«Cara signora, «Ella non sa dunque rassegnarsi ancora a credere a quello che ho fatto? Senta, non ci credo neppur io!... Sono proprio io che scrivo da questa sala d'albergo, su questa carta intestata? Che cosa son venuto a far qui?... Giro intorno uno sguardo: non un viso conosciuto, non una persona con cui scambiare una parola. Fermo a questo tavolo, mi pare che tutte le cose oscillino in giro, che il suolo si muova sotto i miei piedi, che la mia testa vacilli; l'impressione precisa che si prova a bordo di una nave. Dopo lunghe e lunghe ore di viaggio, di immobilità ambulante, mi pare di essere ancora sospinto non so verso dove. Ho nella testa un caleidoscopio di paesi e di figure, i nomi di certe stazioni mi tornano stranamente alla memoria, come nel delirio: -Oulx-, -Culoz-, e tanto repentino e radicale è il mutamento della mia vita, che non posso credere che esso dati da qualche giorno soltanto. «Qualche giorno addietro, dunque, io ero ancora costà, avevo una sciabola al fianco, andavo a prendere gli ordini del mio colonnello, venivo a far visita a lei? Che cosa debbo mettere in dubbio, i miei ricordi del tempo trascorso o le impressioni del presente?... Non è solo al fianco che io sento la mancanza di qualche cosa; qualche cosa mi manca ancora qui, dentro il cervello! «Ho troncata la mia carriera, ho abbandonato il mio paese che potevo ancora servire, mi sono ridotto in questa terra d'esilio; e tutto ciò è nulla! È l'aria che mi manca, è la gola che mi si stringe, è il petto che mi si opprime.... Senta, dopo tutto è una provvidenza che lei mi abbia scritto, che mi abbia offerta l'occasione di sfogarmi, di buttar sulla carta una parte di ciò che mi tempesta nel cranio e che minaccia di farmi ammattire! «Allora, stia a sentire: bisogna che io le dica tutto, non è vero? Ebbene, la prima colpa è un po' sua. Perchè si ostinò a farmi conoscere quella donna? Perchè mise tanto zelo ad interessarmi a lei? Si diverte dunque a far degli esperimenti in -anima vili-? Lei lo sapeva bene quel che doveva accadere in me, il bisogno che io aveva di un poco di cuore, malgrado il cinismo della caserma, malgrado la facilità degli intrighi di guarnigione, che l'ordine di tramutamento rompe, come rompe il contratto d'affitto delle camere mobiliate!... Egli è che questo cinismo è una specie di obbligo; che a fare i sentimentali si corre il rischio di esser messi in berlina dagli ufficialetti freschi di spalline! Egli è che vi sono dei sentimenti che si esprimono come si indossa l'uniforme d'ordinanza, perchè così va fatto, per non essere consegnati e per non essere canzonati! «Ebbene, quello che doveva accadere accadde! Io l'amai, quella donna; l'amai subito che la vidi, l'amavo -prima-! Quando io ricordo i primi tempi di questo amore muto, inconfessato, forse per ciò stesso più intenso--no, dico male, più raro--quando io ricordo questi giorni che non potranno ritornare mai più, è come se tutte le mie vene si vuotassero.... Sarebbe stato molto meglio che si fossero vuotate allora davvero! «Perchè dunque colei mi fece capire che non le ero indifferente? Perchè, invece di rafforzare la mia paura di offenderla, le sue parole, i suoi sguardi, i suoi stessi silenzii mi spinsero alla confessione? E quando io non potei più frenarmi, quando le ebbi fatto leggere nell'anima mia come in un libro, sa Ella la risposta che mi diede? «Mio Dio!... esclamò, che cosa ha fatto!» Dunque ella aveva paura? Dunque mi amava!... Quale altra interpretazione potevano avere quelle parole?... No, ella non aveva ragione di temere; io non le domandavo nulla che non volesse accordarmi ella stessa. Che cosa mi rispose ancora? Che solo così poteva essere amata, come una sorella; che una fatalità pesava su di lei, che forse un giorno avrei tutto saputo.... «Perchè quella reticenza? Che cosa poteva essere quella fatalità? Era libera, era stato suo marito che l'aveva lasciata per la prima venuta: lo avevo sentito ripetere da tutti. E nessuno dava una colpa a lei, nè prima nè dopo quell'abbandono; neppure l'ombra d'un sospetto la sfiorava. Allora? Aveva un amante ad insaputa del mondo? Ma se lo aveva, perchè accettare la confessione dell'amor mio? perchè non dirmi alle prime parole che non era libera?... Chi l'obbligava a fingere quella paura: «Mio Dio, che cosa ha mai fatto?» Perchè non mi aveva fatto mettere alla porta, o non si era messa a ridermi in faccia? «Non v'ha di peggio che trovarsi dinanzi all'assurdo e sentire nello stesso tempo la necessità imperiosa di trovargli una spiegazione. Quando mancano le induzioni ragionevoli, le più pazze ipotesi si presentano allo spirito. Dire tutte quelle che io formulavo e che dopo un attimo respingevo, non è assolutamente possibile. Ma quell'ansioso farneticamento, quell'assiduo lavorìo dell'imaginazione, se non mi avanzava di un passo nella scoperta della verità, riusciva però ad offuscare la figura della persona amata, gettava il dubbio su di lei, menomava, contaminava l'idolo che io me ne ero formato! «Questo, da una parte. Dall'altra, vedendola spesso, restando solo con lei, respirando la sua stessa aria, stringendo la sua mano, il mio martirio si raffinava; e se aveva voluto mettermi alla prova, qual prova maggiore potei darle del rispetto timido di cui la circondai? «Vi è un limite a tutto. Quando io non potei più oltre resistere, che cosa feci? Le scrissi che non l'avrei più rivista; non avevo il coraggio di dirglielo a voce. Ella mi richiamò, mi supplicò di rivederla; -era necessario!...- Mi amava! Era lei che lo scriveva! era lei che me lo ripeteva, aggiungendo che un giorno mi avrebbe tutto rivelato.... Che importava tutto il resto? Io non chiesi più nulla; me le affidai; non sospettavo ancora gli abissi di doppiezza di cui un cuore di donna è capace! «Non chiesi più nulla. Avevo sete dei suoi baci, non volevo aver l'aria di rubarglieli. Vi erano dei momenti in cui la mia ragione minacciava di smarrirsi; allora ella gemeva: «È una colpa!...» Perchè colpa? Se mi amava? Se io non avevo altri doveri, e se lei non ne aveva più? Poteva esser l'idea del dovere astratto, della legge divina che l'arrestava? Se era così, perchè non lo diceva? «Un giorno, non so più come, io nominai suo marito. Si turbò tutta, scongiurandomi di non parlare di lui. Comprendevo bene come il ricordo di quell'uomo non dovesse riuscirle gradito; però le dissi: «Fortunatamente egli è lontano...» Ella stette un momento guardando dinanzi a sè; poi rispose: «È ancora troppo vicino!» E nascose la faccia tra le mani. La luce d'un lampo traversò il mio spirito. Mi sentii morire. Nondimeno tacqui. «Al ballo del generale, qualche sera dopo, come il fascino di lei era irresistibile, io le mormorai: «Ebbene.... a quando la rivelazione?...»--«Anche ora! rispose; bisognerà però avere molto coraggio.»--«È dunque molto triste a sapere?»