due esseri d'ineguale importanza. La nozione d'una stretta
equivalenza non ha potuto ancora stabilirsi fra le due serie di
esseri che collaborano per una parte eguale, sebbene in modo
diverso, all'opera vitale». Sì, uomini e donne importano
egualmente; ma i loro portamenti sono diversi; e la diversità
dei portamenti non è piccola, lieve, trascurabile o
semplicemente correggibile. In avvenire, prevede questo
scrittore, in una civiltà migliore, più pura, più
disinteressata, veramente civile, «l'amore non implicherà più,
come oggi, quella parte di odio che allontana l'idea
dell'unione vera, franca e leale. Non sussisterà più, tra
l'uomo e la donna, quel secreto pensiero d'ineguaglianza che dà
tanto spesso all'amore moderno il carattere d'una lotta
snervante e subdola». Questa cosa accadrà se la natura degli
esseri umani cambierà; finchè saranno come sono, e come sono
sempre stati, la lotta continuerà. Non è sempre esistita? Lo
stesso Albert, che pure accusa la società, non dice che le
diverse abitudini morali degli uomini e delle donne sono
effetto «d'una lunga tradizione e di una costante esperienza?»
Ora dai fatti di esperienza costante derivano le leggi; e la
lotta sessuale è una legge della quale possiamo dolerci, ma
contro la quale la buona volontà è inefficace. «Le brutalità
passionali, come tutte le altre, sembrano essere il risultato
degli ostacoli che la società oppose all'espansione degli
individui». Ma negli ostacoli opposti dall'ordinamento sociale
si potrà trovare l'occasione delle brutalità: la loro ragione,
la loro origine è nella inimicizia, nell'avversione che si
sovrappone all'amore. Quando i maschi e le femmine animali si
feriscono, si dilaniano, si uccidono, ciò non accade per gli
ostacoli frapposti dal gregge o dallo sciame; ma perchè ì
maschi non intendono le femmine, e tanto meno le femmine
intendono i maschi; e il risultato finale dell'intesa, che pure
si ottiene, è pagato con le violenze, gli errori, gli orrori e
i dolori.
La prostituzione è una piaga, una vergogna, un danno. Noi
possiamo rintracciarne le origini sacre e le profane; possiamo
denunziare e combattere le condizioni che la favoriscono, le
occasioni che la provocano: ma la causa prima, la ragione
essenziale che la fa sussistere è ancora nella diversità dei
sessi, nel maggior prezzo che ha l'amore, la sensazione
d'amore, per l'uomo; nel minor prezzo che ha per la donna: il
pagamento ristabilisce l'eguaglianza: pagamento indiretto, ma
pur sempre materiale, sotto forma di protezione, di aiuto, di
compagnia; pagamento morale, sotto forma di gratitudine;
pagamento diretto, brutale, col denaro. Quando le donne non si
fanno pagare, gli uomini hanno il dovere di mantenerle, di
sostenerle, o più semplicemente di amarle. Il matrimonio è
veramente molte volte una specie di prostituzione. Ma se noi
sopprimeremo la società attuale, col suo stato civile e con la
sua moneta, i matrimonî-mercati, o per dir meglio le
unioni-mercati sussisteranno, e la prostituzione con essa;
perchè noi non potremo impedire che la donna tepida o frigida
calcoli e speculi sugli ardori maschili e si dia a quegli
uomini dai quali crede di poter ritrarre maggiori vantaggi.
E, per concludere, l'amore libero come l'intende l'Albert, e
come merita di essere inteso, è l'amore perfetto, l'ideale
dell'amore, l'amore affrancato da tutte le soggezioni, l'amore
sottratto ad ogni pericolo, l'amore garentito da ogni danno. I
due istinti di conservazione e di riproduzione sono
diversamente proporzionati: nell'amore libero debbono essere
tutta una cosa. Fra l'autonomia e la dipendenza delle creature
sessuate c'è un contrasto: questo contrasto deve sparire. Il
senso e il sentimento operano a volta a volta, o diversamente:
queste alternative e queste diversità non debbono più esistere.
Ogni individuo d'un sesso può amare una quantità d'individui
dell'altro; questa possibilità deve finire, ci dev'essere
invece un rigoroso assortimento di tutte le coppie. Uomini e
donne vedono, pensano, operano diversamente: essi devono
ridursi eguali in tutto... o quasi in tutto.
Questo è uno dei caratteri salienti del tempo nostro: la
credenza e la previsione che le fatalità naturali dalle quali
ci vengono i danni si possano combattere, eludere e sopprimere.
Ma, dall'altra parte, se non si credesse così, se non si
nutrisse questa speranza, se tutti fossimo convinti che tutto è
ineluttabile, che cosa faremmo?...
DUE CIVILTÀ
Fino a pochi anni addietro, quando i sociologhi in vena di
profezia si proponevano la quistione della fine della nostra
civiltà,--giacchè le civiltà fioriscono e finiscono come tutte
le altre cose di questo mondo,--i sociologhi, dico, pensavano
che la civiltà nostra soccomberebbe per opera di una nuova
grande invasione barbarica, e vedevano nei Cinesi il nemico
formidabile. Innumerevoli, le orde dei Gialli caudati si
sarebbero rovesciate dai vergini altipiani asiatici sui vecchi
paesi europei, ed avrebbero tutto abbattuto e travolto.
In pochissimo tempo non solamente l'ipotesi si è dimostrata
fallace, ma il fatto contrario, l'invasione europea in Cina, ha
cominciato ad avverarsi. Comunque, le due razze stanno per
venire in urto: il caso è degno d'esser considerato.
I.
Gli uomini vogliono e debbono intendersi; ma non vi riescono
facilmente, alla prima. La Cina è un paese tanto diverso dal
nostro, e di accesso così difficile, che i libri dei
viaggiatori europei non ne danno un'idea adeguata. Posto anche
che l'accesso fosse agevole, e la diversità non troppo grande,
saremmo noi buoni giudici in casa altrui? Certo, se si trovasse
un Cinese a cui la nostra civiltà fosse familiare, costui
potrebbe meglio di ogni altro svelarci il suo paese. Questo
Cinese si è trovato, ed è il colonnello Tcheng-ki-tong, addetto
militare durante dieci anni all'ambasciata del Celeste Impero a
Parigi. Disgraziatamente lo scrittore asiatico ci rassomiglia
troppo, se non altro nella pretesa di mettere il naso nelle
faccende altrui; perchè nel suo libro intitolato -I Cinesi
dipinti da loro stessi- non tanto dipinge i suoi connazionali,
quanto critica noi...
«Il carattere essenziale della civiltà europea», dice egli, «è
di essere invadente. Non ho bisogno di dimostrarlo. In altri
tempi le orde dei barbari invadevano egualmente, non già per
diffondere i benefizî d'uno spirito nuovo, ma per saccheggiare
e rovinare gli Stati fiorenti. Gl'inciviliti seguono oggi la
stessa via, ma presumono d'instaurare così il regno della
felicità sulla terra. La violenza è il punto di partenza del
progresso. Mi lusingo di poter credere che il metodo non è
perfetto...».
