gli sarebbe parso un sacrilegio. Con la sua espressione
nostalgicamente estranea al mondo circostante, con la sua figura
vaporosamente leggiera, ella aveva dato forma al suo sogno, lo aveva
prolungato nella realtà. Egli si era risvegliato il giorno in cui
aveva incominciato a intravedere, dietro la spirituale figura, la
creatura umana...
Ermanno Raeli aveva un bell'essersi trasformato, la vita esteriore
aveva ben potuto riprenderlo: il pensiero analitico restava sempre il
modo principale della sua attività. E con un'angoscia crescente egli
aveva visto rideterminarsi l'antica incompatibile dualità della sua
natura, in presenza d'una sollecitazione così potente come quella alla
quale egli si trovava ora esposto. Amando la signorina di Charmory,
egli si sentiva struggere di tenerezza all'idea della sua solitudine,
della mancanza d'un grande affetto che invigilasse costantemente su di
lei, della sua stessa lontananza dalla patria, dal cielo che l'aveva
vista nascere, dagli uomini che parlavano il suo stesso linguaggio.
Darle tutto, esserle tutto: patria, famiglia, tutela; guidarla ed
esserne guidato nello instabile mar della vita: quale superbo
miraggio! Esso si dissipava, sempre, non appena contemplato un
istante. La visione dei suoi antichi amori gli si ripresentava allo
spirito con una precisione invasante, e dall'intimo essere suo saliva
una muta ribellione contro la possibilità di vedere l'imagine di lei
al posto delle altre, contro l'assimilazione di quell'amore agli
antichi... Sotto l'impero di una violenta disillusione, egli aveva
negato fede all'ideale, aveva creduto unicamente all'impeto cieco
degl'istinti primitivi, aveva dissipate le ricchezze della fibra nelle
stupide orgie; ma come i dannati baudeleriani, per l'operazione di un
mistero vendicatore, egli anelava ora ai più alti cieli spirituali.
L'idea della carezza fisica era per lui insoffribile; ciò che egli non
poteva ammettere, era la macchia al liliale candore, l'offesa alla
purezza della fronte adorata. Per questo egli tremava in presenza di
lei, non osava guardare all'avvenire e si era quasi ridotto a
fuggirla. Egli si faceva sdegno e ribrezzo, tutta la propria persona
gli pareva attaccata da una lebbra mostruosa ed insanabile; non che
fare un passo per accostarsi alla gente, egli doveva aver la virtù di
condannarsi ad un isolamento perpetuo...
A poco a poco, ed a misura che la serie dei tristi pensieri si
svolgeva, un'espressione di abbattimento scacciava in lui la serenità
di poco prima. Il suo cavallo, scuotendo la testa fine ed
intelligente, si cercava oramai da sè la sua via. Tutto al turbamento
che gli guadagnava l'animo, Ermanno si domandava perchè non aveva
conosciuto prima la signorina di Charmory, quando egli non era ancora
precipitato in fondo a quell'abisso; o perchè, essendovisi oramai
ridotto, aveva dovuto conoscerla; e come nessuna voce in lui
rispondeva a quel disperato dilemma, egli alzò un poco gli occhi al
cielo. Esso era sempre d'un azzurro senza macchia; ma in alto, allo
zenith, fissandolo intensamente, l'azzurro diventava quasi nero, come
se non potesse vincere l'eterna notte regnante negli spazii. Era una
nerezza egualmente intensa che, nei sostrati del proprio pensiero,
oltre alle seducenti e superficiali parvenze, Ermanno aveva scorto; e
durante quella paurosa contemplazione, l'attività psichica s'era
spenta in lui... Un rumore lontano, ancora sordo, lo ricondusse alla
coscienza di sè. Era presso alla piccola borgata di Pallavicino; le
due masse imponenti di Monte Pellegrino e del Castellaccio, con il
prolungamento del Monolfi e del Gallo, si facevano fronte lasciando
fra di loro una piccola valle gaia di verde. Per la via, passavano dei
carri; e dei contadini, con l'ereditario rispetto verso i signori, si
cavavano il berretto, incontrandolo. Ma come egli s'accorse d'una
carrozza che s'avvicinava da Palermo, si ricompose subito, strinse le
redini con mano salda e si rizzò sulla sella nell'attitudine di una
persona tutta intenta a guidare pei buoni passi il proprio cavallo.
Egli non voleva che dei curiosi, che degli indifferenti,
sorprendessero la sua preoccupazione; il possibile incontro di visi
conosciuti lo turbava anticipatamente, e più la subitanea e istintiva
previsione di trovarsi dinanzi a -lei-... Rapidamente avvicinatasi con
un insistente schioccar della frusta, la carrozza si arrestò a pochi
passi da Ermanno. Il sangue aveva dato a questi un tuffo violento
nello scorgere Giulio di Verdara che guidava il legno, dove stavano la
contessa e le sue amiche dell'-Hôtel des Palmes-... «Buona
passeggiata!» gli gridava il conte, salutandolo con la mano, «Saresti
per caso in servizio di avanscoperta?...»--«Perchè?...» domandò il
giovane che si era accostato alla carrozza, col cappello in mano, e
salutava le signore. «Esploravi tutt'intorno come per sorprendere il
nemico!...»--«E noi la facciamo prigioniero!...» aggiunse la contessa,
invitandolo ad accompagnarli e rimproverandolo amabilmente per la sua
lunga assenza, della quale egli si scusava con pretesti mediocri.
Ermanno si era messo a cavalcare dalla parte della viscontessa
d'Archenval, alla quale, nelle poche volte che l'aveva incontrata,
aveva dimostrata una simpatica premura. Le sue sofferenze, i rapporti
che passavano fra lei e Massimiliana, gliela facevano considerare con
raddoppiato interesse; e come la viscontessa aveva una volta
dichiarata la sua passione per i fiori, egli gliene aveva mandato
spesso interi canestri. La signora d'Archenval ricambiava cordialmente
la sua simpatia, ed in quel momento stesso lo ringraziava, col sorriso
un po' triste d'inferma, dei suoi doni gentili. Ermanno fissava di
tratto in tratto lo sguardo sulla signorina di Charmory, che gli stava
di fronte. Ella spariva sotto un mantello-veste di panno grigio con
striscie di -petit gris-, e girava un'occhiata distratte per il
paesaggio. La viscontessa, sepolta fra le pelliccie e i -plaids- su
cui teneva dei mazzi di fiori campestri, aveva le magre guancie
soffuse d'un leggero incarnato e respirava con le labbra un poco
dischiuse, battendo spesso le palpebre. La sua figura disfatta formava
uno strano contrasto accanto alla contessa Rosalia, che portava un
mantello di lontra foderato di raso rosso e un cappello a barca di
feltro muschio, e che, piena di salute e di vivacità, era quasi sola a
mantenere, dal suo posto, la conversazione con Ermanno, come
consentivano il moto della carrozza e del cavallo.
Sfoggiando tutte le risorse del suo spirito, ella faceva uno sforzo
dentro di sè perchè nessuno si accorgesse dell'agitazione dalla quale
si sentiva dominata. Dopo una lunga e vana attesa, ella si vedeva
finalmente Ermanno d'accanto; ma in condizioni tali che il porre ad
effetto il proprio disegno non era possibile. Cercava nondimeno di
trarre profitto della circostanza per osservare il contegno di lui in
presenza di Massimiliana; ma nulla poteva in quel momento rivelarle
ciò che ella aveva paura di scoprire. Ermanno guardava la signorina di
Charmory come le altre sue vicine, ma pareva più presto occupato del
suo cavallo, il quale, in vicinanza del legno, scuoteva la testa,
recalcitrava, e non si chetava un poco se non quando il cavaliere
prendeva ad accarezzarlo con la mano e a parlargli quasi all'orecchio.
Vi era una specie di amor proprio che consigliava alla contessa di
spiegare tutta la sua più elegante disinvoltura dinanzi ad Ermanno,
quasi perchè egli potesse, notandola, apprezzare il contrasto col
mutismo triste di Massimiliana. Dall'alto del cocchio, facendo
schioccare continuamente la sua frusta, Giulio di Verdara entrava da
parte sua, con qualche rapida esclamazione, a pigliar parte alla
conversazione. Come la carrozza fu giunta in vicinanza delle prime
case di Pallavicino, moderò la sua corsa e vedendo che il cavallo di
Ermanno ricominciava ad imbizzirsi: «Facciamo una cosa!» disse
all'amico: «Lascialo montare a me, tu salirai in carrozza.»
