ragione. «Fortunatamente, più abbiamo idee chiare, più
impariamo a rispettare quelle che non sono ancora tali».
III.
Sully Prudhomme, tranne che nei rari momenti quando afferma
l'onnipotenza del cuore e dell'amore e la fede in un avvenire
migliore, è pessimista; il Maeterlinck, che all'amore crede
sempre, vede ogni cosa con occhio roseo. I Destini di Sully
Prudhomme sono oscuri, tragici, ineluttabili; il Maeterlinck si
duole appunto perchè alla parola destino diamo questi
significati. Egli non afferma già che il destino sia giusto,
che premii i buoni e punisca i malvagi. Vede anch'egli
l'ingiustizia che dà tanta pena a Sully Prudhomme; ma se ne
consola, perchè sull'ingiustizia è fondata la bontà. «Quale
anima potrebbe ancora dirsi buona, se la ricompensa fosse
sicura?» Dunque la felicità non è un premio. Per esser felice,
al contrario, bisogna non cercar più la felicità. «Sarebbe
necessario, di tanto in tanto, che un uomo cui il destino ha
concesso una felicità splendida, invidiata, sovrumana, venisse
a dirci semplicemente: Io ho ottenuto tutto ciò che voi
invocate col desiderio ogni giorno; ho la ricchezza, la salute,
la gioventù, la gloria, la potenza e l'amore. Oggi posso dirmi
felice, non già a causa dei doni che la fortuna si è degnata di
accordarmi, ma perchè questi doni mi hanno insegnato a mirare
più in alto.... Con un poco più di saggezza io avrei potuto
possedere tutto ciò che possiedo, senza che fosse stato
necessario ottenere tanti beni. Conosco che sono più felice
oggi che non ieri, perchè so finalmente che non ho più bisogno
della felicità per liberare l'anima mia, pacificare il mio
spirito e rischiarare il mio cuore».
Bisognerà dire, pertanto, col Buddha e con Schopenhauer, che la
felicità consiste nella rinunzia? Il Maeterlinck se ne guarda
bene; la rinunzia è l'essenza del pessimismo. Come egli non ha
voluto che la sua filosofia riposasse sulla rassegnazione, così
non vuole che la sua morale sia passiva. Sully Prudhomme ha
espresso un voto alla Hartmann: sentendo operare dentro di sè
l'istinto della riproduzione, e pensando alla infinita
moltitudine di mali che insidierebbero la vita cui egli darebbe
il varco, ha voluto frenare l'istinto, vietare alla nuova vita
di nascere, non farsi complice dei futuri dolori. Per il
Maeterlinck questa, come ogni altra forma di rinunzia, è
condannevole. «La rinunzia non è spesso altro che un parassita.
Se anche non indebolisce la nostra vita interiore, la turba.
Quando un animale straniero penetra in un alveare, tutte le api
sospendono il loro lavoro; parimenti quando il disprezzo e la
rinunzia è entrata nell'anima nostra, tutte le potenze e tutte
le virtù di essa abbandonano il loro ufficio per riunirsi
intorno all'ospite singolare che l'orgoglio ha condotto fra
loro. E ciò perchè, fino a quando l'uomo sa che rinunzia, la
felicità della sua rinunzia nasce dall'orgoglio. Ora, se si
deve rinunziare a qualche cosa, conviene rinunziare prima di
tutto ai piaceri dell'orgoglio, che sono i più ingannevoli e i
più vuoti».
Ma allora? Se le gioie non debbono essere desiderate, se non
conviene neppure rinunziare ad esse, quale sarà la via da
tenere? «Non già rinunziando alle gioie che ne circondano noi
diveniamo saggi; al contrario, divenendo saggi rinunzieremo
senza saperlo alle gioie che non si sollevano fino a noi». Non
bisogna credere che soltanto il dolore c'insegni ad essere
saggi; anzi «l'uomo che è saggio per essere stato infelice,
somiglia all'uomo che ha amato senza essere stato amato». La
saggezza del disgraziato nasconde ancora il desiderio di esser
felice; la vera saggezza è quella dell'uomo felice.
Quindi il Maeterlinck non loda il pensiero inerte e triste, ma
il pensiero confidente, quello che accetta allegramente le
leggi inevitabili, che spinge all'azione. Sopra ogni cosa egli
loda l'azione. «Un pensiero può lasciarmi sino alla morte nello
stesso punto dell'universo, ma un'azione mi farà quasi sempre
avanzare o retrocedere di un grado nella gerarchia degli
esseri. Un pensiero è una forza isolata, errante e passeggera,
che si avanza oggi e che non rivedrò forse domani; ma un'azione
suppone un esercito permanente d'idee e di desiderî, un
esercito che ha saputo conquistare, dopo lunghi sforzi, un
punto della realtà».
Gli esseri deboli dei quali è pieno il mondo potrebbero, dopo
ciò, credere che il dovere consista nel compiere un sacrifizio.
Essi s'ingannerebbero. «No, la virtù suprema consiste nel
sapere che cosa si deve fare, e nell'imparare a scegliere per
che cosa si deve dare la vita... È, in generale, molto più
facile morire moralmente, o anche fisicamente, per gli altri,
che non imparare a vivere per essi». Si dice ancora che bisogna
amare il prossimo nostro come noi stessi; ma se noi ci amiamo
puerilmente, stupidamente, ameremo il prossimo allo stesso
modo. Il dovere della nostra anima, di ogni anima, consiste
nell'essere «tanto integra, tanto felice, tanto indipendente,
tanto grande quanto è possibile». Quindi non è vero che l'anima
diventi più grande sacrificandosi; ma diventando più grande
essa perde di vista il sacrifizio. «Il sacrifizio è un bel
segno d'inquietudine, ma non bisogna coltivare l'inquietudine
per sè stessa.... La forza immateriale che splende nel nostro
cuore deve splendere prima di tutto per sè stessa. A questo
prezzo soltanto splenderà per gli altri. Sia la vostra lampada
piccola quanto si voglia: non date mai l'olio che l'alimenta,
ma la fiamma che la incorona...».
Che faremo allora dell'altruismo? «Certamente l'altruismo
resterà sempre il centro di gravità delle anime nobili; ma le
anime deboli si perdono nelle altre, mentre le forti vi si
ritrovano.... C'è una bontà che esaurisce, e un'altra bontà che
nutrisce. Non dimentichiamo che, nel commercio delle anime,
quelle che credono di dar sempre non sono già le più generose».
Se ci duole che la virtù e la saggezza non siano premiate, ciò
accade perchè noi non siamo saggi abbastanza. «Soltanto quelli
che non sanno che cosa è il bene chiedono il salario della
bontà. L'invidia, il tradimento, tutte le armi con le quali gli
altri ci offendono, non sono efficaci contro l'anima nostra, se
non quando essa ha gettato via le sue proprie.... Per
accorgerci dei difetti altrui dobbiamo averli un poco anche
noi.... Vi è nel mondo un'ingiustizia irriducibile; pertanto
noi diventiamo veramente giusti solo quando ci riduciamo a
trovare dentro di noi il modello della giustizia». Se la bontà,
se l'amore trionfassero sempre, se vi fosse nel mondo questa
giustizia, che è soltanto in noi, la gioia sarebbe grande; ma
vi è una gioia anche maggiore nello scoprire la verità, la
quale ci dice che le cose vanno al rovescio. Questa verità non
è amara, nessuna verità può essere amara per il saggio. «Tutto
ciò che esiste consola ed afforza il saggio, perchè la saggezza
consiste nel cercare ed ammettere tutto ciò che esiste».