--«Anche a dire; credevo che avesse indovinato...» Allora io sentii come una mano che mi afferrasse alla gola, che mi strozzasse, che mi facesse schizzar gli occhi dalle orbite. Potei dire ancora: «Suo marito?» Ella chinò la testa. Poi mi afferrò una mano: «Mi giuri che non farà nulla, mi giuri che prima mi ascolterà...» «Io non le rivelo delle cose nuove; sono tanto amiche! Quel marito che l'aveva oltraggiata ed abbandonata, tornava ora da lei, pentito, ma non abbastanza da riparare alla luce del giorno i propri torti! Veniva a trovarla, di quando in quando; non si faceva veder da nessuno in città, restava nascosto il giorno, passava le notti da lei.... Ah! ah! non avevo io l'anima sua! «Che importa il resto?» ella mi domandava. «Il resto non esiste!» rispondeva quest'uomo accomodante! E appena io andavo via, quell'altro veniva ad esercitare i suoi diritti; faceva, secondo ogni probabilità, le grasse risate alle mie spalle! E colei, da economa esperta, dava l'anima a me, il resto all'altro! Io le schiudevo le gioie del cuore, l'altro... Oh! in nome di Dio, io vorrei scendere in istrada e fermare i passanti, il primo galantuomo che passa; io vorrei domandare: Di qual nome è degna costei? Che perfidia deve annidarsi nel suo petto, di quali transazioni è capace, se avendo dei pretesi doveri da custodire, allettava me di lusinghe; se giurandomi di non amare che me, non sapeva rinunziare a quell'altro; se si ridava a chi l'aveva offesa, se vilipendeva il sentimento sacro di cui le avevo fatto l'omaggio?... Come aveva mentito, sapientemente, dal primo all'ultimo giorno! Come aveva dovuto prendersi beffe di me!... In nome di Dio, perchè non mi aveva detto, se non era libera: «Andatevene, io non sono per voi?» Perchè quando volli -io- andarmene, mi trattenne? Perchè non mi disse da principio, subito, la verità; e mi derise invece con quella -fatalità- assurda, inverosimile, da lei stessa creata? Come mi accecai così; come caddi in tanto ridicolo? Guardi, io piango di rabbia! «Che cosa aspettava, dunque; che cosa sperava? Che una vampa di desiderio mi avesse un giorno fatto perdere la ragione e che io avessi preso i resti di quell'altro? Che mi fossi accomodato di questa divisione amichevole?... Guardi, piango di umiliazione.... «Andiamo, via; ho torto di prendermela così calda. «Perfida come l'onda» il giudizio è antico; ma sono soltanto gli ammaestramenti della propria esperienza quelli che ci s'inchiodano nella mente. Ella mi perdoni queste lunghe ed inutili geremiadi; ma gli ammalati non provano una soddisfazione lor propria nel parlare del loro male? «Io non so ancora quel che farò; il presente è incerto e l'avvenire più tenebroso che mai. Si ricordi di me.» Come il Darsi ebbe decifrato la firma: -Alessandro Morea-, la signora Auriti domandò: --Ebbene, che cosa ne dice? --Ecco un uomo--esclamò vivacemente il Darsi, credendo di aver trovato un argomento in suo favore--a cui la passione strappa accenti di una grande eloquenza! Lei non mi sosterrà, credo, che quest'uomo non sia sincero, che egli faccia delle frasi, se ha abbandonato il suo paese, se ha distrutta la sua vita.... --Non è vero che egli ha ragione? Non pare anche a lei che sarebbe difficile giustificare la parte avversa, e più difficile ancora ritorcere le accuse contro di lui?... Stia dunque a sentire. E questa volta, presa un'altra lettera dalla stessa cassetta dell'armadio, la signora Auriti cominciò a leggere ella stessa: «Amica mia, «Partito? per sempre?... Egli è partito, dopo avermi giurato di attendere dei mesi, degli anni, un'eternità? Di attendere la confessione di tutta la mia vita, dello strazio dell'anima mia? Partito, lui, senza ascoltarmi, abbandonandomi vilmente dopo aver rubata la mia pace, la tranquillità del mio povero cuore che io custodivo gelosamente, come il supremo dei beni? «Ah, se potessi credere che non è vero, che sono vittima d'una dolorosa allucinazione! Vorrei poterlo credere per me, ed anche per lui, per non disistimare quell'uomo che avevo messo molto in alto, in cima ai miei pensieri!... Non è possibile, è vero? La realtà è schiacciante! Non è possibile neppure il pianto: gli occhi sono aridi, lo sguardo è inebetito.... «Mio Dio, mio Dio! perchè ha egli fatto questo? Che cosa aveva da rimproverarmi? Dici tu, amica, quali sono i miei torti? Non fui forse sincera con lui fino all'eroismo? La confessione che gli avevo promesso non mi avrebbe fatta l'anima a brani? La triste storia non mi avrebbe bruciato le labbra?... Eppure, avevo deciso di farlo ad ogni costo, come una espiazione, come un primo sacrifizio a quest'uomo che mi aveva dischiuso degli arcani dolcissimi, che mi aveva richiamata alla vita del cuore, mentre mi reputavo morta per essa! «Quest'uomo che io stimavo tanto diverso dagli altri sulla fede delle sue nobili parole, dei giudizii che gli altri, tu stessa per la prima, ne davano, aveva destato in me una grande simpatia; ma se io non ero padrona del mio sentimento, ero padrona della mia ragione; e può egli dire di essere stato da me incoraggiato, sia pure con la più innocente civetteria di cui nessuna donna va esente, a tentar di mutare la natura dei nostri rapporti? Se egli mi avesse subito fatto comprendere quali speranze nutriva, io avrei potuto farmi forza, disilluderlo fin dal principio, non vederlo più; egli invece seppe abilmente aspettare fino a quando io caddi in una fitta rete, quando la mia simpatia era diventata amore, amore potente, del quale non potevo più fare a meno, come non si fa a meno dell'aria che si respira!... E, ciò malgrado, che cosa gli risposi io? Chiedilo a lui stesso; mi affido alla sua coscienza, se ne ha una; che cosa gli risposi? Gli diedi forse allora qualche speranza vaga, lontana? Io gli dissi che non doveva concepirne nessuna, che non potevo amarlo se non come un amico, come un fratello; che una fatalità pesava sulla mia vita! «Una fatalità, la più triste, la più terribile: essere legata, indissolubilmente, a chi non si ama e non si può amare; esser libera agli occhi di tutti e sentire tutto il peso del dovere nell'intimo della coscienza! Tu lo sai, tu che sei stata presente alle mie dolorose vicende dal momento che fui legata a quell'uomo fino ad oggi, tu lo sai quel che mi fece soffrire! Ebbene, per ragione di queste sofferenze medesime, potevo io cacciarlo da me quand'egli era tornato pentito, umile, supplice, quando a sua volta tradito, invocava il mio perdono, quando io stessa avevo apprezzate tutte le tristi conseguenze della mia falsa posizione, i sospetti che la malignità sempre desta andava gettando su di me? «Il mio cuore era libero, allora; io non conoscevo ancora -lui-; avevo creduto che tutto fosse finito per me; non ebbi la forza di respingere mio marito che veniva in nome del nostro passato, che prometteva di riparare pubblicamente, alla luce del giorno, tutti i suoi torti, di smentire per ciò stesso le voci malvagie di cui ero l'oggetto. Quand'anche l'avessi avuta, questa forza, come resistere a lungo? Non aveva egli il diritto dalla sua parte? Non era mio marito?... Fu allora che conobbi -lui-, e puoi tu imaginare un tormento più grande del mio, spinta com'ero a gettarmi ai piedi dell'uomo amato, e incatenata intanto a chi avevo giurata la fede? Non erano tanto più grandi i miei doveri verso costui, quanto più grande era la mia apparente libertà, quanto più ero sottratta alla sua sorveglianza?... E non lo ingannavo, intanto? non gli mentivo? non avevo dato l'anima mia a quell'altro? Avrebbe quell'altro forse voluto che io mi fossi divisa fra loro due?... «Io non so; la mia mente si turba, la mia ragione si smarrisce! Quando io gli dissi che un triste secreto mi pesava sul cuore, che un giorno lo avrebbe saputo (non volevo, non dovevo confessarmi a lui?) io gli chiesi se avrebbe avuta la forza di affrontare una posizione tristissima, di contentarsi di quel che solo gli potevo dare. Che cosa rispose? «Non sa che forza la sicurezza di essere amato può dare ad un uomo!» Egli m'ingannava; traeva profitto del mio accecamento, contava presto o tardi di vincere in un modo o in un altro! Un galantuomo avrebbe detto: «Questa forza io non l'ho; mi si chiede l'impossibile!» «Ed ancora, non gli avevo io chiesto di aver fede in me? Non aspettavo l'occasione propizia da un istante all'altro di dire a mio marito: Mantenete la vostra promessa, riprendetemi con voi dinanzi a tutti, o rinunziate per sempre a me? Non ero io quasi sicura ch'egli avrebbe esitato, nuovamente sedotto com'era da quella donna che lo aveva ammaliato, non più bisognante di me; che egli mi avrebbe presto lasciata libera, questa volta davvero, e per sempre?... Giurava di aver fede in me, -lui-, e mentiva; e quand'era il tempo di provarla, questa fede, mi abbandonava vilmente; vilmente, lo ripeto ancora, non mi stancherei di ripeterlo!... Dunque, il martirio che io sopportavo, i rimorsi di ogni natura che mi laceravano il cuore in tutti i sensi, la posizione di una donna che è sull'orlo della colpa, i mille pericoli cui andavo incontro, tutto questo era dunque nulla? Per chi mi aveva presa egli dunque?... «Ah, io mi lamento a torto! È forse provvidenziale che sia finita così! Egli mi avrebbe forse abbandonata dopo avermi avuta, come una cosa inutile ormai!... Mi ha lasciata prima; anche questa è una specie di lealtà di cui bisogna tenergli conto! «Non è men vero per ciò, amica mia, che vi sono delle nature predilette dalla sventura. Ed io sono del numero. Amami tu, per tutti gli altri, lascia che io versi nel tuo seno la piena del dolore; vieni, vieni presto, vieni a soccorrermi.» La signora Auriti ebbe un piccolo sorriso di trionfo dinanzi al Darsi che restava un poco interdetto. --Vede se io avevo ragione? Sente come suona diversa l'altra campana? Mi parli dell'intesa, della compenetrazione delle anime, adesso!... --Ebbene!