dei suo isolamento, non spiegava abbastanza. Una situazione
eccezionale non si affronta coscientemente senza l'impulso di
circostanze eccezionali; ed era infatti una specie di sfida a quella
società ipocritamente timorata da cui ella si sentiva messa al bando
immeritamente, era una specie di ostentazione di successi, di
corteggiamenti, di attrattive irresistibili, quella con cui ella
intendeva rispondere all'ostilità delle donne in situazioni legittime.
Soltanto, come sempre quando la passione fa velo alla mente, ella
conseguiva senza accorgersene, o meglio senza volersene accorgere, un
opposto risultato, fornendo ella stessa nuove armi ai suoi avversarii.
Andrea ne soffriva profondamente, e per una antipatia impulsiva ed
invincibile tutto il disdegno provato per quella gente frivola,
inetta, malvagia, si era concentrato verso uno solo: il cavaliere di
Sammartino, un siciliano spavaldo, provocatore, la cui splendida
esistenza era un enimma per tutti. In verità, egli non era fra i più
assidui attorno alla baronessa; ma in questa stessa specie di
indifferenza metteva una malignità maggiore, con quell'aria di
fastidio che egli prendeva in sua presenza, quasi gli fosse finalmente
venuta a noia quella relazione e non la spezzasse per un sentimento di
dovere increscioso, ma inevitabile. Fuori, egli era uno dei più
accaniti denigratori della baronessa.
Andrea Ludovisi lo sapeva, e il suo disprezzo per quell'uomo non
faceva che crescere. Malgrado lo evitasse come una disgrazia, una
specie di fatalità volle che egli si trovasse presente il giorno che
Sammartino, in pieno caffè, insultò atrocemente il nome della
baronessa di Fastalia.
Si parlava delle prossime villeggiature, e si enumeravano le signore
che sarebbero fra poco andate via; qualcuno annunziò la partenza della
baronessa.
--Una di più, una di meno!...--disse il Sammartino, scuotendo la
cenere del sigaro col mignolo, dove luccicava un grosso brillante.--A
Napoli non ne mancano, delle donne della sua risma!
Bisogna dire che Andrea Ludovisi non conoscesse ancora la forza
d'animo di cui disponeva, o che piuttosto l'amore lo avesse
trasformato, se egli fu capace, lì per lì, di non aggrottare neanche
le ciglia a quella sferzata. Ma il sangue gli bolliva nel cuore, le
sue mani avevano contratto un tremito irrefrenabile, la sua mente si
era smarrita, nè egli rientrò in uno stato di calma relativa se non
prima, con un pretesto abilmente colto, ebbe il destro di provocare
l'insultatore.
Recatosi dal duca di Majoli perchè lo assistesse, ne aveva avuto un
rifiuto, amichevole, ma reciso.
--Io conosco il motivo per cui ti batti--gli aveva detto il
duca.--Bada; tu sei sopra una falsa strada. Vuoi difendere qualcuna,
che tu riuscirai invece a compromettere orribilmente....
Era troppo tardi. Il duello ebbe luogo egualmente; il cavaliere di
Sammartino, tiratore di primo ordine, fu ferito leggerissimamente alla
mano.
Il giorno dopo, malgrado tutte le precauzioni di Andrea Ludovisi, la
vera causa del dissidio fu propalata per ogni dove. Col cuore
sanguinante, senza far conoscere a nessuno la propria destinazione,
senza tentar di rivedere la baronessa, a cui aveva solo fatto
pervenire un biglietto con questa parola: -Perdonatemi-, egli lasciò
Napoli, malgrado i gravi affari che ve lo trattenevano, per Firenze,
dove un suo dramma aveva suscitato un grande entusiasmo.
Una settimana dopo, mentre sfogliava i giornali nella sala di lettura
dell'-Hôtel de la Grande Bretagne-, in quel momento deserta, sentì
schiudersi l'uscio. Era la baronessa Costanza di Fastalia.
III.
Egli aveva voluto tornare a Napoli, rivederla in quel quadro dove
prima gli era apparsa, rifare a passo a passo--ora--il cammino
percorso dal giorno che l'aveva conosciuta. Ella assecondava tutti i
suoi capricci, non aveva più volontà propria; gli si era data tutta,
anima e corpo, il giorno che aveva indovinato ciò che era passato nel
cuore di quell'uomo, la religione che le aveva dedicata dal profondo
dell'anima; il giorno che, dopo tanto accumularsi di tristezze, la
passione di quell'uomo l'aveva fatta rinascere all'amore.
A Napoli, ella aveva completamente mutato il suo sistema di vita; con
abili pretesti si era sbarazzata della folla che prima le stava
attorno; evitava le visite, i teatri, ogni luogo di riunione. Suo zio
di Marciano e il duca di Majoli erano le sole persone che ancora
vedesse. Vecchio, un po' sordo, vivente con lo spirito in un tempo che
non era più il suo, il principe di Marciano non dava ai due amanti
fastidio di sorta.
Quanto al duca, non una parola, non un accenno aveva dimostrato che
egli conoscesse quel che era accaduto; non una contrazione aveva
rivelata l'angoscia che gli stringeva il cuore.... Era dunque vero?
Egli amava la baronessa? L'amava d'amore? La sua esperienza non lo
aveva dunque avvertito che quell'amicizia avrebbe dovuto dar luogo ad
un sentimento diverso?... No; egli non se ne accorgeva ora soltanto;
non se ne accorgeva soltanto al dolore di cui la felicità di Andrea
Ludovisi gli era cagione; da molto, da lungo tempo, scendendo
nell'intimità della propria coscienza, egli aveva scoperto quel
sentimento più dolce, più forte, più grande, che vi germinava
nascostamente. Però, il predominio che egli aveva imparato ad
esercitare su di sè stesso, la nitidezza di percezione che aveva
acquistata nelle cose del cuore, a prezzo di sangue, lo avevano retto,
impedendogli di spinger oltre l'avventura; di fare, con la propria,
l'infelicità di quella donna.
