«Sì, il perdono.... Ero io sicuro che ella non avesse ragione, che non l'avessi sospettata a torto?... Poi, io non potevo cacciarla via, io non potevo vivere senza di lei.... «Di questo ella ora mi minacciava. I miei sospetti l'avevano offesa, ed il perdono non era bastato. Ella era diventata irritabile, insofferente, trovando ogni giorno una ragione di muover lite, asserendo che morta la fiducia, la vita in comune non poteva più durare. Io mi facevo sempre più umile, sempre più paziente, sempre più premuroso; la vita senza di lei mi sarebbe parsa una nera cosa.... Poi, avrei voluto dirle che sapevo il motivo di quella sua irritabilità, di quelle sue provocazioni, che il motivo era il pensiero dell'altro, di cui ella non si era scordata.... ma non lo dicevo, per non soffiare sul fuoco. Ero molto triste, ma nascondevo la mia tristezza; se no, che merito avrei avuto del mio perdono? «Un giorno, passando nella sua stanza da lavoro, le annunziai: «C'è di là Filippo.» Filippo era il giardiniere; anche -quell'altro- si chiamava così. Come ella fece un moto repentino e mal represso, io le dissi, tranquillamente, quasi ridendo: «Non è lui, è il giardiniere....» Ella scattò in piedi, mi colmò di rimproveri, andò a chiudersi in camera. Aspettavo impazientemente l'ora del desinare; ero pentito di quel che avevo detto, volevo abbracciarla, domandarle scusa, dirle infine che tutto questo non era ragionevole.... Quando fu l'ora, ella non comparve. Era andata via da sua madre; la mia casa era deserta.... «Quella casa, la -nostra- casa, come aveva potuto lasciarla? Il colpo fu duro; mi pareva come una morte, come quando la mamma se ne era andata. Poi mi facevo una ragione: se non voleva più stare con me, potevo obbligarvela con la forza? «Un giorno, ricevetti la visita di sua madre. Mi annunziava che ella aveva presentata domanda di separazione; che allo stato in cui erano le cose era il meglio che si poteva fare. Sta bene, non mi sarei opposto; domandavo soltanto, per curiosità, per quella curiosità che gli ammalati hanno delle cause dei loro mali, che cosa ella aveva da dire contro di me. Mi rispose questo: che io non l'amavo più.... «Ed è lei che lo dice? e quale prova ne dà?» La prova era questa: che io non ero geloso.... Mi venivano in bocca delle parole amare; le ingoiai. Le recriminazioni mi sono sempre parse inutili, qualche volta un poco ridicole per giunta. «Comparimmo, dapprima separatamente, dinanzi al signor presidente per l'esperimento della conciliazione. Dissi al magistrato tutta la verità; la verità ha un accento che la fa riconoscere: egli comprese che non mentivo. Condannava però il mio consenso alla separazione: lasciata a sè sola, quella donna si sarebbe perduta. Fummo messi in presenza l'uno dell'altra, la rividi.... Ella non potè sostenere il mio sguardo; se lo avesse sostenuto, vi avrebbe letto un dolore infinito.... Il presidente era deciso a spuntarla, vi metteva la sua coscienza di uomo onesto ed il suo amor proprio di funzionario. Ella era imbarazzata, confusa, intimidita. Ad uno ad uno, egli ribattè tutti i suoi fiacchi argomenti, la fece convenire del suo inganno, e la costrinse a confessare di essere stata messa su, di aver tutto da perdere nel lasciarmi.... La riebbi. «Credevo di aver fatto un brutto sogno. Ritrovandola al mio fianco, in casa mia, come ai giorni lontani, mi sentivo tornare da morte a vita. Ero stato pazzo di lasciarla libera di abbandonarmi! Riconoscevo la mia parte di colpa. Ella aveva avuto ragione accusandomi di non esser geloso; la gelosia è una prova d'amore. Io ero stato geloso in silenzio, dentro di me, per timore di increscerle; avevo sbagliato. Le donne, alle volte, vogliono essere dominate. «Come le dimostrai la mia gelosia, come le dissi soltanto che -quell'uomo- era indegno di lei, si mostrò offesa, non mi parlò per due giorni.... Ella mi aveva mentito: aveva dato retta a quell'uomo, era stata da lui indotta a lasciare la mia casa, e non avendo resistito alla prova del confronto dinanzi al magistrato, teneva ore secrete conferenze con un avvocato, per riprendere il processo di separazione.... «Non potevo più illudermi: era un'indegna, e non sapevo vivere senza di lei. Misurando tutta la mia abiezione, presi un giorno il mio revolver e pensai di uccidermi. Scrissi un testamento, che esiste ancora, e fui per eseguire il mio disegno. Sul punto di morire, volli tentare un ultimo passo. Chiamai mia moglie in camera mia e chiusi l'uscio. Come mi vide fare quell'atto, come scorse il revolver ancora sul tavolo, si slanciò verso la finestra, per chiamare aiuto.... Io l'afferrai alla vita, le caddi in ginocchio, le baciai le mani, dicendole tutta la stoltezza della sua paura. Parlai, parlai, parlai. Le tenni il linguaggio dell'amore, della speranza, del comando, della preghiera, della fede, del perdono; le ricordai il passato, la feci libera dell'avvenire, le dissi che volevo uccidermi.... Ella si scosse. Ancora una volta, avevo vinto. «Mezz'ora dopo, andò fuori. Io rimasi in camera mia, a pensare. Sul tardi, rincasò e mi venne incontro. L'avvocato era con lei. Veniva per dirmi che voleva andarsene via, che non voleva restare con me. Come?... ancora?... perchè?... Le domande mi si affollavano alla mente. Non domandai nulla. Dissi: «Sia pure....» «Come la vidi allontanarsi, mi slanciai contro di lei. Volevo almeno abbracciarla un'ultima volta, volevo almeno vederla, se partiva per sempre.... Ella dette un grido, chiamando al soccorso. Due guardie, rimaste in sala, comparvero. «Come vidi le guardie in casa mia, corsi al tavolo, afferrai il revolver, l'uccisi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . «Questo direi ai signori giurati, se l'avessi uccisa. Io non l'ho uccisa, l'ho vista andare via per sempre, vivo da lunghi giorni nel deserto di questa casa ancora tutta odorante di lei, apro ogni tanto l'album che racchiude il suo ritratto, lo bacio e piango.» IL RITRATTO DEL MAESTRO ALBANI. Mentre Anastasio Natali dava gli ultimi tocchi al suo quadro della -Ginestra---un orrido e deserto paesaggio vulcanico, tutto asperità, crepacci, lastroni, fra i quali, a mazzi, a ciuffi, a boschetti, i gialli fiorellini mettevano come una nevicata d'oro--la tenda che mascherava l'uscio d'entrata fu rimossa, e la figura del maestro Albani apparve a metà. --È permesso? --Avanti. L'Albani entrò, col cappello in mano; si avvicinò rapidamente al cavalletto, e dato uno sguardo alla pittura, disse: --Bellissimo, perfetto, meraviglioso, sublime. Nel pronunziare questa progressione di aggettivi ammirativi, la sua voce non era salita di un tono. Con maggiore espressione si sarebbe detto: Buon giorno, ti saluto; stai bene? Come restava lì, impalato, dietro le spalle del Natali, questi cominciò a soffiare, e abbassando pennelli e tavolozza: --Se non ti levi di lì--esclamò--non potrò fare più nulla. --Sarebbe un peccato. E, scostatosi, l'Albani si guardò attorno, in cerca di una sedia. L'impresa non era agevole. Un'artistica confusione regnava nello studio, e i drappi dai colori smaglianti, i costumi antichi, i libri dalle ricche legature, gli album di fotografie, le scatole dei colori si ammonticchiavano sopra le quattro o cinque sedie spaiate e di vecchio modello che parevano perdute nella vastità dello stanzone. Solo un teschio mancante delle mascelle troneggiava sopra uno sgabello di legno scolpito, accanto alla mensola -rococo-. L'Albani si diresse da quella parte, prese il teschio per le occhiaie e si mise a sedere. Allora, il silenzio si fece profondo. Nascosto in fondo a un aranceto, invisibile dalla stradicciuola per la quale i carri non potevano passare, lo studio del Natali era un vero romitaggio. --Ci siamo!