quell'avvenimento previsto dovesse produrle tanta impressione. La sera,
rimasta sola, riprese la sua lettera a Paolo; gli scrisse: «L'amarezza
si aggiunge all'amarezza; a rendermi più triste questa separazione si
aggiunge l'ala della morte distesasi accanto a me. Nessun legame di
sangue mi univa al povero vecchio che ha cessato di soffrire, ma la sua
dipartita mi ha fatto pensare a tante cose angoscianti. Consolami tu,
dimmi che m'ami, che m'amerai sempre...»
Suo marito, quando lesse il testamento nel quale si nominava erede
il bambino anzichè lui, entrò in una collera sorda, che non potendosi
sfogare apertamente, si tradiva ad ogni momento, a proposito di nulla.
Egli avrebbe voluto esser padrone di quella sostanza, disporne come
di cosa propria. L'incompatibilità dei loro caratteri si rivelava
nuovamente in quella circostanza: quantunque ella fosse certa
dell'eredità, delle lacrime di commozione le avevano gonfiato gli occhi
nell'apprendere le disposizioni testamentarie, l'atto sempre generoso
del vecchio che legava una fortuna al frutto delle sue viscere;
suo marito, invece, se la prendeva col morto, le dava lo spettacolo
disgustoso d'una recriminazione volgare.
-- A te od a tuo figlio, -- osservava ella -- non è la stessa cosa?
-- Ah, è la stessa cosa? La stessa?... E la baracca chi la tiene in
piedi, tu forse?... Sono stato ingannato come un gonzo!...
Da qualche parola sfuggita all'amministratore, ella aveva compreso che
si trovava in imbarazzi, che aveva fatto dei debiti contando di pagarli
con l'eredità. Ma egli non poteva toccare un soldo del patrimonio,
dovendo rendere i conti a suo figlio quando sarebbe entrato nell'età
maggiore. Ed a lei non diceva nulla della sua situazione finanziaria --
non la credeva neppur capace d'intendere queste cose!
Adesso cominciavano le visite di condoglianza, la sfilata delle persone
che chiedevano l'ammontare dell'eredità dopo aver fatto l'elogio del
morto, che nascondevano male la loro invidia, che insistevano nel
mettere in evidenza la fortuna in cui si risolveva quella disgrazia. Lo
spettacolo di tanta ipocrisia e di tanta volgarità la disgustava. Ella
faceva delle scettiche riflessioni sulla commedia del mondo, pensava di
esser lei sola a rimpiangere sinceramente il povero vecchio.
Pel tempo che richiedeva la sistemazione degli affari, non si
parlava di tornare a Roma. E Paolo scriveva delle lettere sempre più
impazienti, minacciava di porre ad effetto il proposito di venirla a
raggiungere. «Il mio pensiero vola sull'ali del desiderio alla terra
felice che accoglie l'amor mio. Il cielo vi è più azzurro, il mare
più calmo, i fiori più smaglianti. I tuoi sospiri profumano l'aria,
la tua presenza nobilita tutte le cose.» Poi aveva reclamato il suo
ritratto; ella ne possedeva uno fatto qualche anno prima, ma non le
pareva che la favorisse molto. Ne cercò, per aggiungerlo a questo, un
altro fatto da ragazza; ma nel cofanetto da lavoro in cui rammentava di
averlo riposto, non lo rinvenne. Frugò da per tutto; non riuscendole
di trovarlo, mandò l'altro solo. La sparizione di quel ritratto la
fece fantasticare; chi poteva averlo sottratto? Imaginava che qualcuno
dei suoi adoratori, per possedere la sua effigie, avesse indotto una
persona di servizio a rubarlo. Però, non osava chiederne a nessuno,
temendo che venissero a scoprire la ragione delle sue ricerche...
«Fronte adorata, purissima,» scriveva Paolo, «sguardi profondi perduti
dietro a una visione di cielo, fior della bocca appena dischiuso al
bacio dell'aura, fattezze soavi piene di grazia e di nobiltà, io vi
ho finalmente dinanzi, vi copro di baci, vi mostro il mio cuore...
Io amo voi sole: voi siete benigne, vi lasciate contemplare, non vi
nascondete, non mi fuggite come quella Superba alla quale non vo'
più, d'ora innanzi, pensare...» Delle -bouderies- fanciullesche, delle
esagerazioni ammirative di cui ella sorrideva un poco; ma un'atmosfera
d'amore sottile ed inebbriante che si sprigionava da ogni sua parola,
che l'avvolgeva come una carezza, che la faceva sognare ad occhi
aperti, che scoloriva i romanzi di passione coi quali ella ingannava la
lunghezza dei suoi giorni.
Tornava la primavera, il verde sulle piante, la serenità nel cielo.
Adesso ella usciva un poco, faceva qualche visita. Il nero stava
meravigliosamente alla sua bellezza bionda, dava nuovo risalto alle
rose della sua carnagione. Le amiche glie lo dicevano, durante le
visite in cui non si parlava se non dell'avvenimento imminente,
le corse alla Favorita. Poichè il lutto era ancora troppo recente,
ella non poteva andarvi; ma non ne provava rammarico, pensando che
Paolo doveva esserne contento. La gelosia non gli faceva sentire i
suoi morsi? Dopo la lettura della Fanny di Feydeau, si chiedeva se
anch'egli fosse geloso del marito? E giustamente Paolo scriveva: «Un
altro uomo ti sta al fianco, ti parla e t'ascolta, ha dei diritti su
te!... Stasera, dolce amor mio, non mi chiedere nulla; ho l'anima
triste più della morte. Se ti potessi dire tutto quello che sento,
ti farei piangere come io piango... No, basta; è troppo soffrire...»
Quanta poca ragione aveva di esser geloso! Ella era un'estranea per
suo marito. In cuor suo, se ne rallegrava; le era almeno risparmiato
l'orribile tormento che dovevano essere le sue carezze. Però scriveva
a Paolo che non si fidava più di restar lontana da lui. Allora egli si
umiliava, diceva di non comprendere come ella potesse amarlo tanto. «Io
non ho nulla per esser degno dell'amor tuo; quanti uomini valgono più
di me!...» Ella gli aveva appena risposto protestando contro quelle
parole, giurandogli che non pensava neppure all'esistenza di altri
uomini, quando suo marito le annunziò che il principe di Lucrino era
arrivato a Palermo, per le corse. La notizia le procurò una leggiera
emozione; perchè?
Il principe venne a trovarla, un martedì che v'era molta gente nel suo
salotto. Dopo averle presentate le sue condoglianze ed espressa la sua
ammirazione per Palermo, s'era messo a guardare in giro le pareti.
Ella pensava che la presenza di altre persone dovesse contrariarlo,
godeva un poco del suo imbarazzo. Però, raccogliendosi nel suo angolo
di divano, procurò di metterlo -à son aise-, chiedendogli degli
schiarimenti sulle corse.
-- Il -criterium- si corre dai cavalli a due anni, per avere giusto un
criterio su quel che saranno a tre anni. L'-Handicap- è la più stupida,
perchè tutti i cavalli debbono portare un peso, e glie li mettono,
così, a occhio...