Al punto in cui i dolori provati lo avevano ridotto, non rimaneva in
lui che una sola, ma grande capacità sentimentale: la commiserazione
pietosa per tutte le miserie umane. Ora, nella calma relativa in cui
sapeva la baronessa, gli sarebbe parso un tradimento, un delitto, il
tentar di turbarla; e perchè, se non per soffrire nuovamente egli
stesso? V'erano troppe amarezze nella vita di quella donna che, presto
o tardi, avrebbero avvelenata ogni possibile gioia; e la pena provata
dal duca dinanzi alla trionfante passione di Andrea, in cui la
baronessa aveva riposta l'ultima fede della sua vita, si risolveva più
nella previsione dei nuovi tormenti che le si preparavano, che nella
sua personale contrarietà.
Già quando Andrea Ludovisi si era rivolto a lui, nell'occasione del
duello col cavaliere di Sammartino, egli non aveva potuto nascondere
il proprio rammarico, vedendo le cose avviarsi per una china fatale.
Ed aveva rifiutato di assistere l'amico, quasi pauroso di farsene
complice. Dinanzi alla felicità degli amanti, più tardi, egli si
domandava qual dritto finalmente avesse a costituirsene giudice; e
dimenticava la propria pena nello spettacolo dell'altrui esultanza. Ma
la ripresa delle ostilità, nel mondo, contro la baronessa, aveva ben
presto fatto rinascere in lui i più tristi presentimenti sul prossimo
avvenire dei due amanti; ed una volta, discutendo con Andrea, in un
modo generale e teorico, sulla sincerità umana, gli aveva dette delle
parole che suonavano come un'ammonizione.
--Sì, noi crediamo ogni giorno di esser sinceri; soltanto non vogliamo
accorgerci che la credenza di oggi fa a pugni con quella di ieri....
Oggi, che tu credi di amare qualcuno, lo stimi; le sue stesse
debolezze ti sembrano interessanti, te lo fanno più caro; lascia
mutare per poco la tua disposizione di spirito, e ti parrà la cosa più
naturale il rinfacciargliele come una colpa.
--Sta bene, quando la disposizione di spirito è capace di mutare. Ma
vi sono dei sentimenti che non si possono spegnere se non a costo
della stessa vita....
--Allora si soffre, e si fa soffrire. La saggezza consisterebbe
appunto nel soffocarli a tempo.
Andrea Ludovisi guardò curiosamente il duca di Majoli. Aveva compresa
l'allusione, e non supponendo che quel giudizio potesse essere
disinteressato, sospettò un momento che glie ne volesse per la sua
riuscita presso Costanza di Fastalia; che fosse, infine, un poco
geloso.... Poi scacciò il suo sospetto, rimproverandosi di averlo
concepito. La più grande dirittura si leggeva negli sguardi
dell'amico; egli ne conosceva l'antica nobiltà dell'animo, ed aveva
potuto apprezzare tutta la delicatezza, il rispetto, la stima, la
protezione di cui aveva circondata la baronessa.
Perchè, intanto, il duca non voleva credere--era evidente--alla
sincerità dell'amor suo? Perchè la stessa Costanza aveva talvolta
l'aria di dubitarne?
--Come è possibile,--diceva ella,--che tu mi ami così?... Come sono
indegna dell'amor tuo!...
--Tu, indegna?...--ed aveva dato in uno scoppio di risa.--Ah! ah!...
Ma non vedi dunque che è incredibile per me quel che succede? Che non
è vero, che non può esser vero che tu mi ami, poichè io non ho nulla
per essere amato da te? Tu, indegna, tu?...
--Ah, se sapessi....
Ma, come ogni volta che ella accennava al proprio passato, Andrea
Ludovisi le chiudeva la bocca con un bacio.
--Taci, taci!... Che cosa vorresti dirmi? di chi vorresti parlarmi?...
Non esiste che una sola Costanza, la Costanza mia....
Nel salotto, sul tavolo di legno intarsiato e ornato di borchie
metalliche, il ritratto della baronessa Costanza stava esposto,
insieme con altri di famiglia, nel porta-ritratti di -peluche- rosso
aperto a foggia di paravento. Egli le diceva:
--Guarda dunque: questa non sei tu, è un'altra donna, completamente
diversa. Dov'è il sorriso che ora ti luce negli occhi?... È un'altra
donna!... Io vorrei il tuo ritratto; ma come sei ora, ora che sei mia,
comprendi?...
Avevano convenuto di incontrarsi da Montabone, come per caso; ma come
Andrea Ludovisi andò a trovare la baronessa, dopo averle espresso quel
desiderio, ella gli si fece incontro con un'aria festosa.
--Una sorpresa!
Costanza dischiuse il piccolo cofanetto di raso azzurro dalla chiave
dorata, che stava sull'-étagère-.
--Ecco l'imagine ridente.... di quella che fui una volta!
Andrea guardava il ritratto, la figura quasi infantile di quella donna
in veste bianca, circonfusa di veli; e alzando gli occhi verso di lei,
chiese con un accento di incredulità:
--Questa?... Sei tu?...
--Ero.... quindici anni or sono! È il ritratto fatto durante il mio
viaggio di nozze.
Con un sospiro, era andata a gettarsi sul divano semicircolare
disposto in un angolo del salotto. Stette a lungo, pensosa, con la
testa appoggiata sulla palma della destra. Poi, scuotendosi, visto che
egli non veniva a raggiungerla, chiamò:
--Andrea!
Non ottenne risposta. Immobile, tutto nero sullo sfondo luminoso della
finestra, egli guardava ancora il ritratto.
--Andrea!...--e, levatasi, gli si avvicinò. Mute, grosse, luccicanti,
le lacrime gli sgorgavano dagli occhi spalancati, gli rigavano le
guancie, cadevano una dopo l'altra sulle mani leggermente tremanti.
--Andrea!.... Andrea mio!... Guardami, che cosa è stato?... Ma
guardami!
Più grosse, più spesse, le lacrime continuavano a sgorgargli dalle
palpebre gonfie. Ora, dei singhiozzi gli salivano alla gola, lo
scuotevano tutto, gli scomponevano il viso.
--Lasciami.... lasciami....
--Ma perchè, Signore Iddio, perchè?