Intanto che il conte ed Ermanno scendevano, il primo da cassetta,
lasciando le redini al -groom-, e il secondo da cavallo, Rosalia di
Verdara aveva chiesto alla signora d'Archenval se si fidava di fare
due passi. «Mi proverò!..» aveva risposto la viscontessa, che il moto
e l'aria dolce avevano animata, e le amiche erano anch'esse discese
dal legno, di cui Ermanno aveva dischiuso lo sportello. Intanto che
Giulio di Verdara si spingeva innanzi, al trotto del cavallo
completamente rassicurato, la piccola comitiva si era messa in
cammino, seguita a breve distanza dalla carrozza vuota. La contessa
dava il braccio alla signora d'Archenval, e Massimiliana ed Ermanno si
tenevano al loro fianco; ma ben tosto, per la lentezza con la quale la
sofferente era costretta ad incedere, i due giovani si erano trovati
inavvertitamente un poco innanzi. Tutta avvolta, nel suo mantello, con
le braccia e le mani nascoste dentro di esso, la signorina di Charmory
si perdeva fra quei larghi contorni e solo il suo profilo purissimo si
disegnava sotto la -toque- d'una tinta scura. Restando solo per la
prima volta con lei, una trepidazione crescente si era impadronita di
Ermanno. Nel mentre qualche cosa di armonioso vibrava nell'animo suo
all'imprevedibile fortuna di quell'incontro, egli avrebbe voluto esser
lontano, tanto dolorosa finiva per essere l'emozione cagionatagli
dalla vicinanza di Massimiliana. Poi, che cosa dirle, se non il
sentimento che gli divampava dentro; di che cosa parlarle, se non
dell'amor suo? Ma, al tempo stesso che egli si confermava nel
proposito di non far nulla per dimostrarle ciò che provava, egli
pensava alla difficoltà di trovar parole con le quali tradurre la
propria emozione, con le quali dire a Massimiliana l'angosciosa
delizia che la sua presenza gli procurava, l'esclusiva passione di cui
egli era pieno. La stessa ipotesi d'una dichiarazione, d'una formula
convenzionale da recitare, gli pareva inammissibile; e in quel
tormento di sentirsi pieno d'un'idea e di non volerla e di non poterla
esprimere, fu con voce velata dall'imbarazzo che, voltandosi indietro:
«Povera signora!» egli disse, fermandosi un poco a guardare la
viscontessa e la sua amica: «È sempre molto sofferente...»--«Sì,»
rispose la signorina di Charmory; «che martirio non vederla sollevarsi
mai...» E l'accento col quale ella parlava di quella fatale malattia
era anch'esso stanco, quasi depresso e così -estraneo- alla realtà che
Ermanno sentiva sedarsi a poco per volta la sua inquietudine. «Il
clima di Sicilia non le ha dunque giovato?»--«Quasi nulla. Sono dei
miglioramenti passeggeri, seguiti da sùbite ricadute.... Del resto,»
aggiunse Massimiliana, con un accento di sfiducia, «che cosa può fare
un'aria mite o un tepido sole?...» Ed aveva guardato un momento un
mendicante, avvolto in miserabili cenci, cogli occhi luccicanti dalla
febbre, che in quel punto della via, abbandonato sopra un mucchio di
sassi, tendeva un braccio scarno e tremante ai passanti. Ermanno gli
si era avvicinato, mettendogli in mano una moneta. «Certo, si soffre
dovunque...» aveva detto, tornando a fianco della sua compagna. «Vi
sono grandi miserie!...» soggiunse la signorina di Charmory, e un
piccolo brivido come di freddo le era passato pel corpo.
Essi erano giunti dinnanzi alle prime case della borgatella; le
contadine, ferme sugli usci, guardavano curiosamente la coppia; e una
di esse, spingendo col gomito una compagna per richiamarne
l'attenzione, aveva esclamato con tutta l'espressiva efficacia del
dialetto: «Come è bella l'Inglese!...» Ermanno aveva visto l'atto e
udite le parole. Vi era una grande lusinga per lui in quell'ingenuo
giudizio, una intima lusinga che si traduceva nell'espressione ridente
dello sguardo; e voltandosi a guardare Massimiliana, egli disse: «Ha
sentito, signorina?... La prendono per una Inglese...» Massimiliana di
Charmory sorrise lievemente. «Tutti gli stranieri sono Inglesi per
questa buona gente!...» In quel punto, gli occhi le erano andati sopra
un altarino scavato nel rustico muro che chiudeva un podere, e tutto
ornato di frasche e di aranci, su cui erano sparsi dei piccoli fiocchi
di candida bambagia. «Guardi,» diss'ella, arrestandosi un momento lì
dinnanzi. «Che cosa significa?..» Ermanno, che aveva scorto quei
fiocchi bianchi, oggetto dell'attenzione della sua compagna, rispose:
«È per ricordare la neve caduta durante la notte del Natale...» Egli
aveva pronunziate quelle parole con un leggiero turbamento. Conosceva
da ragazzo l'uso tradizionale che in un paese dove l'inverno è una
continua primavera, vuol ricordare intorno all'imagine del Salvatore
l'ostilità degli elementi in mezzo alla quale egli venne al mondo; ma
tutte le volte che scorgeva quel simbolo--e ciò non gli accadeva più
da anni--non sapeva frenare uno slancio di tenera dolcezza, di
commossa simpatia. «Come è gentile!...» esclamò la signorina di
Charmory; ed era una commozione eguale alla sua che egli sentiva
nell'accento di Massimiliana, che vedeva negli sguardi lucenti coi
quali ella fissava l'imagine sacra. «È una nostalgia del cielo
settentrionale, dei paesaggi nevosi, dalla terra sepolta sotto bianchi
lenzuoli che si prova dinanzi a questo simbolo...» ed improvvisamente
egli aveva cessato di parlare, pensando a sua madre, al paese lontano
ove ella era nata, le cui nebulose visioni gli aveva trasmesse col
sangue; pensando all'altro lontano paese che aveva visto nascere
l'Eletta, verso il quale egli avrebbe tanto voluto avviarsi, al suo
fianco... «È vero, la nostalgia del cielo settentrionale...» aveva
detto la signorina di Charmory, e nel ripetere le stesse parole
pronunciate da Ermanno, i suoi sguardi si erano incontrati con quelli
di lui. Subitamente, anche la voce della fanciulla si era spenta.
Tacquero, ma comunicando con lo stesso pensiero, vinti entrambi da uno
smarrimento ineffabile, dal quale l'avvicinarsi più rapido della
carrozza li trasse bruscamente...
Scorgendo dei sintomi di stanchezza nella signora d'Archenval, Rosalia
di Verdara l'aveva fatta subito risalire in carrozza per raggiungere i
due giovani lontani. Una sorda gelosia le era nata in cuore nel
seguire le due figure di Massimiliana e di Ermanno procedenti l'uno a
fianco dell'altra. Che cosa potevano dirsi? Se ella avesse potuto
lasciar lì, in mezzo alla via, la viscontessa, raggiungerli senza
esserne scorta e sorprendere lo loro parole!... Era però arrivata
abbastanza a tempo per notare quella confusione degli sguardi che
segue un rapido scambio di pensieri come l'agitazione delle onde dopo
un colpo di vento, per scorgere l'imbarazzo dei due giovani ancora
sotto l'impressione della loro muta intelligenza.
Come la carrozza s'era fermata, Ermanno aveva aperto lo sportello,
offrendo la mano nuda alla signorina di Charmory per aiutarla a
salire. Dopo un attimo di esitazione, ella vi aveva appoggiata la sua
mano nuda; e come Giulio di Verdara, sopravvenuto di carriera,
smontava e passava le redini a Ermanno, questi si congedava dalle
signore e partiva al galoppo.
IX.