Gli daremo noi torto su questo punto? Avrà ragione la civiltà
europea di imporsi con le cannonate? I suoi benefizî sono tanti
da farle perdonare i mezzi cruenti? Leone Tolstoi risponderebbe
subito no; Federico Nietzsche affermerebbe che il diritto del
più forte basta a legittimare la lotta dei popoli progrediti
contro i più deboli.... Certo il colonnello Tcheng-ki-tong ha
ragione di dolersi perchè, dischiusi i porti cinesi ai
commercianti europei, le prime cose che questi importarono
furono le armi da fuoco. «Domandate a un Cinese come chiama
gl'Inglesi; vi risponderà: mercanti d'oppio. Allo stesso modo
vi risponderà dicendo che i Francesi sono missionarî. Egli non
conosce altrimenti questi stranieri; e si capirà facilmente che
ne serbi un ricordo indelebile, poichè i primi rovinano la sua
salute a spese della sua borsa, e gli altri sconvolgono le sue
idee. Io qui accerto soltanto il fatto; perchè può darsi, in
fine dei conti, che l'oppio e le religioni nuove siano
progressi straordinarî...».
L'ironia del colonnello ha ben altri soggetti intorno ai quali
esercitarsi. Che la civiltà della Cina sia antichissima ed
originale, che questo popolo relegato in fondo al maggior
continente, oltre i monti e oltre i mari, chiuso da una
muraglia di sassi e da un'altra, più salda, di idee, di giudizî
e di pregiudizî tutti suoi, sia pervenuto da solo, senza
sussidio straniero, a un'altezza morale e a un ordinamento
sociale degni di molto rispetto, non si può ragionevolmente
negare. A chi lo considera come barbaro, sublimando invece le
idee, le abitudini, i costumi nostri, il colonnello
Tcheng-ki-tong dà pertanto qualche lezione molto sottile.
«Gli esempî dei sacrifizî abbondano nella nostra storia
nazionale. Così taluno si spoglierà del proprio vestito per
darlo all'amico povero incontrato per via. Questo caso è molto
frequente; ma i caritatevoli non sono da noi santificati come
San Martino...». Fare il bene, in Europa, è cosa straordinaria
e meravigliosa; in Cina assistere gli amici è un uso, non una
virtù.
«Io ho tentato di spiegare ai miei compaesani che cosa
s'intende per matrimonio di convenienza; essi hanno sempre
capito che fosse un atto di commercio, un affare...». Questa
botta è tanto più felice, quanto che in Cina i matrimonî si
fanno dalle famiglie, senza che gli sposi si conoscano prima
del giorno delle nozze; ma tutto lo studio dei parenti è di
sceglier bene, badando alle qualità morali, e non alle doti. E
i matrimonî si fanno senza assistenza di autorità civili o
religiose, solo dinanzi alle famiglie degli sposi, agli amici e
a Dio,--quasi come vorrebbero i fautori dell'amore libero... E
i vecchi celibi e le zitellone sono d'una rarità straordinaria;
e c'è il divorzio, ma se la legge lo permette, l'uso lo
biasima, e pochi, nei casi estremi, lo praticano. La moglie, in
Europa, diventa minorenne, è posta sotto tutela, non può
disporre neanche di ciò che le appartiene: in Cina può vendere
e comprare, firmare effetti di commercio, accasare i figli, dar
loro la dote che crede, e via discorrendo. Esiste laggiù, è
vero, il concubinaggio, che agli Europei non parrà istituzione
molto delicata; ma, in Europa, «col pretesto della delicatezza,
si commettono delitti più grandi, quando i figli illegittimi
sono buttati via...».
Passiamo alle invenzioni, alle scoperte, che sono il vanto
della civiltà occidentale. Molti e molti secoli prima di noi i
Cinesi trovarono la polvere da sparo; ma se ne servirono per
tirare fuochi d'artifizio, non già «per far saltare il mondo»;
e trovarono anche la stampa, ma non la impiegarono «a
corrompere gli spiriti e ad eccitare le passioni inutili». I
Cinesi non hanno accettato le ferrovie, perchè non hanno
giudicato necessario correre all'impazzata; ed anche perchè,
lacerando esse la faccia della terra, passando sulle tombe,
offenderebbero il sentimento di religioso rispetto che quel
popolo nutre per i morti e gli antenati. «I nostri popoli non
si sono dunque ancora decisi a lasciarsi invadere dal cavallo
di fuoco; e veramente non si può farne loro una colpa, se si
pensa che lo stesso Istituto di Francia rifiutò di ammettere la
scoperta di Fulton, relativa all'adattamento del vapore alla
locomozione delle navi. Essi meritano pure altrettanta
indulgenza quanta i dotti dell'Accademia..».
Noi non staremo a confutare il bravo colonnello; ma vedete che
egli è a giorno delle nostre cose molto meglio che noi delle
sue. Quando parla dei proverbî cinesi, concettosi e pratici, in
gran parte simili agli europei,--giacchè l'uomo, chi ben
guardi, è sempre e dovunque lo stesso,--egli dice che ve ne
sono alcuni capaci di offendere le orecchie francesi, e
soggiunge che non li ha tradotti non conoscendo abbastanza il
latino da poterli travestire. «Ma forse un giorno mi deciderò a
riparlarne, quando avrò letto Rabelais...».
Tcheng-ki-tong ha trovato i massimi soggetti di stupore in
società, nella buona società. Se un attore è invitato in un
salotto parigino, ha il posto d'onore; i gentiluomini e gli
accademici passano in seconda linea. «In Cina noi osserviamo
un'etichetta rigorosa. Mi dicono che rispettarla, in Francia,
non è ben fatto: lo credo...». E l'assalto dei -buffets-, nelle
grandi feste ufficiali! Un Cinese che osservasse le cose
d'Europa con la leggerezza degli Europei nel giudicare quelle
cinesi, potrebbe scrivere nelle sue note di viaggio: «Le
persone che compongono la classe più alta, quando sono in
presenza del Capo dello Stato, non si mettono a tavola, ma vi
si precipitano con furia guerresca...». In Cina le donne si
riuniscono tra loro; gli uomini non possono prender parte a
questi convegni. «È probabile che i nostri legislatori,
diminuendo quanto è possibile il numero delle occasioni che
possono mettere in presenza uomini e donne, abbiano agito
nell'interesse della famiglia». E nelle conversazioni cinesi
«le persone bene educate non parlano di politica».
Che dire dell'abito europeo? Il colonello non capisce come noi
possiamo vestirci con la orribile marsina, con la marsina
livellatrice, comune ai servi ed ai signori. Sarà forse perchè
in Europa regnano i principî liberali e democratici? «Io
domando ancora a me stesso, dopo dieci anni di soggiorno a
Parigi, dopo tanti studî pazienti, quale può essere, nelle
istituzioni del mondo occidentale, il principio veramente degno
d'esser chiamato democratico e liberale. Mi hanno parlato del
suffragio universale: ma è una rosa dei venti, un principio
senza principî.... Cosa strana: nessuno potrebbe proporre
l'elezione degli accademici per mezzo del suffragio universale
senza coprirsi di ridicolo; e poi si ammette che il suffragio
universale debba esso scegliere i legislatori. Crederei che
scegliere i legislatori sia più difficile che non scegliere gli
accademici...». In Cina, invece, solo lo studio e gli esami e i
concorsi che provano il profitto negli studî, portano gli
uomini a tutti i gradi della scala sociale; e tutti i
cittadini, indistintamente, hanno il diritto di concorrere; e i
più umili, gl'infimi, possono arrivare alle più alte cariche
dello Stato.