E a misura che le altre persone gli rivolgevano delle domande, egli
spiegava:
-- Il fantino che smonta, finita la corsa, consegna il cavallo al
-trainer- che lo ha in custodia; allora gli dánno a bere e lo lavano da
capo a piedi quantunque sia sudato, perchè non beve da ventiquattr'ore
e mangia soltanto biada secca; altrimenti il ventre gli gonfia e gli fa
cqua-cqua.
La prosaicità di quei discorsi era compensata per lei dall'interesse
con cui la gente raccolta nel suo salotto li ascoltava. E in breve il
principe diventava alla moda fra i giovanotti eleganti; le signore
gli prodigavano i loro sorrisi, il suo -Rataplan- raccoglieva le
simpatie generali. Se ella avesse voluto, a quell'ora sarebbe stato il
suo amante. Adesso però era troppo tardi! Un sentimento di curiosità
dinanzi a sè stessa, nondimeno, le faceva proporre una quistione: «Se
io volessi, per capriccio, per curiosità, chi potrebbe impedirmi?...»
Il primo giorno delle corse, mentre ella, dalla finestra, assisteva
alla sfilata delle carrozze che vi andavano, vide passare suo marito
con un giovane alto, elegantissimo, dalle guancie rosee, i baffi d'un
biondo rossastro, il monocolo all'occhio sinistro, l'aria -straniera-.
Egli guardò verso di lei, si voltò un poco a parlare con Guglielmo;
poi, guardando di nuovo, salutò profondamente. La vista di quell'uomo
le diede una scossa. Chi poteva essere? Il duca d'Aumale doveva venire
a Palermo; ella pensava che fosse qualcuno della sua casa. L'estremo
fascino di quella figura appena scorta la soggiogava stranamente.
Quando Guglielmo rincasò, gli chiese:
-- Chi era quel signore che salutò stamani?
-- Il visconte de Biennes, -attaché- alla casa del Duca... Verrà domani.
Che cosa aveva ella, per pensare a lui tutta la notte, per aspettare
la sua venuta? Teneva, sotto il guanciale, l'ultima lettera di Paolo,
in cui l'assente scioglieva quasi un inno, in cui con ardore più vivo,
con devozione più supplice, parlava della sua memoria, implorava il
suo ritorno. Ella apparteneva a quell'uomo; perchè dunque pensava ad
un altro? Ma non v'era nulla di colpevole in quel pensiero! Ella non
conosceva ancora quest'altro...
Come il visconte le fu dinanzi, ella lo trovò ancora più seducente che
da lontano. Appena scambiate le prime parole, egli le chiese:
-- Vous avez été en France?
-- Pas encore...
-- C'est que vous parlez superbement; vous n'avez pas d'accent!...
Il piacere procuratole da quella conversazione era misto ad una specie
di secreto imbarazzo: ella lo attribuiva alla lingua non più familiare
nella quale doveva esprimersi. Però, tratto tratto, lo sguardo di lei
era attirato da quella figura come per una virtù fascinatrice. Sotto i
capelli color di fiamma viva, egli aveva degli occhi neri, profondi,
vellutati, una carnagione di fanciulla; e le sue maniere erano piene
di signorile scioltezza, di garbata vivacità. Parlava del Duca,
chiamandolo -Monseigneur, Son Altesse-, ma faceva girare il discorso
in modo da interrogar lei; e l'ascoltava con un'aria d'interesse, un
po' chinato, tenendo una mano piegata sulla coscia, come a cavallo,
scrollando il capo ed esclamando di tratto in tratto: «Voyez!... c'est
ça!...»
Nessun uomo le era mai piaciuto tanto, fisicamente; il contatto della
sua mano la turbava. Egli era visconte, come nei romanzi; la sua stessa
qualità di straniero la faceva sognare. Aveva ancora dalla sua il
prestigio della posizione sociale, l'aureola del coraggio: a Sedan,
luogotenente di cavalleria, era stato ferito in pieno petto! E ancora
una volta il principe di Lucrino si trovava relegato al secondo posto,
malgrado il successo che il suo -Rataplan- riportava guadagnando il
premio conteso. Da per tutto lo festeggiavano; egli tornò a trovarla.
De Biennes era lì, da un pezzo, che le parlava di -Monseigneur-; ella
era felice di vedere i due uomini in presenza l'uno dell'altro. Dopo
aver fatta la presentazione in francese, esclamò:
-- Principe, i miei rallegramenti, dunque! Trionfo completo?
-- No, completo no.
-- Que vous fallait-il encore?
-- Mancava lei!
-- Mon Dieu, je suis touchée!...
Il principe si decise finalmente a metter fuori il suo francese;
si esprimeva correttamente, ma con la solita intonazione fiacca,
strascicata. I due si parlavano poco; de Biennes, quasi sapesse di
esser preferito, guardava curiosamente il suo competitore. Dietro a
ogni loro parola, ella leggeva il desiderio di piacere, di sedurre,
di trionfare sull'altro. Ma il principe scapitava sempre più nel suo
concetto: lo spirito, la galanteria del visconte le parevano superiori.
Ella era stata una volta alla Villa d'Orléans, però, come egli ne vantò
la bellezza, rispose:
-- Je ne la connais pas.
-- C'est dommage! Mais venez donc: je suis à vos ordres!
-- Merci, merci bien!... Je ne sais pas quand je pourrais...
Aveva detto di non esservi stata apposta per provocare quell'invito;
però non si decideva ad accettarlo. Egli lo rinnovò per iscritto,
mandandole dei libri francesi; e quella corrispondenza era piena
d'una nuova attrattiva; i biglietti del visconte la facevano pensare
più delle lunghe lettere di Paolo. Il ricordo di questi cominciava
a sbiadirsi; egli era assente, chissà quando si sarebbero rivisti!
L'amore avrebbe resistito alla prova d'una separazione che minacciava
di durare indefinitamente?... Si rimproverava questo pensiero, però
una irrequietezza s'impadroniva di lei; ella scriveva a Paolo delle
lettere brevi, di cui l'assente si lagnava. «Sto poco bene» replicava
ella, «questa primavera m'irrita; credi tu che sia piacevole restarsene
così a lungo, soli, separati da chi si vuol bene, contrariati in tutto,
senza un conforto?...»
Guglielmo aveva ripreso a vedere la Cannetto: ella lo aveva saputo.
Adesso questo non le importava più niente; la persuadeva invece a negar
valore agli scrupoli da cui si sentiva presa, quando la tentazione
del visconte diventava più forte. Uomini e donne non facevano tutti
così? Una tenera lettera di Paolo la sorprendeva in questi pensieri;
leggendo le frasi dolci, innamorate di cui era piena, ella pensava:
«Sono dunque una perversa?...» Poi scrollava il capo: anche lui, mentre
le scriveva di quelle lettere, aveva qualche altra tresca per le mani,
cercava altre donne, di quelle che si pagano! Poi, era una colpa se
la compagnia del visconte le piaceva? Le piaceva esser corteggiata da
un uomo come lui, sentirsi dire delle cose lusinghiere pel suo amor
proprio, provare la potenza del proprio fascino: era fatta così!...
