«Cara signora,
«Ella non sa dunque rassegnarsi ancora a credere a quello che ho
fatto? Senta, non ci credo neppur io!... Sono proprio io che scrivo da
questa sala d'albergo, su questa carta intestata? Che cosa son venuto
a far qui?... Giro intorno uno sguardo: non un viso conosciuto, non
una persona con cui scambiare una parola. Fermo a questo tavolo, mi
pare che tutte le cose oscillino in giro, che il suolo si muova sotto
i miei piedi, che la mia testa vacilli; l'impressione precisa che si
prova a bordo di una nave. Dopo lunghe e lunghe ore di viaggio, di
immobilità ambulante, mi pare di essere ancora sospinto non so verso
dove. Ho nella testa un caleidoscopio di paesi e di figure, i nomi di
certe stazioni mi tornano stranamente alla memoria, come nel delirio:
-Oulx-, -Culoz-, e tanto repentino e radicale è il mutamento della mia
vita, che non posso credere che esso dati da qualche giorno soltanto.
«Qualche giorno addietro, dunque, io ero ancora costà, avevo una
sciabola al fianco, andavo a prendere gli ordini del mio colonnello,
venivo a far visita a lei? Che cosa debbo mettere in dubbio, i miei
ricordi del tempo trascorso o le impressioni del presente?... Non è
solo al fianco che io sento la mancanza di qualche cosa; qualche cosa
mi manca ancora qui, dentro il cervello!
«Ho troncata la mia carriera, ho abbandonato il mio paese che potevo
ancora servire, mi sono ridotto in questa terra d'esilio; e tutto ciò
è nulla! È l'aria che mi manca, è la gola che mi si stringe, è il
petto che mi si opprime.... Senta, dopo tutto è una provvidenza che
lei mi abbia scritto, che mi abbia offerta l'occasione di sfogarmi, di
buttar sulla carta una parte di ciò che mi tempesta nel cranio e che
minaccia di farmi ammattire!
«Allora, stia a sentire: bisogna che io le dica tutto, non è vero?
Ebbene, la prima colpa è un po' sua. Perchè si ostinò a farmi
conoscere quella donna? Perchè mise tanto zelo ad interessarmi a lei?
Si diverte dunque a far degli esperimenti in -anima vili-? Lei lo
sapeva bene quel che doveva accadere in me, il bisogno che io aveva di
un poco di cuore, malgrado il cinismo della caserma, malgrado la
facilità degli intrighi di guarnigione, che l'ordine di tramutamento
rompe, come rompe il contratto d'affitto delle camere mobiliate!...
Egli è che questo cinismo è una specie di obbligo; che a fare i
sentimentali si corre il rischio di esser messi in berlina dagli
ufficialetti freschi di spalline! Egli è che vi sono dei sentimenti
che si esprimono come si indossa l'uniforme d'ordinanza, perchè così
va fatto, per non essere consegnati e per non essere canzonati!
«Ebbene, quello che doveva accadere accadde! Io l'amai, quella donna;
l'amai subito che la vidi, l'amavo -prima-! Quando io ricordo i primi
tempi di questo amore muto, inconfessato, forse per ciò stesso più
intenso--no, dico male, più raro--quando io ricordo questi giorni che
non potranno ritornare mai più, è come se tutte le mie vene si
vuotassero.... Sarebbe stato molto meglio che si fossero vuotate
allora davvero!
«Perchè dunque colei mi fece capire che non le ero indifferente?
Perchè, invece di rafforzare la mia paura di offenderla, le sue
parole, i suoi sguardi, i suoi stessi silenzii mi spinsero alla
confessione? E quando io non potei più frenarmi, quando le ebbi fatto
leggere nell'anima mia come in un libro, sa Ella la risposta che mi
diede? «Mio Dio!... esclamò, che cosa ha fatto!» Dunque ella aveva
paura? Dunque mi amava!... Quale altra interpretazione potevano avere
quelle parole?... No, ella non aveva ragione di temere; io non le
domandavo nulla che non volesse accordarmi ella stessa. Che cosa mi
rispose ancora? Che solo così poteva essere amata, come una sorella;
che una fatalità pesava su di lei, che forse un giorno avrei tutto
saputo....
«Perchè quella reticenza? Che cosa poteva essere quella fatalità? Era
libera, era stato suo marito che l'aveva lasciata per la prima venuta:
lo avevo sentito ripetere da tutti. E nessuno dava una colpa a lei, nè
prima nè dopo quell'abbandono; neppure l'ombra d'un sospetto la
sfiorava. Allora? Aveva un amante ad insaputa del mondo? Ma se lo
aveva, perchè accettare la confessione dell'amor mio? perchè non dirmi
alle prime parole che non era libera?... Chi l'obbligava a fingere
quella paura: «Mio Dio, che cosa ha mai fatto?» Perchè non mi aveva
fatto mettere alla porta, o non si era messa a ridermi in faccia?
«Non v'ha di peggio che trovarsi dinanzi all'assurdo e sentire nello
stesso tempo la necessità imperiosa di trovargli una spiegazione.
Quando mancano le induzioni ragionevoli, le più pazze ipotesi si
presentano allo spirito. Dire tutte quelle che io formulavo e che dopo
un attimo respingevo, non è assolutamente possibile. Ma quell'ansioso
farneticamento, quell'assiduo lavorìo dell'imaginazione, se non mi
avanzava di un passo nella scoperta della verità, riusciva però ad
offuscare la figura della persona amata, gettava il dubbio su di lei,
menomava, contaminava l'idolo che io me ne ero formato!
«Questo, da una parte. Dall'altra, vedendola spesso, restando solo con
lei, respirando la sua stessa aria, stringendo la sua mano, il mio
martirio si raffinava; e se aveva voluto mettermi alla prova, qual
prova maggiore potei darle del rispetto timido di cui la circondai?
«Vi è un limite a tutto. Quando io non potei più oltre resistere, che
cosa feci? Le scrissi che non l'avrei più rivista; non avevo il
coraggio di dirglielo a voce. Ella mi richiamò, mi supplicò di
rivederla; -era necessario!...- Mi amava! Era lei che lo scriveva! era
lei che me lo ripeteva, aggiungendo che un giorno mi avrebbe tutto
rivelato.... Che importava tutto il resto? Io non chiesi più nulla; me
le affidai; non sospettavo ancora gli abissi di doppiezza di cui un
cuore di donna è capace!
«Non chiesi più nulla. Avevo sete dei suoi baci, non volevo aver
l'aria di rubarglieli. Vi erano dei momenti in cui la mia ragione
minacciava di smarrirsi; allora ella gemeva: «È una colpa!...» Perchè
colpa? Se mi amava? Se io non avevo altri doveri, e se lei non ne
aveva più? Poteva esser l'idea del dovere astratto, della legge divina
che l'arrestava? Se era così, perchè non lo diceva?
«Un giorno, non so più come, io nominai suo marito. Si turbò tutta,
scongiurandomi di non parlare di lui. Comprendevo bene come il ricordo
di quell'uomo non dovesse riuscirle gradito; però le dissi:
«Fortunatamente egli è lontano...» Ella stette un momento guardando
dinanzi a sè; poi rispose: «È ancora troppo vicino!» E nascose la
faccia tra le mani. La luce d'un lampo traversò il mio spirito. Mi
sentii morire. Nondimeno tacqui.
«Al ballo del generale, qualche sera dopo, come il fascino di lei era
irresistibile, io le mormorai:
«Ebbene.... a quando la rivelazione?...»--«Anche ora! rispose;
bisognerà però avere molto coraggio.»--«È dunque molto triste a
sapere?»--«Anche a dire; credevo che avesse indovinato...» Allora io
sentii come una mano che mi afferrasse alla gola, che mi strozzasse,
che mi facesse schizzar gli occhi dalle orbite. Potei dire ancora:
«Suo marito?» Ella chinò la testa. Poi mi afferrò una mano: «Mi giuri
che non farà nulla, mi giuri che prima mi ascolterà...»
«Io non le rivelo delle cose nuove; sono tanto amiche! Quel marito che
l'aveva oltraggiata ed abbandonata, tornava ora da lei, pentito, ma
non abbastanza da riparare alla luce del giorno i propri torti! Veniva
a trovarla, di quando in quando; non si faceva veder da nessuno in
città, restava nascosto il giorno, passava le notti da lei.... Ah! ah!
non avevo io l'anima sua! «Che importa il resto?» ella mi domandava.
«Il resto non esiste!» rispondeva quest'uomo accomodante! E appena io
andavo via, quell'altro veniva ad esercitare i suoi diritti; faceva,
secondo ogni probabilità, le grasse risate alle mie spalle! E colei,
da economa esperta, dava l'anima a me, il resto all'altro! Io le
schiudevo le gioie del cuore, l'altro... Oh! in nome di Dio, io vorrei
scendere in istrada e fermare i passanti, il primo galantuomo che
passa; io vorrei domandare: Di qual nome è degna costei? Che perfidia
deve annidarsi nel suo petto, di quali transazioni è capace, se avendo
dei pretesi doveri da custodire, allettava me di lusinghe; se
giurandomi di non amare che me, non sapeva rinunziare a quell'altro;
se si ridava a chi l'aveva offesa, se vilipendeva il sentimento sacro
di cui le avevo fatto l'omaggio?... Come aveva mentito, sapientemente,
dal primo all'ultimo giorno! Come aveva dovuto prendersi beffe di
me!... In nome di Dio, perchè non mi aveva detto, se non era libera:
«Andatevene, io non sono per voi?» Perchè quando volli -io- andarmene,
mi trattenne? Perchè non mi disse da principio, subito, la verità; e
mi derise invece con quella -fatalità- assurda, inverosimile, da lei
stessa creata? Come mi accecai così; come caddi in tanto ridicolo?
