-- Ma te l'ho detto... Non ho provato nulla.
Egli aggrottò un poco le ciglia, scosse appena il capo; poi disse,
molto piano:
-- È lo stesso... lo so... Egli t'amava meglio di me.
V'era, per la prima volta, un'umiltà così triste e rassegnata
nell'accento di lui, che ella sentì una pena acutissima morderle il
cuore. Gli s'afferrò a un tratto alle spalle, lo costrinse a guardarla.
-- Perchè dici questo?... Enrico?... Rispondi!
Egli rispose, sempre molto piano:
-- Perchè... perchè io non so dirti le cose che ti diceva lui, perchè
egli ti sapeva comprendere... perchè io valgo meno...
Ella proruppe:
-- Oh! oh!... Amore!... Amor mio!... Povero Amore!
Si strinse, s'avvinghiò a lui, comprendendo il male immeritato che gli
aveva fatto, il pericolo di perderlo a cui s'esponeva da quella stolta
che era.
-- Ma tu non sai quel che mi fece soffrire?... E tu credi che l'amore si
pesi, che le parole lo misurino?... Ognuno ama come sa... Anch'io non
ti so dire che l'amor tuo è tutta la mia vita... Guardami!... Il tuo
sguardo è sincero, le sue parole mentivano...
Ella stessa mentiva! Era vero! Dell'uomo che adesso aveva a fianco
vedeva i difetti, e di quello che aveva perduto apprezzava le
qualità!... Ma se Arconti non le aveva procurato i trionfi mondani, e
se Enrico non appagava il suo bisogno di sodisfazioni intellettuali,
non v'erano altri capaci di darle tutto ad un tempo? Quando udiva
parlare delle passioni altrui, supponeva che fossero come quelle da
lei sognate: straordinarie, eccelse, immortali! Forse era un inganno,
perchè due creature non avrebbero potuto conoscersi intimamente senza
scoprirsi dei difetti, senza andare incontro a dei malintesi...
L'amore ideale era dunque quello che si salvava dalle cadute, che
non si confessava neppure, che si nutriva secretamente ad insaputa
dell'oggetto amato?... Ma ella ne aveva provato uno così, per Morani...
e adesso s'accorgeva che questo non aveva lasciato nessuna traccia nel
suo cuore e nel suo pensiero, che lo stesso ricordo se n'era disperso,
come se non fosse sorto mai!... Ve n'era dunque qualcuno a cui si
potesse credere? Quello d'Enrico non sarebbe morto anch'esso -- se pure
viveva?...
Per stordirsi, s'ingolfava sempre più nella vita mondana. La toletta,
le conversazioni, i balli, i teatri la distraevano; in società
ella ritrovava la sicurezza di valer molto ancora. A poco a poco,
il ricordo di Arconti, che ella non incontrava più, si tornò a
cancellare. Un periodo di calma cominciò, durante il quale ella fece
però una dolorosa scoperta: ingrassava. Le sue vesti non le andavano
più, il busto doveva essere continuamente slargato... Ella avrebbe
tutto preferito a questo disastro, alla deformazione del suo corpo,
al sintomo prosaico e volgare d'un vegetamento materiale. A parecchi
per volta, metteva in opera tutti gli espedienti adatti a combattere
quell'indecente grassezza: dei giorni andava in giro dalla mattina
alla sera, non beveva acqua, non toccava pane, si privava di dolci e
di gelati, si saturava d'aceto e di farmaci: ma non riusciva a nulla.
L'idea di perdere la -ligne- la disperava: si stringeva i fianchi
fino alla soffocazione, evitava di guardarsi allo specchio che le
rivelava quella mostruosità. E un giorno che vi si mirò da presso,
contro la luce, ne scoprì un'altra: sulle tempie, sulla fronte,
aveva dei fili d'argento... Cominciò per strapparli, certa che non
avrebbe adoperata una tintura; però, col tempo, come ricrescevano
moltiplicandosi, discusse tra sè la convenienza di tingerli. Se ella
fosse stata vecchia, non avrebbe pensato a un artifizio ridicolo;
ma aveva trentott'anni, quella canizie era troppo precoce, poteva e
doveva combattersi... Il giorno che adoperò la tintura, una tristezza
mortale le chiuse il cuore, insieme con una specie di rimorso, come
se avesse fatto qualche cosa di male. Con Enrico, ella parlò della sua
vecchiezza; gli disse, passandosi una mano sulla fronte:
-- Mio Dio, come posso ancora piacerti!
Avrebbe voluto che egli la rassicurasse, che affermasse ancora la
forza della sua seduzione; ma egli non diceva niente. S'intiepidiva
anche lui?... Certi giorni, sentendo che egli non era più quello di
prima, ella lo interrogava ansiosamente, volendo esser confortata,
rassicurata, sperando che ella stessa si sarebbe infiammata: egli
rispondeva che era sempre lo stesso.
-- Perchè non mi dici dunque delle cose care?
-- -Ognuno ama come sa!-
Egli aveva preso in mala parte quelle sue parole, le ripeteva con
una intonazione sottilmente ironica, come se contenessero un biasimo
per lui. L'amor proprio dell'uomo era rimasto offeso dalla coscienza
d'una inferiorità dinanzi ad Arconti; e tutto ciò che ella tentava
per dissipare quella persuasione, era invano. Ella si umiliava, gli
domandava perdono; poi gli proponeva di andar via, lo scongiurava di
dirle se v'era qualcosa in lei che gli dispiacesse; egli rispondeva:
-- No, no.
-- Ma dunque, che hai? Perchè mi rimproveri? Perchè mi accusi?
-- Non t'accuso. Capisco...
-- Che cosa? di' su!...
-- Che non ti contento, che non sono fatto per te...
Ogni protesta era inutile: egli scrollava il capo, cedeva per poco
dinanzi all'insistenza dolente di lei; poi ricominciava. Allora, ella
esclamava:
-- Ma non capisci che se tu non combatti questa triste persuasione,
l'amor tuo si scuoterà?...
-- Sei tu che mi sfuggi...
-- Io? Io?... Ma come?... Come debbo fare per mostrarti quanto t'amo?...
Che cosa ti dà ombra?... Sei geloso di qualcuno?...
-- No...
-- Non lo negare, confessalo!... Non fare come l'altro, non covare
qualche cosa nell'animo... Sarà funesto: credi a me che l'ho imparato
a mie spese... Di', sei geloso?...
-- No, ma no!...
Ella finiva per credergli, poichè la sua gelosia sarebbe stata senza
ragione.
Non voleva notare nessuno fra quelli che le facevano la corte,
metteva a posto il principe di Lucrino che tornava a rappresentarle
il tormento del ricordo; ma delle ore di scoraggiamento suonavano per
lei, durante le quali sentiva che tutte le sue prove non erano per
anco superate. L'orgoglio di Enrico, che ella aveva involontariamente
offeso, non s'acquetava; ma quando pure egli non avesse avvertita la
propria inferiorità dinanzi ad Arconti, l'idea d'esser venuto dopo,
la confessione del suo passato che ella gli aveva fatta, non doveva
intiepidirlo?... Ella aveva intuito tutto questo, a Palermo; gli
ammaestramenti della vita non giovavano proprio a nulla?... Però,
dinanzi al mutato contegno dell'amante, ella riconosceva tutta la
sciocchezza delle proprie inguaribili pose sentimentali. No, il suo
passato di fanciulla non era risorto per virtù di quell'uomo: egli
aveva capito soltanto di poterne trarre profitto. No, quell'amore
non l'aveva redenta, l'aveva compromessa peggio: non l'avvertiva
nei discorsi della gente, nel contegno più libero degli uomini,
nell'ostilità crescente delle donne?... Alcuni credevano ancora che
la sua relazione con Arconti non fosse rotta, altri le davano nuovi
amanti. Ella alzava le spalle; ma la sua indifferenza cessò il giorno
in cui apprese la voce incominciata a diffondersi: che ella s'era
messa con Sartana calcolando sopra un doppio divorzio per farsi
sposare da lui e divenire duchessa!... Così, nello stesso punto in
cui ella apprezzava il nuovo danno che s'era cagionato, la malvagità
sempre desta le attribuiva l'intenzione di un indegno mercato! Era
dunque inutile aver sempre pagato del proprio, non aver ricavato che
dolori dalle sue cadute: bisognava ancora subir l'onta di quest'altro
sospetto!...
E nel ripeterle che non l'accontentava, Enrico alludeva adesso a
qualcuno di quelli che le stavano intorno. Ella esclamava:
-- Senti, ho sofferto abbastanza; non mi fido più di lottare. Se
tu cerchi dei pretesti perchè non m'ami più, dimmelo francamente;
preferirò una dichiarazione leale, per dolorosa che possa essere...
Egli protestava abbracciandola fitta:
-- Io non amarti più? Ma è la paura di perderti che mi fa dir questo!...
-- Oh! Sarai tu che mi lascerai...