Ella lo aveva trascinato verso il divano, dove era caduta di peso,
quasi piangente anche lei. Allora egli le si era messo in ginocchio
dinanzi, asciugandosi gli occhi con la sua veste, un lembo della quale
portava di tratto in tratto alle labbra.
--Perdonami!... Ti ho fatto male?... Ma il vedere quel ritratto....
l'imagine della Costanza di un altro.... Ora è finito, guarda; è
proprio finito.
--Allora, dammi quel ritratto.
--Ah, no!
Egli lo aveva portato con sè, lo aveva nascosto gelosamente, e un
irresistibile impulso lo persuadeva a rivederlo. Dinanzi a quella
figura, la crisi di pianto si rinnovava, ogni volta. Una tenerezza
amara lo vinceva al pensiero di quella sposa, di quella vergine che
entrava appena nella vita, lieta, confidente, e che un tenebroso
avvenire insidiava. Quali sogni dorati avevano spiegato le loro
seduzioni dietro quella fronte purissima? Quali gioconde visioni si
erano svolte dinanzi a quegli occhi ridenti?... Ahi! uno spettacolo di
miserie, di tristezze, di dolori, si era presentato in cambio dei
lieti sogni; e come lungamente, come amaramente quegli occhi fatti per
rispecchiare il sorriso dei cieli avevano pianto!... E non poter nulla
contro tutto ciò; non poter nulla lui che avrebbe dato la vita per
vederla sorridere!... Se fosse stato possibile tornare indietro cogli
anni, rivedere vivente quella figura che cominciava a sbiadirsi;
amarla e farsene amare, dedicarle tutto sè stesso!... Ahimè, ciò che
era stato, era stato fatalmente, irremediabilmente. Qualcuno, -un
altro-, aveva colto il candido fiore di quell'anima, lo aveva
profanato, lo aveva calpestato....
E poi?
IV.
Qualche volta egli lasciava pesantemente cadere la testa, stringendosi
la fronte tra le mani. La baronessa tentava di leggergli negli occhi
il segreto di quelle angoscie improvvise; ma egli si ostinava a tener
giù il capo ripiegato sul petto.
--Ma guardami, Andrea!...
Egli rispondeva sordamente:
--No!
--Dimmi almeno, per pietà! che cosa ti passa per la fantasia!...
--Non posso!... Non voglio!...
--O cattivo, perchè? perchè offuscare la nostra felicità? Se sapessi
come non oso muovermi per timore che essa mi sfugga! Come ho paura di
ripiombare in quel mare d'infinite amarezze....
A quelle parole, egli si era sollevato subitamente, l'aveva stretta
con impeto fra le braccia, esclamando:
--Non lo dire!... Non lo dire un'altra volta!... Sono un pazzo, un
miserabile; ma ti amo, ti amo, ti amo....
--Oh, sì; ti credo!
--No, no!... Le parole sono vuote, sono un suono effimero, non dicono
nulla. Che cosa bisogna fare, Costanza, per provarti l'amor mio?
--Ma nulla, bambino! Amarmi ancora, amarmi sempre!
Bambino, egli lo era ridiventato. Le più strane, le più rischiose
fanciullaggini erano state da lui poste ad effetto. Fermo dinanzi alla
sua carrozza, egli le strappava un lembo della guarnizione di
merletto; sotto la piccola cupola dell'ombrellino rosso, a
Capodimonte, col rischio di esser veduto, le aveva rubato un bacio di
una dolcezza infinita. Egli avrebbe fatte delle vere pazzie per
sentirsi dire bambino da lei, per cogliere nel suo sguardo
l'espressione di amoroso rimprovero e di segreta compiacenza che ella
metteva nel pronunziare quella parola.
Ma un'altra volta che, nel -santuario- di Villa Valdonica, egli era
stato ripreso da una di quelle repentine tristezze, mentre la
baronessa aveva già cominciato a rimproverarlo dolcemente, alzò ad un
tratto la testa, prendendo tutt'e due le mani di lei.
--Costanza, io vorrei domandarti soltanto una cosa. Sei stata mai
amata così?
--Che domanda!... Perchè?
--Non importa, rispondi: sei stata amata così?...
Ella stette un istante silenziosa, cogli sguardi perduti in non so
quale visione. Poi, abbassando lentamente le palpebre, con voce
fievolissima, rispose:
--Una volta.... fui molto amata....
--Ah!
--Andrea! Perchè non mi guardi?... Che cosa ti ho detto?... Ti ho
fatto male? Oh, non sei stato tu che l'hai voluto?... Andrea, io non
ti conoscevo, allora!... Ne è passato del tempo!... Io sono vecchia;
il torto è tuo, di esserti innamorato di una vecchia!... Ma ridi,
parla, guardami una buona volta, in nome di Dio!...
Egli restò a guardarla a lungo, muto, immobile. La baronessa non
poteva sostenere la fissazione di quello sguardo. Due volte, tre
volte, ella aveva fatto battere le palpebre sugli occhi stanchi, ma
tutte le potenze dell'uomo parevano concentrate nella facoltà visiva.
Poi, lentamente, egli avvicinò le labbra alla fronte di lei, vi depose
un bacio lievissimo; e, chiudendole la bocca con la mano per impedire
che ella nulla dicesse, uscì.
Quella bocca era stata baciata! Quella fronte era stata baciata!
Quelle mani erano state baciate! Quegli occhi avevano visto altri
uomini in ginocchio dinanzi a quelle forme adorate! Dietro quella
fronte, dei ricordi d'amore--di altri amori!--si svolgevano
nell'istante preciso ch'egli metteva tutta l'anima nel parlarle
dell'amore di lui! Quelle orecchie avevano sentite altre parole
d'amore! Quelle labbra ne avevano pronunziate delle altre!... Ah! non
era vero ch'ella fosse nata soltanto il giorno che era stata sua! Il
passato esisteva, e fatale, irreparabile! Ah! ella aveva bene
indovinato, prevedendo ch'egli sarebbe stato geloso del suo passato!