Guardi, io piango di rabbia!
«Che cosa aspettava, dunque; che cosa sperava? Che una vampa di
desiderio mi avesse un giorno fatto perdere la ragione e che io avessi
preso i resti di quell'altro? Che mi fossi accomodato di questa
divisione amichevole?... Guardi, piango di umiliazione....
«Andiamo, via; ho torto di prendermela così calda. «Perfida come
l'onda» il giudizio è antico; ma sono soltanto gli ammaestramenti
della propria esperienza quelli che ci s'inchiodano nella mente. Ella
mi perdoni queste lunghe ed inutili geremiadi; ma gli ammalati non
provano una soddisfazione lor propria nel parlare del loro male?
«Io non so ancora quel che farò; il presente è incerto e l'avvenire
più tenebroso che mai. Si ricordi di me.»
Come il Darsi ebbe decifrato la firma: -Alessandro Morea-, la signora
Auriti domandò:
--Ebbene, che cosa ne dice?
--Ecco un uomo--esclamò vivacemente il Darsi, credendo di aver trovato
un argomento in suo favore--a cui la passione strappa accenti di una
grande eloquenza! Lei non mi sosterrà, credo, che quest'uomo non sia
sincero, che egli faccia delle frasi, se ha abbandonato il suo paese,
se ha distrutta la sua vita....
--Non è vero che egli ha ragione? Non pare anche a lei che sarebbe
difficile giustificare la parte avversa, e più difficile ancora
ritorcere le accuse contro di lui?... Stia dunque a sentire.
E questa volta, presa un'altra lettera dalla stessa cassetta
dell'armadio, la signora Auriti cominciò a leggere ella stessa:
«Amica mia,
«Partito? per sempre?... Egli è partito, dopo avermi giurato di
attendere dei mesi, degli anni, un'eternità? Di attendere la
confessione di tutta la mia vita, dello strazio dell'anima mia?
Partito, lui, senza ascoltarmi, abbandonandomi vilmente dopo aver
rubata la mia pace, la tranquillità del mio povero cuore che io
custodivo gelosamente, come il supremo dei beni?
«Ah, se potessi credere che non è vero, che sono vittima d'una
dolorosa allucinazione! Vorrei poterlo credere per me, ed anche per
lui, per non disistimare quell'uomo che avevo messo molto in alto, in
cima ai miei pensieri!... Non è possibile, è vero? La realtà è
schiacciante! Non è possibile neppure il pianto: gli occhi sono aridi,
lo sguardo è inebetito....
«Mio Dio, mio Dio! perchè ha egli fatto questo? Che cosa aveva da
rimproverarmi? Dici tu, amica, quali sono i miei torti? Non fui forse
sincera con lui fino all'eroismo? La confessione che gli avevo
promesso non mi avrebbe fatta l'anima a brani? La triste storia non mi
avrebbe bruciato le labbra?... Eppure, avevo deciso di farlo ad ogni
costo, come una espiazione, come un primo sacrifizio a quest'uomo che
mi aveva dischiuso degli arcani dolcissimi, che mi aveva richiamata
alla vita del cuore, mentre mi reputavo morta per essa!
«Quest'uomo che io stimavo tanto diverso dagli altri sulla fede delle
sue nobili parole, dei giudizii che gli altri, tu stessa per la prima,
ne davano, aveva destato in me una grande simpatia; ma se io non ero
padrona del mio sentimento, ero padrona della mia ragione; e può egli
dire di essere stato da me incoraggiato, sia pure con la più innocente
civetteria di cui nessuna donna va esente, a tentar di mutare la
natura dei nostri rapporti? Se egli mi avesse subito fatto comprendere
quali speranze nutriva, io avrei potuto farmi forza, disilluderlo fin
dal principio, non vederlo più; egli invece seppe abilmente aspettare
fino a quando io caddi in una fitta rete, quando la mia simpatia era
diventata amore, amore potente, del quale non potevo più fare a meno,
come non si fa a meno dell'aria che si respira!... E, ciò malgrado,
che cosa gli risposi io? Chiedilo a lui stesso; mi affido alla sua
coscienza, se ne ha una; che cosa gli risposi? Gli diedi forse allora
qualche speranza vaga, lontana? Io gli dissi che non doveva concepirne
nessuna, che non potevo amarlo se non come un amico, come un fratello;
che una fatalità pesava sulla mia vita!
«Una fatalità, la più triste, la più terribile: essere legata,
indissolubilmente, a chi non si ama e non si può amare; esser libera
agli occhi di tutti e sentire tutto il peso del dovere nell'intimo
della coscienza! Tu lo sai, tu che sei stata presente alle mie
dolorose vicende dal momento che fui legata a quell'uomo fino ad oggi,
tu lo sai quel che mi fece soffrire! Ebbene, per ragione di queste
sofferenze medesime, potevo io cacciarlo da me quand'egli era tornato
pentito, umile, supplice, quando a sua volta tradito, invocava il mio
perdono, quando io stessa avevo apprezzate tutte le tristi conseguenze
della mia falsa posizione, i sospetti che la malignità sempre desta
andava gettando su di me?
«Il mio cuore era libero, allora; io non conoscevo ancora -lui-; avevo
creduto che tutto fosse finito per me; non ebbi la forza di respingere
mio marito che veniva in nome del nostro passato, che prometteva di
riparare pubblicamente, alla luce del giorno, tutti i suoi torti, di
smentire per ciò stesso le voci malvagie di cui ero l'oggetto.
Quand'anche l'avessi avuta, questa forza, come resistere a lungo? Non
aveva egli il diritto dalla sua parte? Non era mio marito?... Fu
allora che conobbi -lui-, e puoi tu imaginare un tormento più grande
del mio, spinta com'ero a gettarmi ai piedi dell'uomo amato, e
incatenata intanto a chi avevo giurata la fede? Non erano tanto più
grandi i miei doveri verso costui, quanto più grande era la mia
apparente libertà, quanto più ero sottratta alla sua sorveglianza?...
E non lo ingannavo, intanto? non gli mentivo? non avevo dato l'anima
mia a quell'altro? Avrebbe quell'altro forse voluto che io mi fossi
divisa fra loro due?...
«Io non so; la mia mente si turba, la mia ragione si smarrisce! Quando
io gli dissi che un triste secreto mi pesava sul cuore, che un giorno
lo avrebbe saputo (non volevo, non dovevo confessarmi a lui?) io gli
chiesi se avrebbe avuta la forza di affrontare una posizione
tristissima, di contentarsi di quel che solo gli potevo dare. Che cosa
rispose? «Non sa che forza la sicurezza di essere amato può dare ad un
uomo!» Egli m'ingannava; traeva profitto del mio accecamento, contava
presto o tardi di vincere in un modo o in un altro! Un galantuomo
avrebbe detto: «Questa forza io non l'ho; mi si chiede l'impossibile!»
«Ed ancora, non gli avevo io chiesto di aver fede in me? Non aspettavo
l'occasione propizia da un istante all'altro di dire a mio marito:
Mantenete la vostra promessa, riprendetemi con voi dinanzi a tutti, o
rinunziate per sempre a me? Non ero io quasi sicura ch'egli avrebbe
esitato, nuovamente sedotto com'era da quella donna che lo aveva
ammaliato, non più bisognante di me; che egli mi avrebbe presto
lasciata libera, questa volta davvero, e per sempre?... Giurava di
aver fede in me, -lui-, e mentiva; e quand'era il tempo di provarla,
questa fede, mi abbandonava vilmente; vilmente, lo ripeto ancora, non
mi stancherei di ripeterlo!... Dunque, il martirio che io sopportavo,
i rimorsi di ogni natura che mi laceravano il cuore in tutti i sensi,
la posizione di una donna che è sull'orlo della colpa, i mille
pericoli cui andavo incontro, tutto questo era dunque nulla? Per chi
mi aveva presa egli dunque?...
«Ah, io mi lamento a torto! È forse provvidenziale che sia finita
così! Egli mi avrebbe forse abbandonata dopo avermi avuta, come una
cosa inutile ormai!... Mi ha lasciata prima; anche questa è una specie
di lealtà di cui bisogna tenergli conto!
«Non è men vero per ciò, amica mia, che vi sono delle nature
predilette dalla sventura. Ed io sono del numero. Amami tu, per tutti
gli altri, lascia che io versi nel tuo seno la piena del dolore;
vieni, vieni presto, vieni a soccorrermi.»
La signora Auriti ebbe un piccolo sorriso di trionfo dinanzi al Darsi
che restava un poco interdetto.
--Vede se io avevo ragione? Sente come suona diversa l'altra campana?
Mi parli dell'intesa, della compenetrazione delle anime, adesso!...
--Ebbene!--esclamò il Darsi, che non si voleva arrendere.--Ciò prova
che vi sono nella vita delle situazioni complesse, che ammettono per
ciò stesso diverse soluzioni, tutte fino ad un certo punto legittime.
Ma se queste persone giudicavano così diversamente della loro condotta
di fronte al sentimento che li dominava, ella converrà meco che,
almeno in questo sentimento, essi si accordavano del tutto, gettati
com'erano per esso in preda al più disperato dolore...
--Oh, non lo creda!--interruppe la signora Auriti, con un nuovo
sorriso.--Non lo creda completamente. Certo, la scossa dovette esser
sensibile; ma io penso che la previsione, in ciascuno di essi, del
dolore dell'altro, dovesse essere più forte che non la personale
sensazione dolorosa.