Egli conosceva la gran vita, le nominava le dame -du gratin- del
Faubourg, era stato col Duca alle -séries- del principe di Galles
a Sandrigham, alla -chasse à tir-. Ella avrebbe voluto chiedergli
qual'era la tenuta obbligatoria per le signore, i particolari del
cerimoniale di corte; ma fingeva di saperli, per non mostrare la
propria ignoranza.
Il principe partì, insalutato ospite, senza farsi vedere: probabilmente
l'aveva con lei perchè non gli era caduta nelle braccia! E il visconte,
senza dirle nulla di veramente compromettente, da costringerla a
metterlo a posto, insisteva con maggior frequenza nelle sue galanterie.
Si vedevano raramente soli, ma anche in presenza di altre persone,
la lingua straniera in cui si esprimevano li appartava un poco; nel
suo francese fitto, egli diceva delle cose ardite, delle allusioni
all'inevitabile idea degli uomini che si trovano innanzi a una signora
giovane e bella. Come lei non si risolveva ancora ad andare alla Villa,
egli insisteva, piano:
-- Venez donc!... Est-ce que vous craignez quelque chose?
-- Oh! Oh! Je ne craigne rien du tout!... Il n'y a plus de brigands,
Dieu merci, en Sicile!... Au surplus, vous serez là pour me défendre...
-- Ne vous fiez pas!
-- C'est-à-dire? -- chiedeva ella, provocantemente.
-- Que je me ferais brigand moi-même, pour vous enlever...
-- Ah, quelle idée!... On pourrait en tirer un joli vaudeville!
Egli si faceva serio, la guardava fisso.
-- Que vous êtes belle! que vous êtes charmante! Que vous êtes suave!...
Ah, loin d'ici, loin du monde, avec vous...
Il sangue le affluiva al cuore, il seno le ansava un poco tutte le
volte che egli le parlava così. Chinando gli occhi, stringendosi le
braccia ai fianchi, ingiungeva:
-- Taisez vous!... Si vous tenez à mon amitié, ne dites pas des choses
folles!...
-- Mais c'est que je suis fou!
Un vento di pazzia soffiava anche su lei; ella sentiva fiaccarsi ogni
sua forza di resistenza, si stupiva ogni volta che opponeva delle
parole di preghiera e di supplicazione alle insistenze di lui. Adesso,
egli cominciava a prenderle le mani, le copriva di baci, la stringeva
alla vita; ella si svincolava, scongiurando:
-- Non! Non!... Soyez généreux!... Ayez pitié de moi!... Que vous ai-je
fait?... Laissez-moi, je ne pourrais jamais être à vous...
Delle volte, non apriva neppure le lettere di Paolo, le chiudeva in un
cassetto senza cercarle più; le lettere del visconte erano adesso piene
di frasi infuocate: «Je vous écris d'une main que la votre a parfumée
rien que par l'attouchement d'une minute... Avez-vous reçu, chère Ame,
ma lettre d'hier au soir? si vous saviez comme mon coeur battait!...
Méchante, méchante que vous êtes, je ne vous aime pas, mais du tout,
allez!... Est-ce seulement vrai? J'étais tout près de vous, je buvais
votre haleine, je m'anéantissais à vos pieds?...»
Suo marito non s'accorgeva neppure quella volta di nulla; la Cannetto
l'occupava tutto, per lei non aveva che indifferenza o disprezzo.
Quando ella apriva le lettere di Paolo, vi trovava dei rimproveri
pel suo silenzio, per la sua freddezza. Che cosa pretendeva da lei
quest'altro? Come non comprendeva che ella soffriva? E lo lasciava
senza risposta.
Certe volte, si prendeva la testa fra le mani, enumerando tutti i
motivi che la consigliavano di non cedere al visconte: amava un altro,
nulla poteva giustificare una nuova caduta, il Francese sarebbe presto
andato via... ma in fondo al suo pensiero una sorda voce, la voce di
-un'altra- diceva: «Che importa?...»
E come egli si faceva più insofferente, scongiurandola di venire un
giorno alla Villa, già parlamentava:
-- Vous serez sage?... Bien sage?
-- Sage comme tout.
-- Vouz ne demanderez rien?
-- Mais je ne demande pas: je supplie, j'implore, je vous conjure!...
Alors, vous viendrez demain, n'est-ce pas?...
Ella non ragionò più, soggiogata, costretta da qualche cosa di più
forte che la propria volontà. Assolutamente sicura che sarebbe andata
lassù, alla Villa d'Orléans, il domani si creava degli scopi per
uscire, si diceva che era necessario far delle compere, restituire
delle visite. Andava automaticamente, ascoltava distratta i discorsi
delle persone, con l'impressione d'un legame materiale che l'attirasse
verso piazza dell'Indipendenza. Calcolava il tempo che le restava
ancora, fino alle quattro, fino alle quattro e mezzo; alzava gli occhi
ai cornicioni delle case, per regolarsi sull'altezza del sole.
Era dunque impossibile sottrarsi alla tentazione?... Passando per via
Stabile, vide la casa di Bice Emanuele; subitamente, pensò di cercarvi
un rifugio.
Appena l'ebbe scorta, l'amica se la strinse al cuore; ella quasi non la
riconosceva: era così mutata, così disfatta! Ma, parlando di sè, della
sua condizione presente, non un lamento le usciva dalle labbra.
-- Tu sei stata a Roma? Ti sei divertita?
Però ella quasi aveva soggezione a parlare di vita mondana dinanzi a
quell'austera compagna. Bice chiamò le sue bambine: erano due amorini,
bionde, delicate, il ritratto della loro mamma d'altri tempi. Ella le
accarezzò lungamente, disse all'amica:
-- Me le dài, qualche giorno?
-- Quando vuoi, mia buona Teresa.
In quel momento ella si sentiva piena d'una tenera commozione, i
ricordi della giovinezza che l'amica evocava la riportavano col
pensiero al passato. D'un tratto, udì suonare le ore: erano le quattro
e mezzo. S'alzò risolutamente, sentendosi struggere d'impazienza
all'idea che non avrebbe fatto più a tempo.
Come riprese posto in carrozza, diede ordine al cocchiere di salir su
per Toledo; pensava che, volendo, all'ultimo momento, avrebbe potuto
tornare indietro. Ma la carrozza correva rapidamente; ella si sentiva
trasportata, a propria insaputa, senza coscienza, come da una fatalità.
IX.
La benda le cadde dagli occhi quando quell'uomo partì. Fra loro due,
nulla v'era più di comune, ciascuno avrebbe proseguito per la propria
via; egli contava soltanto una pagina di più nel suo album. Ella
non aveva sospettata l'umiliazione che trovava adesso in quest'idea.
