conoscenza un'attenzione tra curiosa ed inquieta; ma la signorina di Charmory pareva interessarsi soltanto a quel che vedeva. Era un tipo di bellezza perfettamente contrario. Con un personaggio egualmente slanciato, ma più piccolo, la signorina di Charmory aveva la carnagione bianca, i capelli d'un biondo cinereo e gli occhi ceruli d'una settentrionale. Sotto il suo costume ad ampie pieghe di vigogna azzurra con risvolte di -faille- della stessa tinta, il suo corpo s'indovinava appena; e solo la vita sottile e le braccia perfette si modellavano. Il guanto rovesciato al principio del pugno lasciava vedere la giuntura della mano, agile, nivea, solcata dagli esili filetti azzurri delle vene, e sotto l'ombra del cappellino rotondo a larghe falde con un'ala rossa, risaltavano i delicatissimi lineamenti, la levigatezza marmorea delle tempie, la magrezza sana delle guancie, la freschezza rosea delle labbra sbocciate sul pallore del viso, la grazia del mento che pareva fosse stato accarezzato dal pollice compiacente d'uno scultore. Ella aveva un modo di atteggiarsi, con le braccia pendenti non lungo i fianchi, ma un poco sul dinanzi del corpo, con le palme delle mani appena rivolte in fuori, che ricordava certe figure di Elette della scuola preraffaellesca. La espressione degli occhi larghi, nuotanti come in un fluido e quasi perduti dietro una visione errabonda, completava quel tipo di bellezza nordica, ma pertanto non fredda. Accanto alla contessa di Verdara essa acquistava risalto--e ne dava. Una era la grazia capricciosa, la simpatia vivace, la spigliata fantasia; l'altra era lo stesso candore, la stessa purezza fatta persona. Così com'erano, la loro gioventù, la loro freschezza, la loro eleganza formavano un contrasto deciso con la vecchiezza cadente dell'ambiente pel quale si aggiravano. Nulla era fatto per impressionare più di quelle figure di donne adorne di tutte le ricercatezze dell'ultima moda, fra gli scomposti avanzi di tempi remotissimi; l'efflusso odoroso che esse si lasciavano dietro, nell'atmosfera leggermente ammuffita del Museo; il suono argentino delle loro voci, nel silenzio dei corridoi; la vivacità dei loro movimenti, nella rigidezza cadaverica dei vecchiumi polverosi ed allineati... Ermanno comprendeva quelle due figure nella sua attenzione per gli oggetti circostanti, come se il Museo si fosse, da un giorno all'altro, arricchito di due nuovi oggetti; notava il contrasto, ma con lo stesso disinteresse personale, col quale giudicava le differenze passanti fra due quadri di scuola diversa... Egli continuava a guidarle e a dare le sue spiegazioni, malgrado gli epigrammi del conte, che facendo spesso sorridere la comitiva, contribuivano a sciogliere l'inevitabile freddezza di un primo incontro. A misura che la visita proseguiva, la curiosità con cui la contessa guardava intorno fra quelle tristi rovine si faceva sempre più allarmata; ma la signorina di Charmory pareva dimostrare un più grande interesse, rivelando nei suoi giudizii e nelle sue stesse domande una intelligenza dell'arte e della storia. «E i quadri del Monrealese?..» aveva chiesto, con la sua voce d'un'armonia sommessa, quasi lontana, quando, esaurito il giro delle gallerie e delle stanze del primo piano si stava per passare al piano superiore. «Vi saremo a momenti,» rispose Ermanno, con una visibile compiacenza per quell'interesse dimostrato verso il suo artista favorito; e intanto che la contessa si attardava un poco dinanzi al trittico del Van Eyck, il capolavoro del Museo nazionale, egli rappresentava alla signorina di Charmory le qualità che distinguono la pittura di Pietro Novelli. «Una freschezza di tavolozza, uno scrupolo di verità spinto talvolta a qualche eccesso, una preferenza per le proporzioni grandiose, un'intensità d'espressione nella figura umana: questi mi sembrano i suoi caratteri più salienti...» La signorina di Charmory lo aveva ascoltato senza guardarlo, chinando di tratto in tratto il capo. «Non lo chiamano il Raffaello di Sicilia?» chiese, quando Ermanno ebbe finito. «A torto, quanto allo stile; a ragione, quanto al valore...» E dinanzi al ritratto dell'artista--una figura scarna, dagli occhi espressivi, dalla piccola barba a punta spiccante sul bianco d'un grande collare alla spagnuola--egli s'era fermato un poco. «È stato l'ultimo dei grandi pittori siciliani; Antonello da Messina fu il primo. La storia della nostra pittura si riassume in questi due nomi. Di Antonello il Monrealese non ha però la fama. Gli nocque forse l'esser vissuto sempre nella sua isola, il non aver potuto allargare il campo dei proprii studii. Ed è morto giovane ancora, pure in questo simile a Raffaello...» Ermanno parlava pianamente, fissando il ritratto con una specie d'involontaria emozione. Con la forza della simpatia che egli metteva in tutte le cose, era in certo modo come se egli rivivesse la vita dell'antico artista, come se egli soffrisse un poco delle sofferenze che supponeva provate da lui; e, in fondo, quel destino abortito, quell'ingegno potenzialmente forte ma non espresso del tutto malgrado l'assiduo proseguimento di uno scopo preciso, non offriva dei punti di contatto col suo? Era dunque un interesse quasi personale che egli metteva nel parlare di lui, nel rimpiangerne la sorte; però, pentito di essersi lasciato trascinare, tacque ad un tratto. Dopo un istante di silenzio e quasi seguendo il filo di quel pensiero, la signorina di Charmory disse: «Muor giovane colui che al cielo è caro...» Ermanno fissò un momento lo sguardo su di lei. La citazione di quel verso in bocca ad una fanciulla, d'una straniera, non era certo una cosa molto comune; meno comune era l'aria di serietà triste con la quale ella era entrata nel suo modo di vedere... «Amici miei,» esclamò ad un tratto la contessa di Verdara, «voi siete funebri! Il signor Raeli ha trovato una collaboratrice in Maxette!... Per me, dichiaro umilmente che cotesto Monrealese ha un'aria molto antipatica!»--«Ammesso che sia lui!» disse Giulio di Verdara; «il Van Eyck non è poi certo che sia del Van Eyck!»--«Non si attribuisce al Mabuse?» chiese la signorina di Charmory evitando lo sguardo di Ermanno, cui la domanda pareva nondimeno diretta. «Se non è del Cornelissen...» rispose quest'ultimo. «O fatemi il piacere!..» esclamò allora la contessa, stringendosi un poco nelle spalle, con un moto graziosissimo. «E quell'attacca-panni, di che secolo è?..» disse a sua volta il conte, con una grande impassibilità, fermandosi dinanzi al gabinetto della Direzione e mostrando l'oggetto in quistione. La visita al Museo finiva così, tra la finta serietà di Giulio, i sorrisi della moglie e il crescente turbamento di Ermanno. Dinanzi al portone, dove la sua -victoria- stazionava, la signora di Verdara rinnovava ad Ermanno i ringraziamenti per l'amabilità che egli aveva avuta. «Si ricordi,» soggiunse con intenzione, «che io sono in casa tutti i mercoledì... Ma già, lei è tanto severo con noi povere donne!.. Che cosa le abbiamo fatto?.. Ad ogni modo, se i quadri la interessano, le mie buone amiche sostengono che io mi dipingo! E grazie, ancora...» Ermanno, un poco confuso da quelle parole, dal tono leggermente sarcastico col quale erano state pronunziate, le porse la mano per aiutarla a salire in carrozza; e, come fu la volta della signorina di Charmory, questa s'inchinò un poco dinanzi a lui, ma senza accettare l'appoggio ch'egli le offriva. Il legno era già scomparso in fondo alla via Bara, che Ermanno, fermo sul marciapiedi, lo cercava ancora cogli occhi. V. La contessa Rosalia di Verdara abitava un elegante villino in fondo a quella strada della Libertà che è stata così rapidamente popolata di costruzioni graziose. La fabbrica era condotta su quella maniera arabo-normanno-sicula che, malgrado la mescolanza di tanti