--Come può dirlo?
--Sa che cosa fece la mia amica, il giorno stesso in cui apprese la
rottura? Andò a pranzo in casa di lady Dalty, dalla quale aveva già
ricevuto un invito, dopo aver fatto un'accurata toletta. Per
confessione stessa di lei--badi, io non metto una parola di
mio--fattasi allo specchio, la sua meraviglia fu grande nel rivedersi
la stessa, anzi più bella; il sangue affluito alla testa aveva acceso
il suo volto, fatto come di bragia, coi grandi occhi sfavillanti. Quei
preparativi di festa, i profumi dell'-Ixora- e della -veloutine-, le
infusero quasi un benessere; a poco a poco una strana reazione si
operò in lei; ebbe l'agio di trovare che il suo abito -mauve-,
guernito di trine -écrues- e di -jais-, le stava a pennello...
--Oh!
--Aspetti ad esclamare. Per le vie, ella scambiava graziosi saluti e
sorrisi, si sentiva ammirata da tutta quella folla; le pareva quasi
che con quell'ammirazione le si rendesse giustizia... Esclami, amico
mio; esclami pure; in quel momento ella pensava certo--questa è
l'induzione mia, non me l'ha detto lei--alla disperazione dell'uomo,
allo sconforto mortale a cui doveva essere in preda; e trovava giusto
che egli soffrisse per lei e che lei si distraesse così... Egoismo, e
del più puro! L'uomo invece...
--L'uomo?...
--Telegrafava ad un amico, per avere del danaro; il soggiorno di
Parigi, anche quando ci si va per raccogliere un'eredità (suo fratello
maggiore era stato colpito da paralisi, egli non fece che affrettare
le sue dimissioni) non è una misura di economia. Da Milano a Torino
fece il viaggio coi Marnengo; la signora conserva un gradevole ricordo
dell'amabilità del capitano. Intanto che egli sfoggiava la sua più
squisita galanteria, pensava probabilmente all'ambascia della donna,
al rimorso che doveva divorarla, come la più giusta delle punizioni.
Se gli avessero detto che in quell'ora precisa ella era a pranzo da
lady Dalty, si sarebbe pentito di aver avuta tanta fretta!...
--È disperante!--disse il Darsi, che vedeva l'inutilità dei suoi
tentativi e cercava di lanciare un gran colpo.--Ella dunque crede che
tutto sia finzione? Se io le provassi...
--Mio Dio, vuol dire che non ho saputo ancora spiegarmi. Io dico che
tutto è relativo, che tutto può esser vero e falso al tempo stesso,
secondo il punto di vista. Lei, per esempio, è qui, nel mio salotto, a
sostenere il disinteresse, l'altruismo, il sacrifizio. Questo, non è
vero? è un concetto...
--Del quale io non domando che darle la prova!
--Allora, consideri un poco: non potrebbe anche essere un calcolo?
UNA VOCE.
«La solitudine ed il silenzio mi circondano. Gli uomini fuggono il mio
consorzio. Io sono diventato un oggetto di scherno e di pietà per i
miei simili. Essi non ascoltano le mie parole, il vento dell'oblio le
disperde come il turbine del tempo disperde via, l'uno dopo l'altro, i
giorni irrevocabili....
«La neve antica imbianca i miei rari capelli; fu un tempo che essi
biondeggiavano folti come spiche mature. Le mie messi son fatte, ed
un'altra Falciatrice ha compito dintorno a me l'opera sua. Tutta la
stirpe dei miei è scomparsa; simigliante alla quercia che il novembre
ha spogliato di ogni sua fronda, io resto, rigido tronco torcente le
braccia sotto il cielo impassibile.
«Quanti inverni hanno scavato le rughe della mia fronte? Quante vite
si sono spente dinanzi a me?... Non ne conosco più il numero. Le fila
di mille avvenimenti trascorsi si tessono nella mia memoria; io ho
visto le guerre e le paci, le feste dei potenti e le rivoluzioni dei
deboli, le carestie e le abbondanze, gli esodi e le pestilenze; ho
visto siccidi inverni ed estati piovose, vizii premiati e virtù
neglette; ho visto il cieco avvampare delle passioni, l'accorto
tramare degli interessi, le lacrime unirsi ai sorrisi, gli eroismi
alle viltà; ma ho visto sopra ogni cosa uno spettacolo uniforme,
quotidiano, immancabile: l'eterno spettacolo della morte.
«I miei parenti, l'uomo che mi generò, la donna che mi portò nel suo
grembo, questi esseri che mi dettero la vita, che mi trassero dalla
notte profonda dell'Inesistente, che mi trasfusero il loro sangue, che
mi soffiarono il loro spirito, questi esseri sono spariti, io li ho
visti l'uno dopo l'altro morire. I miei figli, le creature che sono
uscite da me, la mia stessa vita continuata in un'altra compagine di
muscoli e d'ossa, i miei figli sono scomparsi; io li ho visti uno dopo
l'altro morire. Da una parte e dall'altra il filo che mi legava ad
esseri viventi si è rotto; quelli che sorressero i miei primi passi,
quelli ancora i cui primi passi io sorressi, chiusero gli occhi al
sorriso del sole. E intorno a me ogni altra vita si è spenta: i miei
fratelli, compagni della mia fanciullezza; la donna che io elessi fra
tutte, la madre dei miei figli; i miei amici, fratelli del cuore;
tutti, tutti scomparsi.
«Nei giorni remoti della gioventù, tra il primo agitarsi della
attività dello spirito, alzando gli occhi lontano, sulle alture della
maturità; più lontano, più lontano ancora, sulle vette della
vecchiezza, io mi domandavo quali meraviglie si sarebbero offerte
all'avido sguardo, quali infiniti orizzonti mi si sarebbero dischiusi,
che fantastici miraggi avrebbero popolato gli spazii. A quelle alture
lontane io pervenni; più su, alle ultime cime che parevano
inaccessibili la rapida età mi ha innalzato più presto che dal piano
l'occhio inesperto non giudicasse; e appena se sopra tanta altezza il
sole getta i suoi ultimi raggi. Su per l'erta faticosa, che cosa ho
veduto? Io ho veduto i miei compagni cadere. A quando a quando, fra
l'una e l'altra dipartita, un panorama più vasto ma più confuso mi si
è presentato dinanzi: il vento, la pioggia, le nebbie, le nevi hanno
più spesso distratta la mia ammirazione.
«Sull'eccelsa vetta ove son giunto, un freddo polare agghiaccia il mio
sangue, il disco del sole già rasenta l'orizzonte, e l'ombra
livellatrice invade la sottoposta pianura. Se io chino gli sguardi
alla strada percorsa, se aguzzo gli sguardi, io distinguo le tombe di
cui essa è disseminata, le tombe disposte in lunghissime file, come
colonne miliari. Là sotto la terra greve, oppresse, schiacciate,
stanno le forme esanimi nella rigida posa in cui le mirai per l'ultima
volta....
«Voi che passate gonfii di superbe speranze, leggieri d'anni e di
cure, udite; io ho visto i sudori delle agonie imperlare le pallide
fronti; io ho visto le labbra bagnarsi di spume; io ho visto gli
immobili sguardi degli occhi stravolti sotto le ciglia vischiose; io
ho visto le bocche aperte come per l'avida sete dell'aria; io ho visto
le rigide pieghe delle lenzuola ricoprenti i corpi accasciati.... Io
ho passate le lunghe notti delle veglie alla triste luce dei ceri
consunti, io ho udito il cupo martellare sulle bare che si chiudono,
io ho aspirato l'acre odore della terra frescamente rimossa per
ricettar le sue prede....
«Voi avete occhi e non vedete; voi avete orecchi e non udite. Sul
vostro cammino, se voi incontrate un convoglio funerale, voi torcete
lo sguardo; voi non pensate che fra le assi inchiodate un cadavere è
disteso con le braccia raccolte sul petto, voi non pensate che
l'oscurità circonda quegli occhi pur dianzi dischiusi alla luce, che
l'aria manca a quelle labbra pur dianzi aperte al respiro....
«Si muore! Nella tarda età o nella fresca, in alto e nel basso,
l'Impassibile falcia le sue spiche con moto uniforme; e che cosa sono
le diecine degli anni dinanzi all'eternità del sepolcro?
«Si muore! Tutte le gioie e tutti i dolori, le speranze, gli
sconforti, le passioni, i fastidi, tutto finisce nell'ultimo sonno; e
perchè degnare di pensieri e di cure ciò che è condannato a perire?
«Si muore! E sapete voi soltanto ciò che diverrà di voi quando il
vostro cuore avrà cessato di battere, quando il vostro sangue si
aggrumerà nelle vene?...
«La vita è il transitorio, è il contingente; la vita è l'ora che
scocca e che passa, è l'onda che spira alla riva, il lampo che brilla
e si spegne. Voi che vi afferrate ad essa, voi che ne ricercate
avidamente la poca gioia bevendone la tanta amarezza, voi siete nel
falso.--O figli degli uomini, canta il salmista, fino a quando vi
starete col cuore aggravato? E perchè amate la vanità e andate in
cerca della menzogna?
«Non un giorno, non un'ora voi fissate lo sguardo all'avvenire
immancabile, voi meditate il problema del vostro destino. Voi non vi
dite l'unica cosa memorabile: la morte mi aspetta, io sono destinato a
perire, il mio spirito, questo specchio che riflette l'universo, sarà
distrutto.... voi non v'inquietate del minaccioso -poi-; e deridete
chi per voi se ne inquieta....