La saggezza non si duole di niente, non disprezza niente.
«Disprezzare è facile; meno facile è comprendere; e nondimeno,
per il vero saggio, non c'è disprezzo che non finisca, o tosto
o tardi, col mutarsi in comprensione». Le anime ordinarie sono
tormentate dal desiderio dello straordinario: ciascuno dovrebbe
invece dire a sè stesso che più le cose che ci accadono ci
sembrano normali, generali, uniformi, più noi arriviamo a
discernere e ad amare in esse le profondità e le felicità della
vita, più ci avviciniamo alla tranquillità ed alla verità della
gran forza che ci anima.... Non bisogna credersi disgraziati
perchè si possiede una felicità che non sembra straordinaria a
chi ci sta intorno.... È bene convincersi che i momenti più
invidiabili, in una felicità umana, sono i più semplici».
Sarà pertanto da lodare la prudenza? No; o, se non altro, è da
biasimare la prudenza bassa di chi aspetta accanto al fuoco una
felicità che non verrà. «Non chiamiamo saggio colui che, nel
dominio dei sentimenti, non va infinitamente oltre ciò che la
ragione gli permette e che l'esperienza gli consiglia di
aspettarsi. Non chiamiamo saggio l'amico che non si abbandona
all'amico perchè prevede la fine dell'amicizia, o l'amante che
non si dà interamente per paura di annichilirsi nell'amore».
Bisogna vivere, agire; ma «la sola cosa che ci resta dopo il
passaggio dell'amore, della gloria, di tutte le avventure, di
tutte le passioni umane, è un sentimento sempre più profondo
dell'infinito, e se questo sentimento non è restato, nulla ci è
accaduto». Sarà lodevolissimo fare di tanto in tanto un'azione
eroica, «ma è più lodevole ancora, e richiede una forza più
costante, il non lasciarsi mai tentare da un pensiero
inferiore.... È più facile fare talvolta un gran bene che non
far mai il minimo male; far talvolta sorridere, che non far
piangere mai».
IV.
Questa esposizione del pensiero di Maurizio Maeterlinck non è
breve; tuttavia molte cose si sono dovute tralasciare. Il libro
è composto di una serie di meditazioni apparentemente
disordinate, in realtà concatenate talmente che non è agevole
cogliere le idee salienti; bisogna invece, come abbiamo
tentato, seguire a passo a passo tutto il ragionamento. Ciò che
si è fin qui detto basterà a dare un'idea del sistema; ciò che
ne diremo ancora lo spiegherà meglio e ne mostrerà i difetti.
Quantunque il Maeterlinck offra la sua morale come «un bel
sogno un poco indeterminato», sono tuttavia evidenti i suoi
sforzi per dare consistenza al sogno, per credere e far credere
di avere con esso risolto i formidabili problemi che ha preso
ad esaminare. Il difetto di tutti i sistemi è quello di essere
troppo sistematici, di seguire troppo rigidamente certe
premesse sino alle ultime loro conseguenze. Il Maeterlinck si
studia manifestamente di evitarlo, a segno che scrivendo il suo
libro per lodare e diffondere il bene, comincia con affermare
la necessità del suo contrario. Il Tolstoi e il Nietzsche, nel
corso dei loro ragionamenti, hanno pure riconosciuto questa
necessità, che è di gran peso contro i loro sistemi; Sully
Prodhomme ha detto:
Le Bien et le Mal se préscrivent l'un l'autre;
il Maeterlinck asserisce sin dal primo principio che «un mondo
dove non vi fosse più, a un certo punto, se non gente occupata
a soccorrersi vicendevolmente, non persisterebbe a lungo in
quest'opera caritatevole.... Vi sarà sempre un certo numero
d'uomini incontestabilmente utili grazie a certi altri uomini
che sembrano inutili...». Egli nota anche come tutta la morale,
tutta la virtù, tutto l'eroismo umano si riducono quasi sempre
a scegliere fra due partiti incresciosi: o vivere lasciando
perire la miglior parte della mente e del cuore, o perire
interamente per salvare i sentimenti più belli e i pensieri
migliori. Non c'è bisogno di dire che egli consiglia il secondo
partito; tuttavia, quantunque insista nel senso dell'eroismo,
del sacrifizio, della bontà, pure tempera quel che vi potrebbe
essere di troppo rigoroso nei comandamenti di questa morale,
che il Nietzsche chiamerebbe «morale da schiavi» e che il
Tolstoi farebbe sua.
Abbiamo visto, per esempio, che il Maeterlinck loda
l'altruismo; ma egli vuole l'altruismo illuminato delle anime
forti, che non si perdono, che non si annichiliscono. Dice
qualche cosa di più: ammette che «l'egoismo d'un'anima
chiaroveggente e forte è più efficacemente caritatevole che non
tutta la devozione d'un'anima debole e cieca». Quantunque non
lo nomini mai, si sente che egli vuole più d'una volta
correggere l'altruismo mistico del Tolstoi. «Piangere con
quelli che piangono, soffrire con quelli che soffrono, tendere
il proprio cuore a tutti i passanti perchè lo feriscano o lo
carezzino», non è, secondo lui, il dovere per eccellenza: «le
lacrime, le sofferenze, le ferite in tanto sono salutari in
quanto non scoraggiano la nostra propria vita. Non lo
dimentichiamo: qualunque sia la nostra missione su questa
terra, qualunque sia lo scopo dei nostri sforzi e delle nostre
speranze e il risultato dei nostri dolori e delle nostre gioie,
noi siamo prima d'ogni altra cosa i ciechi depositarî della
vita. Ecco l'unica cosa certa, ecco il solo punto fisso della
morale umana. Ci fu data la vita non sappiamo perchè; ma sembra
evidente che ciò non sia stato per indebolirla o perderla. Noi
rappresentiamo anzi una forma specialissima della vita su
questo pianeta: la vita del pensiero, la vita dei sentimenti;
pertanto tutto ciò che è capace di diminuire l'ardore del
pensiero, l'ardore dei sentimenti, è probabilmente
immorale...». Ma così, per correggere gli eccessi della morale
remissiva, non rischia egli di cadere nella morale
prepotente,--se pure la prepotenza si può dire morale? Questa
difesa gelosa, questo culto della propria vita non potrebbe,
non deve, legittimare il peggiore, il più feroce egoismo? La
sua intenzione era quella di cercare un temperamento; ma è
caduto in una contraddizione.
Bisogna, ha detto, che la vita del pensiero e dei sentimenti
sia quanto più ardente è possibile. Poichè questo precetto
potrebbe incoraggiare l'orgoglio, la superbia, l'egoismo e il
concetto di una grande diversità fra gli uomini, egli soggiunge
che tra chi pensa e chi non pensa «c'è un fosso, non un
abisso»; e che «pensare è spesso ingannarsi», e che «un mondo
dove non vi fossero altro che pensatori, perderebbe forse la
nozione di più d'una verità indispensabile». Ed ecco come dal
Nietzsche egli torna al Tolstoi.
Certo egli è, in fondo, più col Tolstoi che non col Nietzsche.
Del filosofo russo condivide l'idea che non bisogna punire il
malvagio. Chi fa il male, dice, cerca a modo suo la felicità.