Dei buoni giorni venivano ancora. Per dissipare le paure di lui, ella
metteva in canzonatura i proprii adoratori: delle figure brutte,
dei tipi quasi comici: Respini, uno spadaccino stomachevole con la
presunzione d'un coraggio a cui ella non credeva; Forti, un letterato
che parlava in punta di forchetta, dicendo -debbe- invece di -deve- e
-qualsivoglia persona- invece di -ognuno-.
-- E puoi credere che io ti preferisca uno di costoro? Ma rendi un po'
di giustizia al mio buon gusto, almeno! Se io non fossi piena di te, se
volessi -flirtare-, sceglierei qualcuno che ne valesse la pena!...
-- Per esempio?...
-- Ma, non saprei...
Allora, egli cominciava a nominare della gente, senza indovinare. La
corte di Giacomo Spinola, il bel poeta, l'elegante romanziere di cui
tutti parlavano, l'avrebbe molto lusingata; e se uno di quei principi
reali di cui ella ammirava il coraggio e le virtù l'avesse voluta, come
avrebbe potuto resistergli?...
Nessuno le piaceva fra quelli che la circondavano; un giorno, però,
le presentarono un giovane del quale ella aveva molto sentito parlare
come d'un ingegno fuor del comune, destinato a un brillante avvenire:
Vittorio Bergati, il figliuolo dell'ex-ministro degli esteri. Di
persona era avvenente, bastarono pochi minuti di conversazione perchè
ella accertasse che la sua reputazione non era usurpata. Il martedì
seguente si presentò da lei. L'eleganza e la competenza mondana di
Enrico le parvero a un tratto mediocri dinanzi a quelle del giovane,
che aveva passato molti anni a Parigi per completarvi i suoi studii.
Era Toscano, e la sua voce aveva un timbro indefinibile, pieno di
turbamento; sapeva parlare di tutto, d'arte sopratutto; era intimo di
Alessandro Dumas; in quella prima visita le narrò l'intreccio della
commedia alla quale l'autore da lei ammirato lavorava da tempo. Restò
a lungo, fin quando tutti gli altri se ne furono andati; si alzò a un
tratto, quasi facendosi forza e dicendo:
-- La sua conversazione è così piena di- charme!-...
Ella restò seduta nell'angolo del suo divano, non udì la voce del
cameriere che annunziava:
-- La signora è servita.
Perchè quella figura l'attraeva? Perchè pensava a lui?... Il domani
egli mandò delle novità francesi che le aveva promesse; erano
accompagnate da un bigliettino in cui glie ne chiedeva dei giudizii.
Quando Enrico lo lesse, non disse nulla; indugiò soltanto un poco a
rimetterlo sul tavolo.
-- Lo conosci? -- chiese ella.
-- Sì... -- rispose con un dubbio e impercettibile sorriso.
-- È un giovane garbato, intelligente...
-- Con questo, si può -flirtare?-
Ella sorrise più schiettamente. Rispose a lungo a Bergati riferendogli
le sue impressioni su quei libri; egli ne mandò altri dicendole: «I
suoi giudizii si potrebbero stampare con la firma del Sainte-Beuve.»
Allora, quella corrispondenza si fece più assidua. Egli veniva ogni
martedì, ma le sue parole non esprimevano altro che un'ammirazione
deferente; nelle lettere era più esplicito, in una le chiedeva di
annoverarlo fra i suoi amici, un'altra finiva dicendo: «Si rammenti
Ella qualche volta del più devoto dei suoi amici, che si ricorda sempre
di Lei.»
Ella lasciava le lettere sul tavolo; quando Enrico lesse quelle parole,
osservò:
-- Questa, al mio paese, non si chiama una dichiarazione?
-- Come sei sospettoso!... È un complimento di chiusura.
-- Ah, si fanno così i complimenti?... Non lo sapevo... È vero che io
non so scrivere...
Era stupita della specie di divinazione ch'egli aveva del pericolo.
Le lodi di Bergati l'inebbriavano; il salotto le parve vuoto il
primo giorno che egli mancò; aspettava le sue lettere con un'ansia
secreta, le divorava -- e adesso le nascondeva, poichè venivano con tale
frequenza che avrebbero accresciuti i sospetti di Enrico. Come costui
si faceva più freddo, ella gli chiedeva:
-- Che hai?... Dillo una buona volta!...
-- Che cosa vedi?
Restavano a lungo senza dir niente, poi ella esclamava:
-- Siete tutti ad un modo!
-- Sì, hai ragione...
Adesso, ella pensava che le rispondesse apposta così, perchè era stanco
di lei, per spingerla ad una rottura; e i progressi della sua simpatia
per l'altro la spaventavano. Ora, nelle parole del giovane v'erano
delle reticenze piene di turbamento, i suoi sguardi l'abbracciavano
tutta; egli l'aspettava per le vie, l'accompagnava a casa, nell'ora
dolce del crepuscolo -- ed ella si chiedeva: «Ignora che io non sono
libera? Crede che io possa spartirmi fra loro?...» A questo pensiero,
si ribellava: mai sarebbe scesa tanto giù!
A certi momenti, una tristezza infinita la guadagnava; avea voglia di
chiudersi in camera a piangere tutta sola; se Enrico era con lei e le
chiedeva che avesse, rispondeva:
-- Non dirmi nulla; soffro.
Egli restava un poco senza parlare, poi se ne andava. La notte ella
aveva dei sogni torbidi, in cui vedeva dei presagi di sventura. Ed a
Bergati, quando erano soli, quando la conversazione prendeva il tono
d'una confidenza, ella parlava del vuoto della sua vita -- come ne
aveva parlato all'altro!... Ma se il suo amante era stanco di lei?..
E la stessa voce del doppio divorzio, del calcolo che ella avrebbe
fatto dandosi a Sartana, l'induceva a provare il suo disinteresse,
riprendendo la sua libertà.
Già Enrico parlava di partire per Napoli, dove lo chiamava una lite
di sua moglie, una storia che le pareva un pretesto. Ah! ella non
avrebbe sofferto una seconda volta l'umiliazione dell'abbandono! E
come anche Bergati minacciava d'andarsene a Parigi, dove aveva un
fratello accasato, ella scrollava il capo, pensando tra sè: «No, che
non partirai per adesso!...»
Un sabato, mentre ella leggeva accanto alla finestra, il cameriere le
recò una carta di lui, -cornée- e con due parole scritte su a lapis:
-per congedo-. Di scatto, ella disse:
-- È andato via?
-- Nossignora, aspetta di sapere se la signora è in casa.
-- Fatelo passare.
Il biglietto era caduto per terra; ella si strinse con le mani le
tempie, nel tardo pentimento di quel consenso che la perdeva. Ma se
partiva per sempre! Se forse partiva per lei, non reggendo al tormento
di saperla di un altro! No, no: egli non poteva partire così!...
Ella dunque voleva ricominciare un'altra volta? Non era ammaestrata
abbastanza? Non si sentiva vecchia oramai, giunta all'età della
rinunzia?... Ma fattasi allo specchio per acconciarsi i capelli, ella
trovava che no, e la secreta brama di sentirsi apprezzata da lui la
struggeva... E cadere ancora! precipitare sempre più giù... Ma non era
la ferrea legge del suo destino? A che pro ribellarsi? Ella scrollava
le spalle: oramai! oramai!... Ed Enrico? come lasciarlo?... Non era
invece egli stesso che non la voleva?...
Il cameriere annunziò:
-- È di là.
Prima di schiuder l'uscio del salotto, ella si compresse forte il
cuore: le batteva come se fosse sul punto di rompersi. Aprì con un atto
di risoluzione, gli andò incontro col braccio disteso:
-- Sono lieta di poterle stringere la mano, se parte...
-- Al contrario, son io che la ringrazio... e le chiedo scusa di aver
forzato la consegna...
-- Ma per lei non teneva! Due vecchi amici come noi non si lasciano
senza salutarsi, non è vero? Va a Parigi?
-- Sì.
-- Spero bene -- aggiunse subito, con aria disinvolta -- che non ci lascia
per sempre, che la rivedremo presto?
Egli rispose, vagamente:
-- Non so.
Tacquero un poco entrambi. Ella gli chiese notizie della famiglia di
suo fratello, ma non udiva le parole di lui. Pensava: «È una prova che
vuol fare? Che cosa mi dirà?...»
-- E lei, stette molto a Parigi?
-- Oh, pochissimo: due mesi appena. Ma è una città che mi attira... La
saluti per me!
-- Se avesse dei comandi da darmi...
-- Grazie!
Egli s'alzò; stringendole la mano, continuava:
-- Mi farebbe il più gradito dei regali!
-- Grazie... Non so, in questo momento... Parte subito?
-- Domani l'altro.
-- Avrò dunque il tempo di pensarci. Grazie, comunque...
Allora, come le mani si sciolsero, come lo vide allontanarsi, sparire
dietro la cortina dell'uscio, ella si morse le labbra, stese le
braccia, e repentinamente passò di là, chiamando:
-- Allora senta, Bergati....