«Il sonno verace, il sonno rivelatore vi ammonisce talvolta; voi
sentite un freddo guadagnarvi ogni fibra, la spaventosa immobilità
cadaverica impietrarvi le membra, il respiro esalare, la tenebra fosca
avvolgervi tutti.... Voi siete morti, e un lungo, un infinito terrore
preme sui vostri petti; eterno è il buio ed il silenzio.... Non appena
destati, non appena il primo raggio di luce sorrida, la vita vi
riprende, la menzogna torna a sedurvi; l'orgoglio invade le anime già
timide, una sfida superba sale alle labbra già mute....
«Se l'ora dell'angoscia scocca per voi, se l'unghia del dolore vi
lacera le carni; ecco ogni ardire si fiacca, la viltà vostra vi fa
abbassare la fronte e piegare i ginocchi; allora, allora soltanto voi
tendete le mani congiunte ad un cielo prima schivato.... Cessi il
dolore, scomparisca il pericolo, lo scettico o l'indifferente sorriso
errerà nei vostri sguardi.
«O ciechi affidamenti! o folli aberrazioni! Dal primo istante di vita,
voi portate il vostro proprio lutto; fin dalla culla i vostri piedi
stanno sulle soglie della morte. Il tempo v'inghiotte istante per
istante; come le goccie d'acqua della clepsidra i vostri giorni se ne
vanno l'un dopo l'altro; invano tentereste di arrestarne uno solo, voi
potete soltanto contarli--e quando essi saranno tutti trascorsi,
saranno fatti eguali all'attimo alato. Voi chiederete appena: Qual'ora
è?--e la voce dell'Ignoto risponderà: L'Eternità....
«O uomini, o miei fratelli, mettete la vostra mano nella mia. Essa è
scarna e tremante; nondimeno non chiede un appoggio. Io voglio
guidarvi, io voglio farvi mirare uno spettacolo nuovo.
«Nella solitudine nuda, quando nessuna cosa attrae l'occhio sulla
terra, gli sguardi amano errare per le plaghe del cielo. Le nuvole
vagabonde v'intrecciano i loro corsi: ed ecco in quelle forme ed in
quelle colorazioni sono tutte le imagini del mondo. Tal fiocco
leggiero naviga tranquillamente nell'azzurro, come nave cui sieno
propizie le onde; tali plumbei ammassi spumosi sono un mare flagellato
dalla tempesta. All'alba, piccole forme dorate, come alati
messaggieri, dispiegansi alla luce saliente; al tramonto, fosche vampe
si slanciano dall'occidente, si perdono in una caligine densa, come se
l'orbe s'incendiasse. E sono ancora candori abbaglianti, come di campi
nevosi, come di giogaie iperboree; e sono ancora immense fuliggini,
come tediose tele di ragni colossali; e sono ancora monti di porpora e
d'oro, miserabili cenci sdruciti, scaglie opaline di madreperla,
ghirlande di rose, mucchi di sassi. Sorgono dall'ampia cerchia
dell'orizzonte mutevoli forme: linee ondulate di lontane colline,
picchi superbi, rocche munite; aerei ponti si slanciano arditi, lunghi
fiumi serpeggiano, isole e continenti si formano. Non reclinereste voi
la stanca testa su quel morbido, voluttuoso guanciale? Qual pastore
guida quell'armento sterminato? Di che sangue è tinta quell'immensa
spada gocciolante?... Cozzano formidabili Titani, gonfi d'odio e di
livore; s'intrecciano ali leggere che l'amore sospinge.... E tutto
questo è un po' di vapore, un soffio: i monti s'adeguano, le rocche
crollano, le rose si sfrondano, le spade si spezzano; tutto svanisce e
tutto ricomincia.... Simigliante è lo spettacolo della vita; nel mare
dell'essere tutto è soffio, è parvenza....
«Anch'io, anch'io misi un gran prezzo a tutto ciò che vi preme di più,
anch'io amai e odiai, anch'io sognai la potenza e la gloria. Un po'
del mio cuore è rimasto da per tutto lungo la strada, e la mia memoria
è popolata e rumorosa come un alveare.... Dov'è la casa che mi vide
nascere, il tetto che riparò la mia culla, il focolare intorno al
quale il mio spirito cominciava a destarsi, sognando di fantasmi e di
eroi? Distrutta, lontano! Dove sono i fiori che l'amore falciava nella
stagione felice? Appassiti, dispersi.... O lacrime invano versate! O
più vani sorrisi! Che cosa avanza di tante energie? Delle rughe sulla
mia fronte, che in breve spariranno con me....
«Come nel profondo silenzio i suoni più flebili acquistano una
straordinaria intensità: l'aliare di un insetto, il cader d'una
fronda; così all'occhio di chi vede la morte vicina le cose più
trascurate hanno sole un alto valore. Non più gl'interessi che si
chiamano grandi, non più le passioni che si dicono forti hanno
seduzioni per me. Savio era Lemminkainen, l'eroe che, partito ad
espugnar la Pojola, vinto a mezza via dalla noia, dalla paura e dal
dolore, si fabbricò un nero cavallo fatto di fastidii, con una briglia
composta di giorni tristi ed una sella d'angosce, e se ne tornò presso
la madre. La madre è la natura, e sono le sue semplici vicende, il
nascere e il morire del giorno, il germogliare e l'appassire del
verde, le cangianti voci del vento e del mare, le sinfonie delle
colorazioni, l'accendersi e lo sfolgorare degli sguardi astrali che lo
spirito mio ansioso segue.
«Interrogate, o voi cui morde l'enimma, questa infinita natura, sempre
varia ed identica sempre: forse intorno a voi purissime essenze
aleggiano irrequiete, dolenti della vostra trascuranza; forse in ogni
atomo vibra una vita che vuol esser compresa.
«Interrogate, interrogate la storia, chiedete ad ogni religione la sua
filosofia, aspirate ad un olimpo, ad un nirvana, ad un paradiso. Mille
risposte si son date all'enimma, e chi sarà tanto ardito da dire: Io
solo sono nel vero?
«Qualcuno esiste.
«Qualunque sia il nome dato alla sovrana potenza, essa permane,
eternamente immutabile. Microscopici insetti annaspanti sopra un grano
di miglio, noi siamo nella sua piena balìa. Un soffio ci disperde, un
turbine travolge col nostro miriadi di mondi, di su, di giù, per gli
spazii infiniti.... La notte è formidabile; nell'oscurità formicolante
di astri uno sguardo pertinace, inflessibile, sembra pesar su di noi.
«Ma, ignoranti, noi abbiamo una grande scienza; deboli, disponiamo
d'una forza grandissima. Essa è la Preghiera, Che importa la natura e
la forma del Dio, se possiamo intrattenerci con lui, se possiamo
fargli l'olocausto dell'anima?
«La Preghiera è divina: la Parola che s'innalza al trono di Dio
partecipa della sua divinità. Nel cielo di Brahma essa si confonde con
lui.--Io son la regina, canta negli inni del Rik; io porto Mitra,
Indra, Agni, gli dei Asvini e gli altri tutti. Per mezzo degli Dei io
sono presente in tutte le cose e penetro tutte le cose.
«Che cosa sarebbe rinunziare al mondo, mortificarsi, vestire di cenci
cuciti insieme e raccattati nei cimiteri o fra le immondizie, vivere
di elemosine non chieste, soffocare ogni istinto, per amore
dell'eterna salute?... Ebbene, basterà che preghiate. In ginocchio,
pregate! Pregate per voi e pei vostri fratelli, pei morti e pei
nascituri! La preghiera sarà la colonna di vapore e di fuoco che vi
guiderà giorno e notte, sarà il Sinai sul quale la Legge vi verrà
rivelata.... Siate umili, fatevi più piccoli ancora di quel che non
siete; accettate ciò che è, benedite le gioie ed i dolori, soffrite la
vita, adorate la mano che vi accarezza e che vi flagella. E le vostre
inquietudini svaniranno, voi sarete affrancati dai vostri terrori.
Venga ora la morte, essa non avrà virtù di turbarvi; sereni voi vi
chinerete sulla faccia dell'abisso....
«Bestemmiate ancora, ribellatevi se vi credete zimbello d'uno stolto
potere, se stimate che vi fu data una vista illusoria poichè la verità
è stata inescrutabilmente nascosta! La bestemmia è una preghiera al
rovescio, ribellarsi è un modo di credere, l'angelo caduto ha
anch'esso la sua grandezza, e tutto, tutto è preferibile alla
limacciosa indifferenza dove s'impantanano le anime vostre....
«Guai a voi che nessuna cura del futuro non morde! Guai, guai al
secolo che non scruta il problema dei destini! Quando l'ora fatale
sarà scoccata, quando voi sarete per naufragare nel mare
dell'immensità, non sarà il vostro orgoglio, non sarà la vostra
potenza terrena, non saranno i vostri vani piaceri che vi daranno
soccorso! Nel commercio della vita, nel cozzo delle passioni, non
saranno essi che vi additeranno la diritta via!
«Ascoltatemi ancora; io voglio dirvi ciò che orecchio umano non ha
ancora saputo; voglio confessarmi a voi, tutto. Come potrei aspirare
ad essere seguito, se fossi sospettato di non esser sincero?...
Ascoltate: io peccai. Sollecitato da brame violente, assicuratomi
della umana impunità, col tradimento più nero, io armai la mia mano.
Odo ancora i gemiti del caduto, fuggo ancora nella notte tremenda....