--esclamò il Darsi, che non si voleva arrendere.--Ciò prova che vi sono nella vita delle situazioni complesse, che ammettono per ciò stesso diverse soluzioni, tutte fino ad un certo punto legittime. Ma se queste persone giudicavano così diversamente della loro condotta di fronte al sentimento che li dominava, ella converrà meco che, almeno in questo sentimento, essi si accordavano del tutto, gettati com'erano per esso in preda al più disperato dolore... --Oh, non lo creda!--interruppe la signora Auriti, con un nuovo sorriso.--Non lo creda completamente. Certo, la scossa dovette esser sensibile; ma io penso che la previsione, in ciascuno di essi, del dolore dell'altro, dovesse essere più forte che non la personale sensazione dolorosa. --Come può dirlo? --Sa che cosa fece la mia amica, il giorno stesso in cui apprese la rottura? Andò a pranzo in casa di lady Dalty, dalla quale aveva già ricevuto un invito, dopo aver fatto un'accurata toletta. Per confessione stessa di lei--badi, io non metto una parola di mio--fattasi allo specchio, la sua meraviglia fu grande nel rivedersi la stessa, anzi più bella; il sangue affluito alla testa aveva acceso il suo volto, fatto come di bragia, coi grandi occhi sfavillanti. Quei preparativi di festa, i profumi dell'-Ixora- e della -veloutine-, le infusero quasi un benessere; a poco a poco una strana reazione si operò in lei; ebbe l'agio di trovare che il suo abito -mauve-, guernito di trine -écrues- e di -jais-, le stava a pennello... --Oh! --Aspetti ad esclamare. Per le vie, ella scambiava graziosi saluti e sorrisi, si sentiva ammirata da tutta quella folla; le pareva quasi che con quell'ammirazione le si rendesse giustizia... Esclami, amico mio; esclami pure; in quel momento ella pensava certo--questa è l'induzione mia, non me l'ha detto lei--alla disperazione dell'uomo, allo sconforto mortale a cui doveva essere in preda; e trovava giusto che egli soffrisse per lei e che lei si distraesse così... Egoismo, e del più puro! L'uomo invece... --L'uomo?... --Telegrafava ad un amico, per avere del danaro; il soggiorno di Parigi, anche quando ci si va per raccogliere un'eredità (suo fratello maggiore era stato colpito da paralisi, egli non fece che affrettare le sue dimissioni) non è una misura di economia. Da Milano a Torino fece il viaggio coi Marnengo; la signora conserva un gradevole ricordo dell'amabilità del capitano. Intanto che egli sfoggiava la sua più squisita galanteria, pensava probabilmente all'ambascia della donna, al rimorso che doveva divorarla, come la più giusta delle punizioni. Se gli avessero detto che in quell'ora precisa ella era a pranzo da lady Dalty, si sarebbe pentito di aver avuta tanta fretta!... --È disperante!--disse il Darsi, che vedeva l'inutilità dei suoi tentativi e cercava di lanciare un gran colpo.--Ella dunque crede che tutto sia finzione? Se io le provassi... --Mio Dio, vuol dire che non ho saputo ancora spiegarmi. Io dico che tutto è relativo, che tutto può esser vero e falso al tempo stesso, secondo il punto di vista. Lei, per esempio, è qui, nel mio salotto, a sostenere il disinteresse, l'altruismo, il sacrifizio. Questo, non è vero? è un concetto... --Del quale io non domando che darle la prova! --Allora, consideri un poco: non potrebbe anche essere un calcolo? UNA VOCE. «La solitudine ed il silenzio mi circondano. Gli uomini fuggono il mio consorzio. Io sono diventato un oggetto di scherno e di pietà per i miei simili. Essi non ascoltano le mie parole, il vento dell'oblio le disperde come il turbine del tempo disperde via, l'uno dopo l'altro, i giorni irrevocabili.... «La neve antica imbianca i miei rari capelli; fu un tempo che essi biondeggiavano folti come spiche mature. Le mie messi son fatte, ed un'altra Falciatrice ha compito dintorno a me l'opera sua. Tutta la stirpe dei miei è scomparsa; simigliante alla quercia che il novembre ha spogliato di ogni sua fronda, io resto, rigido tronco torcente le braccia sotto il cielo impassibile. «Quanti inverni hanno scavato le rughe della mia fronte? Quante vite si sono spente dinanzi a me?... Non ne conosco più il numero. Le fila di mille avvenimenti trascorsi si tessono nella mia memoria; io ho visto le guerre e le paci, le feste dei potenti e le rivoluzioni dei deboli, le carestie e le abbondanze, gli esodi e le pestilenze; ho visto siccidi inverni ed estati piovose, vizii premiati e virtù neglette; ho visto il cieco avvampare delle passioni, l'accorto tramare degli interessi, le lacrime unirsi ai sorrisi, gli eroismi alle viltà; ma ho visto sopra ogni cosa uno spettacolo uniforme, quotidiano, immancabile: l'eterno spettacolo della morte. «I miei parenti, l'uomo che mi generò, la donna che mi portò nel suo grembo, questi esseri che mi dettero la vita, che mi trassero dalla notte profonda dell'Inesistente, che mi trasfusero il loro sangue, che mi soffiarono il loro spirito, questi esseri sono spariti, io li ho visti l'uno dopo l'altro morire. I miei figli, le creature che sono uscite da me, la mia stessa vita continuata in un'altra compagine di muscoli e d'ossa, i miei figli sono scomparsi; io li ho visti uno dopo l'altro morire. Da una parte e dall'altra il filo che mi legava ad esseri viventi si è rotto; quelli che sorressero i miei primi passi, quelli ancora i cui primi passi io sorressi, chiusero gli occhi al sorriso del sole. E intorno a me ogni altra vita si è spenta: i miei fratelli, compagni della mia fanciullezza; la donna che io elessi fra tutte, la madre dei miei figli; i miei amici, fratelli del cuore; tutti, tutti scomparsi. «Nei giorni remoti della gioventù, tra il primo agitarsi della attività dello spirito, alzando gli occhi lontano, sulle alture della maturità; più lontano, più lontano ancora, sulle vette della vecchiezza, io mi domandavo quali meraviglie si sarebbero offerte all'avido sguardo, quali infiniti orizzonti mi si sarebbero dischiusi, che fantastici miraggi avrebbero popolato gli spazii. A quelle alture lontane io pervenni; più su, alle ultime cime che parevano inaccessibili la rapida età mi ha innalzato più presto che dal piano l'occhio inesperto non giudicasse; e appena se sopra tanta altezza il sole getta i suoi ultimi raggi. Su per l'erta faticosa, che cosa ho veduto? Io ho veduto i miei compagni cadere. A quando a quando, fra l'una e l'altra dipartita, un panorama più vasto ma più confuso mi si è presentato dinanzi: il vento, la pioggia, le nebbie, le nevi hanno più spesso distratta la mia ammirazione. «Sull'eccelsa vetta ove son giunto, un freddo polare agghiaccia il mio sangue, il disco del sole già rasenta l'orizzonte, e l'ombra livellatrice invade la sottoposta pianura. Se io chino gli sguardi alla strada percorsa, se aguzzo gli sguardi, io distinguo le tombe di cui essa è disseminata, le tombe disposte in lunghissime file, come colonne miliari. Là sotto la terra greve, oppresse, schiacciate, stanno le forme esanimi nella rigida posa in cui le mirai per l'ultima volta.... «Voi che