, il quale, alle domande dello zio,
rispondeva:
-- Va bene, molto bene... anzi troppo!... C'è troppa fantasia!...
Ella descriveva a lungo, minutamente, dei campi di battaglia, delle
foreste vergini, dei naufragi, tutte cose che non aveva mai viste, ma
delle quali si formava un'idea. La lettura dei romanzi le dava molto
aiuto; ma il professore, un pedante, cancellava delle frasi che ella
aveva viste stampate, che le parevano piene d'eleganza e d'efficacia,
e che lui dichiarava infranciosate. Ella scriveva: -la vita
sentimentale-, e il professore correggeva: -la vita del cuore e della
mente-. Però, tornava con nuova lena alle sue letture; le osservazioni
del maestro, i rimproveri dei parenti glie le facevano amare di più.
-- Lascia stare cotesti libri -- diceva la zia. -- Ti guasteranno la
testa...
-- Perchè? Come se io non sapessi qual'è la finzione e quale la
verità!...
E voleva sapere se il cavaliere di Maison-Rouge era realmente esistito,
se la storia di Montecristo era vera; nella carta geografica, cercava
l'isoletta, avrebbe voluto andarvi qualche volta.
Adesso conosceva mezzo Sue, del Balzac che trovava però troppo lungo,
quasi tutto Walter Scott. Il ricordo della sua povera sorellina morta
la sorprendeva certe volte in mezzo alle imaginazioni suggerite da
quei libri: allora, era una mestizia dolce, una malinconia soave che
la prendeva, rassomigliandola a qualcuna delle eroine belle e infelici
di cui ella si faceva come dei modelli, come delle maestre di vita,
con l'ambizione di essere secretamente approvata da loro in ogni atto
ed in ogni pensiero. Il dolore acuto e lacerante dei primi tempi
si risolveva sempre più in un rimpianto rassegnato, in un ricordo
pieno di tenerezza: la sorellina sua non viveva forse in lei, nel suo
spirito, non l'accompagnava forse sempre e dovunque, memoria buona e
protettrice?...
Così, passato il tempo del lutto, malgrado avesse espresso il desiderio
di portare ancora le vesti nere, obbedì all'ingiunzione della zia e le
smise.
Allora cominciarono ad andare al teatro di prosa: un'altra sorgente
di emozioni più forti: la -Signora delle Camelie-, -Kean-, la -Morte
Civile-, -Celeste-. Quando venne la compagnia di Amilcare Baretti e
l'attore Roggi rappresentò il -Falconiere-, ella tornò a casa colla
testa in fiamme. Nessun uomo le pareva più bello di lui, la sua voce,
quand'egli parlava d'amore la faceva tremare. Tutte le volte che aveva
in mano il manifesto, correva cogli occhi a cercare il suo nome; se
non lo trovava, la scena le pareva deserta, lo spettacolo insoffribile.
Ella supponeva che l'attore si fosse accorto della febbre con cui ella
lo ascoltava, imaginava che egli avrebbe cercato di vederla da vicino,
architettava tutto un romanzo. Un giorno, passando dai Quattro Canti,
vide, in una mostra di fotografo, i ritratti dei principali attori, il
-suo- fra gli altri. Sempre che ripassava di lì, il cuore le batteva
più forte mentre gli occhi cercavano quell'imagine; lungo tempo dopo
che la compagnia se ne fu andata continuò a guardarla, fin quando non
tolsero il quadro.
Al dramma, alla commedia, ella non domandava nessuna spiegazione alla
zia, nè questa diceva nulla intorno a ciò che avveniva sulla scena:
ella comprendeva da sè, vedeva da per tutto riprodotta, sotto forme e
circostanze diverse, l'eterna storia dell'amore, che l'esaltava, le
dava delle irrequietezze nervose, uno scontento vago, l'aspirazione
continua ad una esistenza più bella, più intensa, più inebbriante.
