riposo finirà di guarirmi...» e ritirava la sua mano!.. Non la voleva con sè! Non voleva dirle la causa del suo male che ella aveva presentita nelle mezza parole con cui la contessa l'aveva fatta accorrere! Respingeva il suo aiuto, ancora, sempre!.. E la povera donna si allontanava, piegando la testa; sull'uscio, arrestavasi un poco, come volendo tornare; ma lasciava la camera, disperando. «Va!... va!...» diceva mentalmente Massimiliana seguendola con lo sguardo. La presenza di un essere umano le era insoffribile. Che cosa poteva per lei quella moribonda?... La cameriera che aveva aiutata la contessa, tornava a chiedere notizie da parte della Verdara; ella la rimandava via con uno «Sto bene... sto meglio...» Si era passato un abito di casa, abbandonandosi sopra una seggiola, insofferente dell'immobilità del letto. E mentre il suono d'un vivace ballabile veniva dal salone, intese una carrozza allontanarsi. Repentinamente, il sordo pensiero a cui tutti gli altri si erano fino a quel momento sovrapposti, prese forma precisa. Ermanno!.. Dov'era egli?.. Che cosa accadeva in lui?... Una rovina più spaventevole di quella che lei stessa mirava! Ella si era illusa, volontariamente, deliberatamente; ella sapeva che quella felicità presto o tardi sarebbe fuggita per sempre. Ma lui che non sospettava di nulla, lui che l'aveva creduta pura ed immacolata, unicamente degna dell'amor suo, di quell'amore timido, discreto, rispettoso, supplichevole... ah! di quell'adorazione infinita?... S'era alzata, smaniando; era andata ad appoggiare la fronte ai vetri della finestra, guardando nel buio. Vi era dunque qualche cosa di più terribile del dolore, l'idea del dolore di cui si è causa?.. E il bisogno di rivederlo sorgeva adesso in lei, imperiosamente. Ella si diceva di non poterlo lasciare in quel modo, sotto l'impressione della brutale rivelazione: era necessario completarla, giustificarsi... No, non giustificarsi; ma parlargli, dirgli tutte le circostanze dell'orrore, non lasciarlo così... Percorreva ora la sua camera, da un capo all'altro; il rumore dei suoi passi si attutiva sul grosso tappeto. Di tratto in tratto ella si arrestava, mettendo innanzi le mani, come per respingere qualcuno. Imaginava di trovarsi sola con lui, lo vedeva stringersela fra le braccia, avvicinarle le labbra alla bocca, sentiva il fuoco del suo bacio... «No!.. non come l'altro!..» Ebbene, perchè?.. Perchè lo avrebbe ella respinto? Ne aveva il diritto? Ella avrebbe quasi voluto ch'egli la prendesse; sarebbe morta poi... Oh, era il delirio, era la pazzia!.. Il movimento delle carrozze cominciava ora dinnanzi all'albergo, la festa volgeva alla fine, e dei rumori cominciavano a venir dalla via; degli usci che si schiudevano, un canto di carrettiere, quell'araba melopea malinconica che la faceva quasi piangere... «Che notte!... che notte!...» La sua veste bianca era ancora buttata sul divano, il ramoscello di mughetti sfrondato per terra. Ella contemplava tutto con occhio arido e freddo... Era necessario rivederlo: questo pensiero le martellava nella testa, non la lasciava più, le dava la forza di reggersi... Non sperava nulla, non aspettava nulla, non sapeva che cosa sarebbe avvenuto di lei, di lui, ma una spiegazione era indispensabile: non poteva lasciare così!.. L'uomo che l'amava, lei!.. che le aveva detto di vivere della sua vita!... E un brivido la percorse da capo a piedi, mentre