Egli tornò, fissandola in viso.
-- Volevo dirle, se può incaricarsi...
Fu costretta ad appoggiarsi alla spalliera d'una poltrona. Il giovane
buttò ad un tratto la sua mazza e il cappello, l'afferrò pel braccio
che usciva nudo dall'ampia manica della veste da camera, esclamando,
con l'espressione dell'estasi:
-- Ah!... ah!... non si resiste, non è possibile!... Volevo fuggirvi, io
che v'adoro!...
Ella si velò la faccia con le mani, egli la stringeva alla vita,
tentando baciarle la guancia. Doveva dirgli: «Ma io non posso esser
vostra!...» e sentiva che la sua condotta le toglieva ogni possibilità
di resistenza. Come l'imagine di Enrico sorse nella sua memoria, si
lasciò cadere sulla poltrona, esclamando:
-- Mio Dio! Mio Dio! Perchè avete fatto questo?...
Il giovane le era in ginocchio dinanzi, le sollevava il capo, e
una musica di parole or sommesse ora vibrate, dolcissime tutte, le
carezzava l'orecchio:
-- Di che temete, povero cuore?... Io vi chiedo di lasciarvi adorare,
come una Madonna, dall'ombra... Se sapeste che meraviglia!... Non credo
ai miei sensi... Che gratitudine sarà la mia!... Come v'ho amata, da
lontano, prima di conoscervi ancora, comprendendo che voi sola eravate
degna d'amore! Come credetti di sognare, quando ottenni la vostra
intimità, quando compresi di non esservi indifferente, quando voi mi
confidaste le tristezze della vostra vita!... Farvele dimenticare è
tutta la mia ambizione. Che orgoglio metterò nell'obbedire tutte le
vostre volontà, tutte! tutte! Sorridete dunque, dolcezza...
E fece per baciarla sulla bocca.
-- Ah!
-- No, no... se non volete...
Ella lo respingeva ancora automaticamente, scongiurando:
-- Lasciatemi, per pietà...
-- Ebbene... non v'è felicità eguale a questa di starvi vicino, ma se
voi non volete... guardate: obbedirò...
Allora ella disse:
-- Non partirete?
-- Ma no! Credevate che fosse possibile?... Resterò vicino a voi, vi
scriverò, tutti i giorni! consentirete che venga talvolta?...
-- I martedì solamente?
-- Solamente!... Sarete contenta di me!... Mi date adesso quel fiore?
Ella aveva una rosa appuntata alla cintura, una povera rosa mezzo
sfogliata da quella tempesta: la portò alle labbra, glie la porse. Egli
ne bevve il profumo, baciandola.
-- Adesso, lasciatemi...
Egli le baciò la mano, dall'uscio le mandò ancora un bacio sulla punta
delle dita. Ella s'alzò, scuotendosi per tutta la persona, coi pugni
chiusi, le braccia distese, mormorando in un sibilo: «È fatto!...»
Non le era permesso nessun dubbio; sapeva che cosa sarebbe stata
l'obbedienza di quell'uomo. Ed era stata lei! E non aveva trovata una
parola di protesta, neppure per fingere! E qualche ora dopo, mentre era
ancora tutta piena di lui, Enrico appariva!
-- Ho una notizia da darti, -- egli disse.
-- Che c'è'?
-- Debbo andare a Napoli, per la lite di mia moglie.
Un senso infinito di sollievo la penetrò ad un tratto. Ella aveva del
tempo dinanzi a sè, qualche cosa sarebbe accaduto. Enrico era molto
freddo, parlava unicamente di quella seccatura capitatagli addosso;
andò via prima dell'ora consueta.
-- Tornerai presto?
-- Appena potrò.
La menzogna, la doppiezza orribile, il rimorso atroce le erano
risparmiati! E le lettere di Vittorio cominciarono a piovere: vibranti
di passione, traboccanti di poesia, più belle, più inebbrianti di
quelle di Arconti. Ella gli rispondeva, scongiurandolo di esser più
calmo, di rammentarsi la promessa obbedienza. Il martedì seguente venne
a trovarla; per fortuna, il suo salotto era sempre pieno di gente.
Egli scriveva ancora, ed Enrico, da Napoli, non le mandava neppure
un rigo. Vittorio veniva a trovarla a teatro, l'aspettava per via,
sollecitava in premio della sua saggezza dei convegni dinanzi alla
gente, che ella non poteva negargli. Ma lottava ancora, aspettando
sempre che l'altro si ricordasse di lei, la sorreggesse con una buona
parola, con un richiamo alle passate dolcezze. Non veniva nulla. Ella
resisteva sempre, ma cominciando a capitolare tra sè, dicendosi: «Se
oggi non scriverà, se domani non scriverà...» I giorni passavano, le
lettere di Vittorio le creavano intorno una calda, struggente atmosfera
di passione. Erano due mesi appena che l'aveva conosciuto; il giorno
in cui si compirono, egli le mandò un libriccino in forma di piccolo
album, rilegato in rosso. Aveva per titolo: -Le livre des Pensées-;
su ciascun foglio di cartoncino erano appiccicate delle -pensées-
variopinte, screziate come grandi ale di farfalle, e scritti dei
pensieri d'amore, in francese: «Lorsque vous vous réveillez, et que le
premier rayon de lumière frappe vos yeux, dites-vous: Il m'aime et ce
rayon m'apporte son salut... Lorsque vous lisez dans les livres des
mots d'amour, songez que les plus beaux, les plus tendres, les plus
suaves vous viennent de moi.... Lorsque vous êtes gaie, songez que
votre sourire est ma raison de vivre... Lorsque vous voyez des fleurs,
songez que je voudrais les faucher toutes, en faire des tapis pour vos
pieds, des parures pour vos cheveux, des couches pour votre corps...»
Ella rimase come stordita da quella lettura. Il domani, andò fuori
a piedi, girò lungamente; stanca, stava per salire in carrozzella a
piazza di Spagna per tornare a casa, quand'egli le si avvicinò. Per non
perdere la sua compagnia, rinunziò alla carrozza. In mezzo ai discorsi
indifferenti, egli metteva all'improvviso delle parole d'amore, dette
sommessamente, con voce turbatrice, quasi all'orecchio. La stanchezza
di lei cresceva; la via era lunga, l'aria scura, le prime fiammelle di
gas brillavano nelle mostre dei magazzini. Le gambe le si piegavano:
avrebbe voluto appoggiarsi al suo braccio, cadere con lui su qualche
cosa di soffice. Continuò ancora ad avanzarsi, a trascinarsi fino a
casa. Quando furono presso al portone, egli disse, piano:
-- Mi permettete di salire un istante?
-- No... no...
-- Perchè? che c'è di male?... Un istante, volete?
Ella pensò: «Se il portiere mi desse una lettera di Enrico!» Il
portiere non aveva nulla.
Enrico arrivò il domani. Ella lo ricevette nel salotto, respinse
l'abbraccio che tentava di darle con un'aria gioconda.
-- Che hai?... Mi accogli così?
Ella disse, con voce gelata:
-- Credo che v'inganniate. Non v'è fra noi più nulla di comune.
-- Teresa!... Che accade?... Perchè?... Sei tu che dici questo?
-- Siete stato voi che m'avete lasciata come si lascia una cameriera.
Per quindici giorni, non m'avete scritto un rigo, non m'avete degnata
d'un pensiero. Adesso, vorreste ricominciare quel che vi torna comodo:
vi ripeto che v'ingannate.
Egli si passò una mano sulla fronte; disse, smarrito:
-- Tu mi scacci?... Ma è un sogno?... Ma non ti ho scritto, perchè
ero in collera con te... perchè tu mi lasciasti andar via, senza una
parola, senza un rammarico... -- Le afferrò a un tratto una mano, la
strinse malgrado la resistenza di lei. -- Teresa!... guardami!... son
io!...
-- Lasciatemi...
-- Il tuo Enrico... quello che ti vuol tanto bene... E che anche tu vuoi
bene... quello a cui hai dette tante parole care, a cui hai giurato
tanto amore!... -- Le si appressò ancora di più, ella tremava come
per febbre. -- Teresa!... Infine, non è ragionevole, per due, per tre
lettere... per un broncio da innamorati... Se io ti voglio bene ancora!
sempre!... Teresa, Teresa mia...
Come avanzò le labbra contro le sue, ella gettò la testa indietro,
chiudendo gli occhi.
-- Non mi baciate.
Egli la lasciò. Si guardò intorno, fece qualche passo, le tornò vicino.
-- Tu dunque... non m'ami più?... Tu ami un altro?...
Ella non rispose. Nel silenzio, s'udiva il moto cadenzato dell'orologio
dell'anticamera. Con un altro tono di voce, egli riprese:
-- Perchè non volete dirlo?... Voi siete leale, la menzogna vi
ripugna... Perchè mentire?... Voi amate un altro... Bergati?...
Ella non rispose. L'altro continuò, abbassando talmente la voce che
s'udiva appena:
-- V'ama anch'egli?.. Ve l'ha detto?... Siete sua?