passate gonfii di superbe speranze, leggieri d'anni e di cure, udite; io ho visto i sudori delle agonie imperlare le pallide fronti; io ho visto le labbra bagnarsi di spume; io ho visto gli immobili sguardi degli occhi stravolti sotto le ciglia vischiose; io ho visto le bocche aperte come per l'avida sete dell'aria; io ho visto le rigide pieghe delle lenzuola ricoprenti i corpi accasciati.... Io ho passate le lunghe notti delle veglie alla triste luce dei ceri consunti, io ho udito il cupo martellare sulle bare che si chiudono, io ho aspirato l'acre odore della terra frescamente rimossa per ricettar le sue prede.... «Voi avete occhi e non vedete; voi avete orecchi e non udite. Sul vostro cammino, se voi incontrate un convoglio funerale, voi torcete lo sguardo; voi non pensate che fra le assi inchiodate un cadavere è disteso con le braccia raccolte sul petto, voi non pensate che l'oscurità circonda quegli occhi pur dianzi dischiusi alla luce, che l'aria manca a quelle labbra pur dianzi aperte al respiro.... «Si muore! Nella tarda età o nella fresca, in alto e nel basso, l'Impassibile falcia le sue spiche con moto uniforme; e che cosa sono le diecine degli anni dinanzi all'eternità del sepolcro? «Si muore! Tutte le gioie e tutti i dolori, le speranze, gli sconforti, le passioni, i fastidi, tutto finisce nell'ultimo sonno; e perchè degnare di pensieri e di cure ciò che è condannato a perire? «Si muore! E sapete voi soltanto ciò che diverrà di voi quando il vostro cuore avrà cessato di battere, quando il vostro sangue si aggrumerà nelle vene?... «La vita è il transitorio, è il contingente; la vita è l'ora che scocca e che passa, è l'onda che spira alla riva, il lampo che brilla e si spegne. Voi che vi afferrate ad essa, voi che ne ricercate avidamente la poca gioia bevendone la tanta amarezza, voi siete nel falso.--O figli degli uomini, canta il salmista, fino a quando vi starete col cuore aggravato? E perchè amate la vanità e andate in cerca della menzogna? «Non un giorno, non un'ora voi fissate lo sguardo all'avvenire immancabile, voi meditate il problema del vostro destino. Voi non vi dite l'unica cosa memorabile: la morte mi aspetta, io sono destinato a perire, il mio spirito, questo specchio che riflette l'universo, sarà distrutto.... voi non v'inquietate del minaccioso -poi-; e deridete chi per voi se ne inquieta.... «Il sonno verace, il sonno rivelatore vi ammonisce talvolta; voi sentite un freddo guadagnarvi ogni fibra, la spaventosa immobilità cadaverica impietrarvi le membra, il respiro esalare, la tenebra fosca avvolgervi tutti.... Voi siete morti, e un lungo, un infinito terrore preme sui vostri petti; eterno è il buio ed il silenzio.... Non appena destati, non appena il primo raggio di luce sorrida, la vita vi riprende, la menzogna torna a sedurvi; l'orgoglio invade le anime già timide, una sfida superba sale alle labbra già mute.... «Se l'ora dell'angoscia scocca per voi, se l'unghia del dolore vi lacera le carni; ecco ogni ardire si fiacca, la viltà vostra vi fa abbassare la fronte e piegare i ginocchi; allora, allora soltanto voi tendete le mani congiunte ad un cielo prima schivato.... Cessi il dolore, scomparisca il pericolo, lo scettico o l'indifferente sorriso errerà nei vostri sguardi. «O ciechi affidamenti! o folli aberrazioni! Dal primo istante di vita, voi portate il vostro proprio lutto; fin dalla culla i vostri piedi stanno sulle soglie della morte. Il tempo v'inghiotte istante per istante; come le goccie d'acqua della clepsidra i vostri giorni se ne vanno l'un dopo l'altro; invano tentereste di arrestarne uno solo, voi potete soltanto contarli--e quando essi saranno tutti trascorsi, saranno fatti eguali all'attimo alato. Voi chiederete appena: Qual'ora è?--e la voce dell'Ignoto risponderà: L'Eternità.... «O uomini, o miei fratelli, mettete la vostra mano nella mia. Essa è scarna e tremante; nondimeno non chiede un appoggio. Io voglio guidarvi, io voglio farvi mirare uno spettacolo nuovo. «Nella solitudine nuda, quando nessuna cosa attrae l'occhio sulla terra, gli sguardi amano errare per le plaghe del cielo. Le nuvole vagabonde v'intrecciano i loro corsi: ed ecco in quelle forme ed in quelle colorazioni sono tutte le imagini del mondo. Tal fiocco leggiero naviga tranquillamente nell'azzurro, come nave cui sieno propizie le onde; tali plumbei ammassi spumosi sono un mare flagellato dalla tempesta. All'alba, piccole forme dorate, come alati messaggieri, dispiegansi alla luce saliente; al tramonto, fosche vampe si slanciano dall'occidente, si perdono in una caligine densa, come se l'orbe s'incendiasse. E sono ancora candori abbaglianti, come di campi nevosi, come di giogaie iperboree; e sono ancora immense fuliggini, come tediose tele di ragni colossali; e sono ancora monti di porpora e d'oro, miserabili cenci sdruciti, scaglie opaline di madreperla, ghirlande di rose, mucchi di sassi. Sorgono dall'ampia cerchia dell'orizzonte mutevoli forme: linee ondulate di lontane colline, picchi superbi, rocche munite; aerei ponti si slanciano arditi, lunghi fiumi serpeggiano, isole e continenti si formano. Non reclinereste voi la stanca testa su quel morbido, voluttuoso guanciale? Qual pastore guida quell'armento sterminato? Di che sangue è tinta quell'immensa spada gocciolante?... Cozzano formidabili Titani, gonfi d'odio e di livore; s'intrecciano ali leggere che l'amore sospinge.... E tutto questo è un po' di vapore, un soffio: i monti s'adeguano, le rocche crollano, le rose si sfrondano, le spade si spezzano; tutto svanisce e tutto ricomincia.... Simigliante è lo spettacolo della vita; nel mare dell'essere tutto è soffio, è parvenza.... «Anch'io, anch'io misi un gran prezzo a tutto ciò che vi preme di più, anch'io amai e odiai, anch'io sognai la potenza e la gloria. Un po' del mio cuore è rimasto da per tutto lungo la strada, e la mia memoria è popolata e rumorosa come un alveare.... Dov'è la casa che mi vide nascere, il tetto che riparò la mia culla, il focolare intorno al quale il mio spirito cominciava a destarsi, sognando di fantasmi e di eroi? Distrutta, lontano! Dove sono i fiori che l'amore falciava nella stagione felice? Appassiti, dispersi.... O lacrime invano versate! O più vani sorrisi! Che cosa avanza di tante energie? Delle rughe sulla mia fronte, che in breve spariranno con me.... «Come nel profondo silenzio i suoni più flebili acquistano una straordinaria intensità: l'aliare di un insetto, il cader d'una fronda; così all'occhio di chi vede la morte vicina le cose più trascurate hanno sole un alto valore. Non più gl'interessi che si chiamano grandi, non più le passioni che si dicono forti hanno seduzioni per me. Savio era Lemminkainen, l'eroe che, partito ad espugnar la Pojola, vinto a mezza via dalla noia, dalla paura e dal dolore, si fabbricò un nero cavallo fatto di fastidii, con una briglia composta di giorni tristi ed una sella d'angosce, e se ne tornò presso la madre. La madre è la natura, e sono le sue semplici vicende, il nascere e il morire del giorno, il germogliare e l'appassire del verde, le cangianti voci del vento e del mare, le sinfonie delle colorazioni, l'accendersi e lo sfolgorare degli sguardi astrali che lo spirito mio ansioso segue. «Interrogate, o voi cui morde l'enimma, questa infinita natura, sempre varia ed identica sempre: forse intorno a voi purissime essenze aleggiano irrequiete, dolenti della vostra trascuranza; forse in ogni atomo vibra una vita che vuol esser compresa. «Interrogate, interrogate la storia, chiedete ad ogni religione la sua filosofia, aspirate ad un olimpo, ad un nirvana, ad un paradiso. Mille risposte si son date all'enimma, e chi sarà tanto ardito da dire: Io solo sono nel vero? «Qualcuno esiste. «Qualunque sia il nome dato alla sovrana potenza, essa permane, eternamente immutabile. Microscopici insetti annaspanti sopra un grano di miglio, noi siamo nella sua piena balìa. Un soffio ci disperde, un turbine travolge col nostro miriadi di mondi, di su, di giù, per gli spazii infiniti.... La notte è formidabile; nell'oscurità formicolante di astri uno sguardo pertinace, inflessibile, sembra pesar su di noi. «Ma, ignoranti, noi abbiamo una grande scienza; deboli, disponiamo d'una forza grandissima. Essa è la Preghiera, Che importa la natura e la forma del Dio, se possiamo intrattenerci con lui, se possiamo fargli l'olocausto dell'anima? «La Preghiera è divina: la Parola che s'innalza al trono di Dio partecipa della sua divinità. Nel cielo di Brahma essa si confonde con lui.