-- Questa la serberà in memoria del suo viaggio... Mi dà un bacio in
ricambio?
Ella porse la guancia: sentì che quella barba ispida era invece fine
come la seta.
Gli zii facevano segnali da una barca; nella fretta di scendere, ella
lasciò cadere il suo ombrellino in mare. Miss sgridava, lo zio rideva,
la zia si stringeva al petto le nipotine chiedendo notizie della loro
salute, del nonno, di Milazzo. Allo sbarcatoio, c'erano dei curiosi
assiepati intorno alla bella carrozza che aspettava, e al palazzo tutta
la servitù schierata; le cameriere esclamavano:
-- Che belle signorine!... Come sono grandi!...
Ella passava impettita, a testa alta, con un'aria di padroncina,
guardando intorno per le belle stanze, pei salotti vasti e riccamente
addobbati. Nella camera della zia c'era un letto per una sola persona,
voleva dire che suo marito non dormiva con lei.
Dai balconi, si vedeva il corso di Toledo, la sfilata delle carrozze,
la folla che ingombrava i marciapiedi e si assiepava dinanzi ai negozii
sontuosi. Com'era bella Palermo!
-- Più bella di Milazzo?
-- Oh, zia!... Noi, vedi, ci stiamo per adesso che il nonno vuole così;
ma poi, quando saremo grandi, non è vero, Laura? bisognerà vederla!...
Tu sei andata mai a Firenze?... Io vo' starci sempre, quando sarò
maritata...
-- Thérèse!... -- esclamò Miss, lasciando un momento di sistemare le robe.
-- Qu'est-ce qu'il y a, mademoiselle?... -- rispose lei, scuotendo il
capo e facendo sventolar la sua chioma. -- Vous savez, ici il n'y a
plus grand-papa pour vous donner toujours raison! Je dis quand je serai
mariée... Est-ce que vous croyez que j'aurai toujours douze ans?...
-- Petite folle! -- mormorava la zia, abbracciandola. -- Tu non avrai
sempre dodici anni, ma li hai adesso, non è vero?... e bisogna
ascoltare quelli che ne hanno più di te!...
-- Lo so, zia; ma cosa ho detto di male?... Quando sarò maritata! Tu non
ti sei maritata? Mi mariterò anch'io!
-- Va bene, però le fanciulle ammodo non parlano di questo.
-- Ti fa dispiacere? Se ti dispiace, non lo dirò più.
Ma ella restava ancora tutta fremente di ribellione, girava intorno
gli occhi ingranditi, luccicanti, si mordeva un labbro, e a un tratto,
profittando della diversione prodotta dall'arrivo del cameriere che
annunziava il desinare, si buttò al collo della zia e le sussurrò, tra
risa represse:
-- Sai perchè non vuole che se ne parli? Perchè lei non l'ha voluta
nessuno!...
Il domani cominciarono le visite, prima di tutto ai parenti degli zii:
la marchesa di Mistretta, il commendatore Guarino, due vecchi noiosi,
dai quali solo Laura si lasciava baciare e ribaciare in santa pace,
guadagnandosene le preferenze.
-- Hai visto, grulla? -- esclamava la zia. -- Tutte le carezze sono state
per lei!
-- Che m'importa! Se le prenda. Mi secca esser baciata dai vecchi!
L'invidia, la gelosia ed anche le zuffe scoppiarono fra loro due più
tardi, nel contendersi la felicità di passare, appena sveglie, nel
letto della zia; tanto che questa fu costretta a stabilire un giorno
per ciascuna. Nondimeno, lei pretendeva talvolta che Laura le cedesse
il suo turno, le dava all'occorrenza degli spintoni, la lasciava
piangente per terra.
-- Come sei prepotente! -- rimproverava la zia. -- È così che tratti la
tua sorellina? Ma tu non sai che devi proteggerla, difenderla, aver
cura di lei che è più piccina, malaticcia? Tu sei la maggiore, devi
tenerle luogo di mamma!...
Chinando un poco gli sguardi, ella consentiva, ripetutamente:
-- Sì, zia... hai ragione... hai ragione...
Allora, pensava di parlarle della povera mamma, del babbo, di tutto
quello che aveva confusamente capito dai discorsi di Stefana e del
nonno; ma dopo aver cominciato: «E dimmi....»; quando la zia chiedeva:
-- Che cosa!... Di', figlia mia...
-- Nulla, zia, nulla... -- rispondeva, e restava un poco senza parlare.
Poi, riscuotendosi, cominciava a tempestarla di domande:
-- Ed io com'ero, quand'ero piccina? Ti rammenti quando nacqui?... Eri
con la mamma mia? Te lo rammenti proprio bene, come fosse oggi?
-- Sì, che me lo rammento. Eri tanto piccina, così!...
-- E com'ero, buona?
-- Più buona d'ora... Adesso non sei cattiva, non dico questo... ma
non ti sai frenare, t'imbizzisci per nulla, ti ostini troppo nelle tue
volontà... Nel mondo, bambina mia, non si può fare quel che si vuole;
bisogna rassegnarsi, aver pazienza, soffrire...
-- La mamma sofferse molto, non è vero?
La zia guardava altrove, rispondendo:
-- Soffriamo tutti, al mondo...
Allora ella scrollava il capo cogli occhi in alto.
-- Io lo so, che la mamma sofferse molto... a causa del babbo... perchè
la lasciò... per prendersi un'altra moglie... Ti pare che non lo
sappia? A casa non parlano mai di questo con noi; ma io so bene... so
bene...
La zia non aveva tempo d'esprimere il suo stupore, che lei riprendeva:
-- E dimmi una cosa, adesso... ha avuto altri figli, con questa
moglie?.. sì o no? rispondi.
-- Sì.
-- Ma quanti?
-- Uno.
-- Questo mi dispiace... -- Pensò un poco, poi disse: -- Del resto, che
cosa importa?... Noi siamo sempre sue figliuole, eh?
-- Ma chi è che ti parla di queste cose?
-- Nessuno, zia... le so io!... Vedi, al nonno di queste domande non ne
faccio, perchè so di addolorarlo... Ma tu, senti: questa moglie... è
bella?... più bella della mamma?...
-- Non so.
La zia s'alzava; ella le teneva dietro, e nella stanza di toletta
rovistava in mezzo alla batteria delle bottigline, delle caraffe, delle
scatolette, delle spazzole e dei pettini, fiutando gli odori, chiedendo
il nome di una cosa e l'uso di un'altra, insistendo per profumarsi i
capelli e buttandosi addosso mezzo litro di essenza.
Quando s'andava fuori, prima di vestirsi lei stessa, stava a veder
vestire la zia, si cacciava dentro la guardaroba per tastare le stoffe,
esaminava una mantiglia o un corpetto, apriva tutte le scatole dei
cappelli e dei ventagli, estasiandosi dinanzi alle piume, ai fiori,
alle guarnizioni, ai fazzoletti di pizzo, a tutte le cose belle e
smaglianti. Poi correva a vestirsi anche lei, e in carrozza, come le
signore e i giovanotti salutavano, ella si chinava continuamente a
domandare chi erano.