Ella si nascose ancora il viso tra le mani.
Allora, quell'uomo che ella aveva giudicato leggiero, incapace d'un
forte sentimento, stanco di lei, scoppiò in un pianto così dirotto,
così convulso, così tempestoso, che ella si sentì straziare.
-- Mio Dio!... Mio Dio!...
Non sapeva che fare, aveva paura di accostarglisi, ma non poteva
lasciarlo così. S'appressò alla poltrona su cui era caduto, contro la
cui spalliera nascondeva il capo; tentò di rialzarlo; ma il pianto
continuava impetuoso, soffocava le sillabe che egli tentava di
articolare.
-- Enrico!... Mio Dio, non vi disperate così... Siate forte, fatevi
coraggio... Siete un uomo, infine!...
Egli proruppe, con labbra contorte dallo spasmo:
-- E sei tu che mi dici questo! tu!... Ma non sai che mi strazii
l'anima?... Ascolta dunque: tu m'accusavi che sarei stato io a
lasciarti!... volevi strapparmi il cuore, se ti lasciavo... Te ne
ricordi, di'?...
-- Ma se non v'importava più di me!
-- Eri tu che mi sfuggivi...
-- Se eravate così freddo, chiuso in voi stesso, senza più confidenza...
Ho pianto anch'io, sapete! ho lottato! ho sofferto!... Una vostra
lettera, una vostra parola m'avrebbe salvata...
-- Oh!... Oh!... hai fatto questo! Tu!
A un tratto, le passò un braccio attorno alla vita, alzò gli occhi
supplici e lacrimosi su di lei; disse, a parole mozze, a sillabe
fischianti:
-- Ebbene, senti... quell'uomo ti lascerà... lo conosco, sai!... dopo
averti ubbriacata di parole, ti lascerà... Ebbene, quando... t'avrà
lasciata... io sarò ancora qui... aspetterò...
Ella sentì stringersi la gola; gli fe' cenno di tacere; egli continuò:
-- T'aspetterò... che importa?... Aspettai tanto!... T'ho voluta bene
fin da quando eri quasi una bambina!... Ti vorrò bene lo stesso!...
Io non so parlare, ma questo saprò dirlo, te lo dirò come si dice al
nostro paese... -amuruzzu-...
Allora scoppiò in pianto anche lei. La generosità di quell'uomo,
l'impeto insospettato di quella passione, le davano la tormentosa
coscienza della sua colpa e un rimorso acuto, lancinante, che
s'accresceva all'idea dell'irreparabile fatalità compitasi.
-- Tu piangi!... Tu m'ami ancora, Teresa!...
Ella gli si strinse al petto, gli nascose il capo contro la spalla.
-- Ma allora... perchè?...
-- La fatalità!... l'abbandono in cui fui lasciata!... credevo che tutto
fosse finito... Ah! i miei presentimenti...
Le sue lacrime s'arrestarono, poichè ella sapeva adesso di mentire, non
dicendo a quell'uomo d'esser stata invece lei stessa.
-- Allora, se m'ami ancora...
-- E quell'altro?
Si alzò, tendendo le braccia al cielo:
-- Dio, fatemi morire!... No, non è vero che ho forza e coraggio;
se avessi coraggio, mi ucciderei... Sono vigliacca! vigliacca!
vigliacca!... Lasciatemi, andate; sono indegna di voi!...
Anch'egli si alzò; ella girava attorno per la stanza, come fuggendolo,
come cercando un partito.
-- Lasciatemi... Non posso continuare a vedervi, per ora... Non vedrò
neppur lui... Datemi tempo, lasciate che pensi, che rifletta... Anzi,
partite... vi scriverò...
Gli si fece dappresso, prendendogli una mano, fissandogli gli occhi
negli occhi.
-- Sarete saggio e forte?... Mi promettete che sarete ragionevole, che
non farete nulla?... Abbiate fiducia!... sperate!... Ma andate, andate,
per pietà... Addio!... no, arrivederci...
E rimasta finalmente sola, si lasciò cadere come corpo morto, rotta
in due, senza più forza nemmeno per pensare. Stefana vegliò tutta la
notte al suo fianco, non la lasciò se non quando la vide assopirsi.
Col giorno, appena desta, ella ebbe due lettere: una di lui, l'altra
di Vittorio. Ella si gettò su quest'ultima: era un inno squillante, la
smentita dell'accusa che l'altro, nella sua gelosia, aveva lanciata.
Egli stesso, nella sua, supplicava ancora, diceva di non poter partire,
le chiedeva un nuovo convegno. Non gli rispose. Riscrisse, facendosi
più umile, più insistente; ella gli mandò un biglietto con due parole:
«Parta, Addio.»
Egli non scrisse più. Tutto era dunque finito. E come Vittorio tornava
da lei, ella gli si buttava tra le braccia con impeto pazzo, cercando
nell'amor suo il compenso di quei dolori, di quei sacrifizii. Li
sospettava egli? Non le aveva letto nel viso, negli occhi infossati,
nelle parole sconnesse, l'ambascia per la quale era passata? Aveva una
pungente curiosità di saperlo. Lasciò un giorno le lettere di Enrico
sul -buvard-; scorgendole, egli chiese:
-- Di chi sono?
A capo basso, dopo un silenzio, rispose:
-- Di Enrico Sartana.
Egli scosse un poco il capo.
-- Leggile!
-- Non ne ho bisogno... so tutto...
Ella gli si fece vicina, chiedendo ancora:
-- Sapevi... anche prima?
-- Anche.
-- E che cosa provasti? Soffristi?
-- Oh, no... capivo bene che non ci era d'ostacolo.
Fu come se una mano le strappasse la benda dagli occhi. Ella comprese
che quell'uomo l'aveva sedotta senza sentir null'altro che il
desiderio brutale, studiando le sue frasi, fingendo la sua partenza,
rappresentando la commedia del rispetto; e al ricordo del disperato
dolore di Enrico, del cuore che aveva perduto e che apprezzava
ora soltanto, ella vedeva l'abisso in cui era caduta... Ma non era
soltanto il suo nuovo amante che mentiva: era ella stessa! No! no!
no! non era stata la passione, la fisima dell'amore che l'aveva fatta
cadere: era stata la corruzione di tutto l'essere suo miserabile!
Quando la sola perversità della sua natura aveva parlato in lei, ella
aveva ipocritamente recitata la commedia del sentimento! Aveva sempre
recitato una commedia! Aveva sempre finto! Metteva una gioia morbosa
nel confessarlo, avrebbe voluto insultarsi ad alta voce, chiamare
Enrico, spartirsi fra tutti... Comprendeva che oramai era destinata
a una serie di abbassamenti continui, si vedeva ridotta come tutte
quelle che un tempo le avevano fatto sdegno e ribrezzo ma che almeno
avevano il merito della sincerità: nulla avrebbe potuto salvarla! E
come il principe di Lucrino, incontrandola, tornava ad insistere, a
rammentarle il passato, a dirle: «Ma non sapete che c'è da tirarsi una
revolverata, per sfuggire a questo tormento?...» delle sdegnose parole
le prorompevano dal cuore:
-- Oh! nessuna di noi è degna di costarvi una puntura di spillo!...
IX.
Malgrado ella fosse partita a precipizio appena giunto il telegramma,
quando arrivò a Messina già la -Gazzetta- annunziava che il senatore
Palmi era morto a Milazzo, due giorni innanzi, nella tarda età di
ottantasette anni.
Ella aveva preveduta quella catastrofe; la sua paura era un'altra...
Era cominciata dal momento che il piroscafo entrava nello Stretto, nel
contemplare le rive che ella aveva lasciate da lunghissimi anni, per
le quali era passata spensierata e gioconda, quando non sospettava
neppure le nequizie che la vita le preparava. L'idea di appressarsi
alla piccola città dove era trascorsa la sua fanciullezza serena, di
rivedere la sua casa, il Castello, la spiaggia di San Papino, tutti i
luoghi incerti nella sua memoria, vaghi come cose sognate, della cui
esistenza ella quasi dubitava, le incuteva un muto terrore come se
delle cose sognate minacciassero di apparire nella realtà...
S'andava adesso in ferrovia, quella ferrovia che trent'anni addietro
dicevano di dover costrurre di giorno in giorno. Ma il piroscafo
aveva tanto tardato che non v'eran più treni; le convenne aspettare
il domani. Partì all'alba. Dal finestrino del vagone ella guardava il
paesaggio, i dorsi nudi dei monti, i burroni cincischiati e rovinosi,
come fossero delle vane parvenze, delle forme fantastiche. Il treno
andava lentamente per la ripida salita, cacciandosi in gallerie
interminabili, lungo le quali ella chiudeva gli occhi, fiutando dei
sali, sentendo crescere l'oscura minaccia che pesava su lei. Quando
vide le mura merlate di Gesso -- di -Ibbisu- -- ella cominciò a provare
uno stupore immenso. Era dunque proprio la via tante volte percorsa!
