inaugurando una nuova toletta. La sua carrozza s'era incontrata col
carro funebre; ella aveva continuato a guardarsi intorno, dietro
l'occhialino dal manico d'oro!...
V.
-- Io sono vile nei miei affetti!
Come Paolo, l'inverno seguente, la trascurava ancora per la politica,
ella tornava a scongiurarlo di esser buono con lei; e poichè egli
negava di esser mutato e derideva le sue paure, ella ripeteva:
-- Ridi, ridi pure!... Sai che t'amo, che sono vile nell'amore...
-- Che frasi drammatiche!
E adesso, ogni volta che ella esprimeva qualche pensiero delicato, un
sentimento non comune, egli alzava le spalle:
-- Non far la romantica!... Come sei teatrale!... Non per nulla reciti
così bene...
Egli diceva queste cose con un sorriso d'indulgenza che ne temperava
la durezza; però era sempre un giudizio poco lusinghiero. Ella si
domandava: «Allora, è come con mio marito?»
E quel giudizio le veniva da lui, che dichiarava di fingere ogni
giorno, di non credere a quel che diceva!
-- Tu, intanto, rappresenti la tua parte!
-- È vero!... hai ragione!... tutto è finzione...
-- Anche l'amore?... rispondi!
Egli rispondeva, con un gesto vago:
-- Chissà... forse anche quello!
-- Guardami negli occhi: ripetilo...
-- No... l'amor volgare, sì; non il nostro...
Spesso, dopo essersi ostinato in qualche concetto, egli le proponeva:
-- Adesso, vuoi che io ti dimostri l'opposto?
E come distruggeva ad uno ad uno tutti gli argomenti addotti dapprima,
come metteva un più grande calore nel difendere la tesi contraria, ella
protestava:
-- Basta!... Basta!... Non credi dunque a nulla?
-- A tutto, invece...
Ella credeva all'ideale, alla poesia; gli faceva leggere dei passaggi
di romanzi, dei versi che le parevano sublimi, dettati da gente fatta
a un altro modo, vivente di puro etere.
-- E tu li pigli sul serio?... Non vedi che sono parole?...
-- Ma sono le parole che esprimono i sentimenti!...
-- D'accordo. Dimmi che cosa vuoi che ti esprima, e parlerò tre ore di
seguito.
Ella gli turava la bocca:
-- Taci! Mi fai male.
Fingeva dunque anche quando le parlava dell'amor suo? Ma egli ne
parlava adesso tanto di rado! I capi del suo partito fondavano un
giornale; egli vi prendeva una larga parte, per dei giorni e dei
giorni la lasciò sola. Un tempo, quando non poteva venire a trovarla
le scriveva lunghe lettere; ora mandava dei biglietti da visita con su
due parole; spesso neppur quelli. Ella si sentiva stringere il cuore
dinanzi al ritorno più frequente di quei sintomi; poi si rimproverava
le sue preoccupazioni, si diceva che doveva agguerrirsi contro i
disinganni; che, a lasciarsi scorgere, avrebbe fatto peggio, e che
anzi, se voleva ricondurlo a sè, le conveniva mostrarsi piuttosto
indifferente e distratta. Ma era più forte di lei: nel bel mezzo
della relazione d'un ballo, d'un giro di visite, ella s'interrompeva,
esclamando:
-- Ma come sei freddo!... Non mi ascolti, non mi domandi nulla... non
t'importa più di nulla!...
-- Chi te l'ha detto?
-- Lo vedo, da me!... Credi che io non abbia occhi?
-- T'inganni!
-- Ma se non mi dici più nessuna delle cose che mi ripetevi un tempo!
Se vieni qui a parlarmi della Camera e del Senato, del giornale e dei
ministri!... Cosa vuoi che me n'importi?... Io ho bisogno di sentirmi
voluta bene, d'essere avvolta in un'atmosfera d'affetto...
Incrociate le mani sopra una spalla dell'amato, alzando gli occhi su di
lui, ella pregava:
-- Dimmi che mi vuoi sempre bene... che sono l'amore tuo caro!... Dimmi
tante cose...
-- Amore!... Amore!...
Egli la stringeva al petto, ripetendo quella parola, ma senza
aggiungere altro.
Ella diceva:
-- Se io ti domandassi di darmi una prova di questo amore... di
rinunziare per esso alla politica... che cosa diresti?
-- Sì...
Ma ella sentiva adesso che egli rispondeva a quel modo perchè era
sicuro della sua desistenza; e a un tratto s'accorgeva che mai le
aveva detto quel sì sinceramente, neppure ai primi tempi della loro
relazione. Non gli rimproverava apertamente quel suo egoismo; però,
in tesi astratta, a proposito d'altri, ella usciva in qualche amara
affermazione:
-- Gli uomini sono incapaci di sacrifizio... vogliono essere amati,
solletica il loro amor proprio vedere una creatura perdersi per essi;
ma rispondere a questo amore, comprendere questa creatura...
-- Già, perchè voialtre siete fatte a un modo -arcano-!
-- Puoi scommettere che abbiamo più cuore di voi...
-- Quando vi date, vi date in olocausto!... lo so, me l'hai ripetuto
molte volte... Al visconte hai detto altrettanto?...
-- E sempre questo rimprovero!...
Non erano delle scene vivaci, ma delle piccole punture, dei brevi
bisticci, delle allusioni malevole, con dei ritorni all'antica fiducia.
Uscendo una sera dal Valle, ella prese freddo; la tosse e la febbre
l'inchiodarono a letto. Allora, durante tutto il corso della malattia,
per un mese intero, egli ridivenne l'amante d'un tempo. Tutti i giorni,
appena desta, ella aveva una sua lettera, buona e bella, piena di
cose tenere e poetiche, di invocazioni alla primavera perchè spirasse
il suo tepido alito a guarire più presto la Diletta, di benedizioni
rese a quel male che la sottraeva al mondo ed alle sue distrazioni
lasciandola tutta tutta per lui. E dei fiori, perchè le restituissero i
colori rubati alle sue labbra ed al suo viso, e dei libri, dei romanzi
d'amore, dei versi d'amore perchè le parlassero per lui: tante care
attenzioni che inducevano anche lei a benedire quella malattia, cogli
occhi umidi di pianto, un'altra febbre nei polsi: la febbre divina
della speranza e della fede.
Guarì, e a poco a poco tutto questo cominciò a passare. Ella tornò
a veder gente, egli a sospettare, a punzecchiarla senza ragione.
Talvolta ella alzava le spalle, opponendo ai sorrisi sarcastici di lui
degli amari sorrisi; tal'altra lo scongiurava di non dirle di quelle
cose cattive, gli s'inginocchiava dinanzi, gli rammentava la recente
felicità, diceva, giungendo le mani: «Signore, fatemi ammalare un'altra
volta!...» Egli tornava buono, ma le parole innamorate che le diceva
erano le stesse di un tempo -- ed anche lei s'accorgeva di ripetere
le cose già dette. Certe volte, restavano dei momenti abbracciati,
senza dir niente. Egli non aveva più gli scoppii d'una volta, non la
torturava e non si torturava; se parlava degli uomini che le facevano
ancora la corte, non si scuoteva, non l'assaliva coi suoi sospetti.