--esclamò finalmente il pittore, dopo una mezz'ora di lavoro silenzioso, e buttati da canto tavolozza e pennelli, levatosi in piedi e indietreggiando di qualche passo con una mano sugli occhi a guisa di visiera, si mise ad esaminare l'opera propria. Luigi Albani lasciò anche lui di misurare in tutti i sensi il cranio che teneva ancora sulle ginocchia, lo posò sulla mensola, vi adattò sopra il suo cappello e si fece incontro all'amico. --Dunque, ti piace davvero?--chiese il pittore. --È un imbratto. Il Natali lo guardò un istante. Poi, scrollando le spalle: --Ah, sì; hai ragione! Dimenticavo di parlare col maestro Albani. --Cioè, col critico più acuto dell'ex-regno delle Due Sicilie,--rispose l'altro, senza scomporsi. E avvicinatosi al quadro, accompagnando le proprie parole con gesti sobrii e compassati, riprese: --Prima di tutto, questa lava è di cioccolata; come -réclame- nelle scatole del Suchard sarebbe impagabile. Poi, il cielo è oleografico e le nuvole sono di bambagia. Toccale, e vedrai che si sfilaccicano. Ora, bisognerebbe parlare del soggetto.... --Eh! parliamone pure!--esclamò il pittore sorridendo. E accesa una sigaretta, sedette incrociando una gamba sull'altra e guardando curiosamente l'Albani. --Il soggetto, a tuo vedere, dovrebbe essere pieno di filosofia; il fiore nel deserto, l'antitesi eterna della natura che sorride mentre tende le sue insidie, o che insidia mentre sfoggia i suoi sorrisi--a piacere. Sta bene. Solamente, per maggiore intelligenza, ti consiglierei di imitare quel pittore polacco che, esponendo un quadro rappresentante -L'ultima composizione di Mozart-, faceva eseguire, da suonatori nascosti dietro la tela, la -Marcia funebre- del maestro. Se vuoi, potrei declamare io stesso i versi del Leopardi. E, passando dall'altro lato del cavalletto, il maestro Albani cominciò: --Qui mira e qui ti specchia, Secol superbo e sciocco, Che il calle insino allora Dal risorto pensier segnato innanti Abbandonasti.... Non potè continuare. Anastasio Natali rideva a crepapelle, con le mani ai fianchi, rovesciando indietro la sua forte testa dagli arruffati capelli castagni. --Ah! ah! ah!... bellissimo!... ah! ah! ah!... Non c'è che il maestro Albani per avere di queste idee!... L'altro lasciò il suo posto, e aspettato che l'amico si calmasse, riprese a parlare passeggiando lentamente per lo studio: --Tu ti credi moderno, ma sei più antico del tuo Leopardi, che si è sbagliato di venti secoli. Con questo sistema delle antitesi e delle allegorie, ti potrebbe finir male. Se vuoi fare della filosofia, scrivi un trattato, non dipingere un quadro.... --Eh! il discorso non è poi tanto da matto! --E se ti sta tanto a cuore l'espressione, cercala dove va cercata.... --Cioè? --Nelle nobili fattezze del re del creato. L'abituale freddezza d'accento di Luigi Albani si era fatta ancora più grande, e nel tono strascicante con cui aveva pronunziate quelle parole quasi ripetendo una frase mandata a memoria, v'era un'ironia così sottile ed acuta, che il Natali si voltò a guardarlo. Ora, egli si dirigeva in fondo allo stanzone, verso la mensola. Arrivato lì vicino, ricominciò: --Le nobili fattezze del re del creato sono ancora piene d'espressione dopo distrutte. Ecco, per esempio, un quadro molto espressivo: questa mensola Luigi XV, con questo cappello 1887 sopra un teschio che può essere di tutti i tempi e di tutti i paesi.--Poi, preso il teschio e mettendosi a considerarlo attentamente.--Ed ecco un altro quadro: il problema d'Amleto, essere o non essere, cioè se è meglio.... Tu dovresti fare il mio ritratto così. Anastasio Natali scosse le spalle e si fregò fortemente le mani, segno che stava per rimettersi al lavoro. --A noi due, stravagante; ho un'ora perduta, e se mi prometti di star buono e di lasciare in pace il teschio, ti butto giù un pastello. --Vorrà essere una cosa molto originale. Il Natali mise a sedere l'amico, dispose il cartone sopra una tavoletta, prese la scatola dei pastelli, sedette anche lui, e cominciò a tracciare, con la sua febbrile impazienza di meridionale nervoso, le prime linee. Però, a misura che il suo lavoro avanzava, l'attività dell'artista andava rallentando. Ora egli si fermava ad ogni tratto, buttava il corpo indietro per giudicare dell'effetto, guardava lungamente il modello, e aveva un piccolo aggrinzamento delle guancie che dimostrava chiaramente il suo malcontento. --Scusa, tirati più indietro.... no, più avanti.... Alza un poco il capo.... così.... no, come prima. Tornato al lavoro, ricominciarono le sue esitazioni. La figura era già tutta abbozzata, la rassomiglianza in certo modo conseguita; mancava una cosa soltanto: l'espressione. --Apri un po' gli occhi.... non così, più chiusi.... insomma, non ti sforzare.... E chiudi la bocca, se no c'entreranno le mosche!... A poco a poco, il Natali cominciava a indispettirsi; gli pareva che Luigi Albani si prendesse giuoco di lui. --Insomma, vuoi star composto, o mando tutto per aria? --Ti prego di credere che sono compostissimo. Ed era quello, dunque, il suo atteggiamento naturale? Dacchè era tornato da Roma, il Natali non aveva ancora guardato l'amico così attentamente; non aveva ancora esaminati quegli occhi smorti, senza sguardo, quei muscoli flaccidi, quasi cascanti, quelle labbra leggermente dischiuse, quella carnagione scialba, quell'aria di stanchezza, d'indifferenza, di noia, di vacuità diffusa sopra una fisonomia impossibile a definire. Conosceva le sue bizzarrie, le sue eccentricità che gli avevano fatta una reputazione di mattoide nei cenacoli artistici; ma non lo sapeva ancora così strano, così inafferrabile, come ora gli si rivelava non solo alla conversazione, ma financo all'aspetto. Nondimeno, si rimise al lavoro, e dette ancora alcuni tocchi; poi, ad un tratto, strappò il cartone e lo buttò da canto. --Cominciamo daccapo. Era proprio impossibile ch'egli afferrasse quella fisonomia? Il Natali ci si arrabbiava. A corto di risorse, egli mise in opera un espediente disperato per uno come lui, avvezzo a non poter lavorare se non nel più assoluto silenzio. --Parla,--disse all'Albani,--racconta qualche cosa! --Di che cosa vuoi parlare? d'arte? L'Albani sviluppava le sue teorie, citava degli esempii, dava dei consigli: ma nulla, nei suoi lineamenti, tradiva una qualunque attività cerebrale; si sarebbe detto uno scolaro sonnacchioso in atto di ripetere la sua lezione. Il pittore si era messo a contraddire tutto quello ch'egli diceva, ad irritarlo, a provocarlo, nella speranza che l'ardore della discussione mettesse almeno una scintilla in quello sguardo. L'Albani non si dava per vinto, teneva testa alle opposizioni, agli scherzi, ai sarcasmi dell'amico, ma il suo sguardo restava freddo come la sua voce lenta, monotona, a momenti irritante. Anastasio Natali non seppe più contenersi. --Insomma, o sono imbecillito io, o sei tu che hai l'aria d'uno scemo. Come un velo d'ombra passò sul viso del maestro Albani. Il pittore alzò gli occhi al lucernario: era una nube che aveva oscurato il sole?... La giornata era sempre tersissima. --Che cos'hai? Ti senti male? L'Albani si era passata una mano tremante sulla fronte. --Non è niente, è che hai ragione.... Io sono stato un anno pazzo.... Il pittore stava per dire: «Un anno soltanto? vuoi dire un po' sempre....» ma era tanta la tristezza dipinta in volto all'Albani, che chiese invece premurosamente: --Tu? --Io stesso. --E come?... perchè?... Mentre io sono stato fuori?... Nessuno me ne ha detto niente.... E come?... perchè?... --Perchè?... Per aver voluto innalzarmi da terra, per aver voluto stringere delle nubi, per essermi dimenticato che ero la più miserabile delle creature: un uomo!... Dimenticando il suo pastello, Anastasio Natali esclamò: --Allora, sentiamo. * * * L'Albani lasciò cadere la testa sul petto, socchiudendo gli occhi. Poi, scuotendosi: --Ti aspetti tu forse qualcosa di straordinario? delle avventure rare od intricate?... È una storia semplicissima, la storia di una passione come se ne possono vedere tutti i giorni. Soltanto, era la mia prima passione.... --O tua moglie? --Mia moglie? Ah, tu credi che io l'abbia amata di amore? che io l'abbia presa di mia propria volontà?.... Me l'hanno data a diciannove anni, perchè era mia cugina, perchè avevano stabilito che dovesse esser così.... Le ho voluto bene, in un certo modo. Che cosa sapevo della vita fino a venticinque anni? Che cosa sapevo in quel miserabile paese, dove un libro era un oggetto della più grande rarità? Eppure, qualcosa bolliva dentro il mio cervello!... Si venne a Napoli.... Il mio scontento, l'irrequietezza, l'aspirazione a qualcosa d'aspettato, di quasi promesso, ma che non veniva ancora, diventava tormentosa. Intorno a me, non sentivo parlare che di una cosa, del solo grande affare della vita: l'amore.... E l'amore io non lo conoscevo se non di nome o nelle fanciullaggini dei quindici anni.... Preso dall'interesse della narrazione, Anastasio Natali aveva dimenticato il suo disegno, e coi gomiti sulle ginocchia e la testa fra le mani, pareva pendere dalle labbra dell'amico. --L'affetto di mia moglie--riprese l'Albani--mi irritava, come una delusione, come una catena; non era mai stata bella, la maternità l'aveva sciupata. Gli strilli dei bambini m'impedivano di studiare, le poche volte che ne avevo voglia. L'arte mi pareva una finzione suprema. Avevo già pronto il libretto di un gran melodramma, -Isaura di Valenza-; non sapevo intanto mettere una nota dopo l'altra. Quella poesia mi faceva l'effetto di una convenzione, di una menzogna, di una ipocrisia.... Quando, un giorno, mi capitarono fra le mani i versi dell'-Attesa-, ti ricordi? Ora dove sei tu, predestinata, Da tanto attesa e non trovata ancor? Un lampo era passato negli sguardi del maestro Albani. Il Natali, senza far rumore, si era alzato, aveva scelta una tela e dispostala sul cavalletto si era nuovamente seduto dinanzi ad esso con la tavolozza passata al pollice della mano sinistra. --Sì che me ne ricordo!--e, preso posto dinanzi al cavalletto, si era messo di nuovo a studiare la figura dell'amico. --La romanza fu composta in un'ora--riprese l'Albani.--Dissero che era una rivelazione; credo che abbia fatto il giro d'Italia. A che?... a che?...--mi domandavo. Fu invece essa che mi dischiuse il paradiso promesso. Mia moglie aveva regalato una copia della composizione ad una sua amica, che io non conoscevo. Non volevo veder nessuno, fuggivo le distrazioni, avevo la fama di un orso, di uno stravagante, di un mattoide; non è vero?... Quest'amica volle conoscermi; cercai di evitarla quanto più fu possibile; un giorno c'incontrammo. Credi tu che vi possano essere degli sguardi coi quali un uomo e una donna che non si conoscono, che si vedono per la prima volta, si dicano immediatamente: Noi saremo l'uno dell'altra?... Uno di questi sguardi brevi, profondi, fulminatori, fu quello che noi scambiammo.... Un mese dopo, il 20 maggio, la nostra muta promessa era compiuta.... --Come fu?--chiese il Natali che, lavorando attorno alla sua figura, non perdeva nè una parola nè un moto dell'amico. --Che cosa importa?... Si doveva andare in giro, tutti e tre, con mia moglie; all'ultima ora l'indisposizione d'un bambino la trattenne. Andammo soli, fuori Grotta, a Pozzuoli, a Baja.... Che cielo! che mare!... Conosci tu il boschetto che sta dietro il lago Lucrino, sulla via della grotta della Sibilla? Il terreno è in pendenza; si procede a caso, scostando i rami che vi sfiorano il viso. Attraverso il fogliame del castagneto filtra una luce verde, fantastica, da -féerie-; par di nuotare in mezzo allo smeraldo fluido.... Il 20 maggio!... Era de maggio e te cadeano 'nzino A schiocche a schiocche le cerase rosse.... Le rosse, le dolci, le fresche ciriegie erano le sue labbra.... Il maestro Albani si era alzato, di scatto, guardando fisso dinanzi a sè, con un tremito in tutta la persona. --Eccola lì, la simpatia, la leggiadria, la fantasia, la frenesia!... il sogno fatto persona!... l'ideale conseguito!... Come l'amavo? Come è impossibile dire!... L'arte? mia moglie? i miei figli? l'avvenire? Dimenticato tutto, tutto! I pensieri di ogni istante, i sogni di tutte le notti, erano per lei, per lei salute e morte mia! Le parole d'amore che non avevo detto a nessuna, i baci d'amore che non avevo dato, i tesori d'amore che avevo accumulato cupidamente in fondo all'anima, io volevo spenderli per lei, tutti in una volta, con la pazza prodigalità dell'avaro che guarisce del suo vizio! Io volevo darle tutto il mio sangue! confondere la mia vita nella sua! inabissare eternamente il mio essere nel suo!... O miseria! miseria!... Io dimenticavo di essere un uomo, una creatura materiale soggetta alle miserabili leggi della materia.... La mia fibra s'infiacchiva, la mia mente cominciava a smarrirsi, i miei ricordi a confondersi; io ero malato, malato di -lei-.... Mia moglie era messa a piangere in un cantuccio; io la lasciavo, per andarla a trovare.... Il mio bambino agonizzava; io lo lasciai per seguirla ancora.... A misura che il mio male cresceva, più imperioso si faceva il bisogno di lei.... Che cosa avrei fatto della salute, io che volevo annientarmi stringendola al mio petto, bevendo il suo profumo, suggendo il miele delle sue labbra? O miseria! io non potevo annichilirmi fra le sue braccia, io non potevo darle dell'amor mio sconfinato quell'unica dimostrazione adeguata!... Il maestro Albani si era nuovamente lasciato cadere sulla seggiola, intanto che il Natali lavorava febbrilmente alla sua figura. --Invece, i miei amici mi ammonivano, mi scongiuravano di fuggirla, di tornare ai miei monti, per rifarmi, per combattere ancora le battaglie dell'arte.... L'arte? Quale arte?... Un giorno mi condussero per forza a S. Pietro a Majella; vi intesi dei frastuoni, delle cacofonie irritanti.... Fuggirla? io? io che le stavo attaccato come l'ombra? io che parlavo di lei a mia moglie, enumerandole le dolcezze dei -suoi- baci, le furie delle -sue- strette, i languori dei -suoi- sguardi? io, che al pensiero di lei mi mettevo a tremare da capo a piedi, come una foglia?... Intanto, la vitalità che a poco a poco io perdevo, pareva concentrarsi in lei; mai io l'avevo vista così floridamente bella, in una così magnifica fioritura di tutto il suo essere.... Io sentivo ora che sarei morto per lei; non