I luoghi, le cose esistevano ancora, eran sempre al loro posto!...
Adesso cominciava la discesa, appariva il mare, verde e spumoso, e
la penisoletta del Capo, e la striscia bianca della città. Allora
uno strano sorriso le spuntò sulle labbra: un momento, ebbe paura
d'impazzire; lo sguardo affettuoso di Stefana la sostenne. Era lì! era
lì!... S'avvicinava, spariva, riappariva più vicina, più grande, più
netta!...
La sua carrozza aspettava alla stazione; ella veniva riconoscendo la
via, i Mulini, il porto; si diceva: «La piazza del Carmine!... Ecco San
Giacomo!...» Le pareva che dovesse ancora passare un lungo tratto prima
d'essere a casa sua -- agli occhi della fanciulla, le distanze erano
parse tanto più grandi! Vi fu invece in pochi minuti. Salì le scale
appoggiandosi al braccio della vecchia, salutando con un cenno del
capo le persone sconosciute che avevano in viso la costernazione dal
lutto recente. La casa era vuota, triste, silenziosa; il passo di lei
risuonava per le stanze nude, quasi qualcuno la seguisse, invisibile;
ed ella sentiva opprimersi il cuore sempre più forte, sempre più fitto,
ritrovando la camera della mamma, quella di Lauretta, la sua propria,
i vecchi mobili, i ritratti polverosi alle pareti... Che fascino
misterioso nel risveglio delle sepolte memorie, nella contemplazione
delle cose scampate da tanti naufragi!... Ella sedette, chiudendo
gli occhi per veder apparire i suoi morti, la mamma, la sorellina, il
nonno; ma una disperazione la prendeva: i fantasmi non sorgevano, tanto
tempo era passato! tante imagini s'erano sovrapposte alle antiche!...
Ed ella stessa, era forse la creatura d'allora? La trasformazione
operatasi nel suo pensiero, nel suo cuore, nella stessa persona, era
così profonda, che ella si sentiva veramente divenuta estranea a sè
stessa. Nei giorni lontani dell'adolescenza, quanti sogni aveva sognati
ad occhi aperti fra quelle mura, insofferente del presente, impaziente
dell'avvenire? E l'avvenire d'allora era adesso passato! E non le
restava che un lungo, cocente e sterile rimpianto, di tutto!...
Nessuno la conosceva o la riconosceva: l'unica visita che ella
ricevette fu quella del notaio. Prima di morire, suo nonno non aveva
voluto prendere nessuna disposizione: v'era soltanto un testamento
fatto trent'anni addietro, dopo la morte di sua figlia, col quale
lasciava tutto alle nipoti Teresa e Laura. Anche il povero vecchio non
aveva voluto credere a quel che era avvenuto, era rimasto a vivere di
ricordi, come se il tempo non fosse trascorso...
Le cure della successione, l'amministrazione del vasto patrimonio
richiedevano che ella non si muovesse di lì. Dopo l'emozione dei primi
giorni, una tranquillità cominciò a farsi nel suo spirito; la quiete
della cittadina silenziosa le era propizia, il risveglio delle memorie
non aveva più nulla di disperato, diventava una malinconia quasi dolce,
una tenerezza che la faceva migliore, disposta a compatire tutte le
miserie, a lenire tutti i dolori.
Quando andò fuori per la prima volta, salì a San Francesco di Paola,
a pregare sulla lapide che i passi della gente aveano consunta. Non
v'era nessuno in chiesa: delle lampade ardevano dinanzi alle imagini,
la trave miracolosa si mostrava ancora in mezzo al tetto, e un frate
vecchissimo, scheletrito, uscì dalla sacrestia piegandosi un momento
dinanzi all'altare. Ella andò ancora al camposanto dei Cappuccini,
dove avevano scavata la nuova fossa, e poi alla spiaggia di San Papino:
anche lì, come da per tutto, trovava i luoghi e le cose più brevi, più
piccoli che non ricordasse. Restò un pezzo, addossata ad una delle
barche che i marinai ancora tiravano a secco, guardando il mare, le
isole di Lipari, le montagne di Tindari, la costa insenata che fuggiva
fino al Capo d'Orlando....
«Voga quel remo:
Chissà se un'altra volta ci vediamo,
Capo d'Orlando e Monte Pellegrino!...»
Voleva salire su al Castello, ma Stefana non si fidò. Vi andarono un
altro giorno: la rovina dei muri, delle torri, degli archi era ancora
più grande; gli stormi delle mulacchie si levavano ancora dai crepacci
della rocca; non v'erano più i vecchi cannoni, le piramidi di palle;
solo le sentinelle del carcere, sulla -Batteria Tedesca- -- e lo stesso
silenzio, lo stesso ronzìo d'insetti sciamanti intorno ai ciuffi d'erba
che invadevano tutto.
Per le vie, ella non faceva che guardarsi intorno, riconoscendo
ogni angolo, ogni finestra, tutte le cose; solo le persone le erano
estranee. Quanti non v'erano più, di quelli che avea conosciuti! Luigi
Accardi era morto; di Manara, il giovane che l'aveva amata fanciulla,
in secreto, senza dirglielo mai, nessuno sapeva darle più nuove. Bianca
Giuntini, la bella giovanetta che le aveva fatto battere il cuore,
era una lamentosa rovina. Al Capo, la moglie del fattore, colei che
le aveva narrate tante fiabe, era morta anch'essa; morto il fratello
del fattore, quello che l'aveva ricondotta a casa, a viva forza, per
la via polverosa, il giorno d'un'altra morte indimenticabile!... E
quanta gente nuova! In chiesa, a messa, scorgendo delle fanciulle,
delle giovanette intorno ai vent'anni, pensava: «Non erano nate,
quando io andai via!...» e rivedendosi in esse, pensando al suo triste
destino, con uno slancio di tenerezza gelosa invocava sul loro capo la
benedizione di Dio.
Le madri impedivano adesso che ella le avvicinasse, uomini e donne,
sapendo chi era, la guardavano come un essere strano, pieno di
pericolose attrattive; delle leggende correvano sul suo conto, una
più sinistra dell'altra. In quel piccolo ambiente, la sua vita, i suoi
gusti, le sue opinioni, divenivano oggetto di scandalo: ella non aveva
ancora idea d'un accanimento come questo contro una creatura che non
aveva fatto male se non a sè stessa. Dicevano che ella aveva seminata
la rovina dovunque era passata, che era senza cuore, che aveva il genio
del male. Come rispondere a questo? Come mostrare agli increduli la
rovina della sua propria esistenza, l'unica ch'ella avesse causata?
Ella si chiudeva nel suo dolore, sdegnando difendersi, considerando
amaramente l'ingiustizia del mondo. Accusavano lei di avere esercitato
un potere funesto e non avevano una parola di rimprovero per tutti
coloro che l'avevano spinta, uno dopo l'altro, nella via della
perdizione! Terribile potere, in verità, quello che l'aveva ridotta
alla perdita di ogni affetto, d'ogni protezione, alla solitudine
continua, al dileggio quotidiano! Ella era stata, in verità, di gran
danno agli uomini che avevano fatto di lei ciò che avean voluto! In
quell'ora che ella sentiva aggravarsi le conseguenze dei suoi errori,
essi se ne andavano pel mondo, liberi, sereni, in cerca di nuove
sodisfazioni, forse felici per opera d'altre, certo non infelici per
colpa sua!... Ed era lei che non aveva avuto cuore, lei che aveva
messa tutta sè stessa nelle sue affezioni, che aveva mendicate delle
buone parole, un poco d'indulgenza, la loro pietà!... Così non avesse
avuto cuore davvero! Non lo avrebbe almeno lasciato a brani per via!
Poi sorgeva il ricordo della sua parte di colpa -- ed ella s'accusava,
si considerava con un disprezzo più freddo, più duro di quello della
gente. Gli uomini che l'avevano perduta avevano fatto il loro mestiere;
era stata lei stessa a secondarli, a volere quel danno -- ed a farne!