Ed era come se le mura, gli alberi, i monti, tutta la terra si
rovesciasse dietro di me, perseguitandomi. La fuga era inutile;
nessuno m'inseguiva, nessuno mi aveva scorto. Io portavo fra gli
uomini la mia fronte alta e serena, la mia mano era ancora stretta
dalle mani leali. Solo io leggevo un'accusa in ogni sguardo, in ogni
parola, in tutte le cose; un'accusa sorda, implacabile.... Non era
un'allucinazione della mente turbata? Tutto procedeva come di
consueto, e nessuno mi rimproverava nulla.
«Internamente, il rimorso mi assiderava; io mi chiedevo tremante; qual
gastigo mi è riserbato? e stavo sempre nell'attesa di mali terribili,
delle più spaventose miserie del corpo e dello spirito.... Il gastigo
non veniva, la vita scorreva egualmente, con le stesse vicende.
«Io mi chiedevo ancora, con più profondo terrore: Sarà forse la morte
che mi colpirà, presto, prima che io abbia compita la mia carriera?...
Ed io l'aspettavo da un momento all'altro; un triste sorriso
m'increspava le labbra quando mi si parlava del domani. E la morte
veniva; ma invece di colpir me, si abbatteva intorno a me, mi isolava
in un cimitero sempre più vasto. Vecchi, giovani e piccoli, tutti se
ne andavano; io solo persistevo, che avrei dovuto pagare pel primo;
persistevo a misurare l'orrore dell'inutile colpa, la malvagità della
speme bugiarda, il precipizio della nostra miseria; persistevo a
misurare la terribilità del gastigo e la giusta sovrana che
l'infliggeva; invocando come una liberazione la morte temuta, ansioso
di entrare finalmente nel Vero....
«Come me, voi tutti siete colpevoli; il giusto pecca sette volte il
giorno; nessuno di voi è senza peccato! Nel profondo della vostra
coscienza, inconfessata a voi stessi, è la storia delle vostre colpe;
e che importa che esse non sieno state materialmente compiute, se esse
sono state -pensate-? Il pensiero è infame.... Come me, voi tutti
avete bisogno di redenzione!...
«Io so la vostra risposta, io so la derisione di cui mi fate oggetto,
per lo smarrimento in cui credete che il rimorso e l'età abbiano
gettato la mia mente.... Siete voi, ciechi, stolti, miserabili, che mi
fate pietà; è per voi, per riscattarvi, che io vorrei dare il poco
sangue che ancora mi resta, che io vorrei salire un calvario e spirar
sulla croce, se dall'alto d'una croce la mia parola fosse ascoltata.
«Nessuno mi ascolta. La solitudine ed il silenzio mi circondano, il
vento dell'oblio disperde le mie parole, come il turbine del tempo
disperde via l'un dopo l'altro i giorni irrevocabili....»
EPILOGO.
Alle cinque della sera, dopo una giornata di lavoro indefesso,
cominciato a tavolino con l'alba, proseguito nelle aule affollate di
San Firenze, ripreso a casa fra il succedersi dei clienti, Carlo
Landini si sentiva vinto da quella specie di stanchezza morbosa
particolare ai lavoratori del pensiero.
L'esercizio prolungato dei muscoli, il consumo fisiologico, sono certo
causa di sensazioni penose; ma basta che lo sforzo si arresti, che
l'organismo sia abbandonato all'inerzia, perchè un profondo benessere,
un sollievo quasi voluttuoso guadagni tutte le fibre. Il lavoro dello
spirito non conosce queste tregue ristoratrici; l'attività cerebrale,
una volta destata, non si può più arrestare; le idee succedono alle
idee, le imagini alle imagini, secondo una legge di associazione
incosciente; e la volontà non è solo impotente a frenare questo
movimento, ma spesso ancora a dirigerlo. Un malessere fisico
ordinariamente ne deriva, come effetto dell'afflusso del sangue al
cervello, ed in questo stato irritante la stessa riparazione del sonno
tarda a venire.
Carlo Landini, con la fronte scottante, la vista intorbidata dalle
lunghe letture dei voluminosi processi accatastati sul grande tavolo
da lavoro, aveva dato ordine che nessuno fosse introdotto per quel
giorno nel suo studio. Se negli anni della sua prima giovinezza si era
parlato di lui come di uno cui l'avvenire arrideva, il fatto si era
lasciato indietro le più liete promesse. A poco meno di quarant'anni,
in una professione dove la concorrenza è grandissima, egli aveva
conseguita la più chiara delle reputazioni, si era fatto un posto
eminente non solo fra i suoi compagni, ma perfino fra i maestri, ed
era talmente affollato di affari, da vedersi spesso costretto a
rifiutarne ed a chiudere l'uscio di casa sua ai troppo numerosi
clienti.
Quel giorno, l'ordine era stato appena impartito, il Landini aveva
appena chiusa l'ultima memoria, che il campanello elettrico risuonò.
--Chi è ancora?--chiedeva egli infastidito, al servo che, aperto
l'uscio, se ne stava lì in mezzo, come cercando le parole.
--Una persona che vuol parlare al signore... che insiste....
--Ho già detto che non sono in casa per nessuno.
--Dice, scusi, che deve consegnare a lei personalmente una lettera
urgente....
L'avvocato Landini passò egli stesso in sala, non cercando di
nascondere la sua contrarietà. Si trovò dinanzi ad uno sconosciuto,
che dall'abito, dall'attitudine umile più che rispettosa, pareva dover
essere un domestico.
--Che cosa volete?
--È lei il signor avvocato Carlo Landini?
--Io in persona.
--Debbo consegnarle questo.
Cavò di tasca una lettera e la porse al Landini. Appena questi ebbe
gettato uno sguardo sulla busta, il fastidio che s'era fino a quel
momento letto sulla sua fisonomia, dette luogo ad una specie di
attenzione concentrata, di preoccupazione mista ad una inquieta
curiosità.
--Sta bene.... grazie....--disse alla persona che aspettava,
congedandola; e passò rapidamente nella sua stanza da studio. Prese
sul tavolo un piccolo tagliacarte a foggia di scimitarra, e come la
luce si andava ritirando, si fece presso la finestra. Stava per aprire
la lettera, quando si arrestò un momento, considerando il carattere
dell'indirizzo, sulla busta moyen-âge, suggellata di ceralacca azzurra
in un angolo.
--Dieci anni!--mormorò, facendo mentalmente il conto del tempo
trascorso dacchè quella persona non gli aveva più scritto.--Dieci
anni!....--e una tristezza gl'invadeva lentamente l'anima, come una
nebbia, mentre sollevava uno sguardo al cielo occidentale, sul cui
fondo rosato si ergeva gloriosamente la cupola di Santa Maria del
Fiore.
Dieci anni, dacchè aveva ricevuta l'ultima lettera di lei; e quei
dieci anni non erano valsi ad abolirne il ricordo, se appena scorto
quel carattere fine, minuto, ma inchiostrato nei pieni e dalla
asteggiatura eguale, lo aveva immediatamente riconosciuto, senza
esitare un istante! Dieci anni--e il sangue gli aveva dato un tuffo,
ora come allora, come quando ogni lettera di lei lo colmava di un
turbamento delizioso!...
Le memorie irrompevano nella mente del Landini, ed egli se ne restava
lì, dinanzi alla finestra con gli sguardi errabondi, tenendo la
lettera in mano, ma senza decidersi ancora ad aprirla... Era stato
tutto un romanzo, un romanzo di passione, di tormenti, di felicità, un
romanzo in fondo al quale non era stata però scritta la parola piena
di soave rammarico o di composta rassegnazione: Fine. Bruscamente,
quella donna a cui lo legavano i vincoli più teneri e più saldi, le
gioie insieme gustate, i pericoli sfidati insieme, lo aveva messo
quasi alla porta, gli aveva ingiunto di non tentar di rivederla, mai
più!
Che cosa era avvenuto? Perchè quella risoluzione incredibile, contro
la quale ogni sua insistenza si era spuntata?... Non aveva potuto
saperlo. A tutte le lettere che egli le aveva scritte, alle umili
lettere di preghiera, alle appassionate lettere d'amore, alle fiere
lettere di minaccia, ella non aveva voluto rispondere. Un momento, era
stato per ismarrire la ragione dinanzi a tanta ostinatezza di repulse.
Il secreto che essi erano riusciti a serbare a costo di mille rischi e
di mille sacrifizii, egli era stato sul punto di andarlo a rivelare a
chi più interessava di conoscerlo; le aveva fatto sapere che se ella
non si fosse piegata a rivederlo, ad ascoltarlo, a dargli una ragione
di quel suo repentino mutamento, sarebbe andato a dir tutto al marito
di lei!... Pazza minaccia, che non era stata seguita da effetto,
grazie al sopravvenire del freddo ragionamento, non già perchè ella si
fosse piegata!... Ed era stato per un caso, molto tempo dopo, quando
ella era scomparsa nella solitudine di una campagna ignorata, che egli
aveva intraveduto il possibile motivo di quella rottura. Poco prima
che questa scoppiasse, un suo amico, quasi un fratello, gli aveva
chiesto uno di quei servigi che solo un fratello può rendere: gli
aveva affidata una donna compromessa per causa propria. Durante tutto
il tempo da costei passato a Firenze, egli si era perciò messo a sua
disposizione; le aveva reso tutti quei piccoli servigi che erano in
suo potere, le aveva fatto meno insopportabile la sua posizione
disgraziata. Ed ecco che una voce si era sparsa a sua insaputa, ed
ecco che tardi, troppo tardi, veniva al suo orecchio quella voce,
secondo la quale quella signora sarebbe stata la sua propria
amante!... Allora, egli si era tutto spiegato: l'invenzione assurda,
malvagia, aveva dovuto arrivare fino all'altra, fino a lei; ella
l'aveva creduta; e la cieca prepotenza dell'amor suo non gli aveva
data una prova preventiva di quel che avrebbe dovuto essere la sua
gelosia?...