elementi, si considera come uno stile a parte, tanto essa è caratteristica di tutto un felice periodo di civiltà. Internamente, la leggiadra fantasia della padrona di casa aveva messo da per tutto la sua impronta. Linee spezzate, capricciose, ma armonizzanti nella loro apparente confusione; delle concessioni intelligenti al gusto modernissimo per il -bibelot- antico od esotico, una ricchezza sobria di stoffe e di mobili, una larga parte fatta all'arte contemporanea: erano questi i caratteri che davano un aspetto particolare alle sale della contessa. Bisognava che ella fosse vista in quell'ambiente suo proprio, perchè si potesse giudicarla al suo giusto valore. Aveva una di quelle fisonomie mutabilissime che da un istante all'altro sono capaci di produrre un'impressione diversa. Analizzata a parte a parte e minutamente, non sarebbe parsa bella; ma vista in casa sua, con l'indefinibile adattamento dell'espressione all'ambiente, nelle tolette di ricevimento o meglio ancora negli abiti da camera delle visite più confidenziali, l'irregolarità dei suoi tratti sembrava più simpatica e geniale, la sua grazia più squisita, il suo spirito più brillante ed acuto. Quel mercoledì seguente alla visita del Museo, la contessa avrebbe dato qualche cosa per dividere cotesta sicurezza. La forza dell'interesse personale è tanta, e il timore di non poterne conseguire la soddisfazione nasce e s'ingigantisce così facilmente, che le cose sulle quali si è fatto più grande e sicuro assegnamento, si vedono messe in forse ad un tratto. Un interesse ancora secreto e quasi incosciente persuadeva Rosalia di Verdara ad assicurarsi della propria seduzione; ma, più aveva bisogno di contar su di essa, più ne dubitava. Qualcuna delle sue amiche che si seguivano nel suo salottino le aveva detto, in un abbraccio affettuoso che era anche un mezzo di esaminar da vicino la qualità del velluto del suo abito nero a -tablier- e -quille- di -jais-, dal corpetto alla Watteau, e il gusto dei gioielli portati da lei: «Tu sei oggi un amore!» ma quegli elogi fatti con una grande espansione non la rassicuravano punto; più valore avrebbero avuto se fossero stati pronunziati a mezza voce, con quello stento che in simili casi è un sintomo di sincerità. Ermanno Raeli sarebbe venuto da lei? Questa era la domanda che ella si rivolgeva. E perchè la possibilità di quella visita le toglieva un poco della padronanza di sè?... In quei giorni, la figura del giovane le era più d'una volta tornata alla memoria. Ella non riusciva a spiegarsi quella specie di enimma vivente, quell'uomo nella pienezza della vita che si teneva in una rigida clausura, che proseguiva delle aride cose quando tutto gli avrebbe sorriso dintorno... O meglio, ella credeva di spiegarselo: era forse una ricerca di originalità, la soluzione da lui data al problema che occupa la mente degli uomini: rendersi interessanti!.. Ma, nello stesso tempo che si applaudiva della sua chiaroveggenza per cui era messa sulle difese, si dava una fuggevole occhiata al grande specchio decorato che stava disposto vicino al suo seggiolone favorito... Nessuna, intanto, di quelle visitatrici avrebbe potuto sorprendere nulla della leggiera preoccupazione in cui ella si trovava. In mezzo alla gente, la contessa aveva tutto il suo brio, tutto il suo spirito più fresco e più vivo; da sola animava il piccolo mondo raccolto intorno a lei, mettendo le sue conoscenze in relazione tra loro con garbo facile e accorto, creando dei piccoli gruppi che di tanto in tanto faceva abilmente concorrere alla conversazione generale, interessando le persone col parlare a ciascuno di ciò che poteva riuscir più gradito, dimostrando sopra ogni cosa la grande virtù del sapere ascoltare. Soltanto, ogni volta che il domestico sollevava la cortina, annunziando una nuova visita, ella porgeva attento orecchio al nome pronunziato. Ma andando incontro alle amiche, stendendo la mano dal suo posto agli uomini, ella non dimostrava preferenze: egualmente affettuosi erano i sorrisi ed egualmente cordiali gli -shake-hands- scambiati. Nondimeno, annunziatasi la signorina di Charmory, nessuno si era stupito vedendola alzarsi vivamente, andarle incontro e baciarla con effusione. Erano quasi due sorelle; avevano fatto conoscenza a Parigi, dove Giulio di Verdara era stato alcun tempo addetto d'ambasciata; e come Massimiliana era giunta a Palermo, la contessa l'aveva accolta a braccia aperte. A Palermo, la signorina di Charmory era venuta con suo zio, il visconte d'Archenval, che da qualche anno conduceva per tutte le stazioni climatiche d'Europa la propria moglie, affetta da una malattia incurabile. La zia di Massimiliana era figlia del duca Gastone di Précourt, che non era venuto in Sicilia. Forse per le lunghe sofferenze della viscontessa, o forse ancora per le inveterate abitudini di un cosmopolitismo errabondo, questa famiglia pareva un poco disorganizzata. Il duca se ne stava lontano, ed era già molto se di tanto in tanto chiedeva, con un secco telegramma, notizie della salute della figliuola. Il visconte si era subito fatto presentare ai circoli, dove passava le sue giornate e le sue notti ai tavolini ed ai bigliardi, giuocando disperatamente. Vero tipo di -viveur-, già sciupato a quarant'anni, egli era diventato subito l'idolo di una certa società di eleganti, di giuocatori, di -clubmen-, che ne avevano fatto il loro modello e ne studiavano attentamente i modi di fare, di vestirsi e di discorrere. Al passeggio, lo si vedeva sugli -stages- di questo o di quel signore, guidare con polso fermo e con occhio esperto un -four in hand-; a teatro, la sua testa da cameo, incorniciata di capelli ancora biondastri che parevano incipriati, si affacciava un poco per volta da tutti i palchi dell'aristocrazia, e non v'era festa, o cerimonia, o partita di piacere, a cui egli mancasse. Con l'abitudine di questa vita, è facile supporre che alla morte di sua sorella vedova di Charmory, l'assumere su di sè l'educazione di Massimiliana, rimasta povera e sola, non dovesse costargli molto. Tenerla, fino a quando era possibile, in collegio; lasciarla poi in compagnia della moglie: questa era stata la soluzione che egli aveva trovata; soluzione tanto più facile, quanto la reciproca compagnia che le due donne si facevano lasciava lui più libero e meno responsabile. Però, a giudicarne dalla loro vita di Palermo, i legami fra le due fanciulle--quantunque maritata, la viscontessa d'Archenval aveva tutta l'aria di una ragazza--non parevano molto intimi. La signorina di Charmory era quasi sempre con la contessa, in giro per la città, nei dintorni, o più semplicemente a pranzo, a teatro; mentre la zia usciva di rado, sola, nella carrozza di rimessa che era ogni giorno a sua disposizione, e passava il suo tempo nel raccoglimento un po' da ospedale dell'-Hôtel des Palmes-. Quel giorno appunto la signorina di Charmory, entrando nel salotto della contessa, diceva all'amica che la zia l'aveva lasciata al cancello, non fidandosi di sostenere una conversazione. Da ogni parte, allora, delle esclamazioni di compianto si levavano; tutti però erano sicuri che il clima di Sicilia avrebbe fatto un miracolo restituendo la salute a quella povera e buona signora. La conversazione si era fatta generale, la contessa di Verdara parlava a bassa voce con la sua giovane amica che si teneva vicina; quando il domestico, sopravvenendo, annunziò ad un tratto Ermanno Raeli. Nell'attenzione generale con cui gli astanti si erano rivolti verso l'uscio, il piccolo sussulto che la contessa non era riuscita a frenare passò inosservato. Tutti conoscevano, in quella società, o personalmente o per fama, Ermanno Raeli; nessuno si sarebbe aspettato però di vederlo arrivare lì in mezzo. Lo si sapeva un solitario, un contemplativo, un filosofo rifuggente dal