La memoria di Enrico era il suo rimorso, sentiva ancora talvolta le
lacrime roventi stillate sulle sue mani; se ella non fosse passata per
una trista scuola, forse sarebbe stata felice con lui! Ma perchè s'era
spento l'amore di Arconti se non pel tradimento suo proprio? Ed ella lo
aveva tradito perchè le avevano corrotta l'anima!... Così, d'evento in
evento, rimontava il corso della sua esistenza, ed ogni stato le pareva
migliore di quello che era venuto dopo: adesso, per la prima volta,
pensava a tutti i momenti buoni di suo marito, al partito che un'altra
donna avrebbe saputo trarre al suo fianco, rassegnandosi a difetti,
a disinganni inevitabili... La colpa era dunque stata sua, delle
insofferenze della sua indole, delle morbosità della sua natura; ma nei
momenti più tristi non aveva ella provato dei buoni sentimenti, degli
impulsi generosi, delicatezze, scrupoli, sincerità? Il pianto non era
stata un'espiazione? Il suo stesso pentimento non dimostrava che ella
non era pervertita del tutto? Allora, ella pensava che nessuna creatura
era al mondo tutta trista o tutta buona -- e che la colpa più grande non
era stata la sua, non degli altri, ma della stessa vita... Però passava
triste e silenziosa tra i dileggi del volgo; e il suo composto dolore
a poco a poco lo disarmava. Coloro che imparavano a conoscerla, che
vedevano il vuoto della sua esistenza, la sincerità del suo rammarico,
si ricredevano, la compiangevano, finivano per difenderla. Degli uomini
avevano ancora parole d'ammirazione pei resti della sua bellezza; ella
li lasciava dire, scrollando il capo, malgrado il secreto piacere che
la lode le procurava. V'erano ancora dei giorni che, sotto la veletta,
col viso sparso di crema fredda e di -veloutine-, coi capelli dorati
di fresco, ella poteva credere di non aver varcato i quarant'anni; ma
tutte le mattine, appena sveglia, e la sera, quando disfaceva la sua
toletta, aveva paura di guardarsi allo specchio. Per fortuna, dimagrava
nuovamente, l'orribile pinguedine spariva nell'assiduità delle penose
emozioni. Fortuna?... Che cosa aspettava dunque ancora?...
L'assestamento delle sue cose le portava via molto tempo; ella aveva
sempre dintorno gente d'affari, andava continuamente in campagna,
formando il progetto di ricostrurre per suo figlio la fortuna distrutta
da Duffredi, di prendersi con sè il giovanetto quando sarebbe uscito
di collegio e di dedicarsi tutta a lui. Gli scriveva quasi tutti i
giorni, gli mandava dei regalucci, era tutta felice di aver trovato
un nobile scopo alla sua vita che trascorreva in una solitudine quasi
completa. Vi si rassegnava, vi trovava un senso di fierezza e di
nobiltà, come una purificazione. Ma tornavano anche i tristi momenti.
Certe giornate grigie, col cielo basso, il mare plumbeo, al ricordo
delle feste luminose l'oppressione si faceva insoffribile. Delle
frasi sospirose d'opere in musica le gonfiavano il seno di rammarichi
infiniti: «Addio, -- del passato...» della -Traviata-; la romanza di
Nadir nei -Pescatori di Perle-: «Mi par -- d'udire ancor...» Scrivendo
una lettera, guardando il calendario, aprendo un giornale, delle date
le saltavano agli occhi: l'incontro di Arconti a Castellammare, il
ritorno di lui dopo la rottura, la caduta coi visconte, l'onomastico
di Enrico, la presentazione di Bergati.... Quando arrivò la mobilia
della casa di Roma, che ella aveva licenziata, si sentì schiacciata dal
cumulo delle rimembranze. La sera, aprì la cassa dov'erano custoditi
i ricordi d'amore, i fasci delle lettere. Passò la notte leggendone
delle centinaia; spuntò l'alba che ne restavano ancora altrettante. Ve
n'erano di così buone, di così tenere, di tutti, che ella esclamava:
«Ma costoro furono sinceri!... Perchè dunque tutto questo è finito?...»
Perchè tutto passava...
Malgrado il pentimento, il ricordo dei suoi trionfi le dava talvolta
un moto d'orgoglio. Ella aveva provate grandi passioni! Poche donne le
parevano capaci di destarne come le sue. Gli stessi scettici avevano
dovuto rappresentare la commedia del sentimento per arrivare fino a
lei. Poi vedeva il rovescio della medaglia, e negava ciò che aveva
affermato. Perchè i casi dell'esistenza sfuggivano ad una precisa
definizione? Ella non riusciva a sapere se era stata amata o pur no!...
Per la vendemmia, andò a -Gelso-. I Giuntini, i suoi antichi vicini,
avevano subìto dei rovesci; la proprietà, venduta all'asta, era
passata in mano del barone Squillace. Dei rapporti di vicinato
cominciarono a stabilirsi; a poco a poco diventarono intimi. La
famiglia si componeva del barone, della baronessa e d'una sorella di
questa. Ogni sera, quando cessava il lavoro e l'aria si rinfrescava,
s'incontravano sul confine dei poderi e passeggiavano un pezzo insieme.
Il barone, un bel vecchio dall'aria d'un militare in ritiro, camminava
adagio, appoggiandosi a un grosso bastone, per via dei reumi che gli
tormentavano le gambe, e parlava del raccolto, degli affari, stupito
dell'intelligenza che ella ne aveva acquistato, finendo per chiederle
dei consigli.
-- Sentite! sentite!... -- esclamava, mentr'ella discorreva di culture,
di contratti, di prezzi -- se non pare che abbia fatto la proprietaria
dacchè è nata!... Ma v'intendete di tutto, voi?...
-- È la profondità del mio talento!... -- rispondeva ella, ridendo;
poi, mettendosi accanto alla baronessa, ascoltava compiacentemente le
lodi che quella tesseva, insieme con la vecchia sorella, dell'unico
suo figliuolo Maurizio. Viaggiava in quel tempo, col conte Marulli di
Messina; arrivavano dalla Germania, dall'Inghilterra, le sue lettere
che le donne leggevano ad alta voce, orgogliosamente, dinanzi alla
gente di campagna stupefatta dalle meraviglie di cui vi si parlava,
dalla distanza che quei pezzi di carta aveano percorsa. Un giorno,
dentro una di queste lettere, si trovò la fotografia del giovanetto,
fatta a Parigi; una figura graziosa, gentile, minuta, dagli occhi
profondi, dal labbro appena ombreggiato da una fine peluria. Aveva
vent'anni, le donne esaltavano la sua intelligenza e la sua bontà.
Sul principio dell'inverno, quando tutti erano rientrati a Milazzo,
egli tornò. Era più grazioso e più gentile di quel che non mostrasse
il ritratto, ma un fanciullo ancora. Ella lo guardava con una tenera
simpatia: le pareva di aver dinanzi quel figlio al quale si era
tutta dedicata, augurava al suo ragazzo un'indole buona e dolce come
quella di lui. Lo vedeva spesso, in casa di sua madre, qualche volta
per istrada; parlavano dei loro viaggi, dei libri che egli le aveva
cominciato a prestare; ma era lei che lo interrogava, poichè una
timidezza infantile lo confondeva, gli faceva talvolta salire al viso
bianco e delicato le fiamme d'un sangue vivido e sano. Una sera, a un
battesimo in casa D'Arrico, dov'ella aveva portata, dopo tanto tempo,
una toletta che la favoriva, s'accorse che egli la guardava da lontano,
in atto di estatica ammirazione; come lo sguardo di lei lo sorprese,
parve avvampare in viso. Più degli elogi che la gente le prodigava
pel suo gusto, per la sua eleganza, quel muto omaggio le procurava
un gradimento sottile ma lungo, persistente, rinnovato a misura
che quell'estatica espressione tornava a dipingersi sul volto del
giovanetto. Di tratto in tratto, ma con una frequenza sempre maggiore,
ella si sorprendeva in atto di pensare a lui, al turbamento che aveva
dovuto produrre nella sua vergine fantasia. Per quel fanciullo che
pena s'affacciava alla vita, che non aveva paragoni da istituire,
ella personificava la seduzione; ma benchè sapesse quanto piccolo
fosse il proprio merito, non poteva sottrarsi all'intimo contento che
quell'omaggio le procurava. Era una vanità innocente; il pensiero di
spiegare l'istinto della civetteria era tanto lontano da lei! Con un
fanciullo! con chi poteva esser suo figlio!...
In primavera, andò ancora al -Gelso-. La famiglia, di lui tornò ad
esserle vicina, si riprese l'intimità della passata stagione. Si
vedevano ogni giorno, spesso più d'una volta in uno stesso giorno:
la vita libera della campagna stringeva la loro confidenza. Le sere
che ella andava a trovare i vicini, essi la riaccompagnavano a casa;
talvolta, quando le donne erano stanche e i reumi tormentavano più
1
-
-
'
.
.
.
.
2
3
,
;
,
4
:
5
6
-
-
.
.
.
.
.
.
'
.
7
8
'
,
,
'
9
'
,
10
.
'
,
.
11
12
-
-
?
.
.
.
?
.
.
.
!
13
14
,
:
15
16
-
-
.
.
.
,
17
.
.
.
.
.
.
18
19
:
20
21
-
-
!
!
.
.
.
!
.
.
.
!
.
.
.
!
22
23
,
'
,
24
,
'
25
.
26
27
-
-
?
.
.
.
'
28
,
?
.
.
.
.
.
.
'
29
'
.
.
.
!
.
.
.
30
,
.
.
.
31
32
!
!
'
33
,
34
!
.
.
.
,
35
,
36
'
?
37
,
38
:
,
,
!
,
39
40
,
.
.
.
41
'
,
42
,
43
'
?
.
.
.
,
.
.
.
44
'
45
,
'
,
46
!
.
.
.
'
47
?