come avevo sognato, ma d'una morte lenta, continua, di tutti i giorni.... Sì, era questo! Che cosa importava? Nessuna morte sarebbe stata più invidiabile!... Qualche volta, subitamente ispirato, mi proponevo di scrivere qualcosa di grande, di sublime, il canto del cigno, un'opera immortale che avrebbe attestato alla posterità la forza di quella passione, ed in cui io sarei sopravvissuto. Non era in quell'amore l'ispirazione attesa, affrettata coi voti più ardenti, senza la quale il mio ingegno non avrebbe potuto dare i frutti promessi?... E mi mettevo al pianoforte; ma le idee si confondevano, una nausea mi vinceva, non ero buono a nulla; e davo dei pugni sui tasti, delle pedate allo strumento, e stracciavo rabbiosamente stampe e manoscritti... La gente che mi attorniava raddoppiava d'insistenze, diceva delle menzogne: che ella era indegna dell'amor mio! che ella mi tradiva!... Non mi davano più pace: una persecuzione!... Come non capivano che facevano peggio? Che cosa volevano da me? Non mi importava di perdere l'ingegno, non m'importavano i suoi tradimenti, come dovevo dirlo?... E, infine, chi erano tutti costoro?... Fuori!... via!... io non li conoscevo, non sapevo che farmi di loro; -ella- mi aspettava, comprendevano o no!... Un giorno, arrivò mia madre. Appena mi ebbe visto, scoppiò in pianto. Anche lei?... Perchè era venuta! Chi l'aveva chiamata? Chi aveva bisogno di lei?... Afferrata al mio braccio, ella cercava di trattenermi; io la urtai, violentemente.... Della gente mi afferrò; mi dibattei, detti dei morsi, caddi.... * * * Stanco, sfinito, anelante, il maestro Albani tacque un istante. Anastasio Natali non gli diè tempo di prender fiato: --E poi?... e poi?... --Poi, niente.... un gran vuoto nero, con qualche sprazzo di luce di tratto in tratto.... Fui portato in una casa di salute.... Capisci? aver sognato di non esser più in terra, di aver varcato le anguste frontiere dentro cui si aggira l'umanità lamentosa, e risvegliarsi paralizzato di corpo e di spirito, incapace di muoversi e di pensare, ridotto un oggetto di compassione o di scherno!... Non ricordo più nulla.... sì, il sorriso straziante di mia moglie, le grida festanti dei miei bambini che giuocavano in giardino, le grida dei bambini vestiti di nero.... perchè? Era la mamma che aveva finito di piangere per me.... lo seppi più tardi, quando dissero che ero guarito.... Guarito? Io non avevo mai sofferto come allora. Io sonnecchiavo in una incapacità spirituale che formava il mio tormento; passavo le mie giornate a lottare con la memoria recalcitrante, con l'intelligenza assonnata, con le visioni che venivano incessantemente a turbarmi.... Come l'Albani tacque ancora, Anastasio Natali che continuava nervosamente nel suo lavoro, ripetè: --E poi?... e poi?... --Poi, ho finito. --Ma la guarigione? --Ah, sì! È avvenuta da qualche mese soltanto, e non è ancora, come vedi, completa. Ero andato a passare qualche tempo al mio paese, a respirare quell'aria balsamica, a riposare gli occhi nella contemplazione del verde. Del mio paese io avevo dimenticato tutto: la posizione, le strade, gli abitanti, la pronunzia. A poco a poco i miei ricordi si districavano, si facevano meno confusi; mi sentivo tornare alla coscienza di me stesso. Un giorno, incontrai un compagno d'infanzia che non stentai molto a riconoscere. Questa scoperta mi riempi di soddisfazione, e come l'amico mi aveva pregato di andarlo a trovare, mi avviai verso la sua casa. Aggirandomi per quelle viuzze strette, in salita, dove, ragazzo, avevo tanto trottato, provavo una tenerezza, una contentezza, che assaporavo deliziosamente, senza scoprirne la ragione. Come feci a rintracciare la strada? Non lo so; io andavo, andavo, senza pensare alla meta, ma sicuro di non mancarla.... Quando mi trovai nella via in cui abitava l'amico, quando finalmente alzai gli occhi alla sua casa, quello stato d'animo si fece più intenso. Che cosa mi dicevano quelle mura? Niente, non sapevo dirlo; ma mi pareva che la Serenità dimorasse lì. Salendo le scale, dovetti più volte fermarmi per dare ascolto a ciò che sentivo dentro di me. Sai certi preludii chiari, freschi, leggieri, che ti cullano, ti sollevano, ti trasportano lentamente su, su, per gli spazii dell'etere? Dentro di me sentivo un che di simile. Senza saper come nè perchè, ero nell'attesa di qualche cosa che mi avrebbe colmato di gioia, ma in un'attesa che non aveva nulla di tormentoso o di semplicemente irrequieto. Entrai.... Passavo di meraviglia in meraviglia. Al preludio, era successo un canto sommesso, delicatissimo, ineffabile. Io mi muovevo in mezzo a quelle vibrazioni sonore.... Il mio amico si avanzava verso di me additandomi una donna il cui viso restava nell'ombra. Come ella si voltò a guardarmi, il canto cessò e una gran luce si fece in tutto il mio spirito.... Il mio primo amore! la fanciulla che io avevo amata nella purezza dell'adolescenza e che ora rivedevo, egualmente bella, egualmente serena, cullare il suo bambino! la via di dove io ero passato tante volte! la casa familiare! le scale che io avevo salito tremante, con un mazzolino di fiori dei campi in mano! le finestre che io avevo divorato cogli occhi, nell'attesa della diletta!... la casa che aveva conservato il suo aspetto raccolto, sereno, mentre il fanciullo fatto uomo ne derideva il ricordo e perdeva la ragione nel tumulto della grande città!... Ella mi accolse come una sorella maggiore; aveva saputo la mia storia, e mentre si girava per le stanze e si scendeva in giardino, io sorprendevo in lei uno sguardo pieno di pietoso interesse.... Io mi sentivo rivivere, sentivo la mente schiarirsi, gli avvenimenti scordati rinascere nella memoria, i più piccoli, i più insignificanti; mi pareva di essere tornato al tempo felice della mia fanciullezza. Da quel momento, la pace si è cominciata a fare nel mio spirito; da quel momento io sono ridiventato un uomo, e l'arte.... Anastasio Natali si alzò, di scatto, aprendo le braccia in croce con un gran sospiro di sollievo. --Ora, basta. Il ritratto è impostato.... All'esposizione della Promotrice, il ritratto del maestro Albani, la cui -Isaura di Valenza- era stato il successo della stagione, ottenne il primo premio. STUDIO DI DONNA. I. --La signora duchessa ha chiamato? --Rimandate la carrozza. Portate via quei fiori. Non sono in casa per nessuno, avete capito? E come il cameriere si era inchinato a quegli ordini pronunziati con voce breve e concitata, la duchessa di Neli si lasciò cadere sulla -vénitienne-. Una mezza luce filtrava delle stuoie abbassate ed il raccoglimento era tutt'intorno profondo. I soffici tappeti, le tendine pesanti isolavano ancora più completamente quel remoto -boudoir- che la duchessa preferiva per passare il suo tempo leggendo o lavorando, e dove ora restava, abbandonata, con le mani sul viso, mentre l'ultimo romanzo del Bourget mostrava il tagliacarte di tartaruga posto fra le pagine, e un filo di seta partente da un canestrino e perdentesi sotto uno sgabello tradiva ancora il gesto scomposto che aveva fatto ruzzolare il gomitolo del ricamo. A un tratto la duchessa si scosse, si levò in piedi e si diresse verso lo specchio. Giunta lì dinanzi, sporse il capo; poi lo ritirò. Pareva avesse una tentazione di guardarsi, ma ne fosse trattenuta dalla paura di vedere uno spettacolo raccapricciante.... Ora