«Sì, il perdono.... Ero io sicuro che ella non avesse ragione, che non
l'avessi sospettata a torto?... Poi, io non potevo cacciarla via, io
non potevo vivere senza di lei....
«Di questo ella ora mi minacciava. I miei sospetti l'avevano offesa,
ed il perdono non era bastato. Ella era diventata irritabile,
insofferente, trovando ogni giorno una ragione di muover lite,
asserendo che morta la fiducia, la vita in comune non poteva più
durare. Io mi facevo sempre più umile, sempre più paziente, sempre più
premuroso; la vita senza di lei mi sarebbe parsa una nera cosa....
Poi, avrei voluto dirle che sapevo il motivo di quella sua
irritabilità, di quelle sue provocazioni, che il motivo era il
pensiero dell'altro, di cui ella non si era scordata.... ma non lo
dicevo, per non soffiare sul fuoco. Ero molto triste, ma nascondevo la
mia tristezza; se no, che merito avrei avuto del mio perdono?
«Un giorno, passando nella sua stanza da lavoro, le annunziai: «C'è di
là Filippo.» Filippo era il giardiniere; anche -quell'altro- si
chiamava così. Come ella fece un moto repentino e mal represso, io le
dissi, tranquillamente, quasi ridendo: «Non è lui, è il
giardiniere....» Ella scattò in piedi, mi colmò di rimproveri, andò a
chiudersi in camera. Aspettavo impazientemente l'ora del desinare; ero
pentito di quel che avevo detto, volevo abbracciarla, domandarle
scusa, dirle infine che tutto questo non era ragionevole.... Quando fu
l'ora, ella non comparve. Era andata via da sua madre; la mia casa era
deserta....
«Quella casa, la -nostra- casa, come aveva potuto lasciarla? Il colpo
fu duro; mi pareva come una morte, come quando la mamma se ne era
andata. Poi mi facevo una ragione: se non voleva più stare con me,
potevo obbligarvela con la forza?
«Un giorno, ricevetti la visita di sua madre. Mi annunziava che ella
aveva presentata domanda di separazione; che allo stato in cui erano
le cose era il meglio che si poteva fare. Sta bene, non mi sarei
opposto; domandavo soltanto, per curiosità, per quella curiosità che
gli ammalati hanno delle cause dei loro mali, che cosa ella aveva da
dire contro di me. Mi rispose questo: che io non l'amavo più.... «Ed è
lei che lo dice? e quale prova ne dà?» La prova era questa: che io non
ero geloso.... Mi venivano in bocca delle parole amare; le ingoiai. Le
recriminazioni mi sono sempre parse inutili, qualche volta un poco
ridicole per giunta.
«Comparimmo, dapprima separatamente, dinanzi al signor presidente per
l'esperimento della conciliazione. Dissi al magistrato tutta la
verità; la verità ha un accento che la fa riconoscere: egli comprese
che non mentivo. Condannava però il mio consenso alla separazione:
lasciata a sè sola, quella donna si sarebbe perduta. Fummo messi in
presenza l'uno dell'altra, la rividi.... Ella non potè sostenere il
mio sguardo; se lo avesse sostenuto, vi avrebbe letto un dolore
infinito.... Il presidente era deciso a spuntarla, vi metteva la sua
coscienza di uomo onesto ed il suo amor proprio di funzionario. Ella
era imbarazzata, confusa, intimidita. Ad uno ad uno, egli ribattè
tutti i suoi fiacchi argomenti, la fece convenire del suo inganno, e
la costrinse a confessare di essere stata messa su, di aver tutto da
perdere nel lasciarmi.... La riebbi.
«Credevo di aver fatto un brutto sogno. Ritrovandola al mio fianco, in
casa mia, come ai giorni lontani, mi sentivo tornare da morte a vita.
Ero stato pazzo di lasciarla libera di abbandonarmi! Riconoscevo la
mia parte di colpa. Ella aveva avuto ragione accusandomi di non esser
geloso; la gelosia è una prova d'amore. Io ero stato geloso in
silenzio, dentro di me, per timore di increscerle; avevo sbagliato. Le
donne, alle volte, vogliono essere dominate.
«Come le dimostrai la mia gelosia, come le dissi soltanto che
-quell'uomo- era indegno di lei, si mostrò offesa, non mi parlò per
due giorni.... Ella mi aveva mentito: aveva dato retta a quell'uomo,
era stata da lui indotta a lasciare la mia casa, e non avendo
resistito alla prova del confronto dinanzi al magistrato, teneva ore
secrete conferenze con un avvocato, per riprendere il processo di
separazione....
«Non potevo più illudermi: era un'indegna, e non sapevo vivere senza
di lei. Misurando tutta la mia abiezione, presi un giorno il mio
revolver e pensai di uccidermi. Scrissi un testamento, che esiste
ancora, e fui per eseguire il mio disegno. Sul punto di morire, volli
tentare un ultimo passo. Chiamai mia moglie in camera mia e chiusi
l'uscio. Come mi vide fare quell'atto, come scorse il revolver ancora
sul tavolo, si slanciò verso la finestra, per chiamare aiuto.... Io
l'afferrai alla vita, le caddi in ginocchio, le baciai le mani,
dicendole tutta la stoltezza della sua paura. Parlai, parlai, parlai.
Le tenni il linguaggio dell'amore, della speranza, del comando, della
preghiera, della fede, del perdono; le ricordai il passato, la feci
libera dell'avvenire, le dissi che volevo uccidermi.... Ella si
scosse. Ancora una volta, avevo vinto.
«Mezz'ora dopo, andò fuori. Io rimasi in camera mia, a pensare. Sul
tardi, rincasò e mi venne incontro. L'avvocato era con lei. Veniva per
dirmi che voleva andarsene via, che non voleva restare con me.
Come?... ancora?... perchè?... Le domande mi si affollavano alla
mente. Non domandai nulla. Dissi: «Sia pure....»
«Come la vidi allontanarsi, mi slanciai contro di lei. Volevo almeno
abbracciarla un'ultima volta, volevo almeno vederla, se partiva per
sempre.... Ella dette un grido, chiamando al soccorso. Due guardie,
rimaste in sala, comparvero.
«Come vidi le guardie in casa mia, corsi al tavolo, afferrai il
revolver, l'uccisi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
«Questo direi ai signori giurati, se l'avessi uccisa. Io non l'ho
uccisa, l'ho vista andare via per sempre, vivo da lunghi giorni nel
deserto di questa casa ancora tutta odorante di lei, apro ogni tanto
l'album che racchiude il suo ritratto, lo bacio e piango.»
IL RITRATTO DEL MAESTRO ALBANI.
Mentre Anastasio Natali dava gli ultimi tocchi al suo quadro della
-Ginestra---un orrido e deserto paesaggio vulcanico, tutto asperità,
crepacci, lastroni, fra i quali, a mazzi, a ciuffi, a boschetti, i
gialli fiorellini mettevano come una nevicata d'oro--la tenda che
mascherava l'uscio d'entrata fu rimossa, e la figura del maestro
Albani apparve a metà.