«Perchè punirlo? Non possiamo prendercela col povero diavolo
perchè non abita un palazzo: è già abbastanza disgraziato
vivendo in una catapecchia». Egli afferma che «noi abbiamo
torto di cercare una giustizia esteriore, visto che non ce
n'è.... Perchè cercare la giustizia dove non può essere? Esiste
ella altrove fuorchè nell'anima nostra?... L'idea alla quale
l'universo pensa meno che a tutte le altre è quella di
giustizia.... Fuori dell'uomo non c'è giustizia...». Queste
parole sembrano di Sully Prudhomme: il poeta filosofo e il
filosofo poeta si dànno a questo punto la mano. Se non che,
soggiunge il Maeterlinck, l'uomo «deve apprendere a collocare
altrove, e non in sè stesso, il centro del suo orgoglio e delle
sue gioie». Ora, come mai si potrà collocare fuori di noi il
centro dell'orgoglio e della felicità, se fuori di noi non c'è
giustizia? Che argomento d'orgoglio, che oggetto di gioia può
essere un mondo dove non c'è giustizia? E come mai, se noi
siamo una parte di questo mondo, una sua emanazione, un suo
portato, possiamo avere l'idea d'una cosa che in esso non si
trova?...
I beni della terra, i sorrisi della fortuna, ha detto, sono
necessarî, sono preferibili ai dolori, perchè la saggezza che
si acquista nel dolore è turbata dall'aspettazione della gioia;
mentre quanto più il saggio è felice, tanto meno è esigente,
quanto più la felicità si prolunga, tanto più si acquista un
concetto «indipendente» della vita. Ma, certamente inquieto per
le conseguenze perniciose che si potrebbero trarre da questa
affermazione, egli soggiunge che un bel destino esteriore «non
è indispensabile». Egli ha lodato sopra ogni cosa l'azione,
l'attività; ha giudicato insino preferibile agire talvolta
contrariamente al proprio pensiero che non osar mai di agire
secondo i proprî pensieri. «L'errore attivo è raramente
irrimediabile, le cose e gli uomini s'incaricano di
raddrizzarlo tosto; ma che cosa possono essi fare contro
l'errore passivo che evita ogni contatto con la realtà?» Ed
anche questa volta si corregge: «Ma agire», soggiunge, «non è
necessariamente trionfare. Agire è anche tentare, aspettare,
pazientare. Agire è anche ascoltare, raccogliersi, tacere». Per
avere ragione, estende così il significato della parola, lo
torce sino a includervi il significato contrario. Ma allora,
per voler troppo provare, non prova più nulla.
E ancora: egli ha detto che l'amore è ciò che vi ha di meglio
al mondo; poi dice che se il saggio, amando, raccoglie
ingratitudine, non deve dolersene. «Non è desiderabile che
l'uomo si chiuda in qualche cosa, sia pure nel bene. L'ultimo
gesto della virtù sia il gesto d'un angelo che schiude una
porta». Allora il pensiero, la ragione, l'intelligenza varranno
più che la bontà? Ma non aveva egli detto prima tutto il
contrario?... «L'inutilità dell'amore insegna a volgere gli
sguardi oltre l'amore». Ma che cosa vi potrà essere ancora
oltre l'amore, se esso è «tutto»?
La sola cosa della quale noi possiamo far parte ai nostri
simili, dice in un altro luogo, è la forza, la fiducia,
l'indipendenza della nostra anima. «Perciò il più umile degli
uomini è obbligato di mantenere e d'ingrandire l'anima sua,
come se sapesse che un giorno ella dovrà essere chiamata a
consolare o a rallegrare un Dio. Quando si tratta di preparare
un'anima, bisogna prepararla per una missione divina». Poco
dopo dice tutto il contrario, loda i saggi che non escono dalla
vita, che restano nella realtà: «Non basta amar Dio e servirlo
come meglio si può, perchè l'anima umana si affermi e si
tranquilli. Non si arriva ad amar Dio se non con l'intelligenza
e i sentimenti acquistati e sviluppati a contatto degli uomini.
L'anima umana resta profondamente umana. Si può insegnarle ad
amare molte cose invisibili, ma una virtù, un sentimento
interamente e semplicemente umano la nutrirà sempre più
efficacemente che non la passione o la virtù più divina». Senza
dubbio anche questa volta il pensatore si contraddice per amore
della verità, per stringere quanto più da presso è possibile la
verità. Ragionando della perfezione dell'anima, vuole
naturalmente che questa perfezione sia divina; ma poi deve
rinunziare ad essa e tornare all'umile umanità; perchè, tanto è
vero che la perfezione più perfetta è la divina; quanto è vero
che all'uomo bisogna proporre una mèta che egli possa
raggiungere, cioè umana. Questo è vero principalmente e
sciaguratamente: che la verità è molteplice e multiforme; e che
quando noi crediamo di averla afferrata, allora ci sfugge. Il
Maeterlinck ne è pure persuaso, poichè dà il maggior prezzo
alle intenzioni. «Amare lealmente un grande errore vale spesso
meglio che servire meschinamente una grande verità». Se
l'errore fosse errore indubitabilmente, tutta la buona volontà,
tutto lo zelo che vi si portasse non servirebbero ad altro che
a renderlo più grave; ma forse la distinzione tra verità ed
errore non è tanto sicura; e in questo senso il criterio delle
intenzioni è da seguire. Ma di ciò bisogna forse tener conto al
Maeterlinck sopra ogni cosa: che egli stesso, sin dal
principio, ci ha messi in guardia, quando ci ha detto che la
saggezza si trova talvolta nel contrario di ciò che il più
saggio afferma; e quando, prima ancora di ragionare tanto
sottilmente intorno alla saggezza, ha avvertito che non bisogna
definirla troppo strettamente per tema d'imprigionarla. «Tutti
coloro che lo tentarono fanno pensare a un uomo che spegnesse
una luce per studiare la natura stessa della luce. Costui non
troverà mai altro che un lucignolo annerito e un po' di
cenere».
Anch'egli, dunque, col Tolstoi, col Nietzsche, con gli altri
maestri dell'età presente, se ne va dietro, in conclusione,
all'umile buon senso antico.
IL FEMMINISMO
Tre secoli addietro, nel 1595, a Wittenberg, furono
pubblicamente sostenute cinquanta tesi per dimostrare che la
donna non è una creatura umana. Oggi cinquantamila fra tesi,
dissertazioni, conferenze, volumi e articoli di giornali
attribuiscono al sesso femminile non solo le dignità che gli
sono proprie, ma anche quelle che non gli convengono. Questa
propaganda è uno dei -segni particolari- dell'età presente:
come tale merita di fermare la nostra attenzione.
I.
I femministi cominciano col sostenere che il loro partito non
chiede nulla di nuovo; che la donna già esercitò la supremazia
della quale fu arbitrariamente privata ed alla quale ha
nuovamente diritto. In Assiria, dicono, la madre aveva maggiori
diritti del padre; ed anche oggi, fra le popolazioni turaniche,
quando un figlio diffama il padre, è passibile di una semplice
ammenda; mentre, se insulta la madre, gli si rade la testa, gli
si nega la terra e l'acqua e spesso lo si chiude in prigione.