Tutta questa storia, nei suoi più minuti particolari, si svolgeva ora
nella memoria del Landini. Girando quella lettera da una mano
all'altra, egli pensava che in quel pezzo di carta doveva essere la
conferma o la smentita di quella sua spiegazione. Però non si decideva
ad aprirla. Un tumulto di sentimenti gli si era scatenato nell'anima,
e con quel l'acutezza di indagine psicologica che metteva nello studio
dei suoi processi, analizzava ora raffinatamente sè stesso.
Perchè il suo cuore batteva dunque così forte? Ah! egli è che di un
amore come quello da lui ricordato, non se ne provano due nella
vita!... Egli aveva amato ancora, aveva cercato attraverso le
rinnovate esperienze qualche scintilla di quella gran fiamma: ma non
l'aveva trovata. Come il duca d'Illiria della Dodicesima Notte di
Shakespeare, egli avrebbe voluto esclamare:
Enough, no more;
'Tis not so sweet now as it was before.
Oh no; non era mai più stato così dolce come prima! Era stata una
passione sovrumana, una vera fusione di anime, il conseguimento del
sogno più idealmente accarezzato! Avevano arrischiato la pace, la
vita, l'onore; ma avevano provata un'esultanza immortale! Come tutto
ciò era potuto finire? E che cosa, dopo dieci anni, quando tanta
cenere si era accumulata sul fuoco, poteva aver spinto quella donna a
rivolgersi ancora a lui!... Si era ella pentita dei suoi sospetti? Un
caso fortuito, come era accaduto a lui stesso, glie ne aveva rivelata
tutta l'odiosa ingiustizia? O cercava ella, ora soltanto, di avere una
spiegazione?...
Il Landini si perdeva in ipotesi. Egli aveva un mezzo sicuro di
decifrare l'enimma: aprire la lettera, e leggerla; ma, in quella
sovraeccitazione cerebrale a cui era in preda, trovava una specie di
strana voluttà a prolungare la tormentosa incertezza, a tentar di
esaurire coll'imaginazione tutti i partiti possibili. Poi, un nuovo
sentimento cominciava ora ad impedirgli sordamente di porre ad effetto
la semplicissima risoluzione: una specie di secreta, di inconfessata
paura... Era egli tanto sicuro di sè da poter sentire impunemente
tutto ciò che ella gli avrebbe detto? Era ben sicuro che il fuoco di
quell'amore fosse tutto ridotto in cenere? Non temeva egli che alle
parole della donna, alla evocazione di un passato che formava
l'orgoglio della sua vita, il fuoco divampasse nuovamente, come al
soffio vivificatore dell'ossigeno?... Egli non era più giovane, gli
anni erano passati anche per lei; ma, non avendola più incontrata,
egli non sapeva imaginarla altrimenti che quale l'aveva lasciata.
Rivedendo quella gentile figura, ricordandone tutta la seduzione,
tutto il fortissimo incanto, la sua paura cresceva: sarebbe bastata
una sola parola perchè egli avesse tutto dimenticato: la serietà della
sua vita presente, i doveri della sua posizione, i mille pericoli di
un tardo ricominciamento...
Un piccolo rumore lo richiamò alla presente realtà: il servo,
insospettito dal lungo silenzio intanto che l'ora del desinare era
trascorsa, gironzava nella stanza attigua. La sera era già discesa,
soavissima. Ora sarebbe stato impossibile di leggere la lettera senza
fare accendere un lume. E traendo profitto da questo nuovo pretesto di
ritardo, il Landini si era tolto dalla finestra, e rovesciatosi sopra
un divano, aveva ripreso a fantasticare.
Quel fenomeno costante pel quale, se qualcosa ci sta a cuore, noi
troviamo subito mille ragioni che ce ne dimostrano la convenienza, si
ripeteva in lui. Tutto alla evocazione di quel passato, egli trovava
ora dei motivi che lo spingevano sempre più per quella via.
Dall'ammettere che la donna avesse potuto essere tratta in inganno, al
giustificare la condotta di lei, non v'era che un passo. Dal
giustificarla, ad accusare sè stesso, il passaggio era meno facile;
nondimeno egli lo compì. Trovava di non avere insistito abbastanza,--a
quel tempo--per ottenere una spiegazione; di aver commessa una vera
colpa non avendo cercato di lei, quando il motivo di quella rottura
gli era stato fatto intravedere. Allora sarebbe stato dover suo
giustificarsi, smentire la voce bugiarda, far rifulgere la propria
innocenza.
Il dover suo era di non abbandonare quella donna, -suo malgrado-! Chi
gli diceva, infatti, che il tradimento di cui ella si era creduta
vittima, non l'avesse spinta a rappresaglie; che, per colpa di lui,
ella non si fosse interamente perduta?... Una specie di rimorso
sorgeva allora nell'animo del Landini, un rimorso che era, in fondo,
una forma di egoismo: poichè il rimprovero di averla potuta far cadere
in braccio ad altri si risolveva nel rammarico di non averla più per
sè.... E una grande tenerezza lo vinceva, a poco a poco, pensando a
tutto quello che era stato fra di loro, a quel romanzo bruscamente
troncato e non finito, così, senza ragione, per quelle assurdità di
cui la vita è tanto feconda... Però, in quella lettera improvvisamente
pervenutagli, quando egli si era già rassegnato all'assurdo, era la
parola che avrebbe tutto spiegato. Egli riconosceva a questo tratto
l'indole fiera, appassionata, di quella donna di cui si era fatto un
tipo ideale. Si era creduta offesa, e nulla era valso a piegarla; ora,
dopo l'espiazione di tanti anni, ora soltanto, ella veniva ancora a
lui!... Che cosa gli avrebbe detto? Come avrebbe ridestata la memoria
di quel passato? Quali dolci, quali armoniose, quali poetiche parole
avrebbe adoperate per ricordare tanta dolcezza, tanta armonia, tanta
poesia?... Alla luce improvvisa della lampada che il servo reggeva
affacciandosi all'uscio, il Landini si accorse che era già notte
fatta.
--Si sente male, signore?...--chiedeva timidamente la persona di
servizio.
--No, no; lasciate qui il lume....
--Il signore non desina dunque quest'oggi?
--Fate apparecchiare... mi avvertirete...
E appena rimasto solo, avvicinatosi alla lampada, egli dischiuse
accuratamente la busta, con mano un poco tremante. Ne cavò una carta
ricoperta sulle quattro facciate da una fitta scrittura, e un
foglietto dello stesso gusto della busta. Il Landini vi cercò
l'intestazione; non ve n'era. La lettera diceva così:
«Voi sarete molto sorpreso di ricevere la presente, e vi troverete
certamente costretto di correre alla firma per conoscerne la
provenienza!... Il tempo ha le ali, e col tempo la forma della nostra
scrittura si modifica, da rendersi irriconoscibile! Il nostro modo
stesso di pensare si trasforma; ed è per questo che io sono stata, e
sono ancora in forse di scrivervi, supponendo che ciò possa non farvi
il piacere di una volta!
«Vorrete quindi perdonarmi se, facendo appello alla vostra amicizia,
che suppongo inalterata, vengo ad importunarvi per chiedervi se posso
firmare l'acclusa transazione, desiderando conoscere a quali
conseguenze andrei incontro per tale atto. In una questione
d'interessi che si trattano fra parenti conviventi nella stessa casa,
non potendo dimostrarmi diffidente a viso aperto, io che non m'intendo
di affari, non ho voluto impegnarmi prima d'aver sentito il parere di
una persona su cui si può contare.
«Accettate, non è vero? Domani mi farete avere una risposta? Sarei
venuta personalmente, se non avessi temuto di disturbarvi ancora di
più che con la presente. Il passato non ci è sempre gradito; lo
comprendo anch'io! La vita ha le sue esigenze; ed io non sono così
ingenua o così presuntuosa, da supporre che in questi dieci anni voi
abbiate potuto pensare a quello che fummo. So, del resto, che vi siete
divertito; e chissà quante altre imagini si saranno sovrapposte a
quella che io ho temuto di ripresentarvi dinanzi! Guardate: divento
indiscreta!! Perdonatemi anche questo e vogliate credermi a ogni modo,
con rinnovate scuse ed anticipati ringraziamenti, cordialmente vostra:
Anna Solari.--Fiesole, lunedì.» . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il servo stava di nuovo sull'uscio, interdetto, chiedendosi se il suo
padrone non fosse ammattito, perchè all'annunzio che la zuppa era in
tavola, lo aveva guardato con occhi stralunati, come uno cascato dalle
nuvole.
--È in tavola?... Va bene, va bene....
Sul punto di passare di là, Carlo Landini si stropicciava gli occhi.
Credeva di aver sognato, tanto quella lettera era incredibile, tanto
egli era rimasto male! Che grossolana illusione era stata la sua!...