Viveva in mezzo al lusso e in un bel palazzo, servita ad ogni
più piccolo cenno, amata ed invidiata; eppure tutto ciò sbiadiva,
diventava semplice, comune, volgare, dinanzi alle visioni che non le si
levavano dagli occhi: dei castelli circondati da parchi con porticine
secrete; delle caccie al suono dei corni per la foresta odorante di
muschio; Parigi e i suoi spettacoli grandiosi, i balli dell'-Opéra-,
i ricevimenti del -faubourg- Saint-Germain, le passeggiate al Bois de
Boulogne con dei squadroni di cavalieri che si cavavano alto i cappelli
al passaggio d'un'amazzone galoppante coi veli al vento. Ella aveva
in testa i luoghi della grande capitale: la Chaussée d'Antin, i Campi
Elisi, il nobile -faubourg-, il Palais Royal, la Borsa, e i dintorni:
Auteuil, Fontainebleau: i romanzi che ella divorava erano pieni
di scene svolgentisi lì. Talvolta ella pensava al romanzo che ella
avrebbe vissuto, all'uomo che avrebbe amato; e si guardava intorno,
cercandolo: ma nessuno dei giovanotti che aveva conosciuto in società
le pareva degno dell'amor suo. Sapeva che gli uomini non devono esser
belli nel senso femminile della parola; ma non si rassegnava a trovare
possibili coloro di cui sentiva vantare la maschia bellezza; dei
personaggi troppo forti, dei capelli e delle barbe troppo ispide -- e la
prima cosa che chiedeva all'uomo che avrebbe amato era un particolar
genere di avvenenza di cui ella si era formato il tipo: corpo agile e
slanciato, -sanglé- in un abito elegante; viso magro, mustacchi fini,
-soyeux-; carnagione pallida, e sopra tutto aspetto signorile, mosse
libere e sciolte. Fra coloro che si avvicinavano a quel tipo, ella
non sceglieva ancora, perchè non trovava neppure le qualità morali
che reputava indispensabili: Brancaccio era troppo leggiero, Giovanni
Gravina sparlava troppo di tutti e di tutte, Orlandi era pieno di sè.
In qualcuno, però, di tutti i -lions- ella trovava qualche qualità;
di persona o di nome, per aver parlato con loro o per averli sentiti
giudicare, li conosceva tutti; e quando dalla sua carrozza li vedeva
scappellarsi, e la zia, di vista corta, le chiedeva: «Chi era quello
lì?...» ella nominava: «Orlandi... Giovanni Gravina...» semplicemente,
come persone con le quali fosse in intimità. Tutti insieme, a
teatro o nelle vie, formavano per lei l'unico pubblico: essi stavano
fermi a crocchio, dinanzi a un caffè, o passeggiavano lentamente,
ingombrando i marciapiedi, fermandosi a esaminar le signore, salutando
contemporaneamente. Ella si atteggiava più rigidamente appena scorgeva
da lontano quel gruppo dei -picciotti- -- dei giovani -- fra i quali
c'era il principe di Roccamozza, a sessant'anni, don Giacomo Fernandes,
ripicchiato e ritinto, Alvaro Adernò con una gran barba bianca come
un bel monaco cappuccino!... Ciò nondimeno, tutti quegli uomini che
rappresentavano il fior fiore della nobiltà, della ricchezza, che
facevano od avevano fatto parlare di loro tutta Palermo, con le loro
avventure, con le loro pazzie, coi loro duelli; anche quei vecchi più
-interessanti- della folla anonima degli studenti e dei borghesi,
esercitavano un'attrattiva su di lei, assumevano ai suoi occhi
una seduzione straordinaria. Vedendoli sempre insieme, pensava che
fossero legati da un'amicizia eterna, come quella dei Fratelli d'arme;
che fossero sempre pronti a difendersi l'uno con l'altro, come i
Moschettieri; e comprendendo tutto in una sola parola: il loro valore,
la loro fede, la loro forza, li aveva battezzati: «I -Crociati-.» Il
nome aveva fatto fortuna, si sapeva che era stata lei a trovarlo. Però
la reputazione del suo spirito, della sua intelligenza, le procurava
la sorda gelosia di molte sue nuove conoscenze. Giovannina Leo, Rosa
di Carduri, altre ancora che si credevano le più notate non soffrivano
la concorrenza che faceva loro una piccola provinciale. Dinanzi ad
esse, ella era stata un poco intimidita dal sentimento della propria
inferiorità; invece, attribuivano a superbia quel suo ritegno. In
società, ella non adoperava mai il dialetto, parendole volgare; e come
teneva a far sapere che era nata in Toscana, aspirava un poco la -c-,
pronunziava: -'osa disce? Mi faccia 'l piascere! 'He bella toletta!-
Per questo l'accusavano d'affettazione; poi, quando le erano dinanzi,
facevano le amiche, le prodigavano delle lodi.