teneva il gomito appoggiato allo spigolo del caminetto, e l'indice fra le labbra, rodendosi lentamente l'unghia e battendo con vivacità la punta del piede. Ancora una volta si strappò alla sua cogitazione; avanzossi verso la finestra, la schiuse e tirò su la stuoia. Alla chiara luce che inondò il -boudoir- azzurro ella si riaffacciò, questa volta risolutamente, allo specchio e vi restò a lungo, guardandosi. ....Nessun dubbio era più possibile. Aveva sperato un momento che fosse stata un'allucinazione, un giuoco di luce, un riflesso; ora il dubbio non era più possibile. I suoi capelli imbiancavano, sulle tempie, sulla fronte, dove si potevano meno nascondere! Da principio, qualche anno innanzi, erano stati dei fili d'argento per cui si erano destate in lei le prime vaghe malinconie del tramonto, ma che ella aveva presto dimenticati dopo aver dato loro la caccia, strappandoli dalla radice, con cura scrupolosa, senza dimenticarne uno solo. Per un pezzo non erano ricomparsi. Poi, timidamente, nascosti, perduti tra le selve folte e nerissime, i fili bianchi erano spuntati di nuovo; ma così pochi, così radi, che ella, veramente, non se n'era curata. A trentotto anni la marchesa Crollanza non ricorreva alle tinture? E la piccola Annina Fiorelli, a diciotto anni--una bambina!--non era quasi grigia? Che meraviglia dunque se, alla sua età, qualche filo d'argento s'intrecciava fra le chiome corvine?... Però, da quella volta, non si era più guardata attentamente, come di consueto; mentre la cameriera la pettinava, ella volgeva altrove gli sguardi; un movimento istintivo le faceva evitare di rivedere quelle macchie che le annunziavano la prossima fine della propria bellezza. Ed ecco che quel giorno, avvicinatasi inavvertitamente allo specchio accusatore, aveva scoperto le ciocche bianche miste al lucente ebano della sua chioma!... Il dubbio non era più possibile, l'illusione non era più permessa, eppure ella non sapeva rassegnarsi alla triste scoperta.... Con un gesto nervoso, portò le mani alla testa, buttò via il pettine a palo e le forcine, e cominciò a disfare rapidamente il sapiente edifizio della sua acconciatura. Dapprima le due grosse bande della nuca caddero, disciolte, sulle spalle; poi quelle delle tempie le velarono il viso. Visti così, un poco a distanza, in masse copiose, i suoi capelli erano sempre meravigliosamente belli; bisognava avvicinarsi allo specchio, bisognava prenderne delle ciocche in mano, dividerle, allargarle, perchè i fili deturpatori apparissero. Quanti!... Quanti!... Come non se ne era accorta finora? E ad ogni nuovo ciuffo che ne scopriva, una vampa le saliva al viso. Avrebbe voluto chiudere gli occhi, sottrarsi a quella vista angosciosa; ma non glie ne restava la forza nella specie di fascinazione, di ipnotismo che le aveva spalancato gli occhi e inchiodato lo sguardo. Ella invecchiava! Fatalmente, inesorabilmente, il fiore della sua bellezza intristiva, appassiva, moriva! Oggi erano i capelli che imbiancavano, domani sarebbero state le rughe che si sarebbero scavate nel marmo della fronte, nel velluto delle guancie; poi gli smalti dei denti che si sarebbero scossi, che sarebbero caduti.... Era finita! Il suo regno di donna cessava. Cessava allo stesso modo con cui era cominciato: inutilmente.... --Inutilmente! La parola, pronunziata con accento di profonda amarezza, si perdette nel silenzio del -boudoir-. La duchessa di Neli si tolse dallo specchio, e riannodati alla meglio i capelli andò a rovesciarsi sulla sedia lunga. Ora tutta la sua vita, la sua vita monotona e vuota di donna onesta le sfilava dinanzi. Meglio così!--si diceva--meglio la vecchiaia! meglio la bruttezza! poichè bellezza e gioventù non erano valse a nulla. Meglio che i suoi capelli imbiancassero: qualcuno forse se ne sarebbe accorto, glie lo avrebbe detto! Che cosa avrebbe dunque fatto di quella carnagione soave come polpa di frutta mature, di quella bocca grande, vermiglia, odorosa, di quelle mani aristocraticamente scarne, dalle dita lunghe e sfilate, di quelle braccia forti e delicate ad un tempo, di quelle forme agili, eleganti, piene di grazia; che cosa ne avrebbe fatto, lei che nessuno aveva amato, che nessuno amerebbe? Avrebbe dovuto esser ancora bella per suo marito, per quell'egoismo fatto persona, per quell'uomo che le procurava tutti i fastidii della gelosia senza nessuno dei compensi dell'amore?... Erano dieci anni che durava la sua condanna, dieci anni durante i quali un coro di lodi e di ammirazioni le si era levato dintorno. Il gran pro che ella aveva ricavato dalla sua onestà! La gratitudine di cui l'aveva pagata suo marito, le avventure del quale formavano la favola della provincia e la colmavano di ridicolo!... Infine, le era diventata di peso quella inutile onestà! Una voce di ribellione le saliva alle labbra. Erano dieci anni che durava la sua condanna, ma ella ne aveva trentacinque, degli anni! Trentacinque, nè più nè meno; perchè nasconderlo ancora? perchè mentire ancora a sè stessa? con quale profitto? Non lo portava ora scritto nella persona, in quei capelli bianchi che fra poco avrebbero preso il sopravvento? E a trentacinque anni ella era ridotta ancora a fantasticare come a quindici! Nell'età in cui le altre cominciavano a vivere di ricordi, ella era condannata a nutrirsi di speranze, di speranze che si facevano ogni giorno più chimeriche, e di cui presto ella stessa avrebbe apprezzato tutto il ridicolo! Ancora una volta, la duchessa di Neli si scosse dalla sua meditazione e sollevò la testa. Una semioscurità regnava nella stanza. Ella si alzò e si fece alla finestra. La giornata si era coperta; dei nuvoloni grigiastri si rincorrevano, sospinti da un vento che scuoteva le foglie appassite dagli alberi del viale, e le spargeva turbinosamente dintorno. Non una carrozza, non un passante. Il grigio plumbeo di quel cielo autunnale pareva pesasse sulla terra, la opprimesse, togliesse il respiro ad ogni creatura vivente. --Meglio così....--disse ancora a bassa voce la duchessa di Neli, guardando quel cielo schiacciato, la cerchia ristretta dell'orizzonte, gli alberi mezzo spogli, e trovando una secreta corrispondenza fra la malinconia delle cose in quella stagione e la disposizione del proprio spirito. Era l'autunno che oramai le conveniva, l'autunno in campagna, dove è ancor più visibile il mancare del verde, il ritirarsi del sole, tutti i sintomi dell'agonia della natura. E come ella si compiaceva di aver fatto portar via il mazzo recatole dal suo giardiniere, il domestico comparve di nuovo sull'uscio. --La signora duchessa è servita. Passata nella sala da pranzo, preso posto alla tavola dove il duca batteva la marcia con le posate, fiutando ogni cosa, allungando la testa da una parte e dall'altra come un ragazzo malavvezzo, la duchessa disse, con voce breve: --Domani andrò in villa. Il marito la guardò, sorpreso da quell'insolito accento di risoluzione. Ma un sentimento di soddisfazione gli si dipinse subito in volto. --Era quello....--Poi, quasi pentito.