«Noi siamo più di 400 milioni di abitanti in Cina», dice ancora
il colonello, «e non abbiamo nè notai, nè avvocati; e i titoli
di proprietà, gli atti, i contratti, in una parola tutte le
cose che riguardano gli affari, non sono perciò meno regolari
che in Europa».
E nondimeno egli non chiede che i Cinesi siano lasciati a
godersi questa loro civiltà; nè, tanto meno, che l'Europa
prenda esempio dalla Cina; chiede soltanto, e in verità non
potrebbe essere più discreto, che, se gli Europei vogliono
diffondere in Cina ciò che hanno trovato di buono, adoperino la
persuasione, e non già la forza. E riferisce un aneddoto per
difendere i proprî connazionali dell'accusa di essere
refrattarî alla civiltà europea. «In Francia, si narra, il
popolo non volle sul principio mangiar le patate, perchè gli
furono imposte. Avevano reso la patata obbligatoria; il popolo
non ne volle, non volle neppure assaggiarla. Fu necessario
l'esempio della Corte; fu anche necessario, se la storia non
mente, proibire le patate; e allora tutti ne mangiarono. Ecco
la vera civiltà, quella che si fonda sulla conoscenza del cuore
umano, il quale è lo stesso sotto tutte le latitudini». E il
buon Cinese aggiunge un motto che dimostra come egli abbia
studiato anche i -per finire- dei giornali spiritosi: «Quante
patate, quanti -pomi di terra- (ricordiamoci che scrive in
francese) non ci farebbero mangiare, con le belle maniere! Ma
non hanno finora importato fra noi altro che il pomo della
discordia!»
II.
La vera grandezza del popolo cinese, il suo massimo titolo al
nostro rispetto,--e forse anche a qualche cosa di più,--è la
sua morale. Un libretto dove il signor di Lanessan, già
governatore generale dell'Indo-Cina, ha raccolto con molta
pazienza ed accorgimento tutte le massime dei libri sacri del
Celeste Impero e dell'Annam, riassume chiaramente il pensiero
etico e filosofico della razza gialla.
La filosofia, in Cina, non è privilegio di pochi studiosi: per
una sessantina di lauree, i candidati sono laggiù da dieci a
dodicimila. Tutti indistintamente i Cinesi ricevono
un'educazione filosofica; le sentenze più importanti dei libri
classici sono incise con caratteri d'oro sulle pagode erette ai
genî, sulle case dei letterati; sono spiegate ai figli dei
contadini come a quelli dei Mandarini, nelle scuole aperte a
tutti, frequentate da tutti, nelle città sterminate come nei
più miseri villaggi. E che dicono queste sentenze?
Dicono, prima di ogni cosa, e contrariamente alle credenze dei
popoli occidentali e cristiani, che la natura dell'uomo non è
macchiata da peccati originali. La natura umana, nativamente
buona, può bensì corrompersi, e appunto perciò occorre
dirigerla e sostenerla, sin dai primi anni, con l'educazione.
Chi sarà virtuoso sarà felice; felicità e virtù sono, secondo i
moralisti cinesi, tutt'uno.
Nè essi credono all'eguaglianza degli uomini, Gli uomini sono
tutti originariamente buoni; ma la natura dell'uno differisce
da quella dell'altro. Alcuni di essi arrivano, «senza soccorso
straniero», senza bisogno di meditare, di riflettere
lungamente, a comprendere la legge del perfezionamento umano:
sono gli uomini santi. Vengono poi, in seconda linea, gli
uomini, saggi, i quali hanno bisogno di studiare molto, di
sforzarsi, di vegliare assiduamente su sè stessi per
comprendere ciò che è bene. Saggi e santi formano insieme la
categoria degli «uomini superiori», i quali si distinguono
profondamente, anche nell'apparenza, dagli «uomini volgari».
Ma, per la loro stessa superiorità, essi hanno molti doveri:
primo fra tutti è quello di servire d'esempio agli altri. «Gli
errori dell'uomo superiore sono come lo eclissi del sole e
della luna: se egli commette uno sbaglio, tutti lo vedono; se
si corregge, tutti lo contemplano». E non basta neppure che
egli dia il buon esempio: bisogna anche che lavori direttamente
a istruire gli altri uomini. In Cina l'istruzione non è
obbligatoria, ma l'ignoranza è generale argomento di sdegno e
di spregio. «Quelli che pensano soltanto a mangiare e a bere
tutto il giorno, senza impiegare la loro intelligenza a qualche
oggetto degno di essa, fanno pietà. Non vi è il mestiere di
barcaiuolo? Lo esercitino: saranno saggi, a paragone di
prima... Gli uomini hanno dentro di loro il principio della
ragione; ma se, soddisfacendo gli appetiti, vestendosi di panni
caldi, costruendosi comode case, mancano di istruzione, allora
si avvicinano ai bruti». Così, per effetto della diversa
istruzione, gli uomini nativamente non eguali si allontanano
ancora più gli uni dagli altri; ma ciascuno può, a forza di
volontà e di perseveranza, divenire «saggio», arrivare alla
categoria degli «uomini superiori». Meng-Tseu dice: «Chi si
mette a fare una cosa somiglia a chi scava un pozzo. Se, dopo
averlo scavato fino a settantadue piedi, non continua fino alla
sorgente, è lo stesso come non averlo cominciato». Le persone i
cui studî progrediscono poco, i cui sforzi per migliorarsi non
riescono prontamente, non debbono scoraggiarsi: «Ciò che gli
altri farebbero in una volta, esse lo faranno in dieci; ciò che
gli altri farebbero in cento, esse lo faranno in mille».
Questa possibilità dell'eguaglianza nell'istruzione, nella
conoscenza dei doveri, è la ragione dei costumi politici della
razza gialla, i quali sono più democratici di quelli dei paesi
più democratici d'Europa e di America; con questo, però: che la
democrazia non degenera mai in demagogia. Gli uomini del
popolo, sanno che, volendo, col lavoro, con lo studio, con la
buona condotta, avrebbero potuto sollevarsi, prender posto tra
i «saggi,» tra i reggitori; perciò non li odiano, non si
ribellano ad essi. La gerarchia è scrupolosamente osservata:
ciascuno sa obbedire e rispettare i superiori, e comandare e
compatire i sottoposti.
Ogni uomo deve attendere a migliorare sè stesso; per compiere
questo dovere bisogna studiare «l'essenza delle cose» e «i
principî delle azioni»; così si arriva a conoscere la propria
«destinazione». Nel -Ta-Hio- è detto: «L'uccello giallo
mien-män dal canto lamentoso stabilisce la sua dimora nelle
folte cavità delle montagne. Il filosofo ha detto: nel fissar
lì la propria dimora, esso dà prova di conoscere il luogo della
sua destinazione; e l'uomo sarà da meno dell'uccello?» La
«destinazione» dell'uomo è indicata dalle inclinazioni
naturali; perchè ciascuno consegua la propria, bisogna «non
snaturare le inclinazioni rette, come quella che ci fa evitare
un odore sgradevole e amare un oggetto piacevole e seducente».