--È permesso?
--Avanti.
L'Albani entrò, col cappello in mano; si avvicinò rapidamente al
cavalletto, e dato uno sguardo alla pittura, disse:
--Bellissimo, perfetto, meraviglioso, sublime.
Nel pronunziare questa progressione di aggettivi ammirativi, la sua
voce non era salita di un tono. Con maggiore espressione si sarebbe
detto: Buon giorno, ti saluto; stai bene?
Come restava lì, impalato, dietro le spalle del Natali, questi
cominciò a soffiare, e abbassando pennelli e tavolozza:
--Se non ti levi di lì--esclamò--non potrò fare più nulla.
--Sarebbe un peccato.
E, scostatosi, l'Albani si guardò attorno, in cerca di una sedia.
L'impresa non era agevole. Un'artistica confusione regnava nello
studio, e i drappi dai colori smaglianti, i costumi antichi, i libri
dalle ricche legature, gli album di fotografie, le scatole dei colori
si ammonticchiavano sopra le quattro o cinque sedie spaiate e di
vecchio modello che parevano perdute nella vastità dello stanzone.
Solo un teschio mancante delle mascelle troneggiava sopra uno sgabello
di legno scolpito, accanto alla mensola -rococo-. L'Albani si diresse
da quella parte, prese il teschio per le occhiaie e si mise a sedere.
Allora, il silenzio si fece profondo. Nascosto in fondo a un aranceto,
invisibile dalla stradicciuola per la quale i carri non potevano
passare, lo studio del Natali era un vero romitaggio.
--Ci siamo!--esclamò finalmente il pittore, dopo una mezz'ora di
lavoro silenzioso, e buttati da canto tavolozza e pennelli, levatosi
in piedi e indietreggiando di qualche passo con una mano sugli occhi a
guisa di visiera, si mise ad esaminare l'opera propria. Luigi Albani
lasciò anche lui di misurare in tutti i sensi il cranio che teneva
ancora sulle ginocchia, lo posò sulla mensola, vi adattò sopra il suo
cappello e si fece incontro all'amico.
--Dunque, ti piace davvero?--chiese il pittore.
--È un imbratto.
Il Natali lo guardò un istante. Poi, scrollando le spalle:
--Ah, sì; hai ragione! Dimenticavo di parlare col maestro Albani.
--Cioè, col critico più acuto dell'ex-regno delle Due
Sicilie,--rispose l'altro, senza scomporsi. E avvicinatosi al quadro,
accompagnando le proprie parole con gesti sobrii e compassati,
riprese:
--Prima di tutto, questa lava è di cioccolata; come -réclame- nelle
scatole del Suchard sarebbe impagabile. Poi, il cielo è oleografico e
le nuvole sono di bambagia. Toccale, e vedrai che si sfilaccicano.
Ora, bisognerebbe parlare del soggetto....
--Eh! parliamone pure!--esclamò il pittore sorridendo. E accesa una
sigaretta, sedette incrociando una gamba sull'altra e guardando
curiosamente l'Albani.
--Il soggetto, a tuo vedere, dovrebbe essere pieno di filosofia; il
fiore nel deserto, l'antitesi eterna della natura che sorride mentre
tende le sue insidie, o che insidia mentre sfoggia i suoi sorrisi--a
piacere. Sta bene. Solamente, per maggiore intelligenza, ti
consiglierei di imitare quel pittore polacco che, esponendo un quadro
rappresentante -L'ultima composizione di Mozart-, faceva eseguire, da
suonatori nascosti dietro la tela, la -Marcia funebre- del maestro. Se
vuoi, potrei declamare io stesso i versi del Leopardi.
E, passando dall'altro lato del cavalletto, il maestro Albani
cominciò:
--Qui mira e qui ti specchia,
Secol superbo e sciocco,
Che il calle insino allora
Dal risorto pensier segnato innanti
Abbandonasti....
Non potè continuare. Anastasio Natali rideva a crepapelle, con le mani
ai fianchi, rovesciando indietro la sua forte testa dagli arruffati
capelli castagni.
--Ah! ah! ah!... bellissimo!... ah! ah! ah!... Non c'è che il maestro
Albani per avere di queste idee!...
L'altro lasciò il suo posto, e aspettato che l'amico si calmasse,
riprese a parlare passeggiando lentamente per lo studio:
--Tu ti credi moderno, ma sei più antico del tuo Leopardi, che si è
sbagliato di venti secoli. Con questo sistema delle antitesi e delle
allegorie, ti potrebbe finir male. Se vuoi fare della filosofia,
scrivi un trattato, non dipingere un quadro....
--Eh! il discorso non è poi tanto da matto!
--E se ti sta tanto a cuore l'espressione, cercala dove va cercata....
--Cioè?
--Nelle nobili fattezze del re del creato.
L'abituale freddezza d'accento di Luigi Albani si era fatta ancora più
grande, e nel tono strascicante con cui aveva pronunziate quelle
parole quasi ripetendo una frase mandata a memoria, v'era un'ironia
così sottile ed acuta, che il Natali si voltò a guardarlo. Ora, egli
si dirigeva in fondo allo stanzone, verso la mensola. Arrivato lì
vicino, ricominciò:
--Le nobili fattezze del re del creato sono ancora piene d'espressione
dopo distrutte. Ecco, per esempio, un quadro molto espressivo: questa
mensola Luigi XV, con questo cappello 1887 sopra un teschio che può
essere di tutti i tempi e di tutti i paesi.--Poi, preso il teschio e
mettendosi a considerarlo attentamente.--Ed ecco un altro quadro: il
problema d'Amleto, essere o non essere, cioè se è meglio.... Tu
dovresti fare il mio ritratto così.
Anastasio Natali scosse le spalle e si fregò fortemente le mani, segno
che stava per rimettersi al lavoro.
--A noi due, stravagante; ho un'ora perduta, e se mi prometti di star
buono e di lasciare in pace il teschio, ti butto giù un pastello.
--Vorrà essere una cosa molto originale.
Il Natali mise a sedere l'amico, dispose il cartone sopra una
tavoletta, prese la scatola dei pastelli, sedette anche lui, e
cominciò a tracciare, con la sua febbrile impazienza di meridionale
nervoso, le prime linee. Però, a misura che il suo lavoro avanzava,
l'attività dell'artista andava rallentando. Ora egli si fermava ad
ogni tratto, buttava il corpo indietro per giudicare dell'effetto,
guardava lungamente il modello, e aveva un piccolo aggrinzamento delle
guancie che dimostrava chiaramente il suo malcontento.
--Scusa, tirati più indietro.... no, più avanti.... Alza un poco il
capo.... così.... no, come prima.