Ma quella freddezza era forse studiata? era un'altra forma della sua
gelosia?
-- Che cosa ti dà ombra? Dillo: io potrò correggermi, provarti che non
ho altro pensiero fuori del tuo...
-- Niente... nessuno...
-- Non è vero!... La vita che faccio non ti piace... Ma qui è un obbligo
per me!... Quante volte non t'ho detto di andar via...
-- Non dicevi sul serio.
Dinanzi a quelle accuse, un moto di ribellione la sollevava; poi,
quand'egli non era più lì, quando si metteva a pensare all'avvenire,
una paura la piegava, l'umiliava. Adesso ella intravedeva, più
distintamente di prima, una cosa orribile: la morte di quell'amore...
Il miraggio che l'aveva affascinata, la speranza che l'aveva sorretta,
svanivano, si dileguavano, insensibilmente, ma continuamente, senza
speranza di ritorno. Quell'uomo per cui s'era perduta, che l'aveva
sedotta con la promessa d'un amore eterno, adesso veniva da lei
per leggere i giornali, per dormire sopra una poltrona... Ella si
passava: una mano sugli occhi; si diceva: «Non sogno?...» Com'era
dunque avvenuto? Quella sua colpa era proprio imperdonabile?... E
delle cose dimenticate le tornavano alla memoria: dei sintomi di
mutamento rivelatisi ancor prima della sua confessione... Era dunque
l'opera del tempo? la fatalità della vita?... L'errore consisteva
dunque nel credere alla durata di qualche cosa, quando tutto moriva,
tutto finiva?... No; l'errore era stato suo, d'aver prestato fede a
quell'uomo. Scettico ed ambizioso, declamatore e vano, ella lo vedeva
qual'era. Poi si domandava: «Perchè lo giudico così? Perchè non lo
scuso?... Ho anch'io dei difetti da farmi perdonare...» Allora tornava
ad afferrarsi a lui; e una buona parola la consolava, la paura cessava.
Passò così dell'altro tempo, tra accuse e discolpe, tra urti e
riconciliazioni, tra brevi ritorni agli entusiasmi dei primi tempi e
lunghi periodi d'indifferenza e di freddezza. I tentativi di seduzione
si raddoppiavano intorno a lei; nelle giornate cattive ella pensava che
se avesse voluto, tutti gli uomini le sarebbero caduti ai piedi; poi
riconosceva che essi le stavano attorno perchè era caduta. Qualcuno,
però, la trattava diversamente dagli altri. Lo aveva conosciuto a
Pegli, l'ultima estate; rivedendolo a Roma, la prima volta, non aveva
rammentato il suo nome. Se ne sovvenne quando egli le lasciò una carta:
Eduardo Morani. Un giovane a ventotto anni, con degli occhi dolci,
il viso magro dalla pelle leggermente abbronzata dal sole e dall'aria
marina. Aveva fatto i suoi studii all'Accademia navale; ma come la sua
vocazione pel mare contrariava troppo la sua famiglia, aveva rinunziato
alla carriera. Una serietà attraente spirava dalla sua fisonomia;
egli le rammentava l'ufficiale di marina incontrato a Milazzo. Nelle
parole che le rivolgeva v'era un rispetto così profondo, un riserbo
così scrupoloso, che la facevano pensare a quel che avrebbero dovuto
essere le sue parole d'amore. Quand'egli parlava del mare, la sua voce
tremava.
-- Lo amo anch'io -- confessava ella -- ma da lontano... e quando è
buono...
-- Bisogna amarlo com'è!
-- No, no... Lei è troppo esclusivo nelle sue -passioni-...
Inutilmente ella cercava di provarlo, di provocarlo a parlare delle
cose del sentimento; egli evitava di rispondere, chinava il capo in
atto di deferenza a ciò che diceva lei stessa. L'esperienza la rendeva
guardinga: quel contegno non poteva essere studiato apposta per fare
effetto? Ma quando ella sentiva l'accento di schiettezza ingenua col
quale le parlava, si ricredeva, si confessava che le era simpatico.
Paolo non s'accorgeva di questo; a poco a poco egli aveva finito
per non seguirla più in nessun posto, per non vederla altro che
nell'intimità di quattro mura. Ma se ella andava a un ricevimento, a
una rappresentazione, il domani erano delle allusioni sarcastiche,
dei sorrisi ambigui, un avvelenamento del piacere che ella aveva
provato. Era tanto sciocca da dirgli quali uomini aveva notato di più,
quali le erano stati più a lungo dintorno: egli accavalcava una gamba
sull'altra, guardandola con un riso cattivo.
-- Ma se tu sei geloso, perchè non mi segui?... Io ho l'obbligo di far
questa vita...
-- E i tuoi progetti di rinunzia?
Ciò che egli voleva, era dunque che ella si appartasse dal mondo per
fargli piacere, che non vivesse se non del pensiero di lui mentre egli
avrebbe continuato a curarsi d'altro! L'egoismo dell'uomo non poteva
rivelarsi meglio che in questa pretesa; però ella si piegava ancora.
Prima di andare a un ballo in casa Fucino, gli chiese:
-- Se ti fa dispiacere...
-- No, assolutamente.
-- Dillo pure, se non vuoi... io farò quel che tu imporrai.
-- Che diritto ho d'importi qualche cosa?
-- Tutti i diritti, lo sai!
-- No, non mi fa dispiacere... mi piace che tu brilli, che ti diverta...
Ella chiese ancora, irresoluta:
-- Verrai anche te?
-- Sì.
Sentendo parlare da madama Duroy di quella festa, si decise, esaltata
come sempre all'idea del trionfo da riportare. Gli scrisse, in
francese, un bigliettino: «Eh bien, j'y vais, je t'y attends; mon
carnet est à toi». Egli non venne; quando si rividero, ricominciarono
i malumori, le malignazioni. Ella dunque doveva interpretare le sue
volontà celate, imaginare le sue fisime, indovinare ciò che gli passava
pel capo, ma che egli non aveva la sincerità di confessare. Ella doveva
amarlo, e non ricevere in cambio se non le prove di una diffidenza
sorda, d'una freddezza crescente... Il suo orgoglio s'impennava, ella
si fermava nel proposito di rispondere alla sua indifferenza con una
noncuranza maggiore e, a poco a poco, non s'interessava più ai suoi
progetti, non gli chiedeva più nulla delle cose sue, non andava alla
Camera a udirlo; nè egli la lodava più, le dimostrava più la stima
che aveva avuto del suo ingegno: se talvolta impegnavano qualche
discussione, non s'arrendeva come prima, rideva degli argomenti di
lei. Ella sentiva il distacco operarsi lentamente e fatalmente; ma come
ritornavano ancora una volta le date della loro passione, una nostalgia
s'impossessava di lei al ricordo del suo bel romanzo, e cercava di
attaccarsi ancora a quell'uomo, di riafferrarsi a quel passato. Egli la
lasciava dire, chinando il capo, guardandosi le mani.