Geloso egli lo era, e tanto più tormentosamente, quanto più
inafferrabile era l'oggetto della sua gelosia. Disputarla ad un rivale
presente, dare tutto il proprio sangue per conquistarla: che cosa
sarebbe mai stato di fronte alla tortura del saperla stata già di
altri, di non poterle cancellare dalla memoria il ricordo di altri?
Egli non era più solo nel suo pensiero! Chi erano, quanti erano questi
-altri-? Impossibile ancora saperlo; più presto egli si sarebbe fatta
strappare la lingua, che chiederlo a qualcuno, che chiederlo a -lei-.
Come infliggere alla donna idolatrata il tormento di rievocare una
storia di pianto? Come sopportarne lui stesso il racconto? E
perchè?...
Noti od ignoti, i fantasmi inafferrabili di quegli uomini vagavano
ancora intorno a lei; per le stanze, nel -santuario- suo, egli sentiva
che la chiamavano: Costanza--come lui! che le parlavano di tu, come
lui! Egli li vedeva, in attitudini familiari, avvicinarsi a lei!
abbracciarla! baciarla!... Egli aveva paura di sedere dove quegli
-altri- si erano seduti, di muoversi come gli altri si erano mossi, di
parlare come avevano parlato. Con la sua sola presenza, egli
contribuiva a ridestare più chiari, più netti, i ricordi di lei! E tra
i ricordi del passato e le impressioni del presente un paragone doveva
necessariamente determinarsi! L'amor suo infinito veniva dunque
misurato, in ogni parola, in ogni gesto, in ogni bacio!...
Dal posto dove se ne stava abbandonata, la baronessa lo attirava a sè;
ma tutte le volte uno sforzo formidabile su sè stesso poteva soltanto
deciderlo ad avvicinarsi a lei. Quando egli le si avvicinava, i
fantasmi si frapponevano, glie la disputavano, lo afferravano con la
loro gelida mano, facevano morire il suo bacio, scioglievano le sue
braccia allacciate intorno alla vita di lei. E come più cresceva lo
strazio dell'uomo dinanzi alla propria impotenza contro quella
persecuzione, più lamentosa si faceva la voce della donna:
--Andrea, tu non mi ami più!
V.
--Non ti amo, sì, è vero! Non ti amo, perchè tu non mi hai mai amato!
Non ti amo, perchè le parole che tu mi hai dette sono una fredda
ripetizione di quelle che hai dette ad altri....
Abbandonata sul divano, con la faccia nascosta fra i cuscini, la
baronessa reprimeva un'esclamazione di dolore straziante.
--È orribile!... È orribile!...
Era orribile! L'idea fissa aveva finalmente compita la propria opera
devastatrice. Se quel passato e quel presente fossero tutt'uno per
lei? Se avesse avuto ragione la gente che la giudicava una donna
leggiera, capace soltanto di fugaci capricci, passante dalle braccia
dell'uno a quelle dell'altro con la stessa facilità con cui si stringe
la mano? Se ella doveva dimenticarlo, come aveva dimenticato quegli
altri? Se avesse avuto ragione quell'odioso cavaliere di Sammartino,
che ora si dava l'aria di aver rotto con lei?...
--No, non ti amo, perchè tu sei incapace di amore! No, non ti amo,
perchè io non voglio il -rifiuto---e la voce di Andrea aveva preso un
accento di profondo disprezzo--perchè io non voglio il -rifiuto- degli
altri!
--Ah!
Ella gridava dallo spasimo, si torceva le braccia, si mordeva le dita.
Accanto alla finestra, gualcendo le tendine con mano nervosa, egli
stette un istante a guardarla.
Repentinamente, le fu vicino, gridando;
--Basta!... basta!... Sono un pazzo!... Non mi dare ascolto!... Non si
ascoltano i pazzi!...
--No, che non basta!... Scostati!... Tu devi ora ascoltarmi!... Tu
devi sapere tutta la mia vita! Tu non devi.... tu non hai il diritto
di spezzarmi il cuore!....
E scoppiò in singhiozzi, disperatamente.
--Costanza, non piangere! Per pietà, non piangere, se non vuoi veder
piangere me! Ti ho detto delle cose cattive? Ma è perchè ti amo, non
lo vedi? perchè ti amo oggi più di ieri, perchè ti amerò domani più di
oggi!... Andiamo, Costanza, basta!... La tua vita, io non voglio, non
posso saperla. Che cosa mi apprenderesti? Che hai sofferto? Ma le tue
sofferenze bisogna invece dimenticarle; io ci sono per questo!...
--Ah, che male!... che male mi hai fatto!...--e le sue parole erano
rotte dai singhiozzi che ancora la scuotevano tutta.
--Perdono! perdono! Io ti credo, io ho fiducia in te! Non si mentisce,
con quegli sguardi! Se tu non mi amassi, sarebbe stato impossibile che
tu avessi fatto quello che hai fatto per me!...
--È vero? è vero?
--Sì, è vero! Povero amore, prima che t'incontrassi, quali diritti
avevo io su di te? Come sono sciocco.... Tu dici che sei vecchia? Ma
io sono, veramente, un bambino!
Come un raggio di sole dopo la tempesta, un sorriso splendeva negli
occhi della baronessa, ancora tutti umidi di lacrime.
Che mano disgraziata egli aveva! Avrebbe voluto riscattare a prezzo di
sangue le lacrime un tempo da lei versate, e invece glie ne faceva
spargere di nuove! A qualunque costo, bisognava farle dimenticare le
amare, le tristi parole.
Perchè dunque quell'accanimento di tutti contro la disgraziata
creatura? Per quel passato!... Se l'idea pertinace di quel passato
funesto aveva, a poco a poco, scossa la fiducia di -lui-, come non
sarebbe accaduto altrettanto, e peggio, tra la folla degli
indifferenti! Ancora, sempre, lo spettro di quel passato gli
amareggiava la vita!..