Tornato al lavoro, ricominciarono le sue esitazioni. La figura era già
tutta abbozzata, la rassomiglianza in certo modo conseguita; mancava
una cosa soltanto: l'espressione.
--Apri un po' gli occhi.... non così, più chiusi.... insomma, non ti
sforzare.... E chiudi la bocca, se no c'entreranno le mosche!...
A poco a poco, il Natali cominciava a indispettirsi; gli pareva che
Luigi Albani si prendesse giuoco di lui.
--Insomma, vuoi star composto, o mando tutto per aria?
--Ti prego di credere che sono compostissimo.
Ed era quello, dunque, il suo atteggiamento naturale? Dacchè era
tornato da Roma, il Natali non aveva ancora guardato l'amico così
attentamente; non aveva ancora esaminati quegli occhi smorti, senza
sguardo, quei muscoli flaccidi, quasi cascanti, quelle labbra
leggermente dischiuse, quella carnagione scialba, quell'aria di
stanchezza, d'indifferenza, di noia, di vacuità diffusa sopra una
fisonomia impossibile a definire. Conosceva le sue bizzarrie, le sue
eccentricità che gli avevano fatta una reputazione di mattoide nei
cenacoli artistici; ma non lo sapeva ancora così strano, così
inafferrabile, come ora gli si rivelava non solo alla conversazione,
ma financo all'aspetto. Nondimeno, si rimise al lavoro, e dette ancora
alcuni tocchi; poi, ad un tratto, strappò il cartone e lo buttò da
canto.
--Cominciamo daccapo.
Era proprio impossibile ch'egli afferrasse quella fisonomia? Il Natali
ci si arrabbiava. A corto di risorse, egli mise in opera un espediente
disperato per uno come lui, avvezzo a non poter lavorare se non nel
più assoluto silenzio.
--Parla,--disse all'Albani,--racconta qualche cosa!
--Di che cosa vuoi parlare? d'arte?
L'Albani sviluppava le sue teorie, citava degli esempii, dava dei
consigli: ma nulla, nei suoi lineamenti, tradiva una qualunque
attività cerebrale; si sarebbe detto uno scolaro sonnacchioso in atto
di ripetere la sua lezione. Il pittore si era messo a contraddire
tutto quello ch'egli diceva, ad irritarlo, a provocarlo, nella
speranza che l'ardore della discussione mettesse almeno una scintilla
in quello sguardo. L'Albani non si dava per vinto, teneva testa alle
opposizioni, agli scherzi, ai sarcasmi dell'amico, ma il suo sguardo
restava freddo come la sua voce lenta, monotona, a momenti irritante.
Anastasio Natali non seppe più contenersi.
--Insomma, o sono imbecillito io, o sei tu che hai l'aria d'uno scemo.
Come un velo d'ombra passò sul viso del maestro Albani. Il pittore
alzò gli occhi al lucernario: era una nube che aveva oscurato il
sole?... La giornata era sempre tersissima.
--Che cos'hai? Ti senti male?
L'Albani si era passata una mano tremante sulla fronte.
--Non è niente, è che hai ragione.... Io sono stato un anno pazzo....
Il pittore stava per dire: «Un anno soltanto? vuoi dire un po'
sempre....» ma era tanta la tristezza dipinta in volto all'Albani, che
chiese invece premurosamente:
--Tu?
--Io stesso.
--E come?... perchè?... Mentre io sono stato fuori?... Nessuno me ne
ha detto niente.... E come?... perchè?...
--Perchè?... Per aver voluto innalzarmi da terra, per aver voluto
stringere delle nubi, per essermi dimenticato che ero la più
miserabile delle creature: un uomo!...
Dimenticando il suo pastello, Anastasio Natali esclamò:
--Allora, sentiamo.
*
* *
L'Albani lasciò cadere la testa sul petto, socchiudendo gli occhi.
Poi, scuotendosi:
--Ti aspetti tu forse qualcosa di straordinario? delle avventure rare
od intricate?... È una storia semplicissima, la storia di una passione
come se ne possono vedere tutti i giorni. Soltanto, era la mia prima
passione....
--O tua moglie?
--Mia moglie? Ah, tu credi che io l'abbia amata di amore? che io
l'abbia presa di mia propria volontà?.... Me l'hanno data a diciannove
anni, perchè era mia cugina, perchè avevano stabilito che dovesse
esser così.... Le ho voluto bene, in un certo modo. Che cosa sapevo
della vita fino a venticinque anni? Che cosa sapevo in quel miserabile
paese, dove un libro era un oggetto della più grande rarità? Eppure,
qualcosa bolliva dentro il mio cervello!... Si venne a Napoli.... Il
mio scontento, l'irrequietezza, l'aspirazione a qualcosa d'aspettato,
di quasi promesso, ma che non veniva ancora, diventava tormentosa.
Intorno a me, non sentivo parlare che di una cosa, del solo grande
affare della vita: l'amore.... E l'amore io non lo conoscevo se non di
nome o nelle fanciullaggini dei quindici anni....
Preso dall'interesse della narrazione, Anastasio Natali aveva
dimenticato il suo disegno, e coi gomiti sulle ginocchia e la testa
fra le mani, pareva pendere dalle labbra dell'amico.
--L'affetto di mia moglie--riprese l'Albani--mi irritava, come una
delusione, come una catena; non era mai stata bella, la maternità
l'aveva sciupata. Gli strilli dei bambini m'impedivano di studiare, le
poche volte che ne avevo voglia. L'arte mi pareva una finzione
suprema. Avevo già pronto il libretto di un gran melodramma, -Isaura
di Valenza-; non sapevo intanto mettere una nota dopo l'altra. Quella
poesia mi faceva l'effetto di una convenzione, di una menzogna, di una
ipocrisia.... Quando, un giorno, mi capitarono fra le mani i versi
dell'-Attesa-, ti ricordi?
Ora dove sei tu, predestinata,
Da tanto attesa e non trovata ancor?
Un lampo era passato negli sguardi del maestro Albani. Il Natali,
senza far rumore, si era alzato, aveva scelta una tela e dispostala
sul cavalletto si era nuovamente seduto dinanzi ad esso con la
tavolozza passata al pollice della mano sinistra.
--Sì che me ne ricordo!--e, preso posto dinanzi al cavalletto, si era
messo di nuovo a studiare la figura dell'amico.
--La romanza fu composta in un'ora--riprese l'Albani.--Dissero che era
una rivelazione; credo che abbia fatto il giro d'Italia. A che?... a
che?...--mi domandavo. Fu invece essa che mi dischiuse il paradiso
promesso. Mia moglie aveva regalato una copia della composizione ad
una sua amica, che io non conoscevo. Non volevo veder nessuno, fuggivo
le distrazioni, avevo la fama di un orso, di uno stravagante, di un
mattoide; non è vero?... Quest'amica volle conoscermi; cercai di
evitarla quanto più fu possibile; un giorno c'incontrammo. Credi tu
che vi possano essere degli sguardi coi quali un uomo e una donna che
non si conoscono, che si vedono per la prima volta, si dicano
immediatamente: Noi saremo l'uno dell'altra?... Uno di questi sguardi
brevi, profondi, fulminatori, fu quello che noi scambiammo.... Un mese
dopo, il 20 maggio, la nostra muta promessa era compiuta....