-- Quanto amore, non è vero?... quante carezze!... Ma tu non dici
nulla... hai l'aria d'essertene pentito...
-- Tu non sai quel che dici.
-- Oh, così fosse!... Ma io vedo, penso, confronto, intuisco...
Qualche volta arrivava da lei stringendole la mano senza baciarla; le
restava una sera accanto parlando di cose indifferenti, non le chiedeva
le sue carezze.
-- Come sei mutato! -- esclamava ella -- come sei freddo!...
-- Io sono lo stesso.
-- Ma sai che qualcuno darebbe la vita, per starmi un'ora vicino, così?
-- Chi, il principe di Lucrino?
Se il discorso tornava sulle memorie del tempo in cui non si
conoscevano ancora, se egli parlava del primo suo amore che la morte
aveva crudelmente troncato, le sue parole erano più commosse, ella lo
sentiva più lontano da lei.
-- Tu pensi sempre alla morta!
-- Sì... ma in altro modo.
-- Vorrei che pensassi in quest'altro modo a me stessa... Oh, capisco,
hai ragione: ella ti avrebbe dato molto più di quel che posso darti
io!... Che cosa valgo, oramai?...
Egli le stringeva una mano, senza protestare.
-- Tu avresti voluto essere il primo a leggere nel cuore d'una donna...
Un giorno, mi lascerai per sposare una vergine...
Allora, come egli restava senza dir nulla, gli si metteva quasi in
ginocchio dinanzi, pregando:
-- Senti, Paolo... se tu non m'ami... se non mi amerai più... me lo
dirai, francamente, sinceramente?... Sarà lo strazio di tutto l'essere
mio, ma non te ne vorrò... capisco che tutto finisce al mondo!...
procurerò d'esser forte!... ma voglio che tu me lo dica, senza
infliggermi il tormento di vederti così freddo, stanco, annoiato...
-- Ma t'inganni!...
-- No, non mentire... tu non m'ami più...
-- Ebbene, come vuoi: non t'amo...
Un momento, pensava di rispondergli: «Sta bene, separiamoci dunque!...»
poi fissava il proprio sguardo sul suo, intensamente, dolorosamente,
appassionatamente, ed in quello sguardo ella metteva dei rimproveri
umili, una supplicazione devota, tutti i ricordi del loro passato,
tutte le promesse dell'avvenire. Ella gli prendeva una mano, senza
lasciar di guardarlo; gli diceva, sommessamente:
-- Ripetilo... ch'io lo senta ancora...
-- No! non è vero!... Sei tu che mi fai dire queste cose...
Allora, per non sentirsi accusare daccapo, era lui che la accusava.
-- Sei stata col principe?... A che punto siete arrivati?
-- Oh, Paolo!...
-- Allora, chi altri hai per le mani?
-- Tu non sai che questo è un insulto?
Egli alzava le spalle, esclamando:
-- Non recitare!... tu pensi ad altri...
-- Io? Io?... Ma se fosse vero, perchè ti supplicherei da tanto tempo di
non trattarmi così? che cosa m'impedirebbe di abbandonarti?
-- La forza dell'abitudine...
Un velo le annebbiava la vista, le sue mani tremavano.
-- E sei tu che dici questo?... E tu lo credi?... Ah, è vero! Dopo
averci fatto cadere, siete i primi a disprezzarci!...
Adesso la verità le appariva in tutta la sua crudezza: egli non l'amava
più, quelle accuse che le rivolgeva erano altrettanti pretesti per
stancarla, per disfarsi di lei... Un'amarezza immensa le saliva dal
cuore alla gola; ella si ricordava tutto ciò che quell'uomo le costava:
la famiglia perduta, il disprezzo del mondo, l'avvenire distrutto.
Perchè ella sarebbe rimasta sola, senza un appoggio, esposta ad ogni
sorta di rischi... Meglio questo, meglio la fine, piuttosto che il
freddo insulto!... Perchè non aveva egli il coraggio di confessarle
sinceramente: «Non t'amo più, tutto è finito?...» Allora ella si
copriva il volto con le mani, pregava tra sè: «No, più tardi che
è possibile... voglio sperare, voglio ostinarmi...» Ed ella non
si confessava che anch'ella non lo amava più, che quell'amore non
rispondeva al tipo da lei sognato, che quell'uomo non le piaceva. Non
lo aveva mai trovato nè bello nè nobile abbastanza; non era mai stato
molto elegante, adesso era quasi trascurato; non voleva andare nel
mondo, la sua gelosia consisteva più che altro nell'idea del posto
secondario che egli vi teneva, del vantaggio che avevano su di lui
i giovani alla moda -- e impediva a lei stessa di fare la vita che
sognava, di ricevere molta gente, di andare a cavallo, di fumare, di
divertirsi a proprio talento.
Dell'altro tempo passava: la lusinga rinasceva e tornava a dileguarsi.
Con una gran tristezza nel cuore, ella andava nel mondo, fingeva
la serenità e l'allegria, non tollerando che la gente s'accorgesse
dell'abbandono in cui era lasciata. La passione era stata la
legittimazione del suo fallo: ella non voleva sentirsi dire che
s'era ingannata. Però, come gli uomini la perseguitavano con le loro
insistenze, ella rispondeva con uno scetticismo corrosivo. Non si
scopriva in tal modo? Ma come ascoltare senza ribellarsi le menzogne
che le recitavano?...
Solo Morani la trattava a un altro modo, la circondava d'un rispetto
fraterno; l'imagine di lui le era sempre presente. Ella imparava a
conoscere la lealtà del suo carattere, la dirittura del suo animo.
Un giorno, per istrada, le presentò le sue sorelline: due belle
fanciulle, a cui ella si affezionò come a delle figlie. E andando
adesso in casa di lui, conoscendo la severità della sua vita, ella
aveva una tentazione che si faceva sempre più forte: chiedergli un
colloquio, confessargli tutta la sua storia, la situazione presente, e
seguire i suoi consigli. Poi l'impossibilità di parlare del suo stato
a un giovanotto l'arrestava: non avrebbe egli potuto credere a delle
-avances- da parte di lei?... Ed ella s'arretrava ancora, atterrita
all'idea d'incorrere nel suo disprezzo.
Come la sua tristezza cresceva, ella s'afferrava di più a Paolo, gli
diceva:
-- So bene che un giorno tutto finirà tra noi; ma lascia che il tempo
compisca la sua opera, senza affrettarla!.. Perchè privarci di qualche
altro giorno di gioia?