Le bastava vedere una volta le persone per non dimenticarle più, e al
passeggio adesso riconosceva da lontano tutte le dame:
-- Guarda, la Boscoforte... Zia, la Migliara ti sta salutando.
Ogni signora aveva il suo giorno di ricevimento: la marchesa di
Fiordivalle il giovedì, la principessa di Terranova il sabato, la
Boscoforte il lunedì; la zia restava in casa tutti i martedì; ed anche
lei passava nel salotto, come una signorina. Tutte la festeggiavano,
le sciupavano a baci le guancie; ella non udiva che lodi per la sua
bellezza. Ma fra quelle signore le sue preferite erano le più giovani
e le più eleganti: la Feràolo, che portava una veste da camera azzurra
guarnita di larghi merletti bianchi e neri; la Bianchi che voltava
il capo, che stendeva la mano, che si stringeva le braccia alla vita
con mosse così distinte -- dinanzi allo specchio, tutta sola, lei si
studiava di riprodurle.
Miss pretendeva che studiassero come a casa; ella rispondeva voltandole
le spalle:
-- Noi siamo qui per divertirci; punto per ammuffire a tavolino!
E un giorno la zia, lo zio e Miss si misero a confabulare; eran venute
delle ambasciate, si sentiva qualcosa per aria. All'ora del passeggio,
ella si vestì insieme con Lauretta come di consueto; ma invece di
condurle fuori, la zia annunziò:
-- Bambine, sentite; a momenti sarà qui vostro padre.
Le due sorelle si guardarono e si misero ad aspettare. Miss,
più impettita del solito, era accanto a loro. Si udì il rumore
d'una carrozza, lo squillo del campanello, e comparve un signore
elegantissimo, con una bella barba bruna spartita sul mento, e una
mazza in mano. Andò difilato a salutare la zia, fece un inchino a Miss,
e si curvò su di lei dicendo:
-- Figlia mia, non mi riconosci?
Era il babbo?
Ella restava a guardarlo, stupita, non ritrovando più la figura che le
era rimasta confusamente in fondo alla memoria. Non vestiva a lutto,
quella barba gli faceva un'altra fisonomia. Come diede un bacio in
fronte a Laura, la piccolina scoppiò in pianto, gli s'aggrappò al
collo, mormorando tra i singhiozzi:
-- Babbo!... babbo!...
Adesso tutti le si misero attorno a calmarla; egli l'accarezzava con le
mani inguantate, senza posar da canto nè la mazza nè il cappello. Lei
seguitava a guardarlo con occhi asciutti, non comprendendo come quel
signore così compito, che non portava il lutto della mamma, potesse
essere il suo babbo. Quando Laura finì di piangere, egli domandò
notizie a Miss della salute e dell'educazione delle bambine; Miss
rispondeva a denti stretti, cogli occhi a terra;
-- Oui, Monsieur... Non, Monsieur...
-- Vi piace Palermo, bambine?... Verrete un giorno in carrozza con me?...
Allora Miss cominciò:
-- Monsieur voudra bien m'excuser, mais j'ai des ordres...
La zia prese il babbo in disparte e si misero a parlare fra loro. Non
s'udiva quel che dicevano, ma il babbo chinava il capo lisciandosi la
barba.
-- Come vorrete... -- finì per dire; e, dopo un'altra carezza, andò via.
La sera, un servitore portò una bracciata di involti: dei -nécessaires-
da lavoro, dei cartocci di confetti, dei libri illustrati e rilegati.
Andò tutto diviso tra lei e Lauretta; ma il possesso di quelle cose non
le procurò nessun piacere. Ella era più contenta dei fiori artificiali,
dei nastri, dei pezzi di guarnizioni che domandava alla zia, quando
questa metteva in ordine le sue cose; e cadeva in ammirazione dinanzi
a una piuma vecchia, si provava tutte le carcasse dei cappelli smessi,
chiedeva il nome di tutte le stoffe, di tutti i tagli d'abiti, di tutte
le gradazioni di colore.
Il babbo tornava a venire, ogni due giorni; Miss era sempre presente,
faceva la sentinella. Si discorreva di Milazzo, di Palermo, di tante
cose, come nelle visite. Un giorno annunziò che stavano per aprire il
teatro Bellini. Ella si tenne dal batter le mani: finalmente sarebbe
andata a teatro!
Erano i -Puritani- che si rappresentavano. Per farle piacere, la zia
dovè vestirsi due ore prima dello spettacolo; ella restava estatica a
contemplarla in quella toletta scollata, tutta sfolgorante di gemme.
Anche lei uscì dalle mani di Miss attillata, azzimata come una damina,
con le guancie rosse come di fuoco, sulle quali volle per forza passare
il piumino della cipria. Lauretta, che si sentiva poco bene, restò in
casa; lei le promise di raccontarle poi tutto.
Che bellezza, quel teatro! Seduta fra la zia e lo zio, ella divorava
cogli occhi le signore che avevano già preso posto e sussultavano
tratto tratto, come spinte da una molla, per accomodarsi meglio; e ad
ogni rumore d'uscio che si apriva voltava il capo per vedere entrare
le nuove venute, tutte avvolte negli accappatoi bianchi, dei quali i
cavalieri le liberavano. Sapeva che non bisognava far segno col dito,
però si chinava appena verso la zia, parlando a voce bassa, chiedendole
l'occhialetto che reggeva con tutt'e due le mani e che allungava e
accorciava un pezzo prima di trovare il punto giusto, o prendendole
il ventaglio profumato per farsi vento, per cacciar la vampa che le
saliva al viso. Dalla platea, dai palchi veniva un brusìo confuso; gli
uomini, con le spalle alla scena, appuntavano in giro i cannocchiali;
e ad un tratto ella sussultò udendo le prime battute della sinfonia.
Alzata la tela, si vide un castello con un ponte gettato fra due torri;
dei soldati cogli schioppi sulla spalla andavano di su e di giù, e
Riccardo, avvolto in un mantello nero, cogli stivali di cuoio giallo e
un gran cappello in capo, cantava, portando una mano al petto, alzando
l'altra, tendendo poi tutt'e due le braccia: «Ah, per sempre io ti
perdei, fior d'amore, o mia speranza!...» La zia spiegava il fatto,
ma non bene, quando comparve Elvira, bella e piangente; e poi la gran
sala delle bandiere, con la Regina prigioniera dei Puritani, Arturo
che voleva salvarla, Riccardo che sguainava la spada, e quella gran
confusione, dopo la fuga!
-- È finito?... Ah, un atto soltanto!...
Vennero delle visite nel palco; il marchesino di Floristella mormorava
alla zia tante cose, mostrando le altre signore; ella udiva: «Una
corte spietata!... Il marito finge di non vedere... La cognata tiene il
sacco...»