consorzio degli uomini; non lo si era mai visto in quel mondo di cui la sua nascita gli avrebbe dischiuse le porte. Nel concetto dei più, Ermanno era uno spirito superiore; ma, come il riconoscimento della più evidente superiorità non è mai senza qualche riserva, che si risolve in fondo nell'attribuire un'altra superiorità a sè stessi, gli eleganti raccolti nel salotto della signora di Verdara aspettavano l'entrata di Ermanno Raeli per coglierlo in fallo almeno nella scienza del mondo. Essi furono disillusi completamente. La naturale riservatezza dell'indole, il lungo soggiorno in paesi stranieri che da una parte la aveva accresciuta, dandogli dall'altra la pratica delle forme, facevano di Ermanno, in società, una personalità fuori del comune; con una correttezza inappuntabile, egli si manteneva estraneo ad ogni partito od influenza. Passato il primo momento di attesa; visto che egli si presentava come ogni altro, che sosteneva fermamente gli sguardi indagatori fissati su di lui, che non veniva a discorrere di filosofia o di estetica in una adunanza di signore, ma che prestava un eguale ascolto a tutto ciò che si diceva, mettendo di tratto in tratto nel discorso una sua qualche frase sobria ed originale, i curiosi, disingannati, lasciarono di osservarlo. Anch'egli, in quel momento, ricuperava una relativa libertà di spirito. Uscendo, il giorno della visita, dal Museo nazionale, lasciata la contessa e la sua giovane amica, egli si era sentito in preda a una profonda e indefinibile agitazione. In ogni stato dell'animo, la coscienza è in ragione inversa della intensità; più un'impressione è potente, meno si può rendersene conto. L'impressione che quell'incontro, dapprima indifferente, aveva finito per produrre in Ermanno, era stato troppo forte perchè egli potesse aver cognizione di ciò che si operava in lui, e sceverare il timore dal piacere, lo stupore dall'attesa... La sua mente non era occupata se non da imagini: le figure supremamente graziose delle due donne con le quali egli aveva passata un'ora di intellettuale intimità. Durante tutto il tempo che era seguito, egli aveva rivissuta continuamente quell'ora, con la stessa intensità della prima volta, e quelle imagini così profondamente impresse avevano finito per obbiettivarsi, popolando, in una specie di allucinazione, la solitudine del suo quartierino, apparendo fra mezzo al verde un poco passato del suo giardino, seguendolo nel suo studio e mettendoglisi innanzi a intrattenerlo con muti sorrisi quando egli tentava di occuparsi. Una rivoluzione si era operata dentro di lui, egli aveva trascorsi quei giorni in una specie di fluttuazione ideale, incapace com'era a resistere o ad abbandonarsi agl'impulsi di cui non si rendeva ragione. Quel pomeriggio stesso, era stato inconsciamente, quasi automaticamente, che egli aveva ordinato al cocchiere di dirigersi verso Porta Macqueda; egli non aveva per nulla deciso di recarsi dalla contessa, si proponeva di voltare indietro appena giunto dinanzi alla sua villa, o di passar oltre. Com'era avvenuto dunque che dinanzi al cancello egli avesse fatto fermare la carrozza?... Quando noi crediamo di essere più indifferenti, e liberi di apprenderci a un partito piuttosto che all'altro, cerchiamo dunque d'ingannarci da noi stessi, ed il nostro partito è già preso irrevocabilmente? O nei momenti decisivi qualche cosa sorge dal fondo dell'incosciente per sospingerci in una certa via, come un'improvvisa corrente magnetica la quale sorga a distogliere dalla sua naturale orientazione l'ago calamitato?... La successione dei sentimenti, per Ermanno, era stata rapidissima. Appena uscito dalla sua incertezza, appena messo piede a terra, una specie d'ambascia erasi impadronita di lui, un terrore di andare incontro a qualche cosa d'arcano, un pentimento della sua risoluzione, e una tentazione imperiosa di tornare indietro. Se fosse stato possibile, se il portiere non gli fosse venuto incontro cavandosi rispettosamente il berretto, egli avrebbe obbedito a quella tentazione. Nitidamente, egli aveva scorto il motivo della sua paura: la possibilità che in casa della contessa si trovasse la signorina di Charmory. Fino a quel momento, le figure delle due donne gli si erano presentate insieme al ricordo, la sua attenzione si era portata, od aveva creduto portarsi indifferentemente sull'una e sull'altra. Ora, uno sdoppiamento si operava; poichè, sul punto di trovarsi in presenza della signora di Verdara il suo spirito restava tranquillo; mentre la sola idea che la signorina di Charmory potesse essere presso l'amica, lo gettava in un turbamento profondo... Prima di entrare nel salotto, la confusione delle sue idee era pervenuta al massimo grado. Entrato, scorta la giovane straniera, presentati i suoi saluti, l'agitazione si era venuta sedando per dar luogo ad una sensazione sempre più profonda di sollievo, di benessere, di confidenza, di serenità deliziosa. Quella sensazione si accresceva, perveniva al suo massimo grado quando, sul tardi, andati via i visitatori indifferenti, egli era rimasto solo con le due donne. «Rieccoci dunque insieme i -touristes- dell'altra volta!» aveva esclamato, sorridendogli e prendendo fra le sue una mano dell'amica, la contessa Rosalia. «Maxette deve ancora veder tutto di Palermo,» riprese ella, «e la mia ignoranza mi atterrisce. Per fortuna, abbiamo nel signor Raeli la più intelligente e la più amabile delle guide...» Ermanno si era inclinato, ringraziando; ma la signora di Verdara continuò: «Non creda che si sbarazzerà presto di noi! La sequestriamo addirittura; non è vero, Maxette? La colpa è anche un po' sua; se non fosse stato così compiacente, non sarremmo adesso tentate di abusare di lei!» Allora, col suo leggiero accento straniero che era una grazia di più, la signorina di Charmory aveva soggiunto: «Il signore è stato veramente assai gentile...» Nell'ambiente grazioso e raccolto, accanto alle due giovani che si tenevano per mano e gli dicevano delle cose lusinghiere, Ermanno si difendeva debolmente contro la dolcezza dell'ora. Il giorno tramontava; un cielo d'ametista si scorgeva dall'alto delle finestre, che ad un ordine della contessa furono chiuse, mentre le lampade dai cappucci rosei ed azzurri venivano accese. L'aria d'intimità si faceva più grande e la conversazione diveniva più espansiva. Ermanno proponeva alle due amabili interlocutrici un itinerario di visite e di escursioni; ad ogni allusione che faceva intorno alle antichità dell'arte, la contessa chinava un poco il capo, vergognosamente, confessando la propria ignoranza; mentre la signorina di Charmory dimostrava una perfetta conoscenza del paese che era venuta a visitare. «Ha letto l'Amari?... Ha letto il Di Marzo?...» le chiedeva Ermanno, ed ella rispondeva di sì. La conversazione di lei era fatta, più che d'altro, di risposte; ma non era evidentemente la timidità che la faceva tacere, che la lasciava come assorta in un pensiero recondito. Ermanno si sorprendeva invece di tratto in tratto a parlare con una facilità della quale si stupiva pel primo. Dalle antichità di Palermo e della Sicilia, il discorso era passato alle questioni dell'arte contemporanea, ed in tutto la signorina di Charmory manifestava delle opinioni profonde, che quasi sempre corrispondevano con le sue. Talvolta, egli sentiva di essere d'un altro parere, e non era per lui un soggetto di minor meraviglia l'accorgersi di sviluppare gli argomenti favorevoli alle teorie contrarie alle proprie. Era l'antico dilettantismo critico che rinasceva, la naturale disposizione ad ammettere tutto e a tutto legittimare, o una conversione temporanea, compiutasi sotto l'impero della seduzione che si esercitava su di lui?... Egli non aveva l'agio di pensare a tutto questo, nel delizioso infiacchimento della volontà che lo