Ora, egli faceva di tutto perchè nessuno di quegli angosciosi pensieri
trapelasse dalle proprie parole. Raddoppiava d'affetto, circondava la
baronessa di ogni cura e di ogni premura, pareva tornato alla serena
felicità dei primi giorni. Ed i suoi sforzi erano compensati dalle
mille prove d'amore che ella gli dava tuttodì. Non vi era un'ora della
sua vita di cui ella non gli giustificasse l'impiego, e tutta la sua
vita era impiegata per lui. Lavorare attorno a dei regalucci che gli
erano destinati, studiare la musica che gli piaceva, vestirsi degli
abiti che preferiva, passare per i luoghi dove erano stati insieme,
ricordargli tutte le date salienti del loro romanzo, scrivergli e
leggere e rileggere le lettere di lui: ella non sapeva far altro.
VI.
Un giorno, come egli entrava a Villa Valdonica e cercava di vedere se
ella fosse sotto gli -eucaliptus-, dove soleva aspettarlo, se la vide
a un tratto dinanzi. In un leggerissimo abito chiaro guarnito di
nastri azzurri e dalle maniche aperte che lasciavano vedere le belle
braccia nude, ella aveva un'aria tutta gioconda.
--Vedi questa? È la chiave del mio archivio che oggi ho messo
finalmente in ordine. Vieni con me....
Tutto il piccolo armadio della stanza da letto era stato dedicato a
lui; le sue lettere erano riunite in piccoli fasci annodati con nastri
rosei, i suoi fiori erano racchiusi in un sacchetto di raso bianco, e
i libri, i giornali, la carta con le loro cifre intrecciate, gli altri
minuti oggetti che egli le aveva regalati erano tutti disposti in
bell'ordine nelle cassette odorose.
Chino dinanzi il piccolo mobile, egli le baciava la mano, sul dorso,
sulla palma, lungamente, mormorando dolci parole per esprimerle la
gratitudine di cui era pieno.
--Guarda quante lettere, in due mesi appena!--disse ella prendendo uno
dei fasci.--Addirittura un epistolario!
Andrea lasciò cadere quella mano che aveva tenuta fra le sue. Come una
nebbia di tristezza gli aveva velato la fronte.
--Set già pentito di avermele scritte?
Egli tentava d'allontanar l'improvvisa visione, ma essa persisteva:
tutte le -altre- lettere che ella aveva ricevute, che aveva disposte
con identica cura, che aveva mostrate, com'ora....
--Andrea!...
Con voce bassa, le chiese:
--Quante altre ne conservi?
Ella fece con le labbra un piccolo movimento di disdegno.
--Non ne conservo più nessuna. Oggi stesso le ho tutte sepolte, dentro
una vecchia valigia, in fondo a un sotto-scala.
--Perchè non le hai bruciate?
--Perchè sono molte, e se ne sarebbe accorta la gente di casa.
Ad un tratto, come un fanciullo che, dopo una finta indifferenza,
manifesta il proprio capriccio, egli le disse rapidamente:
--Me le fai leggere?
--Oh, no!
E ad una ad una, risolutamente, richiuse le cassette dell'armadio.
Egli fece un giro per la stanza, andò a guardare prima le acqueforti
disposte nell'angolo accanto alla finestra, poi la grande ceramica
istoriata dell'angolo opposto, rimosse il canestrino di raso sostenuto
dal tripode di bambù, e le si fece nuovamente vicino.
--Perchè non mi vuoi far leggere quelle lettere?
--Perchè te ne pentiresti, tu stesso, per il primo....
--Se te ne pregassi?
--Andrea!... Ricordati dunque quello che hai sofferto quando ho
risposto soltanto ad una tua domanda!... La mia vita, te l'ho detto,
tu hai il diritto di conoscerla, vuoi?... Ma quelle lettere....
--Voglio leggerle.... qualcuna almeno....
La baronessa si passò una mano sulla fronte.
--Senti, io potrei dirti che vi è una mancanza di fiducia in quello
che tu pretendi; una mancanza di fiducia molto dolorosa per me. Potrei
dirti ancora che il segreto di quelle lettere non mi appartiene per
intero.... Ma non importa: io ti dico, io ti ripeto soltanto che è per
risparmiarti un dolore, per risparmiarne un altro a me, che io mi
oppongo al tuo desiderio.
--Ed io ti dico,--rispose freddamente Andrea, incrociando una gamba
sull'altra e guardando la punta delle sue scarpe--ed io ti dico che tu
ti opponi al mio desiderio, perchè c'è qualcuno che ti scrive ancora.
--Oh!
La baronessa ebbe un istante di esitazione. Poi, risolutamente, si
avvicinò ad Andrea.
--Andrea!... Perchè mi dici delle cose tanto cattive? Che cosa ho
fatto perchè tu dubiti ancora di me? Guardami in viso: sono capace di
mentirti, di nasconderti qualche cosa?...
Guardandola fissamente, gli occhi gli si inumidirono.
--No, no.... ti credo!... Ma se sapessi di che tristezza mi si gonfia
il cuore, quando io penso al tuo passato! Come vorrei cancellarlo!
Come avrei voluto conoscerti quindici anni più presto, quando tu non
eri ancora entrata nella vita! Come avrei saputo farla lieta e felice
a quella vergine adorata! Come tutto avrebbe dovuto sorriderti
attorno!...
Egli reclinava la testa sul seno di lei, aspirandone avidamente il
profumo.
--Lo so, lo so, come mi avresti amata! Come ora, bambino! E il passato
non è sepolto, scordato per sempre?
--Per sempre?
--Ne dubiti ancora?
--Giuralo....
La baronessa si rizzò in piedi, guardandolo fisso.
--Te lo giuro!...
Anch'egli s'era levato, facendosele vicino, vicino da sfiorarle la
fronte con la sua, scottante e imperlata di sudore.
--Giuralo per la memoria dei tuoi morti!
--Andrea!... Lo giuro!
Egli portò le mani alla faccia, quasi per soffocare le proprie parole:
--Ebbene, no! non ti credo!...
Un'espressione di grande serietà si dipinse in volto alla baronessa.
Pallida, muta, ella uscì dalla stanza.