Le sue guancie si rigavano di pianto; come egli cercava di replicare,
di assicurarle che era sempre suo, ella esclamava tra i singhiozzi:
-- T'ho per poco!... Ti perdo, mi sfuggi...
Quando egli le si mostrava cattivo, quando le ripeteva l'assurdo
pensiero che ella pensava al tradimento, gli diceva:
-- Ma non sai che questo pensiero funesto uccide l'amore? Che se non lo
combatti, se non lo distruggi, finirà per spegnere il tuo sentimento?
Ella pensava che ardesse ancora un poco, ne rimescolava le ceneri. Un
giorno, nel rimettere in ordine le lettere di lui, ne aveva rilette
tante, s'era sentita rivivere ai tempi della felicità. La sera, al
sopravvenire di Paolo, ella lo abbracciò con più calore, si mise a
riferirgli i passaggi più belli di quelle lettere.
-- Ti ricordi come scrivesti la prima volta?... E dalla Sicilia?...
Ascolta: dopo Castellammare mi dicesti così...
Egli disse:
-- Pensi ancora a queste cose?
-- Ma sempre!... non penso che a questo... e tu?
-- È un pezzo che me ne sono dimenticato.
Fu un urto in pieno petto. Ella guardò quell'uomo che si stropicciava
le mani evitando di guardarla, e ad un tratto sentì che non v'era
fra loro più nulla di comune, che un abisso si sprofondava tra loro,
abbattendo, travolgendo, inghiottendo ogni cosa. E la sua propria voce,
nel silenzio gelido che s'era fatto, la stupiva, la impauriva:
-- Hai dimenticato?... neppure il ricordo?... Allora, tutto quello che
mi dicevi?...
Egli s'alzò in piedi, facendo per dire qualche cosa. Col petto
affondato, il capo pendente, gli occhi sbarrati, ella distese un
braccio, ingiungendogli di non parlare. Si sentiva finire, il sangue
le si gelava nelle vene, un velo le ottenebrava la vista, un nodo le si
aggruppava alle fauci....
Fu una crisi come non ne ricordava più da un pezzo. Un giorno intero le
convulsioni e le sincopi si alternarono lasciandola sfinita, contusa
per tutto il corpo, con la lingua e le labbra lacerate dai morsi.
Nell'esaurimento supremo in cui quegli assalti la lasciavano, ella
provava l'impressione di una fatalità ineluttabilmente compitasi,
dell'impossibilità d'ogni sforzo, di qualche cosa d'irreparabile.
Egli tornava ancora: nella sua fibra spezzata ella non trovava la
forza di respingerlo, ma sentiva che era morto per lei, che nulla,
nessuna protesta, nessun pentimento, nessuna abnegazione avrebbe potuto
cancellar mai le atroci parole. Tutto ciò che egli faceva o diceva le
era adesso increscioso; la stessa stima nelle sue doti intellettuali
e nelle sue qualità morali era morta. Ella finiva per negare di averlo
amato mai; e un immenso stupore la invadeva, pensando alla rivoluzione
operatasi nel suo spirito. Un tempo, con Duffredi, ella si era ròsa
all'idea della catena legatasi al piede, aveva disperato di poterla
infrangere, e adesso che quella catena era rotta, che se n'eran
disperse perfino le vestigie, ella ne trascinava un'altra, egualmente
pesante. Come un tempo, all'idea di esser stata lei stessa a volere
quel nuovo danno, non si dava pace; e nel suo rancore impotente,
disperando ancora di liberarsi, ma non riuscendo a tollerar quello
stato, se Arconti la teneva fra le sue braccia, ella nascondeva il
viso, mormorando:
-- Vorrei morire!...
Si sentiva profanata, degradata, pensava con amarezza al disprezzo di
cui sarebbe stata ora degna. Ma l'idea di esser disprezzata da Morani
le riusciva particolarmente dolorosa. Egli era per lei una specie di
giudice superiore ed invisibile, che assisteva ad ogni atto della
sua vita, che leggeva ogni moto del suo cuore. Che cosa le avrebbe
consigliato, se avesse consentito ad ascoltare la sua confessione?
Avrebbe potuto ammettere egli, nella sua dirittura, quel prolungamento
d'una finzione incresciosa? Ella affrettava la liberazione, ma non
sapeva come affrontarla. Vi erano delle donne che riuscivano a dire:
«Non t'amo più, lasciami, va' via...» Ella non sapeva pronunziare
queste parole, per sbarazzarsi dell'uomo che era stato tanta parte
della sua vita; come quando aveva lasciato suo marito, degli ostacoli
la arrestavano; ella provava ancora una volta che tutto era più
difficile del previsto... Ma che cosa avrebbe fatto sola? Fin dove
sarebbe precipitata? Quali miserie l'aspettavano ancora? E il suo
cuore si chiudeva dall'angoscia, dal terrore; nessuna speranza luceva
per lei: come sarebbe stato meglio morire! perchè non era morta?...
La figura di Matilde Cerosa, dell'infelice che s'era sfracellata sul
marciapiedi lo stesso giorno in cui ella partiva da Palermo pel viaggio
di nozze, risorse allora improvvisamente, dopo tanti anni, nella
sua memoria. Quella tragica coincidenza non era stata una fatalità
e quasi un avviso del suo destino? L'atroce coraggio della suicida
l'affascinava: in certe ore di funebre -spleen-, quando il cielo era di
cenere, le strade silenziose e deserte, la solitudine più fredda e più
triste, voleva finirla anche lei, cercare il riposo nell'ultimo sonno.
Pensava di comprare un revolver, piccolo, dal manico intarsiato, dalla
canna damascata, un'arma che sarebbe stata un gioiello, e con quella
darsi la morte. Allora l'avrebbero pianta, avrebbero saputo qual cuore
era il suo!...
E come, suo malgrado, faceva intendere all'altro il disgusto da cui si
sentiva presa, egli pareva riattaccarsi a lei! Vedendola nascondersi il
viso, formulare un voto di morte, le diceva:
-- Ti faccio orrore, non è vero?... Son io che t'ho voluta perdere!...
Ma che importa?... Restiamo legati lo stesso...
Altre volte esclamava:
-- Rammentati le mie previsioni!... «Sarai tu che non mi vorrai più»...
che non mi vuoi...
-- E di chi è la colpa?... Chi ha ucciso l'amore?... Chi ha detto di
non rammentare più il passato?... chi lo ha rinnegato?... Di chi è la
colpa?...
-- La colpa!... la colpa!..,
E tornava ad accusar lei, ricominciava con le sue malignazioni. Una
sera, ella proruppe:
-- Oh, senti!... quando devi venir qui per dirmi di queste cose... è
meglio farne a meno... aspettare dei momenti migliori...