aveva guadagnato a poco a poco e che gli aveva impedito di congedarsi malgrado l'avanzarsi dell'ora. Prendendo parte alla conversazione, la contessa serviva il the ai suoi amici, e ad un tratto sopravvenne Giulio di Verdara. «Ci sei capitato!» esclamò, con un risolino, nello scorgere Ermanno; poi, rivoltosi alla signorina Massimiliana: «È lei,» aggiunse, «che ha avuta la virtù di -apprivoiser- l'amico mio!» La contessa reclamava allora la sua parte di merito. «In verità, ci siamo messe in due ad abusare della sua cortesia!...» e come Ermanno cercava di protestare, il conte lo interrompeva, dicendo che le sue proteste erano inutili: non le credeva! Egli sviluppava questa teoria: che nel consorzio così detto civile tutto è -posa-, tutto è -corvée-. Non era una -corvée- quella della signorina di Charmory, di starlo a sentire? Non era una -corvée- quella di Ermanno, che avrebbe voluto essere a casa, a scrivere un capitolo della sua storia dell'arte?.. Versato allora sollecitamente il the in un'altra tazza, la contessa era venuta a presentarla al marito: «E questa è la -corvée- mia, di offrirti un the che non meriti!...» Allora, rivolgendosi agli altri come per invocare la loro testimonianza: «Vedete?» riprese immediatamente Giulio, «ecco una decozione medicinale che si è convenuto di trovare deliziosa. Bisogna sorbirla, perchè è -chic-. Quando io vi dicevo!...» Un grazioso sorriso era spuntato sulle labbra abitualmente serie della signorina di Charmory, e fu pel suo contagio, più che per la simpatia di quella piccola scena tra marito e moglie, che Ermanno aveva sorriso anch'egli. Ma, al rumore di una carrozza che si avvicinava e che veniva ad arrestarsi dinanzi alla villa, fatto uno sforzo su di sè stesso, egli si alzò. «Si salva?...» esclamava la contessa. «Ha ragione! chissà quante ne sentirebbe!...» Poi, stringendogli la mano: «Badi che io tengo a tutte le sue promesse...» E mentre Giulio di Verdara insisteva nel suo scherzo, la signorina di Charmory stringeva anch'essa un poco, con la sua mano guantata, la mano del giovane. VI. La prima impressione provata da Ermanno Raeli quando egli uscì dalla villa del conte di Verdara, fu di stupore. Abituati gli occhi alla luce delle lampade, aveva creduto che fosse già notte; invece l'ultimo crepuscolo illuminava ancora il cielo. Sulle masse del verde che a quell'ora pareva quasi nero, un chiaror d'oro faceva intravedere dei vaghi contorni; i lumi erano già accesi e brillavano con fiamme larghe e gialle: le stelle cominciavano a luccicare e una quiete grandiosa regnava nel viale deserto. Camminando con gli sguardi all'alto, Ermanno aveva appena cansata una carrozza chiusa che si muoveva al passo dinanzi alla villa. In quel momento, egli sentiva nascere dentro di sè una specie di lirico slancio, come se nell'aria dolce, nel cielo purissimo, nelle masse quiete del verde qualche cosa cantasse. La muta armonia del tramonto, dell'adorabile mistica ora in cui, come a lenti giri, la luce sembra ascendere le cerule scale degli spazii infiniti, si riecheggiava in lui; tutto l'essere suo vibrava come in un'ebbrezza. Il ricordo dell'inquietudine, dell'angoscia per le quali era passato, si dileguava, s'inabissava in quel muto incanto. Era della figura, era della voce, era dello sguardo della signorina di Charmory che egli si sentiva deliziosamente pieno; era come una emanazione di lei che raddoppiava a quell'ora ogni sua facoltà vitale. Lo spettacolo del tramonto si svolgeva nel cielo, ma nulla rassomigliava al primo romper dell'alba quanto l'ultimo anelito del giorno, ed il chiarore d'un'alba spirituale si accendeva adesso in lui. Procedendo verso la città, egli fissava lo sguardo al cielo orientale, che si tingeva ancora d'un fioco riverbero, come per la promessa del nuovo giorno; e in quell'esteriore vicenda della luce e dell'ombra egli vedeva un simbolo dell'intima vicenda della gioia e della tristezza. Dopo l'agonia d'un tramonto e la nerezza fredda di una lunga notte polare, tornava il sole ad investirlo dei suoi raggi. Cercar di negarlo era adesso possibile?... La confessione che noi spesso ci facciamo dell'incapacità a spiegare quel che succede dentro di noi, non è quasi mai sincera; essa esprime tutt'al più la volontà di riconoscere ciò che nel nostro intimo sappiamo con la precisione più grande. In presenza di qualche cosa che sul principio può non avere una spiegazione, l'imaginazione percorre rapidamente tutta la serie dei possibili e sa ben presto a che cosa tenersene. L'irresolutezza di Ermanno nei primi giorni, l'esitazione ad attribuire alla contessa di Verdara od a Massimiliana il suo nuovo turbamento, erano state -volute-; fin dal primo istante, fin da quando la giovane straniera aveva mostrato di dividere il suo pensiero, pronunziando il profondo verso di Menandro, egli s'era sentito scuotere fino all'intime fibre, aveva sentito iniziarsi la misteriosa operazione di cui adesso vedeva gli effetti, nell'esaltamento a cui era in preda. Ed una domanda tornava con invasante frequenza al suo spirito: come poteva ciò essere accaduto? Non era egli divenuto tetragono alle seduzioni fallaci? non sapeva quel che esse costavano? non aveva giurato a sè stesso di non ricadere mai più nell'abisso antico?.. Ah! egli era che malgrado gli amari disinganni, malgrado la mortale repressione, lo slancio dell'anima non era vinto; e come prima, più di prima, dalla solitudine in cui l'aveva costretta, nella rinunzia che le aveva imposta, essa anelava alla comunione... Dunque, amava già egli la signorina di Charmory? Il sì veemente che stava per salirgli alle labbra si spense prima d'esser formulato. In quello stesso momento, una carrozza sopravvenente lo avanzava, e voltandosi a guardarvi dentro egli aveva scorto, alla luce crepuscolare, il vago profilo della giovanetta. Come una mera apparizione, essa si dileguava verso la rumoreggiante città, dandogli la sensazione d'un distacco fatale... E la città, il mondo, la folla aborrita afferrava anche lui, gli rumoreggiava dintorno, pareva ricordargli che egli era sua preda... Quando egli fu arrivato a casa sua, l'esaltazione era caduta in un grande sconforto. Ciò ch'egli sentiva, era di trovarsi in una disposizione di spirito dalla quale sarebbe stato in suo potere il passare alla passione, solo ch'egli avesse voluto; ma era appunto tale volontà che egli si risolveva in quell'ora a non avere. In una rapida intuizione, aveva misurata tutta la distanza che separava lui, vecchio di spirito, sfiduciato, ammalato, da quella creatura gentile, all'alba della vita, ignara degli abissi di miseria nei quali egli era caduto. Egli sentiva di non poter dire: -io l'amo-; ma di poter dire piuttosto: -io l'amerei-... In questa differenza grammaticale stava il secreto di tutta la sua vita. Una condizione era posta alla sua felicità: non avere avuta quella triste esperienza del mondo e di sè. E come questo non ora possibile, egli non aveva il dritto di domandare ciò di cui non era degno. Sedurre quella fanciulla, ottenerne l'amore con la promessa del suo, sarebbe stata una profanazione, un crimine inescusabile... Il cielo, nella sera saliente, si era fatto d'un azzurro tenero, d'una sfumatura infinitamente delicata, e lo scintillio degli astri era vivido e profondo. I fiori del suo piccolo giardino profumavano la mite aura autunnale. Squisito come la tinta di quel cielo, come il profumo di quei fiori, era il sogno che egli aveva visto balenare un istante; ciò che la ragione comandava era che restasse eternamente un sogno... La risoluzione che Ermanno Raeli aveva presa quella sera domandava, come principale condizione, che egli non vedesse la signorina di Charmory. Invece, le promesse fatte alla contessa di Verdara, delle quali questa aveva chiesto l'adempimento, lo misero di nuovo, fin da