Aveva bisogno di correre, di fuggire, preso da una paura
intollerabile, non fidandosi di sostenere un istante di più la vista
di Massimiliana, temendo che nel prolungarsi di quell'incontro tutto
sarebbe stato detto fra loro. Che cosa era dunque avvenuto? Nulla: uno
sguardo, la ripetizione di una parola, un silenzio, un turbamento...
nulla; ma le loro anime si erano intese; in quell'istante, egli aveva
avuto il sentimento di penetrare nel pensiero di Massimiliana, di
occuparlo tutto di sè, di essere unito a lei così intimamente come non
era possibile più... Come era avvenuto?.. Egli ricostruiva la scena,
rapidamente, dall'incontro con la carrozza di Giulio fino alla sosta
dinanzi al rustico altare, e ciò che sopra tutto lo colpiva era la
semplicità dell'avvenimento, la facilità con cui in pochi minuti i
suoi rapporti con la signorina di Charmory avevano fatto un passo che
per tanto tempo egli aveva creduto impossibile. Naturalmente, senza
nessuna sollecitazione da parte sua, qualche cosa era successo che
metteva fra loro come una intesa, che nessun altro sapeva e che non si
sarebbe potuto dimenticare. Già quando egli aveva offerto l'appoggio
della propria mano alla fanciulla, ella era stata un momento esitante;
poi s'era decisa ad appoggiarvisi: una piccola cosa, senza dubbio; ma
la prima volta che l'aveva incontrata, al Museo, ella non glie l'aveva
accordata; e non erano forse le piccole cose che egli poteva gustare,
incapace come era a guardare in faccia ad una più grande felicità?..
No, egli non si fidava di affrettare una spiegazione finale, non aveva
il coraggio di pensare al poi, a quel che sarebbe accaduto di loro
quando non avrebbero avuto più nulla da dirsi... e intanto egli
cercava nella propria mano l'inpercettibile traccia lasciatavi da
quella di Massimiliana, e sferzava il proprio cavallo con una ebbrezza
crescente... Egli l'amava! l'amava! e avrebbe voluto che il tempo non
scorresse più, e che quell'istante di purissima gioia, di emozione
ineffabile, quell'unico istante in cui il miraggio, la parvenza,
l'illusione secretamente nutrita cominciavano a prendere consistenza,
a rivelarsi possibili, si arrestasse, prolungandosi eternamente... La
stagione dell'anno che al suo spirito complicato più sorrideva, non
era la primavera, la fioritura pomposa di cui egli sentiva la
caducità, l'esplosione della vita in cui i germi letali già operavano
la loro sinistra bisogna; erano i giorni che il primissimo verde
metteva i suoi tenui ricami sul primo fresco celeste. Quell'incanto
era scevro d'ogni amaro miscuglio; uscendo dalla bruma assiderata, non
restava luogo nel cuore che alla sicura speranza, e la visione del
tramonto si perdeva dietro a quella delle lunghe promesse. Di quella
stagione spirituale egli aveva ora l'annunzio, ma come dinanzi al
prestigioso conseguimento, per opera di qualche potenza
soprannaturale, di un voto pazzo di grandezza e di felicità, il
trepido smarrimento era in lui più forte del gaudio... Che fare, che
dire, quale contegno assumere, in che modo esternare ciò che egli
stesso non riusciva a definirsi?.. Ogni ragionamento era abolito, egli
non aveva l'agio di riflettere; sentiva solo la necessità di isolarsi,
quasi di fuggire quell'emozione che egli portava con sè, e che durava
oltre quell'ora. Ma, lontano da Massimiliana, scomparso il pericolo di
dover prendere una risoluzione, lo spirito restava libero di
contemplare e di sognare. Ora egli non si arrestava agli ostacoli
prima temuti, si sentiva come purificato dall'attenzione della
fanciulla, come fatto più degno, e non più solo, non più libero di
guidarsi a proprio talento. Aveva egli il diritto d'infrangere la
delicata catena che stava per legarli reciprocamente? Fin quando egli
era stato solo a spasimare, aveva potuto fare di sè tutto lo strazio
possibile, ma se anche Massimiliana avrebbe adesso sofferto con lui?..
Egli era ancora sotto l'impero di questi sentimenti quando,
ricordatosi, alcuni giorni dopo, dei cortesi rimproveri della
contessa, si recò a visitarla. Trovarsi in sua presenza, gli procurava
sempre un sereno piacere; la contessa era la sola amica, quasi una
sorella di Massimiliana; era, in certo modo, qualche cosa di -lei-.
Vedendo entrare Ermanno nel suo -boudoir-, la signora di Verdara aveva
leggermente sussultato; ma, scambiati i saluti, la sua conversazione
con un'amica che le stava vicina aveva ripreso con una vivacità più
grande. Ella parlava continuamente, saltando da uno ad un altro
soggetto, rivolgendosi poco verso il giovane, prodigando un -cara-
continuo alla sua compagna, come per indurla a non andar via. Sul
punto di trovarsi da sola a solo con lui, il coraggio l'abbandonava.
Nei giorni trascorsi dall'ultimo incontro, ella aveva molto pensato ed
ogni lusinga era caduta per lei. L'imbarazzo sorpreso fra i due
giovani quand'ella li aveva raggiunti, la fuga di Ermanno, lo sguardo
col quale Massimiliana lo aveva un poco seguito, l'espressione di
profondo raccoglimento che le si era dipinta sul viso, non le
permettevano più di dubitare che i due giovani si amassero. Eppure,
ella aveva aspettato ansiosamente, volendo avere da lui stesso la
conferma delle sue apprensioni, volendo sapere fino a che punto
fossero giunti... ma nell'ora d'affrontare la prova, una strana
esitazione s'impadroniva di lei; avrebbe voluto differirla, si
persuadeva che erano preferibili le beate illusioni alla crudele
certezza... Con una stretta al cuore ella vide quindi alzarsi l'amica,
che accompagnò fino all'anticamera. Però, quel momento di solitudine
era bastato a farle riacquistare la padronanza di sè stessa;
guardatasi un istante allo specchio, aveva gettata indietro la testa,
irrigidendosi contro il pericolo; e rientrata nel salotto dove Ermanno
l'aspettava in piedi: «Dunque?...» esclamò, con una espressione
indefinibile, abbandonandosi un poco sul divano e fissando un
enimmatico sguardo sul giovane. «Eccomi venuto a fare onorevole
ammenda!» rispose questi, inchinandosi. «Ho meritato i suoi
rimproveri; sia così generosa da perdonarmi...»
La contessa aveva un poco socchiusi gli occhi, immobile nell'angolo
del divano, facendo soltanto girare col pollice l'anellino passato al
dito più piccolo. Poi, scossa un poco la testa: «No, non la
rimprovero,» disse, «non ne avrei il diritto... tanto più che lei, lo
so bene, preferisce la solitudine, i suoi studii... E trovo, dopo
tutto, che ha ben ragione! Questo mondo dal quale siamo circondati non
vale il più piccolo dei sacrifizii che noi gli facciamo...» Suo
malgrado, un tono leggermente amaro dava a quelle parole un secondo
senso; però, nel timore di lasciarsi scorgere, ella accoglieva adesso
con un sorriso più franco il laborioso complimento che Ermanno veniva
svolgendo: «Il mondo astrattamente preso, sì; ma lei converrà meco
nell'ammettere che il mondo collettivo risulta di tanti piccoli mondi
presi insieme, in qualcuno dei quali noi possiamo trovare il nostro
proprio simile, vuol dire chi divide le nostre idee, i nostri gusti,
le nostre tendenze...»--«Un'astronomia morale, allora?» interruppe la
contessa, sorridendo. «Con questo,» replicò Ermanno, «che non
occorrono telescopii; le scoperte si fanno ad occhio nudo...»
La signora di Verdara chinò il capo, in atto che poteva parere di
adesione a quel modo di vedere, un ringraziamento pel complimento che
vi si racchiudeva, o anche il desiderio di mutar discorso. Ella
sentiva che era molto più difficile di quanto non avesse pensato il
disporre le cose in modo da strappare una confessione ad Ermanno; ma
tale difficoltà l'agguerriva, le faceva sostenere con la consueta
sicurezza i rischi di quella conversazione. «A parte questa
comunicazione... interplanetaria,» riprese, disponendosi meglio nel
suo soffice cantuccio, «il così detto consorzio civile non lo seduce
punto?»--«Poco, per lo meno...» rispose l'altro, ma aggiungendo tosto,
come una protesta: «Io non vorrei, intanto, che lei mi credesse un
fatuo...» La contessa Rosalia fece dei segni di denegazione.
«Bisognerebbe non conoscerla... Un tempo, viaggiò?..»--«E tornai
completamente ricreduto sul conto di questa specie di distrazioni. Ho
finito, guardi, per farmi una filosofia mia propria: trovo che il più
saggio è di lasciarsi vivere, senza volontà...»--«È già averne una il
non volerne avere...»
