aveva subito preso corpo... La prima volta che aveva incontrato Ermanno Raeli, durante la visita al Museo nazionale, ella aveva evitato di guardarlo, di stringere la sua mano.... ma non ostante il suo partito preso di sottrarsi a tutto ciò che potesse attaccarla al mondo, ella aveva pur dovuto avvertire il senso delle parole del giovane e l'espressione che le coloriva. Era stata come una rispondenza secreta, fatale, come l'imprevedibile incontro di due note tratte da strumenti diversi... Fin da quel primo istante, la visione del futuro a cui andava incontro le era balenata alla mente; ed ella aveva combattuto, a palmo a palmo, contro di sè stessa; poichè ella non aveva il diritto di amare, poichè non poteva essere amata... E come più conosceva la nobiltà, la bontà, la gentilezza, tutte le doti del cuore e dello spirito di quell'uomo, l'affinità della sua indole con la propria, più ella si agguerriva contro la passione nascente... o credeva d'agguerrirsi; perchè quelle ragioni di evitarla erano nello stesso tempo delle ragioni--le più potenti!--di farla gigante. Ella aveva anche sperato di illudersi sul significato della riserva di Ermanno, cercando di attribuirla a indifferenza, piuttosto che a timida e delicata discretezza... e nel risveglio di tutti i suoi dolori, aveva sperato di esser la sola a sacrificarsi... Ora, l'inganno non era più permesso. Si era rotto il giorno che i loro sguardi eransi incontrati, come i loro pensieri, sotto la rustica imagine del Salvatore; si dissipava, svaniva dinnanzi alla rivelazione della contessa. Egli l'amava, le tendeva la mano leale, e non sapeva che la mano di lei era indegna di posarsi sulla sua! Una voce interiore la rimordeva, l'accusava di perfidia, poichè ella non aveva fatto nulla per evitare l'inganno, e delle vampe di vergogna le salivano al viso... Bisognava che tutto finisse, o sarebbe stata senza scusa; bisognava che essi ridiventassero estranei l'una all'altro, come prima e senza ritorno. Ma nel punto che quella necessità le s'imponeva, inevitabile, ella sentiva che qualche cosa le si spezzava nel petto. Ella non sapeva dove avrebbe trovata la forza di rassegnarsi a quella necessità, perchè anch'ella lo amava, perchè la sua lotta era stata inutile, perchè ad ogni giorno, ad ogni ora, ella si era sentita avvincere a lui; e le prove ne erano l'illusione che si era fatta, tutte le transazioni per le quali era arrivata a quel punto... Aveva creduto distogliere la propria attenzione da quel sentimento, aveva quasi perduta la coscienza del suo stato, e ad un tratto la più formidabile delle alternative le si presentava: o ingannare ancora quell'uomo che aveva riposto in lei la sua fede e diventare in certo modo complice di sè stessa, o spezzare col cuore di quell'uomo anche il suo proprio... Vi era un'altra soluzione? Poteva ella andare da lui, e rivelargli tutto, ed aspettare la sentenza che egli avrebbe pronunziata?.. E sarebbe poi stata una soluzione diversa, o non si sarebbe risolta in una delle due che più l'atterrivano? Vincere Ermanno con le proprie lacrime, con la confessione del proprio amore, non sarebbe stato ancora ingannarlo? Ma l'orribile verità non avrebbe piuttosto tutto distrutto?.. Ella teneva per sè il dilemma angoscioso, intanto che finiva di rivelar tutto all'amica e che, atterrita dalla propria risoluzione, sicura che un istante di esitazione avrebbe fatto sorgere il pentimento col corteo di nuove lusinghe, chiudeva la lettera senza osar di rileggerla... XII. Prima ancora che la lunga e scomposta lettera di Massimiliana, nelle cui frasi spezzate e contorte si traduceva lo spasimo della scrittrice, avesse rivelato il secreto dell'amica alla contessa, costei aveva già compreso il genere d'ostacolo da cui quella era stata arrestata. Poichè la giovanetta amava Raeli--e l'attitudine di lei non ammetteva alcun dubbio su questo--poichè ella non poteva cedere alla persuasione dell'amore, poichè la viscontessa aveva tradito il sentimento di dolorosa pietà che la nipote le ispirava, non vi era, per uno spirito femminile acuto come il suo, da esitar molto sulla natura di quel secreto, specialmente in presenza di tutti gli altri piccoli dati che la signora di Verdara era venuta mano mano accertando... La lettera di Massimiliana confermava e spiegava ora tutto più chiaramente; però, se il suo primo movimento di Rosalia era stato di compassione verso la giovanetta, ella cercava inutilmente di nascondersi che una specie di egoistica soddisfazione lo aveva seguito per quell'ostacolo sorto contro la felicità della rivale. Aveva avuto un bel persuadersi di non poter nulla sperare per sè, aveva potuto ben consentire di fare un passo che si risolveva nella mortificazione del suo proprio amore... ma una compiacenza di cui ella sentiva la malvagità, poichè tentava di negarla, sorgeva in lei dinnanzi alla rivelazione di Massimiliana. Prima che la sua coscienza le rimproverasse quel movimento, l'idea del dolore che Ermanno avrebbe provato lo aveva distrutto. Se il suo interesse le dimostrava che il riferire al giovane il contenuto di quella lettera era uno stretto dovere, se le ragioni dell'egoismo le consigliavano di servirsi di quell'arma che le era venuta in mano, la visione del male che quell'arma a doppio taglio avrebbe fatto l'arrestava ad un tratto. E mentre una sorda voce di gelosia le veniva dimostrando che ella non doveva nulla a Massimiliana, la naturale sua rettitudine le rappresentava come un'indegnità il trarre profitto per sè, pei suoi fini inconfessabili, della confidenza che un momento di terribile angoscia aveva strappato alla disgraziata.... Presto o tardi, i due giovani non si sarebbero direttamente spiegati? ed anche senza di ciò, era possibile che Ermanno non fosse messo alla lunga in sospetto, in modo da evitare a lei l'odiosità di un atto che poteva parere una denunzia?... In quel contrasto interiore, ella non aveva trovato di meglio che allontanare il momento in cui avrebbe dovuto render conto della missione compiuta; nè, da parte sua, Ermanno pareva volerlo affrettare. Lo sforzo che egli era riuscito a fare su di sè stesso, rivelando alla contessa l'amor suo per Massimiliana, aveva esaurita la sua iniziativa. In quella risoluzione, che solo il pericolo di non veder più la signorina di Charmory aveva determinata, egli si era acquetato, aspettando in una calma relativa l'esito che avrebbero avute le pratiche dell'amica. Non si sentiva oramai più libero di sè, si vedeva in balìa di circostanze sulle quali non avrebbe potuto spiegare nessuna influenza, che avrebbero deciso della sua vita, irrevocabilmente. Tutti i suoi dubbii, le sue indecisioni, i suoi timori, i suoi scrupoli, le sue aspettazioni si confondevano insieme, come se una piena contro cui le sue braccia nulla potessero lo travolgesse verso una meta ignorata ma infallibile. La sensazione non aveva nulla di penoso; tormentatore era per lui tutto ciò che sollecitava un impulso decisivo; l'abbandono, l'attesa, non avevano nulla di repugnante al suo modo d'essere naturale. In tale stato di spirito, egli non aveva fatto nulla per affrettare la risposta della contessa; ancora più avrebbe aspettato senza l'inquietudine che una lunga clausura di Massimiliana e della signora d'Archenval gli aveva fatto nutrire. Ma questa circostanza appunto aveva suggerito a Rosalia di Verdara un pretesto per evitare di prendere un partito. Come Ermanno aveva cominciato a chiederle un giorno notizie delle ospiti delle -Palme-, ella gli aveva risposto che nelle peggiorate condizioni di salute della viscontessa non era stato possibile veder da sola Massimiliana; ma che, per ciò stesso, la partenza dei d'Archenval restava indefinitamente rimandata. Questa certezza bastava ad Ermanno. Se la previsione d'un rifiuto era per lui così penosa che il suo stesso senso della