qualche giorno dopo, in presenza di Massimiliana. Erano delle visite alle chiese ed ai monumenti, escursioni a Monreale, a Solanto, per tutti i dintorni più pittoreschi; delle lunghe trottate alle falde di Monte Pellegrino, durante le quali l'intimità fra i varii componenti della comitiva si stringeva naturalmente sempre di più. Le rare volte che la viscontessa d'Archenval si sentiva un poco meglio, ella prendeva parte a quelle gite, non abbandonando però quasi mai la sua carrozza. Di poco maggiore della nipote, aveva un aspetto più fanciullesco, a causa principalmente della malattia che l'aveva avvizzita, accasciata e quasi rimpiccolita. Era di una magrezza straordinaria; dei vuoti le si scavavano sotto gli occhi stanchi, le mani erano ridotte d'una bianchezza e di una fragilità come di cera, ed un brivido di freddo le serpeggiava sempre pel corpo, malgrado le pelliccie ed i -plaids- sotto ai quali si seppelliva, ed i soavi tepori del sole siciliano. Il visconte, attirato dalla sua passione per il giuoco, lasciava quasi sempre sole la moglie e la nipote, e Giulio di Verdara accompagnava anche raramente la contessa. Egli dichiarava di non comprendere nulla alle così dette bellezze dell'arte, quantunque poi gli artisti nell'imbarazzo conoscessero per prova la sua generosità. In tutto egli era così; sotto un sorriso inalterabile, sotto le teorie graziosamente scettiche, nascondeva una grande bontà, e se qualcuno credeva di prenderlo in contradizione, scoprendo qualcuna delle sue buone azioni, egli rispondeva che anche quelle erano delle -blagues- e delle -corvées-. Accanto alla signorina di Charmory i propositi di Ermanno si erano, per via di continue transazioni, fiaccati. Fermo nel proposito di non far nulla che potesse dimostrare alla giovanetta il sentimento destato in lui, egli rimaneva estatico dinanzi alla sua grazia, alla sua delicatezza, alla sua seduzione tutta spirituale, come di creatura estranea al mondo sensibile. Col suo corpo esile, appena accennato sotto le vesti severe, con la sua andatura un poco incerta, come di sonnambula ignara del proprio cammino, ella pareva non aver presa sulla terra. Nella conversazione, non si interessava agli avvenimenti comuni della vita, a quei soggetti futili che formano il repertorio quotidiano dei salotti; la sua parola era scelta e rara. E l'occhio si perdeva continuamente dietro qualche cosa che ella soltanto poteva vedere. Cosa strana, della quale non era possibile accorgersi sulle prime: la signorina di Charmory non fissava mai i proprii sguardi su quelli dei suoi interlocutori. Nel più vivo d'una conversazione, od anche dinanzi ai più pittoreschi paesaggi, come quelli che le si svolgevano dinanzi nelle sue corse per la Conca d'Oro, il suo sguardo assumeva talvolta una fissità più grande; e argomenti di discussione o accidenti di natura, tutto pareva sparisse per lei. Ermanno si saturava del suo fascino sottile e misterioso; ora, la sua risoluzione, sempre più indebolita, si era modificata: egli voleva amare Massimiliana, d'un amore inconfessato, che doveva essere tormento, ma anche delizia indicibile. Nel silenzio della campagna, quando la piccola comitiva degli escursionisti sostava un poco, egli porgeva l'orecchio ai deboli ed incerti rumori prodotti dall'aliare del vento, dalla caduta delle ultime foglie, dal sommesso ronzìo degl'insetti. Nella solitudine, come tutto taceva dentro di lui, egli si chinava ad ascoltare il flebile concerto del germinante amore. Erano delle voci fioche, sussurri indistinti, bisbigli carezzanti; era un nome, sempre lo stesso, ripetuto pianissimo, ma incessantemente, con una eguale intonazione di preghiera, di devozione, di umiltà, di speranza... Allora, dinanzi alla visione d'un avvenire più lieto, tutta la sua antica tristezza si ridestava, e il sentimento era così forte, che egli sentiva come un'amarezza salirgli alla gola. Aveva avuta la tentazione di scrivere dei versi su di ciò, e ideato già un componimento che avrebbe dovuto intitolarsi -Il Calice-; ma non gli era mai accaduto di apprezzare come allora la verità del giudizio che fa dell'arte un esercizio di giuoco, un'attività fittizia incompatibile con l'impeto delle impressioni reali. Così, quando la contessa di Verdara gli ebbe chiesto di scrivere qualche verso nel suo album, egli era stato nel più grande degl'imbarazzi. Farsi pregare gli sembrava un'ostentazione; e da un'altra parte quel componimento che gli frullava per il capo era troppo chiaro: una specie di confessione che tutti avrebbero compresa. Poi, a tutto questo s'aggiungeva, più secreto e più profondo, il sentimento del ridicolo che quello strano poeta trovava nella poesia... Se gli uomini hanno un bisogno di elevazione, se tutto ciò che esce dalla miseria di ogni giorno ha un prezzo ai loro occhi, volentieri essi dileggiano coloro che conseguono le cose rare e che si costituiscono una superiorità di eccezione. Il nome di poeta, suprema ambizione dei cuori sensibili, finisce così per essere sinonimo di stravagante, e l'ammirazione per chi ci procura dei momenti di puro gaudio spirituale si complica d'un certo compatimento beffardo. È una delle infinite contradizioni umane di cui pochi s'accorgono, ma che uno spirito critico come quello di Ermanno doveva avvertire fino alla sofferenza. Poeta, egli aveva quasi vergogna di sentirsi chiamare con questo nome, si sentiva a disagio allo stesso modo che se si fosse trovato un giorno per le vie vestito della bianca tunica dei secoli antichi, con una cetra fra le mani e il capo incoronato d'alloro... Alle cortesi insistenze della contessa, egli aveva finalmente risposto adoperando un piccolo artifizio: finse d'aver voltato dal tedesco di Steiblig--un nome di sua invenzione--quel sonetto del -Calice- che trascrisse nell'album della signora di Verdara firmandolo: Ermanno Raeli, -traduttore-: Versato avea nel calice del cuore La vita ogni amarezza: il corrosivo Pianto, il Rimorso sordo accusatore, La Nostalgia d'un cielo fuggitivo. Ma come in uno strato inferiore A fiocco a fiocco sempre l'adustivo Fecciume scende, e il torbido liquore Riede col tempo al suo nitor nativo, Così del cuore il fiel pesantemente Si raccolse nel fondo inesplorato E ristagnò la calma vitrescente. Or d'uno sguardo la potenza sola I recessi del cuore ha penetrato E il gusto amaro mi ritorna in gola... Malgrado il suo stratagemma, egli temeva sempre che l'allusione fosse afferrata; ma finì col rassicurarsi completamente. Giulio di Verdara gli aveva risparmiate le sue osservazioni, e la contessa pareva tanto caduta nell'inganno, che lo aveva cortesemente rimproverato di non avergli dato dei versi originali. Anche la signorina di Charmory li aveva letti; ma nulla faceva sospettare ch'ella avesse afferrato il vero senso di quelle parole. Il suo spirito sembrava sempre assente dalla circostante realtà; e, quanto ai suoi rapporti con Ermanno Raeli, Massimiliana non cercava nè sfuggiva la sua conversazione; quando s'impegnava, questa non era nè brillante nè varia; non verteva su fatti, ma sopra idee. Nella eleganza mondana d'un salotto alla moda, la giovane straniera metteva ancora un contrasto; la sua grazia pareva austera nella futilità dell'ambiente, ed ella era come un poco isolata da tutti. In questa specie di impenetrabilità, Ermanno aveva finito per fondare un pericoloso sofisma. Se egli era per la signorina di Charmory un indifferente, una conoscenza come tutte le altre, che ragione di temere avrebbe egli avuta?.. Egli non si diceva che quell'indifferenza ora considerata compiacentemente, avrebbe potuto presto o tardi formare nel suo intimo un soggetto di disperazione; che tutti i suoi voti sarebbero stati perchè si dissipasse; egli non voleva pensare all'avvenire; non domandava altro che l'estasi di quei giorni durasse. La