La slealtà le repugnava; ma, infine, importava poco quel che dicevano
di lei le sue rivali. Ella avrebbe voluto sapere piuttosto che cosa
pensavano gli uomini. Vi era uno dei -Crociati-, Raimondo Almarosa,
che la guardava spesso: non era più giovane, ma quanto più attraente
di tanti altri giovani! Alto, magro, biondo d'un biondo che diventava
bianco, serio, quasi sempre malinconico per la perdita della moglie
e della figliuola sofferta in uno stesso giorno. Che cosa vedeva in
lei? Una rassomiglianza? una delle sue morte redivive? Ella si perdeva
in fantasticaggini. A teatro, quando uno sguardo si fermava su di
lei, pensava a -Giuseppe Balsamo-, al magnetico potere che certuni
sapevano spiegare. I romanzi erano sempre i consiglieri ai quali ella
domandava i suoi giudizii, i suoi pensieri. Adesso ella conosceva
la vita! Ed era una vita intensa che viveva, con quei libri. Slanci
d'ammirazione e dolori sconfinati, raccapricci e simpatie, sorrisi e
lacrime, essi le davano tutto. A volte, dopo lunghe ore di lettura, si
alzava con un'oppressione fisica, una nausea, un disgusto per tutte le
cose, per le volgarità dell'esistenza a cui doveva sottostare e che
l'eguagliavano alla folla da cui si sentiva tanto diversa. Rifiutava
i cibi, avrebbe voluto nutrirsi d'aria, finiva per procurarsi qualcuno
dei soliti attacchi nervosi. Più degli eroi di quei libri, ella amava
le eroine: la solidarietà del sesso l'induceva ad attaccarsi alle
donne; e poi, non erano esse le arbitre dei destini umani? E le lunghe
descrizioni, le pagine piene di narrazione fitta l'infastidivano: ella
ne saltava molte, per arrivare ai colloquii d'amore, alle scene dolci
e tremende, alle catastrofi improvvise, che la lasciavano sbalordita,
con la fronte scottante. Che lacrime le costavano quei libri! Di
quale amore cocente e struggente ne amava i personaggi! Ella le vedeva
tutte, quelle grandi amate di cui si narravano le storie fortunose:
i loro nomi le risuonavano continuamente all'orecchio: Andreina,
Matilde, Emma, Cecilia. Il suo proprio nome era bello, ma ne pensava
degli altri, invidiava le sue conoscenze che ne avevano di più belli,
romantici: Giulia, Eleonora, Enrichetta; avrebbe voluto chiamarsi
Marcella, Lidia, Remigia; o portare dei nomi stranieri: Edith, Olga,
Nadina. Ed un progetto certe volte le passava per il capo: poichè
la sua sorellina era morta, non avrebbero potuto chiamar lei Laura?
Sarebbe stato quasi un modo di farla rivivere.