Egli s'alzò, soggiungendo subito:
-- Lo credo anch'io... sarà meglio separarci per qualche tempo. Tanto,
fra giorni la Camera si richiude.
E senza vederla più, senza scriverle un rigo, partì. Nel vuoto
fattosele così d'intorno, ella era stupita del sottil senso di
liberazione che la penetrava. Perchè dunque quella rottura non
l'accorava? perchè non provava il dolore previsto?... Forse perchè ella
sapeva che la separazione non era definitiva. Da un momento all'altro
contava di ricevere sue lettere, delle lettere umili, pentite,
imploranti. Non amava più quell'uomo; ma voleva una prova dell'impero
che aveva esercitato, che doveva ancora esercitare su di lui... I
giorni seguivano ai giorni, le settimane alle settimane, ed egli non
scriveva nulla, non un rigo, non una parola...
VI.
In mezzo alle distrazioni della nuova stagione estiva, quando ella
era tutta ai suoi trionfi mondani, il pensiero di lui le tornava alla
mente. Aveva una ansiosa curiosità di sapere ciò che egli faceva, che
cosa provava per lei. Pensava che fosse pentito della rottura, che si
disperasse rammentando la felicità perduta, che una fiera battaglia si
combattesse nell'animo suo, tra la passione e l'orgoglio. La figura
di lei doveva sempre stargli dinanzi, seguirlo dovunque, impedirgli
di pensare ad altro! Era bene che fosse così, che egli soffrisse dopo
averla fatta soffrire. Ella riprendeva la sua vita abituale, cercava
la società, si compiaceva di brillarvi; non aveva rimorsi, il torto
era tutto dalla parte di lui. Però s'aspettava da un momento all'altro
di vederlo comparire: egli avrebbe lasciato tutto, sarebbe partito
di nascosto, l'avrebbe raggiunta. Che cosa avrebbe fatto lei stessa?
Lo avrebbe respinto? Si sarebbe piegata?... All'ora della posta,
ella imaginava di ricevere una lettera di Paolo piena di ricordi e
di supplicazioni; e delle frasi di risposta si scrivevano nel suo
pensiero: «No, è troppo tardi, credetemi... I disinganni di cui mi sono
abbeverata furono troppo amari, perchè io possa affrontarne di nuovi...
La vita non si rifà, il passato non torna!... Finite di dimenticarmi
e possiate esser felice: questo è il mio ultimo voto...» Gli occhi
le si arrossavano, pensando a queste cose; e con la posta non veniva
nulla per lei. Allora degl'impeti di sdegno per poco non la spingevano
in braccio ad altri. Il ricordo di Morani la sosteneva; ella voleva
serbarsi pura per lui. Disperava d'ottenere l'amor suo, ma non poteva,
affrontare la sua disistima. Dove era egli a quell'ora? Qual'altra
creatura gli sorrideva? Forse amava una vergine che avrebbe fatta
sua!...
E la propria miseria le si rivelava in tutto il suo orrore. Ella era
definitivamente abbandonata, senza una parola, come l'ultima delle
donne. L'ultima delle donne non si sarebbe lasciata così, dopo cinque
anni di vita comune!... A che cosa le erano dunque giovati i suoi
sacrifizi? A legittimare le insidie che tutti gli uomini le tendevano,
a prepararle un avvenire di abbassamenti continuati... Ella si sentiva
mancare il respiro; avrebbe voluto piangere, e battersi. E allora,
pensando all'abisso cui andava incontro, sentiva la tentazione di
scrivere a Paolo, di cedere per la prima. Egli l'aveva crudelmente
ferita; ma era sempre l'uomo che le aveva fatto battere il cuore, a cui
ella aveva dato tutta sè stessa! Forse una falsa superbia li tratteneva
entrambi dal muovere il primo passo nella via della riconciliazione;
perchè non lo avrebbe fatto lei? E cominciava delle lettere, ma le
stracciava una dopo l'altra. Le espressioni fredde, i rimproveri
larvati non sarebbero riusciti a nulla, e le preghiere non avrebbero
fatto peggio? S'egli l'avesse lasciata senza risposta?...
Finì per rinunziare a quel tentativo. Che cosa le restava da fare?,..
Perdonando il male che le aveva cagionato suo padre, sperando
di trovarlo un altro per lei ora che la sapeva in quella triste
situazione, rammentando il bacio disperato che aveva posto sulla sua
mano la notte della morte di Laura, andò a trovarlo a Venezia. Egli la
volle con sè in casa; e nel vedersi tutto il giorno dinanzi la donna
che aveva fatto tanto soffrire la sua mamma, che ella stessa aveva
tanto aborrita e che ora trattava familiarmente, pensava allo strano
giuoco del destino, alla dispersione fatale dei sentimenti creduti più
saldi. Suo fratello, che adesso aveva preso moglie, era per lei come
un estraneo; restavano insieme a lungo senza sapere che cosa dirsi;
e il cuore non aveva nessuna parte in tutte quelle relazioni. Alla
lunga, accorgendosi d'essere d'impaccio, ripartì. Per un poco, pensò
di tornarsene a Palermo. Ma che cosa vi avrebbe fatto, tra l'ostilità
di tutti? Scrisse, nondimeno, a sua zia, per la prima dopo tanto
silenzio; le disse, in frasi vaghe, i suoi disinganni, il vuoto della
sua esistenza, il bisogno che ella aveva di perdono e d'affetto. La zia
rispose subito; ma senza offrirle di riprenderla con sè. Pure, ella non
troncò quella corrispondenza.
Negli accessi di tristezza che la piegavano, la folla, il movimento,
le erano diventati odiosi; ella riprese più presto degli altri anni
la via della casa. Non c'era nessuno a Roma, Morani con le sorelle
era in campagna. Ella passava lunghi giorni senza vedere anima
viva. Accompagnata da Stefana, in abiti scuri, dimessi, se ne andava
spesso, per vie fuori mano, alla villa Mattei. La malinconia di quella
solitudine, accresciuta dal tramonto della bella stagione, le pareva
convenire allo stato dell'animo suo. Il poco verde appassito dei rami
confusamente aggrovigliati era uno sfondo adatto alla sua figura, su
cui l'opera del tempo diventava ogni giorno più manifesta! La gran
pace, il silenzio rotto ad ora ad ora dei fruscii lievi delle foglie
cadenti, dai trilli degli uccelli migranti, la immergevano in una
mestizia senza fine. Qualche cosa come una caduta di foglie avveniva
dentro di lei; ella sentiva di sopravvivere a sè stessa; la miglior
parte del suo cuore, della sua bellezza, era morta. Le restava il
fascino delle rovine, delle torri slabbrate dal fulmine, delle fronti
curvate dalle avversità. Se un passo d'uomo risuonava lungo i viali,
ella chinava gli occhi, evitando di guardare, tracciando dei segni
enimmatici con la punta del suo ombrellino. Malgrado la negligenza
della sua toletta, l'istintiva eleganza della signora di razza doveva
imporsi all'attenzione dei passanti; chi la vedeva a quel modo, doveva
pensare, con un sottil senso di rammarico, alle fortunose vicende
che avevano condotta una donna come lei a compiacersi nella muta
tristezza di quel giardino solitario, doveva provare la tentazione
di leggere in quel cuore ferito pel quale il mondo non avea più
sorrisi. Ed ella sentiva che era un altro inganno quell'imaginarsi
oggetto all'attenzione di qualcuno, quella vaga aspettazione di un
essere capace di vincere lo scetticismo di cui s'era imbevuta...