vita ne restava menomato, l'idea del conseguimento del suo sogno lo riempiva di turbamento fino all'intime fibre. Per le nature contemplative, il tradursi in atto di ciò che si è vagheggiato idealmente, in secreto, senza confessarlo a sè stessi, si accompagna ordinariamente con un senso d'intimo sgomento, per l'esagerata coscienza della propria inettitudine dinnanzi alla realtà. Amando Massimiliana come non credeva possibile che si amasse di più al mondo, concentrando in lei tutta la poesia della vita, riconciliandosi per lei con quella vita della quale aveva disperato, le difficoltà materiali di un accordo, della domanda, di tutti gli atti, di tutte le pratiche necessarie al conseguimento del sogno, lo arrestavano, gli parevano insormontabili ostacoli. E col pensiero unicamente occupato da una imagine, egli non poteva essere indotto, come sperava la contessa, a concepir dei sospetti. Le più grandi come le più semplici scoperte sono il risultato dell'associazione delle idee; ma egli era troppo pieno di una, perchè restasse posto ad un'altra qualsiasi. Se avesse potuto notare l'imbarazzo di Rosalia di Verdara, la paura di Massimiliana, tutte le circostanze che avevano destato i sospetti della sua amica, anch'egli ne avrebbe cercata la causa; ma per uno spirito tutto -in dentro- come il suo, ed occupato da un unico oggetto, un tal senso d'osservazione era impossibile. Massimiliana di Charmory aveva dovuto finalmente strapparsi al conforto del suo isolamento e ritrovarsi in presenza della contessa e di Ermanno. Se l'acuto della sua ambascia era passato, lo spirito e la stessa persona ne portavano ancora le traccie, nello stordimento a cui era in preda, nella sofferenza che la sua tinta emaciata tradiva. E neppur lei aveva nulla risolto, occupata come era di sapere se la contessa avesse parlato ad Ermanno. L'attitudine dell'amica e del giovane le avevano ben presto dimostrato che questi non era stato messo a parte di nulla. Non una parola di Rosalia di Verdara aveva accennato a quel che era successo tra loro, e quanto ad Ermanno, la stessa timida riserva, la stessa delicatezza discreta si leggeva nei suoi occhi e nelle sue parole. La situazione restava quindi impregiudicata; ma i contrarii impulsi che dilaniavano l'anima di lei nel considerarla, la vertigine che la prendeva non sì tosto arrestavasi ad una soluzione, le facevano accettare come un bene insperato quel periodo di sosta in cui, acquetata la sua coscienza con la confessione fatta all'amica, nessuno le chiedeva nulla. Sotto l'impero di diverse lusinghe, tutti e tre cospiravano reciprocamente a prolungare uno stato d'incertezza, quasi a cancellare il ricordo di ciò che sapevano. Una specie di nuova fiducia cominciava a rinascere in loro, intanto che riprendevano l'intimità serena, la vita di prima, come se nulla fosse sopravvenuto a cambiare le loro relazioni. In quella incoscienza, per una parte voluta, per un'altra naturale--poichè una legge benefica fa perdere in durata alle scosse dello spirito ciò che esse guadagnano in intensità--l'amore della signorina di Charmory per Ermanno si faceva più profondo ed esclusivo. Era come se un raggio di luce brillasse nel grigio del suo cielo, come se qualche cosa le si schiudesse nell'anima che la trasformava; quasi in un ritorno alla salute dopo i travagli del male, ella assaporava mille sensazioni nuove, una dolcezza di vivere--la prima, la sola... Dei brividi la scuotevano, quando ella si sorprendeva abbandonata a quella nuova persuasione; fuggiva allora la compagnia degli uomini e restava lungamente inabissata in un muto terrore. Quelle uniche ore di sogno volavano, e come rapidamente!... Il risveglio non era lontano. Fu in un freddo pomeriggio di febbraio, con un cielo bianco per gli alti turbini di neve qua e là squarciati sull'azzurro, e un sole senza raggi, che Ermanno erasi recato all'-Hôtel des Palmes-. Egli aveva trovata la signora d'Archenval nella serra, sopra una seggiola a ruote, con un plaid sulle ginocchia, circondata da alcune altre signore della colonia russa ed inglese. Massimiliana era alcun poco discosta, accanto a un tavolo di ferro; teneva in mano un libro dalla rilegatura rossa e i caratteri d'oro, ma conversava col generale von Koptleben, un vecchio tedesco che pagava ora, con una lenta malattia, i trionfi del 1870. La viscontessa aveva accolto coi segni della più viva premura Ermanno Raeli. Spirito ingenuo, che le prove dell'esperienza colpivano senza ammaestrarlo, ella si era persuasa che l'amore avrebbe finito per essere la salvezza di Massimiliana. Lo spettacolo dello strazio sofferto dalla giovanetta, sorpreso da lei il giorno della visita di Rosalia di Verdara, le era stato causa d'una commozione violenta, tradottasi nell'abbraccio doloroso e convulsivo che aveva dato a Massimiliana in presenza dell'amica; più tardi, la ripresa dei rapporti fra i due giovani, l'aria di calma diffusasi sulla fisonomia della nipote, le attenzioni delicate di cui Ermanno la faceva sempre oggetto, le avevano fatto sperare che quell'amore sarebbe riuscito a trionfare di tutti gli ostacoli, che per esso Massimiliana avrebbe visti compensati ed aboliti i suoi antichi dolori. Come dunque Ermanno, dopo essersi intrattenuto un poco con lei, le chiedeva il permesso di andare a salutare la signorina di Charmory ella aveva seguito il giovane con un lungo sguardo di compiacente fiducia. Massimiliana, stretta la mano ad Ermanno, lo aveva presentato al militare, conoscendo la nazionalità del quale, il giovane aveva fatto notare la sua qualità di mezzo tedesco. La conversazione si era subito intavolata in questa lingua, e negli acuti sguardi del vecchio uomo di guerra si leggeva il piacere d'aver trovato quasi un compatriotta, che lo trasportava con lo spirito verso la patria lontana. Però, parlando della Germania col generale, Ermanno era tutto al novissimo incanto di sentire la signorina di Charmory prender parte al discorso nella lingua di sua madre. Era una grazia dolce che quegli aspri incontri di consonanti, quelle forti aspirazioni, prendevano sulle labbra di Massimiliana; era una specie di nuova, più grande intimità che lo stringeva a lei. Ermanno si sentiva intensamente felice, come poche volte era stato, e la sua simpatia si riverberava sul generale che, con la sua stessa presenza, rendeva impossibile ciò che egli temeva--desiderandolo:--una spiegazione suprema... Un secreto timore s'impadronì quindi di lui, allorchè, al sopravvenire d'un cameriere il quale annunziava l'arrivo del dottore, egli lo vide allontanarsi. «Se non le rincresce» disse a Massimiliana quando furono soli, e vincendo il turbamento che lo guadagnava sempre che restava in presenza di lei, «se non le rincresce, vuole che la nostra conversazione segua in tedesco? Io sono molto felice di sentir parlare questa mia lingua materna così bene come da lei...»