Intanto la povera Elvira era ammattita: pallida pallida, scarmigliata,
scambiava Riccardo per Arturo, dicendogli: «Vieni a nozze!...» Riccardo
piangeva, ma la pazza scoppiava a ridere, cantando dalla gioia:
«Vien diletto, in ciel la luna...» fra un subisso d'applausi che si
rinnovavano quando Riccardo e l'altro Puritano, sfoderate le spade
lampeggianti, cantavano insieme: «Suoni la tromba, e intrepidi noi
pugnerem da forti!...»
Oppressa dall'emozione, cogli occhi lacrimosi e ridenti, le guancie
ancora più infiammate di prima e così turgide come se fossero sul punto
di screpolarsi, ella trasse un profondo sospiro.
-- Hai sonno? -- chiese la zia.
-- Io?... Io starei così fino a domani!
L'ultimo atto; una campagna, con un castello illuminato, e un sedile.
C'era Arturo, tutto avvolto in un gran manto nero, che voleva rivedere
Elvira. Lei usciva dal castello, sempre pazza, cantando, e se ne
andava dall'altro lato. Arturo riprendeva quel canto, accompagnandosi:
«Press'un fonte afflitto e solo s'assideva un trovator...» Ed Elvira
tornava indietro: «Sei tu?...» Era lui! e s'abbracciavano, stretti
stretti, felici e contenti, guardando il cielo: «Vieni fra le mie
braccia!...»
-- Ma sono già marito e moglie?...
Accorrevano i soldati, s'udiva uno squillo di tromba e un araldo
annunziava la grazia per tutti, intanto che la gente si alzava in
platea, e le signore anche, avvolgendosi nei mantelli e nelle fascie.
A letto, non le riuscì di dormire, con la musica nell'orecchio, coi
personaggi sempre dinanzi agli occhi; e nel sonno essi tornavano ad
apparirle, si confondevano coi principi e con le regine delle fiabe,
cogli eroi guerrieri, cogli amanti infelici che spasimavano lontani gli
uni dagli altri e che tornavano da morte a vita appena ricongiunti.
E il domani si metteva a ripetere quei motivi, canticchiava con un
tempo da tarantella: «Presso un fonte afflitto e solo...» cominciando,
interrompendo, e ripigliando cento volte la narrazione dell'opera alla
sorellina:
-- .... Però Riccardo vede che Arturo sta per fuggire con la regina,
quell'altra, sai? quella vestita di nero, e lo lascia andare: «Vattene,
scappa e non ci tornare più.»
Intanto il nonno scriveva da Milazzo di pensare al ritorno. All'idea
che quelle feste stavano per finire, ella aveva quasi voglia di
piangere; allora sedeva a tavolino e riempiva un foglio di preghiere,
scongiurando il nonno di accordare una dilazione, asserendo che era
necessario per la salute di Lauretta, promettendogli tutte le sue
carezze e i suoi baci se diceva di sì. E degli altri giorni scorrevano,
tra i passeggi, gli spettacoli, gl'inviti a pranzo. Una volta, alla
Marina, la loro carrozza s'incrociò con quella del babbo: aveva
a fianco una signora bruna, un po' grassa, colle guancie bianche
di cipria e dei grossi smeraldi alle orecchie. Guardò le bambine,
sporgendosi di scatto: lei s'irrigidì, guardandola fiso, duramente,
comprendendo che era quella per cui la sua mamma aveva tanto sofferto.
Ma la sera, a teatro come rappresentavano la -Lucia di Lammermoor-,
non ci pensò più: adesso non sapeva quale delle due opere fosse la più
bella. Quella comparsa di Edgardo in mezzo alla festa di nozze! e la
sfida dei due rivali! e la scena delle tombe: «Tu che a Dio spiegasti
l'ale!...» I motivi più belli le restavano tutti impressi; nel cantare:
«Verranno a te sull'aure i miei sospiri ardenti...» delle lacrime le
scorrevano sulle guancie.
Gli ultimi giorni passarono nelle visite di congedo, nelle compre di
tanti minuti oggetti da portare a casa. Le signore volevano sapere
dalle ragazze se lasciavano Palermo con dispiacere; ella rispondeva:
-- Non me ne parli!...
Ed alla cameriera della zia che le chiedeva quando sarebbe venuta
un'altra volta:
-- Presto!... -- rispondeva. -- Vi pare che io voglia stare in quella
bicocca?
Allora, mentre la donna rassettava la camera, ella cominciò a
interrogare:
-- Sentite: quanto vi dà la zia ogni mese?
-- Trenta lire.
-- E al cuoco?
-- Settantacinque.
-- E al cameriere?
-- Altre sessanta.
Si mise a far dei conti a memoria, poi chiese chi fosse il miglior
tappezziere, quanto costasse un quartiere sul Corso.
-- Ma che cosa le importa di questo?
-- Faccio i miei conti, -- esclamò -- perchè debbo metter casa anch'io!...
IV.
A Milazzo era arrivato il figliuolo del barone Accardi. Usciva
da un collegio di Napoli, e non si ripetevano che lodi per la sua
intelligenza e per la sua sveltezza. Poteva avere diciotto anni, ma era
lungo quanto un uomo, e delicato, magro, simpaticissimo.
Come aveva portato una macchina fotografica, non gli lasciavano un
giorno di riposo: parenti, amici, conoscenti, persone di servizio,
ciascuno voleva il ritratto. Una volta si fece un gruppo di venti
ragazzi; col capo nascosto sotto il manto nero, egli ammattiva,
gridando:
-- Fermi quelli lì!... Voialtri a sedere per terra... Più alta la
testa, quella signorina a sinistra!... no, di qui, alla mia sinistra...
Niccolino, vieni più innanzi... Fermi un momento!... Quella signorina
non si muova, quella lì, dico...
Lei che studiava la sua posa, voltandosi da tutti i lati, alzando
ed abbassando il capo, squassando i capelli, si confuse un poco; poi
disse, impettita:
-- Va bene così?
-- Va bene... ma fermi tutti gli altri!... Non ne facciamo niente!...
Venne fuori, sudato, sbuffando, e cominciò a metter lui a posto la
gente. Giunto vicino a lei, le prese il capo fra le mani, fermandolo
nella posizione giusta: ella si fece rossa. Adesso, nascosto
di nuovo sotto il manto, gridava: «Fermi tutti!...» e cavava il
tappo della lente; per non venire troppo di sbieco, lei si voltò
impercettibilmente.
Quando la fotografia fu incollata sul cartone e ciascuno potè vederla,
scoppiarono le lagnanze; ma Luigi Accardi protestava:
-- Se non volevano sentire!... Chi è stato fermo è venuto bene!... La
piccola Uzeda guardate!... invece, la grande...
-- Brrr!...
Ella scoppiò a ridere, vedendosi con tre teste annebbiate.
-- Se non stava ferma un momento!... -- protestò lui, arrossendo.