Gli anni erano davvero passati, se quella donna era così mutata, se
scriveva di quelle lettere, se domandava una consultazione legale,---a
lui!---se profanava il ricordo del loro amore con quella freddezza
studiata, con quel tono di filosofica rassegnazione, con quelle
allusioni indiscrete... E non un accenno alla enimmatica rottura che
lo aveva mortalmente ferito; non una spiegazione--nè data, nè
chiesta!... E diceva di temere che egli non avrebbe riconosciuto il
carattere di lei, mentre, appena scorta la lettera, gli era mancato il
respiro! E diceva di sapere che egli si era divertito, mentre
quell'imagine gli era stata sempre inchiodata nel cuore, come un
rimpianto, come un rimorso, come l'aspirazione di tutta la sua
vita!... Ma, dunque, era realmente mutata quella donna, o era stata
sempre ad un modo e soltanto la sua fantasia di innamorato ne aveva
fatto un ideale?...
Carlo Landini scrollò le spalle, sedendo a tavola. Il suo romanzo era
finito, definitivamente; e quella lettera ne rappresentava l'epilogo
prosaico e volgare.
--Un romanziere non avrebbe nessun partito da trarne!--si diceva egli
mentalmente, e non pensava che i romanzi veri, i romanzi fatti nella
vita e non ideati per amore dell'arte, finiscono quasi sempre così.
L'ORGOGLIO E LA PIETÀ.
Dall'uscio spalancato della stanza, l'occhio dominava la ripida caduta
della costa e si perdeva nell'infinito del cielo e del mare. I tre
commensali, seduti attorno alla tavola mezzo sparecchiata, tacevano,
assorti in una profonda contemplazione, e leggermente inebriati, più
che dal vino di fuoco che un raggio di sole accendeva nei bicchieri,
dalla vista grandiosa, dalla intensa e quasi ipnotica fissazione del
perduto orizzonte. La pace era profonda: non una voce, non un
movimento; le barche dalle alte vele latine parevano immobili, nella
distanza.
Fritz Eisenstein, l'ospite, si scosse dal suo torpore, e passando una
mano nella selva della sua capigliatura, esclamò:
--Sapete che noi dovremmo vederci più spesso? Non sarebbe un ideale
ridurci qui, tutti e tre, lontani dal chiasso, vivendo nel mondo dello
spirito, nella pura astrazione?... Noi ricorderemmo la nostra vita
passata, e nulla sarebbe più interessante del viaggio di esplorazione
che ciascuno di noi farebbe nella coscienza dell'altro....
«
,
1
2
«
3
?
,
!
.
.
.
4
'
,
?
5
?
.
.
.
:
,
6
.
,
7
,
8
,
;
'
9
.
,
10
,
11
.
,
12
,
:
13
-
-
,
-
-
,
14
,
.
15
16
«
,
,
,
17
,
,
18
?
,
19
?
.
.
.
20
;
21
,
!
22
23
«
,
24
,
'
;
25
!
'
,
,
26
.
.
.
.
,
27
,
'
,
28
29
!
30
31
«
,
:
,
?
32
,
'
.
33
?
?
34
-
-
?
35
,
36
,
,
37
,
'
38
,
'
!
.
.
.
39
;
40
41
!
42
'
'
,
43
,
!
44
45
«
,
!
'
,
;
46
'
,
'
-
-
!
47
,
,
48
-
-
,
,
-
-
49
,
50
.
.
.
.
51
!
52
53
«
?
54
,
,
55
,
,
56
?
,
57
'
,
58
?
«
!
.
.
.
,
!
»
59
?
!
.
.
.
60
?
.
.
.
,
;
61
.
62
?
,
;
63
,
64
.
.
.
.
65
66
«
?
?
67
,
'
:
68
.
,
69
'
;
'
'
70
.
?
?
71
,
'
?
72
?
.
.
.
'
73
:
«
,
?
»
74
,
?
75
76
«
'
'
77
.
78
,
79
.
80
,
.
'
81
,
'
'
,
82
,
83
,
,
84
,
'
!
85
86
«
,
.
'
,
,
87
,
,
,
88
;
,
89
?
90
91
«
.
,
92
?
'
;
93
.
,
94
;
-
!
.
.
.
-
!
!
95
,
96
.
.
.
.
?
;
97
;
98
!
99
100
«
.
,
101
'
.
102
;
:
«
!
.
.
.
»
103
?
?
,
104
?
'
,
105
'
?
,
?
106
107
«
,
,
.
,
108
.
109
'
;
:
110
«
.
.
.
»
111
;
:
«
!
»
112
.
'
.
113
.
.
114
115
«
,
,
116
,
:
117
118
«
.
.
.
.
?
.
.
.
»
-
-
«
!
;
119
.
»
-
-
«
120
?
»
-
-
«
;
.
.
.
»
121
,
,
122
.
:
123
«
?
»
.
:
«
124
,
.
.
.
»
125
126
«
;
!
127
'
,
,
,
128
!
129
,
;
130
,
,
.
.
.
.
!
!
131
'
!
«
?
»
.
132
«
!
»
'
!
133
,
'
;
,
134
,
!
,
135
,
'
,
'
!
136
,
'
.
.
.
!
,
137
,
138
;
:
?
139
,
,
140
,
;
141
,
'
;
142
'
,
143
'
?
.
.
.
,
,
144
'
!
145
!
.
.
.
,
,
:
146
«
,
?
»
-
-
,
147
?
,
,
;
148
-
-
,
,
149
?
;
?
150
,
!
151
152
«
,
;
?
153
154
'
?
155
?
.
.
.
,
.
.
.
.
156
157
«
,
;
.
«
158
'
»
;
159
'
.
160
;
161
?
162
163
«
;
'
164
.
.
»
165
166
:
-
-
,
167
:
168
169
-
-
,
?
170
171
-
-
-
-
,
172
-
-
173
!
,
,
'
174
,
,
,
175
.
.
.
.
176
177
-
-
?
178
,
179
?
.
.
.
.
180
181
,
'
182
'
,
:
183
184
«
,
185
186
«
?
?
.
.
.
,
187
,
,
'
?
188
,
'
?
189
,
,
,
190
,
191
,
?
192
193
«
,
,
'
194
!
,
195
,
'
,
196
!
.
.
.
,
?
197
!
:
,
198
.
.
.
.
199
200
«
,
!
?
201
?
,
,
?
202
'
?
203
'
?
204
?
.
.
.
,
205
,
,
'
206
,
207
,
!
208
209
«
'
210
,
,
,
211
,
;
212
,
;
213
,
214
,
215
?
216
,
,
217
,
;
218
,
219
,
,
,
220
'
!
.
.
.
,
,
221
?
;
222
,
;
?
223
,
?
224
,
,
;
225
!
226
227
«
,
,
:
,
228
,
;
229
'
230
!
,
231
'
,
232
!
,
233
,
'
234
,
,
,
,
235
,
236
,
237
?
238
239
«
,
;
-
-
;
240
;
241
,
242
,
,
,
243
'
.
244
'
'
,
,
?
245
?
?
.
.
.
246
-
-
,
247
,
'
'
,
248
?
249
,
250
,
?
.
.
.
251
,
?
?
'
252
'
?
'
253
?
.
.
.
254
255
«
;
,
!
256
,
257
(
,
?
)
258
259
,
.
260
?
«
261
!
»
'
;
,
262
!
263
:
«
'
;
'
!
»
264
265
«
,
?
266
'
'
:
267
,
,
268
?
'
269
,
'
270
,
;
271
,
,
?
.
.
.
272
,
-
-
,
;
'
,
273
,
;
,
,
274
!
.
.
.
,
,
275
,
276
'
,
277
,
?
278
?
.
.
.
279
280
«
,
!
281
!
,
282
!
.
.
.
;
283
!
284
285
«
,
,
286
.
.
,
287
,
;
288
,
,
.
»
289
290
291
.
292
293
-
-
?
'
?
294
'
,
,
!
.
.
.
295
296
-
-
!
-
-
,
.
-
-
297
,
298
,
.
299
300
,
,
301
,
,
302
'
.
.
.
303
304
-
-
,
!
-
-
,
305
.
-
-
.
,
306
;
,
,
307
'
,
308
.
309
310
-
-
?
311
312
-
-
,
313
?
,
314
,
'
.
315
-
-
,
316
-
-
,
317
,
;
318
,
,
.
319
,
'
-
-
-
-
,
320
;
321
;
'
-
-
,
322
-
-
-
-
,
.
.
.
323
324
-
-
!
325
326
-
-
.
,
327
,
;
328
'
.
.
.
,
329
;
;
-
-
330
'
,
'
-
-
'
,
331
;
332
.
.
.
,
333
!
'
.
.
.
334
335
-
-
'
?
.
.
.
336
337
-
-
,
;
338
,
'
(
339
,
340
)
.
341
;
342
'
.
343
,
'
,
344
,
.
345
'
346
,
!
.
.
.
347
348
-
-
!
-
-
,
'
349
.
-
-
350
?
.
.
.
351
352
-
-
,
.
353
,
,
354
.
,
,
,
,
355
,
'
,
.
,
356
?
.
.
.
357
358
-
-
!
359
360
-
-
,
:
?
361
362
363
364
365
.
366
367
368
«
.
369
.
370
.
,
'
371
,
'
'
,
372
.
.
.
.
373
374
«
;
375
.
,
376
'
'
.
377
;
378
,
,
379
.
380
381
«
?
382
?
.
.
.
.
383
;
384
,
385
,
,
;
386
,
387
;
,
'
388
,
,
389
;
,
390
,
:
'
.
391
392
«
,
'
,
393
,
,
394
'
,
,
395
,
,
396
'
'
.
,
397
,
'
398
'
,
;
399
'
.
'
400
;
,
401
,
402
.
:
403
,
;
404
,
;
,
;
405
,
.
406
407
«
,
408
,
,
409
;
,
,
410
,
411
'
,
,
412
.
413
;
,
414
415
'
;
416
.