--«Volentieri,» rispose la signorina di Charmory; «tanto più che, comunque parliamo, uno di noi dovrebbe adoperare una lingua non propria...» Ermanno non aveva lo spirito così libero da notare l'espressione con la quale Massimiliana, anch'essa invasa da un intimo sgomento in vicinanza di Ermanno, aveva pronunziate quelle parole, la specie d'insistenza che ella aveva messa nel notare quella originaria diversità, quasi una barriera esistente fra loro. Superato il primo istante d'imbarazzo, egli si era abbandonato all'incanto di trovarsi presso a Massimiliana, ma ancora sotto gli occhi di altra gente dalla quale si sentiva assicurato contro le sue istintive paure. La soavità dell'ora in quell'ambiente tiepido e profumato era tanta, che tutto acquistava una straordinaria importanza per lui, anche l'argomento insignificante sul quale si aggirava la conversazione: la società che in quella stagione occupava l'-Hôtel des Palmes-.... «Una società cosmopolita» diceva la signorina di Charmory, rassicurata da quel tema su cui si avviava la conversazione; «la stessa a Palermo come a Nizza o ad Ostenda... Dei tipi sempre eguali, abitudini comuni e perfino uno stesso modo di vedere e di giudicare...» Anch'egli l'aveva conosciuta, quella società: «E non so se lei risenta lo stesso effetto di freddezza,» diceva alla signorina di Charmory, «che essa produce in me; il lamentevole effetto di queste relazioni strette con la stessa facilità con cui si rompono; delle quali nulla resta, altro che un nome ricordato, qualche volta...» Ermanno s'accorgeva, soltanto dopo averle pronunziate, che le sue parole potevano sembrar calcolate in vista di un effetto da produrre; egli che aveva parlato d'istinto, come il pensiero dettava, non era però pentito di averle pronunziate; cercava anzi di leggere nella fisonomia della signorina di Charmory l'impressione che l'accenno alla instabilità di quelle relazioni, al genere delle quali la loro propria apparteneva, avrebbe prodotto... Facendosi forza per non dimostrare la sua preoccupazione dinnanzi alla piega che prendeva il colloquio, Massimiliana aveva tentato di dare alle parole di Ermanno un significato diverso da quello che ella sentiva bene essere il proprio. «Sì,» rispose, «io divido il suo modo di pensare; è una vita affrettata, che finisce per produrre una vera stanchezza...»--«E un bisogno di quiete, di riposo, d'intimità vera ed esclusiva... Non pensa anche lei così?... Spesso i nostri giudizii s'incontrano...» Ella scosse un poco la testa, senza dir nulla. Sentiva delle lacrime salirle agli occhi, che evitavano quelli di Ermanno e si rivolgevano verso i gruppi sparsi per il giardino, senza fissarsi in alcun luogo. Subitamente, la contenuta letizia di Ermanno era scomparsa. La tacita denegazione della signorina di Charmory, quasi ella disperasse di conseguir mai quell'ideale di vita al quale egli aveva fatto allusione, la vaga espressione di dolore composto e rassegnato che si era dipinta nei suoi lineamenti, gli avevano data come una trafittura acuta e rapidissima. Ma erano gli occhi di lei che egli voleva vedere, i suoi occhi profondi che si distoglievano dai suoi e con quella persistenza nell'evitarlo gli davano quasi una materiale impressione d'un distacco irreparabile. Egli si era un poco chinato verso di lei, appoggiando il braccio sul proprio ginocchio, ed aveva ripreso: «Non ha dunque pensato alle seduzioni di questa intimità?... Non la crede possibile?...» La signorina di Charmory rispose con fermo accento, subitamente scuotendosi: «No.»--«E non crede che qualcuno abbia potuto pensarvi per lei?... sognarla come la sola cosa degna di esser sognata?...» Egli aveva parlato molto piano, con la stessa intonazione di prima, nell'attitudine in cui si trovava, fissando la mano bianca e diafana di Massimiliana. Egli non aveva sostenuto nessuno sforzo su di sè stesso; le parole gli erano subito venute una dopo l'altra alle labbra, come l'unica, la necessaria espressione del suo pensiero; egli non era più stupito di aver parlato, soltanto la percezione del mondo circostante si era abolita dalla sua coscienza. Dischiuso il libro che teneva ancora in mano, la signorina di Charmory vi aveva rifugiato lo sguardo. La precisa sensazione che ella provava in quell'istante, era di naufragare, in un mare tranquillo, sotto un sole ridente, dinnanzi alla riva; ma di naufragare senza speranza di aiuto, sentendo già l'acqua alla gola. Rapidamente, prima che ella avesse avuto il tempo di prevederla, di prepararvisi, l'ora temuta della prova ultima era suonata, e una mano di ferro le aveva stretto il cuore, e un soffio di morte le aveva inaridite le labbra. Come, come superarla?... «Sapevo,» disse con voce che si sentiva appena, «che questo momento sarebbe arrivato... la signora contessa mi aveva già detto...» Allora, con uno slancio contenuto: «No, lasci dire a me!...» riprese Ermanno; «mi lasci dire tutto quello che ho in cuore, se pure sarà possibile.... È la mia vita che è legata alla sua... io ho creduto di morire quando mi hanno fatto temere che non l'avrei più riveduta... Si ricorda il giorno che c'incontrammo a Pallavicino? Come era piena la mia felicità!.. Non le avevo detto mai nulla... non sapevo, non potevo... guardi, avevo paura!...» Ad ognuna di quelle frasi roventi del giovane, la signorina di Charmory aveva un poco abbassato il capo, cogli occhi fissi in un punto, come ammaliata da una qualche visione che ella sola poteva mirare: ad un tratto si era scossa da quella contemplazione ed aveva fissato in viso il suo compagno... «Se vuole essere felice, rinunzii a me» disse, lentamente, cercando ad una ad una le parole, sentendo che una sola parola, che la sola intonazione della voce avrebbe potuto tradirla, toglierle le poche forze che chiamava a raccolta. «Io ho risoluto di non lasciare il mio stato... È una risoluzione antica, che non ha nulla contro di lei... Vi sono dei destini irrevocabili...» Tacque ad un tratto, per paura di mentire, di ricorrere, come aveva fatto con la contessa, a pretesti che avrebbero detto il contrario di ciò che ella voleva significare. E appunto in quelle parole, in quell'accento, Ermanno Raeli sentiva che il pensiero di Massimiliana non era intero, che quella risposta non era completa. Non era possibile che ella avesse ascoltato la sua confessione, con quell'ansia nel respiro, con quella fissità negli sguardi, per rispondere a quel modo; non era possibile che tutto dovesse finire tra loro così, che una risoluzione antica ostacolasse la presente felicità. «Allora» riprese, con nuovo calore, «crede che questi nostri rapporti... che questo nostro incontro debba finire, come gli altri, senza che nulla ne resti?... Noi ci saremo conosciuti e compresi... per diventare di nuovo due estranei; come tutta questa gente che oggi conviene qui, intimamente, e che sarà domani dispersa pel mondo, e che non si rivedrà probabilmente più mai?...» Nuove persone erano discese nella serra, in attesa dell'ora del pranzo; col rapido corso delle nuvole la luce si velava e tornava a splendere istantaneamente; le conversazioni tutt'intorno s'intrecciavano; ogni tanto si udivano dei piccoli colpi di tosse a stento repressi, e nulla era più strano di quella spiegazione decisiva, in cui i due giovani trattavano del loro avvenire, tra l'indifferenza dei propositi che si tenevano a distanza di pochi passi. Entrambi però, in presenza di quegli spettatori, si contenevano; trovavano in quel pubblico una specie di soccorso contro i pericoli dei quali l'argomento della loro conversazione era pieno... Alle ultime parole di Ermanno, la signorina di Charmory aveva chiuso un poco gli occhi; si leggeva nell'imbarazzo con cui cercava di darsi un'attitudine, nell'amarezza espressa dall'increspamento di un angolo del labbro, la lotta interiore che si combatteva in lei. Ella sentiva il cuore palpitarle in petto così forte come se fosse sul punto d'infrangersi. In quel suo lento naufragio, mentre le sue braccia si dibattevano istintivamente in cerca d'un appoggio impossibile, ecco un'altra mano distendersi verso la sua. Afferrarla, aggrapparvisi: questo diceva l'istinto della salute... ma perchè poi, se non per trascinare con sè un'altra vittima al fondo?.. Ella aveva nuovamente rivolto lo sguardo sul giovane. Come quell'incostante giornata, a momenti intensamente luminosa e ad un tratto oscurantesi, la fisonomia di lui si era trasformata: gli occhi splendevano di luce sul viso leggermente impallidito nell'emozione; una luce ed un pallore che erano l'espressione dell'estasi, d'una sublime speranza.... «Mi dica» continuava egli, con forza rinnovellata da quello sguardo profondo, «mi dica che non sente nulla per me... che non m'ama!.. Io non potrò replicare... accetterò la sua dichiarazione come una