Andrea non fece un passo per trattenerla. Si sentiva soffocare. Quelle
parole gli avevano bruciato la gola. Non sapeva ancora come aveva
fatto a pronunziarle. Cento volte aveva tentato, ma non gli era ancora
riuscito. Il pensiero di addolorare, di offendere anche con dubbii
atroci la donna amata gli era stato insostenibile. Come dire a colei
che gli confessava in tutti i momenti il proprio amore: Tu pensi ad
altri? Egli intuiva che non era vero; che, se vera, sarebbe stata una
cosa mostruosa, da spegnere, non che l'amore, la stima; ma di quella
cosa mostruosa egli era arrivato ad ammettere la possibilità. Il
passato di quella donna era una macchia, e quella macchia si
allargava, si diffondeva, la ricopriva tutta. Fatalmente, il dubbio,
il dubbio atroce, insinuante, rinascente non sì tosto scacciato, gli
era penetrato nell'anima, non gli dava più quiete.... Ella diceva di
amarlo; quali prove, infine, glie ne aveva dato? Era venuta a cercarlo
quando egli era fuggito.... Per qualcun altro ella aveva disciolta una
famiglia, abbandonata una posizione, sfidata una intera società!...
Ella aveva avuto degli altri amanti, prima di lui, quando ancora non
lo conosceva: che cosa importa? Come credere alla sincerità delle
parole che gli diceva, se parole simili, se forse quelle stesse parole
erano state dette ad altri? Come aver fede nella sincerità attuale di
quella donna, se ella aveva giudicato di essere stata amata, una
volta, come ora, più di ora?... Egli l'amava ciecamente, con tutte le
forze d'un'anima rimasta giovane malgrado l'avanzarsi degli anni,
aveva sofferto per lei fino al pianto, fino alla pazzia, dei suoi
dolori e delle sue gioie le aveva dato le prove più eloquenti, e
quando egli le aveva chiesto se era stata mai amata così, gli aveva
risposto: Sì.... Una volta! Una volta! Come se non fosse già stato
troppo! Ancora, sempre, malgrado tutti i suoi sforzi, lo spettro del
passato gli sorgeva dinanzi, minaccioso, inevitabile. Come lottare
contro l'invisibile potenza di un ricordo, se tutto quello che egli
aveva fatto per lei non era bastato a vincerlo, ad eclissarlo? Quali
altre prove di amore doveva egli darle per dimostrarle che si era
ingannata, che mai era stata amata così?... Una volta!... E le altre?
Le altre volte, dunque, non era stata amata; lo riconosceva
implicitamente lei stessa! E la figura del cavaliere di Sammartino
appariva ad un tratto, tanto più odiata quanto meno inverisimile
diventava la sua presuntuosa vanteria.... Ed era dunque possibile?
Ella sarebbe discesa fino a quell'essere abietto? Ed egli avrebbe
amata una donna che era stata del Sammartino?... No, no; non era
possibile, era un'aberrazione dello spirito ammalato, era un incubo
prodotto dalla impotente gelosia di quel passato incancellabile.
Dov'era, dov'era Costanza, la sua Costanza, perchè ella dissipasse con
una sola parola l'infame sospetto?...
Allora, le parole del duca di Majoli gli tornavano alla memoria, come
un rimprovero, come un'accusa. «Crediamo sempre d'esser sinceri, ma la
sincerità di oggi fa a pugni con quella di ieri.» Colui aveva dunque
ragione? Perchè gli aveva dette quelle parole? Era anch'egli stato un
amante della baronessa?... Ah! delirava, impazziva!...
Sì, il duca aveva ragione; egli aveva creduto di esser sincero quando
pensava che il passato di Costanza non esisteva per lui; che glie la
rendeva, se mai, più cara--sì, le stesse parole di colui--ed era
sincero anche in quel momento che le rinfacciava il suo passato come
una colpa!... Come dunque accadeva, e perchè?... Perchè il suo amor
proprio non ammetteva che un altro avesse potuto amarla più di lui,
che ella avesse fatto per un altro più di quello che aveva fatto per
lui!... Era dunque un egoista; nient'altro che un egoista
sofisticatore?... No; era che egli non la sentiva più sua, più tutta
sua; che qualcuno aveva ancora un posto nella memoria se non nel cuore
di lei; che i fatti dai quali era stata ridotta nella condizione in
cui l'aveva trovata erano di quelli che lasciano indelebili traccie.
Era finita, l'amore non era più possibile; quella donna era indegna
d'un amore come il suo; a momenti avrebbe voluto metterla alla tortura
per farle confessare che Sammartino era stato il suo amante, per avere
il diritto di disprezzarla, per abbandonarla a colui....
--No! No!... Costanza mia!...
La baronessa riappariva in quel momento. Malgrado il suo braccio
destro fosse irrigidito per lo sforzo di sostenere una vecchia valigia
polverosa, ella entrò nella stanza con passo affrettato, con una
risolutezza in tutti i suoi movimenti. Gettò la valigia per terra,
s'inginocchiò per aprirla con una piccola chiave che teneva già in
mano, e rialzandosi:
--Ecco le lettere,--disse ad Andrea, freddamente.--Fatene quel che
volete.
D'un movimento istintivo egli si era gettato sulla valigia come sopra
una preda. Erano dunque lì le prove materiali di quel passato che egli
aveva cominciato per non curare, e che, suo malgrado, gli si era
imposto inesorabilmente, fino a farlo dubitare di quell'amore che
aveva formato il suo più grande orgoglio! Più tangibile, più reale,
più fatale ora esso gli appariva, dinanzi a quei documenti
irrefutabili, dinanzi a quelle indelebili traccie che si era lasciato
dietro.... E quando pure egli avesse stracciato ad una ad una quelle
lettere, quando pure le avesse bruciate, quando pure ne avesse
disperso al vento le ceneri, avrebbe egli abolito quel passato
funesto? Quand'anche egli avesse strappato con le proprie mani il
cuore della donna, quand'anche egli si fosse strappato il suo proprio
cuore, lo avrebbe abolito ancora? Nulla poteva egli, nulla poteva
nessuno contro quella fatalità. Chi, chi mai ne era stato la causa?...
Ah! avere fra le mani uno di quegli uomini, avventarglisi alla gola,
strozzarlo: ecco solo quello che avrebbe potuto ridargli la pace!