Scriveva ogni due giorni al nonno, gli riferiva i suoi progressi,
gli mandava dei lavorini fatti apposta per lui. Adesso aveva anche
il maestro di canto, e superate le prime lezioni noiose cominciava
ad imparare il repertorio in voga. V'erano le serenate e le
barcarole piene di sospiri flebili e di lacrime cocenti al tremolare
della luna sulla laguna; i notturni in cui gli amanti traditi si
querelavano nell'abbandono, o prorompevano in accenti di vendetta,
o si rassegnavano, continuando ad amare in silenzio, costanti e
senza speranza; in cui delle povere pazze vagavano pei cimiteri,
a mezzanotte, cercando un nome sopra un freddo marmo; ma v'erano
sopratutto le romanze che esaltavano la bellezza sovrana della donna,
la sua potenza, il suo fascino. Se le lacrime d'una fanciulla cadevano
fra le rose, erano goccie di rugiada; se cadevano in mare diventavano
perle; ma un angelo le raccoglieva nel cavo della mano e quel nèttare
lo dissetava. Un amante voleva essere l'aura che sfiorava il biondo
crine della Bella, il fiore che ella sfogliava, la stella che ella
mirava; un altro s'inebbriava al ricordo delle voluttà; tutti avrebbero
data la vita per un bacio, per un pensiero. E la musica aveva delle
successioni di note che somigliavano a singhiozzi, a grida represse,
che imprimevano come un moto di culla; degli accordi gravi, pieni
d'angoscia e di mistero; degli arpeggi che sollevavano da terra, che
esprimevano l'estasi. Ella sentiva il cuore salirle alla gola, le
ciglia inumidirsi. Voleva provare tutto questo nella vita, aspettava
una grande passione. Non era così bella da ispirarla? E si guardava
allo specchio trovando che rispondeva al tipo ricorrente nei libri.
Si guardava le unghie per vedere se erano tagliate a mandorla; il
viso era d'un ovale perfetto, la bocca piccola, porporina, i denti di
perla, tranne quel canino annerito, che un giorno o l'altro si sarebbe
fatto strappare. Le guancie rosee le parevano da fanciulla borghese;
ma i capelli non compensavano quel difetto? Lunghi fino ai fianchi,
folti, odorosi, oro fuso. Il tipo bruno non aveva però anch'esso la
sua seduzione? «Bruna come la notte, come ala di corvo...» Nella sua
qualità di siciliana, ella avrebbe dovuto essere piuttosto bruna...
Siciliana? Viveva in Sicilia; ma era fiorentina! E mentalmente faceva
l'enumerazione di tutti i paragoni del biondo: come l'oro, come
un raggio di sole, come le spiche del grano, come l'uva matura...
Ella aveva la piena coscienza della propria bellezza; però, tratto
tratto l'antica disperazione tornava a prenderla: la sua statura
era sempre bassa, a diciassette anni ne mostrava appena quindici;
qualcuna delle sue amiche non la prendeva sul serio, la trattava
quasi da bambina! Fino a vent'anni, non sarebbe cresciuta? Aveva
tempo di rifarsi! Ne domandava al dottore, con l'ossessione di restar
nana, lei che non ammetteva se non i personaggi slanciati. Così dava
un bel da fare al calzolaio, non trovando mai i tacchi abbastanza
lunghi, e la pettinatrice doveva risolvere ogni giorno il problema
d'una acconciatura che fosse alta, ma non troppo. Però, gli artifizii
riparavano male al difetto, e un giorno le salirono le fiamme al viso,
quando Giulia Viscari le disse il sopprannome datole da Enrico Sartana.
-- Come mi chiama?
-- La -pupa-... dice che non gli fai l'effetto d'una donna, ma d'una
bambola...
Questo Sartana era il figliuolo del duca di Castrovecchio, ed aveva per
suo conto il titolo di barone di Lerma. Ella lo aveva visto qualche
volta da lontano, trovandolo simpatico; da quel momento, un odio le
si scatenò nell'animo contro di lui. Lo aveva soprannominato subito
San Giorgio cavaliere, con un tono d'ammirazione derisoria per la sua
bellezza -fade- di biondo ricciuto cogli occhi cilestri.