sentenza.... Non mi dica che aveva presa una risoluzione prima d'incontrarmi!.. Anch'io, prima di conoscerla, credevo che tutto fosse finito nel mondo; non speravo, non aspettavo più nulla... Se sapesse quale tristezza!... Ebbene, è bastato vederla... Anch'io tentai dapprima di resistere... io non mi credevo, io non ero degno di lei...» Massimiliana si era fatta, a misura che egli parlava, sempre più bianca; strette le mani da ultimo, le aveva appoggiate un momento contro il fianco, come per comprimere il cuore sanguinante a quel crudele scambio di parti, a quell'accusa d'indegnità che Ermanno rivolgeva contro di sè, mentre ella era straziata dalla coscienza dell'inguaribile indegnità sua... «Di grazia, signor Raeli!... mi risparmii, di grazia...» supplicò, scomposta dall'ambascia; ed a bassa voce, dolorosamente, notata la rapida alterazione dei lineamenti di lei: «Massimiliana!...» aveva esclamato Ermanno, «mi perdoni!... io le giuro che non sentirà più da me una sola parola, fin quando...» Egli tacque un momento, titubante. Spiegando il contrasto a cui si dimostrava in preda la signorina di Charmory col fatto che, non essendole indifferente, ella non voleva o non poteva abbandonarsi al proprio sentimento, stava per aggiungere che avrebbe aspettato da lei stessa un'ultima parola, quale e quando che fosse... ma in quella brevissima pausa l'energia interiore che lo aveva sostenuto cadeva e il contrasto che era in Massimiliana si propagava, per una specie di contagio simpatico, in lui, occupando il suo spirito di mille opposte tendenze. In quel silenzio penoso che era seguito, il ritorno del generale von Koptleben lo aveva sollevato, e profittando del primo momento in cui la conversazione, per quel reciproco imbarazzo non più animata come prima, era languita, aveva preso congedo. Nel lasciare la tiepida atmosfera della serra, era stato sorpreso dal freddo dell'aria esterna, un freddo pungente che gli aveva fatto battere i denti e che aveva accresciuto il senso penoso col quale usciva da quella spiegazione da tanto aspettata, che gli era stata argomento di tante imaginazioni e che adesso era irrevocabilmente passata. Una specie di scontentezza della cui ragione non si rendeva ben conto, ma che si originava forse più dalla disproporzione tra la fantasticante aspettativa e la realtà che dall'attitudine di Massimiliana, lo guadagnava, deprimeva a poco a poco il suo spirito. Esaurendo, infatti, la serie delle interpretazioni di cui le risposte di Massimiliana erano suscettibili, il ragionamento gli dimostrava che ella lo amava. Se non lo avesse amato, ella non avrebbe ascoltato così a lungo la confessione dell'amor suo, non gli avrebbe detto di rinunziare a lei, -se voleva esser felice-... Felice, avrebbe egli potuto mai essere senza di lei?... Ella lo amava; più che il suo contegno glie lo diceva qualche cosa che gli parlava dentro, un'intuizione misteriosa, quella chiaroveggente prescienza che ogni cuore innamorato ha del destino del proprio sentimento... Se dunque lo amava, che cosa avrebbe potuto opporsi alla loro felicità? Ah, sì; l'ostacolo v'era; ma era in lui, nel sùbito risveglio di tutti i suoi timori, di tutti i suoi sconforti che lo avevano arrestato sul punto di domandarle quell'unica concessione: del tempo... Con la sua natura eccessivamente impressionabile, la più piccola circostanza bastava a determinare un volta-faccia degli stati d'animo più profondi. La vista del dolore di Massimiliana, la stessa idea che qualche cosa d'immutabile si era compita fra loro aveva radicalmente cangiata la disposizione dell'animo suo, e tutto: il suo amore, la creatura amata, il suo destino, gli era subito apparso simpaticamente attraverso una nebbia di tristezza che gli guadagnava ogni parte dell'essere, come il nevischio di quella triste sera invernale... Col tempo, l'impressione si andò dileguando; ma la reazione determinatasi in lui lo mantenne lungamente sotto l'influenza di tristi pensieri. Se egli non tentava ora, dopo la scena della serra, di riparlare a Massimiliana della propria passione, era meno per obbedire alla promessa fattale che per il rinato sentimento della propria incapacità a farla felice. Arrivava talvolta persino ad accusarsi di egoismo, di voler sedurre la signorina di Charmory per rifarsi con l'amore di lei una fede, un coraggio, un'energia che non aveva, simile ai fattucchieri che del sangue di fanciulli e di vergini compongono un elisir di vita. Allora una tenerezza, una carità lo prendevano per lei; Massimiliana ridiventava una cosa sacra, intangibile; e più acuto di prima si ridestava il timore di farle del male, di macchiarla con lo stesso pensiero... Ricordava di aver sentito parlare talvolta di sposi che, tornando dalla cerimonia nuziale, erano scomparsi abbandonando la donna a cui si erano, un istante prima, legati. Egli aveva il pentimento anticipato; ma la causa ne era in lui stesso, nelle disposizioni contradittorie del suo spirito e nei risultati amari della sua esperienza. Sì, egli sarebbe stato capace di lasciare l'Eletta, per custodirne solo l'idea imperitura, per non profanarla..... Poi ancora un'altra persuasione contribuiva ad arrestarlo, la persuasione particolare agli individui la cui imaginazione è esuberante: che l'attesa della gioia è più grande della gioia stessa... Tutto questo complesso di desiderii e di paure lo mantenevano in uno stato d'irresolutezza che era per la signorina di Charmory una nuova e meno sperata tregua. Più d'una volta, dopo quella spiegazione, ella era stata sul punto di scrivere tutto ad Ermanno, per non più mantenerlo colpevolmente in una lusinga fatale: tutte le volte non era riuscita a concretare le sue idee in una forma possibile. Ogni volta che vedeva Rosalia di Verdara, faceva il proposito di ottenere da lei che gli rivelasse tutto quel che sapeva; ma, dopo che Ermanno le si era confidato, non poteva fermarsi all'idea di fargli apprendere da un'altra ciò che toccava a lei stessa di rivelargli. E nei loro incontri, che adesso erano più frequenti di prima, nelle loro conversazioni che erano scambii di idee sempre più intimi, i silenzii avevano per lei la terribilità di quelli che si fanno intorno alle agonie. Ma se il loro pensiero era occupato da uno stesso oggetto, se il loro destino era il formidabile tema che entrambi consideravano, non una parola di Ermanno vi faceva allusione. Ella dunque aspettava, finiva per cullarsi in una effimera tranquillità. Ella sperava, per quella facilità che noi abbiamo ad accogliere le illusioni propizie, che quello stato durasse, che non si parlasse più del loro amore, ma che continuassero ad amarsi, a comprendersi. Nell'impossibilità in cui ella era di appartenere a nessun uomo, non era forse quello l'unico modo di appartenere a -lui-?... XIII. Le assiduità di Ermanno Raeli presso la signorina di Charmory avevano finito per essere state notate, e nel mondo in cui vivevano si cominciava già a parlare del loro matrimonio. La sempre rimandata partenza della famiglia d'Archenval ne pareva una conferma; l'arrivo del duca Gastone di Précourt fu considerato come il segno sicuro d'una realizzazione imminente. Lo schianto d'un fulmine non avrebbe potuto atterrire Massimiliana di Charmory più della notizia data un giorno dal visconte, che il duca suo suocero stava per arrivare a Palermo... L'uomo che era l'origine della sua atroce sciagura osava dunque ricomparirle dinnanzi--e quale suggestione perversa gli faceva scegliere quel momento in cui ella nutriva almeno l'illusione d'un ritorno alla vita? Ella avrebbe dunque dovuto trovarsi ogni giorno, ogni ora a contatto con lui?.. Intanto che il partito di fuggire precipitosamente da quella casa, da quella città, le si affacciava allo spirito, il visconte aveva soggiunto che l'alloggio del duca era già fissato alla -Trinacria-. Nessuna intenzione ostile a Massimiliana guidava il gentiluomo libertino a raggiungere, per la prima volta dopo l'attentato, la sua famiglia. Il suo desiderio brutale si era spento non sì tosto appagato; per gli uomini di quella natura, la passione non va oltre la sensazione, e l'orrore espressogli dalla fanciulla l'aveva dissuaso dal ritentare la prova, non già perchè quell'orrore lo ferisse, ma perchè gli scemava la previsione del piacere. Gli rincresceva pertanto che quell'-incidente- lo avesse tenuto al bando della sua famiglia, dove la sua presenza sarebbe stata necessaria per invigilare sul visconte, che cominciava a fare un po' troppo a fidanza con la sua borsa. Nei continui imbarazzi di cui il giuoco sfrenato era causa a d'Archenval, questi aveva ricorso al suocero, che si era sempre affrettato a rispondere alla aspettazione di lui, come fosse passata fra loro una intelligenza e quel denaro pagasse il silenzio del naturale tutore di Massimiliana... Tali compromessi taciti sono molto più frequenti che non pare e solo la malignità sospettosa dei più vede un mercato formalmente contratto, là dove nessuna dubbia parola è stata scambiata da una parte e dall'altra. Il visconte domandava degli aiuti al duca per l'unica ragione delle ingenti spese a cui la malattia della moglie lo obbligava; il duca si affrettava a rispondere a quelle richieste da padre affettuoso, zelante della salute della figliuola... Era però arrivato un momento in cui il duca aveva cominciato a trovare che la malattia della viscontessa gli costava un po' troppo e che non sarebbe stato male di controllare un poco le note dei medici, dei farmacisti e degli albergatori. Palermo intanto, gli dicevano i suoi amici, era quell'anno il convegno d'una numerosa e scelta colonia; e dopo tutto sarebbe stato interessante fare una corsa in quell'isola che, secondo la geografia particolare alle persone della sua società, si considera come fuori d'Europa. Aveva però avuto il buon senso di seguire i suoi amici alla -Trinacria-, e con la figliuola e la signorina di Charmory si era incontrato, la prima volta, in pubblico, come con delle semplici conoscenze. Dal momento che aveva appreso l'arrivo di lui a Palermo, Massimiliana era vissuta in un così grande terrore, che ogni altro sentimento ne era rimasto eclissato. Se egli fosse venuto ad abitare sotto lo stesso tetto, ella non avrebbe aspettato; sarebbe fuggita, scomparsa, non importa come... Intanto, l'attesa dell'inevitabile momento in cui si sarebbero ritrovati in presenza, le era causa d'un'ansia mortale, come non aveva creduto possibile di provarne una simile dopo tutto quello che aveva sofferto. E, ad un tratto, ella si accorgeva che quell'ansia era nulla, era quasi la tranquillità, dinnanzi al pensiero subitamente affacciatosele, che anche Ermanno avrebbe incontrato quell'uomo... Che cosa era finalmente il prossimo incontro per lei? Una prova di più, che non doveva esserle risparmiata, che era meglio, sotto un certo aspetto, affrettare. Nella sua cinica ferocia, l'uomo credeva probabilmente che ella avesse finito per consolarsi--e non aveva ella indovinato, poichè, facendosele incontro nel giardino delle -Palme-, egli le sorrideva disinvoltamente, trovava, che il soggiorno di Sicilia le aveva conferito e formulava voti per la sua prosperità?.. Appena arrivato, infatti, la voce circolante intorno ai due giovani era venuta all'orecchio del duca, e se egli aveva fin a quel momento nutrito degli scrupoli, questi erano subito spariti dinnanzi alla prova della consolazione che Massimiliana aveva trovata. Si era anzi fatto beffe di sè, per l'esagerazione d'un rimorso che la sua esperienza avrebbe dovuto dimostrargli infondato, e facilmente superate, con l'abituale sua disinvoltura, la difficoltà di un primo incontro, aveva del tutto dimenticata la giovane per le belle signore di cui la colonia straniera era provvista a dovizia. Incapace di dir nulla dinnanzi all'incredibile impudenza dell'uomo, col sangue gelato nelle vene come alla vista di un rettile, Massimiliana aveva sentito ridestarsi tutto l'orrore dei lontani giorni, complicato dallo strazio della situazione presente. Il domani d'una grande sciagura, quando la coscienza comincia a destarsi tra le ultime nebbie di una sonnolenza pesante, e la memoria suggerisce ad un tratto la crudele certezza, si prova un'angoscia forse più grande di quella determinatasi nel primo momento. Una simile impressione di risveglio aveva determinata in Massimiliana la presenza del duca. Malgrado i contrasti provati, le lotte sostenute, era come se ella fosse rimasta lungamente immersa in un sonno, nel sonno profondo dell'illusione voluta, da cui la voce di quell'uomo la strappava ora violentemente. Come nutrire più nessuna lusinga, come e che cosa aspettare, se con la sua stessa presenza quell'uomo le ricordava la propria vergogna, e il dovere che aveva fin troppo trascurato di compiere?.. Ed egli aveva osato sorriderle, ed un sorriso di più sarcastica compiacenza, di compiacenza più iniqua avrebbe rivolto ad Ermanno, e le loro mani si sarebbero strette... A questo pensiero fitto, cocente, Massimiliana credeva d'impazzare. La sua complicità del silenzio le appariva più grande, imperdonabile; la confessione fatta alla contessa un calcolo ipocrito, poichè era sicura che non aveva avuto effetto; e la sua tortura si acuiva talmente, che ella affrettava coi voti il momento della soluzione, per tremenda che potesse essere... Un calcolo, da canto suo, la contessa Rosalia aveva finito anche lei per credere la confessione dell'amica. Fino a quando i rapporti dei due giovani non si erano mutati, ella non aveva fatta un'accusa a Massimiliana di nascondere ancora il suo secreto ad Ermanno, aveva creduto che la confessione sarebbe bastata a dissipare ogni speranza di felicità; e la compassione per il dolore che li aspettava era riuscita a soffocare la voce della gelosia. Ma dinnanzi al prolungarsi di quella situazione, al crescere di quella intimità, alla intelligenza che indovinava esser corsa tra loro, al propagarsi della voce che li diceva promessi malgrado l'arrivo del duca, la sua pietà, la sua discretezza, i suoi riguardi, tutti i suoi buoni sentimenti le erano parsi delle debolezze e delle ingenuità. Con una grande amarezza ella sentiva di essere stata molto sciocca nel prendere sul serio la disperazione di Massimiliana, quasi tutta la condotta di lei non dimostrasse l'intenzione di raggirare Ermanno, la fiducia che l'accecamento dell'amore lo avrebbe fatto passar sopra ad ogni ostacolo!.. E questa fiducia che cosa aveva insomma d'infondato? Ella arrivava a coinvolgere nella sua disistima anche l'uomo che aveva amato--che amava ancora, senza speranza, ma tanto da perdere per lui la nozione del giusto!.. Come si era esagerata l'importanza di quell'ostacolo! Sarebbe egli forse stato il primo a passarvi sopra? Era verosimile ch'egli non si fosse accorto delle anormalità di quella famiglia? Ma chi le diceva che egli non sapesse tutto, che non si fosse già accomodato di quella condizione di cose? E il ricordo di romanzi, di commedie, in cui un lieto fine corona i dolorosi contrasti, avvalorava la sua persuasione... Allora, a che cosa sarebbe valso l'andare a mettere sotto gli occhi di lui la lettera di Massimiliana, come talvolta aveva la tentazione di fare? E la sua serenità di un tempo si perdeva in una irritazione crescente, in una contrarietà insofferente, dimostrata ad ogni momento e che il tono inalterabilmente scherzoso del marito finiva per esasperare... Più che mai sicuro che quella -montatura- di sua moglie sarebbe stata senza effetto, Giulio di Verdara si divertiva talvolta a punzecchiarla garbatamente, come una specie di punizione pel principio di colpa da lei commessa in idea. Ella aveva finito per domandarsi se Giulio