Apprezzava troppo tardi l'abbassamento che v'era nei legami di quel
genere, sciolti appena stretti. L'amore riscattava le colpe, ma
bisognava credere in esso, nella sua forza, nella sua eternità. Avrebbe
voluto riprendersi, negare contro ogni testimonianza quel che era
avvenuto. Sola, fuor della vista di tutti, si nascondeva il viso tra
le palme, scuoteva il capo come in cerca d'aria, mormorava: «Che ho
fatto!... Che ho fatto!...» E come arrivavano delle lettere di Paolo,
ella si gettava su di esse.
L'assente scriveva: «In nome di Dio, per l'amore che ti porto, per
la felicità che m'hai data, scrivimi, rispondimi, dimmi che hai. Se
non vuoi che io faccia una pazzia, se hai cara la vita d'un uomo,
mandami un rigo, una parola, fammi scrivere da qualcuno se non puoi tu
stessa, spiegami questo eterno silenzio, toglimi a una disperazione
mortale. Guarda, la mia mano trema, l'occhio mi si appanna, ogni
forza mi abbandona. Per pietà, rispondimi, per pietà...» Il foglio le
cascava dalle mani, le braccia le pendevano, inerti, intanto che con lo
sguardo inchiodato a terra, si ripeteva: «Che ho fatto, mio Dio! Che ho
fatto!...» La nuova colpa era senza scusa, la macchia incancellabile!
Mentre quell'uomo che l'amava giurava su di lei, mentre le teneva tutti
i giorni il linguaggio d'una passione sempre più divampante, ella lo
aveva tradito! E adesso bisognava mentirgli!
Quando si mise al tavolo, non sapeva che cosa gli avrebbe detto.
Scritta la prima parola, la lettera fu compita d'un sol tratto.
«Perdonami! Sono stata male, molto male, ho creduto di morire! Anche
ora che ti scrivo, non sono sicura di me stessa, delle mie idee, dei
miei ricordi: ho un gran vuoto nero nel cervello. Comprendo nettamente
una sola cosa: che fui sul punto di perderti, di lasciarti!... Sai tu
che cosa vuol dir questo?... O Paolo, io misuro adesso tutta la forza
dell'amore che nutro per te; di questo grande, unico amore che è la
forza della mia vita. Io ritorno ad esser tua, solamente e per sempre
tua! Io ringrazio il Signore che mi ha ridonata a te...»
Delle lacrime le rigavano le guancie, intanto che scriveva quelle
cose. Le pareva di non aver mentito del tutto, di avere in certo modo
confessato l'errore. Egli rispondeva benedicendo un male al quale
doveva quella confessione: «Tu non mi hai scritto mai nulla di così
innamorato! io non ho mai letto così a fondo nel tuo cuore! Che importa
il male e la morte! Se tu fossi morta, sarei morto anch'io! Ma vedi
bene che tu non puoi morire: mi ami troppo!... Qui, sul mio petto:
ch'io ti difenda col mio corpo, ch'io ti sorregga con le mie braccia,
e sfideremo gli uomini e il tempo ed il mondo!...»
«Sì, sì...» rispondeva ella, col cuore traboccante di tenerezza e di
gratitudine per quel culto di cui era l'oggetto non più degno; «sì,
con te, al tuo fianco, lontano da questo mondo tristo, per vivere
finalmente come l'anima anela...» Mano mano che scriveva, la sua
esaltazione cresceva, ella s'ubbriacava delle sue stesse parole.
Sentiva di non aver mai amato come adesso quell'uomo, neppure quando
gli si era data; per riabilitarsi ai proprii occhi, per non credersi
accessibile ai capricci fugaci ed indegni, si attaccava a quell'amore,
lo ingigantiva, ne faceva la ragione della sua vita, lo esprimeva
con parole infuocate che facevano scrivere a Paolo: «Che lettere!
Che lettere! Quand'io le divoro, il cuore mi batte così forte come se
stesse per schiantarsi... Corro alla Posta un'ora prima che aprano,
mi torco le mani per resistere alla tentazione di avventarmi contro
le grate, di scuoterle, di abbatterle, di ghermire il mio bene e di
fuggire come un malfattore e come un pazzo. Tutti mi leggono in volto
il mio delirio; gli occhi mi si gonfiano, le labbra mi tremano, vorrei
piangere, vorrei cantare...»
Che cosa sarebbe stata la vita con lui? I miraggi della fantasia
acquistavano nuova seduzione, dinanzi alla tristezza della realtà. Il
dissesto finanziario di suo marito, del quale ella aveva avuto appena
un sospetto, era in brevissimo tempo talmente cresciuto, che tutti
adesso lo sapevano. Arrivavano dei protesti, delle citazioni; Guglielmo
aveva delle lunghe conferenze col notaio e cogli avvocati, ed a lei non
diceva mai nulla.
-- Non mi seccare anche te! -- rispondeva quando ella gli parlava di
affari. -- Ti manca nulla? Hai le tue vesti, il tuo servizio? Non
t'occupare d'altro...
E sempre quel disprezzo, sempre quel lusso buttatole in faccia come
un'elemosina, per toglierle il diritto di occuparsi del resto!
-- Ma se non possiamo più spendere come prima, dillo! rinunzierò
al superfluo!... Credi ch'io sia una bambina? So farmi una ragione
anch'io!...
-- Per vederti atteggiare a vittima, eh? per sentirti dire che ti sei
sacrificata?...
Invece, era lui che non voleva fare nessun sacrifizio, che continuava
a prodigar pazzamente il denaro. Ella sentiva crescere il proprio
rancore, i motivi di diffidenza e di malcontento. La sua dote, che egli
le aveva rinfacciata come una miseria, adesso gli faceva molto comodo;
le persone che s'interessavano a lei l'avvertivano di stare in guardia,
potendo anch'essa venir travolta nello sfacelo. Fra tanti contrattempi
sopravvenne l'estate; il ritorno a Roma, in quella stagione, era
impossibile. Ella che aveva promesso a Paolo di raggiungerlo prima del
caldo, doveva venir meno alla parola datagli! E adesso lasciava libero
corso all'acrimonia di cui era piena, teneva fronte a suo marito.
Una voce sorda le diceva che ella aveva vendicati ad usura i torti
ricevuti; ma non voleva convenirne con sè stessa: la coscienza del
torto la faceva insistere di più nella legittimazione, le sue ragioni
le parevano più forti ed ella parlava più alto.
-- Vattene!... -- diceva suo marito, freddamente. Se non ti piace,
vattene; nessuno ti trattiene.
Ma il solo fatto che era lui a consigliarlo, le faceva rifiutare quel
partito. Tutto ciò che egli diceva le riusciva insoffribile, tutto
ciò che faceva le ritornava di danno. Egli si decideva a tornare nel
continente in ottobre, giusto nel momento in cui Paolo partiva per la
Sicilia, con la commissione d'inchiesta!