i capelli le si drizzavano sulla fronte: «Morto!... per me!...» Dalla finestra rimasta aperta, la prima luce dell'alba cominciava a penetrare nella camera, una luce fredda e triste; i rumori per la via si facevano più frequenti. Massimiliana restò un momento a guardarvi, poi andò a schiudere il suo grande baule, ne cavò il mantello e tolse la -toque- di pelliccia dalla scatola di cartone. I suoi movimenti erano secchi, automatici. Aveva presa la sua risoluzione: bisognava cercar subito di Ermanno. Non sapeva dove si sarebbe diretta; doveva trovarlo. Se avesse conosciuto il suo indirizzo sarebbe andata direttamente a casa di lui. Non le importava quel che avrebbe potuto pensare: l'interessante era di vederlo, subito... Adattossi la -toque- senza guardarsi allo specchio, si avvolse nel suo mantello... In quel momento l'uscio a fianco si aperse e la viscontessa, con indosso un accappatoio bianco, bianca ella stessa come una morta, si avanzò verso di Massimiliana. «Tu esci... a quest'ora?...» Anch'ella non aveva chiuso occhio, in quella notte d'angoscia, porgendo ascolto ad ogni rumore che venisse dalla stanza vicina, con la febbre della paura. «Lasciami!... lasciami andare!...» diceva Massimiliana; e la debole donna l'aveva circondata con le sue povere braccia, cercando di trattenerla. «Maxette... in nome di Dio!... Non voglio che tu esca...»--«Lasciami andare! non aver paura...»--«No!... verrò io stessa, piuttosto... aspettami; il tempo di vestirmi...» ma le forze l'abbandonavano sempre più, la sua respirazione si faceva affannosa. «Va a letto... non aver paura!...» ripeteva Massimiliana, allacciandosi il suo mantello con le mani tremanti; «ho bisogno d'aria... il tempo di respirare l'aria fresca del mattino...»--«Maxette!... Maxette!...» insisteva la viscontessa, afferrandosi a lei, passandole una mano scottante sulla fronte agghiacciata. «Maxette... non andare!... non morire!...» Allora ella proruppe, svincolandosi: «Ma è lui che muore!... lui che sa tutto... la mia vergogna... e la vostra!...» La viscontessa era caduta sul divano, con la testa sul petto, ansimante. «Perdono!.... Perdono!... hai ragione... è colpa anche mia... è stato mio padre... oh!...» Come un singhiozzo le aveva lacerata la gola, Massimiliana era caduta quasi in ginocchio dinnanzi a lei, brancicandola: «Sei tu che devi perdonarmi.... Povera donna! non ti accusare... Che colpa è la tua?.. Sono stata troppo vivace; perdonami...» Allora la viscontessa aveva rotto in pianto. Era un nodo che aveva nel petto, da anni: vederla soffrire in silenzio, senza poter far nulla... e mai un lamento... mai un rimprovero... come una martire... «Oh, Maxette!... povera, povera!...»--«Basta!.. tranquillati!..» interrompeva Massimiliana; «buon Dio, basta!.. Vedi: anch'io sono tranquilla... Ma lasciami andare... è giorno chiaro, c'è già il sole... Senti, bisogna ragionare... Andrò dalla contessa, le domanderò per favore di chiamarlo presso di lei; è necessario ch'io lo riveda, non fosse che per un minuto...»--«Lasciami venire con te...»