Prima di tutto è da osservare che questo costume significa
semplicemente come alla madre si debba maggior rispetto e
venerazione che non al padre, come l'insultare la madre sia un
delitto tra i più gravi e nefandi. Anche presso di noi, senza
che si rada la testa ai figli snaturati capaci di commetterlo,
tale è l'opinione generale. In secondo luogo, quando pure tra i
costumi antichi e tra quelli dei popoli selvaggi se ne trovasse
qualcuno che veramente dimostrasse la supremazia sociale della
donna,--e non già quella soltanto familiare della
madre,--bisognerebbe forse per ciò concludere che hanno torto
la civiltà e il secolo nostro, e che hanno ragione i tempi
andati e le genti incivili? «Dagli Sciti ai Galli, dagli Iberi
ai Germani di Tacito», dice il più autorevole tra i femministi,
il Bebel, «noi vediamo la donna prendere, sin dai più remoti
tempi, in mezzo alla famiglia ed alla società, il posto
eminente che ha perduto nelle età successive». Vogliamo per ciò
dire che gli Sciti, i Galli, gl'Iberi e i Germani erano più nel
vero e nel giusto di noi? Se bisogna credere al progresso,--e i
femministi debbono crederci; perchè, in caso contrario, come
potrebbero sperare nei miglioramenti futuri?--se veramente
dobbiamo dire che la storia del genere umano dimostra un
successivo nostro perfezionamento, bisogna allora anche
ammettere che la supremazia della donna è oggi scomparsa perchè
non era ragionevole, non tollerabile, non sostenibile. Vogliamo
dire che le società umane, progredite per certi rispetti, sono
andate indietro per altri? Questo modo di ragionare è
pericoloso; perchè chi distinguerà in quali cose abbiamo
peggiorato e per quali altre siamo andati avanti? A Sparta si
lasciavano morire i bambini deboli e mal fatti, per la salvezza
della razza; è preferibile l'antico costume a quello presente
di sostentare finchè è possibile le vite grame?
E poi: quale fu veramente questa supremazia femminile ai tempi
antichi, ed in che cosa consistette? Nella medesima Sparta le
fanciulle erano educate come i giovani, si addestravano nelle
palestre insieme con quelli. Noi possiamo lodare l'educazione
spartana: non la lodava però Aristotile, che poteva meglio di
noi valutarne gli effetti. «Il legislatore di Sparta», dice lo
Stagirita, «ha ordinato le istituzioni dello Stato in modo che
gli uomini siano educati conformemente alle loro attitudini;
quanto alle donne, le ha molto neglette: esse vivono
licenziosamente in mezzo a quel popolo guerriero». Alla
distanza di parecchie migliaia d'anni un dottore
americano,--esagerando certamente, ma l'esagerazione è
sintomatica,--così descrive gli effetti dell'educazione virile
delle fanciulle americane: «Le nostre fanciulle non sono più
capaci di perpetuare la razza; e se si continua ad impartir
loro questa educazione, fra cinquant'anni bisognerà far venire
le donne dalle altre parti del mondo». Il Nietzsche va più in
là, come abbiamo visto: giudica che per ogni dove i costumi
presenti rendono la donna incapace di perfezionare la specie
umana.
Ma torniamo all'argomento. Era forse segno di supremazia
femminile, a Roma, la facoltà di battere le donne con le verghe
fino alla morte per il semplice sospetto d'ubbriachezza? O
l'obbligarle a restare confinate nel focolare domestico, dove
solo l'uomo poteva celebrare il culto degli avi? E quando le
vere virtù muliebri, la modestia, il pudore, il timore degli
Dei, il rispetto filiale, tutti gli affetti familiari furono
dimenticati, e le donne si emanciparono, la società romana si
rafforzò, oppure andò all'ultima rovina?
Il padre Roesler, grande confutatore, nella -Quistione
femminista-, del Bebel, giudica tuttavia che, se non
nell'antichità, almeno nel medio evo la donna fosse più libera
o meglio protetta che non oggi: era sovrana, dettava sentenze,
impugnava le armi, sosteneva tesi giuridiche, esercitava la
medicina. Questo modo di giudicare somiglia troppo a quello,
tanto famoso quanto criticato, dell'Inglese a Calais: vedendo
una donna con i capelli rossi, scrisse nel suo libro di
viaggio: «Le Francesi sono rosse». Le donne, nell'età di mezzo,
esercitarono la medicina, sostennero discussioni legali,
combatterono, giudicarono? Ma quante fecero queste cose? Dieci,
cento, mille? E le altre? E la più gran parte? E quasi tutte?
Non continuarono quasi tutte a fare ciò che avevano fatto
sempre? Secondo Gringoire e Filippo da Novara le donne dovevano
filare e cucire; non leggere nè scrivere. Lo stesso autore non
avverte che Bertoldo di Ratisbona predicava: «L'uomo per la
guerra, la donna per la tessitura»? E che la parola tedesca
-weib-, donna, ebbe la stessa origine del verbo -weben-,
tessere? E che -schwertmagen-, il nome col quale si designano i
parenti dal lato paterno, viene da -schwert-, spada, e quello
della parentela materna, -spillmagen-, da -spindel-, fuso?
Ma concesso che parecchi secoli addietro le quistioni poste dal
moderno femminismo fossero tutte risolte, bisognerebbe allora
far voti perchè quei tempi tornassero tali e quali: con le
monacazioni più o meno spontanee, con le corti d'amore più o
meno dissolute, con le cinture di castità e tutto il resto. Noi
possiamo, considerando un periodo storico, lodare certi costumi
e biasimarne altri; ma i costumi, le leggi e tutti i fenomeni
sociali sono collegati in modo che non è possibile isolarli e
mantenerne a piacimento alcuni ed evitarne altri. Per una
logica, per una necessità contro la quale non possiamo nulla,
un'epoca è quella che è, con tutte le sue virtù e tutti i suoi
vizî; tener conto delle virtù sole sarebbe desiderabile, ma non
è possibile: bisogna prenderla, purtroppo, con le une e con gli
altri. Ora, a questo patto, chi vorrebbe tornare addietro?
II.
Una cosa è certa: che, a parte alcune eccezioni episodiche, le
quali in conclusione confermano la regola, in ogni tempo e in
ogni luogo fra uomini e donne si è mantenuta la differenza
imposta dalla loro organica diversità. Occorre definire questa
diversità? È proprio necessario indicare quali membri e quali
organi sono più piccoli e deboli o più forti e gagliardi in
ciascuno dei due sessi? Si deve proprio percorrere la scala di
tutti gli esseri viventi per dimostrare che dovunque sono
sessi, sono differenze, e che più si sale, più queste si
aggravano? Basta la diversità della funzione sessuale, basta
l'ufficio della maternità assegnato alla donna, per fare di lei
un essere singolarissimo, profondamente diverso dall'uomo,
capace di cose alle quali egli è inadatto, incapace delle cose
alle quali egli è chiamato. La maternità è la missione della
donna. Le restano bensì forze per attendere ad altre cose: ma
queste forze, tanto le fisiche quanto le morali, sono molto
minori di quelle dell'uomo.