La contessa tacque un istante, quasi per godere della momentanea
superiorità che la sua puntata le dava. Ermanno, inchinatosi, aveva
detto, con un discreto sorriso: «Toccato!» trovando in quelle parole
dell'amica un'allusione al proprio stato d'animo, alla dolcezza di cui
si sentiva pieno, intanto che con un'ipocrisia della quale si
rimproverava secretamente, parlava d'indifferenza e di rassegnazione...
«Ha visto i d'Archenval?» chiese ad un tratto la contessa, fissandolo.
«No, dall'altro giorno che siamo stati insieme.»--«Povera viscontessa!»
esclamò la signora di Verdara, guardandosi una mano e riprendendo a far
girare l'anellino. «Come fossero poche le sue sofferenze, bisognava che
suo marito le desse sempre nuovi motivi di dolore...» Ermanno, il cui
interesse era tutto concentrato sugli stranieri dell'-Hôtel des
Palmes-, chiese allora con una certa vivacità: «In che modo?..»
Troppo preoccupata per trovare da sè un artifizio da indurre il
giovane a rivelare i proprii sentimenti, la contessa Rosalia si era
ricordata a tempo della conversazione avuta col marito. Non era stato
all'annunzio della probabile partenza del visconte, che Giulio le
aveva fatto nascere i primi dubbii, nella previsione del dolore che la
lontananza di Massimiliana avrebbe prodotto in Ermanno? Questa dunque
era la riprova migliore e più semplice: all'annunzio di quella
partenza Ermanno non avrebbe saputo più padroneggiarsi... Ma, a misura
che il momento di mettere in atto il suo disegno si avvicinava, ella
sentiva rinascere più forte il proprio imbarazzo. Era la repugnanza di
fingere, era la paura di sentire un'amara conferma, era sopra tutto
l'intuizione del tormento che avrebbe inflitto ad Ermanno. Egli stava
lì, presso di lei, pieno di confidenza, in una intimità dolce,
aprendole il proprio pensiero, dandole la prova desiderata di
apprezzare la sua amicizia sopra ogni altra; ed ella, freddamente,
studiatamente, si sarebbe servita di mezzi inquisitorii per
strappargli il suo secreto? L'amore non era dunque principalmente,
prima di tutto, tutela della persona amata, cura gelosa di
risparmiarla, sacrifizio del proprio interesse all'interesse altrui?..
Poi, che cosa sperava ella? che cosa poteva dargli ed ottenere da
lui?.. Quante volte non si era fatta disperatamente quella domanda! La
coscienza della perduta sua libertà, degli ostacoli materiali e morali
attraverso ai quali avrebbe dovuto passare, si faceva in quel momento
più viva; ma, nello stesso tempo, con la certezza della propria
inferiorità dinnanzi a Massimiliana, rinasceva la sua gelosia,
cadevano i suoi scrupoli, si dissipava la sua ingenua fiducia nella
possibilità della sincera amicizia fra l'uomo e la donna...
Risolutamente ella quindi rispose: «Il visconte fa un giuoco
d'inferno... Ha perduto finora qualche cosa come ottantamila lire, e
non ha pagato i suoi debiti...»
Ermanno s'era lasciato sfuggire un moto di stupore. Egli sapeva che
d'Archenval era un giuocatore appassionato; non sospettava però che
fosse arrivato fino a quel punto, e i vincoli che univano Massimiliana
al visconte erano troppo stretti, perchè egli non fosse dolorosamente
colpito da quella notizia. «Non ha pagato!..» ripetè; ma, dopo una
breve reticenza, aggiunse prontamente: «Il visconte è un gentiluomo;
farà onore alla sua parola!»--«Certo!» riprese la contessa; «nessuno ne
dubita; ma la perdita non è indifferente e se crescesse... Credo che,
per questo, i nostri amici lasceranno presto Palermo...»--«Lasceranno
Palermo?...» E le due parole gli erano sfuggite, rapidissime, in un
sussulto istintivo di tutta la persona, mentre con le mani contratte
egli stringeva il suo cappello fin quasi a piegarlo...
La contessa, che aveva pronunziata l'ultima frase lentamente, quasi
tremando, ma studiando, senza averne l'aria, l'espressione di Ermanno,
aggiunse con uno stento più grande dopo l'atto sfuggitogli: «Credo anzi
che sia una decisione già presa...» Era uno stupore doloroso, una
fissità esterrefatta nello sguardo, una sospensione del respiro sulle
labbra semiaperte, che si scorgevano in Ermanno; era la conferma
fatale, era la certezza che il suo pensiero, il suo cuore, tutto
l'essere suo dipendeva oramai da Massimiliana, che la sua vita era
indissolubilmente legata a quella di lei, che nulla, null'altro
esisteva per lui... Rosalia di Verdara aveva sentito tutto il sangue
affluirle con violenza al cuore, le mani aggelarlesi; ed il suo proprio
dolore si raddoppiava col rimorso, con la compassione per l'angoscia
infinita che infliggeva ad Ermanno. «Le rincresce?..» trovò ancora la
forza di aggiungere, stringendo una mano con l'altra. E come egli
restava muto, anelante: «È dunque vero... che ama Massimiliana?...»
Era stata lei a dirlo per la prima! Passandosi automaticamente una
mano sulla fronte, Ermanno si era finalmente scosso, dicendo, come in
sogno, a frasi spezzate e lente: «Oh! signora contessa... Io non lo
credevo ancora... cercavo d'illudermi... non volevo crederlo!.. Ma
l'idea di perderla... Io le ho mentito, guardi, affermandole poc'anzi
di non sperare più nulla, di non aver volontà... Io non potrei, io non
posso più vivere senza di lei!...» Egli era stupito del suono della
sua voce fattasi a poco a poco animata, con la strana sensazione di
uno sdoppiamento interiore, come se l'uomo che parlava a quel modo,
che rivelava finalmente la sua passione, che la precisava con parole
irrevocabili, non fosse e non potesse essere quello stesso che
ascoltava quelle parole. Egli non possedeva più la poca libertà di
spirito che la sua natura gli consentiva, era spinto incosciamente da
una forza tanto più potente quanto più a lungo compressa; non poteva
scorgere la decomposizione che si era fatta nei lineamenti della donna
a misura che egli era venuto confessando tutto quel che aveva
nell'animo...
E il tormento della contessa era diventato ineffabile. Ella si vedeva
dinanzi colui che aveva fatto battere più forte il suo cuore, l'uomo
che ella aveva amato, in secreto, come un essere superiore; quell'uomo
era chinato verso di lei, con un'espressione supremamente
appassionata, nello sguardo, nella voce; dalle sue labbra uscivano
parole infiammate... e quelle parole, il fuoco di quella passione,
erano per un'altra; egli dichiarava a lei, che era vissuta della sua
vita, di non poter vivere senza quell'altra... Era uno spasimo così
acuto, che finiva per diventare una specie di voluttà, era una
compiacenza ammalata che ella sentiva nascere dentro di sè, di vuotare
fino in fondo l'amaro -calice-, di misurare tutta la profondità della
propria disperazione... «Dunque...» riprese, con voce che si studiava
invano di parer ferma, ma il cui tremito sfuggiva all'uomo troppo
occupato di sè, «dunque, non le ha detto ancora nulla?..»--«Come avrei
potuto?» riprese allora Ermanno, rapidamente, quasi ansioso di dir
tutto e presto, «come avrei potuto, se io stesso non volevo credere a
me stesso? se io non mi credevo degno di lei? se io non ardivo neppure
sognare che ella si fosse accorta di me?...»--«E invece?» insisteva la
contessa, col feroce bisogno di torturarsi. «Io non so... non posso
sapere che cosa pensi di me la signorina di Charmory... So questo...
che il pensiero di perderla...»--«Perchè non la sposa?»
Era ancor lei che formulava per la prima quella conclusione imposta
dalla logica delle cose; ella ancora che preveniva il pensiero di
Ermanno!... A misura che ascoltava la confessione di lui, che le si
faceva manifesta l'intensità di quell'amore, ella si sentiva divenire
estranea a lui, vedeva abolirsi ogni più ipotetico diritto sull'uomo
che amava. Egli non poteva vivere senza la signorina di Charmory,
Massimiliana era perfettamente libera di sè; in nome di che cosa
poteva ella dunque opporsi alla loro felicità? Tutti i ragionamenti
suggeriti dall'amor proprio, tutti i sofismi sostenuti dall'egoismo,
cadevano dinanzi a quella persuasione; ella non poteva esser più nulla
per Ermanno; era scartata, messa in disparte, annichilita; ma, nel
tempo che riconosceva la ragionevolezza di tutto ciò, ella aveva la
sensazione d'un peso enorme che gravasse sul suo cuore e che lo
stritolasse, lentissimamente...