--«È una pazzia... Se hai la febbre!... E poi, perchè?... Non farò nulla senza la contessa... No, no!... è già tardi...» E svincolatasi dalla nuova stretta, era uscita, rapidamente. Pei corridoi dell'albergo, nelle scale, nessun segno di vita. Nel salone da ballo, le candele consunte, il suolo sparso di carte dorate, di banderuole, di tutti i minuti residui del -cotillon-. Massimiliana rabbrividì, passandovi dinnanzi dagli usci spalancati. Sul vestibolo, ella andò incontro al portiere che passeggiava di su e di giù, con le mani in tasca e la pipa in bocca. «Dove potrei trovare una carrozza?» Il vecchio aveva smesso di fumare, guardandola stupito. «In piazza del Teatro Massimo... Se vuole che vada io...»--«No, grazie...» Ella traversò il Maria-Square, dirigendosi alla via Cavour. La sua risoluzione era presa: andare dalla contessa, invocare l'assistenza di lei: era stata a parte di tutto; lei sola poteva soccorrerla. Errò un poco per le strade ancora deserte senza incontrare una carrozza; trovatala, dette al cocchiere l'indirizzo della villa Verdara. Col moto, con l'aria fredda del mattino, l'incubo si dissipava; ella considerava con un poco più di fermezza la situazione; ma la necessità di rivedere Ermanno le pareva sempre più imperiosa. Giunta alla villa, vide il cancello spalancato, le finestre aperte, come se anche lì non si fosse dormito. «La contessa?...» chiese alla cameriera che venne ad aprirle. «È uscita, per venire da lei, sarà un quarto d'ora...» Ella restava ancora sulla soglia dell'uscio, interdetta da quel contrattempo quando sopravvenne Giulio di Verdara, col cappello in mano, in atto di uscire. «Lei?..» Egli le strinse la mano, con un'espressione di affettuoso interessamento. «Come sta?... Ho saputo che iersera non s'è sentita bene... Rosalia era giusto venuta da lei per sentire sue notizie...» Allora, ringraziatolo, rifiutando l'offerta ch'egli le aveva fatta di accompagnarla, era risalita in carrozza, dando ordine al cocchiere di portarla all'-Hôtel des Palmes-... Una notte egualmente insonne ed angosciosa era stata anche quella passata dalla contessa di Verdara. Soccorsa Massimiliana, ella era discesa a cercare di Ermanno, con l'idea dello strazio a cui doveva essere in preda. Non l'aveva trovato, e la sua preoccupazione era cresciuta. Aveva allora pregato suo marito di far venire la carrozza, non fidandosi più di assistere a quella lugubre festa. Durante il tragitto dall'albergo a casa, facendosi forza, sentendosi salire al viso le fiamme del rimorso all'idea di parlare di Ermanno con l'uomo che un momento aveva pensato di offendere, gli aveva detto ogni cosa: quello che era successo fra i due giovani, l'aiuto che bisognava dar loro perchè potessero superare la terribile crise... «Sì, hai ragione...» aveva risposto Giulio di Verdara, non più in vena di tormentarla un poco, come una volta; comprendendo che ella era ormai fuori di causa e che il dramma correva in quel momento rapidamente alla fine. «Sì, hai ragione...» ripeteva, guardandola soltanto un poco, come ella gli rappresentava l'ambascia in cui Ermanno doveva esser caduto; e nel cuore della notte, egli era riuscito, cercando inutilmente del giovane all'-Hôtel des Palmes- e a casa sua. Dinnanzi allo sguardo di Giulio, a quel solo segno con cui egli le diceva di averle letto nel cuore, dinnanzi alla grandezza d'animo di quell'uomo che era corso in cerca dell'amico, la contessa Rosalia era stata sul punto di trattenerlo, di gettarglisi ai piedi, di confessarsi a lui e di chiedergli perdono; solo i tristi presentimenti che occupavano il suo spirito l'avevano arrestata, dimostrandole che in quel momento urgeva pensare agli altri. Appena giorno, raccomandato a Giulio di andare nuovamente in cerca di Ermanno, ella