-- Il cavalier San Giorgio che atterra il Dragone!... -- ripeteva, quando
lo vedeva passare a cavallo, caracollando. -- O Dio, non svenite, solo
a mirarlo?... È fatale!...
-- Sei spietata!
-- Non lo posso soffrire!... Se glie lo riferirete, mi fate un piacere!
Ella se lo vide improvvisamente dinanzi, la sera che sua zia la
condusse dagli Alì, dove si ballava: una felicità lungamente aspettata,
il suo primo ingresso in un vero salone, dove tutti i giovanotti si
contendevano l'-onore- di ballare con lei. Fu sul punto di dirgli
che aveva tutto impegnato e di voltargli le spalle: ma egli era così
grazioso, così elegante, che non si fidò. E con una disinvoltura di
cui ella non aveva idea e che si lasciava mille miglia indietro i
balbettamenti timidi degli altri, egli cominciò a parlarle, a farla
ridere a proposito di tutti i tipi comici che si trovavano in quella
società.
-- Ti sei lasciata addomesticare? -- le chiese Giulia Viscari in un
angolo.
-- O Dio, come resistergli?
Però la sua ironia cominciava a non essere più sincera. Adesso non le
riusciva di reprimere un leggiero sussulto, quando lo incontrava. Egli
la cercava, tornava a ballare con lei, a darle il contagio del suo
riso argentino, pieno d'una simpatia irresistibile, a guardarla con
quegli occhi azzurri che dicevano: «Non è vero che siete una bambola;
mi piacete!» Una domenica, uscendo di chiesa, la zia si fermò con
una signora: era la duchessa di Castrovecchio, sua madre. Il giovedì
seguente, venne a far loro visita.
Ella comprese subito che era stata mandata dal figliuolo. Una gioia
immensa le aveva allargato il cuore: il vago sospetto prendeva
consistenza: egli era innamorato di lei! Nella voluttà del trionfo,
ella beveva l'aria avidamente, si chiedeva: «È vero?» e si rispondeva:
«È vero, è vero!» vedendo che egli non lasciava sfuggire un'occasione
d'avvicinarla, che si trovava in casa quando andavano con la zia a
restituire le visite a sua madre, che la seguiva sino per le strade. E
dei feroci propositi di vendetta, alla Montecristo, l'animavano: voleva
civettare con lui, fargli perdere la testa, lasciarlo struggere d'amore
come i Reuzzi delle fiabe!... E lei? era sicura di non volergli bene
anche lei?... Non lo trovava simpatico, elegante, spiritoso?.. Allora?
Non importava, bisognava farlo soffrire. E spiegava con lui tutta la
sua civetteria, si voltava a guardarlo profilando tutto il busto ed
il viso, sollevando una spalla, stringendo le braccia ai fianchi, per
mostrare tutte le linee del corpo; allungava talvolta un piede che
egli divorava cogli occhi, ma che lei ritirava repentinamente dopo un
poco, fingendo d'accorgersi a un tratto di quegli sguardi indiscreti;
quando aveva vicina Giulia od Enrichetta, passava un braccio attorno
alla vita dell'amica, le parlava all'orecchio, la baciava in viso, per
tormentarlo con lo spettacolo di quelle carezze; al ballo, lasciava
cadere un guanto, il fazzoletto, un fiore, qualche cosa tutta piena
di lei, osservando di sbieco l'espressione appassionata con cui egli
se ne impossessava per rendergliela. I loro incontri si venivano
moltiplicando: riunioni in cui si faceva della musica e che poi
finivano in saltate generali, feste in tutte le forme, dal principe
d'Alì, dal marchese Carìbici; balli in maschera, veglioni al teatro.
Tanti giovanotti ora le stavano intorno: ella sentiva la reputazione di
bellezza, di eleganza, di spirito che la circondava; e nell'atmosfera
calda e profumata dei saloni viveva come nell'ambiente vitale.