--Io son la regina, canta negli inni del Rik; io porto Mitra, Indra, Agni, gli dei Asvini e gli altri tutti. Per mezzo degli Dei io sono presente in tutte le cose e penetro tutte le cose. «Che cosa sarebbe rinunziare al mondo, mortificarsi, vestire di cenci cuciti insieme e raccattati nei cimiteri o fra le immondizie, vivere di elemosine non chieste, soffocare ogni istinto, per amore dell'eterna salute?... Ebbene, basterà che preghiate. In ginocchio, pregate! Pregate per voi e pei vostri fratelli, pei morti e pei nascituri! La preghiera sarà la colonna di vapore e di fuoco che vi guiderà giorno e notte, sarà il Sinai sul quale la Legge vi verrà rivelata.... Siate umili, fatevi più piccoli ancora di quel che non siete; accettate ciò che è, benedite le gioie ed i dolori, soffrite la vita, adorate la mano che vi accarezza e che vi flagella. E le vostre inquietudini svaniranno, voi sarete affrancati dai vostri terrori. Venga ora la morte, essa non avrà virtù di turbarvi; sereni voi vi chinerete sulla faccia dell'abisso.... «Bestemmiate ancora, ribellatevi se vi credete zimbello d'uno stolto potere, se stimate che vi fu data una vista illusoria poichè la verità è stata inescrutabilmente nascosta! La bestemmia è una preghiera al rovescio, ribellarsi è un modo di credere, l'angelo caduto ha anch'esso la sua grandezza, e tutto, tutto è preferibile alla limacciosa indifferenza dove s'impantanano le anime vostre.... «Guai a voi che nessuna cura del futuro non morde! Guai, guai al secolo che non scruta il problema dei destini! Quando l'ora fatale sarà scoccata, quando voi sarete per naufragare nel mare dell'immensità, non sarà il vostro orgoglio, non sarà la vostra potenza terrena, non saranno i vostri vani piaceri che vi daranno soccorso! Nel commercio della vita, nel cozzo delle passioni, non saranno essi che vi additeranno la diritta via! «Ascoltatemi ancora; io voglio dirvi ciò che orecchio umano non ha ancora saputo; voglio confessarmi a voi, tutto. Come potrei aspirare ad essere seguito, se fossi sospettato di non esser sincero?... Ascoltate: io peccai. Sollecitato da brame violente, assicuratomi della umana impunità, col tradimento più nero, io armai la mia mano. Odo ancora i gemiti del caduto, fuggo ancora nella notte tremenda.... Ed era come se le mura, gli alberi, i monti, tutta la terra si rovesciasse dietro di me, perseguitandomi. La fuga era inutile; nessuno m'inseguiva, nessuno mi aveva scorto. Io portavo fra gli uomini la mia fronte alta e serena, la mia mano era ancora stretta dalle mani leali. Solo io leggevo un'accusa in ogni sguardo, in ogni parola, in tutte le cose; un'accusa sorda, implacabile.... Non era un'allucinazione della mente turbata? Tutto procedeva come di consueto, e nessuno mi rimproverava nulla. «Internamente, il rimorso mi assiderava; io mi chiedevo tremante; qual gastigo mi è riserbato? e stavo sempre nell'attesa di mali terribili, delle più spaventose miserie del corpo e dello spirito.... Il gastigo non veniva, la vita scorreva egualmente, con le stesse vicende. «Io mi chiedevo ancora, con più profondo terrore: Sarà forse la morte che mi colpirà, presto, prima che io abbia compita la mia carriera?... Ed io l'aspettavo da un momento all'altro; un triste sorriso m'increspava le labbra quando mi si parlava del domani. E la morte veniva; ma invece di colpir me, si abbatteva intorno a me, mi isolava in un cimitero sempre più vasto. Vecchi, giovani e piccoli, tutti se ne andavano; io solo persistevo, che avrei dovuto pagare pel primo; persistevo a misurare l'orrore dell'inutile colpa, la malvagità della speme bugiarda, il precipizio della nostra miseria; persistevo a misurare la terribilità del gastigo e la giusta sovrana che l'infliggeva; invocando come una liberazione la morte temuta, ansioso di entrare finalmente nel Vero.... «Come me, voi tutti siete colpevoli; il giusto pecca sette volte il giorno; nessuno di voi è senza peccato! Nel profondo della vostra coscienza, inconfessata a voi stessi, è la storia delle vostre colpe; e che importa che esse non sieno state materialmente compiute, se esse sono state -pensate-? Il pensiero è infame.... Come me, voi tutti avete bisogno di redenzione!... «Io so la vostra risposta, io so la derisione di cui mi fate oggetto, per lo smarrimento in cui credete che il rimorso e l'età abbiano gettato la mia mente.... Siete voi, ciechi, stolti, miserabili, che mi fate pietà; è per voi, per riscattarvi, che io vorrei dare il poco sangue che ancora mi resta, che io vorrei salire un calvario e spirar sulla croce, se dall'alto d'una croce la mia parola fosse ascoltata. «Nessuno mi ascolta. La solitudine ed il silenzio mi circondano, il vento dell'oblio disperde le mie parole, come il turbine del tempo disperde via l'un dopo l'altro i giorni irrevocabili....» EPILOGO. Alle cinque della sera, dopo una giornata di lavoro indefesso, cominciato a tavolino con l'alba, proseguito nelle aule affollate di San Firenze, ripreso a casa fra il succedersi dei clienti, Carlo Landini si sentiva vinto da quella specie di stanchezza morbosa particolare ai lavoratori del pensiero. L'esercizio prolungato dei muscoli, il consumo fisiologico, sono certo causa di sensazioni penose; ma basta che lo sforzo si arresti, che l'organismo sia abbandonato all'inerzia, perchè un profondo benessere, un sollievo quasi voluttuoso guadagni tutte le fibre. Il lavoro dello spirito non conosce queste tregue ristoratrici; l'attività cerebrale, una volta destata, non si può più arrestare; le idee succedono alle idee, le imagini alle imagini, secondo una legge di associazione incosciente; e la volontà non è solo impotente a frenare questo movimento, ma spesso ancora a dirigerlo. Un malessere fisico ordinariamente ne deriva, come effetto dell'afflusso del sangue al cervello, ed in questo stato irritante la stessa riparazione del sonno tarda a venire. Carlo Landini, con la fronte scottante, la vista intorbidata dalle lunghe letture dei voluminosi processi accatastati sul grande tavolo da lavoro, aveva dato ordine che nessuno fosse introdotto per quel giorno nel suo studio. Se negli anni della sua prima giovinezza si era parlato di lui come di uno cui l'avvenire arrideva, il fatto si era lasciato indietro le più liete promesse. A poco meno di quarant'anni, in una professione dove la concorrenza è grandissima, egli aveva conseguita la più chiara delle reputazioni, si era fatto un posto eminente non solo fra i suoi compagni, ma perfino fra i maestri, ed era talmente affollato di affari, da vedersi spesso costretto a rifiutarne ed a chiudere l'uscio di casa sua ai troppo numerosi clienti. Quel giorno, l'ordine era stato appena impartito, il Landini aveva appena chiusa l'ultima memoria, che il campanello elettrico risuonò. --Chi è ancora?--chiedeva egli infastidito, al servo che, aperto l'uscio, se ne stava lì in mezzo, come cercando le parole. --Una persona che vuol parlare al signore... che insiste.... --Ho già detto che non sono in casa per nessuno. --Dice, scusi, che deve consegnare a lei personalmente una lettera urgente.... L'avvocato Landini passò egli stesso in sala, non cercando di nascondere la sua contrarietà. Si trovò dinanzi ad uno sconosciuto, che dall'abito, dall'attitudine umile più che rispettosa, pareva dover essere un domestico. --Che cosa volete? --È lei il signor avvocato Carlo Landini? --Io in persona. --Debbo consegnarle questo. Cavò di tasca una lettera e la porse al Landini. Appena questi ebbe gettato uno sguardo sulla busta, il fastidio che s'era fino a quel momento letto sulla sua fisonomia, dette luogo ad una specie di attenzione concentrata, di preoccupazione mista ad una inquieta curiosità. --Sta bene.... grazie....