sapeva quel che le passava per l'anima; e negli urti a cui era esposta, aveva a momenti la tentazione di sfidarlo, di provocarlo, come una rappresaglia, come un mezzo di uscire da quella situazione, che si affrettava intanto alla catastrofe... La presenza in Palermo del duca Gastone di Précourt e dei suoi amici, se aveva gettato in quello stato la signorina di Charmory e la contessa, se aveva ridestato le apprensioni della signora d'Archenval, aveva messo una animazione nella colonia degli stranieri. Unicamente occupato del mondo femminile, il duca aveva trovato nelle signore un valido appoggio per i suoi disegni di svaghi, e come il carnevale s'inoltrava, e gli stranieri delle -Palme- e della -Trinacria- erano stati oggetto di molte cortesie da parte dell'ospitalissima società palermitana, egli aveva messo innanzi l'idea di una festa da offrire ai loro ospiti, a mezza quaresima. L'idea era stata subito accolta, e i preparativi erano incominciati alle -Palme-, dove i locali si adattavano meglio. Ermanno Raeli, che aveva incontrato una o due volte il duca e si era interessato a lui come a tutto ciò che aveva qualche rapporto con Massimiliana, aspettava l'avvenimento con ansietà irrequieta. La malattia della viscontessa, ragione o pretesto, aveva fatto che la signorina di Charmory rifiutasse tutti gli inviti che le erano stati rivolti; adesso che l'iniziativa era presa dal duca e che la festa aveva luogo nello stesso albergo, non avrebbe certamente mancato di assistervi. Ed Ermanno si vedeva già al suo fianco, stringerle un braccio alla vita, tenerla per mano, confondere il suo respiro con quello di lei... L'imaginaria rappresentazione era così evidente che, solo, nel suo studio, egli si alzava di scatto, tentando di divertire l'attenzione da quella turbatrice visione... Fuori, era già la primavera che si annunciava, nel primo tenero verde delle robinie, nelle emanazioni delle -zágare- nuziali, nei tepori del sole di marzo, nella maggior durata delle giornate troppo piene di luce, da abbacinare alla lunga. Erano delle ubbriacature d'aria, delle ipnotizzazioni d'azzurro, delle saturazioni di sottili profumi che si prendevano in quella felice Palermo, porta dell'Oriente, lembo d'Arabia trasportato, quasi per una fantastica operazione da -Mille ed una notte-, in riva al lago del Mediterraneo. Un languor nuovo, uno snervamento molle che faceva intensamente assaporare la voluttà del riposo, guadagnavano Ermanno, lo mantenevano in una specie di dormiveglia durante il quale, abolito il pensiero, solo delle imagini gli passavano e ripassavano dinnanzi, svegliando in lui sopìte sensazioni di avidi dissetamenti, di abbandoni profondi... Una sorda irritazione nasceva in lui per quelle suggestioni incoscienti, con un bisogno di castigarle che finiva per esasperarle. E l'impeto di sdegno che lo aveva vinto quando la Figura adorata era stata attaccata da quella abominazione, cedeva adesso ad impeti di desiderio, a una tentazione di indissolubili strette, che si mutava ancora in terrore all'idea di passare soltanto un braccio intorno alla vita di Massimiliana durante la prossima festa... Sul punto di vedersi abbandonata dalle proprie forze, Massimiliana non aveva neppur tentato di evitare quell'avvenimento di cui sentiva le minaccie. Una oppressione la vinceva in mezzo a quel risveglio primaverile, a quel rifiorire di tutta la natura: l'oppressione morale alla certezza che la sua fatalità si sarebbe abbattuta su di lei prima dell'appassir di quel verde; il turbamento fisico, prodotto dal dardeggiare d'un sole infuocato sopra quella natura quasi tropicale. E dovunque ella si rivolgeva, il trionfo del fior d'arancio: nell'aria tutta compenetrata del soavissimo profumo, nei giardini il cui verde era tempestato come di candide costellazioni, nei quadri dei coloristi dilettanti, nei mazzi che -egli- mandava alla viscontessa. «Kennst Du das Land?..» l'appassionata canzone di Mignon le tornava alla memoria; ed in quella Terra appunto il suo destino aveva dovuto sospingerla; e da quelle prode fiorite sorgeva come una voce che le ricordava la sua sfiorita esistenza; e il simbolico candor di quei fiori le dava più dolorosa la coscienza della sua macchia indelebile... XIV. La festa dell'-Hôtel des Palmes- era riuscita splendidamente. La migliore società di Palermo aveva tenuto ad accettare la simpatica dimostrazione della colonia straniera, e le sale magnifiche dell'albergo, la serra, il giardino, adattati con gusto sapiente alla circostanza, erano popolati da una calca elegante e felice... In un abito di -tulle- bianco laminato d'argento, che avvolgeva il suo corpo come una tenue carezza; i biondi capelli vagamente raccolti sul capo e ornati di un ramoscello di mughetti meno pallidi del suo viso, la signorina di Charmory si sarebbe detta un'apparizione in mezzo alle figure vivaci dalle quali era circondata. Aveva un'aria disfatta, gli occhi accerchiati da un lividore e luccicanti, così che da più di una parte le avevano chiesto se si sentisse male. Aveva dovuto assicurare il contrario, subendo le attenzioni incresciose degli indifferenti; ed era rimasta grata in cuor suo a Rosalia di Verdara, che l'aveva salutata soltanto, passando nella stanza di toletta per accomodare la sua acconciatura. Dal salotto in cui la viscontessa d'Archenval, seduta, riceveva gl'inchini degli invitati, Massimiliana girava intorno gli sguardi, in cerca di qualcuno; e ad un tratto, inchiodatili ardentemente in un punto, le sue mani avevano preso a torcere convulsamente il suo fazzoletto di pizzo. Era Ermanno Raeli che, entrando, si era incontrato col duca e si era fermato un poco a parlare con lui... Gastone di Précourt, più giovane che mai nell'accorta toletta, troneggiava in quell'ambiente suo proprio, con un'aria di soddisfazione felice diffusa nella fisonomia. Parlando con Ermanno, facendo allusione a certi scandali della società palermitana che egli aveva subito appresi e che il giovane non conosceva, egli stringeva la mano ai passanti, accennava col capo ai lontani, s'interrompeva per inchinarsi profondamente al passaggio delle signore. A misura che quel colloquio si prolungava, come i gesti dell'uomo si facevano più espressivi, come i suoi lineamenti si atteggiavano al riso, la fissità degli sguardi di Massimiliana cresceva. Ah, quel riso schernitore e malvagio!.. Un fascino fatto di raccapriccio la inchiodava lì, dinnanzi a colui che osava stringere la mano di Ermanno. Era come se un serpe si fosse avviticchiato al braccio del giovane, e dal ribrezzo non prorompeva in un grido violento: «Schiacciatelo!.. Schiacciatelo!..» Ondate di gelo le passavano pel corpo, un gruppo le si stringeva al cuore come quello che le sue mani nervose stringevano nel fazzoletto, fino a lacerarlo... L'orchestra aveva dato ad un tratto il segnale della danza, ed Ermanno le era venuto incontro. Per un contrasto abituale nel suo spirito complicato e tormentato, la folla allegra, lo scintillio delle luci, gli acuti profumi che si svolgevano da quell'assembramento di gente elegante, la conversazione spregiudicatamente leggiera del duca, lo avevano attristato. Lo spettacolo dell'altrui felicità gli rendeva più sensibile la propria inquietudine; a quell'ora più che mai egli dubitava di sè stesso; delle strane idee di fuga, di rinunzia lo occupavano mentre egli si avanzava incontro a Massimiliana, e fu macchinalmente, con la quasi certezza d'un rifiuto, che egli le chiese di accordargli una danza. Tenendo ancora nelle mani il fazzoletto lacerato, la signorina di Charmory si alzò subitamente, come di scatto. «Non voglio che parliate a quell'uomo!..» disse ad Ermanno, con voce breve, mentre egli, sfiorandola appena col braccio passatole intorno alla vita, si slanciava con lei fra le coppie. Per grande che fosse l'incapacità di Ermanno a