Adesso lo studio noioso, pedantesco, era smesso del tutto: restavano
la musica e la lettura: la musica che le assicurava dei trionfi
quando, senza farsi troppo pregare, si metteva al piano e con una
disinvoltura da concertista teneva tutta la sala intenta; la lettura
che alimentava continuamente il lavoro della fantasia. Ella si ripeteva
incessantemente: «Sono amata! Sono amata!» Sartana era innamorato di
lei, tutti se ne accorgevano, Giulia glie lo ripeteva, scherzando, con
allusioni continue! Ed ella lo amava, sì; malgrado i suoi propositi
di freddezza, di crudeltà, lo amava: un fremito le passava pel corpo
quando egli le si avvicinava; il cuore le batteva più forte quando
parlava o danzava con lui, quando egli le stringeva la mano un certo
modo diverso da quello di tutti gli altri, quando le diceva certe cose
indifferenti con la voce piena d'un tenero turbamento... Il suo primo
amore! Il suo grande amore!... Dei sorrisi di compassione le fiorivano
sulle labbra pensando agli amoretti dei dodici anni, a Niccolino
Francia, a Luigi Accardi, all'ufficiale di Messina. Sciocchezze,
ingenuità da bambina!.. Adesso sentiva che il suo avvenire s'inpegnava,
che la felicità della sua vita dipendeva da quell'amore. Ma lui, perchè
non parlava? perchè non le diceva che le voleva bene?... Certe volte
pensava al modo con cui glie lo avrebbe detto, alle parole divine che
avrebbe trovate, al momento unico, misteriosamente propizio, che certo
egli aspettava ancora di cogliere. Altre volte, delle difficoltà,
degli ostacoli sorgevano nella sua fantasia: un dramma che scoppiava,
dei dolori ineffabili, la morte che avrebbe potuto coglierla a un
tratto!... Ella si vedeva, moribonda, con le mani affilate sulla coltre
bianca: le donne singhiozzavano intorno, e a un tratto un rumore di
passi, l'apparizione di una figura disfatta, spettrale: lui, fermo
un istante sulla soglia della camera mortuaria. Un grido terribile
gli lacerava la gola, e precipitandosi verso il letto, vi cadeva in
ginocchio dinanzi, bagnando di lacrime calde la fredda mano scarnita
ch'ella gli abbandonava. La funebre rappresentazione le si spiegava
dinanzi con l'evidenza della realtà: sentiva le dita di lui errarle
fra i capelli, vedeva i visi pallidi dei parenti, udiva le salmodìe
degli agonizzanti; e delle lacrime le rigavano lentamente il viso. Ella
piangeva sè stessa, i suoi sogni svaniti, la sua bellezza per sempre
distrutta: si vedeva composta in una bara, bella ancora, ma pallida
pallida, e fredda, come di marmo. Dei gigli sulla sua tomba... un
uomo che si gettava bocconi sulla terra umida e scura... un lamento
straziante... E restava così, a singhiozzare pianamente, intanto che
il sole rideva e che un fragore di carrozze trascorrenti in lunghe file
veniva su dalla via.
Perchè quelle imagini tristi? Ella pensava d'esser una creatura
provata dalle sventure, superiore per questo; dotata d'un cuore più
sensibile, d'una fantasia più impressionabile, votata ad un destino
più arcano degli altri. Ella leggeva i versi del Prati, del Leopardi,
dell'Aleardi: v'erano dei passaggi che non intendeva, ma quanti altri
che la facevano piangere!