--Come fu?--chiese il Natali che, lavorando attorno alla sua figura,
non perdeva nè una parola nè un moto dell'amico.
--Che cosa importa?... Si doveva andare in giro, tutti e tre, con mia
moglie; all'ultima ora l'indisposizione d'un bambino la trattenne.
Andammo soli, fuori Grotta, a Pozzuoli, a Baja.... Che cielo! che
mare!... Conosci tu il boschetto che sta dietro il lago Lucrino, sulla
via della grotta della Sibilla? Il terreno è in pendenza; si procede a
caso, scostando i rami che vi sfiorano il viso. Attraverso il fogliame
del castagneto filtra una luce verde, fantastica, da -féerie-; par di
nuotare in mezzo allo smeraldo fluido.... Il 20 maggio!...
Era de maggio e te cadeano 'nzino
A schiocche a schiocche le cerase rosse....
Le rosse, le dolci, le fresche ciriegie erano le sue labbra....
Il maestro Albani si era alzato, di scatto, guardando fisso dinanzi a
sè, con un tremito in tutta la persona.
--Eccola lì, la simpatia, la leggiadria, la fantasia, la frenesia!...
il sogno fatto persona!... l'ideale conseguito!... Come l'amavo? Come
è impossibile dire!... L'arte? mia moglie? i miei figli? l'avvenire?
Dimenticato tutto, tutto! I pensieri di ogni istante, i sogni di tutte
le notti, erano per lei, per lei salute e morte mia! Le parole d'amore
che non avevo detto a nessuna, i baci d'amore che non avevo dato, i
tesori d'amore che avevo accumulato cupidamente in fondo all'anima, io
volevo spenderli per lei, tutti in una volta, con la pazza prodigalità
dell'avaro che guarisce del suo vizio! Io volevo darle tutto il mio
sangue! confondere la mia vita nella sua! inabissare eternamente il
mio essere nel suo!... O miseria! miseria!... Io dimenticavo di essere
un uomo, una creatura materiale soggetta alle miserabili leggi della
materia.... La mia fibra s'infiacchiva, la mia mente cominciava a
smarrirsi, i miei ricordi a confondersi; io ero malato, malato di
-lei-.... Mia moglie era messa a piangere in un cantuccio; io la
lasciavo, per andarla a trovare.... Il mio bambino agonizzava; io lo
lasciai per seguirla ancora.... A misura che il mio male cresceva, più
imperioso si faceva il bisogno di lei.... Che cosa avrei fatto della
salute, io che volevo annientarmi stringendola al mio petto, bevendo
il suo profumo, suggendo il miele delle sue labbra? O miseria! io non
potevo annichilirmi fra le sue braccia, io non potevo darle dell'amor
mio sconfinato quell'unica dimostrazione adeguata!...
Il maestro Albani si era nuovamente lasciato cadere sulla seggiola,
intanto che il Natali lavorava febbrilmente alla sua figura.
--Invece, i miei amici mi ammonivano, mi scongiuravano di fuggirla, di
tornare ai miei monti, per rifarmi, per combattere ancora le battaglie
dell'arte.... L'arte? Quale arte?... Un giorno mi condussero per forza
a S. Pietro a Majella; vi intesi dei frastuoni, delle cacofonie
irritanti.... Fuggirla? io? io che le stavo attaccato come l'ombra? io
che parlavo di lei a mia moglie, enumerandole le dolcezze dei -suoi-
baci, le furie delle -sue- strette, i languori dei -suoi- sguardi? io,
che al pensiero di lei mi mettevo a tremare da capo a piedi, come una
foglia?... Intanto, la vitalità che a poco a poco io perdevo, pareva
concentrarsi in lei; mai io l'avevo vista così floridamente bella, in
una così magnifica fioritura di tutto il suo essere.... Io sentivo ora
che sarei morto per lei; non come avevo sognato, ma d'una morte lenta,
continua, di tutti i giorni.... Sì, era questo! Che cosa importava?
Nessuna morte sarebbe stata più invidiabile!... Qualche volta,
subitamente ispirato, mi proponevo di scrivere qualcosa di grande, di
sublime, il canto del cigno, un'opera immortale che avrebbe attestato
alla posterità la forza di quella passione, ed in cui io sarei
sopravvissuto. Non era in quell'amore l'ispirazione attesa, affrettata
coi voti più ardenti, senza la quale il mio ingegno non avrebbe potuto
dare i frutti promessi?... E mi mettevo al pianoforte; ma le idee si
confondevano, una nausea mi vinceva, non ero buono a nulla; e davo dei
pugni sui tasti, delle pedate allo strumento, e stracciavo
rabbiosamente stampe e manoscritti... La gente che mi attorniava
raddoppiava d'insistenze, diceva delle menzogne: che ella era indegna
dell'amor mio! che ella mi tradiva!... Non mi davano più pace: una
persecuzione!... Come non capivano che facevano peggio? Che cosa
volevano da me? Non mi importava di perdere l'ingegno, non
m'importavano i suoi tradimenti, come dovevo dirlo?... E, infine, chi
erano tutti costoro?... Fuori!... via!... io non li conoscevo, non
sapevo che farmi di loro; -ella- mi aspettava, comprendevano o no!...
Un giorno, arrivò mia madre. Appena mi ebbe visto, scoppiò in pianto.
Anche lei?... Perchè era venuta! Chi l'aveva chiamata? Chi aveva
bisogno di lei?... Afferrata al mio braccio, ella cercava di
trattenermi; io la urtai, violentemente.... Della gente mi afferrò; mi
dibattei, detti dei morsi, caddi....
*
* *
Stanco, sfinito, anelante, il maestro Albani tacque un istante.
Anastasio Natali non gli diè tempo di prender fiato:
--E poi?... e poi?...
--Poi, niente.... un gran vuoto nero, con qualche sprazzo di luce di
tratto in tratto.... Fui portato in una casa di salute.... Capisci?
aver sognato di non esser più in terra, di aver varcato le anguste
frontiere dentro cui si aggira l'umanità lamentosa, e risvegliarsi
paralizzato di corpo e di spirito, incapace di muoversi e di pensare,
ridotto un oggetto di compassione o di scherno!... Non ricordo più
nulla.... sì, il sorriso straziante di mia moglie, le grida festanti
dei miei bambini che giuocavano in giardino, le grida dei bambini
vestiti di nero.... perchè? Era la mamma che aveva finito di piangere
per me.... lo seppi più tardi, quando dissero che ero guarito....