E la prima inclinazione, la più retta, la fondamentale, è
quella che unisce la madre al figlio e il figlio alla madre.
Tutte le madri, senza che nessuno le ammaestri, hanno gli
stessi sentimenti verso la prole; tutte intendono e contentano
i loro piccoli prima ancora che questi sappiano significare i
loro bisogni: i cuori delle madri e dei figli sono uniti dal
più saldo legame. Su questo legame è fondata tutta quanta la
morale sociale, politica e individuale dei Cinesi: i sentimenti
materni e filiali si debbono estendere ai prossimi, a tutti
quanti gli uomini; il principe dev'essere «la madre» dei suoi
popoli. «Tutti dicono: l'impero, il regno, la famiglia. La base
dell'impero esiste nel regno, la base del regno esiste nella
famiglia, la base della famiglia esiste nella persona». I
femministi dovrebbero esserne contenti.
III.
Questa filosofia, invece, sembrerà troppo semplice a noi
occidentali, amanti dei voli metafisici, ricercatori
appassionati della quadratura del circolo. Ma il pensiero
cinese è semplice, pratico, positivo.
Noi perdiamo il nostro tempo intorno al problema del libero
arbitrio; i Cinesi si contentano di dire, con Meng-Tseu: «La
natura dell'uomo somiglia al salice flessibile, l'equità e la
giustizia somigliano a un canestro: con la natura dell'uomo si
fa l'umanità e la giustizia come si fa un canestro con un
salice flessibile». Da noi filosofi e teologi si accapigliano a
proposito della morte, dell'anima, della divinità: in Cina
queste polemiche sono ignote o molto più rare. «Ki-Lu domandò
come bisogna servire gli Spiriti e i Genî. Il filosofo
disse:--Quando non si è ancora in grado di servire gli uomini,
come mai si possono servire gli Spiriti e i
Genî?--Permettetemi, aggiunse il primo, che ardisca domandarvi
che cosa è la morte?--Il filosofo disse:--Quando non si sa
ancora che cosa è la vita, come si potrebbe conoscere la
morte?» Pertanto la morale cinese non insegna ad aspettare il
premio e il castigo delle azioni in un'altra vita, in un mondo
migliore: i buoni, i laboriosi, i saggi, sono premiati in terra
dall'affezione dei parenti, dalla devozione degli amici, dal
rispetto dei concittadini, dalla soddisfazione della loro
propria coscienza; e così pure in terra sono puniti i cattivi:
chi uccide provoca la vendetta, chi è ingordo di lucro è
disprezzato, e chi non adempie i propri doveri non avrà mai
posto fra gli uomini superiori, non potrà mai istruire e
governare gli altri uomini, che è, secondo i Cinesi, il massimo
premio del lavoro, dello studio e della virtù.
Altra differenza col nostro modo di vedere. Secondo noi, in
tutta la natura si combatte per l'esistenza; i Cinesi,
quantunque vedano che gli esseri si nutriscono divorandosi
scambievolmente, affermano tuttavia che non si fanno male tra
loro. La lotta per l'esistenza, il cozzo degli elementi sono,
secondo i Mandarini, accidenti che non infirmano le grandi
armonie della vita e della natura. Come la loro filosofia è
ottimista, così la loro morale è altruista. Dicono anch'essi
che non bisogna fare agli altri ciò che non vorremmo si facesse
a noi stessi; ma questa virtù passiva non basta loro:
soggiungono che bisogna fare agli altri ciò che vorremmo fosse
fatto a noi. «Il filosofo disse:--Vorrei procurare ai vecchi un
dolce riposo; agli amici ed ai conoscenti esser sempre fedele;
ai piccoli e ai deboli prodigare cure materne». L'egoista, chi
bada soltanto al bene proprio, è infelice «per una scodella di
riso».
È curioso vedere come, nel senso della bontà, la morale cinese
abbia già detto ciò che, da parte dei nostri moralisti, sembra
più nuovo ed ardito. Quando Meng-Tseu, per esempio, consiglia
agli uomini superiori di non educare da loro stessi i figli,
perchè, dovendo ricorrere alle correzioni e ai castighi, se ne
potrebbero alienare gli animi, un lettore disattento del
-Hia-Meng- potrebbe credere d'avere in mano un volume del
Tolstoi. E come il Tolstoi se la prende con la giustizia,
dicendola iniqua, così il popolo, in Cina, è eccitato dai
filosofi a resistere ai decreti e alle sentenze non giuste. E
dove lasciamo l'avversione per la guerra? «Se c'è un uomo che
dica:--Io so perfettamente ordinare e dirigere un esercito, io
so perfettamente dare battaglia,--quest'uomo è un gran
colpevole». Mencio arriva sino a classificare le industrie
secondo il bene o il male che i loro prodotti fanno agli
uomini. «L'uomo che fabbrica frecce è più inumano di chi
fabbrica scudi e corazze. Lo scopo di chi fabbrica frecce è di
ferire gli uomini, mentre quello di chi fabbrica corazze e
scudi è d'impedire che gli uomini siano feriti. La stessa
differenza c'è fra l'uomo il cui mestiere è di far voti di
felicità alla nascita dei bambini, e l'uomo il cui mestiere è
quello di costruire feretri. Bisogna perciò stare molto attenti
prima di scegliere una professione».
Ed anche più curioso è vedere come questa filosofia, la quale
va tant'oltre nel senso della bontà e dell'amore, racchiuda poi
i germi delle dottrine ispirate da sentimenti opposti,--tanto è
vero che la verità è complessa e sta nel mezzo. Già quando i
libri sacri della Cina parlano dell'«uomo superiore», la mente
ricorre subito al Superuomo del Nietzsche. Quando nel -Lun-Iu-
si legge: «L'uomo superiore non è un vano utensile impiegato
agli usi volgari... Chi non si crede incaricato di compiere un
mandato, una missione, non può essere considerato come uomo
superiore», pare di avere sott'occhio una pagina del
-Zarathustra-. L'affermazione della ineguaglianza degli uomini
conduce il filosofo tedesco e i Cinesi alle stesse conseguenze
pratiche. Meng-Tseu dice: «Gli uni lavorano con l'intelligenza,
gli altri con le braccia. Quelli che lavorano con
l'intelligenza governano gli uomini, quelli che lavorano con le
braccia sono governati dagli uomini. Quelli che sono governati
nutriscono gli uomini, quelli che governano sono nutriti dagli
uomini. È la legge universale del mondo».
Ma, fra i due estremi, fra le opposte sollecitazioni degli
istinti e dei sentimenti, la morale cinese tenta una
ragionevole conciliazione. E questo è il principale, il
migliore, il più invidiabile carattere alla dottrina di
Confucio e di Mencio. Tra le massime più concettose riferite
dal Lanessan, alcune sono tanto belle, come idea e come forma,
che meritano veramente di stare fra le nostre migliori.
«Chi pensa soltanto ad ammassare ricchezze non è umano; chi
pensa soltanto a esercitare l'umanità non è ricco.