--disse alla persona che aspettava, congedandola; e passò rapidamente nella sua stanza da studio. Prese sul tavolo un piccolo tagliacarte a foggia di scimitarra, e come la luce si andava ritirando, si fece presso la finestra. Stava per aprire la lettera, quando si arrestò un momento, considerando il carattere dell'indirizzo, sulla busta moyen-âge, suggellata di ceralacca azzurra in un angolo. --Dieci anni!--mormorò, facendo mentalmente il conto del tempo trascorso dacchè quella persona non gli aveva più scritto.--Dieci anni!....--e una tristezza gl'invadeva lentamente l'anima, come una nebbia, mentre sollevava uno sguardo al cielo occidentale, sul cui fondo rosato si ergeva gloriosamente la cupola di Santa Maria del Fiore. Dieci anni, dacchè aveva ricevuta l'ultima lettera di lei; e quei dieci anni non erano valsi ad abolirne il ricordo, se appena scorto quel carattere fine, minuto, ma inchiostrato nei pieni e dalla asteggiatura eguale, lo aveva immediatamente riconosciuto, senza esitare un istante! Dieci anni--e il sangue gli aveva dato un tuffo, ora come allora, come quando ogni lettera di lei lo colmava di un turbamento delizioso!... Le memorie irrompevano nella mente del Landini, ed egli se ne restava lì, dinanzi alla finestra con gli sguardi errabondi, tenendo la lettera in mano, ma senza decidersi ancora ad aprirla... Era stato tutto un romanzo, un romanzo di passione, di tormenti, di felicità, un romanzo in fondo al quale non era stata però scritta la parola piena di soave rammarico o di composta rassegnazione: Fine. Bruscamente, quella donna a cui lo legavano i vincoli più teneri e più saldi, le gioie insieme gustate, i pericoli sfidati insieme, lo aveva messo quasi alla porta, gli aveva ingiunto di non tentar di rivederla, mai più! Che cosa era avvenuto? Perchè quella risoluzione incredibile, contro la quale ogni sua insistenza si era spuntata?... Non aveva potuto saperlo. A tutte le lettere che egli le aveva scritte, alle umili lettere di preghiera, alle appassionate lettere d'amore, alle fiere lettere di minaccia, ella non aveva voluto rispondere. Un momento, era stato per ismarrire la ragione dinanzi a tanta ostinatezza di repulse. Il secreto che essi erano riusciti a serbare a costo di mille rischi e di mille sacrifizii, egli era stato sul punto di andarlo a rivelare a chi più interessava di conoscerlo; le aveva fatto sapere che se ella non si fosse piegata a rivederlo, ad ascoltarlo, a dargli una ragione di quel suo repentino mutamento, sarebbe andato a dir tutto al marito di lei!... Pazza minaccia, che non era stata seguita da effetto, grazie al sopravvenire del freddo ragionamento, non già perchè ella si fosse piegata!... Ed era stato per un caso, molto tempo dopo, quando ella era scomparsa nella solitudine di una campagna ignorata, che egli aveva intraveduto il possibile motivo di quella rottura. Poco prima che questa scoppiasse, un suo amico, quasi un fratello, gli aveva chiesto uno di quei servigi che solo un fratello può rendere: gli aveva affidata una donna compromessa per causa propria. Durante tutto il tempo da costei passato a Firenze, egli si era perciò messo a sua disposizione; le aveva reso tutti quei piccoli servigi che erano in suo potere, le aveva fatto meno insopportabile la sua posizione disgraziata. Ed ecco che una voce si era sparsa a sua insaputa, ed ecco che tardi, troppo tardi, veniva al suo orecchio quella voce, secondo la quale quella signora sarebbe stata la sua propria amante!... Allora, egli si era tutto spiegato: l'invenzione assurda, malvagia, aveva dovuto arrivare fino all'altra, fino a lei; ella l'aveva creduta; e la cieca prepotenza dell'amor suo non gli aveva data una prova preventiva di quel che avrebbe dovuto essere la sua gelosia?... Tutta questa storia, nei suoi più minuti particolari, si svolgeva ora nella memoria del Landini. Girando quella lettera da una mano all'altra, egli pensava che in quel pezzo di carta doveva essere la conferma o la smentita di quella sua spiegazione. Però non si decideva ad aprirla. Un tumulto di sentimenti gli si era scatenato nell'anima, e con quel l'acutezza di indagine psicologica che metteva nello studio dei suoi processi, analizzava ora raffinatamente sè stesso. Perchè il suo cuore batteva dunque così forte? Ah! egli è che di un amore come quello da lui ricordato, non se ne provano due nella vita!... Egli aveva amato ancora, aveva cercato attraverso le rinnovate esperienze qualche scintilla di quella gran fiamma: ma non l'aveva trovata. Come il duca d'Illiria della Dodicesima Notte di Shakespeare, egli avrebbe voluto esclamare: Enough, no more; 'Tis not so sweet now as it was before. Oh no; non era mai più stato così dolce come prima! Era stata una passione sovrumana, una vera fusione di anime, il conseguimento del sogno più idealmente accarezzato! Avevano arrischiato la pace, la vita, l'onore; ma avevano provata un'esultanza immortale! Come tutto ciò era potuto finire? E che cosa, dopo dieci anni, quando tanta cenere si era accumulata sul fuoco, poteva aver spinto quella donna a rivolgersi ancora a lui!... Si era ella pentita dei suoi sospetti? Un caso fortuito, come era accaduto a lui stesso, glie ne aveva rivelata tutta l'odiosa ingiustizia? O cercava ella, ora soltanto, di avere una spiegazione?... Il Landini si perdeva in ipotesi. Egli aveva un mezzo sicuro di decifrare l'enimma: aprire la lettera, e leggerla; ma, in quella sovraeccitazione cerebrale a cui era in preda, trovava una specie di strana voluttà a prolungare la tormentosa incertezza, a tentar di esaurire coll'imaginazione tutti i partiti possibili. Poi, un nuovo sentimento cominciava ora ad impedirgli sordamente di porre ad effetto la semplicissima risoluzione: una specie di secreta, di inconfessata paura... Era egli tanto sicuro di sè da poter sentire impunemente tutto ciò che ella gli avrebbe detto? Era ben sicuro che il fuoco di quell'amore fosse tutto ridotto in cenere? Non temeva egli che alle parole della donna, alla evocazione di un passato che formava l'orgoglio della sua vita, il fuoco divampasse nuovamente, come al soffio vivificatore dell'ossigeno?... Egli non era più giovane, gli anni erano passati anche per lei; ma, non avendola più incontrata, egli non sapeva imaginarla altrimenti che quale l'aveva lasciata. Rivedendo quella gentile figura, ricordandone tutta la seduzione, tutto il fortissimo incanto, la sua paura cresceva: sarebbe bastata una sola parola perchè egli avesse tutto dimenticato: la serietà della sua vita presente, i doveri della sua posizione, i mille pericoli di un tardo ricominciamento... Un piccolo rumore lo richiamò alla presente realtà: il servo, insospettito dal lungo silenzio intanto che l'ora del desinare era trascorsa, gironzava nella stanza attigua. La sera era già discesa, soavissima. Ora sarebbe stato impossibile di leggere la lettera senza fare accendere un lume. E traendo profitto da questo nuovo pretesto di ritardo, il Landini si era tolto dalla finestra, e rovesciatosi sopra un divano, aveva ripreso a fantasticare. Quel fenomeno costante pel quale, se qualcosa ci sta a cuore, noi troviamo subito mille ragioni che ce ne dimostrano la convenienza, si ripeteva in lui. Tutto alla evocazione di quel passato, egli trovava ora dei motivi che lo spingevano sempre più per quella via. Dall'ammettere che la donna avesse potuto essere tratta in inganno, al giustificare la condotta di lei, non