Guarito? Io non avevo mai sofferto come allora. Io sonnecchiavo in una
incapacità spirituale che formava il mio tormento; passavo le mie
giornate a lottare con la memoria recalcitrante, con l'intelligenza
assonnata, con le visioni che venivano incessantemente a turbarmi....
Come l'Albani tacque ancora, Anastasio Natali che continuava
nervosamente nel suo lavoro, ripetè:
--E poi?... e poi?...
--Poi, ho finito.
--Ma la guarigione?
--Ah, sì! È avvenuta da qualche mese soltanto, e non è ancora, come
vedi, completa. Ero andato a passare qualche tempo al mio paese, a
respirare quell'aria balsamica, a riposare gli occhi nella
contemplazione del verde. Del mio paese io avevo dimenticato tutto: la
posizione, le strade, gli abitanti, la pronunzia. A poco a poco i miei
ricordi si districavano, si facevano meno confusi; mi sentivo tornare
alla coscienza di me stesso.
Un giorno, incontrai un compagno d'infanzia che non stentai molto a
riconoscere. Questa scoperta mi riempi di soddisfazione, e come
l'amico mi aveva pregato di andarlo a trovare, mi avviai verso la sua
casa. Aggirandomi per quelle viuzze strette, in salita, dove, ragazzo,
avevo tanto trottato, provavo una tenerezza, una contentezza, che
assaporavo deliziosamente, senza scoprirne la ragione. Come feci a
rintracciare la strada? Non lo so; io andavo, andavo, senza pensare
alla meta, ma sicuro di non mancarla.... Quando mi trovai nella via in
cui abitava l'amico, quando finalmente alzai gli occhi alla sua casa,
quello stato d'animo si fece più intenso. Che cosa mi dicevano quelle
mura? Niente, non sapevo dirlo; ma mi pareva che la Serenità dimorasse
lì. Salendo le scale, dovetti più volte fermarmi per dare ascolto a
ciò che sentivo dentro di me. Sai certi preludii chiari, freschi,
leggieri, che ti cullano, ti sollevano, ti trasportano lentamente su,
su, per gli spazii dell'etere? Dentro di me sentivo un che di simile.
Senza saper come nè perchè, ero nell'attesa di qualche cosa che mi
avrebbe colmato di gioia, ma in un'attesa che non aveva nulla di
tormentoso o di semplicemente irrequieto. Entrai.... Passavo di
meraviglia in meraviglia. Al preludio, era successo un canto sommesso,
delicatissimo, ineffabile. Io mi muovevo in mezzo a quelle vibrazioni
sonore.... Il mio amico si avanzava verso di me additandomi una donna
il cui viso restava nell'ombra. Come ella si voltò a guardarmi, il
canto cessò e una gran luce si fece in tutto il mio spirito.... Il mio
primo amore! la fanciulla che io avevo amata nella purezza
dell'adolescenza e che ora rivedevo, egualmente bella, egualmente
serena, cullare il suo bambino! la via di dove io ero passato tante
volte! la casa familiare! le scale che io avevo salito tremante, con
un mazzolino di fiori dei campi in mano! le finestre che io avevo
divorato cogli occhi, nell'attesa della diletta!... la casa che aveva
conservato il suo aspetto raccolto, sereno, mentre il fanciullo fatto
uomo ne derideva il ricordo e perdeva la ragione nel tumulto della
grande città!... Ella mi accolse come una sorella maggiore; aveva
saputo la mia storia, e mentre si girava per le stanze e si scendeva
in giardino, io sorprendevo in lei uno sguardo pieno di pietoso
interesse.... Io mi sentivo rivivere, sentivo la mente schiarirsi, gli
avvenimenti scordati rinascere nella memoria, i più piccoli, i più
insignificanti; mi pareva di essere tornato al tempo felice della mia
fanciullezza. Da quel momento, la pace si è cominciata a fare nel mio
spirito; da quel momento io sono ridiventato un uomo, e l'arte....
Anastasio Natali si alzò, di scatto, aprendo le braccia in croce con
un gran sospiro di sollievo.
--Ora, basta. Il ritratto è impostato....
All'esposizione della Promotrice, il ritratto del maestro Albani, la
cui -Isaura di Valenza- era stato il successo della stagione, ottenne
il primo premio.
STUDIO DI DONNA.
I.
--La signora duchessa ha chiamato?
--Rimandate la carrozza. Portate via quei fiori. Non sono in casa per
nessuno, avete capito?
E come il cameriere si era inchinato a quegli ordini pronunziati con
voce breve e concitata, la duchessa di Neli si lasciò cadere sulla
-vénitienne-.
Una mezza luce filtrava delle stuoie abbassate ed il raccoglimento era
tutt'intorno profondo. I soffici tappeti, le tendine pesanti isolavano
ancora più completamente quel remoto -boudoir- che la duchessa
preferiva per passare il suo tempo leggendo o lavorando, e dove ora
restava, abbandonata, con le mani sul viso, mentre l'ultimo romanzo
del Bourget mostrava il tagliacarte di tartaruga posto fra le pagine,
e un filo di seta partente da un canestrino e perdentesi sotto uno
sgabello tradiva ancora il gesto scomposto che aveva fatto ruzzolare
il gomitolo del ricamo.
A un tratto la duchessa si scosse, si levò in piedi e si diresse verso
lo specchio. Giunta lì dinanzi, sporse il capo; poi lo ritirò. Pareva
avesse una tentazione di guardarsi, ma ne fosse trattenuta dalla paura
di vedere uno spettacolo raccapricciante.... Ora teneva il gomito
appoggiato allo spigolo del caminetto, e l'indice fra le labbra,
rodendosi lentamente l'unghia e battendo con vivacità la punta del
piede. Ancora una volta si strappò alla sua cogitazione; avanzossi
verso la finestra, la schiuse e tirò su la stuoia. Alla chiara luce
che inondò il -boudoir- azzurro ella si riaffacciò, questa volta
risolutamente, allo specchio e vi restò a lungo, guardandosi.
....Nessun dubbio era più possibile. Aveva sperato un momento che
fosse stata un'allucinazione, un giuoco di luce, un riflesso; ora il
dubbio non era più possibile. I suoi capelli imbiancavano, sulle
tempie, sulla fronte, dove si potevano meno nascondere! Da principio,
qualche anno innanzi, erano stati dei fili d'argento per cui si erano
destate in lei le prime vaghe malinconie del tramonto, ma che ella
aveva presto dimenticati dopo aver dato loro la caccia, strappandoli
dalla radice, con cura scrupolosa, senza dimenticarne uno solo. Per un
pezzo non erano ricomparsi. Poi, timidamente, nascosti, perduti tra le
selve folte e nerissime, i fili bianchi erano spuntati di nuovo; ma
così pochi, così radi, che ella, veramente, non se n'era curata. A
trentotto anni la marchesa Crollanza non ricorreva alle tinture? E la
piccola Annina Fiorelli, a diciotto anni--una bambina!--non era quasi
grigia? Che meraviglia dunque se, alla sua età, qualche filo d'argento
s'intrecciava fra le chiome corvine?... Però, da quella volta, non si
era più guardata attentamente, come di consueto; mentre la cameriera
la pettinava, ella volgeva altrove gli sguardi; un movimento istintivo
le faceva evitare di rivedere quelle macchie che le annunziavano la
prossima fine della propria bellezza. Ed ecco che quel giorno,
avvicinatasi inavvertitamente allo specchio accusatore, aveva scoperto
le ciocche bianche miste al lucente ebano della sua chioma!...