si era messa in carrozza, facendosi portare all'albergo. Nulla, a quell'ora, le parlava più per lei: una pietà prepotente solo la vinceva per Ermanno, per Massimiliana, per tutti coloro che espiavano una colpa non propria. Era tutta un'esperienza che ella aveva fatta, ad insaputa di ognuno: gl'impeti della passione, i morsi della gelosia, i rimorsi dell'errore, le amarezze del disinganno, sentimenti buoni e malvagi, tenerezze e rancori: ella aveva tutto provato senza che nessuno ne avesse avuto un sospetto. Usciva dalla prova con una grande tristezza, ma guarita interamente. Per l'efficacia del contrasto, apprezzava ora come non aveva mai fatto, tutto il valore della sua tranquillità di spirito, del suo equilibrio interiore, della salute morale. Sarebbe ella stata a tempo di ridarla a quegli altri?... La sua carrozza s'era arrestata dinanzi all'albergo; il portiere, avvicinandosi allo sportello, col berretto in mano, le rispondeva che la signorina di Charmory era uscita un poco prima. Allora, le sue paure erano cresciute. Dove poteva essere andata? che cosa pensava di fare?... Se una risoluzione funesta?... Scesa rapidamente dal legno, era salita dalla viscontessa: l'aveva trovata nella stanza di Massimiliana, raggomitolata sopra una poltrona, tremante di freddo. «È venuta da lei...» le diceva la moribonda, «per l'amor di Dio, corra a trovarla, a salvarla...» Più turbata di prima, la contessa era ridiscesa, e nel vestibolo aveva scorta la signorina di Charmory. «Maxette!...» Massimiliana l'aveva presa per una mano, interrogandola, prima che con la parola, con lo sguardo: «Che cosa succede?...»--«Nulla... volevo vederti...» E l'ansia di ciascuna raddoppiandosi dinnanzi a quella dell'altra, il loro pensiero si era incontrato nell'unico oggetto che l'occupava: Ermanno... «Bisogna che mi conduciate da lui!...» chiese risolutamente la fanciulla. «Maxette mia... è impossibile...»--«È necessario. Se non volete accompagnarmi, andrò sola...» E fece per allontanarsi. Allora la contessa la trattenne: «Aspetta... vieni con me...» Ella dette al cocchiere l'indirizzo di Ermanno. Poichè suo marito doveva essere a quell'ora presso l'amico, ella lo avrebbe fatto chiamare. La carrozza correva rapidamente, intanto che le due donne si tenevano per mano, in silenzio. Allo svoltare da piazza dei Marmi nel corso Alberto Amedeo, la contessa mise il capo allo sportello: un assembramento sbarrava la via. Ad un tratto, Massimiliana sentì tremare la mano che teneva nella sua, vide la contessa ricacciarsi indietro. «Che è?...» E come anch'ella sporse il capo, vincendo la resistenza dell'amica, gettò un grido lacerante. Il portone era socchiuso, due guardie vi stazionavano dinnanzi, trattenendo la folla. La carrozza s'era arrestata di botto, e Giulio di Verdara aveva aperto lo sportello, dando il passo alla signorina di Charmory. La folla si ritraeva, silenziosa. Rosalia, afferrata una mano del marito, la strinse con una domanda negli occhi. «Respira ancora,» disse questi, ricambiando la sua stretta; «vieni ad aiutarmi...» Ermanno Raeli, pallido ma sereno in viso, stava disteso sul suo letto, nell'abito nero della sera innanzi. Una coperta era stata tirata fino a mezzo il petto per nascondere le chiazze di sangue, lasciando fuori il braccio destro. Massimiliana di Charmory, sulla soglia della camera, era caduta riversa, senza un grido, senza una parola, nelle braccia della contessa di Verdara e di suo marito. -Autunno del 1887- FINE. LIBRERIA EDITRICE GALLI DI -C. CHIESA e F. GUINDANI- Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80. ---------------------------------------------------------------------- UGO VALCARENGHI I RETORI FUMO E CENERE ROMANZO -Un bel volume in-16 di circa 100 pagine L. 3,50.