v'era che un passo. Dal giustificarla, ad accusare sè stesso, il passaggio era meno facile; nondimeno egli lo compì. Trovava di non avere insistito abbastanza,--a quel tempo--per ottenere una spiegazione; di aver commessa una vera colpa non avendo cercato di lei, quando il motivo di quella rottura gli era stato fatto intravedere. Allora sarebbe stato dover suo giustificarsi, smentire la voce bugiarda, far rifulgere la propria innocenza. Il dover suo era di non abbandonare quella donna, -suo malgrado-! Chi gli diceva, infatti, che il tradimento di cui ella si era creduta vittima, non l'avesse spinta a rappresaglie; che, per colpa di lui, ella non si fosse interamente perduta?... Una specie di rimorso sorgeva allora nell'animo del Landini, un rimorso che era, in fondo, una forma di egoismo: poichè il rimprovero di averla potuta far cadere in braccio ad altri si risolveva nel rammarico di non averla più per sè.... E una grande tenerezza lo vinceva, a poco a poco, pensando a tutto quello che era stato fra di loro, a quel romanzo bruscamente troncato e non finito, così, senza ragione, per quelle assurdità di cui la vita è tanto feconda... Però, in quella lettera improvvisamente pervenutagli, quando egli si era già rassegnato all'assurdo, era la parola che avrebbe tutto spiegato. Egli riconosceva a questo tratto l'indole fiera, appassionata, di quella donna di cui si era fatto un tipo ideale. Si era creduta offesa, e nulla era valso a piegarla; ora, dopo l'espiazione di tanti anni, ora soltanto, ella veniva ancora a lui!... Che cosa gli avrebbe detto? Come avrebbe ridestata la memoria di quel passato? Quali dolci, quali armoniose, quali poetiche parole avrebbe adoperate per ricordare tanta dolcezza, tanta armonia, tanta poesia?... Alla luce improvvisa della lampada che il servo reggeva affacciandosi all'uscio, il Landini si accorse che era già notte fatta. --Si sente male, signore?...--chiedeva timidamente la persona di servizio. --No, no; lasciate qui il lume.... --Il signore non desina dunque quest'oggi? --Fate apparecchiare... mi avvertirete... E appena rimasto solo, avvicinatosi alla lampada, egli dischiuse accuratamente la busta, con mano un poco tremante. Ne cavò una carta ricoperta sulle quattro facciate da una fitta scrittura, e un foglietto dello stesso gusto della busta. Il Landini vi cercò l'intestazione; non ve n'era. La lettera diceva così: «Voi sarete molto sorpreso di ricevere la presente, e vi troverete certamente costretto di correre alla firma per conoscerne la provenienza!... Il tempo ha le ali, e col tempo la forma della nostra scrittura si modifica, da rendersi irriconoscibile! Il nostro modo stesso di pensare si trasforma; ed è per questo che io sono stata, e sono ancora in forse di scrivervi, supponendo che ciò possa non farvi il piacere di una volta! «Vorrete quindi perdonarmi se, facendo appello alla vostra amicizia, che suppongo inalterata, vengo ad importunarvi per chiedervi se posso firmare l'acclusa transazione, desiderando conoscere a quali conseguenze andrei incontro per tale atto. In una questione d'interessi che si trattano fra parenti conviventi nella stessa casa, non potendo dimostrarmi diffidente a viso aperto, io che non m'intendo di affari, non ho voluto impegnarmi prima d'aver sentito il parere di una persona su cui si può contare. «Accettate, non è vero? Domani mi farete avere una risposta? Sarei venuta personalmente, se non avessi temuto di disturbarvi ancora di più che con la presente. Il passato non ci è sempre gradito; lo comprendo anch'io! La vita ha le sue esigenze; ed io non sono così ingenua o così presuntuosa, da supporre che in questi dieci anni voi abbiate potuto pensare a quello che fummo. So, del resto, che vi siete divertito; e chissà quante altre imagini si saranno sovrapposte a quella che io ho temuto di ripresentarvi dinanzi! Guardate: divento indiscreta!! Perdonatemi anche questo e vogliate credermi a ogni modo, con rinnovate scuse ed anticipati ringraziamenti, cordialmente vostra: Anna Solari.--Fiesole, lunedì.» . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Il servo stava di nuovo sull'uscio, interdetto, chiedendosi se il suo padrone non fosse ammattito, perchè all'annunzio che la zuppa era in tavola, lo aveva guardato con occhi stralunati, come uno cascato dalle nuvole. --È in tavola?... Va bene, va bene.... Sul punto di passare di là, Carlo Landini si stropicciava gli occhi. Credeva di aver sognato, tanto quella lettera era incredibile, tanto egli era rimasto male! Che grossolana illusione era stata la sua!... Gli anni erano davvero passati, se quella donna era così mutata, se scriveva di quelle lettere, se domandava una consultazione legale,---a lui!---se profanava il ricordo del loro amore con quella freddezza studiata, con quel tono di filosofica rassegnazione, con quelle allusioni indiscrete... E non un accenno alla enimmatica rottura che lo aveva mortalmente ferito; non una spiegazione--nè data, nè chiesta!... E diceva di temere che egli non avrebbe riconosciuto il carattere di lei, mentre, appena scorta la lettera, gli era mancato il respiro! E diceva di sapere che egli si era divertito, mentre quell'imagine gli era stata sempre inchiodata nel cuore, come un rimpianto, come un rimorso, come l'aspirazione di tutta la sua vita!... Ma, dunque, era realmente mutata quella donna, o era stata sempre ad un modo e soltanto la sua fantasia di innamorato ne aveva fatto un ideale?... Carlo Landini scrollò le spalle, sedendo a tavola. Il suo romanzo era finito, definitivamente; e quella lettera ne rappresentava l'epilogo prosaico e volgare. --Un romanziere non avrebbe nessun partito da trarne!--si diceva egli mentalmente, e non pensava che i romanzi veri, i romanzi fatti nella vita e non ideati per amore dell'arte, finiscono quasi sempre così. L'ORGOGLIO E LA PIETÀ. Dall'uscio spalancato della stanza, l'occhio dominava la ripida caduta della costa e si perdeva nell'infinito del cielo e del mare. I tre commensali, seduti attorno alla tavola mezzo sparecchiata, tacevano, assorti in una profonda contemplazione, e leggermente inebriati, più che dal vino di fuoco che un raggio di sole accendeva nei bicchieri, dalla vista grandiosa, dalla intensa e quasi ipnotica fissazione del perduto orizzonte. La pace era profonda: non una voce, non un movimento; le barche dalle alte vele latine parevano immobili, nella distanza. Fritz Eisenstein, l'ospite, si scosse dal suo torpore, e passando una mano nella selva della sua capigliatura, esclamò: --Sapete che noi dovremmo vederci più spesso? Non sarebbe un ideale ridurci qui, tutti e tre, lontani dal chiasso, vivendo nel mondo dello spirito, nella pura astrazione?... Noi ricorderemmo la nostra vita passata, e nulla sarebbe più interessante del viaggio di esplorazione che ciascuno di noi farebbe nella coscienza dell'altro.... « , 1 2 « 3 ? , ! . . . 4 ' , ? 5 ? . . . : , 6 . , 7 , 8 , ; ' 9 . , 10 , 11 . , 12 , : 13 - - , - - , 14 , . 15 16 « , , , 17 , , 18 ? , 19 ? . . . 20 ; 21 , ! 22 23 « , 24 , ' ; 25 ! ' , , 26 . . . . , 27 , ' , 28 29 ! 30 31 « , : , ? 32 , ' . 33 ? ? 34 - - ? 35 , 36 , , 37 , ' 38 , ' ! . . . 39 ; 40 41 ! 42 ' ' , 43 , ! 44 45 « , ! ' , ; 46 ' , ' - - ! 47 , , 48 - - , , - - 49 , 50 . . . . 51 ! 52 53 « ? 54 , , 55 , , 56 ? , 57 ' , 58 ? « ! . . . , ! » 59 ? ! . . . 60 ? . . . , ; 61 . 62 ? , ; 63 , 64 . . . . 65 66 « ? ? 67 , ' : 68 . , 69 ' ; ' ' 70 . ? ? 71 , ' ? 72 ? . . . ' 73 : « , ? » 74 , ? 75 76 « ' ' 77 . 78 , 79 . 80 , . ' 81 , ' ' , 82 , 83 , , 84 , ' ! 85 86 « , . ' , , 87 , , , 88 ; , 89 ? 90 91 « . , 92 ? ' ; 93 . , 94 ; - ! . . . - ! ! 95 , 96 . . . . ? ; 97 ; 98 ! 99 100 « . , 101 ' . 102 ; : « ! . . . » 103 ? ? , 104 ? ' , 105 ' ? , ? 106 107 « , , . , 108 . 109 ' ; : 110 « . . . » 111 ; : « ! » 112 . ' . 113 . . 