Ella sentiva freddo quando pensava a che cosa era ridotta. Ah, se
l'autore di quella rovina avesse potuto leggerle nel cuore, vederne lo
strazio! Stolta ella stessa, che gli aveva creduto, che aveva fatto
di quell'amore la ragione della propria vita!... Poi, i rimproveri
che formulava contro di lui cadevano anch'essi; ella riconosceva la
propria parte d'errore. Sì, ella lo aveva amato; ma, sulle prime,
quell'amore non le aveva impedito di cedere ad un altro. Dimenticava
dunque la sua colpa, l'origine della freddezza di Arconti? Pensando
all'antica avventura, ella si chiedeva: «Perchè feci questo? Non sono
inaccessibile al capriccio?...» E allora si ripeteva che la colpa non
era stata sua, ma delle circostanze, della mancata protezione materna,
dell'esempio che suo padre prima, suo marito dopo le avevano dato,
della perversità di Aldobrandi. L'istinto di seduzione, la smania
di piacere l'avevano perduta: la sua vanità era stata esaltata dalla
preferenza che gli uomini le mostravano; ma adesso ella riconosceva
che l'avevano preferita perchè s'eran visti incoraggiati. Considerando
tutta la sua vita, da lontano, quasi disinteressatamente, ella
scopriva la logica che l'aveva regolata, la fatalità d'ogni evento.
Sola in mano del nonno buono ma autoritario, era fatale che ella non
potesse fare un matrimonio felice; il disinganno, la rappresaglia, le
persuasioni della fantasia l'avevano indotta al passo falso. Una idea
la disarmava contro Arconti; che se non fosse stato lui a sospingerla,
un altro avrebbe preso il suo posto... Questo egli aveva compreso,
questo lo aveva distolto da lei!... Ma quando pure ella fosse stata
fatta a un altro modo? se avesse amato lui soltanto, senz'altre
ragioni fuorchè quelle del cuore? Tutto sarebbe finito egualmente!
Il tempo, i disaccordi inevitabili, la diversità dei caratteri
presto o tardi avrebbero prodotta la conclusione medesima. Ella non
poteva dire di averlo veramente amato sul principio; ma quando s'era
sentita maggiormente stretta a lui, non era stata l'idea di mostrarsi
conseguente nella colpa che l'aveva sostenuta? Ella aveva creduto che
l'amore durasse eternamente: ma v'era qualche cosa senza fine, nel
mondo? Aveva creduto ancora che ogni creatura umana non potesse amare
più d'una volta in tutta la vita: ma quanti uomini aveva ella amato,
in modo diverso? Ed ora si domandava che cos'era dunque l'amore, se
esisteva, se non era anch'esso un inganno, il più funesto di tutti?...
La lentezza con cui trascorrevano i suoi giorni vuoti alimentava quelle
riflessioni amare. Per evitare i tristi pensieri ella s'immergeva
nella lettura. I libri le avevano fatto un gran male esaltando la sua
imaginazione, pascendola di allettanti finzioni, di chimere seducenti;
ma oramai era troppo tardi per smettere, il male era già fatto, e
malgrado il suo scetticismo, le restava in fondo al cuore inassopito
il bisogno d'emozioni, di scosse, di palpiti. Feuillet era il suo
pascolo prediletto; le nobili anime, i cavallereschi amori, le passioni
eroicamente contenute o tragicamente divampanti esaltavano tutto
l'esser suo. Chiuso il volume, i suoi sguardi vagavano intorno, e la
figura di Morani le sorgeva dinanzi, con qualche cosa del fascino del
-Giovane povero-. Poi scuoteva il capo: che cosa sperava? a quall'altra
funesta lusinga voleva abbandonarsi?...
Spesso, la notte, ella sognava di Milazzo; le pareva di ritornarvi,
ma la città non si trovava più in pianura, le mura del Castello si
ergevano colossali e paurose, le finestre della cattedrale bombardata
risplendevano stranamente in pieno giorno, un vecchio sollevava una
lapide, guidandola pei sotterranei comunicanti col sepolcreto di San
Francesco di Paola -- e si destava di scatto, agghiacciata e tremante.
Quel sogno, per un certo tempo, tornò molte volte: e sveglia, alla luce
del sole, ella pensava alla piccola città, ai luoghi dov'era trascorsa
la sua fanciullezza e che non rammentava più nettamente, con un senso
vago e indefinibile di terrore. Le imagini funebri non erano un funesto
presagio? Ella diventava superstiziosa, tutto era tinto per lei di
malinconia. Stefana veniva a mettersele vicino, cominciava a parlare di
mille cose, cercando di distrarla, di farla sorridere, costringendola
ad andar fuori quando era rimasta a lungo in casa, rimproverandola
dolcemente se la vedeva ostinarsi nel suo cordoglio, parlandole di
Paolo, dicendole:
-- Gli uomini sono tutti così!... vedrai che tornerà!...
Ella non sapeva se affrettare o ritardare col desiderio il giorno
in cui egli sarebbe tornato a Roma. Però cercava nei giornali,
prima d'ogni altra cosa, le informazioni parlamentari, le notizie
intorno alla data della riapertura della Camera. Una sera, aperto il
-Fanfulla-, i suoi sguardi furono attirati dalle grosse sbarre nere
di una necrologia. Tutte le volte che scorgeva quel funebre segno, il
cuore le si stringeva ed ella dovea vincere un'istintiva repulsione
prima di leggere fra quelle righe. Anche ora esse l'attiravano e
la respingevano insieme; a un tratto un nome parve balzar fuori:
Morani... Eduardo Morani... Ella non comprendeva: il suo nome, lì,
impossibile!... un errore, un'altra persona... e come il foglio le
tremava nelle mani, le righe parevano entrare l'una nell'altra, le
parole si sdoppiavano, si confondevano... Impossibile!... un altro!...
e il senso del periodo le sfuggiva, afferrava solo delle frasi: «Di
ritorno da pochi giorni a Roma... una febbre perniciosa... malgrado
tutti i rimedii... nel fior della vita... Povero amico! povero
cuore!...» Ella sorse in piedi, con le mani fitte tra i capelli, gli
occhi spalancati, gridando soffocatamente: «Morto!... Morto!...» e
dei suoni tremuli come lamenti le uscivano dalle labbra semischiuse
ed esangui. «Morto!... Dio!... Dio!...» Con l'impressione di freddo
intenso che a un tratto le serpeggiava pel corpo, ella incrociava le
braccia sul seno, comprimendolo, sostenendosi, sentendo che era sul
punto di cadere, che il cuore le si schiantava.... Morto... lui!...
impossibile, assurdo!... e di nuovo si precipitava sul foglio,
spiegazzandolo, divorando le linee funeste. Allora, come non era
lecito più dubitare, come il saluto estremo le tornava sotto gli occhi:
«Povero amico! povero cuore!...» i suoi occhi si gonfiarono di pianto.