--Non è una bella stagione. Del resto, fai come ti piace. Puoi dare gli ordini opportuni. II. Nulla dispone lo spirito alle lunghe fantasticherie, alle lente evocazioni del passato, quanto certe grigie giornate d'ottobre, allorchè le nuvole sfilano in processione, le une sulle altre, confuse e nondimeno distinte, allo stesso modo che le imagini degli avvenimenti trascorsi. Gli uni sugli altri, i ricordi passano pel cielo della memoria e, lieti o tristi, è in essi sempre un'intima malinconia, forse come effetto della stessa inazione in cui sono lasciate le vive energie dell'organismo. In un simile stato d'animo si trovava Guido Olderico nella spianata del romitorio di San Francesco, sull'orlo della ripida scoscesa da cui l'occhio dominava l'immensa verde vallata cosparsa di ville e di casolari che, da quella distanza, prendevano l'aspetto di giocattoli disseminati a casaccio dalla mano irrequieta d'un capriccioso fanciullo. Il cielo era coperto, ma l'aria mite, e il verde degli sterminati vigneti ancor fresco. Di tanto in tanto, da un campanile di villaggio, arrivavano i suoni delle ore; dei galli cantavano nella lontananza; nessun altro suono turbava la pace di quella solitudine. Seduto sopra un sasso, coi gomiti appoggiati alla balaustra che girava tutt'intorno alla spianata, l'Olderico pareva una statua, come il S. Francesco che benediva dall'alto del cornicione della chiesetta. Nella quiete della campagna, egli sentiva finalmente sedarsi l'agitazione dei suoi nervi tormentati; e, vista da quella distanza, la vita turbolenta della grande città, la ricerca compiacente delle sensazioni raffinate ed acute alla quale egli si era dato, gli facevano un effetto molto meschino. L'inverno si avvicinava, gli anni volavano via, ed egli pensava che sarebbe ben presto arrivato il tempo in cui la rinunzia a quel genere di vita non avrebbe avuto più nulla di meritorio da parte sua. In quella disposizione dell'animo, l'inoltrarsi dell'autunno in campagna non gli procurava nessuna secreta angoscia; mentre, gli altri anni, il raggio di sole che si raccorciava ogni giorno un poco sulla parete del suo salottino, gli dava una stretta al cuore malgrado le mille distrazioni della città. «Sol di settembre, tu nel cielo stai Come l'uom che i migliori anni finì E guarda triste innanzi: i dolci rai Tu stendi verso i nubilosi dì.» Egli si ripeteva i versi del Carducci, ma non più col muto strazio d'una volta, sibbene con una specie di commiserazione per quella natura che si sarebbe tra breve assiderata, per tutti gli esseri che la morte aspettava e per sè stesso ancora.... A un tratto, s'intese un rumore di passi sull'acciottolato della viottola. Come l'Olderico si voltò, vide due dame avanzarsi per la spianata. --Signora marchesa! --Oh, voi, Olderico! Quale fortuna!... Ci accompagnerete fra gli orrori di questo speco, non è vero? Noi veniamo a farci monaci, come Eleonora nella -Forza del Destino-. Voi non vi conoscete? Il cavaliere Guido Olderico.... la duchessa di Neli Valformio.... O da che parte si va pel romitorio?... --Ecco, da questa parte.... L'Olderico dava la destra alla duchessa, che restava così in mezzo. Ella portava un abito grigio, di lana, semplicissimo; dei guanti grigi, e una -cappottina- grigia ancor essa. Non un gioiello, nè orecchini, nè braccialetti. Una -broche- a ferro di cavallo le fermava soltanto il colletto un poco alto, che le dava un'aria quasi maschile. --Se questi buoni frati--diceva la marchesa di Crollanza--mi dessero un terno, un terno piccino piccino, io mi dichiarerei soddisfatta della mia passeggiata. Non parlo del vostro incontro, Olderico, che è un altro terno. Lo giocherete anche voi, quello dei frati; non è vero? Io vorrei vincere un milioncino.... La duchessa guardava il paesaggio tutt'intorno, distratta, come un poco infastidita da quel chiacchierio. --Con Enrichetta si diceva che cosa si sarebbe fatto se trovassimo un milioncino, in tanti biglietti, per terra, in mezzo alla strada. Per me, dico la verità, mi farebbe molto comodo; lo intascherei!... Non farebbe anche comodo a voi? --Ohibò! Io lo consegnerei al signor questore e mi prenderei gli elogi dei cronisti!... Ma, ridendo con la marchesa, egli aveva gli occhi alla sua compagna, sempre seria e un po' triste. Come egli ebbe picchiato al portone, la figura di un fratello dall'ispida barba nerissima si affacciò al finestrino. --È permesso visitare il romitorio? La testa scomparve, e il portone si schiuse a mezzo. Per la prima, risolutamente, la duchessa di Neli entrò. La marchesa esitava, si guardava attorno, guardava l'Olderico, quasi a rassicurarsi. Finalmente raccolse la sua gonna di -peluche mousse-, a larghe bande di ricamo a rilievo; chinò un poco la testa su cui portava un cappello a larghe tese in feltro oliva, con una ricca guarnizione di piume -mousse- a sfumature cascanti da un lato, e si decise a seguire l'amica. Nella corte, le foglie secche dei castagni avevano formato un grosso tappeto su cui le vesti femminili sfrusciavano. Il fratello, con la schiena curva, il rosario ballante dalla cintura di cuoio, i piedi nudi negli zoccoli di legno, faceva strada in silenzio. Dinanzi alla scala, le paure della marchesa si rinnovarono. La sua amica era già scomparsa, che ella non aveva ancora salito un gradino. Il suo chiacchierio era completamente cessato. --Che idea, quell'Enrichetta, di venire a cacciarsi qui dentro! Olderico, statemi vicino. Salendo, ella si fermava ogni tanto, e si voltava indietro ad accertarsi ch'egli fosse lì. In quella sua paura, era seducentissima; però il rumore dei passi della duchessa distraeva l'Olderico. In cima alla scala, il corridoio lungo e stretto, dalle vôlte basse, fiocamente illuminato dalla finestra posta all'altra estremità, mostrava le due file di porticine vecchie, tarlate, controsegnate da un numero. La duchessa andava sempre avanti, accanto al fratello che narrava a bassa voce i miracoli di S. Francesco, cogli occhi per terra, fermandosi ogni tanto a mostrare con la mano ossuta e callosa un quadricino polveroso, dove si distingueva a stento un bastimento in mezzo ad una tempesta, o degli uomini piagati, con una piccola imagine del santo circondata di nubi in un angolo. La marchesa avanzava lentamente, gettando intorno degli sguardi ansiosi, e tenendosi vicino all'Olderico. Arrivati al crocicchio formato da un altro corridoio che tagliava il primo ad angolo retto, s'intese di scatto un rumor sordo, quasi un rantolo. --Olderico!... datemi il braccio!...--e vi si abbandonò tutta. Era un orologio invisibile, al quale scoccavano le ore. Come i suoni cessarono, una porta si aprì, lontano, e una fila di frati, con la testa china, passò biascicando incomprese preghiere. --Ho paura!--disse ancora la marchesa al suo compagno--portatemi via.... L'Olderico la sentì che gli si stringeva al fianco; ma egli era sorpreso della propria indifferenza innanzi a quella seduzione; i suoi occhi seguivano sempre la figura della duchessa che procedeva serenamente, chinando la testa e facendo con la mano il segno del bacio dinanzi alle imagini sacre. Erano già in capo al corridoio. Come il fratello aprì la finestra, l'Olderico esclamò: --Guardi che bella vista! La marchesa, che seguendo gli sguardi del suo cavaliere aveva scoperto l'oggetto di quella attenzione, lasciò bruscamente il suo braccio. --Proprio! Meravigliosa!