Però volle fargliene un altro apposta, da sola. Riuscì una bellezza.
Dopo averne mandato una copia alla zia Carlotta e un'altra al babbo,
lei ne volle una per sè. L'aveva serbata dentro il cassetto del
comodino, e ogni mattina, ancora a letto, o appena levata, lo cavava
fuori, restando un pezzo a guardarsi; c'era la firma di Luigi, fatta
con l'inchiostro rosso, in un angolo. Un giorno che era alla finestra,
sussultò, vedendolo passare e levar gli occhi. Da quella volta egli
si mise a seguirla da per tutto; e quando lo scorgeva, il cuore le
batteva forte forte. Pensava ancora a Niccolino Francia, ma Luigi era
più grande, più nobile, e le pareva più bello.
In inverno, i ragazzi si riunirono di nuovo, per recitare la commedia
in casa di lui. C'era un bel salone mutato in teatro; egli stesso
aveva dipinte le scene -- sapeva far tante cose! -- e intanto le
mamme preparavano i costumi. A Lauretta era toccata una particina,
e tutti se la mangiavano a baci, tanto faceva bene. Lei rifiutò due
parti: la prima perchè troppo lunga, la seconda troppo breve. Luigi,
che s'infastidiva facilmente, aveva con lei una gran pazienza, la
contentava in tutto, tanto che Maria Ferla un giorno le disse:
-- Lo sappiamo, lo sappiamo che spasseggia sotto le tue finestre!...
Lei si fece di bragia. Adesso lo guardava di nascosto, e abbassava gli
occhi quando si vedeva guardata da lui. Un giorno, visitando tutta la
casa del barone, insieme col nonno e tanti altri, entrarono nella sua
camera.
C'era una scansia piena di libri; un cannocchiale da teatro tutto di
madreperla sul tavolo e delle spade appese in croce al muro. Luigi le
porse quel cannocchiale per vedere un vapore che veniva dal Capo e se
ne andava verso Messina, con una striscia di fumo in mezzo al mare.
Così la seconda volta che Maria fece sentire un piccolo colpo di tosse
d'intelligenza intanto che si parlava di lui, ella la prese in disparte
e le disse, freddamente:
-- Sai, questi scherzi sono stupidi; adesso non siamo più delle bambine!
Ora aveva compiti tredici anni e voleva stare fra le signorine. Per
questo finì col rinunziare alla sua parte nella commedia, prendendosi
invece l'incarico di aiutare le altre nella toletta.
La rappresentazione fu un trionfo per Laura; gli spettatori avevano
le mani rosse, dal tanto applaudire, e due giorni dopo, aprendo la
-Gazzetta di Messina-, lei vi lesse il resoconto dello spettacolo. «La
piccola Laura Uzeda destò il generale entusiasmo. Con la sua figura
espressiva, con una -vis comica- degna di un'attrice consumata, fu
l'-enfant gatée- dello scelto uditorio...»
-- Laura!... Laura!... -- si mise a urlare. -- Sei nella gazzetta!...
Guarda, leggi!... Nonno!... dov'è il nonno?... È nella gazzetta! è
nella gazzetta!...
Sui giornali ci sarebbe stata anche lei, più tardi. Non stampavano,
quando si davano delle feste dal Prefetto, o alla Borsa, o in case
private, i nomi delle signore più belle? «La marchesa Grifeo, sempre
elegante; la signora Tucker, uno splendore di bruna, la Marignoli che
sembra la sorella della sua avvenentissima figlia...» Lei conosceva
così di nome tutta la società messinese, ne parlava con quanti venivano
dalla città e li lasciava tutti a bocca aperta.
Ah! se il nonno l'avesse contentata! Adesso che le vigne al -Gelso-
erano tutte piantate e che il Senato era a Firenze, egli vi andava
spesso; ma non le conduceva neppure fino a Messina, un po' col pretesto
della strada lunga, dicendo di voler aspettar la ferrovia che non
costruivano mai, un po' sostenendo che era il tempo dello studio
fecondo, dell'applicazione seria, e non degli svaghi. Come se, a non
voler studiare, fossero indispensabili le distrazioni!
Al contrario, se l'avessero condotta a Messina, lei avrebbe giurato
di risolvere cinquanta problemi in una volta e di tradurre tutte le
avventure di Telemaco! Voleva andare a Messina, era necessario che
v'andasse, per non restare come una grulla quando Luigi parlava del
teatro Vittorio Emanuele e del Duomo, della Villa e del Faro. E, con
lunghi sospiri, guardava il mare, la rada azzurra chiusa dai monti
lontani.
D'inverno, quando spuntavano le brutte giornate, essa appariva tutta
piena di bastimenti: flotte di trenta, di cinquanta legni obbligati a
rifugiarsi in quel gran bacino, con le vele ammainate, e sballottati
nondimeno dalle onde in convulsione che si rovesciavano sul passeggio
della marina, arrivavano fin sotto le case e lasciavano, ritirandosi,
un letto d'alighe secche, di sugheri, d'ogni sorta di detriti. In quei
giorni, la spopolata città era più deserta del solito; di sera non
usciva nessuno, la fila dei lampioni si rifletteva sul suolo bagnato
e l'oscurità pareva più fitta. Poi, una bella mattina, col sole, col
cielo azzurro, col mare tranquillo, non si vedeva più un bastimento
nella rada: erano tutti spariti, partiti, chi da levante, chi da
ponente, per Messina, per Palermo, per Napoli, per tutti i paesi più
grandi, più ricchi e più belli.
A una ricaduta di Laura, il nonno decise finalmente di condurre le
nipotine a Messina, per consultare un dottore, per far divagare la
malatuccia. Ricominciò la festa di Palermo: passeggiate, visite,
teatri, inviti: tutto il giorno in moto, lo studio messo da parte,
i libri lasciati a casa, Miss sola imbronciata. Com'era più bello il
teatro Vittorio Emanuele del Bellini di Palermo: grande, sfolgorante,
pieno di signore elegantissime, con una compagnia di prim'ordine
che rappresentava il -Roberto Devereux- e faceva accorrere gente dal
fondo della provincia. In platea c'erano tanti giovanotti eleganti e
un ufficiale biondo, con un'ombra di baffettini, che guardava sempre
dietro il cannocchiale. Lo volgeva anche verso di lei? Ogni sera si
sentiva guardata; i suoi sguardi correvano, suo malgrado, laggiù, e una
fiamma le bruciava il viso.