Il dubbio non era più possibile, l'illusione non era più permessa,
eppure ella non sapeva rassegnarsi alla triste scoperta.... Con un
gesto nervoso, portò le mani alla testa, buttò via il pettine a palo e
le forcine, e cominciò a disfare rapidamente il sapiente edifizio
della sua acconciatura. Dapprima le due grosse bande della nuca
caddero, disciolte, sulle spalle; poi quelle delle tempie le velarono
il viso. Visti così, un poco a distanza, in masse copiose, i suoi
capelli erano sempre meravigliosamente belli; bisognava avvicinarsi
allo specchio, bisognava prenderne delle ciocche in mano, dividerle,
allargarle, perchè i fili deturpatori apparissero. Quanti!...
Quanti!... Come non se ne era accorta finora? E ad ogni nuovo ciuffo
che ne scopriva, una vampa le saliva al viso. Avrebbe voluto chiudere
gli occhi, sottrarsi a quella vista angosciosa; ma non glie ne restava
la forza nella specie di fascinazione, di ipnotismo che le aveva
spalancato gli occhi e inchiodato lo sguardo.
Ella invecchiava! Fatalmente, inesorabilmente, il fiore della sua
bellezza intristiva, appassiva, moriva! Oggi erano i capelli che
imbiancavano, domani sarebbero state le rughe che si sarebbero scavate
nel marmo della fronte, nel velluto delle guancie; poi gli smalti dei
denti che si sarebbero scossi, che sarebbero caduti.... Era finita! Il
suo regno di donna cessava. Cessava allo stesso modo con cui era
cominciato: inutilmente....
--Inutilmente!
La parola, pronunziata con accento di profonda amarezza, si perdette
nel silenzio del -boudoir-. La duchessa di Neli si tolse dallo
specchio, e riannodati alla meglio i capelli andò a rovesciarsi sulla
sedia lunga. Ora tutta la sua vita, la sua vita monotona e vuota di
donna onesta le sfilava dinanzi. Meglio così!--si diceva--meglio la
vecchiaia! meglio la bruttezza! poichè bellezza e gioventù non erano
valse a nulla. Meglio che i suoi capelli imbiancassero: qualcuno forse
se ne sarebbe accorto, glie lo avrebbe detto! Che cosa avrebbe dunque
fatto di quella carnagione soave come polpa di frutta mature, di
quella bocca grande, vermiglia, odorosa, di quelle mani
aristocraticamente scarne, dalle dita lunghe e sfilate, di quelle
braccia forti e delicate ad un tempo, di quelle forme agili, eleganti,
piene di grazia; che cosa ne avrebbe fatto, lei che nessuno aveva
amato, che nessuno amerebbe? Avrebbe dovuto esser ancora bella per suo
marito, per quell'egoismo fatto persona, per quell'uomo che le
procurava tutti i fastidii della gelosia senza nessuno dei compensi
dell'amore?... Erano dieci anni che durava la sua condanna, dieci anni
durante i quali un coro di lodi e di ammirazioni le si era levato
dintorno. Il gran pro che ella aveva ricavato dalla sua onestà! La
gratitudine di cui l'aveva pagata suo marito, le avventure del quale
formavano la favola della provincia e la colmavano di ridicolo!...
Infine, le era diventata di peso quella inutile onestà! Una voce di
ribellione le saliva alle labbra. Erano dieci anni che durava la sua
condanna, ma ella ne aveva trentacinque, degli anni! Trentacinque, nè
più nè meno; perchè nasconderlo ancora? perchè mentire ancora a sè
stessa? con quale profitto? Non lo portava ora scritto nella persona,
in quei capelli bianchi che fra poco avrebbero preso il sopravvento? E
a trentacinque anni ella era ridotta ancora a fantasticare come a
quindici! Nell'età in cui le altre cominciavano a vivere di ricordi,
ella era condannata a nutrirsi di speranze, di speranze che si
facevano ogni giorno più chimeriche, e di cui presto ella stessa
avrebbe apprezzato tutto il ridicolo!
Ancora una volta, la duchessa di Neli si scosse dalla sua meditazione
e sollevò la testa. Una semioscurità regnava nella stanza. Ella si
alzò e si fece alla finestra. La giornata si era coperta; dei nuvoloni
grigiastri si rincorrevano, sospinti da un vento che scuoteva le
foglie appassite dagli alberi del viale, e le spargeva turbinosamente
dintorno. Non una carrozza, non un passante. Il grigio plumbeo di quel
cielo autunnale pareva pesasse sulla terra, la opprimesse, togliesse
il respiro ad ogni creatura vivente.
--Meglio così....--disse ancora a bassa voce la duchessa di Neli,
guardando quel cielo schiacciato, la cerchia ristretta dell'orizzonte,
gli alberi mezzo spogli, e trovando una secreta corrispondenza fra la
malinconia delle cose in quella stagione e la disposizione del proprio
spirito. Era l'autunno che oramai le conveniva, l'autunno in campagna,
dove è ancor più visibile il mancare del verde, il ritirarsi del sole,
tutti i sintomi dell'agonia della natura.
E come ella si compiaceva di aver fatto portar via il mazzo recatole
dal suo giardiniere, il domestico comparve di nuovo sull'uscio.
--La signora duchessa è servita.
Passata nella sala da pranzo, preso posto alla tavola dove il duca
batteva la marcia con le posate, fiutando ogni cosa, allungando la
testa da una parte e dall'altra come un ragazzo malavvezzo, la
duchessa disse, con voce breve:
--Domani andrò in villa.
Il marito la guardò, sorpreso da quell'insolito accento di
risoluzione. Ma un sentimento di soddisfazione gli si dipinse subito
in volto.
--Era quello....--Poi, quasi pentito.--Non è una bella stagione. Del
resto, fai come ti piace. Puoi dare gli ordini opportuni.
II.
Nulla dispone lo spirito alle lunghe fantasticherie, alle lente
evocazioni del passato, quanto certe grigie giornate d'ottobre,
allorchè le nuvole sfilano in processione, le une sulle altre, confuse
e nondimeno distinte, allo stesso modo che le imagini degli
avvenimenti trascorsi. Gli uni sugli altri, i ricordi passano pel
cielo della memoria e, lieti o tristi, è in essi sempre un'intima
malinconia, forse come effetto della stessa inazione in cui sono
lasciate le vive energie dell'organismo.