'
'
-
-
48
?
.
.
.
49
50
,
'
.
,
51
,
,
;
52
.
,
53
,
,
54
.
,
55
:
.
56
,
.
.
.
57
,
,
58
'
.
59
,
60
'
:
61
,
,
,
62
,
'
:
.
63
'
-
-
:
64
,
65
.
,
66
,
'
:
,
,
67
'
.
.
.
,
68
;
,
,
69
,
.
70
,
;
71
'
,
,
72
.
.
.
,
73
,
,
74
.
,
75
;
,
:
76
77
-
-
,
!
78
79
,
80
;
.
'
81
?
.
.
.
,
82
,
,
,
83
,
:
84
.
85
86
-
-
?
87
88
-
-
-
!
-
89
90
,
91
,
92
.
'
'
93
'
;
94
,
.
,
95
;
,
96
'
;
:
97
98
-
-
,
.
99
100
-
-
,
?
?
?
101
102
-
-
'
.
.
.
.
103
104
-
-
?
'
!
.
.
.
105
106
-
-
,
.
.
.
107
108
:
,
109
'
;
.
,
110
:
111
112
-
-
,
113
'
?
.
.
.
114
115
-
-
.
.
.
116
117
-
-
?
?
.
.
.
?
.
.
.
'
?
.
.
.
118
?
.
.
.
?
.
.
.
119
120
-
-
.
.
.
121
122
-
-
,
!
.
.
.
'
,
123
'
.
.
.
:
'
124
.
.
.
'
,
?
.
.
.
125
126
-
-
,
!
.
.
.
127
128
,
129
.
130
131
,
132
133
;
134
,
135
.
'
,
136
,
'
;
137
,
'
'
,
138
,
139
?
.
.
.
,
;
140
?
.
.
.
,
141
'
,
142
.
,
143
'
:
144
.
,
'
145
'
,
'
:
'
146
,
,
147
'
?
.
.
.
148
,
149
.
;
150
:
'
151
152
!
.
.
.
,
153
'
,
154
'
!
155
,
156
:
'
'
157
!
.
.
.
158
159
'
,
160
.
:
161
162
-
-
,
;
.
163
'
,
;
164
,
.
.
.
165
166
:
167
168
-
-
?
!
.
.
.
169
170
-
-
!
.
.
.
171
172
.
,
173
:
,
174
:
,
175
'
;
,
176
,
-
-
-
-
177
-
-
-
-
.
178
179
-
-
?
'
180
,
!
,
181
-
-
,
!
.
.
.
182
183
-
-
?
.
.
.
184
185
-
-
,
.
.
.
186
187
,
,
.
188
,
,
'
189
,
'
;
190
'
,
191
?
.
.
.
192
193
;
,
,
194
195
'
,
:
196
,
'
-
.
197
,
198
.
199
.
'
200
,
201
.
202
203
,
,
204
;
,
'
;
205
;
'
206
'
.
207
,
;
208
,
:
209
210
-
-
-
!
-
.
.
.
211
212
'
,
213
:
214
215
-
-
.
216
217
'
?
?
.
.
.
218
;
219
.
220
,
;
221
.
222
223
-
-
?
-
-
.
224
225
-
-
.
.
.
-
-
.
226
227
-
-
,
.
.
.
228
229
-
-
,
-
?
-
230
231
.
232
;
:
«
233
-
.
»
234
,
.
235
,
'
236
;
,
237
,
'
:
«
238
,
239
.
»
240
241
;
,
242
:
243
244
-
-
,
,
?
245
246
-
-
!
.
.
.
.
247
248
-
-
,
?
.
.
.
.
.
.
249
.
.
.
250
251
'
.
252
'
;
253
;
'
254
,
-
-
,
255
.
256
,
:
257
258
-
-
?
.
.
.
!
.
.
.
259
260
-
-
?
261
262
,
:
263
264
-
-
!
265
266
-
-
,
.
.
.
267
268
,
,
269
,
;
270
'
.
,
'
271
,
'
272
;
'
,
'
,
'
273
-
-
:
«
274
?
?
.
.
.
»
,
275
:
!
276
277
,
;
278
;
279
,
:
280
281
-
-
;
.
282
283
,
.
284
,
.
285
,
,
286
'
,
-
-
287
'
!
.
.
.
?
.
.
288
,
289
,
'
,
290
.
291
292
,
293
,
.
!
294
'
'
!
295
'
,
296
,
,
:
«
,
297
!
.
.
.
»
298
299
,
,
300
,
-
-
:
301
-
-
.
,
:
302
303
-
-
?
304
305
-
-
,
.
306
307
-
-
.
308
309
;
310
,
.
311
!
,
312
!
,
:
!
.
.
.
313
'
?
314
?
,
'
315
?
.
.
.
,
316
,
317
.
.
.
!
.
.
.
318
?
?
319
:
!
!
.
.
.
?
?
.
.
.
320
?
.
.
.
321
322
:
323
324
-
-
.
325
326
'
,
327
:
.
328
,
:
329
330
-
-
,
.
.
.
331
332
-
-
,
.
.
.
333
.
.
.
334
335
-
-
!
336
,
?
?
337
338
-
-
.
339
340
-
-
-
-
,
-
-
341
,
?
342
343
,
:
344
345
-
-
.
346
347
.
348
,
.
:
«
349
?
?
.
.
.
»
350
351
-
-
,
?
352
353
-
-
,
:
.
.
.
.
354
!
355
356
-
-
.
.
.
357
358
-
-
!
359
360
'
;
,
:
361
362
-
-
!
363
364
-
-
.
.
.
,
.
.
.
?
365
366
-
-
'
.
367
368
-
-
.
,
.
.
.
369
370
,
,
,
371
'
,
,
372
,
,
:
373
374
-
-
,
.
.
.
.
375
376
,
.
377
378
-
-
,
.
.
.
379
380
'
.
381
,
'
382
'
,
,
383
'
'
:
384
385
-
-
!
.
.
.
!
.
.
.
,
!
.
.
.
,
386
'
!
.
.
.
387
388
,
,
389
.
:
«
390
!
.
.
.
»
391
.
'
,
392
,
:
393
394
-
-
!
!
?
.
.
.
395
396
,
,
397
,
,
398
'
:
399
400
-
-
,
?
.
.
.
,
401
,
'
.
.
.
!
.
.
.
402
.
.
.
!
.
.
.
'
,
403
,
,
404
'
!
,
405
,
,
406
!
.
.
.
407
.
'
408
,
!
!
,
.
.
.
409
410
.
411
412
-
-
!
413
414
-
-
,
.
.
.
.
.
.
415
416
,
:
417
418
-
-
,
.
.
.
419
420
-
-
.
.
.
'
,
421
.
.
.
:
.
.
.
422
423
:
424
425
-
-
?
426
427
-
-
!
?
.
.
.
,
428
,
!
?
.
.
.
429
430
-
-
?
431
432
-
-
!
.
.
.
!
.
.
.
?
433
434
,
435
:
,
.
436
,
.
437
438
-
-
,
.
.
.
439
440
,
'
441
.
'
,
,
442
,
,
:
«
!
.
.
.
»
443
444
;
445
'
'
.
!
446
,
!
,
447
,
!
448
449
-
-
,
-
-
.
450
451
-
-
'
'
?
452
453
-
-
,
.
454
455
.
456
,
.
457
,
;
458
'
.
459
460
-
-
?
461
462
-
-
.
463
464
,
,
465
!
:
466
,
,
,
467
.
,
468
,
.
469
;
,
.
470
,
,
,
471
.
,
'
,
472
473
,
.
,
474
'
,
475
,
.
.
476
,
,
:
«
477
,
.
.
.
»
,
478
,
479
.
'
;
480
,
481
,
.
:
-
-
;
482
-
-
483
,
,
484
'
,
:
«
,
485
,
-
:
'
486
'
.
.
.
487
'
,
,
,
488
.
.
.
.
,
489
.
.
.
,
490
,
491
,
,
.
.
.
»
492
.
,
493
,
;
,
494
,
'
.
495
,
.
496
,
'
'
,
497
,
,
'
.
498
;
,
'
,
499
.
:
500
,
501
.
,
502
.
,
,
:
503
504
-
-
?
505
506
-
-
.
.
.
.
.
.
507
508
-
-
?
'
?
.
.
.
,
?
509
510
:
«
!
»
511
.
512
513
.
,
514
'
'
.
515
516
-
-
?
.
.
.
?
517
518
,
:
519
520
-
-
'
.
'
.
521
522
-
-
!
.
.
.
?
.
.
.
?
.
.
.
?
523
524
-
-
'
.
525
,
'
,
'
526
'
.
,
:
527
'
.
528
529
;
,
:
530
531
-
-
?
.
.
.
?
.
.
.
,
532
.
.
.
,
533
,
.
.
.
-
-
,
534
.
-
-
!
.
.
.
!
.
.
.
535
!
.
.
.
536
537
-
-
.
.
.
538
539
-
-
.
.
.
.
.