Questa volta, col bisogno di trovarsi accanto una persona di
cui potersi fidare, ella insistette per condurre seco Stefana. A
Castellammare, dove Guglielmo volle fermarsi, ricevette le prime
lettere di Paolo che salutavano la sua isola: «Questo è il cielo che tu
hai rimirato, l'aria che hai bevuta, il mare che t'ha cullata. Qualche
cosa di te fluttua tutt'intorno, mi sembra di vederti apparire a tutti
gl'istanti, vorrei fermare i passanti e dir loro: La conoscete?...» A
Palermo, egli aveva quasi potuto vivere della sua vita: «Ho parlato
di te, ho stretta la mano alle persone che tu conosci, ho visto la
tua casa, vi sono passato di sera, a notte tarda. Non posso dirti quel
che ho pensato, la voluttà amara di cui mi sono imbevuto...» Ma, come
egli arrivò a Milazzo, la sua tenerezza divenne uno struggimento. «Qui
tu sei vissuta fanciulla! Qui tu sei entrata nella vita! Tu non sai
che dolcezza v'è in questo pensiero, che tentazione di pianto soave
è la vista di tutte le cose a cui tu fosti associata nei tuoi giovani
anni!... Ho visto tuo nonno, ho parlato con lui, di te; sono entrato
in casa tua. Mi sono fermato sulla soglia della tua cameretta; avrei
voluto piegare i ginocchi, tenderti le braccia, chiamarti. Qui tu
sognasti i tuoi sogni di vergine! La stessa Purezza abitò fra queste
mura!... Nessun pensiero triste si associa a questa evocazione; è tutto
un sorriso, un incanto. Mi sono fermato alla finestra: l'occhio si
perde nell'immensità del mare, i monti del Faro sono d'ametista nella
lontananza. Ho scoperto perchè i tuoi occhi hanno una trasparenza così
cristallina: il mare li colorò dei suoi riflessi... Tuo nonno ci ha
invitati a pranzo: sono vissuto un giorno con te, in mezzo alle cose
tue: ho preso posto alla tua tavola, mi sono seduto dove tu sedevi. Che
letizia, che incanto! Non ho staccato gli occhi da quel buon vecchio:
pensavo come tu lo guardavi, volevo -essere- te. Il tuo spirito era
sempre presente; come ho fatto a parlare, a rispondere? avevo gli
occhi rossi di pianto... Conosco la tua casa come la mia propria, sono
salito sulla terrazza, ho visitato il giardino, ho tracciata l'iniziale
del tuo nome sul sedile di marmo che è dirimpetto alla vasca... A
San Francesco di Paola ho visto le sepolture dei tuoi cari; mi son
rammentato delle preghiere che m'apprendeva mia madre...»
Allora, un velo di lacrime le impedì di leggere oltre. Dei singhiozzi
brevi come sospiri le sollevavano il seno, un tremito nervoso le
faceva mordere un poco le labbra. Tutto il suo passato risorgeva dalle
profondità della memoria, ella rivedeva i luoghi dove era trascorsa
la sua fanciullezza, le cose e le persone, sè stessa; e tutto quello
che aveva provato, i dolori piccoli e grandi, le aspirazioni, le
irrequietezze, i disinganni, le rifluivano al cuore, lentamente e
incessantemente. Ella non aveva più pensato ai suoi morti, a quella
sorellina che aveva giurato di tener sempre nel pensiero! Quanto tempo
trascorso! Come la figura della scomparsa si perdeva, si cancellava!
E non aveva creduto possibile resistere allo schianto di quella
dipartita! Così era la vita! Le sue lacrime finivano in uno stupore
immenso, dinanzi alla trasformazione operatasi in lei, di cui aveva per
la prima volta l'improvvisa coscienza. Era ella veramente la fanciulla
vivace e gioconda d'un tempo, la compagna della piccola Laura? Come la
vita s'era svolta suo malgrado! Quanti propositi svaniti!... Quanti
uomini aveva creduto d'amare! Ella li rivedeva tutti, i fanciulli
ed i giovani, i noti e gli ignoti: il conte Rossi, Niccolino,
Enrico Sartana, l'ufficiale di marina. Quante vane promesse! quante
aspettazioni deluse! Ed ella aveva conosciuta la colpa! era caduta, più
volte! Come avrebbe ella potuto prevedere quell'avvenire ora fatalmente
compiuto, l'ostilità degli eventi, l'inganno, l'errore? Se avesse
saputo!... Se avesse potuto tornare indietro!... Perchè non aveva
conosciuto più presto l'uomo dal quale le veniva ora l'unica dolcezza,
che la comprendeva, che era fatto per lei?... E lo aveva ingannato!
aveva avvelenato anche quell'ultima sorgente di gioia!... Una grande
passione era stata l'aspirazione della sua vita; e, conseguitala,
l'aveva disconosciuta! Perchè non aveva ceduto in tempo a quell'uomo,
perchè la fede nell'amore non era riuscita a salvarla? Apprezzava in
tutto questo l'effetto della trista esperienza, degli esempii funesti;
ma gli eventi ora compiutisi erano arrivati imprevisti -- e che cosa le
serbava dunque l'avvenire?...
La scossa prodotta nel suo spirito da quella paurosa contemplazione
si propagava nella persona, le metteva un moto febbrile nel sangue.
La tristezza dell'autunno, il primo freddo che correva per l'aria
accrebbero il suo malessere; per molti giorni fu costretta a restare
a letto, sofferente e dolente. Quando, superata la crisi, ella si
guardò allo specchio, un nuovo turbamento la vinse. Attorno ai suoi
occhi si disegnava un cerchio bistro; le sue guancie avevano perduta
la floridezza della salute; un principio d'avvizzimento guadagnava
la pelle; il colore delle labbra cominciava a passare. Lentamente,
come per discacciare un fastidio, ella si stirava la fronte con una
mano, gettava indietro i suoi capelli. Adesso era un'altra visione che
cancellava quella del passato: il tramonto, il disfacimento della sua
bellezza, la vecchiezza inutile e triste. Pochi giorni di malattia
erano bastati perchè quei segni funesti si rivelassero. Ella si
avvicinava a rapidi passi ai temuti trent'anni, la gioventù fuggiva...
Così presto! così presto! Non avrebbe creduto!... Il tempo aveva
l'ali!... Ricordava di aver pensato spesso, fanciulla: «Che cosa mi
accadrà intorno ai venticinque anni, quando sarò nel pieno possesso del
mio regno di donna?» E i venticinque anni erano tramontati da un pezzo,
e che cosa aveva ella avuto?...
Uscì a poco a poco da quella depressione angosciosa. Tornarono i bei
giorni; il golfo era tutto un sorriso, le lettere di Paolo tutte un
sospiro d'amore. La sua vita dipendeva oramai da quell'uomo; ella
concentrava in lui ogni speranza. Suo marito faceva di tutto per
buttarla nelle sue braccia, se non fosse bastato il bene che gli
voleva: corteggiava una signorina inglese emancipata, si faceva
veder solo in compagnia di colei, permetteva col suo contegno le
ardite galanterie che gli uomini rivolgevano a lei stessa. La notte,
ella lo udiva andar via dalla camera, attigua alla sua propria, che
egli occupava; non rientrava che all'alba. Allora, voleva anch'ella
sfidarlo, scriveva a Paolo di venire a Castellammare, nello stesso
albergo, accanto a lei. La sua tristezza si dissipava nel proposito di
procurare all'uomo amato la felicità a cui aveva diritto. La sua salute
rifioriva, ella era ancora giovane e bella: le restava ancora tanto
tempo da rifar la sua vita!...