Poi si scuoteva, sorrideva delle sue angoscie senza cagione, tornava
alla gaiezza consueta, passava da uno svago ad un altro, s'ingolfava
in quella vita felice, senza cure, che era tutta una festa. Allora
avveniva che, nell'animazione regnante tra le folle eleganti, nel
tumulto giocondo destato dalla musica e dal ballo, ella si dimenticava
di Enrico, ma interamente, completamente, come se egli non fosse
mai esistito, tutta al proprio trionfo, inebbriata dagli omaggi
dei giovanotti, dai complimenti delle amiche, dalle sussurrazioni
ammirative che sorprendeva al proprio passaggio. Vi erano tanti altri
che decisamente le facevano la corte, Lollò Cutelli, un marchesino
ricchissimo ma un po' grullo, Antonio Bracciaferri, ufficiale di
cavalleria che aveva lasciato il servizio e che lei metteva in
caricatura, rifacendo i suoi «cosa?» e i suoi «sfido!», il cavaliere
Sibiliano, sulla quarantina, buffo con le sue pretensioni giovanili,
ma però molto corretto; tanti e tanti altri ancora, a cui ella badava
volta per volta, quando li aveva a fianco, studiandosi di montar loro
la testa, ma che a distanza si confondevano in una massa; in un coro,
dove ella non distingueva, non sceglieva... Sì, vi era uno a cui ella
pensava più che agli altri: Mario Caimi, la cui nascita non era molto
distinta, ma che aveva, con una ricchezza straordinaria, una fama di
rompicollo coraggioso, di -viveur à outrance-.
-- Caimi ti fa la corte! -- le aveva detto una volta Giulia, ed ella si
era accorta che era vero: dall'alto del suo -stage-, col magnifico
attacco dei due sauri e dei due morelli che faceva voltare tutta
Palermo, passava e ripassava sotto casa sua, l'inseguiva a passeggio;
e a teatro le piantava il cannocchiale addosso, fino a imbarazzarla; e
ai balli se lo vedeva sempre sul proprio cammino, coi gomiti stretti ai
fianchi, il capo piegato in un saluto profondo. Che cosa sentiva per
lui? Non lo sapeva; era sicura che lo avrebbe rifiutato come marito,
però le piaceva averlo legato al proprio carro; gli concedeva qualche
cosa di più che agli altri per avvincerlo di più. Enrico Sartana
gonfiava, le teneva il broncio, mostrava i denti a quell'altro, e
l'idea che i due uomini si potessero afferrare per contendersela le
dava un senso di compiacenza, malgrado la sua coscienza protestasse,
malgrado ella si dicesse, ma sorridendo: «No, no; poveretti!...» E
adesso Sartana s'era messo a far la corte a Sara Máscali, le stava
sempre attorno, le parlava piano, facendola ridere, ridendo lui stesso,
fingendo di non accorgersi di lei!...
Ella si sentì punta al vivo da quella preferenza accordata ad una
delle sue nemiche, ad una di quelle che ora la chiamavano contadina!
Si ribellava all'ingiustizia di quell'uomo: che cosa gli aveva fatto
per trattarla così? Egli perchè non aveva parlato? Erano gli uomini
che dovevano fare i primi passi! Presumeva forse che senza impegnarsi a
nulla da suo canto, ella non dovesse aver occhi che per lui? Bisognava
che ella si compromettesse dinanzi al mondo aspettando che egli si
degnasse di pronunziarsi?
Ed esagerando tutte queste cose, imaginando di dover prendere la sua
rivincita, si mise a dar retta a Michele Platamone, uno di quelli
che la guardavano con maggiore insistenza. Sua madre era tedesca,
egli era stato educato in Germania, e nell'abito, nelle maniere,
nell'aria, aveva qualche cosa che lo distingueva da tutti gli altri.
Ella voltava le spalle ad Enrico quando lo incontrava, e sorrideva
amabilmente all'altro, permetteva il suo corteggiamento. Ma questo qui
era volubile, faceva il gallo della Checca -- secondo l'espressione di
Giulia Viscari -- e con un'amarezza sconfortata ella si diceva: «Come
sono gli uomini!...» Di preferenza, ronzavano attorno alle signore
maritate, e certe storie si susurravano tra le ragazze: Amato -era
con- la Filaruta; Pietro di Santà -aveva compromessa- la Carosia, Caimi
-aveva- tante donne, ballerine, attrici, -le altre-...
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