'
,
417
?
.
,
418
'
'
,
419
:
,
,
,
420
.
421
422
«
'
,
423
,
'
,
'
424
.
425
,
,
426
,
,
427
.
,
,
,
428
'
429
.
.
.
.
430
431
«
,
'
432
,
;
433
;
;
434
;
435
'
'
;
436
.
.
.
.
437
438
,
,
439
'
440
.
.
.
.
441
442
«
;
.
443
,
,
444
;
445
,
446
'
,
447
'
.
.
.
.
448
449
«
!
,
,
450
'
;
451
'
?
452
453
«
!
,
,
454
,
,
,
'
;
455
?
456
457
«
!
458
,
459
?
.
.
.
460
461
«
,
;
'
462
,
'
,
463
.
,
464
,
465
.
-
-
,
,
466
?
467
?
468
469
«
,
'
'
470
,
.
471
'
:
,
472
,
,
'
,
473
.
.
.
.
'
-
-
;
474
.
.
.
.
475
476
«
,
;
477
,
478
,
,
479
.
.
.
.
,
,
480
;
.
.
.
.
481
,
,
482
,
;
'
483
,
.
.
.
.
484
485
«
'
'
,
'
486
;
,
487
;
,
488
.
.
.
.
489
,
,
'
490
.
491
492
«
!
!
,
493
;
494
.
'
495
;
'
496
'
'
;
,
497
-
-
,
498
'
.
:
'
499
?
-
-
'
:
'
.
.
.
.
500
501
«
,
,
.
502
;
.
503
,
.
504
505
«
,
'
506
,
.
507
'
:
508
.
509
'
,
510
;
511
.
'
,
,
512
,
;
,
513
'
,
,
514
'
'
.
,
515
,
;
,
516
;
517
'
,
,
,
518
,
.
'
519
'
:
,
520
,
;
,
521
,
.
522
,
?
523
'
?
'
524
?
.
.
.
,
'
525
;
'
'
.
.
.
.
526
'
,
:
'
,
527
,
,
;
528
.
.
.
.
;
529
'
,
.
.
.
.
530
531
«
'
,
'
,
532
'
,
'
.
'
533
,
534
.
.
.
.
'
535
,
,
536
,
537
?
,
!
'
538
?
,
.
.
.
.
!
539
!
?
540
,
.
.
.
.
541
542
«
543
:
'
,
'
544
;
'
545
.
'
546
,
547
.
,
'
,
548
,
,
549
,
,
550
'
,
551
.
,
,
552
,
'
553
,
,
554
,
'
555
.
556
557
«
,
'
,
,
558
:
559
,
;
560
.
561
562
«
,
,
563
,
,
,
.
564
'
,
:
565
?
566
567
«
.
568
569
«
,
,
570
.
571
,
.
,
572
,
,
,
573
.
.
.
.
;
'
574
,
,
.
575
576
«
,
,
;
,
577
'
.
,
578
,
,
579
'
'
?
580
581
«
:
'
582
.
583
.
-
-
,
;
,
584
,
,
.
585
.
586
587
«
,
,
588
,
589
,
,
590
'
?
.
.
.
,
.
,
591
!
,
592
!
593
,
594
.
.
.
.
,
595
;
,
,
596
,
.
597
,
.
598
,
;
599
'
.
.
.
.
600
601
«
,
'
602
,
603
!
604
,
,
'
605
'
,
,
606
'
.
.
.
.
607
608
«
!
,
609
!
'
610
,
611
'
,
,
612
,
613
!
,
,
614
!
615
616
«
;
617
;
,
.
618
,
?
.
.
.
619
:
.
,
620
,
,
.
621
,
.
.
.
.
622
,
,
,
623
,
.
;
624
'
,
.
625
,
626
.
'
,
627
,
;
'
,
.
.
.
.
628
'
?
629
,
.
630
631
«
,
;
;
632
?
'
,
633
.
.
.
.
634
,
,
.
635
636
«
,
:
637
,
,
?
.
.
.
638
'
'
;
639
'
.
640
;
,
,
641
.
,
,
642
;
,
;
643
'
'
,
644
,
;
645
646
'
;
,
647
.
.
.
.
648
649
«
,
;
650
;
!
651
,
,
;
652
,
653
-
-
?
.
.
.
.
,
654
!
.
.
.
655
656
«
,
,
657
'
658
.
.
.
.
,
,
,
,
659
;
,
,
660
,
661
,
'
'
.
662
663
«
.
,
664
'
,
665
'
'
.
.
.
.
»
666
667
668
669
670
.
671
672
673
,
,
674
'
,
675
,
,
676
677
.
678
679
'
,
,
680
;
,
681
'
'
,
,
682
.
683
;
'
,
684
,
;
685
,
,
686
;
687
,
.
688
,
'
689
,
690
.
691
692
,
,
693
694
,
695
.
696
'
,
697
.
'
,
698
,
699
,
700
,
,
701
,
702
'
703
.
704
705
,
'
,
706
'
,
.
707
708
-
-
?
-
-
,
,
709
'
,
,
.
710
711
-
-
.
.
.
.
.
.
.
712
713
-
-
.
714
715
-
-
,
,
716
.
.
.
.
717
718
'
,
719
.
,
720
'
,
'
,
721
.
722
723
-
-
?
724
725
-
-
?
726
727
-
-
.
728
729
-
-
.
730
731
.
732
,
'
733
,
734
,
735
.
736
737
-
-
.
.
.
.
.
.
.
.
-
-
,
738
;
.
739
,
740
,
.
741
,
,
742
'
,
-
,
743
.
744
745
-
-
!
-
-
,
746
.
-
-
747
!
.
.
.
.
-
-
'
'
,
748
,
,
749
750
.
751
752
,
'
;
753
,
754
,
,
755
,
,
756
!
-
-
,
757
,
758
!
.
.
.
759
760
,
761
,
,
762
,
.
.
.
763
,
,
,
,
764
765
:
.
,
766
,
767
,
,
768
,
,
769
!
770
771
?
,
772
?
.
.
.
773
.
,
774
,
'
,
775
,
.
,
776
.
777
778
,
779
;
780
,
,
781
,
782
!
.
.
.
,
,
783
,
784
!
.
.
.
,
,
785
,
786
.
787
,
,
,
788
:
789
.
790
,
791
;
792
,
793
.
,
794
,
,
,
795
796
!
.
.
.
,
:
'
,
797
,
'
,
;
798
'
;
'
799
800
?
.
.
.
801
802
,
,
803
.
804
'
,
805
.
806
.
'
,
807
'
808
,
.
809
810
?
!
811
,
812
!
.
.
.
,
813
:
814
'
.
'
815
,
:
816
817
,
;
818
'
.
819
820
;
!
821
,
,
822
!
,
823
,
'
;
'
!
824
?
,
,
825
,
826
!
.
.
.
?
827
,
,
828
'
?
,
,
829
?
.
.
.
830
831
.
832
'
:
,
;
,
833
,
834
,
835
'
.
,
836
837
:
,
838
.
.
.
839
?
840
'
?
841
,
842
'
,
,
843
'
?
.
.
.
,
844
;
,
,
845
'
.
846
,
,
847
,
:
848
:
849
,
,
850
.
.
.
851
852
:
,
853
'
854
,
.
,
855
.
856
.
857
,
,
858
,
.
859
860
,
,
861
,
862
.
,
863
.
864
865
'
,
866
,
'
.
867
,
,
;
868
.
,
-
-
869
-
-
;
870
,
871
.
872
,
,
873
.
874
875
,
-
-
!
876
,
,
877
,
'
;
,
,
878
?
.
.
.
879
'
,
,
,
880
:
881
882
.
.
.
.
,
,
883
,
884
,
,
,
885
.
.
.
,
886
,
'
,
887
.
888
'
,
,
889
.
,
;
,
890
'
,
,
891
!
.
.
.
?
892
?
,
,
893
,
,
894
?
.
.
.
895
'
,
896
.
897
898
-
-
,
?
.
.
.
-
-
899
.
900
901
-
-
,
;
.
.
.
.
902
903
-
-
'
?
904
905
-
-
.
.
.
.
.
.
906
907
,
,
908
,
.
909
,
910
.
911
'
;
'
.
:
912
913
«
,
914
915
!
.
.
.
,
916
,
!
917
;
,
918
,
919
!
920
921
«
,
,
922
,
923
'
,
924
.
925
'
,
926
,
'
927
,
'
928
.
929
930
«
,
?
?
931
,
932
.
;
933
'
!
;
934
,
935
.
,
,
936
;
937
!
:
938
!
!
,
939
,
:
940
.
-
-
,
.
»
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
941
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
942
943
'
,
,
944
,
'
945
,
,
946
.
947
948
-
-
?
.
.
.
,
.
.
.
.
949
950
,
.
951
,
,
952
!
!
.
.
.
953
,
,
954
,
,
-
-
-
955
!
-
-
-
956
,
,
957
.
.
.
958
;
-
-
,
959
!
.
.
.
960
,
,
,
961
!
,
962
'
,
963
,
,
'
964
!
.
.
.
,
,
,
965
966
?
.
.
.
967
968
,
.
969
,
;
'
970
.
971
972
-
-
!
-
-
973
,
,
974
'
,
.
975
976
977
978
979
'
.
980
981
982
'
,
'
983
'
.
984
,
,
,
985
,
,
986
,
987
,
988
.
:
,
989
;
,
990
.
991
992
,
'
,
,
993
,
:
994
995
-
-
?
996
,
,
,
997
,
?
.
.
.
998
,
999
'
.
.
.
.
1000