«Se siamo tre che viaggiamo insieme, troverò necessariamente
due istitutori: sceglierò l'uomo dabbene per imitarlo, e il
cattivo per correggermi.
«Non dobbiamo affliggerci di non esser conosciuti dagli uomini;
ma, al contrario, di non conoscerli noi stessi.
«Amare, e riconoscere i difetti di chi amiamo; odiare, e
riconoscere i pregi di chi odiamo, è cosa ben rara sotto il
cielo.
«Fau-Tchi domandò che cosa è la virtù dell'umanità; il filosofo
disse:--Amare gli uomini. Domandò ancora che cosa è la scienza;
il filosofo rispose:--Conoscere gli uomini.
«Se, la mattina, avete udito la voce della ragione celeste, la
sera potete morire».
VINCITORI E VINTI
La guerra tra la Spagna e gli Stati Uniti d'America ha rivelato
molte cose che non era difficile prevedere, ma che pure hanno
destato qualche stupore in più d'uno.
Alla stessa guerra molti non credettero, non vollero credere
finchè l'eco delle cannonate non li costrinse. Che la vecchia
Spagna ingorda e prepotente fosse disposta, come in altri
tempi, a menar le mani, costoro ammettevano senza difficoltà;
ma che la giovane e civilissima America assalisse il popolo
spagnuolo, sia pure per «liberare» Cuba e le Filippine, non
concedevano. L'America che non aveva eserciti, che non ne aveva
voluti, che si era pensatamente astenuta dalle contese
politiche, che badava soltanto a sè, alla sua prosperità, si
sarebbe difesa come una leonessa se l'avessero aggredita; ma
per nessuna ragione avrebbe dato l'esempio dell'aggressione. È
vero che, qualche diecina d'anni addietro, gli Americani si
erano fraternamente sgozzati tra loro; ma ciò non era stato
senza una grave ragione; e poi, tanto tempo era passato, e
quella nazione aveva tanto rapidamente progredito! Essa ci era
additata come maestra di tante cose, come un modello di
perfezione: duole vedere, quantunque bisognasse pure ricordare,
che la perfezione non è di questo mondo.
Scoppiata la guerra, si videro, come in tutte le altre guerre,
gli spettatori tenere dagli uni o dagli altri; ma poche volte
le contrarie ragioni dei belligeranti sono state sostenute con
tanto calore e simpatia. Di questa discordia, e delle sue
cause, non sarà inutile dire qualche cosa.
I.
Nell'aprile del '98 Pierre Loti, il poeta del mare, il pittore
dei paesaggi esotici, il romanziere delle signore, si trovava
in Francia, a Hendaye, presso il confine spagnuolo, quando
lesse sui fogli pubblici che gli Stati Uniti movevano guerra
alla Spagna. Alla notizia dell'aggressione americana egli ebbe
improvvisamente coscienza delle sue simpatie per gli aggrediti.
Corse a Madrid con l'incerta speranza di poterli servire, di
poter versare il proprio sangue per loro. Dissero alcuni che
egli era andato per chiedere di poter fare il corsaro contro
gli Americani: «Ahimè», scrive egli, «quanto rimpiango che non
sia vero e neppure possibile!» Non glie ne manca il desiderio,
bisognerebbe però avere una nave da corsa che potesse filare
venti nodi, almeno.
Non potendo battersi, egli manifesta come può le sue simpatie
per il popolo castigliano. Se, durante la guerra, gli Spagnuoli
pensano a divertirsi e ad andare a spasso, dice che così
rivelano la loro nobile fierezza. «Questo popolo è deciso e
pieno di confidenza nel suo buon diritto, questo popolo ha il
coraggio amabile, il coraggio allegro, la vecchia gaiezza
latina,--comune agli Spagnuoli ed ai Francesi...». Lo scrittore
chiede un'udienza alla Regina reggente, e la prega di voler
gradire la reverente espressione delle simpatie francesi. Nella
stessa Corte, non che nel paese, egli trova «la vera, la sana
democrazia», la democrazia che è sentimento della fratellanza
umana. E giudica che il popolo sia più sano che non in Francia,
e ironicamente dice che esso ha bisogno di -progresso-, e dei
benefizî dell'istruzione laica, e di molti giornali, e di meno
incenso e di meno preghiere nelle vecchie chiese, per
agguagliare la Francia... E rimpiange i tempi andati, quando la
Spagna avrebbe sicuramente vinto, perchè il valore personale
decideva le battaglie; mentre ora, ahimè, «la guerra è divenuta
brutta, putente di carbon fossile, chimicamente barbara; e i
nemici d'Oltremare hanno più denaro, più macchine, più
petrolio...». Nondimeno, nel veder sfilare i soldati spagnuoli,
«eroici sempre», prevede che gli Americani potrebbero ancora
aver la peggio, e che forse dovranno provare qualche sanguinosa
sorpresa. E grida: «Ollè, ollè, viva la vecchia Spagna,
addormentata soltanto sotto la Spagna d'oggi, capace ancora di
ridestarsi per una poesia, per una canzone, per una -furia- di
chitarre...».
Con meno eleganza di stile, le simpatie del romanziere per la
Spagna furono espresse da moltissimi altri, l'anno scorso, in
tutta l'Europa latina. Non furono tutte simpatie platoniche, si
raccolsero anche denari: io conosco un ragazzetto di dieci anni
che andò attorno con la sua brava scheda di sottoscrizione e
mandò al ministro della guerra, a Madrid, un vaglia di dodici
lire.
Molte cose spiegano questa simpatia. Tra i Latini, il
sentimento dell'affinità di razza; tra i Latini e i non Latini
la mancanza di cerimonie nella sfida americana, il
presentimento che gli Spagnuoli fossero più deboli, e che
dovessero quindi fatalmente soccombere nella lotta ineguale; e
da ultimo la secreta paura che un giorno o l'altro gli
Americani possano far sentire la loro potenza al resto
d'Europa.
Nel caso di Pierre Loti noi vediamo l'influenza d'un'altra
causa. Come artista, egli ama e difende la vecchia Spagna
pittoresca, cavalleresca e poetica, la Spagna di Cervantes e
Lope de Vega, di Velasquez e di Murillo; la Spagna di Granata e
dell'Escurial. Tra gli artisti come lui questo sentimento è
generale; tanto più notevole mi pare il caso d'un altro
artista, latino come il Loti, che intende la forza e la
grandezza americana.
II.
Quando uno scrittore riesce ad ottenere l'ammirazione
universale non a grado a grado, provando e riprovando, ma d'un
colpo, con un'opera singolare, il suo felice successo non è
senza scotto; perchè il pubblico, in ogni opera successiva,
vorrebbe trovare le stesse qualità che lo sedussero nella
fortunatissima; e non trovandole, se ne duole e quasi glie lo
rimprovera. Gustavo Flaubert, dopo il trionfale incontro di
-Madame Bovary-, ebbe un bel mettere fuori quel capolavoro di
verità che è l'-Educazione sentimentale-, quei capolavori di
fantasia e di erudizione che sono -Salammbò- e la -Tentazione
di Sant'Antonio-: i lettori lodarono moderatamente, scrollando
il capo ed esclamando: «Sì, va bene; ma non è più la -Signora
Bovary-!...» La cosa andò tant'oltre, che il romanziere,
piccato, si mise in capo di riscattare la proprietà letteraria
di quel suo troppo fortunato volume, di ritirarne dal commercio
tutti gli esemplari e di distruggerli, per non sentirsi più
chiamare «l'autore di -Madame Bovary-».