.
540
.
.
.
,
541
!
.
.
.
-
-
,
542
.
-
-
!
.
.
.
,
,
,
543
.
.
.
.
.
.
!
544
!
.
.
.
,
.
.
.
545
546
,
,
547
.
548
549
-
-
.
550
551
.
,
,
.
552
553
-
-
.
.
.
'
?
.
.
.
?
.
.
.
554
555
.
,
'
'
556
'
.
,
:
557
558
-
-
?
.
.
.
,
559
.
.
.
?
.
.
.
.
.
.
?
.
.
.
560
561
.
'
,
562
'
:
563
564
-
-
'
'
?
.
.
'
?
.
.
.
?
565
566
.
567
568
,
'
,
'
569
,
,
,
570
,
,
.
571
572
-
-
!
.
.
.
!
.
.
.
573
574
,
,
575
.
'
,
576
;
;
577
,
578
.
579
580
-
-
!
.
.
.
,
.
.
.
,
581
.
.
.
,
!
.
.
.
582
583
,
:
584
585
-
-
!
!
.
.
.
586
'
?
.
.
.
:
'
587
!
.
.
.
,
.
.
.
588
,
'
?
.
.
.
589
590
-
-
'
!
591
592
-
-
.
.
.
593
594
-
-
,
,
.
.
.
595
'
,
!
!
!
.
.
.
596
,
'
.
.
.
597
598
-
-
!
.
.
.
!
.
.
.
!
!
599
600
,
,
601
;
,
,
602
:
603
604
-
-
,
.
.
.
'
.
.
.
,
!
.
.
.
605
,
.
.
.
,
.
.
.
'
606
.
.
.
.
.
.
.
.
.
607
608
;
'
;
:
609
610
-
-
'
.
.
.
?
.
.
.
!
.
.
.
'
611
!
.
.
.
!
.
.
.
612
,
,
613
.
.
.
-
-
.
.
.
614
615
.
'
,
616
'
,
617
,
,
618
'
'
'
.
619
620
-
-
!
.
.
.
'
,
!
.
.
.
621
622
,
.
623
624
-
-
.
.
.
?
.
.
.
625
626
-
-
!
.
.
.
'
!
.
.
.
627
.
.
.
!
.
.
.
628
629
'
,
,
630
'
'
.
631
632
-
-
,
'
.
.
.
633
634
-
-
'
?
635
636
,
:
637
638
-
-
,
!
.
.
.
,
;
639
,
.
.
.
!
!
640
!
.
.
.
,
;
!
.
.
.
641
642
'
;
,
,
643
.
644
645
-
-
.
.
.
,
.
.
.
646
.
.
.
,
,
.
.
.
,
647
.
.
.
.
.
.
648
649
,
,
650
.
651
652
-
-
?
.
.
.
,
653
?
.
.
.
!
.
.
.
!
.
.
.
,
,
654
.
.
.
!
.
.
.
,
.
.
.
655
656
,
,
657
,
.
658
,
.
659
,
,
:
,
'
660
.
'
:
,
661
'
'
,
,
.
662
,
,
,
,
663
.
.
,
664
,
;
:
665
«
,
.
»
666
667
.
.
668
,
,
669
'
,
.
670
?
,
,
671
,
'
?
672
.
673
-
-
;
,
:
674
675
-
-
?
676
677
,
,
:
678
679
-
-
.
680
681
.
682
683
-
-
!
684
685
-
-
.
.
.
.
.
.
686
687
,
:
688
689
-
-
.
.
.
?
690
691
-
-
.
692
693
-
-
?
?
694
695
-
-
,
.
.
.
'
.
696
697
.
698
'
'
'
699
,
,
,
700
;
701
,
702
,
'
.
.
.
703
:
!
!
!
704
!
,
'
'
705
:
'
!
706
,
707
!
708
!
!
709
,
,
710
,
.
.
.
711
,
712
713
:
!
714
,
,
,
715
,
:
«
'
716
,
?
.
.
.
»
717
:
718
719
-
-
!
!
.
.
.
720
721
722
723
724
.
725
726
727
,
728
-
-
729
,
,
730
.
731
732
;
'
.
.
.
733
,
734
,
735
,
736
.
'
737
,
738
,
,
,
739
,
,
740
,
741
.
.
.
742
743
'
,
'
744
.
745
'
;
746
.
'
.
747
,
,
,
748
,
.
749
,
750
,
,
751
,
'
.
752
-
-
-
-
-
-
753
.
!
754
,
,
!
.
.
.
755
,
,
,
756
,
.
757
:
,
758
'
;
.
!
759
!
.
.
.
'
,
,
,
,
760
!
.
.
.
761
762
;
763
,
,
;
:
«
!
.
.
.
764
!
.
.
.
»
765
'
-
-
,
766
!
.
767
,
768
769
.
,
,
;
770
,
,
;
771
,
,
772
,
,
,
773
,
.
.
.
774
,
775
!
.
.
.
,
776
,
,
,
777
;
:
,
778
!
'
!
.
.
.
779
,
'
?
780
,
,
,
781
,
782
.
'
,
783
,
,
784
'
?
'
'
!
785
,
,
!
.
.
.
786
787
:
'
788
.
,
789
:
'
790
'
,
,
791
.
792
,
793
,
.
.
.
794
795
,
'
796
.
'
797
,
;
798
,
799
,
,
800
,
801
,
.
802
803
,
,
804
.
805
'
:
,
806
,
807
,
,
808
'
.
,
809
,
:
810
,
,
,
811
.
,
812
,
,
813
,
,
814
'
.
.
.
.
815
816
«
:
817
'
,
818
'
!
.
.
.
»
819
820
,
.
821
:
,
,
822
;
823
;
'
,
;
824
,
-
-
-
-
825
,
'
'
826
.
827
828
,
,
829
,
,
;
830
.
'
,
!
831
;
,
'
,
832
,
,
.
833
,
,
834
.
,
,
835
,
'
;
836
,
'
,
,
837
,
'
'
!
.
.
.
838
!
,
,
,
839
'
,
:
«
,
840
!
.
.
.
»
,
841
,
842
.
843
844
,
,
845
,
,
846
;
,
847
'
.
,
,
848
,
,
:
849
'
850
.
851
,
,
852
.
?
853
,
'
'
?
854
,
,
855
'
.
856
857
'
,
'
,
858
!
,
,
'
859
,
'
,
860
,
!
,
,
861
!
862
'
,
863
,
,
,
864
,
'
,
865
!
.
.
.
,
866
,
867
,
'
,
!
.
.
.
868
!
!
869
-
-
'
,
870
,
871
.
'
;
872
,
-
-
!
873
,
874
;
875
,
!
'
876
'
?
877
'
!
.
.
.
,
'
878
,
,
879
:
,
,
880
,
'
881
,
,
882
.
.
.
,
883
,
;
884
,
885
,
,
,
?
886
'
?
887
?
,
888
-
-
889
,
,
.
.
.
890
;
891
.
,
892
,
,
893
,
,
.
894
'
;
895
,
,
896
.
'
,
,
897
-
-
,
898
,
'
;
899
,
,
,
900
,
.
,
901
,
'
'
902
.
?
.
.
.
?
.
.
.
903
904
'
;
905
'
,
,
906
907
,
908
.
909
,
,
910
911
.
,
912
,
.
.
913
,
,
,
914
'
.
915
'
916
:
«
,
-
-
.
.
.
»
-
-
;
917
-
-
:
«
-
-
'
.
.
.
»
918
,
,
,
919
:
'
,
920
,
,
'
921
,
.
.
.
.
922
,
,
923
.
,
'
924
'
,
.
925
;
'
.
926
'
,
,
,
:
927
«
!
.
.
.
?
.
.
.
»
928
.
.
.
929
930
,
931
'
.
!
932
.
933
934
.
,
935
.
'
936
?
!
.
.
.
937
938
,
-
-
.
,
,
939
;
,
'
,
940
.
941
;
.
942
,
'
943
.
,
'
,
944
'
.
945
,
'
'
,
946
,
,
947
,
,
,
948
'
,
949
.
950
951
-
-
!
!
.
.
.
-
-
,
'
,
952
,
-
-
953
!
.
.
.
'
,
?
.
.
.
954
955
-
-
!
.
.
.
-
-
,
;
956
,
,
957
,
,
'
958
.
,
959
;
,
'
,
960
,
,
961
,
962
.
,
963
,
,
964
;
,
,
,
965
,
.
966
'
,
.
967
'
,
,
968
.
969
,
.
970
:
971
,
'
972
.
,
,
973
;
,
974
;
,
975
,
976
'
.
,
977
'
,
'
,
,
978
,
'
,
979
;
,
980
.
981
,
,
982
,
,
983
'
984
.
,
,
985
,
986
.
987
'
,
,
988
;
989
,
'
990
'
.
;
991
'
!
992
!
!
.
.
.
993
994
,
-
-
.
,
995
,
'
.
996
,
'
:
997
.
998
,
;
999
,
1000