114 115 « , , 116 , : 117 118 « . . . . ? . . . » - - « ! ; 119 . » - - « 120 ? » - - « ; . . . » 121 , , 122 . : 123 « ? » . : « 124 , . . . » 125 126 « ; ! 127 ' , , , 128 ! 129 , ; 130 , , . . . . ! ! 131 ' ! « ? » . 132 « ! » ' ! 133 , ' ; , 134 , ! , 135 , ' , ' ! 136 , ' . . . ! , 137 , 138 ; : ? 139 , , 140 , ; 141 , ' ; 142 ' , 143 ' ? . . . , , 144 ' ! 145 ! . . . , , : 146 « , ? » - - , 147 ? , , ; 148 - - , , 149 ? ; ? 150 , ! 151 152 « , ; ? 153 154 ' ? 155 ? . . . , . . . . 156 157 « , ; . « 158 ' » ; 159 ' . 160 ; 161 ? 162 163 « ; ' 164 . . » 165 166 : - - , 167 : 168 169 - - , ? 170 171 - - - - , 172 - - 173 ! , , ' 174 , , , 175 . . . . 176 177 - - ? 178 , 179 ? . . . . 180 181 , ' 182 ' , : 183 184 « , 185 186 « ? ? . . . , 187 , , ' ? 188 , ' ? 189 , , , 190 , 191 , ? 192 193 « , , ' 194 ! , 195 , ' , 196 ! . . . , ? 197 ! : , 198 . . . . 199 200 « , ! ? 201 ? , , ? 202 ' ? 203 ' ? 204 ? . . . , 205 , , ' 206 , 207 , ! 208 209 « ' 210 , , , 211 , ; 212 , ; 213 , 214 , 215 ? 216 , , 217 , ; 218 , 219 , , , 220 ' ! . . . , , 221 ? ; 222 , ; ? 223 , ? 224 , , ; 225 ! 226 227 « , , : , 228 , ; 229 ' 230 ! , 231 ' , 232 ! , 233 , ' 234 , , , , 235 , 236 , 237 ? 238 239 « , ; - - ; 240 ; 241 , 242 , , , 243 ' . 244 ' ' , , ? 245 ? ? . . . 246 - - , 247 , ' ' , 248 ? 249 , 250 , ? . . . 251 , ? ? ' 252 ' ? ' 253 ? . . . 254 255 « ; , ! 256 , 257 ( , ? ) 258 259 , . 260 ? « 261 ! » ' ; , 262 ! 263 : « ' ; ' ! » 264 265 « , ? 266 ' ' : 267 , , 268 ? ' 269 , ' 270 , ; 271 , , ? . . . 272 , - - , ; ' , 273 , ; , , 274 ! . . . , , 275 , 276 ' , 277 , ? 278 ? . . . 279 280 « , ! 281 ! , 282 ! . . . ; 283 ! 284 285 « , , 286 . . , 287 , ; 288 , , . » 289 290 291 . 292 293 - - ? ' ? 294 ' , , ! . . . 295 296 - - ! - - , . - - 297 , 298 , . 299 300 , , 301 , , 302 ' . . . 303 304 - - , ! - - , 305 . - - . , 306 ; , , 307 ' , 308 . 309 310 - - ? 311 312 - - , 313 ? , 314 , ' . 315 - - , 316 - - , 317 , ; 318 , , . 319 , ' - - - - , 320 ; 321 ; ' - - , 322 - - - - , . . . 323 324 - - ! 325 326 - - . , 327 , ; 328 ' . . . , 329 ; ; - - 330 ' , ' - - ' , 331 ; 332 . . . , 333 ! ' . . . 334 335 - - ' ? . . . 336 337 - - , ; 338 , ' ( 339 , 340 ) . 341 ; 342 ' . 343 , ' , 344 , . 345 ' 346 , ! . . . 347 348 - - ! - - , ' 349 . - - 350 ? . . . 351 352 - - , . 353 , , 354 . , , , , 355 , ' , . , 356 ? . . . 357 358 - - ! 359 360 - - , : ? 361 362 363 364 365 . 366 367 368 « . 369 . 370 . , ' 371 , ' ' , 372 . . . . 373 374 « ; 375 . , 376 ' ' . 377 ; 378 , , 379 . 380 381 « ? 382 ? . . . . 383 ; 384 , 385 , , ; 386 , 387 ; , ' 388 , , 389 ; , 390 , : ' . 391 392 « , ' , 393 , , 394 ' , , 395 , , 396 ' ' . , 397 , ' 398 ' , ; 399 ' . ' 400 ; , 401 , 402 . : 403 , ; 404 , ; , ; 405 , . 406 407 « , 408 , , 409 ; , , 410 , 411 ' , , 412 . 413 ; , 414 415 ' ; 416 . ' , 417 ? . , 418 ' ' , 419 : , , , 420 . 421 422 « ' , 423 , ' , ' 424 . 425 , , 426 , , 427 . , , , 428 ' 429 . . . . 430 431 « , ' 432 , ; 433 ; ; 434 ; 435 ' ' ; 436 . . . . 437 438 , , 439 ' 440 . . . . 441 442 « ; . 443 , , 444 ; 445 , 446 ' , 447 ' . . . . 448 449 « ! , , 450 ' ; 451 ' ? 452 453 « ! , , 454 , , , ' ; 455 ? 456 457 « ! 458 , 459 ? . . . 460 461 « , ; ' 462 , ' , 463 . , 464 , 465 . - - , , 466 ? 467 ? 468 469 « , ' ' 470 , . 471 ' : , 472 , , ' , 473 . . . . ' - - ; 474 . . . . 475 476 « , ; 477 , 478 , , 479 . . . . , , 480 ; . . . . 481 , , 482 , ; ' 483 , . . . . 484 485 « ' ' , ' 486 ; , 487 ; , 488 . . . . 489 , , ' 490 . 491 492 « ! ! , 493 ; 494 . ' 495 ; ' 496 ' ' ; , 497 - - , 498 ' . : ' 499 ? - - ' : ' . . . . 500 501 « , , . 502 ; . 503 , . 504 505 « , ' 506 , . 507 ' : 508 . 509 ' , 510 ; 511 . ' , , 512 , ; , 513 ' , , 514 ' ' . , 515 , ; , 516 ; 517 ' , , , 518 , . ' 519 ' : , 520 , ; , 521 , . 522 , ? 523 ' ? ' 524 ? . . . , ' 525 ; ' ' . . . . 526 ' , : ' , 527 , , ; 528 . . . . ; 529 ' , . . . . 530 531 « ' , ' , 532 ' , ' . ' 533 , 534 . . . . ' 535 , , 536 , 537 ? , ! ' 538 ? , . . . . ! 539 ! ? 540 , . . . . 541 542 « 543 : ' , ' 544 ; ' 545 . ' 546 , 547 . , ' , 548 , , 549 , , 550 ' , 551 . , , 552 , ' 553 , , 554 , ' 555 . 556 557 « , ' , , 558 : 559 , ; 560 . 561 562 « , , 563 , , , . 564 ' , : 565 ? 566 567 « . 568 569 « , , 570 . 571 , . , 572 , , , 573 . . . . ; ' 574 , , . 575 576 « , , ; , 577 ' . , 578 , , 579 ' ' ? 580 581 « : ' 582 . 583 . - - , ; , 584 , , . 585 . 586 587 « , , 588 , 589 , , 590 ' ? . . . , . , 591 ! , 592 ! 593 , 594 . . . . , 595 ; , , 596 , . 597 , . 598 , ; 599 ' . . . . 600 601 « , ' 602 , 603 ! 604 , , ' 605 ' , , 606 ' . . . . 607 608 « ! , 609 ! ' 610 , 611 ' , , 612 , 613 ! , , 614 ! 615 616 « ; 617 ; , . 618 , ? . . . 619 : . , 620 , , . 621 , . . . . 622 , , , 623 , . ; 624 ' , . 625 , 626 . ' , 627 , ; ' , . . . . 628 ' ? 629 , . 630 631 « , ; ; 632 ? ' , 633 . . . . 634 , , . 635 636 « , : 637 , , ? . . . 638 ' ' ; 639 ' . 640 ; , , 641 . , , 642 ; , ; 643 ' ' , 644 , ; 645 646 ' ; , 647 . . . . 648 649 « , ; 650 ; ! 651 , , ; 652 , 653 - - ? . . . . , 654 ! . . . 655 656 « , , 657 ' 658 . . . . , , , , 659 ; , , 660 , 661 , ' ' . 662 663 « . , 664 ' , 665 ' ' . . . . » 666 667 668 669 670 . 671 672 673 , , 674 ' , 675 , , 676 677 . 678 679 ' , , 680 ; , 681 ' ' , , 682 . 683 ; ' , 684 , ; 685 , , 686 ; 687 , . 688 , ' 689 , 690 . 691 692 , , 693 694 , 695 . 696 ' , 697 . ' , 698 , 699 , 700 , , 701 , 702 ' 703 . 704 705 , ' , 706 ' , . 707 708 - - ? - - , , 709 ' , , . 710 711 - - . . . . . . . 712 713 - - . 714 715 - - , , 716 . . . . 717 718 ' , 719 . , 720 ' , ' , 721 . 722 723 - - ? 724 725 - - ? 726 727 - - . 728 729 - - . 730 731 . 732 , ' 733 , 734 , 735 . 736 737 - - . . . . . . . . - - , 738 ; . 739 , 740 , . 741 , , 742 ' , - , 743 . 744 745 - - ! - - , 746 . - - 747 ! . . . . - - ' ' , 748 , , 749 750 . 751 752 , ' ; 753 , 754 , , 755 , , 756 ! - - , 757 , 758 ! . . . 759 760 , 761 , , 762 , . . . 763 , , , , 764 765 : . , 766 , 767 , , 768 , , 769 ! 770 771 ? , 772 ? . . . 773 . , 774 , ' , 775 , . , 776 . 777 778 , 779 ; 780 , , 781 , 782 ! . . . , , 783 , 784 ! . . . , , 785 , 786 . 787 , , , 788 : 789 . 790 , 791 ; 792 , 793 . , 794 , , , 795 796 ! . . . , : ' , 797 , ' , ; 798 ' ; ' 799 800 ? . . . 801 802 , , 803 . 804 ' , 805 . 806 . ' , 807 ' 808 , . 809 810 ? ! 811 , 812 ! . . . , 813 : 814 ' . ' 815 , : 816 817 , ; 818 ' . 819 820 ; ! 821 , , 822 ! , 823 , ' ; ' ! 824 ? , , 825 , 826 ! . . . ? 827 , , 828 ' ? , , 829 ? . . . 830 831 . 832 ' : , ; , 833 , 834 , 835 ' . , 836 837 : , 838 . . . 839 ? 840 ' ? 841 , 842 ' , , 843 ' ? . . . , 844 ; , , 845 ' . 846 , , 847 , : 848 : 849 , , 850 . . . 851 852 : , 853 ' 854 , . , 855 . 856 . 857 , , 858 , . 859 860 , , 861 , 862 . , 863 . 864 865 ' , 866 , ' . 867 , , ; 868 . , - - 869 - - ; 870 , 871 . 872 , , 873 . 874 875 , - - ! 876 , , 877 , ' ; , , 878 ? . . . 879 ' , , , 880 : 881 882 . . . . , , 883 , 884 , , , 885 . . . , 886 , ' , 887 . 888 ' , , 889 . , ; , 890 ' , , 891 ! . . . ? 892 ? , , 893 , , 894 ? . . . 895 ' , 896 . 897 898 - - , ? . . . - - 899 . 900 901 - - , ; . . . . 902 903 - - ' ? 904 905 - - . . . . . . 906 907 , , 908 , . 909 , 910 . 911 ' ; ' . : 912 913 « , 914 915 ! . . . , 916 , ! 917 ; , 918 , 919 ! 920 921 « , , 922 , 923 ' , 924 . 925 ' , 926 , ' 927 , ' 928 . 929 930 « , ? ? 931 , 932 . ; 933 ' ! ; 934 , 935 . , , 936 ; 937 ! : 938 ! ! , 939 , : 940 . - - , . » . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 941 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 942 943 ' , , 944 , ' 945 , , 946 . 947 948 - - ? . . . , . . . . 949 950 , . 951 , , 952 ! ! . . . 953 , , 954 , , - - - 955 ! - - - 956 , , 957 . . . 958 ; - - , 959 ! . . . 960 , , , 961 ! , 962 ' , 963 , , ' 964 ! . . . , , , 965 966 ? . . . 967 968 , . 969 , ; ' 970 . 971 972 - - ! - - 973 , , 974 ' , . 975 976 977 978 979 ' . 980 981 982 ' , ' 983 ' . 984 , , , 985 , , 986 , 987 , 988 . : , 989 ; , 990 . 991 992 , ' , , 993 , : 994 995 - - ? 996 , , , 997 , ? . . . 998 , 999 ' . . . . 1000