- Occorre tutto un dolore di artista moderno, tutto un coraggio, tutto un ideale altissimo del vero e un sentimento vero dell'arte per scrivere un libro come -Fumo e Cenere-. L'intimo pensiero nostro, quel gran punto d'interrogazione umano pel quale si smaniano, si querelano, e si smarriscono tanti uomini di scienza, obbligati come sono ad indagarlo dalla esterna conformazione dell'uomo; quell'angolo di fango che tutti più o meno possediamo, che l'intelligente non svela per vergogna, che il volgare non sa di possedere, che il furbo tiene con se per interesse, è completamente messo a nudo in -Fumo e Cenere-. Pel Valcarenghi non hanno leggi le ipocrisie umane, non l'ha la menzogna--smaschera tutti, lui! L'Autore di -Le confessioni di Andrea-, romanzo che due anni fa scosse e la critica letteraria e la critica scientifica, non si compiace del nudo se non quando questo nudo è la coscienza umana. Ed è così che il suo nuovo lavoro, assurgendo a opera d'arte sinceramente morale e civile otterrà quel successo che già ottennero i suoi precedenti lavori. ---------------------------------------------------------------------- BRUNO SPERANI NUMERI E SOGNI SECONDA EDIZIONE Lire 4. Nessuno potrebbe mai immaginare, leggendo gli scritti firmati col sonoro ed energico pseudonimo di Bruno Sperani, che egli nasconda un ingegno ed un nome femminile. Nulla in questi libri di ciò che caratterizza un'opera muliebre; predominio della fantasia, modo di giudicare le cose, gli affetti, le azioni, con sentimentalismi esagerati, morbidezza o nervosità eccessiva di stile e di lingua: nulla. Invece, una larghezza d'idee rara a trovarsi, non solo in una scrittrice, ma anche in uno scrittore, una grande serenità ed una invidiabile superiorità di giudizi, una forza, ed una potenza tutta virile nell'analisi accurata dei singoli caratteri ed una logica stringente, che incalza e risolve gli avvenimenti. Nel tempo stesso che non troviamo mai descrizioni sfacciate e nauseanti, pure nulla è taciuto, nessuna ipocrisia falsa e sciocca attenua e diminuisce la evidenza e la realtà della vita in questi lavori. Secondo me, ecco i pregi principali, incontrastabili della valente scrittrice, che le derivano oltre che dell'ingegno, dalla tempra del carattere. -Numeri e Sogni-, è l'ultimo dei romanzi di Bruno Sperani: sono più di 600 pagine che si leggono da capo a fondo con attenzione, con serietà, senza furia, non come di solito vengono letti i romanzi per seguirne l'intreccio e conoscerne la catastrofe. Qui non vi è una catastrofe alcuna: il romanzo si svolge e termina logicamente, semplicemente, senza una -ficelle- o un mezzuccio. Ora questa fine così elevata, così nobile, così consolante e, a parer mio, così vera, per una mente superiore, dopo le tremende battaglie dello spirito e del cuore, mi pare indovinatissima, e che corrisponda in tutto al sentimento scientifico moderno. Io credo assolutamente di non errare dicendo, che -Numeri e Sogni-, è uno dei romanzi più fortemente pensati che siano stati scritti in questi ultimi anni. (Dal -Fanfulla