cogliere il senso delle cose, le parole di Massimiliana erano troppo strane perchè egli non le notasse. «Il duca?..» aveva mormorato quasi a domandarle che cosa avesse voluto dire; ma non aveva insistito al silenzio di lei, nella specie di ebbrezza che il contatto di quel corpo gli procurava, che aveva dissipato la sua tristezza e che centuplicava la letizia di sentirle esprimere una volontà--un comando... Le acute sensazioni che lo invadevano, il leggiero affanno del ballo gli soffocavano in gola le parole; solo il suo corpo si stringeva insensibilmente di più al corpo di Massimiliana... Cogli sguardi chini, col corpo irrigidito sotto quella stretta, col respiro affrettato, Massimiliana si sentiva sul punto di stramazzare. Si era repentinamente decisa ad accettare l'invito di Ermanno per parlargli, per dirgli subito di evitare quell'uomo, per dirgli tutto; ma aveva troppo presunto, affidandosi in braccio a lui, stringendosi materialmente alla persona cui si sentiva stretta con tutte le forze dell'anima. Ogni cosa le girava ora d'intorno, come presa dalla vertigine che era in lei, il terreno le mancava sotto i piedi al ritmo cullante di quella mazurka di Chopin... e con accento di supplica, mentre il viso di Ermanno quasi la sfiorava, ella mormorò: «Basta!.. basta!..» Egli si era subito arrestato, offrendole il braccio nel vacillamento che l'altra non riusciva ancora a vincere, e guidandola fuori della sala la cui atmosfera era divenuta asfissiante. «Grazie!...» mormorava, con voce profonda; «ogni suo desiderio è legge per me...» E senza dire più nulla, senza domandarle la ragione di quella proibizione nella gioia trionfale di sentirsela accanto, l'aveva guidata verso la serra. Il luogo era deserto, una luce discreta vi si diffondeva dalle oblunghe lampade giapponesi, i rumori della festa arrivavano attutiti dalla distanza, e la meravigliosa vegetazione tropicale, i fogliami larghi e carnosi, gli avviticchiamenti quasi convulsi dei rami, l'acutezza penetrante degli esotici profumi, l'umido tepore dell'aria deliziosamente snervante, avevano finito di opprimerli entrambi... «Si ricorda?..» mormorò Ermanno ad un tratto, con una voce bassissima stringendo un poco il braccio della sua compagna. Si era arrestato, contemplando il meraviglioso profilo di lei, le labbra leggermente dischiuse, gli sguardi smarriti, l'eburneo pallor delle guancie. «Si ricorda, Massimiliana.... quel che io le dissi qui?..» e le aveva presa una mano, stringendolesi di più. La signorina di Charmory aveva fatto per trarsi indietro, guardando attorno come in cerca d'aiuto; egli l'aveva trattenuta con una muta preghiera. L'allegra festa rumoreggiava lontano, dalla serra esalava una larga respirazione, un alito infinitamente dolce, come una persuasione d'amore... «Massimiliana... io l'amo...» sussurrò Ermanno, con la ragione perduta nella lenta invasione di un desiderio folle di carezze e di baci, «Massimiliana... mi consenta di ripeterlo... è una soavità unica al mondo...» Impallidendo ancora di più, ella si era riversata indietro, afferrandosi alla spalliera di un sedile, cogli occhi chiusi, e il suo corpo si era tutto profilato in quella posa, dalla fronte purissima, dalla guancia morbidamente soave, dal collo marmoreo, al seno palpitante, alla vita inarcata, al mistero di linee perdute, evanescenti... Ermanno aveva visto come una nebbia ondeggiargli dinnanzi. Passato, con un gesto lento ma sicuro, il braccio attorno alla vita di lei; presale, con l'altra mano, una mano, egli l'attirò a sè. Ella tentava inutilmente di sciogliersi da quella stretta sempre più fitta, di gettare indietro il capo per sottrarsi alla carezza del suo alito ardente... «Massimiliana!..» supplicava ancora egli, ma la parola si perdeva in un suono inarticolato, in una specie di sordo bramito... «No... non come...» gemè ella, in una repentina rivolta di tutto il suo essere, risentendosi in preda alla forza del maschio, e appena le labbra di Ermanno ricercarono avidamente le sue, si era accasciata sul sedile, priva di sensi. Incapace di dire una sola parola, Ermanno aveva portata una mano ai capelli, come se volesse strapparli. Rapidamente, la reazione era sopravvenuta, con l'orrore dell'atto commesso. Egli contemplava livide e smorte quelle labbra cui aveva osato un momento innanzi appressare le proprie, disfatta in un supremo abbandono quella figura adorata, spenti quegli sguardi luminosi; ed era l'opera sua sacrilega che egli contemplava. Restava inchiodato lì, dalla vergogna, dal rimorso, non potendo risolversi a toccare più con un solo dito quelle forme che aveva strette in un impeto di brama cieca, in un ritorno dell'antico istinto, lungamente mortificato e represso. La cognizione del tempo si era perduta in lui, quand'egli intese un passo avvicinarsi: era la signora di Verdara che si avanzava verso di Massimiliana... Nel rimescolio delle danze, la contessa Rosalia aveva seguito fissamente la giovane coppia; e, ad un tratto, era stato come se la festa si fosse mutata per lei in qualche funebre rito. Tutte le sue persuasioni cadevano dinnanzi alla radiante figura di Ermanno a fianco di Massimiliana; non restava luogo che per l'esplosione del suo mal frenato rancore. La materiale rappresentazione della loro unione colmava la misura, faceva traboccare il fiele di cui si era abbeverata. Ora, senza riguardo, l'indegnità di quei due le si faceva manifesta: che grossolano inganno era stato il suo di credere alla loro nobiltà!.. Essi erano degni l'una dell'altro, erano veramente fatti per intendersi e per convenirsi, come dicevano intorno a lei gli spettatori curiosi... Egli con le sue pose di tristezza, l'altra con la vergogna di cui era coperta, erano lì, animati ed allegri, a ballare, a sorridere!.. La vista della loro felicità le riusciva insopportabile, la offendeva in tutto ciò che la donna aveva di più caro. Si sentiva trascurata, vilipesa, avvilita. Avrebbe voluto una folla dintorno, avrebbe voluto che una sua parola fosse avidamente contesa, che per un suo sorriso degli uomini si fossero battuti, affinchè -qualcuno- avesse imparato a conoscerne il prezzo.... Invece la sua stessa tristezza la isolava. Lei, la regina delle feste per la grazia, pel brio, per l'eleganza, si sentiva spodestata da Massimiliana, che raccoglieva gli unanimi suffragi della società. Una quistione di amor proprio ferito è in fondo a tutte le rivalità femminili, e la contessa avrebbe forse trovata una consolazione se la sua sontuosa toletta dalla gonna di -cordonné- rosa pallido con trine spumose disposte sul davanti, e dal manto di velluto verde cupo circondato di rose; se lo splendore dei suoi smeraldi e dei brillanti che fermavano una -aigrette- rosa e verde disposta sul capo, non fossero stati offuscati dal modesto abito bianco e dai mughetti della signorina di Charmory. Turbata e quasi piangente, ella si era ridotta nella serra deserta e avvolta in una semioscurità propizia alla sua tristezza. E lì, con la bocca stretta, con le mani nervosamente contratte, ella aveva assistito, spettatrice non vista, alla rapida scena che si era risolta nella sincope di Massimiliana e che, dopo un momento di esitazione, aveva sollecitato il suo intervento. «Dell'acqua.... presto, qualche cosa....» aveva detto, tentando d'aprire la veste della fanciulla, ed Ermanno era corso ad intingere il suo fazzoletto nella vasca che la contessa gli additava, senza domandarsi in qual modo ella fosse sopravvenuta tanto a proposito. Recando la pezzuola inzuppata, egli era passato dietro al sedile per sollevare la giovanetta, che all'impressione di freddo sulla fronte aveva tratto un profondo respiro, scuotendosi, «No... non come l'altro...» mormorava, respingendo la contessa che la teneva stretta fra le braccia. «Son io, Maxette!.. son io...» e con un segno della mano, ella ingiungeva ad Ermanno di tenersi discosto. Dischiusi gli occhi, Massimiliana guardò un poco la donna; poi si sollevò, in un rapido ritorno della memoria, spingendo lo sguardo dinnanzi a sè. E come si vide sola con l'amica, afferrossi a lei, convulsamente. «Aiuto... soccorso...» supplicava, fremendo; «è troppo... è la morte...»