In un simile stato d'animo si trovava Guido Olderico nella spianata
del romitorio di San Francesco, sull'orlo della ripida scoscesa da cui
l'occhio dominava l'immensa verde vallata cosparsa di ville e di
casolari che, da quella distanza, prendevano l'aspetto di giocattoli
disseminati a casaccio dalla mano irrequieta d'un capriccioso
fanciullo. Il cielo era coperto, ma l'aria mite, e il verde degli
sterminati vigneti ancor fresco. Di tanto in tanto, da un campanile di
villaggio, arrivavano i suoni delle ore; dei galli cantavano nella
lontananza; nessun altro suono turbava la pace di quella solitudine.
Seduto sopra un sasso, coi gomiti appoggiati alla balaustra che girava
tutt'intorno alla spianata, l'Olderico pareva una statua, come il S.
Francesco che benediva dall'alto del cornicione della chiesetta. Nella
quiete della campagna, egli sentiva finalmente sedarsi l'agitazione
dei suoi nervi tormentati; e, vista da quella distanza, la vita
turbolenta della grande città, la ricerca compiacente delle sensazioni
raffinate ed acute alla quale egli si era dato, gli facevano un
effetto molto meschino. L'inverno si avvicinava, gli anni volavano
via, ed egli pensava che sarebbe ben presto arrivato il tempo in cui
la rinunzia a quel genere di vita non avrebbe avuto più nulla di
meritorio da parte sua. In quella disposizione dell'animo,
l'inoltrarsi dell'autunno in campagna non gli procurava nessuna
secreta angoscia; mentre, gli altri anni, il raggio di sole che si
raccorciava ogni giorno un poco sulla parete del suo salottino, gli
dava una stretta al cuore malgrado le mille distrazioni della città.
«Sol di settembre, tu nel cielo stai
Come l'uom che i migliori anni finì
E guarda triste innanzi: i dolci rai
Tu stendi verso i nubilosi dì.»
Egli si ripeteva i versi del Carducci, ma non più col muto strazio
d'una volta, sibbene con una specie di commiserazione per quella
natura che si sarebbe tra breve assiderata, per tutti gli esseri che
la morte aspettava e per sè stesso ancora....
A un tratto, s'intese un rumore di passi sull'acciottolato della
viottola. Come l'Olderico si voltò, vide due dame avanzarsi per la
spianata.
--Signora marchesa!
--Oh, voi, Olderico! Quale fortuna!... Ci accompagnerete fra gli
orrori di questo speco, non è vero? Noi veniamo a farci monaci, come
Eleonora nella -Forza del Destino-. Voi non vi conoscete? Il cavaliere
Guido Olderico.... la duchessa di Neli Valformio.... O da che parte si
va pel romitorio?...
--Ecco, da questa parte....
L'Olderico dava la destra alla duchessa, che restava così in mezzo.
Ella portava un abito grigio, di lana, semplicissimo; dei guanti
grigi, e una -cappottina- grigia ancor essa. Non un gioiello, nè
orecchini, nè braccialetti. Una -broche- a ferro di cavallo le fermava
soltanto il colletto un poco alto, che le dava un'aria quasi maschile.
--Se questi buoni frati--diceva la marchesa di Crollanza--mi dessero
un terno, un terno piccino piccino, io mi dichiarerei soddisfatta
della mia passeggiata. Non parlo del vostro incontro, Olderico, che è
un altro terno. Lo giocherete anche voi, quello dei frati; non è vero?
Io vorrei vincere un milioncino....
La duchessa guardava il paesaggio tutt'intorno, distratta, come un
poco infastidita da quel chiacchierio.
--Con Enrichetta si diceva che cosa si sarebbe fatto se trovassimo un
milioncino, in tanti biglietti, per terra, in mezzo alla strada. Per
me, dico la verità, mi farebbe molto comodo; lo intascherei!... Non
farebbe anche comodo a voi?
--Ohibò! Io lo consegnerei al signor questore e mi prenderei gli elogi
dei cronisti!...
Ma, ridendo con la marchesa, egli aveva gli occhi alla sua compagna,
sempre seria e un po' triste.
Come egli ebbe picchiato al portone, la figura di un fratello
dall'ispida barba nerissima si affacciò al finestrino.
--È permesso visitare il romitorio?
La testa scomparve, e il portone si schiuse a mezzo. Per la prima,
risolutamente, la duchessa di Neli entrò. La marchesa esitava, si
guardava attorno, guardava l'Olderico, quasi a rassicurarsi.
Finalmente raccolse la sua gonna di -peluche mousse-, a larghe bande
di ricamo a rilievo; chinò un poco la testa su cui portava un cappello
a larghe tese in feltro oliva, con una ricca guarnizione di piume
-mousse- a sfumature cascanti da un lato, e si decise a seguire
l'amica.
Nella corte, le foglie secche dei castagni avevano formato un grosso
tappeto su cui le vesti femminili sfrusciavano. Il fratello, con la
schiena curva, il rosario ballante dalla cintura di cuoio, i piedi
nudi negli zoccoli di legno, faceva strada in silenzio. Dinanzi alla
scala, le paure della marchesa si rinnovarono. La sua amica era già
scomparsa, che ella non aveva ancora salito un gradino. Il suo
chiacchierio era completamente cessato.
--Che idea, quell'Enrichetta, di venire a cacciarsi qui dentro!
Olderico, statemi vicino.
Salendo, ella si fermava ogni tanto, e si voltava indietro ad
accertarsi ch'egli fosse lì. In quella sua paura, era seducentissima;
però il rumore dei passi della duchessa distraeva l'Olderico.
In cima alla scala, il corridoio lungo e stretto, dalle vôlte basse,
fiocamente illuminato dalla finestra posta all'altra estremità,
mostrava le due file di porticine vecchie, tarlate, controsegnate da
un numero. La duchessa andava sempre avanti, accanto al fratello che
narrava a bassa voce i miracoli di S. Francesco, cogli occhi per
terra, fermandosi ogni tanto a mostrare con la mano ossuta e callosa
un quadricino polveroso, dove si distingueva a stento un bastimento in
mezzo ad una tempesta, o degli uomini piagati, con una piccola imagine
del santo circondata di nubi in un angolo.
La marchesa avanzava lentamente, gettando intorno degli sguardi
ansiosi, e tenendosi vicino all'Olderico. Arrivati al crocicchio
formato da un altro corridoio che tagliava il primo ad angolo retto,
s'intese di scatto un rumor sordo, quasi un rantolo.
--Olderico!... datemi il braccio!...--e vi si abbandonò tutta.
Era un orologio invisibile, al quale scoccavano le ore.
Come i suoni cessarono, una porta si aprì, lontano, e una fila di
frati, con la testa china, passò biascicando incomprese preghiere.
--Ho paura!--disse ancora la marchesa al suo compagno--portatemi
via....