--esclamò con una piccola intonazione di dispettoso sarcasmo. Il panorama era davvero bellissimo, assai più vasto che dalla spianata, da cui il versante dei monti coperti di boschi in basso e di nevi nell'alto non si scopriva. Dinanzi al grandioso paesaggio, la duchessa di Neli non diceva nulla. Un velo di malinconia pareva ricoprisse il suo volto, e un'espressione di stanchezza era in tutta la sua persona. Come Guido Olderico le si trovò di faccia, vicinissimo, scorse ad un tratto i suoi capelli della fronte tutti filettati di bianco. III. --Verrà?... Non verrà?... Passeggiando rapidamente da un capo all'altro della terrazza della sua villa, la duchessa di Neli si rivolgeva per la centesima volta, da che aveva incontrato l'Olderico, quella domanda. Ella aveva ancora dinanzi la sua figura aristocratica, dai gesti agevoli e corretti; sentiva ancora il suono della sua voce quando, al ritorno dal romitorio, preso posto nel -landau- della marchesa, si era intavolata una discussione sulle cose dell'arte e della letteratura, ed egli aveva svolto delle opinioni e manifestati dei gusti delicati, squisiti, quasi femminili. Aveva ancora promesso di mandare dei libri alle signore, e la duchessa contava su di questo perchè quella relazione si annodasse. Ora ella si pentiva di non avergli dato ad intendere che la sua compagnia le sarebbe stata molto gradita, e che lo avrebbe rivisto con piacere in casa propria. Come era stata fredda, rigida, antipatica! Doveva certamente aver fatto un effetto di repulsione invincibile. Già, era così mal messa! Quella povera vesticciuola grigia!... Quella -cappottina- dell'altro anno!... Non aveva sorriso neppure una sola volta, non aveva dischiuso abbastanza le labbra perchè, in mancanza di gioielli, egli vedesse almeno le perle dei suoi denti. --Verrà?... Non verrà?... Malgrado i suoi timori e i suoi pentimenti, la duchessa serbava ancora qualche speranza. Nella solitudine di quella villeggiatura fuori mano, l'Olderico avrebbe probabilmente colta con premura l'occasione di stringere una nuova relazione. E poi, e poi.... trentacinque anni, è vero; dei capelli bianchi.... ma, con una mano sulla coscienza, la duchessa sentiva di esser cento volte preferibile a quella povera marchesa, che sprecava ormai invano tutta la sua civetteria!... Sentiva però nello stesso tempo che ella non aveva ancora molto da aspettare, e che bisognava decidersi. Per l'appunto, la rigida sorveglianza del duca si era in quel momento rallentata. Suo marito la lasciava lunghe giornate sola, per andare in città, dove lo chiamava una sua tresca che era dappertutto il discorso del giorno. Egli non la giudicava più pericolosa! La sua gelosia veniva meno, perchè egli non credeva più che ella fosse desiderabile! Glie lo aveva detto, in uno di quei suoi scherzi feroci di -enfant terrible-! Ah, ella era vecchia? ella aveva i capelli bianchi?... Gli avrebbe fatto veder lei, se tutti avrebbero giudicato a quel modo! Ora, non ne poteva più; non si fidava più di durare in quel sacrifizio lungo ed inutile. Quella sua virtù finiva per essere ridicola. Tutti, dal primo all'ultimo, le avrebbero dato ragione, se ella fosse caduta.... Caduta? Era dunque una colpa il reclamare la propria parte di felicità, un poco d'amore?... E, ad una ad una, le si ripresentavano alla fantasia le figure di uomini intraviste in un salotto, in teatro, alle quali ella aveva pensato secretamente, nelle notti insonni, o fra il vuoto chiacchierio d'una visita di convenienza, o in chiesa, quando gli occhi fissi sul libro di preghiere non vi sapevano più leggere.... Sempre, sempre, il caso, la sua virtù, la sua disgrazia, la gelosia del marito, avevano arrestato il romanzo al primo capitolo; romanzi ella non poteva farne, era condannata a leggerli soltanto!... Suonava ad un tratto l'ora della rivincita! Ella contava bene di non lasciar sfuggire questa volta l'imprevista occasione.... E il dovere? Ah, se ella credeva che le grandi emozioni dell'amore, che gl'incanti di una di quelle passioni che fanno l'invidia del mondo, si potessero provare senza sacrificar qualche cosa!... La fantasia della duchessa correva, correva, ed ella aveva già architettata l'avventura. Trovava tutto agevole, in quella campagna, nell'assenza del marito; e l'illusione era così forte che ella provava il rimorso del fallo non per anco commesso se non col pensiero. Poi, per gastigo, si derideva, si faceva beffe di sè stessa per tanto almanaccare sopra una semplice presentazione, sopra un avvenimento comunissimo, come ne ricordava mille altri. --Verrà?... Non verrà?... Intanto, ella era venuta in campagna senza pensare alla sua toletta; non aveva portato nulla: nè una veste da camera, nè un abito da visita; nè un gioiello, nè una boccettina di profumi! Nulla, proprio nulla, altro che quel miserabile vestitino grigio!... A poco a poco, la sua passeggiata, o meglio la sua corsa per la terrazza s'era rallentata. Ella avanzava ora con le mani dietro la schiena e la testa un po' china. A un tratto rientrò, e seduta al suo tavolino cominciò a scrivere sopra un foglio di carta la lista degli oggetti che le occorrevano. Interrompendosi di tanto in tanto, ella guardava per aria rodendo la punta del suo portapenne e mormorando: --Verrà?... Non verrà?... IV. Giunto in vista della villa, Guido Olderico moderò la corsa del suo cavallo. Da lontano, posta alle falde della collinetta arrotondata come un'enorme mammella, circondata da un boschetto di pini e di castagni, la villa della duchessa aveva un aspetto assai pittoresco coi suoi padiglioni, le sue torricelle e i suoi tetti acuminati. Intanto che il cavallo si avanzava al passo, scalpitando e mordendo il freno, l'Olderico cercava di sorprendere, nella fisonomia dei luoghi, 1 « , . . . . , 2 ' ? . . . , , 3 . . . . 4 5 « . ' , 6 . , 7 , , 8 , 9 . , , 10 ; . . . . 11 , 12 , , 13 ' , . . . . 14 , . , 15 ; , ? 16 17 « , , : « ' 18 . » ; - ' - 19 . , 20 , , : « , 21 . . . . » , , 22 . ' ; 23 , , 24 , . . . . 25 ' , . ; 26 . . . . 27 28 « , - - , ? 29 ; , 30 . : , 31 ? 32 33 « , . 34 ; 35 . , 36 ; , , 37 , 38 . : ' . . . . « 39 ? ? » : 40 . . . . ; . 41 , 42 . 43 44 « , , 45 ' . 46 ; : 47 . : 48 , . 49 ' ' , . . . . 50 ; , 51 . . . . , 52 . 53 , , . , 54 , , 55 , 56 . . . . . 57 58 « . , 59 , , . 60 ! 61 . 62 ; ' . 63 , , ; . 64 , , . 65 66 « , 67 - ' - , , 68 . . . . : ' , 69 , 70 , 71 , 72 . . . . 73 74 « : ' , 75 . , 76 . , 77 , . , 78 . 79 ' . ' , 80 , , . . . . 81 ' , , , 82 . , , . 83 ' , , , 84 , , ; , 85 ' , . . . . 86 . , . 87 88 « ' , . , . 89 , . ' . 90 , . 91 ? . . . ? . . . ? . . . 92 . . : « . . . . » 93 94 « , . 95 ' , , 96 . . . . , . , 97 , . 98 99 « , , 100 , ' . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 101 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 102 103 « , ' . ' 104 , ' , 105 , 106 ' , . » 107 108 109 110 111 . 112 113 114 115 - - - - , , 116 , , , , , , 117 ' - - 118 ' ' , 119 . 120 121 - - ? 122 123 - - . 124 125 ' , ; 126 , , : 127 128 - - , , , . 129 130 , 131 . 132 : , ; ? 133 134 , , , 135 , : 136 137 - - - - - - . 138 139 - - . 140 141 , , ' , . 142 ' . ' 143 , , , 144 , , 145 146 . 147 148 , - - . ' 149 , . 150 151 , . , 152 153 , . 154 155 - - ! - - , ' 156 , , 157 158 , ' . 159 160 , , 161 ' . 162 163 - - , ? - - . 164 165 - - . 166 167 . , : 168 169 - - , ; ! . 170 171 - - , ' - 172 , - - ' , . , 173 , 174 : 175 176 - - , ; - - 177 . , 178 . , . 179 , . . . . 180 181 - - ! ! - - . 182 , ' 183 ' . 184 185 - - , , ; 186 , ' 187 , - - 188 . . , , 189 , 190 - ' - , , 191 , - - . 192 , . 193 194 , ' , 195 : 196 197 - - , 198 , 199 200 201 . . . . 