Nell'attesa della gioia, le ultime traccie del male si dissiparono; il
giorno dell'arrivo di Paolo ella era sfolgorante; gli uomini glie lo
dicevano; egli stesso glie lo ripetè, piano, guardandola cogli occhi
innamorati, alla terrazza dell'albergo, dinanzi al mare.
-- Sei tu!... Sei tu!... Mi par di sognare!... Più bella, più gentile,
più seduttrice... Credevo di non rivederti più!... dopo tanto tempo,
tanto!... quasi un anno!...
-- Otto mesi... -- corresse ella, sorridendo.
-- Otto secoli! Otto eternità!...
Egli le mostrò dei fiori colti nel suo giardino, laggiù; tentò di
prenderle una mano; ma, temendo che qualcuno li vedesse o li udisse,
ella scongiurava, sommessamente:
-- Non ora, non ora!... -- Poi, a voce alta, chiedeva: -- Mi dica quel che
ha sentito...
Egli le ripeteva le frasi delle sue lettere, diceva di non potere
esprimere ciò che provava, insistendo per condurla via.
-- Ascolta... verrò stanotte io stessa... m'aspetterai, verso l'una...
E nel silenzio dell'albergo addormentato, in punta di piedi sulle
grosse stuoie del corridoio, con un zufolio alle orecchie, il cuore in
tempesta, ella andò nella sua camera, cadde nelle sue braccia. Erano
delle strette mute, convulse, disperate, con le quali si sostenevano a
vicenda, sul punto di cadere riversi. Come Paolo tentava di parlare,
ella gli metteva una mano sulla bocca, mormorando: «Taci! Taci!...»
e tratto tratto uno dei due si svincolava, porgendo l'orecchio,
ascoltando paurosamente.
-- A che rischio ti espongo!... Se tuo marito...
-- Per te!... Sfido il mondo per te!... non m'importa la morte!...
Poi, intrecciandogli le mani dietro il collo, posandogli il capo sul
petto, chiudendo gli occhi, mormorava:
-- Portami via!... Andiamo via, per sempre...
-- Sì, ora, sull'istante...
Delle ore che volavano come in sogno, un delirio d'amore rotto da
fremiti d'ambascia senza nome, la visione della morte in mezzo
all'irrompere della passione. Se suo marito fosse sopravvenuto!
se l'avesse scorta intanto che riguadagnava la sua camera!... Però
ricominciava, impavida, sorridendo all'idea di morire con Paolo:
-- Morire insieme, nello stesso punto, stretti così!..
E vederlo il giorno, dinanzi alle persone; sentirsi trattata come
un'amica, con un rispetto devoto, mentre gli leggeva negli occhi le
parole secrete: un altro raffinamento di gioia, un'altra specie di
voluttà. Suo marito non vedeva nulla o non si curava di nulla; allora
l'ardimento di lei cresceva: una notte aspettò Paolo nella propria
camera, accanto a quella che Guglielmo lasciava deserta. Tragica, muta,
gli si abbandonava sul petto, s'avvinghiava a lui, con tutte le fibre
corse da un brivido, coi capelli drizzati in capo come da un soffio.
Egli veniva senz'armi, suo marito avrebbe potuto ammazzarlo... Ah, se
avesse fatto questo, se avesse fatto questo!... Ella avrebbe negato
dinanzi ai giudici, avrebbe negato anche fra gli spasimi della tortura,
perchè l'assassino non andasse impunito!... Nella tensione dolorosa
del suo spirito, ella era continuamente in attesa d'una catastrofe, ne
imaginava lo scoppio, si chiedeva: «Sarà per oggi?...» Ogni occupazione
le era insoffribile, nessuna distrazione aveva presa su di lei, non si
fidava di leggere una pagina, nessuna finzione le pareva eguagliare la
realtà dalla quale era stretta. Un succedersi di emozioni formidabili,
che la maturavano, che le rivelavano la vita come per la prima volta,
durante le quali ella sentiva che il suo destino si veniva compiendo...
Nelle ore di solitudine, ella esauriva la sua imaginazione cercando di
intravederlo. Sarebbe fuggita di casa, con lui, alla luce del giorno?
Suo marito, piuttosto, avrebbe finito per lasciarla; allora ella
sarebbe stata libera senza suscitare uno scandalo! Altre volte pensava
che i due uomini potevan divenire intimi, che Paolo poteva restarle
sempre accanto con la tacita connivenza di suo marito. Ma qualcosa si
ribellava in lei a questa ipotesi: ella non si sarebbe mai adattata
all'ipocrisia di una tale situazione. Sentiva il bisogno di qualche
cosa di nobile e di meritorio nella stessa colpa; voleva sfidar dei
pericoli, compiere dei sacrifizii. E la romantica idea della fuga
tornava ad occuparla; ella si vedeva già partita, arrivata in una terra
lontana, non sapeva quale, ma dove la sua vita sarebbe trascorsa come
ella sognava.
La sua fantasia si mise a lavorare ancora più intensamente il giorno
che Paolo, cedendo a malincuore ai suoi prudenti consigli, si decise a
precederla di poco alla capitale. Vedendosi sola, condannata nuovamente
all'esistenza monotona d'un tempo, con la mente esaltata dai recenti
ricordi, ella si diceva che oramai quell'amore era tutto il suo bene
al mondo. La sommessione devota di Paolo, il suo dolore nel lasciarla,
la fede cieca che aveva posto in lei, acuivano i suoi rimorsi;
allora, riconosceva la necessità di dare a quell'uomo una prova
della sua passione. Quando la comitiva raccolta nell'albergo faceva
delle escursioni, delle divertite, ella rifiutava di prendervi parte,
si chiudeva in camera, scriveva a Paolo delle lettere di due fogli
per dirgli tutta l'impazienza che aveva di raggiungerlo. Un giorno,
improvvisamente dopo colezione, suo marito annunziò che bisognava
tornare a Palermo.
Ella non disse nulla, non chiese il motivo di quella decisione, non
cercò di combatterla. Andò a guardare il suo orologio: erano le due.
Aveva il tempo di prendere il diretto. Cavò dalla cassa un abito da
viaggio, dalla scatola un cappello, e mise tutto sul letto. Fu sul
punto di chiamare Stefana; poi pensò che era meglio aspettare d'esser
vestita. Come cercò di slacciare la sua veste da camera, un tremore la
invase. Si fermò un poco, ma fu costretta a sedersi. Allora si disse,
piano ma sdegnosamente: «Vigliacca!... Vigliacca!...»
Tutte le difficoltà materiali di quel passo le sorgevano
improvvisamente dinanzi; provava la vertigine dell'ignoto e
dell'imprevisto, udiva il clamore dello scandalo. Vedeva la stazione
popolata di gente che la conosceva, si sentiva inseguita e raggiunta,
pensava che Paolo poteva non essere a Roma. Non aveva denari, non
voleva chiederne a suo marito. E con le labbra contorte da un amaro
disprezzo, si ripeteva: «Vigliacca!... Vigliacca!...»