Ah, era atroce morire così!... apprendere così la morte d'un essere
amato, buono, ammirato!... Ella dunque non lo avrebbe visto più, non
avrebbe udita la sua voce dolce, non avrebbe più stretta la sua mano
leale!... No, no; era più forte di lei... ella non voleva, non poteva
mettere un freno alle lacrime; un'accorata pietà gliele spremeva
dal cuore... Si moriva dunque così, prima d'avere avuto il tempo di
vivere?... Perchè?... Terribile, incredibile!... Ah! i suoi funebri
presagi!... E come ella rammentava le volte che era stato presso di
lei, le parole che le aveva dette, il suo cordoglio cresceva. Come era
stato buono! di quanto rispetto l'aveva circondata! di che nobile animo
aveva dato prova!... Nell'intimo della sua coscienza, nel secreto del
suo cuore, che cosa aveva provato per lei?... Non lo avrebbe saputo
mai!... Egli era morto, portandosi con sè il suo secreto... Povero
cuore! Povero cuore!... Essere amata da lui: l'ambizione che ella aveva
vagamente nutrita, la speranza che le aveva confusamente sorriso!...
Che cosa sarebbe stato l'amor suo?... E tutto invece era finito, per
sempre... Che tristezza in quello svanire d'una larva, d'un sogno non
ancor precisato, d'un sentimento incosciente, neppur nato! Come il
vuoto le si faceva più largo dintorno! Come tutto era freddo, e muto,
e oscuro intorno a lei!...
Ella aveva smarrito l'idea del tempo in quella lugubre notte, quando
la vecchia Stefana le venne vicino. Vedendole gli occhi rossi, il viso
impallidito, la donna chiese:
-- Che cos'hai? Che cos'è stato?
-- Una triste notizia... una disgrazia...
La vecchia scrollò il capo:
-- Vita e morte sono in mano di Dio!... Non t'affliggere sempre...
Ma ella trovava un malinconico conforto a parlare di lui, a dirle tutto
il bene che le aveva ispirato. Come un incubo, il ricordo doloroso
non le diede tregua fino all'alba; e al cessare dei sogni torbidi,
ella ritrovò lo stupore attonito della sera innanzi, con un bisogno
di sapere qualche cosa del morto, con la vaga aspettazione d'un
avvenimento inatteso, quasi d'un miracolo, d'una risurrezione. Era
decisa di andare a trovar le sue sorelle; però Stefana la consigliò
di aspettare un altro giorno, e intanto la trascinava verso le stanze
interne, le parlava di molte cose, quasi volesse fuorviare la sua
attenzione. Dapprima, ella non aveva compreso; a un tratto, come nel
silenzio del pomeriggio s'udirono dei lontani squilli di tromba, ella
gettò un grido:
-- Lui!
Allora dovè materialmente lottare contro la vecchia che tentava di
distoglierla dalla vista; e dietro la finestra, aggrappata con una mano
alle cortine, premendosi il cuore con l'altra, intanto che gli accordi
della marcia funebre si facevano sempre più vicini, ella scorse una
grande croce nera, la fila dei frati reggenti i ceri dalle fiammelle
tremolanti.
-- Ah!... ah!... pietà!...
L'anima si struggeva al canto lento, lungo, straziante, echeggiante
come un insistente ultimo appello; alla vista della bara coperta di
fiori, delle bandiere lugubremente raccolte, del breve stuolo di amici
che seguivano, a capo chino, raccolti e silenziosi. Ella era caduta
in ginocchio, protendendo le braccia, dicendogli addio, non vedendo
più nulla dal pianto, sentendosi trafigger le tempie dai funebri
squilli, scrollando amaramente, disperatamente il capo come se nulla
potesse consolarla della vita... Più tardi fu una nuova voluttà di
dolore, in casa di lui, tra le braccia delle sue sorelle; e poi, a
poco per volta, l'acuto dell'angoscia si venne calmando: ella pensava
allo scomparso con un rimpianto infinito e composto. Come lo avrebbe
amato, se avesse potuto rivederlo! Come avrebbe voluto essere amata da
lui!... Talvolta, ella dimenticava che era morto, credeva di vederselo
innanzi, gli tendeva la mano, gli parlava come aveva un tempo parlato
agli eroi imaginarii dei suoi libri. Tratto tratto, il ricordo di
Paolo risorgeva, e qual nuova meraviglia si operava adesso? Il morto
ed il lontano si confondevano per lei in un essere solo; attraverso la
figura inafferrabile di colui che se ne era andato per sempre sorgeva
la figura dell'antico amante, ma trasfigurata, con qualche cosa della
seduzione dell'altro. Inconsapevolmente, ella attribuiva all'assente
le attrattive, le virtù che l'avevano fatta sognare nel morto, si
sentiva prendere da un bisogno irresistibile, violento, di rivederlo,
di versar su di lui la passione che le rigermogliava nel cuore. Così,
quando seppe che Arconti era a Roma, quando lo scorse da lontano,
quando lo guardò un momento negli occhi, non lottò più. Gli scrisse, lo
attese con un'ansia mortale, gli si gettò fra le braccia, se lo strinse
selvaggiamente al petto, chiamando, senza voce, con un muto muover
delle labbra, non più Paolo, ma: «Eduardo!... Eduardo!...»
Fu un ritorno dell'amore antico, ma più torbido, più tormentato,
senza fede sulla sua durata. Poichè ella si era piegata per la prima,
comprendeva di non esser più in diritto di lagnarsi di nulla; ai suoi
lamenti egli avrebbe potuto rinfacciarle: «Sei stata tu che m'hai
chiamato...» Però ella gli stava dinanzi umile, supplice, disposta
a sopportar tutto, ad accettare quel tanto che egli poteva darle
ancora. Non lo rimproverava dell'abbandono in cui l'aveva lasciata, gli
chiedeva soltanto:
-- Hai pensato qualche volta a me? Come hai pensato a me?
-- Ma con desiderio, con rammarico, con passione...
Ella scuoteva il capo, comprendendo che egli le diceva quelle cose per
condiscendenza; e, a quel pensiero, rispondeva con tono sommesso di
preghiera:
-- Senti, se tu non m'ami, se non provi più nulla per me, fingi
almeno, dimmi qualche volta una buona parola... Vedi che io non sono
esigente!... Non costa molto, una buona parola!