della Domenica-). ---------------------------------------------------------------------- NEERA TERESA QUARTA EDIZIONE Lire 2. .....opera d'arte ell'è certamente. L'acuto ingegno di Neera non ebbe mai forse, prima di questo racconto, vibrazioni d'affetto così felici, tenerezze muliebri così indovinate, quadretti casalinghi di maggior attrattive. Se il giovane Orlandi rimane in seconda linea del quadro fra le nebbie indeterminate del fondo, gli altri personaggi vivono quasi tutti di una vita reale, e spiccano distinti o per la paziente opera miniatrice dello scrittore, o per qualche suo tocco breve ed incisivo che imprime subito il movimento alle figure. La casa dell'esattore dove una parte del romanzo si svolge, di quel terribile signor Caccia che fa tremar moglie e figliuoli col solo aggrottare delle sopraciglia, è descritta nella successione degli anni con magistrale franchezza e con artistica precisione, e noi penetriamo di stanza in stanza sicuri di non sbagliare come fosse una casa che conosciamo e frequentiamo da un pezzo. Nell'ultimo romanzo della valorosa scrittrice lombarda la vena dell'affetto sovrabbonda, la passione prorompe, la lotta dei sentimenti è vivacissima: ma i freni dell'arte trattengono il soverchiare dell'impeto, e tutto cammina tranquillamente come limpida acqua di fiume. Se talora parrà di scorgere un po' di sconnessione nell'andatura del racconto dite pure che all'autrice tremava per commozione la mano. Evocatrice di fantasmi effimeri, ella è colta per la prima alla pania del proprio inganno e alle torture ineffabili di Teresa ella deve aver pianto di certo: perchè nella ragazza infelice è raffigurata e scolpita tanta parte degli ignorati dolori umani. (E. Checchi, nel -Fanfulla della Domenica- del 22 agosto 1886). NOTA DI TRASCRIZIONE L'uso dei puntini di sospensione non è uniforme, in presenza di altra punteggiature sono spesso usati due puntini invece di tre. Abbiamo preservato l'uso originale. Sono stati corretti i seguenti refusi: Queste sterilizzanti contradizioni iniziali furono[furano] erano molto[molte] connesse, la forma riusciva penosa cui sono condannate[condanate] le tragiche vittime della intanto fra le rinunzie il mio vago pellegrinaggio[pellegrinagggio] per questo[queste] belle in qualche modo ai suoi occhi, Ermanno[Emanno] Raeli aveva un bell'essersi trasformato, aveva guardato un momento un mendicante[medicante], ella era stata[stato] un momento esitante; egli era venuto[venuta] confessando tutto quel che neppure sognare che ella si fosse accorta[accorto] di forza[orza], per la colezione. era seguito, il ritorno del generale von Koptleben[con Koptleben] lui per quelle suggestioni[suggestoni] incoscienti, con un d'un rimorso. Parlare prima, dir tutto[utto] subito vederti...» E l'ansia di ciascuna raddoppiandosi[raddopiandosi] menzogna--smaschera[smachera] tutti, lui! L'Autore di -Le . . . » ! . . 1 ! 2 ' 3 ! , , ! . . 4 , ; ' , 5 , ; , . 6 7 « ! . . . ! . . . » 8 . . 9 ? . . . 10 , ; 11 « . . . . . . » 12 , , 13 ' . ' 14 , . , 15 16 , . ! . . ' ? . . 17 ? . . . 18 ! , , ; 19 20 . , ' 21 , ' , ' 22 , , , . . . ! ' 23 ? . . . 24 25 ' , ; 26 , . 27 , ' ? . . 28 , . 29 , ' 30 : , . . . , 31 ; , 32 ' , . . . , 33 ' ; 34 . , 35 , . 36 , , 37 , . . . « ! . . ' ! . . » 38 , ? . . ? 39 ? ' ; 40 . . . , , ! . . 41 42 ' , 43 , ; 44 , , ' 45 . . . « ! . . . 46 ! . . . » , 47 . 