Io credo che un pensiero simile dovè passare per la mente di
Giuseppe Giacosa, quando gli entusiasmi eccitati dalla -Partita
a scacchi- e dal -Trionfo d'amore- impedirono ai loro esclusivi
e quasi gelosi ammiratori di apprezzare esattamente le diverse
qualità delle altre opere sue. Al tenero e delicato cantore di
Paggio Fernando e di Jolanda, al trovatore sentimentale,
all'immaginoso evocatore del medio evo cavalleresco ed erotico,
la maggior parte del pubblico, sedotta dall'arte squisita,
richiese altri idillî dello stesso carattere, evocazioni
simili, versi di eguale fattura; e, non avendone, e trovandosi
dinanzi a opere di tutt'altro sapore, fu ingiusto con esse.
I giudizî del nostro poeta sul popolo americano contribuiranno
ad alienargli l'animo dei suoi primi ammiratori. Alcuni anni
addietro, per assistere alle prove della -Dame de Challant- che
Sara Bernarhdt doveva recitare in America, il Giacosa raggiunse
la grande attrice agli Stati Uniti. Le sue -Impressioni
d'America- sono il frutto di quel viaggio. Egli non parla, e
non può parlare della guerra; ma pochi libri spiegano meglio
del suo le vittorie americane; perchè pochi osservatori hanno
saputo come lui cogliere ed esprimere ed apprezzare i caratteri
essenziali del popolo e della civiltà americana.
Leggete il capitolo su Nuova York: dalle prime righe il Giacosa
fa notare come vi primeggi l'azione: «la gran città agisce
prima di mostrarsi»; dalle prime pagine egli mostra la saldezza
che hanno le opere umane laggiù. «Fino dove l'occhio giunge, da
ogni lato, nello spessore delle città litorali, sopra l'immenso
corno dell'Hudson, su pel gran braccio di mare della East
River, è un accavallarsi di giganteschi edifizî che
rappresentano nelle nebbiose lontananze un vario ondeggiare di
colli digradanti al mare. Quelle moli hanno di lontano la
gravità riposata delle cose eterne e sembrano sorte col suolo.
Io non vidi mai in altri luoghi l'opera dell'uomo, sola,
scompagnata da ogni elemento naturale, naturalizzarsi così
interamente e darmi un così pieno inganno di paesaggio».
Uno dei segni particolari dello spirito americano è
l'individualismo, che spiega ad un tempo la forza e i difetti
della razza -yankee-. Il Giacosa lo mette in evidenza e ne
trova una causa nell'abitudine di operare e di attendere ai
guadagni in luoghi lontani dalla casa, in quartieri che, finita
la giornata di lavoro, restano vuoti, deserti. «È certo che la
casa, l'-home- degl'Inglesi, esercita sull'animo nostro
un'azione mitigante, lo predispone e lo inclina all'esercizio
delle virtù altruistiche. Chi abbandona la mattina i dolci
luoghi della vita domestica e va e rimane per traffichi fino a
sera in luoghi dove non ne resta nessuna traccia, e dove non
c'è traccia nemmeno di altre vite somiglianti che gli ricordino
la propria, si avvezza in breve a sdoppiare quasi interamente
la propria natura, a separarne gli elementi affettivi dai
volitivi ed intellettuali, lascia a casa l'umanità amorevole e
soccorrevole per armarsi soltanto negli affari di un egoismo
aspro ed ingrato».
La permanenza dei caratteri etnici particolari alla razza
nonostante l'esteriore uniformazione ai costumi europei, è ben
dimostrata dal Giacosa nel capitolo sull'-Intemperanza-. «A
parole, i -fashionables- del caffè Del Monico professano una
estetica delicata che deve costar loro una continua
autovigilanza. Quella tenuità di pensamenti e di movimenti, che
è il non plus ultra della -sciccheria-, stride col loro fisico
poderoso e bisognoso d'azione. Il formidabile individualismo
onde trassero nel tempo ricchezza e grandezza, si adagia a
stento nella disciplina convenzionale della nostra gente per
bene. Quando si mettono per godere, vogliono godere oltre
misura. Cento doganieri dell'estetica appostati sull'entrata di
un salone a respingerne ogni oggetto non bollato per
raffinatissimo, non possono impedire che la raccolta di troppe
cose squisite esprima un gusto se non eteroclito, eterodosso.
Ogni particolare della vita di quei gaudenti otterebbe
l'accessit dal più schifiltoso fra i dittatori della moda e
della delicatezza parigina, ma il loro complesso tradisce per
lo più quella inclinazione a fare in grande che è propria degli
arricchiti. Eppure esiste in America una aristocrazia
plutocratica, i cui titoli nobiliari risalgono a nonni
milionarî. Ma quel sottile smeriglio che è il milione da lungo
tempo posseduto, non venne ancora a capo di levigare del tutto
la ruvida scorza che salì dal ceppo agli ultimi rami. È certo
che in America la lunga ricchezza non produsse ancora quello
che a noi pare supremo fiore dell'eleganza spregiudicata e
sicura: l'amore del semplice».
Ma il Giacosa non augura niente affatto all'America l'estetica
tradizionale; egli apprezza, al contrario, e loda quella
particolare idea del bello non disturbata da preconcetti
storici, quell'«estetica sociale» adattata al benessere e
confacente allo sviluppo della razza umana, che si viene
formando oltre l'Atlantico ed è anche una delle nostre nuove
inquietudini. Accortamente egli nota come una delle peggiori
conseguenze del rispetto alle tradizioni, presso di noi, sia la
paura del ridicolo, dalla quale invece gli Americani sono
affrancati. «Il ridicolo in America non fa presa, e dove non fa
presa non esiste, perchè non è che un fantasima creato dalla
paura. Anche nei paesi latini, dove può tanto, chi più lo teme
più c'incappa dentro e, diciamolo, più merita di incapparci. Il
ridicolo è un prodotto delle società da lungo tempo costituite,
le quali finiscono sempre col chiudersi in un formalismo
dommatico. Esso aiuta le serrate di classe, contrariando
l'entrata d'ogni classe a chi ne sta fuori e l'uscita a chi ci
è dentro. Cane di guardia dello -statu quo-, non morde mai chi
si appaga a quel grado di mediocrità che tutti possono
conseguire, ma si avventa contro i solitarî che lo soverchiano.
Educatrice a qualità discrete, a gentili eleganze ed a virtù
negative, la tema del ridicolo impigrisce l'esercizio delle
attività individuali e frena i movimenti iniziatorî. Perciò i
paesi dove esso più agisce sono spesso retrogradi e sempre
consuetudinarî; e perciò ivi l'eccentricità, cioè l'essere
dissimile dai più, induce sempre un'idea di ridicolo. Ora se
badiamo al procedere della civiltà, noi troviamo che il minor
numero di uomini eccentrici s'incontra nei popoli stazionarî e
il maggiore nei progressivi. L'America informi».