«Perchè.... infatti....» rispondeva frattanto Ermanno, cercando le
parole, «perchè io non ho la forza, il coraggio necessario a parlare,
a risolvermi, a credere in me stesso... ma perchè sento pure che se
ogni speranza dovesse essermi tolta, io non so che cosa avverrebbe di
me...» Un fosco lampo si era acceso nel suo sguardo, mentre egli si
prendeva la fronte in una mano. «Mi perdoni, signora contessa!..»
riprese dopo un istante, «mi perdoni se io non mi sono saputo frenare,
se le ho parlato troppo di me... È che la mia esistenza è molto
triste! che ho sofferto tanto! che non ho nessuno a cui confidarmi!..»
Rosalia di Verdara aveva sentito passarsi un brivido di commozione per
tutto il corpo, intanto che l'altro, con voce rotta, le diceva tutta
la solitudine della sua vita, i suoi precoci dolori, le lotte del suo
spirito ammalato, la sfiducia da cui si era sentito sempre più
vincere, fino al desiderio di sparire, di rientrare nel nulla; e il
raggio di speranza che era ad un tratto brillato, il nuovo soffio di
vita che gli aveva allargato ad un tratto il petto oppresso, quando
aveva cominciato a conoscere la signorina di Charmory. La commozione
della contessa si faceva amaramente tenera; ella vedeva che
quell'amore era necessario ad Ermanno come la luce, come l'aria, e che
sarebbe stato ucciderlo il contrariarlo. Chi poteva dunque volere il
suo male?.. Era il suo diritto di vivere, di esser felice dopo una
miseria spirituale la cui esistenza ella non sospettava neppure, la
cui rivelazione erale causa di un turbamento profondo. Tutta presa
dalla pietà, la gran leva del cuore muliebre, ella sentiva spegnersi,
soffocarsi, estinguersi la voce che reclamava per lei--in nome del suo
amore trascurato, neppure scorto, e colpevole, ed impossibile--con un
bisogno crescente di devozione e di sacrifizio, rassegnata all'idea
della felicità di lui per opera d'un'altra, ma volendo contribuire al
suo conseguimento perchè quello era anche l'unico modo di attaccarsi
ad Ermanno, di partecipare alla sua vita, di aver qualche dritto su
lui... «L'idea di doverla perdere» continuava il giovane, nella foga
della sua confessione, «la possibilità della sua partenza, non mi
s'affacciava allo spirito; io vivevo nella tranquilla sicurezza di
essere presso di lei, contento di poterla vedere, di poterle parlare,
quando avessi voluto... Ed ella parte! ed io non so, mio Dio!...» Come
egli s'interrompeva, riprendendosi la testa nella mano: «Io non credo»
disse la contessa, con voce ferma, «che lei sia indifferente a
Massimiliana...» Facendosi allora più vicino alla sua compagna,
pendendo dalle sue labbra, nell'attesa d'una confidenza fattale dalla
fanciulla: «Come lo sa?» chiese egli, vivacemente. «Me ne sono
accorta...»--«Oh! signora contessa!..»
Con un gesto appassionato, Ermanno le aveva preso una mano. Egli la
stringeva con la stessa forza del naufrago che s'afferra ad una
tavola, in mezzo al mare. Non era ella la sola amica, la sorella di
Massimiliana? Era una sorella anche per lui; per la prima, si era a
lei confidato... Egli non pensava più alla stranezza della situazione,
non sapeva più come aveva trovata la risoluzione necessaria a parlare;
o meglio, lo sapeva fin troppo, nel pericolo ancora soprastantegli di
perdere Massimiliana... Egli sapeva però che bisognava uscire da quel
limbo d'angoscia, e che per uscire da quel limbo un soccorso impensato
gli s'offeriva... «Oh! signora contessa... lei che le vuol bene come
una sorella, vorrà domandarle se è vero?... dirle tutto quello che io
non saprei... che non potrei dirle ancora io stesso?...»
Nella penombra del salottino, la contessa aveva chiuso gli occhi,
abbandonando la sua mano nella mano calda e fremente di Ermanno. Ad un
tratto, l'aveva svincolata, alzandosi. «Sì... vedrò... alla prima
occasione...»
Egli non si era accorto del suo pallore mortale, del tremito delle sue
labbra; non si era neanche accorto che lo congedava. Mentre la
contessa cercava istintivamente un appoggio con una mano, egli le
stringeva ancora l'altra, dicendo confuse parole di fervida
gratitudine e di trepida speranza.
X.
Il quartiere occupato dalla famiglia d'Archenval all'-Hôtel des
Palmes- si componeva di quattro stanze: le camere della viscontessa e
della signorina di Charmory, contigue; un salotto intermedio che
serviva anche di stanza da pranzo, e la camera del visconte, dal lato
opposto. L'ammalata si levava tardi, quando il sole era già alto, e
intorno al tocco passava nel salotto, tutte le volte che se ne sentiva
la forza, per la colezione. Erano delle sedute per lo più silenziose;
la viscontessa reggeva di rado alla fatica di una conversazione; suo
marito aveva sempre un'ansia febbrile di far presto e d'uscire; e
quanto a Massimiliana, il suo spirito vagava lontano, ella tornava
presto alla solitudine della sua camera, dove nulla veniva a
disturbare il suo bisogno di raccoglimento, o scendeva nella serra,
con un libro in mano, nelle ore in cui il luogo era deserto.
Un'intesa, del resto, pareva esser corsa fra gli altri per rispettare
la volontà della giovanetta, ed era soltanto quando il male della
viscontessa si faceva più grave, che Massimiliana restava a lungo
accanto alla zia, compiendo, con una abnegazione assoluta, il suo
pietoso ufficio di suora di carità.
A questa enimmatica condizione di cose pensava la contessa Rosalia di
Verdara, intanto che la sua carrozza, alcuni giorni dopo la visita di
Ermanno Raeli, la trasportava verso l'-Hôtel des Palmes-. Che cosa
andava ella a farvi? Un sorriso fra d'incredulità e di rassegnazione,
di scetticismo e di pietà le si disegnava sulle labbra mentre ella si
rivolgeva quella domanda. Come stranamente il suo martirio si compiva!
Toccava a lei, a lei stessa, di apprestarne lo strumento... Ella non
era stramazzata a terra, quando Ermanno l'aveva lasciata; non aveva
smarrito i sensi o la ragione, non aveva gridato o pianto: era rimasta
immobile, cogli occhi fissi nell'ombra saliente, con l'unica
sensazione di un vuoto immenso fattosele intorno, di una solitudine
sconfinata in mezzo alla quale era da quel tempo in poi condannata ad
aggirarsi... finchè suo marito era sopravvenuto, a infliggerle i suoi
insoffribili scherzi per quel romantico amore dell'oscurità... Ella
viveva da quel giorno in uno stordimento così completo, da non trovare
la forza di ribellarsi alla parte che si era richiesta da lei--che lei
stessa aveva pensato di assumersi. Ella andava ora a compirla,
trovando infine che non v'era nulla che non fosse giusto... Non era
lei quasi una sorella di Massimiliana? Non era lei la sola -amica- a
cui Ermanno avesse fatto la confidenza dell'amor suo? Era giusto,
infine, che ella favorisse gli amori dei due giovani! che contribuisse
ad affrettare la loro felicità!.. era quasi il suo dovere, se era una
sorella, una -amica-!.. aveva quasi avuto torto a non offrirsi prima
ella stessa!.. Il suo muto sorriso si faceva più amaro, gli occhi
arrossiti le si gonfiavano un poco... Era giusto! Poteva ella aver
nulla contro Massimiliana? Era un furto quello che la signorina di
Charmory commetteva verso di lei, se il cuore di Ermanno non era, non
era mai stato suo?.. Ella non aveva nessun diritto su di nessuno;
potevano aver bisogno di lei in quei primi momenti, perchè riuscissero
a intendersi; nessuno se ne sarebbe poi curato...