voce profonda diceva di troncare sul nascere ogni speranza, di sottrarsi ad ogni lusinga; e talvolta egli si chiudeva per qualche giorno nella sua solitudine, cercava di riprendere le occupazioni di un tempo; ma tutto gli pareva ora inutile e vuoto. Con uno di quei rapidi voltafaccia così naturali in lui, non gli sembrava più possibile di vivere se non nell'intimità di altri esseri; ed era un affetto fraterno che lo aveva legato ai Verdara, come se fra essi gustasse per la prima volta, dopo la morte dei suoi, le gioie serene della famiglia. Ma passare accanto a Massimiliana di Charmory in mezzo alla folla, e non accorgersi di nessuno, non sospettare neanche le altre esistenze; essere tutto all'incanto di una comunione spirituale, col vivo sentimento che essa avrebbe formato il più puro profumo della ricordanza: era una di quelle cose che lo riconciliavano con la vita. Questo, anche meno, gli bastava. Solo, lontano da lei, il ricordarla, il ricostruire tutte le frasi che ella aveva pronunziate, il raffigurarsela in tutti gli atteggiamenti che aveva presi, il chiudere gli occhi e pensare soltanto: «Ella esiste,» lo manteneva in uno stato di beatitudine, di fiducia così salda, che egli si sentiva diventato veramente un altr'uomo. VII. All'occhio d'un osservatore superficiale, nulla trapelava della inclinazione che Ermanno Raeli sentiva ogni giorno più grande per la signorina di Charmory; le persone che il cambiamento operatosi nella sua vita impressionava, avrebbero potuto egualmente sospettare che le sue assiduità fossero rivolte alla contessa di Verdara. E poichè il supremo disinteresse e l'interesse supremo tolgono egualmente l'opportunità della percezione, la contessa si era del tutto illusa sul conto dei sentimenti di Ermanno. Egli è che, malgrado la sua resistenza, ella aveva finito per amarlo... Col suo spirito vivace, critico e polemista--se questa parola vale a definire la speciale qualità che consiste nel non arrendersi mai, nel trovar sempre qualche argomento o qualche partito per rispondere o per ripiegarsi--pronta a cogliere i contrarii aspetti delle cose e dal loro contrasto a farsene un equo concetto, Rosalia di Verdara era naturalmente difesa contro i colpi di testa, gli esaltamenti, le prime impressioni e le esagerazioni di ogni sorta. Se a questo si aggiunga un sentimento vivissimo dei proprii doveri e una sincera gratitudine per la costante fiducia dimostratale dal marito, si comprenderà facilmente come ella non potesse esser tentata dalle seduzioni che si erano un tempo spiegate contro di lei. Poi a tutto questo si era aggiunta una reputazione di scetticismo, di indifferenza, di impermeabilità, che aveva ancor essa contribuito a difenderla. In questa situazione di spirito, la prima impressione destatale da Ermanno era stata una specie di curiosità dinanzi a quella singolare figura di asceta giovane e distinto, di filosofo elegante, di siciliano mezzo tedesco, senza accento nella pronunzia e senza risoluzione nella vita. Quel tipo offriva molti lati alla critica mordace della contessa, ne offriva perfino troppi; ora, quando si trovano nello stesso tempo troppe cose capaci di fare impressione, vi è una grande probabilità perchè nessuna di esse ne faccia. Era quello che accadeva a Rosalia di Verdara. Ermanno Raeli era troppo curioso, usciva troppo dall'ordinario, perchè ella gli applicasse il suo ordinario sistema d'esame e si potrebbe dire di decomposizione. Rimaneva stupita. La serietà di Ermanno spegneva il suo riso; la tristezza che leggeva in lui disturbava la sua serenità. Tutto ciò finiva per contrariarla. Sul principio, aveva potuto sospettare un momento che Ermanno rappresentasse; ma presto aveva riconosciuta tutta l'assurdità di un simile sospetto. Da ogni suo atto, da ogni sua parola, non traspariva forse in lui una grande, un'assoluta sincerità; una sincerità che volentieri si sarebbe chiamata ingenua? Dalla stupefazione alla contrarietà, il sentimento della contessa aveva già fatto un passo, tanto più pericoloso quanto meno apparente. L'avrebbe egli dunque vinta su di lei? Non si sarebbe mai detto! E si era data ad attaccarlo. Aveva già perduta la padronanza di sè. I suoi piccoli attacchi si spuntavano contro la superiorità di Ermanno. Di questa superiorità, Rosalia si accorgeva ogni giorno di più; ella si accorgeva della bontà del cuore, della elevatezza della mente, della nobiltà dei sentimenti di colui che ella considerava come un naturale avversario. Un avversario molto strano, intanto; che la ricercava, che pareva dimenticare in presenza di lei la sua malinconia, che trascurava le sue ordinarie abitudini, che si riconciliava, dal momento che l'aveva conosciuta, con quel mondo dal quale pareva avesse fatto divorzio. Che quella trasformazione fosse opera propria? Ed i versi del -Calice- erano venuti in buon punto a confermarla nella propria lusinga: Or d'uno sguardo la potenza sola I recessi del cuore ha penetrato E il gusto amaro mi ritorna in gola... Ella non aveva creduto un solo momento alla traduzione dallo Steiblig; aveva subito compreso che quella era una confessione personale, di cui aveva riconosciuto in sè stessa l'oggetto. Ed erano dei sorrisi interiori che fiorivano in lei, una compiacenza intima in cui si cullava all'idea di avere addomesticato quel mezzo selvaggio, facendolo ricredere, aggiogandolo al proprio carro come un trofeo di vittoria... Intanto, ella si lasciava andare al piacere di quella intimità, godeva di tutti i vantaggi d'un'amicizia come quella di Ermanno, si abituava al suo modo di pensare; a poco a poco, inavvertitamente, lasciava che si operasse in se stessa quella metamorfosi che aveva ideato di promuovere in lui. La lusinga della contessa era tanto più verosimile, in quanto che, se Ermanno non faceva nulla per dimostrare alla signorina di Charmory ciò ch'egli sentiva, questa si rivelava, nella intimità da cui era legata a Rosalia, sempre più estranea ad ogni interesse mondano. La sua malinconia, la sua riservatezza si erano fatte, a misura che il suo soggiorno in Sicilia si prolungava, più grandi; tanto grandi che i primi allarmi si erano destati nella contessa, col timore che quella crescente freddezza potesse dipendere da un principio di gelosia. Ma portata così ad osservare da vicino l'amica e la famiglia di lei, ella era ben presto arrivata a domandarsi piuttosto se qualche cosa di intimo, di secreto non si nascondesse fra quelle persone, sotto la disinvoltura ammanierata del visconte, la lenta agonia della moglie e la precoce e crescente tristezza di Massimiliana. Durante il suo soggiorno di Parigi, ella non aveva osservato nulla di simile. Certo, Massimiliana non era mai stata molto vivace; rimasta orfana e povera abbastanza tardi per misurare la profondità della propria disgrazia, raccolta da quello zio che credeva d'aver fatto tutto per lei quando l'aveva assicurata contro le difficoltà materiali dell'esistenza in cambio della libertà che la reciproca compagnia delle due donne gli consentiva; diventata in un certo modo infermiera della viscontessa, la cui salute cagionevole era fin da quel tempo alterata dai dispiaceri che il marito col giuoco, il padre con la galanteria, le procuravano, Massimiliana non aveva molti argomenti di gaiezza nel proprio animo e nell'ambiente in cui viveva. Ma dalla serietà di quel tempo, alla tetraggine che ora di tratto in tratto sorprendeva nei suoi lineamenti quasi disfatti, la distanza era molta. Più la contessa studiava quella famiglia, più le sue vaghe apprensioni crescevano. Talvolta, ella avrebbe voluto parlare a suo marito degli stranieri dell'-Hôtel des Palmes-, dirle i suoi sospetti, sentire ciò che egli stesso ne pensava; ma dacchè l'imagine di Ermanno Raeli le stava sempre dinanzi, qualche cosa le faceva morire sul labbro