202 203 . , 204 , 205 . 206 207 - - ! ! ! . . . ! . . . ! ! ! . . . ' 208 ! . . . 209 210 ' , ' , 211 : 212 213 - - , , 214 . 215 , . , 216 , . . . . 217 218 - - ! ! 219 220 - - ' , . . . . 221 222 - - ? 223 224 - - . 225 226 ' ' 227 , 228 , ' ' 229 , . , 230 , . 231 , : 232 233 - - ' 234 . , , : 235 , 236 . - - , 237 . - - : 238 ' , , . . . . 239 . 240 241 , 242 . 243 244 - - , ; ' , 245 , . 246 247 - - . 248 249 ' , 250 , , , 251 , 252 , . , , 253 ' ' . 254 , ' , 255 , 256 . 257 258 - - , . . . . , . . . . 259 . . . . . . . . , . 260 261 , . 262 , ; 263 : ' . 264 265 - - ' . . . . , . . . . , 266 . . . . , ' ! . . . 267 268 , ; 269 . 270 271 - - , , ? 272 273 - - . 274 275 , , ? 276 , ' 277 ; , 278 , , , 279 , , ' 280 , ' , , 281 . , 282 283 ; , 284 , , 285 ' . , , 286 ; , , 287 . 288 289 - - . 290 291 ' ? 292 . , 293 , 294 . 295 296 - - , - - ' , - - ! 297 298 - - ? ' ? 299 300 ' , , 301 : , , 302 ; 303 . 304 ' , , , 305 ' 306 . ' , 307 , , ' , 308 , , . 309 310 . 311 312 - - , , ' ' . 313 314 ' . 315 : 316 ? . . . . 317 318 - - ' ? ? 319 320 ' . 321 322 - - , . . . . . . . . 323 324 : « ? ' 325 . . . . » ' , 326 : 327 328 - - ? 329 330 - - . 331 332 - - ? . . . ? . . . ? . . . 333 . . . . ? . . . ? . . . 334 335 - - ? . . . , 336 , 337 : ! . . . 338 339 , : 340 341 - - , . 342 343 * 344 * * 345 346 ' , . 347 , : 348 349 - - ? 350 ? . . . , 351 . , 352 . . . . 353 354 - - ? 355 356 - - ? , ' ? 357 ' ? . . . . ' 358 , , 359 . . . . , . 360 ? 361 , ? , 362 ! . . . . . . . 363 , ' , ' ' , 364 , , . 365 , , 366 : ' . . . . ' 367 . . . . 368 369 ' , 370 , 371 , ' . 372 373 - - ' - - ' - - , 374 , ; , 375 ' . ' , 376 . ' 377 . , - 378 - ; ' . 379 ' , , 380 . . . . , , 381 ' - - , ? 382 383 , , 384 ? 385 386 . , 387 , , 388 389 . 390 391 - - ! - - , , 392 ' . 393 394 - - ' - - ' . - - 395 ; ' . ? . . . 396 ? . . . - - . 397 . 398 , . , 399 , , , 400 ; ? . . . ' ; 401 ; ' . 402 403 , , 404 : ' ' ? . . . 405 , , , . . . . 406 , , . . . . 407 408 - - ? - - , , 409 ' . 410 411 - - ? . . . , , 412 ; ' ' ' . 413 , , , . . . . ! 414 ! . . . , 415 ? ; 416 , . 417 , , - - ; 418 . . . . ! . . . 419 420 ' 421 . . . . 422 423 , , . . . . 424 425 , , 426 , . 427 428 - - , , , , ! . . . 429 ! . . . ' ! . . . ' ? 430 ! . . . ' ? ? ? ' ? 431 , ! , 432 , , ! ' 433 , ' , 434 ' ' , 435 , , 436 ' ! 437 ! ! 438 ! . . . ! ! . . . 439 , 440 . . . . ' , 441 , ; , 442 - - . . . . ; 443 , . . . . ; 444 . . . . , 445 . . . . 446 , , 447 , ? ! 448 , ' 449 ' ! . . . 450 451 , 452 . 453 454 - - , , , 455 , , 456 ' . . . . ' ? ? . . . 457 . ; , 458 . . . . ? ? ' ? 459 , - - 460 , - - , - - ? , 461 , 462 ? . . . , , 463 ; ' , 464 . . . . 465 ; , ' , 466 , . . . . , ! ? 467 ! . . . , 468 , , 469 , , ' 470 , 471 . ' ' , 472 , 473 ? . . . ; 474 , , ; 475 , , 476 . . . 477 ' , : 478 ' ! ! . . . : 479 ! . . . ? 480 ? ' , 481 ' , ? . . . , , 482 ? . . . ! . . . ! . . . , 483 ; - - , ! . . . 484 , . , . 485 ? . . . ! ' ? 486 ? . . . , 487 ; , . . . . ; 488 , , . . . . 489 490 * 491 * * 492 493 , , , . 494 : 495 496 - - ? . . . ? . . . 497 498 - - , . . . . , 499 . . . . . . . . ? 500 , 501 ' , 502 , , 503 ! . . . 504 . . . . , , 505 , 506 . . . . ? 507 . . . . , . . . . 508 ? . 509 ; 510 , ' 511 , . . . . 512 513 ' , 514 , : 515 516 - - ? . . . ? . . . 517 518 - - , . 519 520 - - ? 521 522 - - , ! , , 523 , . , 524 ' , 525 . : 526 , , , . 527 , ; 528 . 529 530 , ' 531 . , 532 ' , 533 . , , , , 534 , , , 535 , . 536 ? ; , , 537 , . . . . 538 ' , , 539 ' . 540 ? , ; 541 . , 542 . , , 543 , , , , 544 , ' ? . 545 , ' 546 , ' 547 . . . . . 548 . , , 549 , . 550 . . . . 551 ' . , 552 . . . . 553 ! 554 ' , , 555 , ! 556 ! ! , 557 ! 558 , ' ! . . . 559 , , 560 561 ! . . . ; 562 , 563 , 564 . . . . , , 565 , , 566 ; 567 . , 568 ; , ' . . . . 569 570 , , 571 . 572 573 - - , . . . . . 574 575 ' , , 576 - - , 577 . 578 579 580 581 582 . 583 584 585 . 586 587 - - ? 588 589 - - . . 590 , ? 591 592 593 , 594 - - . 595 596 597 ' . , 598 - - 599 , 600 , , , ' 601 , 602 603 604 . 605 606 , 607 . , ; . 608 , 609 . . . . 610 , ' , 611 ' 612 . ; 613 , . 614 - - , 615 , , . 616 617 . . . . . 618 ' , , ; 619 . , 620 , , ! , 621 , ' 622 , 623 , 624 , , . 625 . , , , 626 , ; 627 , , , , ' . 628 ? 629 , - - ! - - 630 ? , , ' 631 ' ? . . . , , 632 , ; 633 , ; 634 635 . , 636 , 637 ! . . . 638 639 , ' , 640 . . . . 641 , , 642 , 643 . 644 , , ; 645 . , , , 646 ; 647 , , , 648 , . ! . . . 649 ! . . . ? 650 , . 651 , ; 652 , 653 . 654 655 ! , , 656 , , ! 657 , 658 , ; 659 , . . . . ! 660 . 661 : . . . . 662 663 - - ! 664 665 , , 666 - - . 667 , 668 . , 669 . ! - - - - 670 ! ! 671 . : 672 , ! 673 , 674 , , , 675 , , 676 , , , 677 ; , 678 , ? 679 , ' , ' 680 681 ' ? . . . , 682 683 . ! 684 ' , 685 ! . . . 686 , ! 687 . 688 , , ! , 689 ; ? 690 ? ? , 691 ? 692 693 ! ' , 694 , 695 , 696 ! 697 698 , 699 . . 700 . ; 701 , 702 , 703 . , . 704 , , 705 . 706 707 - - . . . . - - , 708 , ' , 709 , 710 711 . ' , ' , 712 , , 713 ' . 714 715 716 , ' . 717 718 - - . 719 720 , 721 , , 722 ' , 723 , : 724 725 - - . 726 727 , ' 728 . 729 . 730 731 - - . . . . - - , . - - . 732 , . . 733 734 735 . 736 737 , 738 , ' , 739 , , 740 , 741 . , 742 , , ' 743 , 744 ' . 745 746 ' 747 , ' 748 ' ' 749 , , ' 750 ' 751 . , ' , 752 . , 753 , ; 754 ; . 755 , 756 ' , ' , . 757 ' . 758 , ' 759 ; , , 760 , 761 , 762 . ' , 763 , 764 765 . ' , 766 ' ' 767 ; , , 768 , 769 . 770 771 « , 772 ' 773 : 774 . » 775 776 , 777 ' , 778 , 779 . . . . 780 781 , ' ' 782 . ' , 783 . 784 785 - - ! 786 787 - - , , ! ! . . . 788 , ? , 789 - - . ? 790 . . . . . . . . 791 ? . . . 792 793 - - , . . . . 794 795 ' , . 796 , , ; 797 , - - . , 798 , . - - 799 , ' . 800 801 - - - - - - 802 , , 803 . , , 804 . , ; ? 805 . . . . 806 807 ' , , 808 . 809 810 - - 811 , , , . 812 , , ; ! . . . 813 ? 814 815 - - ! 816 ! . . . 817 818 , , , 819 ' . 820 821 , 822 ' . 823 824 - - ? 825 826 , . , 827 , . , 828 , ' , . 829 - - , 830 ; 831 , 832 - - , 833 ' . 834 835 , 836 . , 837 , , 838 , . 839 , . 840 , . 841 . 842 843 - - , ' , ! 844 , . 845 846 , , 847 ' . , ; 848 ' . 849 850 , , , 851 ' , 852 , , 853 . , 854 . , 855 , 856 , 857 , , 858 . 859 860 , 861 , ' . 862 , 863 ' , . 864 865 - - ! . . . ! . . . - - . 866 867 , . 868 869 , , , 870 , , . 871 872 - - ! - - - - 873 . . . . 874 875 ' ; 876 ; 877 878 , 879 . 880 881 . , 882 ' : 883 884 - - ! 885 886 , 887 ' , . 888 889 - - ! ! - - 890 . 891 892 , 893 , 894 ' . 895 896 , . 897 , ' 898 . 899 900 , , 901 . 902 903 904 . 905 906 - - ? . . . ? . . . 907 908 ' 909 , , 910 ' , . 911 , ; 912 , , 913 - - , 914 ' , 915 , , . 916 , 917 . 918 919 , 920 . , , ! 921 . , 922 ! ! . . . 923 - - ' ! . . . 924 , , 925 , . 926 927 - - ? . . . ? . . . 928 929 , 930 . , 931 ' ' 932 . , . . . . , 933 ; . . . . , , 934 935 , ! . . . 936 937 , . ' , 938 . 939 , , 940 . 941 ! , 942 ! , 943 - - ! , 944 ? ? . . . , 945 ! 946 947 , ; 948 . . , 949 ' , , 950 . . . . ? 951 , ' ? . . . , , 952 953 , , , 954 , ' 955 , , 956 . . . . , , , 957 , , , 958 ; , 959 ! . . . ' 960 ! 961 ' . . . . ? , 962 ' , ' 963 ' , 964 ! . . . 965 966 , , 967 ' . , , 968 ' ; ' 969 . , 970 , , 971 , 972 , . 973 974 - - ? . . . ? . . . 975 976 , ; 977 : , 978 ; , ! , 979 , ! . . . , 980 , ' 981 . 982 ' . , 983 984 . , 985 : 986 987 - - ? . . . ? . . . 988 989 990 . 991 992 , 993 . , 994 ' , 995 , 996 , . 997 998 , 999 , ' , , 1000