L'Olderico la sentì che gli si stringeva al fianco; ma egli era
sorpreso della propria indifferenza innanzi a quella seduzione; i suoi
occhi seguivano sempre la figura della duchessa che procedeva
serenamente, chinando la testa e facendo con la mano il segno del
bacio dinanzi alle imagini sacre.
Erano già in capo al corridoio. Come il fratello aprì la finestra,
l'Olderico esclamò:
--Guardi che bella vista!
La marchesa, che seguendo gli sguardi del suo cavaliere aveva scoperto
l'oggetto di quella attenzione, lasciò bruscamente il suo braccio.
--Proprio! Meravigliosa!--esclamò con una piccola intonazione di
dispettoso sarcasmo.
Il panorama era davvero bellissimo, assai più vasto che dalla
spianata, da cui il versante dei monti coperti di boschi in basso e di
nevi nell'alto non si scopriva.
Dinanzi al grandioso paesaggio, la duchessa di Neli non diceva nulla.
Un velo di malinconia pareva ricoprisse il suo volto, e un'espressione
di stanchezza era in tutta la sua persona.
Come Guido Olderico le si trovò di faccia, vicinissimo, scorse ad un
tratto i suoi capelli della fronte tutti filettati di bianco.
III.
--Verrà?... Non verrà?...
Passeggiando rapidamente da un capo all'altro della terrazza della sua
villa, la duchessa di Neli si rivolgeva per la centesima volta, da che
aveva incontrato l'Olderico, quella domanda. Ella aveva ancora dinanzi
la sua figura aristocratica, dai gesti agevoli e corretti; sentiva
ancora il suono della sua voce quando, al ritorno dal romitorio, preso
posto nel -landau- della marchesa, si era intavolata una discussione
sulle cose dell'arte e della letteratura, ed egli aveva svolto delle
opinioni e manifestati dei gusti delicati, squisiti, quasi femminili.
Aveva ancora promesso di mandare dei libri alle signore, e la duchessa
contava su di questo perchè quella relazione si annodasse. Ora ella si
pentiva di non avergli dato ad intendere che la sua compagnia le
sarebbe stata molto gradita, e che lo avrebbe rivisto con piacere in
casa propria. Come era stata fredda, rigida, antipatica! Doveva
certamente aver fatto un effetto di repulsione invincibile. Già, era
così mal messa! Quella povera vesticciuola grigia!... Quella
-cappottina- dell'altro anno!... Non aveva sorriso neppure una sola
volta, non aveva dischiuso abbastanza le labbra perchè, in mancanza di
gioielli, egli vedesse almeno le perle dei suoi denti.
--Verrà?... Non verrà?...
Malgrado i suoi timori e i suoi pentimenti, la duchessa serbava ancora
qualche speranza. Nella solitudine di quella villeggiatura fuori mano,
l'Olderico avrebbe probabilmente colta con premura l'occasione di
stringere una nuova relazione. E poi, e poi.... trentacinque anni, è
vero; dei capelli bianchi.... ma, con una mano sulla coscienza, la
duchessa sentiva di esser cento volte preferibile a quella povera
marchesa, che sprecava ormai invano tutta la sua civetteria!...
Sentiva però nello stesso tempo che ella non aveva ancora molto da
aspettare, e che bisognava decidersi. Per l'appunto, la rigida
sorveglianza del duca si era in quel momento rallentata. Suo marito la
lasciava lunghe giornate sola, per andare in città, dove lo chiamava
una sua tresca che era dappertutto il discorso del giorno. Egli non la
giudicava più pericolosa! La sua gelosia veniva meno, perchè egli non
credeva più che ella fosse desiderabile! Glie lo aveva detto, in uno
di quei suoi scherzi feroci di -enfant terrible-! Ah, ella era
vecchia? ella aveva i capelli bianchi?... Gli avrebbe fatto veder lei,
se tutti avrebbero giudicato a quel modo!
Ora, non ne poteva più; non si fidava più di durare in quel sacrifizio
lungo ed inutile. Quella sua virtù finiva per essere ridicola. Tutti,
dal primo all'ultimo, le avrebbero dato ragione, se ella fosse
caduta.... Caduta? Era dunque una colpa il reclamare la propria parte
di felicità, un poco d'amore?... E, ad una ad una, le si
ripresentavano alla fantasia le figure di uomini intraviste in un
salotto, in teatro, alle quali ella aveva pensato secretamente, nelle
notti insonni, o fra il vuoto chiacchierio d'una visita di
convenienza, o in chiesa, quando gli occhi fissi sul libro di
preghiere non vi sapevano più leggere.... Sempre, sempre, il caso, la
sua virtù, la sua disgrazia, la gelosia del marito, avevano arrestato
il romanzo al primo capitolo; romanzi ella non poteva farne, era
condannata a leggerli soltanto!... Suonava ad un tratto l'ora della
rivincita! Ella contava bene di non lasciar sfuggire questa volta
l'imprevista occasione.... E il dovere? Ah, se ella credeva che le
grandi emozioni dell'amore, che gl'incanti di una di quelle passioni
che fanno l'invidia del mondo, si potessero provare senza sacrificar
qualche cosa!...
La fantasia della duchessa correva, correva, ed ella aveva già
architettata l'avventura. Trovava tutto agevole, in quella campagna,
nell'assenza del marito; e l'illusione era così forte che ella provava
il rimorso del fallo non per anco commesso se non col pensiero. Poi,
per gastigo, si derideva, si faceva beffe di sè stessa per tanto
almanaccare sopra una semplice presentazione, sopra un avvenimento
comunissimo, come ne ricordava mille altri.
--Verrà?... Non verrà?...
Intanto, ella era venuta in campagna senza pensare alla sua toletta;
non aveva portato nulla: nè una veste da camera, nè un abito da
visita; nè un gioiello, nè una boccettina di profumi! Nulla, proprio
nulla, altro che quel miserabile vestitino grigio!... A poco a poco,
la sua passeggiata, o meglio la sua corsa per la terrazza s'era
rallentata. Ella avanzava ora con le mani dietro la schiena e la testa
un po' china. A un tratto rientrò, e seduta al suo tavolino cominciò a
scrivere sopra un foglio di carta la lista degli oggetti che le
occorrevano. Interrompendosi di tanto in tanto, ella guardava per aria
rodendo la punta del suo portapenne e mormorando:
--Verrà?... Non verrà?...
IV.
Giunto in vista della villa, Guido Olderico moderò la corsa del suo
cavallo. Da lontano, posta alle falde della collinetta arrotondata
come un'enorme mammella, circondata da un boschetto di pini e di
castagni, la villa della duchessa aveva un aspetto assai pittoresco
coi suoi padiglioni, le sue torricelle e i suoi tetti acuminati.
Intanto che il cavallo si avanzava al passo, scalpitando e mordendo il
freno, l'Olderico cercava di sorprendere, nella fisonomia dei luoghi,
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