Se ne ricordava ancora a casa, di quell'ufficiale, malgrado rivedesse
Luigi Accardi; e così pensava a tutti e due, e a Niccolino Francia,
anche. Come Lauretta s'era divertita molto anche lei, il nonno consentì
di condurle altre volte a Messina; quando tornava dal Senato, esse
gli andavano incontro fino alla città; e a furia di fare la via, la
sapevano adesso a memoria: gli Archi, Spadafora, Baùso e Divieto vicini
l'uno all'altro, e poi la salita di Gesso -- -Ibbisu- -- il paesetto
arrampicato sulla montagna, e poi il tratto finale, più erto, con
la nebbia che avvolgeva spesso ogni cosa, coi cavalli che ansavano e
procedevano al passo, faticosamente; e poi il colpo di frusta della
discesa allegra, rapida, con la città e lo stretto spiegati come una
carta geografica, in fondo! Ella viveva dell'attesa e del ricordo di
quelle scorse; calcolava, volta per volta, quanti giorni mancavano
alla partenza, e numerava altrettanti ciottolini, raccogliendoli sulla
spiaggia di San Papino. Ogni giorno che passava, ne buttava uno dalla
finestra e faceva il conto dei rimanenti.
Quanti spartiti sapeva, adesso! A Milazzo, per sopportare più
pazientemente la noia di quel soggiorno, li suonava a pianoforte,
tutti, dalla prima all'ultima nota, imparando con la musica le parole.
Intanto che restava ferma e composta dinanzi allo strumento vibrante,
nella sua testa sfilavano tutte le eroine di quelle storie d'amore:
Gemma di Vergy, Maria di Rohan, la Favorita, la Traviata, che, vestite
di abiti sontuosi, tempestati di gioie, passavan superbe e maestose tra
gli omaggi dei cavalieri e gl'inchini delle dame, o pazze d'amore, coi
capelli disciolti sulle spalle, pallide e smarrite, in bianche vesti,
piangevano e vaneggiavano. Gli uomini spasimavano per esse, e com'era
bello quando sguainavano le spade lampeggianti, sfidandosi a morte!...
Ella si alzava, fremente d'emozione, e se n'andava alla finestra,
guardando il mare e le montagne di Gesso, violacee nella lontananza.
Certi giorni si metteva a cantare i motivi principali di quelle
opere, intanto che lavorava o passeggiava sulla terrazza, e una volta
cominciato, non smetteva più: le romanze succedevano alle romanze,
i duetti ai duetti, i cori ai cori; e poi, da capo, ripeteva senza
fine i pezzi più belli, intonava a voce più forte i finali maestosi,
intercalava alla musica seria le canzonette napoletane, i motivi
che fischiettavano i monelli, la -Giulia gentil-, l'-Una volta un
capitano-, instancabile, con la gola sempre fresca, come un merlo sulla
rama, finchè Miss, o il nonno, o la sorella non gridavano:
-- Assez!... Basta, Teresa!... per carità!....
Smetteva un poco, poi ricominciava, sottovoce. Voleva esser trattata
come una signorina, ma era ancora una monella. La bambola aveva sempre
tutte le sue cure. E la sera, con la paura antica, voleva che Stefana,
accanto al capezzale, le raccontasse le fiabe.
Il repertorio ne era esaurito, talchè la donna ripeteva sempre
le stesse: -La sorella del Conte-, -Rossa come fuoco-, -Il Re
Cavallo-morto-, -I sette ladri-, -L'infante Margherita-, -Dammi il
velo-, -La Mamma Draga-, -La Bella dei sette cedri-, -La Reginetta
schifiltosa-. Adesso le sapeva a memoria anche lei e le comprendeva
meglio. Le fanciulle leggiadre, fossero nate sul trono o nelle capanne,
facevano degli uomini quel che volevano; e invano essi cercavano
sottrarsi al loro potere. L'indovino, in cambio d'uno scialletto
che -Povera Bella- gli dava, le prediceva che sarebbe stata moglie
del figliuolo del re; e il figliuolo del re, udito quel discorso dal
balcone, si metteva a beffeggiarla:
-- Lo scialletto lo perdesti!
Ma il figlio del re non l'avesti!
-Povera Bella- rispondeva: «Che m'importa?»
-- Quello di suso e quello di giuso,
Il figlio del re ha da esser mio sposo.
Spero in Dio,
Il figlio del re ha da esser mio.
Spero in Dio e in tutti i Santi
Il figlio del re m'ha da essere accanto.
Il Reuzzo rideva, ma nel cuore gli restava una piccola piaga; e tutto
quello che egli faceva era inutile: -Povera Bella- restava per sempre
a suo canto!
Rosina, nel -Vaso di basilico-, era una povera ragazza senza mamma,
che se n'andava tutti i giorni a scuola; il figliuolo del re, dalla
terrazza del palazzo reale, cominciava a canzonarla, a giuocarle dei
tiri. Lei, che non si faceva mettere in mezzo da nessuno, glie ne
ordiva di più birboni; ma il giorno ch'ei non potè più vederla, fu per
morire e non guarì se non quando l'ottenne in moglie. Rosina, accorta,
fece impastare una bambola di zucchero e miele che era tutta il suo
ritratto, e la sera degli sponsali, mandato via nell'altra camera il
Reuzzo col pretesto che aveva vergogna di spogliarsi dinanzi a lui,
mise la bambola nel letto nuziale, nascondendosi poi lì sotto. Il
Reuzzo, tornato, cominciò a rinfacciare alla bambola tutti i torti che
Rosina gli aveva fatti, e chiedeva, con la sciabola in mano: «Ti penti
di questo? Ti penti di quest'altro?...» E la bambola a far segno di
no col capo, che Rosina tirava per mezzo di una funicella. Allora, giù
un terribile fendente. Ma, pentito, il Reuzzo si portava la lama alle
labbra, ed esclamava, con accento di dolore disperato; «Ah, com'era
dolce il sangue di mia moglie!...» Rosina usciva a un tratto dai suo
nascondiglio, e così restavano felici e contenti!
Però, alcune di quelle fiabe Stefana non voleva più narrarle; ella se
le faceva ripetere dalla moglie del fattore del Capo: quella del marito
geloso che, partendo dal suo paese, murava la moglie in casa, e del
Cavaliere che si faceva pappagallo per ottenerla; quella della -Sorella
del Conte- che, chiusa dal fratello per gelosia, si metteva a forare
il muro della prigione ed entrava così nella camera del Reuzzo, dove
ardeva una lampada preziosa.
-- Lampada d'oro, lampada d'argento,
Che fa il tuo Reuzzo, dorme o veglia?
La lampada rispondeva:
-- Entrate, signora, entrate sicura:
Il Reuzzo dorme -- non abbiate paura.
La contessinella entrava e andava a coricarsi a fianco del Reuzzo. Egli
si svegliava, l'abbracciava, la baciava, e le diceva:
-- Signora, donde siete? dove state?
Di quale Stato siete?
-- Reuzzo, cosa dite? che chiedete?
Tacetevi e godete...
Ma non erano soltanto gli uomini che impazzivano per le fanciulle; le
stesse Belle quanto penavano pei loro amanti! Nel -Re d'Amore-, nel
-Sorcetto con la coda puzzolente-, le ragazze andavano in cerca degli
innamorati; e quante fatiche aveva sopportate -Marvizia- per trovare
l'uccello verde, che era un principe reale! Vi erano delle reginette
così piene di coraggio nello sfidare le -Mamme Draghe-, nel correre
sperdute per il mondo, e così accorte nel cavarsi d'impiccio, così
ardite e così buone, che ella restava sbalordita d'ammirazione.