48 . . . : 49 , , 50 . . . , , 51 , , 52 : ! . . ' ' , ! . . 53 ! . . . 54 , 55 : « ! . . . ! . . . » 56 57 , ' 58 , ; 59 . , 60 , 61 - - . 62 , . : 63 . ; 64 . 65 . 66 : ' , . . . - - 67 , . . . 68 ' , 69 , , 70 . « . . . ' ? . . . » ' 71 , ' , 72 , . 73 « ! . . . ! . . . » ; 74 ' , 75 . « . . . ! . . . 76 . . . » - - « ! . . . » - - « ! . . . 77 , . . . ; . . . » 78 ' , . 79 « . . . ! . . . » , 80 ; « ' . . . 81 ' . . . » - - « ! . . . ! . . . » 82 , , 83 . « . . . ! . . . 84 ! . . . » , : « 85 ! . . . . . . . . . ! . . . » 86 87 , , 88 . « ! . . . . ! . . . . . . 89 . . . . . . ! . . . » 90 , 91 , : « . . . . ! 92 . . . ? . . ; 93 . . . » . 94 , : , 95 . . . . . . . . . 96 . . . « , ! . . . , ! . . . » - - « ! . . 97 ! . . » ; « , ! . . : 98 ' . . . . . . , ' 99 . . . , . . . , 100 ; ' 101 , . . . » - - « 102 . . . » - - « . . . ! . . . , ? . . . 103 . . . , ! . . . . . . » 104 , , . 105 106 ' , , . 107 , , , 108 , - - . 109 , . , 110 , 111 . « ? » 112 , . « 113 . . . . . . » - - « , . . . » 114 115 - , . 116 : , ' 117 : ; . 118 ; 119 , ' . 120 , ' , ' ; 121 ; 122 . , 123 , , 124 . « ? . . . » 125 . « , , ' . . . » 126 ' , 127 , 128 , . « ? . . » , 129 ' . « ? . . . 130 ' . . . 131 . . . » , , 132 ' ' , 133 , ' - 134 - . . . 135 136 137 . , 138 , ' 139 . ' , 140 . , 141 . 142 ' , , 143 ' ' 144 , : 145 , ' 146 . . . « , 147 . . . » , 148 , ; 149 150 . « , . . . » , 151 , ' 152 ; , , 153 ' - - . 154 155 , 156 , ' 157 ' ' , 158 , , 159 ; 160 ' , 161 . 162 163 , 164 , , ' . 165 , ' , : 166 , , 167 . ' 168 , : ' , 169 , ' , , 170 , : 171 . 172 , . 173 ' , , 174 , 175 , . 176 ? . . . 177 178 ' ' ; , 179 , , 180 . , 181 . ? 182 ? . . . ? . . . , 183 : ' 184 , , . « 185 . . . » , « ' , 186 , . . . » 187 188 , , 189 . « ! . . . » ' 190 , , , 191 : « ? . . . » - - « . . . . . . » 192 ' ' , 193 ' ' : 194 . . . « ! . . . » 195 . « . . . . . . » - - « . 196 , . . . » . 197 : « . . . . . . » 198 199 ' . 200 ' ' , 201 . , 202 , . 203 , : 204 . , 205 , 206 . « ? . . . » ' , 207 ' , . 208 209 , , 210 . ' , 211 , 212 . , . , 213 , . « 214 , » , ; « 215 . . . » 216 217 , , , 218 ' . 219 , 220 . , 221 , , , , 222 . 223 224 225 - - 226 227 228 229 . 230 231 232 233 234 235 236 237 - . . - 238 239 , . 240 241 242 - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 - - . , . - 255 256 257 , , 258 ' 259 - - . 260 261 ' , ' 262 , , 263 , 264 ' ; ' , 265 ' , 266 , , 267 - - . 268 , ' - - , ! ' 269 - - , 270 , 271 . 272 , ' 273 . 274 275 - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - 276 277 278 279 280 281 282 283 284 . 285 286 287 , 288 , 289 . 290 291 ' ; 292 , , , 293 , , 294 : . , ' 295 , , 296 , 297 , , ' 298 , 299 . 300 301 302 , , 303 304 . 305 306 , , 307 , ' , 308 . 309 310 - - , ' : 311 , , 312 , 313 ' . 314 315 : 316 , , - - . 317 318 , , , 319 , , , 320 , , 321 . 322 323 , - - , 324 325 . 326 327 ( - - ) . 328 329 - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - 330 331 332 333 334 335 336 337 338 . 339 340 341 342 . . . . . ' ' . ' 343 , , ' , 344 , 345 . 346 , 347 , 348 , 349 . 350 ' , 351 352 , 353 , 354 355 . 356 357 ' 358 ' , , 359 : ' 360 ' , 361 . ' 362 ' ' 363 . , 364 365 : 366 . 367 368 ( . , - - ) . 369 370 371 372 373 374 375 376 377 ' , 378 . 379 ' . 380 381 : 382 383 [ ] 384 [ ] , 385 [ ] 386 [ ] 387 [ ] , 388 [ ] ' , 389 [ ] , 390 [ ] ; 391 [ ] 392 [ ] 393 [ ] , . 394 , [ ] 395 [ ] , 396 ' . , [ ] 397 . . . » ' [ ] 398 - - [ ] , ! ' - 399