I femministi, per poter dimostrare che la donna è capace e
degna di essere interamente agguagliata all'uomo, cominciano
col negare l'importanza della maternità, con l'affermare che
l'ufficio materno è uguale al paterno, e che, quando pure fosse
diverso, la diversità è soltanto formale, trascurabile, senza
conseguenze. Al congresso femminista di Parigi un'oratrice
svedese ha dichiarato che è ora di finirla con l'esaltazione
della madre. «Alla Vergine che tiene eternamente un bambino fra
le braccia io preferisco», ha detto, «la Venere di Milo, che è
senza braccia». Per fortuna, non occorre dimostrare la
sciocchezza di simili proposizioni. Ma, anche tra coloro che
non arrivano a questi estremi ridicoli e odiosi, molti si
rifiutano di ammettere che la donna, perchè destinata a
concepire, a procreare, ad allattare e ad educare la prole,
debba, pur meritando il rispetto e la protezione degli uomini,
tenere un posto a parte nel consorzio umano. A costoro si può
rispondere ciò che dice l'Albert nell'-Amore libero-. Questo
scrittore, inconciliabile nemico del presente ordinamento, non
solo dei rapporti dei sessi, ma di tutta quanta la vita,
afferma tuttavia che «la prima condizione di ogni superiorità è
di svilupparsi conformemente alla propria natura». L'uomo si è
dunque sviluppato nel senso della potenza muscolare e
cerebrale, che è la sua dote; la donna nel senso della
maternità. Per credere che le donne debbano, o soltanto
possano, fare la concorrenza dell'uomo, dice egli, «bisogna
negare, o quasi, un fatto, l'esistenza e l'importanza del quale
ci sembrano notorie. Questo fatto è lo stesso sesso, con tutte
le sue conseguenze, con le sue obbligazioni, con la sua
ripercussione nell'essere intero». E ancora: «Il principio
della divisione del campo dell'attività umana fra le due serie
di esseri che vi si muovono è stato senza dubbio male
interpretato, esagerato in un certo senso, disconosciuto
nell'altro; ma non per ciò vien meno la sua alta importanza,
tanto a cagione della funzione materna della donna, quanto
delle attitudini che ne derivano in lei. Se sarebbe assurdo
respingere la cooperazione sociale della donna fuori della
famiglia, cooperazione che del resto è sempre esistita,
altrettanto assurdo sarebbe pretendere che l'attività
produttrice di lei, nel senso stretto di questa espressione,
non debba essere limitata da lei stessa, divenuta cosciente e
libera come comporta e quanto comporta la natura sua propria, e
francamente subordinata all'ufficio che il sesso le assegna
nella vita». Per queste ragioni «è nell'ordine naturale che
l'uomo,--individuo o consorzio,--lavori in una certa misura al
posto della donna che procrea ed alleva. E checchè si possa
dire sotto l'impero del paradosso, o per una reazione nelle
idee,--reazione che del resto si spiega,--questa cooperazione,
prima divisione del lavoro, è normale. Essa resterà, con forme
e gradi diversi, secondo il diverso momento dell'evoluzione. La
propaganda femminista, o piuttosto una certa propaganda, non
arriverà a sopprimerla».
Ora, se è così, se gli uomini dedicano parte delle loro forze
alle donne, se le donne debbono essere mantenute o protette
dagli uomini, diremo che uomini e donne sono eguali? Egualmente
necessarî riguardo alla vita, sì; ma diseguali le une dinanzi
agli altri. Come tra uomini e uomini c'è somiglianza e
diversità ad un tempo, così, anzi a più forte ragione, tra
uomini e donne c'è equivalenza e diseguaglianza insieme. Dice
l'Albert che «nei primi tempi, quando la lotta per la vita era
dura, l'uomo dovette imporsi alla donna come provveditore della
famiglia». Dovette imporsi: perchè? Perchè, senza dubbio, la
donna, la madre, non era capace di provvedere alla famiglia, o
provvedeva ad essa poco e male; e perchè l'uomo aveva questa
capacità, o ne aveva una maggiore e migliore. Allora, continua
l'Albert, «con l'aiuto del diritto del più forte e della
brutalità antica, si stabilì la diseguaglianza dei sessi».
Questa diseguaglianza sarebbe dunque una cosa artificiale? Ma
se l'uomo esercitò il diritto del più forte, ciò deve voler
dire che egli aveva questa maggior forza; e se aveva una forza
maggiore, ciò deve importare che egli non era eguale alla
donna.
La storia del genere umano dimostra da un capo all'altro del
mondo questa superiorità virile. Tutte le mitologie, l'assira,
la babilonese, l'egiziana, la greca, deificano l'uomo e la
donna, ma il principio maschile è preminente. Giunone è
sottoposta a Giove, Iside a Osiride, raggiante simbolo della
luce. Nessuna donna può, in Egitto, sacrificare agli Dei nè
alle Dee: solo gli uomini sono capaci del sacerdozio. Gli
uomini hanno due vesti, le donne una sola. Ecco: essi
cominciano ad abusare della loro maggior forza per farsi la
parte più bella; ma già nei papiri di ventidue secoli prima di
Cristo si legge il consiglio di moderazione che oggi la nostra
morale diffonde: «Se tu sei saggio, ama la donna tua; senza
discordie, senza litigi, nutriscila, adornala, rendi felici
tutti i giorni della sua vita: ella è un bene, e il suo
possessore deve stimarne il valore...». La funzione della
maternità, la possibilità di dare al marito figli non suoi,
rende oggi come cinque mila anni addietro l'infedeltà della
moglie più grave che non quella dell'uomo: gli onori funebri
resi alle donne egiziane erano proporzionati alla loro virtù
coniugale, alla fedeltà verso lo sposo; come oggi i Turchi,
così un tempo gli Assiri, chiudevano le donne in un luogo della
casa dove nessuno poteva penetrare. Questa era ed è una
prepotenza; ma, per opporsi alle prepotenze assurde e ridicole,
i femministi avanzano oggi pretese non meno ridicole e assurde.
Le vedove non debbono essere condannate a una vedovanza eterna,
come nella Grecia più remota, o a morire incenerite sullo
stesso rogo del morto marito, come tra gl'Indiani antichi e
moderni; ma la fedeltà della moglie sarà sempre più apprezzata,
più doverosa che non quella del marito. «Se l'adulterio della
donna è punito come una colpa grave,» dice l'Albert, «e se il
codice scusa insino l'uccisione della colpevole in caso di
flagranza, mentre l'adulterio dell'uomo è considerato come una
bagattella, e punito soltanto in circostanze speciali difficili
ad osservarsi, ciò accade semplicemente per evitare che eredi
illeggittimi s'introducano nella famiglia». Ma il giorno che
non vi sarà più nè proprietà nè denaro, e che la famiglia non
sarà creata per trasmettere queste cose, anche quel giorno
l'adulterio della moglie, della compagna, della donna, sarà più
grave; perchè ella potrà, come ora, concepire adulteramente, e
l'attribuzione di figli non proprî dispiacerà all'uomo come e
quanto gli dispiace ora. Se diversa dev'essere, come abbiamo
visto che l'Albert vuole che sia, la cooperazione sociale dei
due sessi, attesa la diversità delle loro funzioni, diversa
sarà anche la loro responsabilità.
III.