E belle, «quanto il sole, la luna e le stelle», o «tanto che non si può
dire», o «che facevano scordare tutte le altre!» Ora più di prima, ella
restava lungamente allo specchio, guardandosi. I suoi capelli erano
come d'oro, le scendevano fin sulla vita; il viso pareva quello della
prigioniera della -Mamma Draga-: bianco come neve, rosso come fuoco. Ma
ella era disperata, perchè fra i denti bianchissimi ne aveva uno storto
ed annerito. Era inutile pulirlo, strofinarlo con le polveri: non
sbiancava; e la lingua le correva sempre lì. Certe volte, dopo essere
rimasta un pezzo con la bocca aperta, a guardarlo, si diceva: «Infine,
non è poi tanto scuro: non si vede, quasi.» Ma la notte sognava
d'averlo nero come un pezzo di carbone, sentiva che glie lo tiravano,
forte forte, senza riuscire a strapparlo; e, dall'angoscia, si destava.
Un'altra angustia era per la statura. Piccina, tutti si meravigliavano
del suo sviluppo straordinario; invece, da dieci a quattordici anni,
era quasi restata la stessa. Aveva ancor tempo di crescere! -- le diceva
Stefana. -- Ma se fosse rimasta nana?... Ella non pensava che al tempo
in cui sarebbe stata una signorina per davvero; spingeva indietro i
giorni e i mesi col pensiero, quasi avrebbe voluto ancora numerare dei
ciottolini e buttarli via periodicamente, ad uno ad uno, per vedere
diminuire il tempo che le restava dinanzi fino ai diciassette anni,
fino ai sedici -- bastavano! -- delle ragazze del popolo non s'erano
maritate anche a quindici?
-- Ma bisogna esser donne... -- le disse Maria Ferla una volta,
misteriosamente, senza volersi spiegare.
Però, ella era cominciata a star male: dei capogiri, un'emicrania fitta
che non la lasciava; e una mattina, svegliandosi, vide tutti intorno
al suo letto: il nonno, Laura, Miss, Stefana, il medico; e delle
bottiglie, dei vasetti sul comodino, con un odore di spirito e d'aceto
diffuso per la camera.
-- Cos'è?... Cos'è stato?
-- Nulla!... Non è nulla...
Aveva avuto delle convulsioni terribili -- le raccontò poi Stefana
-- s'era contorta, afferrata alle barre del letto, e due uomini non
avevano potuto strapparla di lì.
Il male la riprendeva ancora a intervalli, e come i sintomi si
aggravavano ella cominciava ad aver paura.
-- Non è nulla, sciocca... Siamo tutte così!
L'ammalata era sempre Lauretta, impressionabile ad ogni soffio d'aria,
sempre fra letto e lettuccio. Per causa sua, ella doveva spesso
sacrificare qualche svago, rinunziare a incontrar Luigi Accardi;
e com'era impaziente che passassero le feste alle quali non poteva
prender parte! Certe volte; quando il suo proprio malessere cresceva,
si sentiva vincere da una grande insofferenza, in quella casa così
piena di noia. Piangeva, dicendosi che era orfana, costretta a vivere
in quel paese, a subire le astiosità di Miss. Perchè non aveva più la
sua mamma?
Rammentandosi le parole del nonno: «Povere piccine, esse non sanno
quel che hanno perduto», riconosceva adesso che egli aveva avuto
ragione: ora soltanto cominciava a comprendere che cosa fosse non
trovarsela accanto! E restava lunghe ore in contemplazione dinanzi
al suo ritratto, fatto da un gran pittore, a Firenze. Com'era bella!
Quegli occhi, come parlavano, come dicevano la dolcezza del cuore! Ella
la chiamava: «Mamma, oh mamma mia!...» e al ricordo confuso del bene
che le aveva voluto, di certi abbracci fitti, furiosi, che le aveva
dati, di certe parole che le aveva dette all'orecchio, scoppiava in
pianto, sentiva che niente poteva più consolarla. Ma pensando che senza
i dolori che le avevano procurati, la poveretta non sarebbe morta così
presto, così giovane, nel fiore degli anni, le sue lacrime cessavano di
scorrere, un rancore le invadeva l'anima contro quelli che l'avevano
fatta soffrire. La sera, quando Stefana sedeva al suo capezzale, ella
le chiedeva di narrarle quella storia, di dirle perchè il babbo se
n'era andato di casa, perchè s'era presa un'altra moglie. Stefana non
voleva rispondere, o diceva: «E stata colpa di quella femminaccia»,
però, a proposito di altre cose, ella le strappava qualche notizia. Il
nonno aveva cinquant'anni, aveva preso moglie giovanissimo; ed anche la
povera mamma era stata maritata da lui a sedici appena, senza che ella
neppur conoscesse il suo promesso; le prime liti anzi erano scoppiate
fra lui e il nonno per quistioni d'interesse. La colpa era anche del
barone, che voleva sempre far troppo di suo capo. Poi un altro sbaglio
era stato quello di andarsene via da Milazzo, di girare pel mondo.
La mamma, poveretta, aveva creduto di far meglio, a contentar suo
marito; ma quanto se n'era pentita! Bastava dire che dai dispiaceri
avuti durante la gravidanza di Laura, la piccolina era nata così
malaticcia. Poi il babbo l'aveva lasciata, s'era presa un'altra moglie
mentre lei era ancor viva!... Adesso ella comprendeva perchè il nonno
l'avesse con lui! e adesso si spiegava le scene di Firenze, le continue
liti, l'arrivo del nonno; adesso capiva che quel giorno in cui ella
aveva fatto la cattiva perchè non s'andava a teatro, era accaduta la
quistione più grossa dopo la quale il babbo era andato via.
Povera mamma! Ella si struggeva al pensiero delle lacrime che avea
versate; ma, compiangendola, non riusciva a capire perchè poi s'era
presa tanta pena per uno che l'aveva così maltrattata! Senza saper bene
che cosa avrebbe fatto lei stessa, si diceva: «Se fossi stata io!...»
Poi, paragonando alla mamma quell'altra donna vista a Palermo, non
capiva neppure come il babbo l'avesse preferita: era più vecchia, più
brutta! Che cosa aveva ordito colei, per stregarlo così? E allora si
rammentava delle opere dove c'erano delle passioni strane e fatali,
delle fiabe dove si narrava la potenza di certi incantesimi.