Degli istinti di ribellione, a momenti, le facevano corruscare lo
sguardo, deridere il suo buon movimento, stupido come tutti i buoni
movimenti; poi, vinta dalla ingrata realtà, si lasciava andare alla
forza della corrente. Essi si sarebbero intesi senza di lei; un amore
come quello di Ermanno avrebbe presto o tardi trionfato di ogni
esitazione; quale ostacolo avrebbe potuto frapporsi?.. Quale?.. E lo
spirito della contessa si perdeva dietro a strane induzioni, ad
ipotesi assurde, dinnanzi all'enimma che le era parso d'intravedere
nell'esistenza di Massimiliana. A quell'ora, la malattia della
viscontessa, la lontananza di suo padre, la sregolata condotta del
visconte e sopra tutto la misteriosa tristezza della fanciulla, la
freddezza osservata nei suoi rapporti coi parenti: tutto prendeva per
lei una più profonda significazione. Su quei sintomi, ella imaginava
non sapeva ella stessa quali difficoltà, che complicazioni, dalle
quali i voti di Ermanno avrebbero potuto essere attraversati. Si
compiaceva dunque nella previsione del dolore di lui? non si era
dunque rassegnata, aspettava ancora qualche cosa?..
Scendendo dalla sua carrozza, entrando nell'albergo, la contessa aveva
bandito dal suo spirito tutte le larve, tutte le preoccupazioni che lo
popolavano, agguerrendosi contro la prossima prova. Giusto, la
viscontessa d'Archenval riposava quel giorno sopra una sedia lunga, in
una fase improvvisa di peggioramento; talchè, dopo essere stata un
poco accanto a lei, come l'inferma si assopiva, Rosalia di Verdara
potè passare con Massimiliana nella camera di quest'ultima. Anche la
signorina di Charmory pareva sofferente, la sua carnagione era d'una
tinta malaticcia e gli occhi cerchiati di nero avevano un'espressione
d'abbattimento. «Finirete per ammalarvi anche voi, mia povera
Maxette!» le aveva detto l'amica, amorevolmente rimproverandola di
trascurarsi troppo per curare la zia. «No, io sono molto forte...»
rispose la signorina di Charmory; «non mi credete?..» soggiunse, con
una reticenza, come se avesse cercato di dare una dimostrazione della
sua forza e si fosse ad un tratto pentita. «La vostra partenza è
dunque necessariamente rimandata?» chiese però subito la contessa.
«Non saremmo partiti egualmente, anche senza questa ricaduta...»
Massimiliana aveva data quella risposta con un tono così evidente di
contrarietà, che Rosalia di Verdara notò: «Come lo dite! parrebbe che
vi rincresca di restare con noi!..» Ma allora, mormorando qualche
parola di affettuosa protesta, la signorina di Charmory aveva passato
un braccio attorno alla vita della contessa, chinando un poco la testa
sulla spalla di lei. «Il soggiorno di Palermo non vi è dunque
gradito?» insisteva ancora l'altra, intanto che prendeva una mano
della giovanetta. «Se debbo dirvi tutto il mio pensiero, no...»
rispose costei, «o almeno non più. In questa nostra vita instabile, le
attrattive di ogni nuovo soggiorno finiscono presto; e non si sta
volentieri a lungo dove non si è poi certi di restare...» Massimiliana
diceva quelle cose con voce bassa, con un tono di stanchezza,
scrollando un poco il capo, e tutta la persona esprimeva una debolezza
vinta, un abbandono rassegnato e definitivo. «Così, se voi doveste
restare per sempre a Palermo, non direste altrettanto?..» chiese
ancora la contessa, esaminando attentamente la fisonomia dell'amica.
La signorina di Charmory la guardò a sua volta con un inquieto
stupore. Stringendole allora la mano con più forza che la situazione
non richiedesse, Rosalia di Verdara cominciò finalmente: «Ebbene,
Maxette... voi sapete se a mia volta l'amicizia che ho per voi sia
grande, se io desidero sapervi felice. È per questo ch'io vengo oggi a
fare presso di voi un passo che, in altre circostanze, avrebbe potuto
meravigliarvi...» L'ansia della contessa nel pronunziare quelle parole
trovava solo un riscontro in quella con cui la signorina di Charmory
ne aspettava la spiegazione... «Non avete dunque notato, mia cara
Maxette...» continuava la signora di Verdara, «l'impressione da voi
prodotta su... qualcuno che vi sta intorno? Il vostro cuore non vi
dice nulla per... questa persona, e non formate voi un voto nel
compimento del quale avreste assicurato l'avvenire più lieto?..»
Massimiliana di Charmory si era tratta un poco indietro ed il pallore
del suo viso era cresciuto. «Io non so, signora... io non ho nulla
notato...» balbettava, contenendo il respiro, con le ciglia abbassate.
«Ma la vostra emozione parla per voi!..» esclamò la contessa. «Non
siete dunque sincera, Maxette?..» Ad un tratto, il viso della
fanciulla si era fatto di porpora, ed i suoi occhi, fissatisi un
momento sull'amica, si abbassarono dinnanzi allo sguardo fermo di lei.
«Vedete...» riprendeva brevemente quest'ultima, a cui la specie di
affermazione letta in quell'imbarazzo dava nuova energia e come
un'impazienza di uscire da quell'umiliazione di tutta sè stessa:
«Vedete, il signor Raeli vi ama... e dipende solo da voi... che egli
faccia presso la vostra famiglia...» Non ebbe il tempo di finire, di
trovar le parole da completare il proprio pensiero, che Massimiliana,
levandosi in piedi: «Sono molto onorata,» rispose con accento
risoluto, «della domanda del signor Raeli; ma non posso accettarla. Vi
prego, mia buona amica, di riferirgli questo rifiuto, che non ha nulla
di sfavorevole per lui...»
Le ultime parole erano state pronunziate a stento; la voce veniva
mancando alla signorina di Charmory, e ad un tratto, ricadendo sul
divano, ella aveva cominciato ad ansimare affannosamente, tutta la sua
persona era stata scossa da un brivido nervoso come per l'invasione
della febbre. «Maxette... Maxette, bambina mia!...» aveva esclamato la
contessa, chinandosi premurosamente su di lei, tentando di sollevarla,
di sedare quella scossa inattesa.
Se vi è per ogni persona nello stato di calma sicura una punta di
crudele compiacenza dinnanzi allo spettacolo dell'ambascia altrui, la
contessa di Verdara doveva trovare tanto più giusto che Massimiliana
soffrisse, quanto più aveva sofferto lei stessa. Nondimeno, chinata
sulla sua giovane amica, le prodigava dolci parole, carezze materne,
senza osare di riconoscere quanta parte aveva in quella sua pietà
l'egoistica gioia per il rifiuto della fanciulla. «Maxette...» le
ripeteva, tenendola amorevolmente abbracciata, «Maxette,
ascoltatemi... perchè vi turbate così? Non ve l'ho già detto?.. Tutto
dipende da voi; se voi non vorrete, non sarà... Chi potrà forzarvi ad
accettare l'offerta di un uomo che non amate?..» Allora soltanto,
nascosto il viso tra le mani, Massimiliana era scoppiata in pianto.
Nello stesso tempo che sosteneva la giovanetta, la contessa si
guardava intorno, confusa. Ella sentiva tutta l'eloquenza di quel
pianto, di quell'unica risposta, ma non arrivava a comprenderne il
significato. Allora, se lo amava, che cosa volevano dire le sue parole
e perchè si disperava a quel modo?.. In mezzo ai singulti, abbandonata
fra le braccia dell'amica, Massimiliana rispondeva: «Non posso... non
posso... Mio Dio, dovevo prevederlo!.. Io non ho nulla, voi lo
sapete... vivo di elemosina, della carità che mi fanno,..» ma
l'accento con cui ella insisteva nel rifiuto non era eguale a quello
con cui ne dava la ragione. Ragione o pretesto? Poteva quella essere
una difficoltà da arrestare Raeli? Egli era ricco per due... «No,»
ripeteva ostinatamente la giovanetta; «io sono una straniera...
bisognerà che io parta... debbo partire... ditegli che partirò!..» E
una convulsione l'aveva fatta ricadere.