Il nodo della quistione è questo: poichè gli uomini sono
superiori alle donne, come più intelligenti, più attivi, più
liberi, così c'è da parte loro una tendenza a trascurarle, a
sottoporle, ad opprimerle, e talvolta anche a sopprimerle; ma
poichè le donne, rispetto alla specie, valgono altrettanto
quanto gli uomini, e uomini e donne sono egualmente necessarî
alla continuazione della vita, così c'è un'altra tendenza a
considerare nulli e vani i vantaggi maschili ed a parificare in
tutto e per tutto i due sessi. In China la nascita delle
femmine è considerata come una calamità; spesso le figlie sono
buttate via, muoiono abbandonate per le strade; così pure in
India: in certi villaggi indiani, non molti anni addietro, si
contava una sola fanciulla sopra cento ragazzi. L'abuso della
supremazia maschile non potrebbe essere dimostrato meglio che
da questa infamia. Se i Chinesi e gl'Indiani riuscissero a
sopprimere tutte le donne, si troverebbero in una situazione
piuttosto difficile. Se volessero soltanto ridurne il numero,
le difficoltà della scelta e l'asprezza della lotta sessuale
crescerebbero, e il danno sarebbe tutto loro. Da noi le bambine
non si lasciano morire, ma son accolte con minor festa: come
più civili, noi sostituiamo ad una infamia una sciocchezza. La
funzione vitale è ugualmente importante, la dignità umana è
ugualmente grande nei due sessi; ma, se ripetiamo troppo spesso
questa verità, ecco alcune donne, e i femministi con esse,
pronti ad abusarne. In ogni tempo, ma specialmente nel nostro,
il pensiero umano procede in questo modo: per esagerazioni.
Nell'antico Egitto i figli maschi non dovevano mantenere i
vecchi genitori; quest'obbligo incombeva alle figlie. In un
gran numero di società barbare e selvagge gli uomini non
lavorano: obbligano le donne a lavorare per essi. Quando ciò
accade perchè essi sostengono le più gravi fatiche della guerra
contro i nemici o contro le forze naturali, nulla di più
giusto: le cose, allora, stanno press'a poco come nelle società
civili, dove le donne lavorano per gli uomini in casa, e gli
uomini per le donne fuori di casa, attendendo, invece che alla
guerra, ai commerci, alle industrie, alle professioni. «Non è
il caso,» dice l'Albert, citando l'autorità del Geddes e del
Thomson, «di vituperare scioccamente, come fanno la maggior
parte dei femministi, il selvaggio che resta sdraiato, al sole,
intere giornate, di ritorno dalla caccia, mentre la donna sua,
pesantemente chinata, macina e lavora senza lamento e senza
tregua; anzi, tenendo conto degli estremi sforzi che costa a
lui la lotta incessante contro la natura e i proprî simili, per
il nutrimento e la sussistenza, e tenendo conto della
conseguente necessità di utilizzare ogni occasione di riposo
per rifarsi e vivere la sua vita tanto corta e precaria, ma
indispensabile alla donna ed ai figli, si vedrà che questa
grossolana economia domestica è la migliore, la più morale, la
più umanamente praticata, date le circostanze». Ma dove gli
uomini costringono le donne a mantenerli senza far nulla, o
lavorando meno di loro, essi infrangono la legge naturale; e
queste infrazioni sono, in verità, rarissime. Poichè l'uomo è
più forte della donna, ma la donna è necessaria all'uomo, la
conseguenza logica e naturale è che egli adoperi una parte
della propria forza a proteggere, a mantenere questa creatura
debole della quale ha bisogno, e che a sua volta lavora un poco
per lui e moltissimo per la prole comune. E, tranne le
eccezioni, questa è veramente la regola alla quale obbedisce
tutta quanta l'umanità. Ora invece i femministi vogliono che la
donna faccia la concorrenza all'uomo: cosa altrettanto
innaturale ed assurda quanto la pretesa di quegli uomini che
vogliono lasciar le donne macerarsi per loro.
Il cristianesimo, dice il padre Roesler, operò una rivoluzione
nei rapporti dei sessi, conferendo alla donna una dignità che
prima non le era attribuita, afforzando il vincolo
matrimoniale, difendendo la famiglia. E il fatto non si può
negare; non è negato neppure dall'Albert, che attribuisce alla
rivoluzione cristiana «il più gran progresso morale: l'amore
sessuale moderno, prima sconosciuto». Ma questa rivoluzione non
fu tanto radicale quanto pare: e lo stesso padre Roesler lo
riconosce, e se ne loda; perchè, infatti, la supremazia
dell'uomo fu mantenuta. Ora questa soluzione pare veramente la
più conforme ai due fatti naturali e contraddittorî, ma certi:
cioè, da una parte, l'eguaglianza dei sessi dinanzi alla
specie, la loro reciproca dipendenza, l'impossibilità per
ciascuno di essi di fare a meno dell'altro; e, dall'altra
parte, la supremazia muscolare e intellettuale degli uomini. Le
società barbare, considerando soltanto questa supremazia,
avvilirono la donna; il cristianesimo, considerando l'eguale
importanza dei sessi, la sollevò; ma non oltre certi limiti,
cioè riconoscendo la naturale preponderanza dell'uomo. Noi
possiamo seguire questo ragionamento in uno dei maggiori Padri
della Chiesa. San Paolo dice che l'uomo è il capo della donna
come Gesù Cristo è il capo della Chiesa; che l'uomo è immagine
della gloria di Dio, mentre la donna è immagine della gloria
dell'uomo; e fin qui l'apostolo ragiona al modo antico; ma
tosto egli soggiunge che, se la donna è stata tratta dall'uomo,
l'uomo non esiste senza la donna, e che entrambi hanno la
stessa dignità: «nel Cristo non c'è differenza alcuna tra uomo
e donna, perchè entrambi egualmente partecipano ai benefizî
della creazione e della redenzione».
La soluzione cristiana della quistione sessuale è dunque un
temperamento, e come tale potrebbe darsi che fosse la più
ragionevole, la più pratica e veramente la migliore. Da
principio, dovendo lottare contro l'eredità della morale
barbara, il cristianesimo abbondò nel senso di ciò che oggi si
chiama femminismo; il linguaggio di San Giovanni Boccadoro
dovrebbe, per esempio, piacer molto ai suoi moderni campioni:
«Dio,» dice il Santo, «non impone sull'uomo tutto il fardello
della vita, e non fa dipendere da lui solo la perpetuità del
genere umano. Anche la donna ha ricevuto un grave ufficio
affinchè sia stimata. Iddio non le assegna un destino minore di
quello dell'uomo; la Scrittura ce lo rammenta con queste
parole: Diamogli una compagna simile a lui». Ma più tardi,
quando l'evangelica esaltazione della donna degenerò nella
goffa glorificazione che ne fece la cavalleria, una reazione in
senso inverso si manifestò con la Riforma, la quale non si
oppose agl'istinti poligamici degli uomini e tolse le donne dal
trono ideale dove erano state collocate, per farne semplici e
troppo spesso umili massaie.
Queste fluttuazioni del pensiero e queste modificazioni del
costume umano, che il padre Roesler e molti altri studiosi
hanno notato, dipendono dal contrasto dei due fatti naturali
dianzi definiti. Un esempio curioso della perplessità del
giudizio lo troviamo in quella dottrina morale del Maeterlinck
che abbiamo già esaminata. Senza entrare direttamente nel
dibattito, egli crede alla supremazia maschile quando afferma
che l'uomo è più morale: «Tra un uomo e una donna di eguale
potenza intellettuale, la donna impiegherà sempre una parte
molto minore di questa potenza a conoscersi moralmente». Un
centinaio di pagine più innanzi sostiene che, nella vita
ordinaria, «la donna è quasi sempre superiore all'uomo che ha
dovuto accettare...». La quistione femminista è appunto per
ciò, e sarà sempre una quistione: perchè, quando si considera
l'innegabile eguaglianza morale e ideale dei due sessi, e
l'abuso sciocco o nefando della maggior forza maschile,
l'esaltazione della donna sembra ragionevolissima; quando si
considera la non meno innegabile loro diseguaglianza reale,
specifica, e l'inferiorità della donna, sembra ragionevolissima
la sua subordinazione.