Per lei, che cosa avrebbe fatto Luigi Accardi? Lo vedeva passare sempre
sotto le sue finestre; la domenica, a messa, si sentiva guardata
continuamente; e quello sguardo l'attirava, la turbava. Era un
turbamento come quello che aveva provato pel conte Rossi, per Bianca
Giuntini; ma più profondo, più intenso. Niccolino le correva appresso
anche lui; ma ora non le piaceva più. Quando qualche ragazza andava
a marito e Stefana, nel commentar la notizia, diceva: «Per voialtre
ci pensa vostro nonno», ella sorrideva tra sè: l'imagine di Luigi si
faceva più viva, più presente; ella gli parlava: «Non dubitare, avranno
da fare i conti con me!» Quando non poteva vederlo, quando non la
lasciavano andar fuori perchè non si distraesse dallo studio, ella si
sentiva sacrificata, gli chiedeva perdono in cuor suo, e pensava: «Se
ci lasciassero sempre insieme, come contenterei il nonno e Miss! come
studierei di più, da mattina a sera!» S'irritava, a sentirsi trattata
come una bambina, a vedersi attraversata nei suoi giusti desiderii,
quello dell'abito lungo, per esempio; e adesso le sue impazienze erano
più acri, i suoi rancori più ostinati. Certi giorni aveva delle voglie
di piangere, di gridare, di picchiare, anche d'esser picchiata; non
potendo far altro, aveva preso l'abitudine di scalfirsi con l'unghia
del pollice i polpastrelli delle altre dita; grattava fin quando la
pelle si staccava e il sangue trapelava: malgrado il bruciore, non
smetteva. Spesso se la pigliava con Laura, per una cosa da nulla, per
qualche parola od anche senza ragione; una volta che la sorella aveva
buttato inavvertitamente il calamaio sopra un suo ricamo, le si scagliò
contro, gridandole: «Assassina!» e tempestandola di pugni, con la gola
stretta, una fiamma dinanzi agli occhi... Il furore del nonno! E il
pianto della pace! Come i singhiozzi le strozzavano le parole con le
quali ella voleva dire alla sorellina il bene che le voleva!
-- Quanto!... Quanto!
Allora si rammentava quel che le aveva detto la mamma: «Vorrai sempre
bene alla tua sorellina? Sarai sempre la sua protettrice?...» e col
cuore traboccante di tenerezza, la prendeva in disparte, l'abbracciava,
le diceva i suoi progetti per l'avvenire: che sarebbero state sempre
insieme, si sarebbero maritate lo stesso giorno, e avrebbero avuta
una stessa casa, cioè due quartieri sopra uno stesso piano, cogli usci
dirimpetto; e la stessa sarta, la stessa pettinatrice, un palco insieme
a teatro.
-- Vedrai come ci divertiremo! Come guarirai di tutte le malattie!...
Intanto era Laura che proteggeva lei, che le otteneva dal nonno ciò che
non le riusciva di strappargli lei stessa: la prima veste lunga, una
veste di stoffa azzurra, con un cappellino di velluto: una bellezza!
Però, bisognava metterla soltanto nei giorni di festa, nelle grandi
occasioni; e questo la seccava. Così, quando doveva andare in un posto
dove era sicura d'incontrare Luigi, prima che Miss le dicesse qual
veste dovesse mettere, ella correva all'armadio, ne toglieva quella di
stoffa, se la passava in un lampo, e disarmava poi il nonno a furia di
baci, di salti, di paroline all'orecchio e di battute di mano.
Spesso usciva sola, perchè la sorellina stava poco bene, aveva lo
sviluppo difficile. Una volta che le glandole del collo le gonfiarono,
il dottore ordinò l'applicazione delle sanguisughe. Che orrore! che
orrore! Ella avrebbe preferito morire piuttosto che lasciarsi attaccare
al collo quelle bestiacce viscide e nere. Che orrore! E che pena le
faceva la poveretta! Quando il barbiere s'avvicinò al letto con la
sua bottigliaccia, ella scappò nell'altra camera, si mise a pregare,
promettendo alla Madonna di vestir l'abito del voto se le guariva la
sorellina. E volle che glie lo facessero, l'abito di lana marrone, con
un laccio bianco attorno alla cintura e pendente sul fianco. Ma dopo
averlo portato qualche volta, visti i sorrisi di Maria Ferla e delle
altre lo smise.
-- Così mantieni quello che hai promesso? -- osservava Stefana.
-- Non debbo smetterlo più?... Adesso l'ho portato abbastanza!... E poi,
cosa importa l'abito alla Madonna?... La Madonna mi legge nel cuore!
Non voleva sentirsi criticata dalle amiche, aveva vergogna di mostrarsi
in qualunque cosa inferiore ad esse. Da Firenze, dov'era stata in
collegio, era venuta la figlia del marchese D'Arrico; non poteva
soffrire di sentirla parlare della città in cui lei stessa era nata
ma di cui si rammentava tanto poco. Certe volte pensava se non era
meglio stare in collegio e in una grande città, piuttosto che in quel
paesuccio. Però il collegio non era molto allegro neanch'esso!...
Almeno qui, se tutti i giorni era una noia, veniva pure la festa della
domenica, quando ella, appena sveglia, pensava per prima cosa: «Oggi
non si studia! sono libera! mi vestirò di gala, andrò a passeggio,
vedrò Luigi!...» Ma come passava presto, quel giorno! E la sera come si
sentiva opprimere, pensando che la festa era finita, trovando che non
ne aveva goduto abbastanza!... Non sapeva ella stessa che cosa avrebbe
voluto fare, era scontenta di tutto, lo studio l'opprimeva mortalmente.
Del resto, Miss non aveva più nulla da apprendere.
Il nonno annunziò un giorno che aveva preso un professore. Ella
lavorava ancora ad imaginare come potesse esser fatto, quando capitò un
prete, grasso, intabaccato fin sul petto, con le unghie poco pulite.
Dava lezioni di lettere e di storia -- per le lingue restava Miss. Le
faceva mandare a memoria l'-Invito a Lesbia Cidonia- del Mascheroni:
«Perchè con voce di soavi carmi
Ti chiama all'alta Roma inclito cigno...»
una seccatura che a cercarla col lanternino non si sarebbe trovata
l'eguale in tutto il mondo. Già, quando lei sarebbe andata in società,
quando sarebbe stata in visita, a teatro, ai balli, avrebbe dovuto dire
per l'appunto: «Non sapete nulla? Perchè con voce di soavi carmi!...»
Meno male il Tasso. Dapprincipio la seccava anche lui; però a poco
a poco cominciò a gustarlo, vedeva i combattimenti dei Crociati coi
Turchi, i duelli di Tancredi ed Argante; ed Armida, quantunque fosse
una vecchia fattucchiera, le ispirava una grande pietà.
Doveva mandarne a memoria dei canti interi; però quando furono arrivati
al decimosesto, intanto che lei leggeva, il professore ingiunse:
-- Salti le due ottave seguenti.
-- Perchè?
-- Le dico di saltarle.
Le saltò, pel momento; ma, appena egli fu andato via, corse a leggerle:
Ella dinanzi al petto ha il vel diviso,
E il crin sparge incomposto al vento estivo;
Langue per vezzo, e il suo infiammato viso
Fan biancheggiando i bei sudor più vivo.