Lo spettacolo di quel dolore si faceva attristante. Rosalia di Verdara
aveva dimenticato il proprio interesse che si giuocava in quella
partita, per darsi tutta alle cure che lo stato della sua giovane
amica richiedeva. Ella sentiva che nessuno di quei pretesti reggeva,
comprendeva che sarebbe bastato insistere ancora un poco, perchè
Massimiliana le dicesse tutto, le svelasse il secreto che la
soffocava; ma la sua lealtà, la sua coscienza l'ammonivano, le
dicevano che profittare della debolezza, del dolore di quella creatura
per strapparle una confessione della quale avrebbe potuto giovarsi,
sarebbe stata una indegnità. Se Massimiliana avesse parlato... ma la
signorina di Charmory le si irrigidiva tra le braccia, pareva sul
punto di perdere i sensi. «No, è impossibile...» mormorava ancora, «io
dovevo prevedere questo momento fatale...»--«Maxette, mia povera
Maxette... fatevi animo!..» riprendeva allora Rosalia di Verdara;
«sono qua io!.. contate su di me, se avete bisogno d'un aiuto, se
avete bisogno d'un appoggio...» Sì, sì, l'altra accennava di sì,
passandosi macchinalmente una mano sulla fronte... «Ebbene, innanzi
tutto rimettetevi. La domanda per la quale io sono venuta, facciamo
conto che non ve l'abbia partecipata. Guadagneremo del tempo. Voi
avrete del tempo per considerarla attentamente, per maturare una
decisione... Sta bene?.. E se potrò esservi utile... se i miei
consigli...»
Ad un tratto, un gemito s'era sentito dall'altra camera; la contessa
aveva pòrto l'orecchio, e passata di là, scorgendo la signora
d'Archenval svenuta sopra una sedia accanto all'uscio di
comunicazione, aveva chiamato: «Maxette, vostra zia!...» La signorina
di Charmory, rapidamente ricomponendosi ed asciugate le sue lacrime,
era accorsa mettendosi accanto alla tramortita e scostando con un
gesto di preghiera l'amica. Ma come Rosalia di Verdara aveva fatto per
avvicinarsi al bottone del campanello, per chiamare qualcuno, l'altra
aveva scongiurato: «No, di grazia... non occorre...»
Respirando dei sali, sotto l'azione di bagnature fredde sulla fronte e
sulle labbra, la sofferente si era scossa dal suo letargo; poi,
battute un poco le palpebre, aveva spalancato gli occhi, e scorta
Massimiliana curva su di lei, l'aveva stretta a sè con una forza che
non si sarebbe sospettata in quel miserabile corpo stremato dal male.
Si sentiva una specie di singulto rauco, di querela soffocata ma così
lacerante, che la contessa di Verdara ne era rimasta turbata ed
oppressa. Ella era nello stesso tempo piena d'imbarazzo, presentendo
un secreto fra le due donne, persuasa che nessuna intimità poteva
giustificare una sua più lunga presenza. Appena dunque Massimiliana si
staccò dalla stretta della zia, ella si avvicinò alle amiche,
mormorando un pretesto per ritirarsi. Prese la mano della viscontessa
d'Archenval: era di una freddezza cadaverica. Massimiliana,
terribilmente pallida, con le labbra quasi scomparse, le porse una
mano che scottava; e tenendola a quel modo, la accompagnò fino al
salotto.
Non diceva nulla, col respiro quasi spento, la testa china, gli
sguardi fissi. E tutt'in una volta, come Rosalia di Verdara,
fermandosi innanzi all'uscio, aveva fatto per abbracciarla, ella si
era scostata un poco dall'amica, portando le mani alla bocca, come per
soffocare il suono delle sue parole. «Ebbene... è una pazzia!..
bisogna, intendete? che tutto finisca!..»--«Massimiliana!» tentò
d'interrompere la contessa, spaventata dall'espressione della
giovanetta. Ma l'altra, abbassando ancora di più il tono della sua
voce e accennando con la mano alla stanza vicina: «Zitta!..»
scongiurò; «lasciatemi... Voi non sapete!.. Più tardi... più tardi!..»
XI.
La contessa di Verdara, tra riluttante ed insistente, ma comprendendo
di non dover chiedere di più, era scomparsa in fondo al corridoio; la
signora d'Archenval, accasciata sul suo letto, con la faccia tra le
mani, non dava alcun segno di vita--e Massimiliana restava tutta allo
schianto che la tragica prova le aveva prodotto.
Vi è una specie di forza tutta negativa, particolare agli spiriti
troppo provati dal dolore, la quale consiste, invece che nell'agire
sulle circostanze esteriori, come fa la reale energia, nel resistere
all'azione di queste medesime circostanze. Una forza di tal genere era
quella che la signorina di Charmory aveva spiegata durante il
prepararsi del dramma, e che era diventata sforzo doloroso durante il
suo colloquio con la contessa. Prevista, affrettata, angosciosamente
temuta, scoccava per lei l'ora immancabile in cui la sinistra fatalità
della sua vita doveva essere rivelata, da lei stessa, a costo di tutta
sè stessa!.. Come lungamente il suo silenzio l'aveva oppressa! ma come
studiatamente aveva cercato di prolungarlo--e come il dovere di
parlare le si era imposto ogni giorno, a tutti gl'istanti!.. Da quali
terrori era stata invasa, ogni volta che aveva creduto di scorgere in
quanti la circondavano un'attitudine di sospettosa attenzione! e che
violenze aveva dovuto farsi per non gridare il suo secreto all'amica,
poichè aveva già cominciato a tradirsi!.. Non aveva ella, infatti,
confessato l'amor suo per Ermanno? Sì, ella aveva osato questo... e
non aveva avuto il coraggio di compiere la confessione, di soggiungere
che ella era indegna di quell'amore, che mai ella avrebbe potuto
accostarsi all'altare!.. Ella aveva avuta questa viltà; ma questa
viltà era anche l'unico suo sostegno, l'unica ragione, non di sperare,
perchè la speranza era morta per lei, ma di resistere--in tale abisso
di miseria ella agonizzava!.. Ed era poi tutta colpa o merito suo il
silenzio così gelosamente mantenuto, o non vi erano piuttosto delle
terribili cose sfuggenti ad ogni espressione, da non potersi tradurre
in parole senza che il sangue s'agghiacciasse nelle vene e la ragione
si smarrisse?
Erano state le parole che le erano mancate, ogni volta che la sorda
voce della coscienza le aveva ingiunto di dir tutto; erano le parole
che ella cercava adesso, seduta al suo tavolo, dinnanzi alla carta con
l'intestazione azzurra dell'albergo, sulla quale ella scriveva alla
contessa, perchè sentiva di non poter durare nel silenzio senza danni
più grandi; perchè ella -doveva- confessarsi alla donna a cui Ermanno
stesso si era confessato, e perchè l'espressione scritta le pareva
meno repugnante al pensiero gelosamente pensato... Più nitidamente che
mai, a quell'ora che ne subiva le orribili conseguenze, che stava per
rivelarla ad un'altra creatura vivente, risorgeva in lei, con tutti i
suoi particolari, la storia della sua giovinezza contaminata, della
sua vita distrutta. Ella si rivedeva, triste ma rassegnata, nella casa
dove era stata raccolta, all'uscir dal collegio, fra quelle persone
che le facevano più sensibile la mancanza della famiglia: lo zio, pel
quale la famiglia non esisteva; la viscontessa, buona ma travagliata
da dolori fisici e morali per la sfrenata condotta del marito e del
padre lontano. Ella aveva sentito vagamente parlare dei continui
scandali provocati da costui, di famiglie rovinate, di duelli fatali,
che lo avevano finalmente costretto ad allontanarsi da Parigi per
ricominciare altrove, lasciando alla figlia pietosa e sensibile il
rimorso del male ch'egli aveva fatto... Ed un giorno egli era giunto
inaspettatamente fra loro. Stanco della sua lunga peregrinazione
attraverso i centri della vita internazionale, il duca Gastone di
Précourt era stato preso dalla nostalgia dei -boulevards-; ma, tornato
a Parigi, aveva cominciato a frequentare la casa di sua figlia,
riconoscendo con lei i suoi torti, facendo proposito di mutar vita,
mutandola infatti, e passando il suo tempo in compagnia delle due
donne, che trattava non da parenti, ma da amiche a cui si vuol
riuscire gradito. La viscontessa si era tutta rallegrata di quella
trasformazione, uno dei suoi più grandi motivi di dolore svaniva; ma
il visconte, ricorrendo ora all'aiuto del suocero, che non glie lo
negava mai, si era dato con maggior foga al suo vizio.