Nel temperamento trovato dal cristianesimo c'è un punto del
quale il padre Roesler si loda moltissimo: l'istituto della
verginità, il celibato monastico. Anzi, per lui, questa è la
vera soluzione della quistione femminista. «I nostri padri»,
dice, «avevano dunque trovato la soluzione della quistione
femminista: non solamente, tra loro, i numerosi monasteri
offrivano un ritiro sicuro alle donne senza famiglia; ma le
grandi anime potevano prendervi tutto il loro slancio, e la
donna rimasta nel mondo godeva degli esempî della religiosa,
come pure del rispetto col quale costei era considerata». Per
giudicare a questo modo, bisogna anche credere che astenersi
dalla funzione sessuale sia meglio che compierla; e tale è
infatti il pensiero del Roesler. Come il Tolstoi, egli giudica
che il vero cristianesimo, se loda il matrimonio, gli
preferisce la castità. «Maritarsi è bene», dice con San Paolo;
«ma non maritarsi è meglio». Questo giudizio, in un mistico
come il Tolstoi, in un negatore dei fatti, in un nemico della
scienza, è logico; non è logico nel Roesler, il quale, per
stabilire razionalmente i rapporti dei sessi, ha voluto
studiare la fisiologia, la biologia e la zoologia. Le scienze
della natura avrebbero dovuto insegnargli che le leggi della
natura non si trasgrediscono impunemente. Se i sessi sono stati
creati per accostarsi, impedire i loro accostamenti è operare
contrariamente alla loro ragion d'essere; questa non è una
soluzione del femminismo; è al contrario, come nel Tolstoi, una
forma di nihilismo. Che la castità sia possibile, in certe
condizioni, per certi temperamenti, non si nega: ma la legge è
quella della procreazione. E se i voti di castità furono e
sono, per certe creature, facili e benefici, per moltissime
altre furono e sono terribile cagione di orribili disordini. Il
femminismo, non che essere risolto con la castità, deve
assicurare, al contrario, la formazione della coppia umana:
esso non cerca la soluzione nel celibato, vuole anzi l'amore
libero.
IV.
I critici della presente legislazione dell'amore hanno buono in
mano. Tanti sono gl'inconvenienti delle leggi e dei costumi,
che non occorre rappresentarli: noi tutti, giovani e vecchi,
uomini e donne, celibi e coniugati, ne conosciamo per prova i
danni. Al giovane, cui non è offerto altro appagamento del
bisogno d'amore se non l'amaro e velenoso piacere che si
compra; alla moglie, che non può vivere insieme con chi non
ama; alla sciagurata, che vive del mercato di sè stessa; agli
amanti, cui i pregiudizî sociali vietano di unirsi agli
adulteri, che debbono nascondere l'amor loro e tremare per la
loro vita, lo stato presente non può piacere. Su questo punto
tutti possono mettersi d'accordo. La quistione è un'altra, la
quistione è questa: gl'inconvenienti lamentati sono
eliminabili? Dipendono da un artifizio maligno che si può
combattere, o da fatalità naturali contro le quali siamo
impotenti?
I fautori dell'amore libero accusano la società. Tutto il danno
viene da lei. Essa, badando agli interessi materiali, cupida
soltanto di denaro, contrasta l'amore, la passione pura,
ideale. Questi critici non lodano già lo stato di natura. Allo
stato di natura, anzi, riconoscono che l'amore nel senso umano,
migliore, più grande ed alto della parola, non esiste: esiste
l'accoppiamento. L'infima e primitiva umanità è appena capace
di una scelta sessuale simile a quella che esercitano gli
stessi animali; le prime coppie umane sono appena durature
quanto quelle di certi uccelli e di certi mammiferi; anzi meno.
L'amore, da questi germi, si è sviluppato a poco a poco: la
facoltà di scelta è divenuta passione morale, la tendenza a
rendere stabile la coppia si è mutata nel bisogno d'un legame
indissolubile, eterno.
Già si potrebbe a questo punto osservare: se ciò è avvenuto
durante quello stesso processo storico che ha portato il mondo
al presente ordinamento, possiamo dire che gli ordini attuali
sono tanto contrarî all'amore? Non potrebbe darsi, al
contrario, che l'amore sia nato insieme con questi ordini, e
per effetto di essi? I giovani, le fanciulle segnatamente, sono
tenute nell'ignoranza delle funzioni sessuali: questo fatto è
denunziato dall'Albert come un abuso di confidenza commesso
dalla famiglia contro l'amore, come uno dei numerosi espedienti
adoperati dalla società moderna per impedire all'istinto
sessuale di epurarsi. Non potrebbe darsi, invece, che le cose
andassero al contrario? Il costume dell'ignoranza, del mistero,
è certamente nocivo; ma, se nuoce, non nuoce appunto nel senso
di far credere l'amore una cosa più arcana, più pura, più
sublime che in realtà non è? E dalla scienza della realtà
sessuale impartita senz'altro alle fanciulle e ai giovanetti,
dalla loro libera educazione in comune, non potrebbero derivare
altri inconvenienti nel senso opposto? L'Albert dovrebbe
sospettarlo, egli che pur nota come una forma di prostituzione,
l'-etairismo-, nacque dalla libertà sessuale accordata alle
giovani prima del matrimonio. La verità vera non è forse che vi
sono inconvenienti in tutti i sistemi? E gl'inconvenienti non
dipendono dall'ambiguità della natura umana, che non è tutta
bruta nè tutta pura, nè tutta senso nè tutta sentimento, nè
tutta spirito nè tutta materia? Come ha detto Sully Prudhomme
Tout ce que son génie ouvre en haut de carrière
En bas la pesanteur à ses pieds l'interdit...
L'amore libero dovrebbe essere fondato sull'intimità fisica e
morale degli amanti. Ma nè il senso e il sentimento vanno
sempre d'accordo, nè vi è nel genere umano, come in tutto il
mondo vivente, un assortimento così rigoroso delle creature,
una tale convenienza fra gl'individui presi a due a due, che le
coppie siano indissolubili. I più nobili fautori dell'amore
libero non intendono già che esso debba consistere nella
possibilità di cambiare dall'oggi al domani di amante, nel
rompere e riannodare le unioni continuamente, a capriccio:
vogliono tutto il contrario. L'Albert, per esempio, dice
espressamente che l'unione dev'essere unica e costante, che nel
reiterare le prove prima di contrarla vi sarebbe «sciupio di
forza umana e disordine nell'economia della vita». Ma la scelta
della creatura unica con la quale poter vivere eternamente è
impossibile, perchè la creatura unica non esiste. Si è riso
abbastanza dell'ansiosa e patetica ricerca dell'anima sorella
al tempo che il romanticismo era in voga! Se ne è riso perchè
l'anima sorella, l'anima unicamente conveniente all'anima
nostra, non c'è. Quando abbiamo creduto di trovarla, ci
accorgiamo, più o meno presto, che non fa più per noi come
credevamo dapprima, che non è più quella che pareva, che ve ne
sarebbero molte altre migliori, più convenienti, o capaci, se
non altro, di ridarci, nei primi tempi, l'illusione di una
assoluta convenienza; e allora vogliamo riprovare
quest'illusione, che è molto dolce paragonatamente ai
disinganni prodotti dai malintesi, dal disaccordo e dalla
guerra di tutti i giorni. E se l'amore libero non deve
implicare la possibilità di mutare continuamente di amante, non
sarà anch'esso una specie di matrimonio? Il nome, più che la
cosa, sarà mutato. Nel matrimonio attuale c'è un dovere
materiale di restare accanto alla persona che abbiamo scelta;
nell'amore libero ci sarà un dovere morale; ma, oltrechè il
dovere morale dovrebbe essere più rigoroso del materiale,
qualunque dovere, sia materiale o morale, sia scritto o
pensato, non è tutto il contrario del piacere? «Non v'ha nulla
che ci tenti come le cose proibite. Non vi sono persone
altrettanto disposte a odiarsi e fuggirsi come quelle alle
quali è stato comandato di restare insieme». Parole delle quali
nessuno può negare la verità: ma quando i nuovi amori, dopo la
prima unione libera, saranno vietati, non più dal codice, dai
giudici e dai carabinieri, ma dalla nostra coscienza, dal
ricordo del primo impegno, dal rimorso di annullarlo, il frutto
proibito cesserà forse di eccitare la nostra bramosia?