Era dunque lei che ripartiva per la Sicilia, che mancava alla parola
data all'amante? Quest'idea le era sopratutto intollerabile; ella
imaginava il corruccio di Paolo, lo ingrandiva, udiva le sue accuse,
considerava più delle proprie ragioni quelle di lui. Per darsi animo,
per farsi perdonare, gli giurava che la separazione sarebbe stata
di corta durata; ma un'irrequietezza febbrile s'impadroniva di lei;
a Palermo i suoi colloquii col marito si facevano più aspri; ella
si metteva ad enumerare tutti i motivi di dolore che le aveva dati
quell'uomo: i tradimenti, le derisioni, i disprezzi, le brutalità,
gl'insulti. Egli non aveva avuto che dileggi per tutto quello che gli
aveva dato: la verginità dell'animo e del corpo, il fiore della sua
giovinezza, tutta sè stessa! Come le aveva amareggiata la vita! E nel
ribollimento del suo rancore, ella quasi si mordeva le mani, all'idea
dell'errore suo proprio, della rovina da lei stessa voluta, legandosi
a quell'uomo quando tutto l'aveva messa in guardia contro di lui, lui
stesso pel primo! Non v'era dunque più riparo a quel danno? Dov'era
dunque l'arditezza, il coraggio che la gente le riconosceva? La gente,
adesso, la compiangeva; sua zia l'esortava a farsi animo quand'ella
prorompeva in lamenti sdegnosi. Ma non sapeva che lamentarsi! Perchè
era così difficile spezzare una catena trascinata pesantemente da anni,
romperla una buona volta con quel passato?...
Paolo le aveva scritto da principio, poi le sue lettere si erano
fatte rare e fredde; a un tratto cessarono. Adesso era lei che lo
scongiurava, che gli chiedeva la pietà d'un rigo. Quando Stefana
tornava dalla posta senza recarle nulla, ella non credeva alla donna,
quasi se la prendeva con lei, restava un'intera giornata senza dire
una parola a nessuno, col cuore oppresso, col bisogno di gridare, di
piangere.
Il dissesto finanziario di suo marito era talmente cresciuto, che
egli aveva dovuto cominciare a vendere; e i creditori insodisfatti
minacciavano di togliergli di mano l'amministrazione del patrimonio suo
e di suo figlio. Nell'avversità, egli si avviliva, diventava un altro
uomo, fiacco, indeciso; ed ella sentiva che sarebbe stato ingeneroso
da sua parte lasciarlo ora che stava per fallire. Però, quando egli
veniva a narrarle i suoi imbarazzi, a chiedergli dei consigli, ella
protestava:
-- Cosa vuoi da me? Sono affari che ti riguardano! Perchè vieni a
contarmeli adesso?
Una sera, che ella gli aveva risposto sgarbatamente, Guglielmo osservò,
con una freddezza studiata:
-- Sai che ti trovo molto mutata?... Dacchè non siamo andati a Roma, sei
diventata un'altra...
-- E che vorresti intendere?
-- Nulla!... Avevi fretta di andare a Roma... c'erano delle ragioni che
ti chiamavano lì?
Ella rispose, facendo sporgere il labbro, con un tono di superiorità
offesa:
-- I tuoi sospetti non arrivano alla suola delle mie scarpe...
Guglielmo finse di tossire.
-- Che cosa vorresti dire?... -- ripetè allora ella, sentendosi
avvampare. -- Bada che non tollero le tue insinuazioni...
-- Non fare la voce grossa!...
-- Faccio la voce che mi piace... Non ti permetto d'ingiuriarmi...
Alzatosi, egli le venne incontro, l'afferrò per un braccio.
-- Sta zitta, sgualdrina... o ti piglio a pedate...
Liberatasi con uno sforzo violento, piantato lo sguardo su di lui, con
l'espressione di un immenso stupore, ella gridò:
-- Tu mi scacci?... Tu mi scacci?... Ma son io che ti scaccio...
E ad un tratto corse in camera sua. Aveva cominciato a vestirsi, al
buio, battendo il capo contro lo spigolo dell'armadio, rovesciando
delle seggiole, strappando dei bottoni; poi chiamò Stefana, con un
grido.
-- Prendi il tuo scialle... vieni con me...
La donna, esterrefatta, congiunse le mani,
-- Non dirmi nulla, o ti strozzo!... Lo scialle...
Degli scoppii di tosse nervosa le laceravano la gola; le mani tremanti
non riuscivano ad agganciare la veste. Rapidamente, a testa alta,
guardando dritto dinanzi a sè, seguita dalla donna che mormorava:
«Vergine santa!... Vergine santa!...» attraversò la casa senza
incontrar nessuno, scese le scale, uscì nella via.
Come sua zia se la vide dinanzi, pallida e sconvolta, esclamò:
-- È finita?... Sia come vuol Dio!...
Nessuno chiuse occhio, quella notte. Aggirandosi irrequieta per le
stanze, stordita dalla sua risoluzione, ma come liberata da un'enorme
gravezza, ella non udiva i discorsi della zia, che le dava dei
consigli, che tentava ancora di persuaderla a tornare con suo marito
se, ravveduto, egli avrebbe promesso formalmente di mutare condotta.
Lo zio, fatto un dispaccio al nonno, uscì in cerca di Duffredi; tornò
a riferire che egli era contento di quella soluzione. Però anche lui
diceva di aspettare il pentimento, contava sugli imbarazzi finanziarii,
sull'influenza che avrebbe potuto spiegare l'intervento del nonno.
La notizia s'era propagata in un lampo; il domani, delle persone
venivano a trovarla: ad una voce, le davano ragione: aveva veramente
sofferto abbastanza con quell'uomo, era stata troppo buona a
sopportarla tanto... Egli si meritava quella lezione; ma si sarebbe
certamente pentito, sarebbe venuto a scongiurarla di tornare a casa
sua.
Ella lasciava dire, cogli occhi ardenti, col corpo indolenzito da
una interminabile notte di veglia. Stefana aveva già consegnato al
telegrafo il dispaccio diretto ad Arconti: «Je suis libre. Attendez-moi
dans quelques jours. N'écrivez pas.»
PARTE TERZA.
I.
-- Il nostro viaggio di nozze!
L'amato s'appendeva al braccio di lei, le carezzava lievemente una
mano, e il treno filante con moto rapido e uguale metteva una cadenza
nelle sue parole:
-- L'avvenire è nostro per sempre!... la vita incomincia per noi da
questo giorno!... Guarda: mi sembra che il treno non si lasci indietro
dello spazio soltanto, ma il tempo con esso!...
-- Com'è ben detto!... Sì, il tempo: tutto il mio passato...
-- Che il passato si sprofondi in un abisso, che se ne disperda la
stessa memoria!...