Originale, libero, pronto ad apprezzare tutto ciò che è nuovo e
vivo e utile, lo spirito americano si distingue ancora per
quella particolare specie di scetticismo che il Giacosa
definisce: «previsione generica di doversi un giorno ricredere
su tutte le cose attualmente credute» e che non è ignota al
pensiero europeo contemporaneo. Però, mentre i discepoli del
Renan e e gli ammiratori di Anatole France sono increduli e
impotenti, l'incredulità degli Americani non attenua «il
consenso e la fede in quanto è oggi tenuto in conto di verità;»
al contrario: «la verità attuale prende nelle loro menti un
carattere di tranquilla certezza e le move a praticarla con
sicura energia. Solo sanno che la verità di oggi non è quella
di ieri e non sarà quella di domani. E quella di ieri fu ieri
una propria e reale verità, ed esercitò tutti i benefici
influssi che esercita la verità, e sarà una verità quella di
domani, quantunque destinata a cedere il posto ad una
successiva. Alle prime questo pare un linguaggio anfibologico,
ma non è indifferente pensare che lo spirito umano proceda per
via di successive verità, piuttosto che di successivi errori.
In sostanza la cosa viene a dire che i concetti di verità e di
errore non sono assoluti, ma relativi; e negli effetti pratici
se ne deduce la conclusione che ognuno deve aver fede nel tempo
in cui vive e prenderlo sul serio ed agire in esso con
sicurezza. Ogni verità, anche se transitoria, è una forza. I
dubbiosi non producono bene, perchè agiscono tepidamente. Chi
crede che l'azione che egli va compiendo corrisponda al vero,
ci spende intorno la massima somma di energia ed opera senza
esitazioni e senza mollezze. D'altra parte il sapere che il
vero non è eterno nè immutabile, rimove il pericolo degli
accecamenti ostinati e dell'intolleranza. E perchè la sicurezza
è rasserenante e giocondatrice, questi spiriti hanno una gaia
contentezza del presente ed una gaia aspettazione del futuro, e
la loro ironia, scevra affatto di amarezza, si esercita tanto a
spese delle fedi immobili, quanto del dubbio permanente».
III.
Ma se all'ammirazione del Loti per la Spagna noi abbiamo potuto
contrapporre quella d'un artista come il Giacosa per l'America,
troviamo un altro scrittore, un sociologo, il Guyot, il quale
se la piglia direttamente coi fautori dei Castigliani in un
libro severo come una requisitoria: l'-Evolution politique et
sociale de l'Espagne-.
Mentre il Loti loda la vecchia fede castigliana, il Guyot trova
nella superstizione una delle maggiori cause della decadenza
del popolo iberico e della perdita delle sue colonie. La
superstizione si accanì laggiù dapprima contro gli Ebrei ed i
Mori; quando li vinse, li disperse e li uccise credendo di aver
fatto una gran cosa, il paese del quale questi lavoratori
avevano formato la ricchezza si trovò povero ed esangue. In
ogni città conquistata sui Mori un terzo delle terre
apparteneva alla Chiesa. Nel principio del secolo XVII c'erano
nello Stato 120 mila chiese e cappelle, 200 mila preti, 10 mila
conventi popolati da 100 mila frati e monache: mezzo milione di
Spagnuoli appartenevano al clero. A Salamanca quindicimila
studenti non studiavano altro che Aristotile e San Tommaso.
Cervantes morì francescano. E quando non vi furono più Ebrei nè
Mori da perseguitare, l'Inquisizione perseguitò gli stessi
Spagnuoli cristiani. Essa imprigionò gli arcivescovi, vietò i
bagni come costume pagano, si mescolò nelle cose civili sino ad
occuparsi delle riscossioni doganali. In soli trent'anni del
secolo scorso condannò quattordicimila persone e ne bruciò vive
settecentottantadue.
Nelle colonie, sino ad ieri, il regime clericale era sovrano.
Le Filippine pagavano un tributo di 66 milioni allo Stato, e di
116 milioni ai preti ed ai frati. L'insegnamento, in quelle
isole, era affidato ai domenicani; i quali proibivano la
lettura di -Paolo e Virginia-. Il governatore aveva il titolo
di Vice-Patrono della Chiesa. Per reazione, 25 mila persone si
erano raccolte in 180 logge massoniche; una setta misteriosa,
il Katipunam, si proponeva di scuotere il giogo dei frati e
degli Spagnuoli. Qual era il risultato economico di tale stato
di cose? Era questo: che le Filippine importavano dalla Spagna,
dalla madre patria, il solo tredici per cento, e tutto il resto
dall'Inghilterra e dalle colonie inglesi.
E in America? Il Messico, Cuba, tutte quante le terre occupate
sul principio dagli Spagnuoli erano popolatissime. I teologi
discussero se gl'Indiani pelli-rosse avevano un'anima, mezza
anima, o niente anima: finirono con l'accordare loro un'anima,
e questa fu la rovina degl'infelici. I Mori e gli Ebrei erano
stati scacciati dalla penisola iberica; gl'indigeni furono
soppressi nelle colonie. Cortes bruciò vivi quelli che gli
opponevano resistenza; Sandoval ne fece incenerire
quattrocentosessanta in una città sola. Las Casas dovette
presentare a Carlo V una memoria sulla -Distruzione delle
Indie-; un concilio se ne occupò, e nel 1543 fu decretata la
protezione degli indigeni. Ma gl'indigeni da proteggere erano
ridotti a ben pochi: un milione di essi erano stati distrutti
nel Perù, a Cuba ne restavano appena quattromila. Quando non ce
ne fu più nessuno, i conquistatori si accorsero di aver fatto
male a uccidere gli schiavi che lavoravano per loro; e allora
cominciarono ad importare i Negri dall'Africa. Nel 1820 la
tratta fu abolita ufficialmente, ma a Cuba continuarono ad
arrivare da 30 a 60 negrieri l'anno. Nel 1885, data
dell'abolizione definitiva, c'erano ancora venticinquemila
schiavi. Anche qui le conseguenze di questo regime furono
disastrose. Nonostante le tariffe combinate a posta per
favorire il commercio della madre patria, nonostante tutti i
monopolî, Cuba mandava alla Ispagna 38 milioni di franchi ogni
anno, e agli Stati Uniti 340 milioni!