Cogli occhi accesi, febbrilmente, Andrea si era messo a disfare i
pacchi, di cui la valigia era piena. Le lettere ricascavano da tutte
le parti, si sparpagliavano, si confondevano; ma Andrea Ludovisi non
pensava a leggerne nessuna. Preso da una specie di furore, di smania
distruttrice, egli si accaniva contro quei pacchi, non riusciva a
sciogliere i nodi dei lacci, li spezzava con le mani, coi denti, non
avvertendo neanche il dolore che quegli sforzi gli cagionavano. Come
li ebbe tutti disfatti, sostò un momento, alzando gli occhi.
Con la persona curvata, il collo teso come in attesa di un colpo
mortale, gli occhi stranamente spalancati e fissi, le braccia protese
indietro, le mani strettamente intrecciate, la baronessa aveva una
tale espressione di angoscia e di smarrimento, che Andrea Ludovisi si
rialzò di scatto. Il suo primo pensiero fu che ella era impazzita.
--Costanza! Costanza!
E fece per avvicinarsi.
Ella gridò, indietreggiando:
--Non mi toccare!--E mostrando le lettere, con un gesto
imperioso:--Leggile!
--Non voglio!... Non ne ho bisogno....
Prima ancora che ella avesse potuto pensare a sfuggirgli egli l'aveva
presa per lo braccia. Con una forza di cui non sarebbe stata mai
creduta capace, la baronessa si sciolse da quella stretta, fuggendo
per la camera. Egli la raggiunse.
Allora cominciò una lotta feroce, tra la donna che tentava di
liberarsi e l'uomo che stringeva le bellissime forme scosse da lunghi
fremiti, in preda a contorcimenti serpentini. Col viso di porpora, le
nari aperte, gli occhi sfavillanti, la baronessa era bella d'una fiera
e selvaggia bellezza. Al colmo dell'indignazione, ella balbettava
confuse parole.
--Ah, no!... ah, no!... è un'infamia!... le lettere!... le lettere!...
Caddero, l'una sull'altro, sopra il divano; e traendo profitto della
sua momentanea superiorità, ella abbassò un braccio per prendere una
delle lettere sparpagliate per terra.
--Leggile!... è un'infamia!... leggile!
--Costanza, soffoco!... Non voglio, ti credo.... perdono!--E con la
mano rimasta libera, le strappò la lettera.
Una seconda volta ella si curvò, per prenderne un'altra.
--È un'infamia!... Leggile!...
Come ella gli mise sotto gli occhi la busta, Andrea Ludovisi lesse:
-Alla baronessa Costanza di Fastalia, sue adorabili mani-. Era il
carattere del cavaliere di Sammartino.
In quello stesso momento s'intese il cigolio dell'uscio
dell'anticamera, e il cameriere entrò annunziando:
--Il signor principe di Marciano.
VII.
Il duca di Majoli e il Giussi, incontratisi alla Villa Nazionale,
salivano la scaletta augusta della sezione napoletana del -Reale Yacht
Club italiano---una vera scala di bastimento--e si fermavano ogni due
gradini.
--Dunque, è proprio inevitabile?--chiedeva ancora il Giussi.
--Pur troppo!
--Ma questa è già la seconda questione fra loro!
--Sammartino aveva giurato di vendicare la prima ferita.
--Una scalfittura!
--Non importa, per uno spadaccino come lui, un po' -guappo-, anzi
-mafioso-, come dicono in Sicilia.
--Ludovisi è forte?
--Debolissimo. Ma non lo può soffrire; l'antipatia è una forza.
--E questa antipatia?
--Chi sa!
---Cherchez la femme!-
Con una scossa del capo, il duca aveva troncate le indiscrete
interrogazioni del suo compagno. Era proprio la donna che bisognava
cercare! egli non lo sapeva che troppo, e le sue tristi previsioni si
avveravano tutte!...
Aspettando i padrini dell'avversario, in quella piccola sala deserta,
mentre veniva dall'aperto il ronzio della folla che passeggiava per i
viali della Villa e i mille diversi rumori del Caffè di Napoli, il
duca sentiva un'agitazione interiore crescere in lui di momento in
momento. Perchè aveva accettato di rappresentare Andrea Ludovisi in
quella partita d'onore? Perchè non aveva trovata la forza di
rifiutarsi, come si era rifiutato una prima volta? Perchè si era
lasciato vincere dal pianto dell'amico?... Ah! le lacrime, i palpiti,
i singhiozzi: egli non conosceva che questi!... E rivedeva la disfatta
figura di Andrea, quando, non più sorretto dall'eccitazione che lo
aveva spinto a sfidare ad un tratto le sorde provocazioni del
Sammartino, gli aveva confessato tutta la propria miseria, il
contrasto dell'amore, della gelosia, della disistima; l'impossibilità
di durare in quella tortura di tutti gl'istanti.... E risentiva le
parole con le quali gli aveva dato ragione: «Sì, sì; non bisognava
amarla, bisognava soffocare quel sentimento fino dal nascere; ma non
aveva potuto! non poteva! ed era un miserabile, e voleva farsi
ammazzare da un altro miserabile suo pari!...»
Allora il duca imaginava i due uomini, armati, scagliarsi l'uno contro
l'altro; vedeva il sangue scorrere, e un tremito nervoso gli passava
per tutto il corpo. Il sangue ed il pianto!... L'eterna vicenda
ricominciava ancora una volta; e quale fatalità condannava gli uomini
a scontare in tal modo l'incerto, il fugace piacere? Perchè la
fantasticata asportazione del cuore, l'abolimento di ogni sensibilità
non doveva esser dunque possibile?... Ah! tutto quel che si poteva di
più, era il soffrir da soli, in secreto! il soffrire come egli stesso,
in quel momento, al pensiero della catastrofe che aspettava la
disgraziata, soffriva....
Un'esclamazione del Giussi lo richiamò ad un tratto alla coscienza del
presente.
--Ecco quei signori.
Erano il barone De Falco e il giornalista Andritti. Scambiati i
saluti, i quattro rappresentanti presero posto intorno a un tavolo, su
cui la lampada gettava una viva luce.
Il duca di Majoli prese la parola, seccamente.
--Sarebbe inutile ricordare il motivo che ci riunisce stasera.