Qual raggio in onda, le scintilla un riso
Negli umidi occhi tremulo e lascivo.
Sovra lui pende: ed ei nel grembo molle
Le posa il capo, e il volto al volto attolle;
E i famelici sguardi avidamente
In lei pascendo, si consuma e strugge.
S'inchina, e i dolci baci ella sovente
Liba or dagli occhi, e dalle labbra or sugge:
Ed in quel punto ei sospirar si sente
Profondo sì, che pensi: or l'alma fugge,
E in lei trapassa peregrina. Ascosi
Mirano i duo guerrier gli atti amorosi.
Era tutto questo? Chi sa cosa si sarebbe aspettato! Che c'era dunque di
male? Ma già, non bisognava parlare d'amore, bisognava fingere di non
comprendere certi discorsi, evitare di guardar gli uomini, e poi se ne
sentivano di belle: la moglie del barone Lipari che aveva cacciata a
pedate la cameriera, perchè suo marito, quel vecchiaccio, l'andava a
trovare nel letto!
V.
Un giorno Laura non si alzò. Aveva gli occhi luccicanti, le labbra
aride e un febbrone da cavallo. Il dottore aspettò un poco prima di
pronunziarsi, poi confabulò col nonno. Ella udì la parola -tifoidea-,
e il nonno cominciò a fare come un pazzo. Le grida con cui mandava via
la gente, con cui strapazzava le persone di servizio, s'udivano da un
capo all'altro della casa. Poi, quando passava dall'ammalata diventava
così buono, così dolce, così delicato, che non pareva più lui. Con
le sue mani forti e rugose confezionava le pillole, regolava le dosi
delle medicine, attento, minuzioso, pazientissimo. Andava lui stesso
in cucina, per curare la preparazione del brodo, delle gelatine che la
poveretta non assaggiava neppure. Allora lui cominciava a pregarla, a
insistere, promettendole tutto quel che voleva purchè prendesse qualche
cosa, accarezzandola, vezzeggiandola, e poi scoppiando a bestemmiare se
l'altra, con una nausea invincibile, rifiutava ancora.
-- Ebbene, nonno, prenderò quel che vuoi... non t'inquietare!...
Ella s'era messa accanto al letto della sorellina e non si muoveva più
di lì. Vedendo quelle povere guancie consumate dalla febbre, toccando
quelle manine ardenti, si sentiva struggere di tenerezza; avrebbe
voluto prendere lei stessa il suo male, le avrebbe dato un poco del
suo sangue. La sera, curvandosi a baciarla, prima d'andare a letto, le
diceva:
-- A domani, sorellina; ma guarita, veh!... E se guarita proprio
proprio non è possibile, migliorata almeno, con una febbricina leggiera
leggiera, e poi più leggiera ancora, fin quando non avrai più niente,
non è vero?... Allora, vorremo divertirci, sai!... Le belle passeggiate
che faremo, i regali che strapperemo al nonno: vedrai!...
Invece la febbre non cessava. Adesso, per ordine del dottore, una
volta il giorno avvolgevano quel povero corpo stremato dal male in un
lenzuolo imbevuto d'acqua e aceto: la malatina rabbrividiva, batteva
i denti, tremava, cogli occhi socchiusi che parevano rovesciarsi, ma
senza lamenti, senza impazienze, pregando soltanto il nonno di non
insistere a volerle dare del cibo.
Il babbo non sapeva ancora nulla; fu lei stessa che gli scrisse.
Allora cominciarono a piovere dei telegrammi, due il giorno, ai quali
bisognava rispondere subito. Ma perchè non veniva lui stesso? Che cosa
poteva trattenere un padre dall'accorrere al letto d'una figliuola in
quello stato? Ed ella l'accusava sordamente, comprendeva che il nonno
non parlasse mai di lui.
Pareva che quella febbre non dovesse cedere mai; invece un giorno
cominciò a declinare, e a poco a poco scomparve.
-- Hai visto?... Hai visto?... -- esclamava, carezzando il visino pallido
della sorellina. -- Te lo dicevo io che saresti guarita?... E quando
questa testina e quegli occhioni dicevano di no, di no, come se le
febbri durassero eterne?...
Una convalescenza interminabile, intanto. Passò un mese prima che Laura
potesse fare un giro per le stanze, un altro prima che potesse uscire
in carrozza chiusa.
Come veniva l'inverno, per distrarla il nonno ebbe un'idea: invitò i
suoi amici a passare la sera in casa sua. Venivano i Giuntini, i Ferla,
tanti altri, e conducevano tutti i figli; si giuocava alla tombola,
al sette e mezzo, al -lansquenet-. Luigi Accardi non mancava mai. Una
sera che le si era seduto accanto, ella sentì afferrarsi la mano sotto
il tavolo. Le parve d'udire un forte zufolìo, sentì freddo, poi una
vampa che le saliva alla fronte. La notte non potè dormire: un'angoscia
deliziosa le invadeva il cuore; ella si diceva raggomitolandosi
sotto le coltri: «Mi ama! Mi ama!... Com'è bello!... Quanto bene gli
voglio!...» e sorrideva pensando all'audacia con cui egli aveva sfidato
un pericolo.
Adesso, egli armeggiava sempre per sederle vicino, e le mani
s'annodavano, si stringevano, si accarezzavano. Tratto tratto, ella
svincolava la sua per non dar sospetto; ma doveva fare uno sforzo,
perchè egli non voleva lasciarla. Quando non erano seduti accanto, la
guardava a lungo, intensamente, cogli sguardi umidi, come se volesse
penetrarla tutta; ella lo guardava di sfuggita, rapidamente, e il
seno le si dilatava dalla felicità, gli occhi le ridevano, non poteva
star ferma, andava vicino a Laura tutta avvolta in uno scialletto, le
stampava dei baci sonori sulla fronte e sulle guancie.
Nelle buone giornate, usciva con lei in carrozza, ed era lieta di
farsi vedere con la sorellina, chinandosi a tirarle il -plaid- sulle
ginocchia, a chiederle come si sentisse. Luigi aveva un attacco
nuovo, un -phaeton- dalle ruote sottili straluccicanti. Egli passava
e ripassava vicino alla carrozza delle signorine, salutando, facendo
schioccar la sua frusta, e il cuore di lei si gonfiava d'orgoglio, ma
quando Laura diceva di sentir freddo e la loro carrozza rientrava, ella
non sapeva reprimere un moto di malumore.
In carnevale, il barone Accardi invitò la gente a ballare da lui: la
casa era stata rimessa apposta a nuovo, e gli oggetti del -cotillon-
venivano da Napoli. Tutta la società di Milazzo non parlava d'altro;
ella smaniava per esservi condotta.
Vi andò, finalmente, sola con Miss. Le parve di entrare in un
mondo nuovo; i suoni, le luci, il moto della danza la stordivano,
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