Una dolcezza grave occupava l'anima di lei. Malgrado tutto e tutti,
sfidando l'opposizione dei suoi parenti, non curando lo scandalo che
sollevava, aveva rotto con quel passato; era partita col pretesto
di andarsene da suo padre, aveva raggiunto l'amato, gli aveva detto,
schiudendo le braccia: «Eccomi, prendimi, son tua!» Così doveva esser
l'amore: che cosa avrebbe potuto resistergli? Però, tutte le ténere
parole che Paolo diceva le scendevano come un balsamo all'anima,
l'avvincevano a lui sempre più fitto, fugavano ogni più vago suo
turbamento. Ed era l'incanto supremo dell'indipendenza; la sensazione
intensa e profonda del rinascimento, la completa rivelazione della
felicità durante quel viaggio che ella aveva voluto e che permetteva
loro di isolarsi dal mondo mescolandosi ai suoi spettacoli...
Parigi, il teatro dei romanzi che erano stati il pascolo della
sua imaginazione, la mostra di tutte le grandezze e di tutte le
ricchezze; poi le tranquille cittadine della Fiandra e dell'Olanda,
dai tetti acuminati, dalle cattedrali gotiche, dai tesori d'arte; poi
ancora il tumulto vasto di Londra, la grandiosità sconfinata della
metropoli unica. Ciascun angolo della terra aveva la sua particolare
attrattiva, da per tutto essi vedevano rispecchiata la loro letizia.
Ella s'appoggiava al suo braccio, languida ed amorosa, quasi per
fargli sentire materialmente che egli era tutto il suo sostegno; però,
talvolta, gli chiedeva:
-- Ti peso?...
Egli rispondeva:
-- Vorrei portarti su queste braccia, sentirti avvinghiata al mio collo,
essere schiacciato da te!
Dinanzi ad un quadro o ad una statua, nei corridoi silenziosi di
un museo popolato di visitatori tossicchianti, era egli stesso che
s'appoggiava al braccio di lei, che si stringeva a lei, ed un senso
di fierezza la invadeva nel sorreggerlo a sua volta, nel dare agli
sconosciuti lo spettacolo di quel legame che nulla avrebbe potuto
rompere più.
E l'amato diceva:
-- Se potessero sapere quanto siamo felici, morirebbero tutti d'invidia!
Lasciavano i loro nomi accoppiati sul registro d'una pinacoteca, sulla
torre d'un campanile, sui libri d'una sala di lettura; e una sottile
malinconia le velava lo sguardo nel punto di lasciare un luogo dove
s'erano amati.
-- Chi verrà ancora qui, le primavere future?
-- Vi torneremo noi stessi; di persona o con lo spirito, che importa?...
Qualche cosa del nostro spirito non vi resta, non vi aleggerà
sempre?... Noi vi ritroveremo tutte le nostre carezze, tutti i nostri
baci...
Ogni sua parola era una delicatezza, un conforto. Egli non parlava che
per dirle delle cose care, non aveva volontà che non fosse quella di
lei, non faceva nulla che non fosse una prova d'amore. Per cancellare
del tutto il ricordo del suo passato, per dimostrare che v'era in
lei come una donna nuova, unicamente nata per lui, le aveva dato
un nuovo nome, un vezzeggiativo creato apposta: Rina, col quale la
chiamava sempre; e trovava per le sue bellezze delle espressioni care
e poetiche: la sua chioma era il «Mantello d'oro», un piccolo -grain de
beauté- che aveva sull'omero sinistro il «Nido dei Baci.»
Ella si sentiva circondata da un affetto così vigile, da una devozione
così previdente, da una cura così instancabile, che un sentimento
d'orgoglio si mescolava alla sua gratitudine. Ella aveva degli
atteggiamenti d'idolo, aspirava la lode come un incenso, non si
stancava di ascoltarlo. Alcune sere, invece di andar fuori, a teatro,
a passeggio, gli si metteva a fianco, gli diceva:
-- Restiamo qui... sto bene accanto a te!... -- E appoggiando il capo
sulla sua spalla, chiedeva: -- Dimmi chi sono.
-- L'amor mio grande, immenso, smisurato, pazzo, superbo!
Ella sorrideva di benigna indulgenza all'esagerazione delle sue parole.
-- E m'amerai sempre?
-- Eternissimamente!
-- Ho bisogno di sentirlo ripetere... Quasi non credo a me stessa...
Perdonami: non è sospetto verso di te, è meraviglia, è stordimento,
perchè io disperavo di sentirmi dire mai questo.
Allora gli narrava la sua vita, i disinganni patiti, le amarezze di cui
s'era abbeverata, il disastro di quel matrimonio sciagurato. Negava,
con tutte le sue forze, d'aver mai amato suo marito; esagerava un
poco i torti di lui, la virtù della propria resistenza, col bisogno di
giustificarsi; quantunque nell'attitudine, nelle parole dell'amato non
fosse che un grande compianto.
-- Non parlare di questo -- protestava egli -- parlami del tempo in cui
eri fanciulla.
Voleva saper tutto, le cose capitali e le più insignificanti, i suoi
giuochi, le sue fantasie, quando aveva messa la prima veste lunga, che
cosa aveva pensato dell'amore, se aveva amato.
-- Sì, ma in un altro modo!... Ascolta dunque: bisogna che tu sappia
tutto di me...
E si rifaceva da bambina, dai ricordi di Firenze, dai dolori della
sua povera mamma, dal turbamento istintivo e incosciente destatole dal
conte Rossi; poi narrava l'amoretto con Niccolino Francia, enumerava le
sue amicizie, insistendo su quella di Bianca Giuntini.
-- Era più grande di me, più bella...
-- Non è vero!
-- O bella a un altro modo... Quando penso all'impressione che mi faceva
nei primi tempi, trovo che fu simile a quella destata poi dagli uomini.
Come sono, strana?...
E veniva a Luigi Accardi, alle strette di mano, ai baci, alle ciocche
di capelli, poi alla morte della sorellina, al soggiorno di Palermo, ad
Enrico Sartana.
-- Lo amai, sì: non ero più una bambina. Sognai di dividere la sua
vita, fui sul punto di veder avverato il mio sogno. Se fossi stata sua
moglie, non avrei tanto sofferto, chi sa...
Ma come il sospiro che le gonfiava il petto poteva sembrare un
rimpianto, ella gli gettava le braccia al collo:
-- Non pensare a questo, sai! Tutti questi non sono stati veri amori, ma
simpatie fanciullesche, ingenue imaginazioni. La realtà ideale sei tu!
Perchè non t'ho conosciuto prima?... Come saremmo stati felici!...
-- Come ora!
-- No, più di ora!
-- Perchè non sei libera dinanzi al mondo...
Ella si stringeva a lui ancora di più, chiedeva a voce bassa, esitante:
-- Tu... mi sposeresti?...
Allora gli sguardi dell'amato lampeggiavano, una aura di beatitudine
spirava da tutto il suo viso fatto più bello; allora egli le
prendeva il capo fra le mani, le mormorava sulla bocca, soavemente,
carezzosamente:
-- Ah! per tutta la vita con te, sempre con te, ad ogni ora, ad ogni
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