Paolo le turava la bocca, la stringeva furiosamente; e a un tratto ella
credeva di notare che anche lui aveva un pensiero secreto, accarezzava
in lei un fantasma invisibile... E a poco a poco il suo proprio inganno
svaniva, ella non riusciva ad operare la sostituzione dei primi tempi;
ed era come se il morto morisse un'altra volta nella sua memoria...
Un senso di rispetto le impediva di parlar di lui a Paolo, quando
questi insisteva per sapere a chi ella avesse pensato durante la loro
rottura; egli non s'acquetava all'assicurazione che nessun uomo le
aveva detto nulla, alludeva ancora al principe di Lucrino.
-- Sono stanca di giurartelo!... No, credimi; non posso più
ricominciare... ho sofferto troppo!... Dopo di te mi seppellirò in
qualche solitudine, andrò a chiudermi per sempre in qualche campagna di
Sicilia...
Ma come, ingolfato nella politica, egli ricominciava a trascurarla,
ella gli s'afferrava al collo, supplicando:
-- No, non mi sfuggire... non mi lasciare... lusingami ancora!... -- Poi,
nascosto il viso tra le mani: -- Non mi precipitare all'orrore di altre
colpe...
-- E la campagna dove volevi seppellirti?
Egli la prendeva sopra un tono di scherzo; ella rispondeva, sorridendo
a sua volta:
-- Ah, contenterebbe il tuo amor proprio, non è vero? che una donna come
me rinunziasse al mondo per causa tua?
L'idea della propria umiliazione finiva talvolta per farla soffrire;
la previsione di essere nuovamente abbandonata da lui le riusciva
insopportabile; ella s'acquetava pensando che se avesse voluto, sarebbe
stata lei a lasciarlo.
Così trascorse un'altra stagione. Non era tanto di guadagnato?...
Quando egli era buono, glie lo diceva:
-- Grazie per quest'altra felicità che mi dài.. Quando penso a quel che
soffersi pel tuo abbandono, all'abisso che mi vedevo scavato dinanzi,
non mi pare possibile!... Grazie! grazie! Ma quanto durerà?
In quaresima, per la prima volta dacchè si conoscevano, venne a Roma
la famiglia di lui. Quando gli chiese che cosa veniva a fare, egli
rispose, vagamente:
-- La mamma sta poco bene... mio padre ha delle seccature da sbrigare...
Ella non aveva nessun interesse a conoscere quella gente; però,
dall'impaccio di Paolo, comprese che egli voleva evitare un incontro.
L'orgoglio di lei, a quell'idea, ricominciò a sanguinare: era dunque
così disprezzata da lui! creduta indegna di entrare per un momento
in mezzo alla sua famiglia!... Lo sbaglio commesso con quella tarda
ripresa d'un legame finito le si rendeva adesso palese. E non le
restava neppure il diritto di lamentarsi...
Prima delle vacanze. Paolo le annunziò che quell'anno doveva tornare a
casa più presto del solito. Ella non oppose nessuna difficoltà, nè gli
chiese se e quando contava di rivederla, rimandando la spiegazione alla
sera del congedo, ma senza essere neppur certa che l'avrebbe provocata.
Come lo scoppio di un fulmine, il giorno precedente, una notizia la
stordì. Il principe di Lucrino, incontratala per via, accompagnatala
un pezzo, le disse a un tratto, dopo averle inflitte mille sciocchezze,
con un'allegria espansiva:
-- Dunque, abbiamo un matrimonio parlamentare?
-- Che matrimonio?
-- Ma quello dell'onorevole Arconti...
Col cuore subitamente afferrato e stretto da una morsa, ella sostenne
lo sguardo indagatore di quell'uomo; disse, ridendo:
-- Davvero?
-- Con la figlia del senatore Rigoni... la famiglia dello sposo è venuta
a Roma per questo...
Ah, quel ritorno a casa, fra gli urti dei passanti, lo schioccar
delle fruste dei cocchieri, con un velo dinanzi agli occhi, un rumorio
minaccioso che pareva inseguirla, incalzarla, che faceva precipitare
il suo passo; e lo smarrimento, la vertigine che l'obbligarono ad
arrestarsi a mezza scala, afferrata alla maniglia, ansimante, perduta;
e il sordo ribollir della collera, appena entrata a casa, il furore con
cui si strappava la veletta, con cui gettava lontano il suo cappello,
i suoi guanti, la rabbia con cui scacciava la vecchia che le diceva
qualcosa.
-- Vattene!... via!... hai capito?
Scacciata anche lei! Gettata via come una cosa inutile e vile! Egli
la gettava via!... A quest'idea, all'idea di sapersi abbandonata per
un'altra, di saperlo felice con un'altra, il rancore la divorava.
Essergli rimasta scioccamente fedele! Non essere stata lei a
infliggergli quel tormento, a ferirlo nel suo orgoglio, a vendicarsi
dei suoi disprezzi!... Essere umiliata da lui, sferzata a sangue,
calpestata sotto i piedi, derisa, schernita!... Oh! oh!... due lacrime
ardenti le traboccavano dalle gonfie ciglia, si evaporavano sulle
guancie infiammate... Ella si rodeva, nell'impeto furioso di commettere
una pazzia, di far parlare tutto il mondo di sè. E non le aveva detto
nulla! Forse era già partito!... Allora, corse al campanello, chiamò a
lungo, fin quando Stefana apparve.
-- Senti... scusami... ma corri da lui... domanda se è qui... se non
è partito... No, non dir questo... se è qui, soltanto... senza farti
vedere!... corri... fa presto!...
Vederlo! udire da lui stesso se era vero! vedere fin dove arrivava
la sua viltà!... E dei progetti le attraversavano lo spirito: correre
da quell'altra, dirle: «È mio!», gettarsi fra loro... E poi?... A un
tratto, la coscienza della propria debolezza l'abbatteva. Col viso
nascosto contro il guanciale, il petto compresso, le mani afferrate
alla coltre, ella non poteva pianger neppure... Ma era nulla il
dolore antico, il dolore della separazione reciproca suggerita dalla
stanchezza, dinanzi a quel che avveniva adesso, alla solitudine
in cui ella restava intanto che la vita ricominciava a sorridere
all'altro!... Allora pensava: «Ma se non lo amavo più? se ero stanca
di lui?» E voleva dirglielo, buttargli in viso il disprezzo che le
ispirava soltanto... Invece, vedeva un altare sfolgorante, una coppia
felice, e dietro un pilastro, nell'ombra, una donna vestita a nero, la
tradita, l'abbandonata... E finalmente le lacrime scorrevano, il freddo
guanciale le beveva... Ma ella lo amava! Non lo aveva mai amato tanto!
Come il giorno in cui lo aveva tradito, ella assisteva adesso alla
rivelazione dell'amor suo!...
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