le confidenze che era sul punto di fare al marito. Ella non aveva certamente nulla da rimproverarsi, nè un atto, nè una parola, e non pensava alla possibilità che fra lei ed Ermanno vi fosse altro che quella affinità inconfessata, ma infinitamente dolce nella sua purezza. Ella non aveva amato d'amore il conte Giulio; glie l'avevano dato, ella lo aveva trovato avvenente nella sua figura di giovane militare in ritiro, malgrado alcune ciocche di capelli grigi sulle tempie, che dimostravano però come egli avesse vissuto e gli davano un'altra attrattiva. I loro caratteri allegri sopra un fondo di bontà si erano convenuti; da persone di spirito, non avevano domandato di più. La vita era trascorsa per loro facile e lieta, in una mutua libertà consentita dalla profonda fiducia reciproca. Di quella fiducia, la contessa contava bene di esser sempre degna. La coscienza della sua propria forza, l'esperienza della nobiltà d'animo di Ermanno, per cui l'amicizia era sacra, non le facevano nutrire nessuna preoccupazione per l'avvenire. Ciò che ella domandava, era che il giovane le stesse vicino, che si chiamassero col soave nome di amici, che fossero l'uno per l'altro quella specie di giudice invisibile, di genio tutelare, sempre presente nella coscienza e la tacita approvazione del quale si sollecita in tutti gli atti della vita, nei più importanti come nei più minuti... Le donne sono maestre in questa specie di accomodamenti, che permettono loro di abbandonarsi alle dolcezze del sentimento senza credere di mancare al proprio dovere; ma la contessa Rosalia aveva uno spirito troppo acuto per non sentire, dentro di sè, la sostanziale incompatibilità fra quelle tendenze. Era per questo che ella, malgrado volesse persuadersi di non far nulla di male, aveva perduta l'antica serenità dinanzi al marito, con una soggezione crescente che metteva una freddezza nei suoi rapporti con lui. Da parte di Giulio di Verdara, nulla v'era di mutato nelle sue relazioni con la moglie; ed egli pareva tanto meno essersi accorto dei nuovi sentimenti nati nell'animo di lei, che spesso egli era il primo a parlarle di Ermanno Raeli con quel tono di leggiero -persiflage- sotto al quale soleva nascondere tutti i suoi affetti e tutte le sue opinioni. Fu dunque senza nessuna istigazione da parte della contessa, e quando il pensiero di lei si era già distolto dagli stranieri dell'-Hôtel des Palmes-, che Giulio di Verdara, tornando una sera dal circolo, rivelò a sua moglie una circostanza per cui si risvegliarono in lei gli antichi sospetti. «Che giuoco disperato!» aveva cominciato per esclamare il conte, ancora sotto la impressione di ciò che aveva visto. Nel giro di poche ore, d'Archenval aveva perduta e vinta una fortuna, e si era finalmente alzato dal suo posto con una perdita netta di quaranta mila lire... «Il suo sangue freddo,» soggiungeva Giulio di Verdara, «finisce per far male, specialmente quando si pensa...» Ma si era ad un tratto arrestato, con uno scrupolo di propagare una notizia riguardante l'onore d'un uomo al quale stringeva ogni giorno la mano. La curiosità della contessa si era intanto svegliata, ed allo sguardo interrogativo che aveva rivolto al marito, questi aveva ripreso: «A te, infine, posso dir tutto: il visconte non s'è ancora messo in regola con gli ultimi suoi debiti. Stasera ho sentito qualcuno che già comincia a mormorare...» Rosalia di Verdara ascoltava con attenzione quella confidenza che le dava la conferma delle irregolarità sospettate. Se quelle estremità a cui il visconte si riduceva spiegavano il dolore della signora d'Archenval, in che modo potevano determinare la cupa tristezza di Massimiliana? E perchè il padre della viscontessa non veniva a mettere con l'autorità sua un riparo alla rovina del genero?.. Ella teneva per sè tutte quelle domande: «E non pagherà?..» chiese soltanto al marito, perchè egli continuasse a manifestarle ciò che pensava. «Ma....» riprese il conte, con delle nuove reticenze, «io non so se debbo dirti... Ecco: l'altro ieri mi ha chiesto in prestito, per qualche giorno, una somma... Non ho saputo dir di no. Voleva firmarmi delle cambiali; dice che ha telegrafato a suo suocero. Pare che questo suo suocero invisibile rappresenti una specie di divina provvidenza...» Dopo qualche momento di silenzio, la contessa esclamò: «È una famiglia un poco strana,» riassumendo con quella parola il proprio pensiero. Il conte, che passeggiava per la stanza, soggiunse: «Lo credo anch'io... E forse non arriveremo a spiegarla. D'Archenval ha espresso l'intenzione di lasciar la Sicilia.» Dopo una piccola pausa, si fermò, e guardando sua moglie quasi per studiare l'effetto che le sue parole avrebbero prodotto in lei, continuò: «La partenza di Massimiliana lascerà, come si dice, un vuoto!...» La contessa, che quell'annunzio non lasciava indifferente, rispose: «Oh, certo; io le voglio molto bene, povera Maxette...» Ma il conte non le aveva dato il tempo di finire: «Non parlo di te!..» A quelle parole, che suo marito aveva pronunziate con una intonazione scherzosa, la contessa aveva alzato gli occhi su di lui. Repentinamente, un'inquietudine era sorta in lei; una inquietudine nel primo momento assai vaga, ma crescente con tale rapidità, che finiva per darle la sensazione d'una stretta al cuore. Ciò che ella ora temeva, era d'indovinare l'allusione di Giulio; ma l'ipotesi le era parsa così assurda, così repugnante, che con voce calma, quasi indifferente, ella gli domandò: «Di chi parli dunque?..»--«Ma di Raeli, per bacco!..» Indifferente in apparenza, il conte si era accorto da un pezzo della simpatia di sua moglie per l'amico; ma se da una parte la stima che aveva per Rosalia e dall'altra la fatta scoperta dell'amore di Ermanno per Massimiliana, lo assicuravano contro ogni pericolo, egli metteva ora una specie di piacere un poco cattivo nel togliere alla donna ogni più lontana illusione. Era la prima volta che sua moglie gli aveva dato ragione di sospettare, e l'idea del pericolo lo aveva sul principio turbato un istante. Non aveva mostrato il suo turbamento come non mostrava nessun altro moto dell'animo; ma per una reazione frequente, la sicurezza riacquistata non lo faceva indulgente verso l'oggetto della passata preoccupazione. «Non hai tu visto come guarda Massimiliana?» diceva; «ci vuol poco a capire che si è messo in testa di esserne innamorato! E i tipi di quel genere non si smontano facilmente...» Con una mano afferrata al bracciuolo della poltrona, con l'altra strettamente increspata fino a conficcarsi le unghie nella palma, la contessa faceva degli sforzi su di sè stessa per non gridare al marito: «Taci!.. Tu non sai quel che dici!... È un'assurdità...» ma il conte proseguiva, scherzosamente impassibile: «Quando la vede, gli ridono gli occhi. O perchè avrebbe mutato gusti, genere di vita? Non ti sei accorta di nulla? Ma l'ha perfino scritto sul tuo album... Tutti dicono che finirà per domandarla in moglie...»