--«Maxette!.. Maxette!..» ripeteva la contessa, subitamente comprendendo, impotente a sedarla, atterrita al vedere Ermanno avvicinarsi... «Diteglielo voi, di fuggirmi... voi che vedeste le mie lacrime... che sapete tutta la mia vergogna... Ah, Dio Signore... mio Dio Signore!..» La contessa tentava invano di farla tacere, di chiuderle la bocca in un abbraccio, vedendo già lo sguardo di Ermanno smarrirsi; ma l'altra continuava, tra le soffocazioni: «Bisogna dir tutto... Voi non sapete..! Vedere quell'uomo, l'uomo che ebbe questo miserabile corpo... parlare con lui, stringergli la mano!. Ed egli mi confidava l'anima... ed io tacevo!..» Girando la testa, in cerca d'aria, aveva allora visto Ermanno impetrato lì accanto; ed era sorta in piedi, come uno spettro, con una mano alla gola quasi per lacerarla, mettendo un strido che la contessa aveva soffocato. Era ricaduta, esanime, con la bocca dischiusa. Come della gente si affacciava dall'altra estremità della serra, la contessa ingiunse brevemente ad Ermanno: «Vada via... per carità; si allontani... mandi qualcuno...» Egli andava, vacillante, guardando dinnanzi a sè, con uno sguardo cieco, vitreo, stendendo una mano come per afferrarsi a un sostegno. «Qualcuno, una donna, laggiù... nella serra...» disse al secretario dell'albergo, che domandava allarmato, che cosa fosse avvenuto e non otteneva risposta... Il duca Gastone di Précourt si avanzava, tenendo a braccio una dama elegantissima, che frenava a stento degli scoppii di risa dietro il ventaglio, mentre il suo cavaliere le mormorava qualche cosa all'orecchio. Ermanno aveva indietreggiato, come per dar loro passaggio; ma lentamente, senza arrestarsi, fino in fondo, fino a dar della testa sul muro. XV. Quando Massimiliana di Charmory riacquistò nuovamente i sensi, si trovò nella sua camera, adagiata sopra il suo letto con a fianco la contessa che spiava inquieta il suo ritorno alla coscienza. Ella aveva il vago ricordo di esser stata trascinata, inerte, con la testa fatta come di piombo; e lo stesso peso ora le gravava sulla fronte, malgrado la sua acconciatura fosse stata disfatta e una pezzuola imbevuta d'acqua ghiaccia vi venisse adattata continuamente. «Maxette... come stai?...» chiedeva sommesso la signora di Verdara, ed ella rispondeva appena con un moto degli occhi. Nella camera, solo la donna di servizio aiutava l'amica in quelle cure; la scena era avvenuta così rapidamente e tanto lontano dal centro della festa, che nessuno, neppure la viscontessa appartata in un salottino con qualche altra signora sofferente, se n'era accorto. «Desideri qualche cosa?... Vuoi che chiami tua zia?...» Ritrovando le sue forze a quella minaccia: «No... no!...» rispose Massimiliana, sollevatasi un poco sul letto; «ecco, è passato...» E, abbracciando l'amica: «Grazie... grazie!... Vorrei soltanto, come un favore, restare un poco sola...» La contessa insisteva per tornare più tardi; ma l'altra ripeteva: «Grazie, non occorre... È finito; ora sto bene...» E sorrise. Ella sospingeva cogli occhi l'amica che si allontanava, dopo aver detto qualche parola alla cameriera; e come vide l'uscio richiudersi sulle due donne e come il rumore dei loro passi si spense, nascose la faccia tra le mani con un grido rauco di terrore e di raccapriccio. Era finito! Tutto era finito! Una parola era bastata perchè la malia fosse rotta! Egli era lì, aveva tutto udito, era rimasto come fulminato!.. Ella si sentiva come precipitare da un'altezza incommensurata, con la testa in giù, senza speranza d'arresto. La parola che avrebbe dovuto dire fin dal primo momento, il sinistro secreto della sua vita, la sua eterna condanna era pronunziata... Quale oscura, implacabile fatalità!.. «Perchè?... perchè?...» mormorava ella, soffocando il suono della sua voce contro i guanciali, torcendosi le mani, e i conati di ribellione si ammortivano sotto il peso enorme di quella fatalità. Implacabile!... Eterna!... «Perchè?... perchè?...» e non v'era risposta all'angosciosa domanda, o ve n'era una sola: perchè gli uomini erano delle belve insaziate, perchè la vita era una cosa malvagia. Fuggirla: questo ella avrebbe dovuto, e la propria debolezza, la propria viltà non l'avevano consentito. Aveva durato in quell'orribile vita, fra quegli agi che quell'uomo aveva finito per pagare, comprando così il silenzio dell'altro che avrebbe dovuto farle da padre! Tutto era turpitudine intorno a lei; tutto era falso in lei, come quelle falsificazioni della casa che erano gli alberghi nei quali aveva dimora. Fra quelle miserie aveva durato, aspettando--che cosa? che il peso di quel destino ricadesse ancora su di un altro, che un poco di quel fango schizzasse addosso ad un altro, che il sentimento della sua sciagura s'inacerbisse e si complicasse d'un rimorso. Parlare prima, dir tutto subito e poi andarsene, ascriversi tra le suore di carità: era quello che avrebbe dovuto fare e che non aveva fatto per ridursi a quel supplizio. «Perchè?.. perchè?..» Perchè lo amava! perchè lo aveva amato fin dal primo giorno, con forza sempre cresciuta! «Io l'amo!.. io l'amo!..» gridava, nascondendosi ancora la faccia contro l'origliere; ed era la morte dell'ultima illusione, la coscienza della fine, che le dava quelle vertigini... Com'era lontano quel giorno!.. appena pochi mesi, nel tempo; ma che cammino aveva ella fatto!.. Accasciata su quel letto di dolore, intanto che, come una raffinata ironia arrivavano fino a lei i suoni giocondi del ballo, ella ricostruiva tutta la storia di quella lotta, dimenticava un poco in quella evocazione il cordoglio presente, cercava di giustificarsi innanzi a sè stessa. Si era ella tradita una sola volta, quando aveva sentita la sua passione crescere ed ingigantirsi? Ella non poteva amare, ella era al bando del consorzio umano, e tutto il suo studio era stato di stornare da sè l'attenzione degli uomini, l'attenzione di -lui-... Un giorno era venuto, giorno di gioia paurosa e d'angoscia ineffabile, in cui ella si era accorta di essere amata--e come intensamente e delicatamente!.. Ella lo aveva ben compreso; aveva letto come in un libro nella sua anima nobile e grande; aveva previsto, prima ancora che egli le avesse detto una sola parola, in qual modo l'avrebbe amata!... Ella era ben certa di dir tutto, un giorno, quando ne avrebbe avuta la forza; di dire l'oltraggio subito, e non finalmente una colpa commessa... Sì, un istante ella era arrivata a dimenticare la sua macchia; era questa la sua colpa, e come orribile e pronto giungeva il gastigo! Ah, quell'uomo a fianco di -lui-!... la sua mano in quella di Ermanno... un viscido serpe... «Strappatelo!... schiacciatelo!» Macchinalmente, ella alzava un braccio, accennando, e ad un tratto l'uscio si schiudeva, e la viscontessa, pallida, ansimante, le si faceva vicina... «Come stai?... Non mi hanno detto nulla... Maxette!» Subitamente alzatasi, cominciando a disfare la sua toletta: «Non è niente, un capogiro...» rispondeva Massimiliana. «Ma perchè non mi hai fatta chiamare?.. vuoi che venga un dottore?..» insisteva l'altra, prendendole una mano. In quel momento, l'ammalata non era più lei, era la giovanetta: ella lo comprendeva al tremore della persona, allo splendore degli sguardi; ma l'altra replicava: «No, grazie... il . . . 1 , , 2 , . . . . 3 4 , 5 ' . 6 , , ' 7 . . . , 8 ; 9 , , ; 10 , . . . 11 , , , 12 ' , ' 13 , . . . 14 ' ; 15 - - ! - - . 16 17 , , 18 . . . 19 , . . . 20 21 , ' . 22 , , 23 ; , 24 . 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