L'offesa fatta dal signor Sammartino....
Il barone De Falco interruppe:
--Se il signor duca permette....
--Ella vuol dire che l'offeso è il suo primo? Reclama per lui la
scelta delle armi?
--Perfettamente!
--Noi abbiamo mandato di accettare qualunque condizione.
Un nuovo silenzio. E, a un tratto, echeggiarono i primi accordi della
marcia del -Faust-.
--Alla spada e a discrezione del ferito,--disse il barone De Falco.
--Sta bene. Ciascuno porterà le proprie armi; si tirerà a sorte.
--Hanno in vista un locale?
--A Villa Bisani, a Portici.... se loro accomoda.
--A meraviglia. Allora, per domani?
--Senza dubbio.
--Alle sei del mattino?
--Alle sei.
Come ebbero preso congedo dai rappresentanti avversarii, il duca di
Majoli e Vittorio Giussi scesero al caffè, in quell'ora popolatissimo.
Si guardarono attorno, a lungo, attentamente; Andrea Ludovisi non
c'era.
--Cerchiamo dalla parte della musica,--disse il Giussi.
Dopo pochi passi, sotto la viva riverberazione dei fanali elettrici,
esclamò:
--Eccolo lì.
Fermo accanto alla -victoria-, col bastone dal manico d'argento sotto
l'ascella, infilando lentamente un guanto, Andrea Ludovisi conversava
con la baronessa di Fastalia, che si sporgeva verso di lui con dei
movimenti d'una eleganza lenta e squisita.
Vittorio Giussi si avanzò, col cappello in mano.
--Se la signora baronessa permette, il duca avrebbe da dirti qualcosa
di urgente.
--Facciano pure, facciano.... E quella risposta, Ludovisi, quando me
la date?
--A momenti, signora baronessa, se ella non va via....
E come i due amici si avanzavano, il duca di Majoli li raggiunse.
--È tutto fatto. Domani, alle 6, tienti pronto.
--La spada?
--La spada.
Andrea Ludovisi trasse un sospiro di sollievo.
--Grazie! Mi volete ora aspettare cinque minuti?
E andò a raggiungere la carrozza della baronessa.
--Che cosa è stato?
--Una buona notizia. I miei debitori si mettono in regola, riavrò
tutto il mio; nulla mi trattiene più a Napoli. Costanza, Costanza,
sono libero! Andremo via, lontano, nei paesi più belli, od anche nei
brutti; che cosa importerà per noi!...
--Non è vero?
In quel momento la musica incominciava il -Wiener blut-; i suoni
giocondi volavano per l'aria, mettevano un tripudio tutt'intorno.
Cogli occhi socchiusi, assorta in un sogno di felicità, la baronessa
faceva oscillare lievemente la testa, in cadenza col ritmo della
danza.
Egli mormorò a bassa voce:
--Costanza, ti amo!
La baronessa portò le mani al cuore.
--È possibile? Mi par di sognare! dopo la tempesta di ieri!...
--Perchè ricordarla?
--A proposito: e quella risposta? Che cosa bisogna fare delle lettere
rimaste sotto il divano?
--Bruciarle!... A domani, dunque....--E scostandosi d'un passo, col
cappello abbassato, a voce più forte;--Signora baronessa, faccia una
buona passeggiata!
Lentamente, la carrozza si allontanò. Il duca di Majoli e il Giussi si
avvicinarono. Andrea Ludovisi si mise in mezzo agli amici, e
terminando di abbottonare il suo guanto:
--Ora--disse--andiamo a vedere le armi.
VIII.
Benchè fossero appena le undici, la baronessa di Fastalia,
passeggiando dalla stanza da letto al salottino, andava a guardare
ogni momento l'orologio. Prima del tocco, Andrea Ludovisi non sarebbe
certamente venuto, e come erano lunghe, come erano eterne quelle ore
d'attesa! Ella presentiva che da quel colloquio sarebbe dipesa la sua
felicità avvenire. La sera innanzi Andrea le si era mostrato così
affettuoso, così confidente, così lieto, da far supporre che ogni
traccia della passata tempesta fosse oramai cancellata. Pure la
baronessa non si sentiva ancora perfettamente sicura. Ferma dinanzi
all'uscio fin dove ella lo aveva accompagnato, quando, all'arrivo di
suo zio, dopo aver nascosto precipitosamente le lettere e la valigia,
egli si era congedato, Costanza di Fastalia sentiva ancora sulle mani
le labbra di Andrea che baciavano e mormoravano insieme parole di
perdono e di amore.... Ora, ella si pentiva della durezza di cui aveva
dato prova. Non conosceva dunque abbastanza di quale natura
impressionabile, di quale anima vibrante ad ogni alito più lieve,
Andrea Ludovisi fosse dotato? Non sapeva ella ancora che quei
subitanei ed irrefrenabili trasporti erano la prova più evidente della
passione che ella aveva acceso nel petto di quell'uomo? Non vi era, in
quella gelosia del passato, in quel bisogno di possedere, di aver
posseduto sempre e solo il cuore di lei, un sentimento di tenerezza
triste e di amore prepotente che avrebbe dovuto colmarla di gioia
orgogliosa?... Sì, sì; ella non era stata mai amata a quel modo; ella
non aveva mai incontrata un'anima così amante; ella avrebbe dovuto
accorgersene prima, molto prima, dirlo prima ancora che ne fosse stata
richiesta!... Ma quello che non aveva fatto, non era forse ancora in
suo potere?... Deludendo l'impazienza dell'attesa lunghissima, la
baronessa pensava in qual modo avrebbe confessato ad Andrea il proprio
inganno, con quali parole dolci come carezze gli avrebbe confessato
che mai ella era stata amata come da lui, che nessuna donna avrebbe
potuto mai sognare un amore più forte, più vivo, più caldo.... E
quelle lettere rimaste in fondo al divano, non bisognava dunque
bruciarle, dinanzi a lui, fino all'ultima, perchè se ne disperdesse
anche la memoria? Che cosa ne avrebbe ella fatto? Non le ricordavano
esse una storia di dolori? Un'amara voluttà aveva ben potuto essere da
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