--«Taci!... Non vedi che mi fai male?...» avrebbe ora voluto gridargli la contessa Rosalia, subitamente ridotta a riconoscere la verosimiglianza di ciò che quello asseriva; ella doveva invece frenarsi, nascondere il tumulto che le si scatenava nell'anima e che le preparava una notte d'angoscia... Era dunque vero? Ella non si era accorta che Ermanno Raeli amava la signorina di Charmory? Fino a che punto si era dunque lasciata prendere, se si era così grossolanamente ingannata? Era vero, sì... ella ricordava ora mille piccoli particolari, mille indizii minuti, il tono con cui Ermanno aveva detto una parola, la vivacità con la quale aveva difesa un'opinione di Massimiliana, l'irrequietezza manifestata quando non l'aveva trovata da lei--da lei che si era creduta l'oggetto di quelle attenzioni... Era vero; ma ella si ostinava a non crederlo, cercava di negare ogni valore a quei sintomi sui quali l'opinione di suo marito si era fondata, di persuadersi che Ermanno era troppo serio, troppo freddo, troppo superiore per innamorarsi così, di punto in bianco... Ed ella non si accorgeva neppure che quell'argomento si ritorceva contro di lei, che era egualmente inverosimile, per la stessa ragione, ch'egli amasse lei. A quella conclusione della fredda logica dinanzi alla quale bisognava che ella sacrificasse il suo sentimento egoistico, ella si acquetava più volentieri, per la specie di consolazione negativa che almeno le procurava: Ermanno non amava lei, ma non amava neppur l'altra; entrambe erano eguali... Allora, l'angoscia della contessa si faceva nuovamente più viva: no, non erano eguali! come avrebbe ella potuto lottare con Massimiliana? Ella era la moglie d'un altro; ella non poteva dargli ciò che non era più suo; amarlo era un delitto! Suo marito era un amico di lui; i più atroci rimorsi avrebbero funestato in entrambi ogni possibile gioia. Invece, Massimiliana...--ma, arrivata ad ammettere che niente avrebbe potuto opporsi alla felicità di quei due, un sordo dispetto le invadeva l'anima: ella non voleva che quella felicità si compisse!... Non era lei la stessa donna che, prima, quando la gelosia non le era entrata nell'anima, aveva rifiutato di pensare che i suoi rapporti con Ermanno avrebbero potuto modificarsi? Non si era ella proposto di combattere la tentazione, di non aver mai nulla da rimproverarsi? Bisognava dunque che la virtù e la colpa non avessero nulla di meritorio o di riprovevole, che fossero il risultato di circostanze felici o disgraziate, se ora, perduta la sicurezza che il cuore di Ermanno fosse suo, ella intravedeva la possibilità di passar sopra ad ogni ostacolo per acquistarlo?... Fuggire dunque con lui, abbandonar la sua casa, fargli tradire l'amico, tradire ella stessa: ecco ciò che avrebbe potuto... Non erano più forti, più allettatrici, più potenti le voluttà che ella poteva dargli, a petto delle ingenuità d'una passione da collegiali, come quella che Massimiliana poteva solo promettergli?... Poi ancora il corso dei suoi pensieri prendeva un'altra piega: ella si domandava che cosa aveva a temere da Massimiliana, così indifferente a tutto, così piena d'uno sconforto che si leggeva negli sguardi sdegnosi di fissarsi su qualcuno o su qualche cosa? Era probabile che ella rispondesse all'amore di Ermanno, il giorno che egli lo avrebbe manifestato? E quell'esistenza enimmatica della sua famiglia, la condotta del visconte, quella partenza improvvisa, non erano altrettante ragioni che dovevano rassicurarla?... Poi ancora ella dubitava di tutto, la sua fiducia svaniva, una specie di delirio s'impadroniva di lei durante quella notte insonne e agitata. Le sue idee si confondevano, le imagini perdevano la loro chiarezza; assopitasi un istante, un terror vago, come fra tenebre minacciose, la risvegliava di scatto... Col nuovo giorno, la sua decisione fu presa: ella stessa avrebbe fatto in modo da apprendere la verità, da strappare ad Ermanno una confessione. Come? Non lo sapeva ancora; sapeva soltanto che quell'incertezza era la morte. VIII. Era già arrivata la novena di Natale, e il tempo si manteneva d'una serenità e d'una mitezza primaverili. Nei giardini d'aranci della Conca d'Oro, tra il verde cupo del fogliame quasi metallico, i frutti cominciavano ad occhieggiar gaiamente; e lungo le vie, attorno alle nicchie delle imagini sacre, se ne vedevano dei festoni, delle ghirlande artisticamente disposti. La melodia lenta e dolce della cornamusa risuonava da tutte le parti, come ripercossa dall'eco, nelle case più umili, nei chiassuoli, lungo le strade, e metteva tutto intorno una festività ridente e composta, diceva le gioie della pace, la poesia del focolare. Fuggendo la baraonda cittadina, con un bisogno di concentrazione nel movimento, Ermanno Raeli se ne andava a cavallo per la campagna, ora slanciandosi al trotto, ora proseguendo al passo secondo l'umore del suo svelto ed elegante animale o le folate dei proprii pensieri. Egli non sapeva quale via tenesse; non vedeva nulla dinanzi a sè, con lo sguardo fisso lontanamente, ad una visione gentile.... Gentile, sì, era il termine che le conveniva. Gentile era la serietà del suo spirito, gentile era l'espressione dei suoi lineamenti, gentile era in ogni suo atto, in ogni sua parola.... Così lontano da lei, con la sola sua imagine spiritualizzata dinanzi, egli si sentiva colmato d'una felicità interiore, d'un gaudio muto ed intraducibile. L'aria odorosa che respirava, il tepido sole che lo riscaldava, il verde e l'azzurro che sorridevano, tutto gli dava un profondo benessere... Da qualche tempo, restando accanto a lei, sfiorando la sua veste, respirando l'impercettibile profumo che emanava dalla sua persona, fissando il movimento delle sue labbra mentre ella parlava, egli si sentiva, suo malgrado, vinto da un indefinibile turbamento. Il profumo carnale del suo guanto, ch'egli aveva una volta raccolto, gli aveva procurato una specie di vertigine, un'ebbrezza così dolorosa, che aveva creduto di svenire... Egli è che per Ermanno Raeli la signorina di Charmory era una pura Idea, armoniosa, impersonale ed intangibile; era lo stesso amore con tutto ciò che esso ha di immacolatamente spirituale. In lei, egli non aveva potuto vedere la donna. Ella passava, come un soffio; si pensa forse ad afferrare qualche cosa d'alato e d'incorporeo?... Un incontro rarissimo delle disposizioni del proprio spirito con le circostanze esteriori, aveva dato a questo sentimento di ideale idolatria una forza straordinaria. Ciò che egli conosceva fin là dell'amore, era l'intollerabile. Dalla prima profanazione fredda e brutale, ma almeno spoglia d'ogni illusione, all'esperienza della menzogna che come un corrosivo aveva profondamente intaccato il suo cuore, e alla febbrile compiacenza nel vizio che aveva finito di amareggiarlo, egli non aveva visto che uno spettacolo di degradazione continua. Uscito da quella miseria, egli s'era fatto estraneo al mondo, attingendo nel disgusto del ricordo e nell'inclinazione alla vita speculativa la forza di resistenza contro ogni nuova tentazione. Ma ciò ch'egli domandava, nell'intimità impenetrabile della propria coscienza, con tutto il fervore della sua contenuta aspirazione, e disperando di raggiungerla mai, era sempre l'indissolubile unione degli spiriti, l'intelligenza e la rispondenza delle anime. Ciò che gli bisognava era di comprendere e di esser compreso da un'altra creatura, di vivere in uno scambio di pensieri, di idee, di sentimenti, tutta la vita più intima dello spirito e del cuore, con la parola e con lo sguardo, in una confidenza assoluta. E subitamente la vista della signorina di Charmory gli aveva rivelato che quella felicità era possibile. Sì, egli lo riconosceva, lo diceva quasi materialmente, a mezze labbra, durante quella passeggiata mattinale, nel cospetto del più clemente cielo: egli amava Massimiliana, perchè ella era come l'aveva sognata; l'aveva amata unicamente fin dal primo momento che l'aveva vista ed ascoltata; intanto che ella aveva parlato, una voce interiore gli aveva detto: -Eccola!-... Quello che avrebbe dovuto fare, sarebbe stato questo: prenderla per mano, e andar via, dritto innanzi, cogli occhi al cielo dal quale ella scendeva... A sua volta, lo amava ella? Formidabile quistione, che egli non poteva risolvere perchè non osava approfondirla. Ella era veramente per lui qualche cosa di misterioso, di sacro: toccare un lembo della sua veste, la punta d'un suo dito, ' ; 1 . 2 . 3 , , 4 , ' 5 ' . 6 - - , 7 ' ; 8 . 9 , , , 10 , ' 11 ' , , 12 , , 13 , 14 15 ' . , 16 , 17 , , 18 . 19 , 20 , , 21 . 22 - - . , , 23 ; ' , 24 . 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