Ricordando tutte le lacrime che il duca aveva fatto versare alla
figlia, un'istintiva avversione aveva sulle prime allontanata
Massimiliana da quell'uomo, che nulla prendeva sul serio, la cui vita
era trascorsa in un'ansiosa febbre di piaceri sempre rinnovati e mai
sufficienti ad estinguerla. A poco a poco, però, e dinnanzi a quella
specie di conversione che si operava in lui, la diffidenza della
fanciulla si era sopita; e come avrebbe ella sospettato di lui, se mai
una parola od uno sguardo aveva tradito il disegno che egli aveva
concepito?
Il duca Gastone di Précourt era uno di quegli individui che
circoscrivono ogni scopo e dirigono ogni attività alla conquista della
donna. Vi è però una grande differenza fra un certo tipo di -Don Juan-
che l'enimmatica sfinge femminile attira incessantemente, e che passa
di tragica in tragica prova senza penetrarne il mistero--vittima, fino
ad un certo punto, più che carnefice--ed il seduttore di mestiere,
senza grandezza, senza simpatia, che non cerca se non il piacere e che
in breve non lo trova più. Non vi era in lui nè elevatezza
d'intelligenza, nè delicatezza di sentimento; egli era solo distinto
nell'abito e nelle maniere, e grande unicamente nel modo di profondere
il proprio danaro. La sua stessa fisonomia aveva qualche cosa che
deponeva contro di lui; non già che si potesse dir brutto; lo si
giudicava anzi un bell'uomo e nessuno lo avrebbe creduto padre d'una
signora come la d'Archenval; ma il suo sguardo era duro, volontario,
uno di quegli sguardi dinnanzi ai quali tutti gli altri si abbassano;
e nel suo viso, nell'aggrinzamento frequente delle sopraciglia, nella
mobilità delle narici, nell'acutezza del naso e del mento, vi era come
un ricordo della classica espressione del fauno.
Vedere la signorina di Charmory e fissar su di lei il proprio
desiderio imperioso, era stato tutt'uno. Ma egli aveva ben presto
compreso come gli ordinari mezzi d'attacco, la seduzione sentimentale
o la bassa corruzione, si sarebbero spuntati contro la diffidenza che
aveva letta in Massimiliana, e più contro la serietà triste di quella
fanciulla tanto diversa dalle altre. Così, egli si era guardato bene
dal commetter l'errore di dirle una sola parola di dubbio senso;
l'aveva trattata come una sorella, come una figlia... Era riuscito ad
evitare la diffidenza della viscontessa col suo cangiamento di vita,
aveva alimentata l'inclinazione del visconte pel giuoco... ed
improvvisamente, violentemente, buttata via la sua maschera, senza
neppur tentare di coonestare con l'impeto della passione l'iniquo
attentato, egli aveva tratto profitto della forza dei suoi muscoli
irrigiditi, della potenza magnetica degli sguardi penetranti... Il
rauco grido di ribrezzo, di terrore, di raccapriccio che era uscito
dalle labbra contratte di Massimiliana, lo aveva fatto avvertito che
nulla più egli aveva da sperare; allora, aveva avuto l'accortezza di
allontanarsi, di dileguarsi, immediatamente e per sempre...
Egli era scomparso, ma la sua imagine turpemente decomposta non si era
cancellata più dagli occhi di Massimiliana. Più che il sentimento
della contaminazione subita, era un vaneggiamento dinnanzi all'infamia
commessa da quell'uomo che occupava il suo spirito. Ciò a cui ella si
ribellava, era il fatto che una simile doppiezza, che tanta
perversione, che una iniquità simile fossero possibili. La sua fede,
la sua stessa ragione si erano scosse, nella lunga crise che aveva
seguita la repentina rivelazione dell'orrore. La sua primitiva
tristezza si era complicata d'una profonda misantropia; il suo stesso
sistema nervoso si era scosso, esponendola a turbamenti gravi e
frequenti.
Bisogna che lo sconforto sia infinitamente grande, che la disperazione
non abbia confini, perchè l'anima vi si possa finalmente acquetare e
trovarvi una specie di compiacenza al rovescio. Per la signorina di
Charmory, l'estremo limite del dolore, della solitudine,
dell'impotenza, di tutte le miserie dello spirito era stato raggiunto.
Con un carattere più energico, più risoluto del suo, una ribellione
sarebbe stata la conseguenza della violenza patita; debole, sfibrata
dai primi dolori, le impotenti velleità di rivolta si erano domate in
Massimiliana; tutto era finito per comporsi in un accasciamento stanco
ed apatico. Ella aveva pensato di fuggire almeno da quella casa, di
andarsene non importa dove, di scomparire dai vivi, di mendicare la
vita poichè non aveva altre risorse... ed era rimasta. Come non aveva
trovato nel suo miserabile corpo la forza di respingere quell'uomo,
così non aveva trovato nell'anima vinta dalla sventura la forza di
mettere in atto il suo proponimento.
Dapprima, ella aveva coinvolta la viscontessa nell'odio per il padre,
quasi anch'ella fosse responsabile dell'infamia commessa da lui; poi
anche il suo principio di odio era caduto. Non una parola s'era
scambiata fra le due donne, ma la viscontessa aveva tutto saputo, ed
era di dolore che ella moriva. Ogni volta che i suoi sguardi si
arrestavano su di Massimiliana, una dolente pietà, una specie di
rimorso per aver potuto contribuire a quella sciagura, vi si leggeva;
la povera donna accusava sè stessa, trovava che era stata sua colpa il
non aver vigilato; che, data l'indole del padre, ella avrebbe dovuto
prevedere quel che era accaduto--ma nutrire un simile sospetto non
sarebbe stato un altro delitto?.. Però, con tutti gli sforzi dei
quali, nella sua lenta agonia, era capace, aveva tentato di confortare
lo strazio della fanciulla.
Massimiliana aveva rifiutato quei conforti; ella non domandava la
pietà di nessuno. Aveva trascinata la sua esistenza sopportando da
sola, in silenzio, il peso del suo destino, comprendendo che nessuno
poteva nulla per lei, cercando e trovando solo nello studio un
sollievo efficace. Quando il rapido deperire della salute della
viscontessa aveva reso necessario quel continuo peregrinaggio che era
finito in Sicilia, Massimiliana aveva dapprima temuto il cambiamento
di vita, come temeva tutto quello che la togliesse alla sua
concentrazione; ma, nell'errare di luogo in luogo, il suo spirito si
era un poco distratto; in quella mancanza di stabilità, in quel rapido
cambiare di orizzonti e di ambienti, ella aveva cominciato a trovare
un'intima convenienza con lo stato dell'animo suo, che a nulla oramai
poteva afferrarsi... Allora, un'altra triste esperienza era venuta a
confermarla nel suo sconforto: nella promiscuità, di quella vita
instabile, nella facilità con cui i rapporti si creavano e si
rompevano in quel mondo raccogliticcio popolante gli alberghi e le
case di salute, i freni morali erano aboliti; ed ella aveva saputo,
spettatrice riluttante, confidente disgustata, i compromessi delle
-flirtations-, le vergogne dei falsi legami, le miserie degli intrighi
quotidiani, tutte le sozzure di una società accozzata, senza casa,
senza rispetto... Ah, di quel mondo miserabile ella era degna! In nome
di che cosa avrebbe potuto farsene giudice? Non si sarebbe parlato di
lei, a bassa voce, con dei sorrisi d'intelligenza, come si parlava di
tante altre sciagurate?.. Esisteva un altro mondo per lei?..
Lasciando tratto tratto di scrivere, Massimiliana si prendeva la testa
fra le mani, atterrita dalle visioni che le sfilavano dinnanzi. Un
altro mondo esisteva! ed ella ne aveva adesso la rivelazione, per
sentirne l'incauto ma per apprezzarne anche l'impenetrabilità!.. Il
suo primo turbamento aveva preceduto l'incontro di Ermanno Raeli; si
era prodotto allo stesso annunzio della partenza per Palermo. Ella
sapeva di trovarvi Rosalia di Verdara, e l'idea di rivedere un'amica
che aveva conosciuta -prima-, l'aveva sgominata. Con una muta e quasi
fatidica stretta al cuore, ella aveva contemplata la terra di Sicilia,
vaporosa all'orizzonte, dal bordo della nave che ve la trasportava,
rapidissimamente; e poco tempo dopo il suo arrivo, la vaga minaccia
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