Un tempo, si osserverà, le cose non andarono così. Quando si
pensa che il sole non tramontava mai negli Stati di Carlo V,
quando si pensa che soltanto le colonie perdute dagli Spagnuoli
durante questo nostro secolo si estendevano per sei milioni e
mezzo di chilometri quadrati ed erano popolate da quaranta
milioni di abitanti, si deve pur dire che, decaduta oggi, la
Spagna fu strapotente in altri tempi. Il Guyot nega insino
questa potenza passata. Egli riconosce che i Mori arricchirono
la penisola, ma afferma che la miseria cominciò con la loro
cacciata. Il tesoro pubblico si esaurì; Alfonso X, nel 1261,
coniò monete calanti; il maestro di casa di Errico I non aveva
più credito a Burgos, e non sapeva come fare per nutrire il suo
padrone. Scoperta e conquistata l'America, l'oro rinsangua le
esauste finanze nazionali: si calcola che ne sia entrato in
Ispagna per quattro miliardi, cioè una media di quaranta
milioni all'anno. Ma questo fiume d'oro serve ad alimentare la
politica imperiale nei Paesi Bassi e in Germania; e le derrate
crescono di prezzo, e la vanità e la boria nazionale aumentano,
e con esse l'incapacità a lavorare. Invece d'un benefizio,
quest'oro è una nuova causa di rovina. Filippo II, dopo San
Quintino, non può continuare la guerra per mancanza di denaro:
egli batte moneta in ogni modo, insino annobilendo gli Ebrei
mediante una tassa di cinquemila ducati. Filippo V vende
sessantamila ufficî municipali. Cervantes parla d'una proposta,
secondo la quale ogni Spagnuolo dovrebbe essere obbligato a
digiunare una volta il mese, ed a versare il prodotto di questa
economia nel tesoro reale. Sotto Carlo II le difficoltà sono
senza fine maggiori: vendite di pubblici impieghi, doni imposti
alle città, tasse straordinarie sui ricchi, diminuzione e
soppressione di paghe: tutto serve a far denaro. I banchieri
genovesi ne prestano al 25 e al 40 per cento. Quando il re
muore, il cardinale deve fargli recitare a proprie spese le
messe funebri. L'esercito si compone di ottomila soldati, dei
quali metà sono stranieri; la marina da guerra conta due soli
vascelli in mediocri condizioni. La popolazione della penisola
è ridotta a cinque milioni di abitanti, dei quali la marchesa
di Villars dice che si nutrono «fiutando il sole».
Il quadro del Guyot ha tinte ancora più fosche.
Prima delle colonie d'America, la Corona spagnuola aveva
perduto i Paesi Bassi. Secondo Grozio, l'Inquisizione aveva
fatto laggiù centomila vittime. Il duca d'Alba vi portò la
strage, il saccheggio, tutti gli orrori. Appena una parte di
quelle provincie si rende indipendente, tosto prospera,
s'arricchisce, commercia con la Cina e il Giappone; la parte
rimasta alla Spagna si trascina nella miseria finchè non
recupera anch'essa la libertà.
L'esperienza secolare non giova: Weyler, a Cuba, imita il duca
d'Alba. Secondo i rapporti dello stesso governatore, nella
provincia di Matanzas cinquantamila persone muoiono di fame e
di miseria, centodiecimila in quella di Santa Clara,
centotrentacinquemila in quella dell'Avana, ottantacinquemila
in quella di Pinar del Rio; totale: trecentottantamila. Campos
condanna alla deportazione, dalla quale nessuno ritorna,
duemila Cubani sospetti; Weyler ottomila e quattrocento.
Fu guerra civile e fratricida quella dei Cubani e degli
Spagnuoli? Ma gli Spagnuoli si sono dilaniati fra loro, nel
loro stesso paese. -Carlisti- e -Cristini- hanno combattuto
ferocemente durante mezzo secolo. Cabrera, dopo la battaglia di
Moella, fece sgozzare cinquemila prigionieri. I
«pronunciamenti» dei generali non si contano più: la parola
castigliana è entrata nel patrimonio di tutte le lingue. Riego,
Espartero, Narvaez e i loro compagni e seguaci sono a volta a
volta padroni del paese, sciolgono e convocano le Cortes,
fucilano le persone a centinaia senza giudizio, colmano le
prigioni, vuotano il tesoro, confiscano i beni, incendiano le
città....
Se il Guyot rammenta e mette in evidenza tutte queste cose,
egli non è già mosso da eccessiva simpatia per gli Americani.
Quando può, dice la verità anche a costoro. Le finanze
spagnuole sono rovinate; ma le americane non prosperano. Per
mantenere il regime protezionista ed esercitare in grande la
corruzione elettorale, i governanti americani istituiscono le
«pensioni liberali», trovano novecentomila veterani, vedove e
figli di soldati della guerra di secessione; e, venticinque
anni dopo che la guerra è finita, distribuiscono a tutti
costoro le entrate delle dogane, settecento milioni di
pensioni. E per proteggere i proprietarî delle miniere
d'argento, il Tesoro pubblico è costretto a sovraccaricarsi
ogni anno di quattro milioni e mezzo d'oncie del metallo
invilito! E il debito pubblico sale a più di nove miliardi! E
protezionisti a casa loro, questi Americani sfondano, per il
vantaggio che ne sperano, le porte di Cuba tenute serrate dai
protezionisti spagnuoli!
Nel dire tante amare verità agli ammiratori della Spagna, il
Guyot è mosso pertanto da un altro sentimento: dal timore che
la Francia sia trascinata ad una stessa sorte. Gl'Italiani che
parteggiarono per il popolo iberico non avrebbero dovuto, per
moderare i loro entusiasmi, temere dell'avvenire: sarebbe
bastato che pensassero al passato. Il danno che noi avemmo
dalla dominazione spagnuola fu tanto, che non è ancora cessato.
Ecco un libro che lo denunzia e lo misura: la -Descrizione del
Regno di Napoli-, composta nel 1713 da Paolo Mattia Doria, e
pubblicata, dopo quasi due secoli, da Michelangelo Schipa. Per
mantenere i loro dominî tra noi, gli Spagnuoli corruppero,
inquinarono, pervertirono i nostri costumi: la servitù
materiale, la schiavitù, sarebbe stata preferibile a
quest'opera di dissoluzione sociale. Ma forse essi non intesero
pervertirci, ci comunicarono semplicemente, naturalmente, i
loro difetti e i loro vizî. E se riuscirono a comunicarceli,
bisogna pure riconoscere che vi eravamo predisposti.
IL GENIO E L'INGEGNO
«A quel massimo degli umani intelletti, Paolo Sarpi,
ragionevolmente parve lo straordinario ingegno una prontissima
passività a ricevere e riprodurre in sè anco le minime
impressioni degli oggetti o sensibili o intelligibili, e però
non altro che una straordinaria e male invidiata malattia, la
quale i moderni fisiologi nel moderno linguaggio chiamerebbero
lenta encefalite».
Queste righe di Pietro Giordani potrebbero trovar posto nei
-Precursori del Lombroso- del dottor Antonini. Dove il
prosatore piacentino diagnosticava una encefalite lenta, i
filosofi contemporanei vedono, con l'autore dell'-Uomo di
genio-, una nevrosi, una psicosi, una forma di epilessia. Max
Nordau è stato seguace tanto fervente del Lombroso, che ha
esteso la teoria oltre le intenzioni del maestro, sino a
considerare la più gran parte degli ingegni artistici
universalmente ammirati ai nostri giorni come il prodotto di
una degenerazione; e -Degenerazione- appunto ha intitolato il
libro nel quale ha discusso l'opera del Wagner e del
Baudelaire, del Nietzsche e del Verlaine, del Tolstoi e del
Maeterlinck, dello Zola e dell'Ibsen, non già da critico, ma da
clinico; e da clinico non pietoso e neppure sereno, ma
sgraziato e furioso contro i pazienti. Ora egli mette fuori un
volumetto sulla -Psico-fisiologia del genio e dell'ingegno-,
dove il lettore si fermerà stupito a questo passo: «Se io non
dico nulla sulle cause che producono il genio, perchè sono
ancora ignote, dirò qualche parola sulle relazioni del genio
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