La società moderna è contro l'amore, dicono, perchè gli
antepone la proprietà, il denaro, il ventre; viceversa l'amore
si vendica terribilmente, producendo drammi, tragedie, rovine
d'ogni sorta e affermando così la propria onnipotenza. Questi
sono fatti e non si possono negare. Ma che cosa significano
essi? Significano che tra l'amore e l'amor proprio, fra
l'istinto della conservazione individuale e quello della
riproduzione della specie, c'è un contrasto, un dissidio, un
conflitto. Certo, considerati all'origine, i due istinti si
possono identificare: l'individuo si conserva per riprodursi, e
si riproduce per conservarsi, per non perire del tutto, per
durare in un altro individuo a lui simile e da lui generato. Ma
questa identità essenziale, filosofica e metafisica, non vieta
che realmente, praticamente, nella specie umana, che i due
istinti vengano in urto, e che ora vinca l'-io- ora l'-altro- o
l'-altra-; che ora trionfi l'amore, ora il denaro; ora gridi il
ventre, ora... un altro organo. E se il ventre ha, come dicono
i critici della società attuale, più culto ed onore che non
l'amore, ciò dipende appunto dal fatto naturale che l'istinto
della conservazione, nella nostra specie, opera continuamente,
incessantemente, dal primo all'ultimo giorno della vita, ed è
assolutamente indomabile; mentre quello della riproduzione
comincia ad operare un buon tratto dopo la nascita, finisce di
operare prima della morte,--della morte naturale, per
vecchiezza,--nè opera continuamente, ma ad intervalli, ed è
anche, relativamente, domabile. «Nella sfrenata concorrenza
degli appetiti,» dice l'Albert, «nel conflitto mortale dei
bisogni, l'uomo moderno si sente perduto se si disvia dal segno
al quale è ribadito: nutrire il proprio corpo. Egli sa inoltre
che l'ebbrezza d'amore trascina lungi dai calcoli meschini e
che l'amore disperde le più elementari precauzioni
dell'interesse personale». È difficile dir meglio. Sì,
l'istinto della riproduzione, dal quale dipende il sentimento
dell'amore, questo istinto che dovrebbe fare tutta una cosa con
quello della conservazione personale, quest'amore che dovrebbe
confondersi con l'amor proprio, gli si oppone, invece,
terribilmente; ma non sempre: quello che opera sempre, che urla
sempre, è il bisogno di nutrire il corpo. Ma, se è così, è
naturale e fatale che la società, cioè l'insieme degli
individui umani, posponga l'amore all'amor proprio. Se è così,
possiamo sperare che la passione d'amore si affrancherà dalle
passioni strettamente egoiste? Sciaguratamente, se è così, noi
dobbiamo prevedere che il dissidio durerà finchè durerà
l'attuale costituzione organica dell'animale-uomo.
L'amore libero, dice l'Albert, dev'essere «la vita sessuale
indipendente dalla vita individuale». Ma questa indipendenza,
questa autonomia, non esiste. Prima di tutto le due vite, i due
istinti operano insieme in uno stesso individuo e lo sospingono
in vario senso e vengono in contrasto; poi, e qui è la gravità
maggiore, mentre ciascun individuo è indipendente e autonomo
nell'esercizio della vita sua propria, dipende strettamente
dall'individuo dell'altro sesso per l'esercizio della vita
sessuale. E dal contrasto appunto di questa parziale
indipendenza e di questa parziale soggezione, nasce un'altra
enorme serie di inconvenienti. E se pure ciascun individuo di
un sesso, soffrendo del contrasto, trovasse nell'individuo
dell'altro sesso un contrasto egualmente forte, meno male
ancora; ma nei due sessi la forza di questo contrasto è
diseguale. Una delle cose più notevoli, nelle relazioni dei
sessi, è questa: che mentre essi sono entrambi egualmente
necessarî a compiere l'ufficio della propagazione della vita,
l'appetito dell'amore è più gagliardo negli uomini che non
nelle donne, in tutti i maschi animali che non nelle femmine. E
di qui un numero infinito di altri danni.
Il padre Roesler ha lodato la verginità ed affermato che essa
sarebbe, come fu, una soluzione della quistione femminista.
Ora, se egli può dire e credere questa cosa, ciò accade perchè
la verginità, l'astinenza, è nelle donne relativamente facile,
mentre agli uomini è molto più difficile. Ma poniamo che tutte
le donne capaci di castità si ritraessero dal mondo: esse
avrebbero risolto il problema per conto loro; per tutte le
rimanenti e tutti i rimanenti, cioè per il consorzio umano, la
quistione si aggraverebbe; poichè, scemato il numero delle
donne disponibili, la lotta sessuale diverrebbe acutissima. E
quando si dice lotta sessuale, non s'intende soltanto quella
che i maschi, che gli uomini concorrenti e rivali, sostengono
tra loro; ma anche, e principalmente, quella tra uomini e
donne. Questa lotta esiste ed è sempre esistita, non solamente
nel genere nostro, ma anche in tutto quanto il regno organico:
ai nostri giorni la biologia e la psicologia non hanno fatto
altro che metterla in evidenza; nel momento che scrivo, uno
studioso italiano, Pio Viazzi, ne ha fatto oggetto di un libro,
intitolato appunto -La lotta di sesso-.
I sessi implicano diversità; senza diversità essi sarebbero un
controsenso. Le diversità non sono soltanto negli organi, ma
anche nelle funzioni, negli atteggiamenti, negli appetiti. Il
maschio è attivo e ardente; la femmina è passiva e tepida.
Questi due esseri diversi sono destinati ad accoppiarsi, a
intendersi, ad amarsi; e ciò accade realmente, e la legge
d'amore regola il mondo; ma l'intesa non si avvera
semplicemente, facilmente, subito: al contrario, è preceduta da
una contesa, e prima, durante e dopo l'amore c'è un lievito
d'odio. «L'amore,» dice ancora l'Albert, «è fatto di
uguaglianza». No, purtroppo,--o per fortuna. Giacchè, se
l'attrazione è un bene, una fonte di piacere, essa nasce dalla
diseguaglianza, dalla diversità. Ma la diversità non è cagione
soltanto di attrazione, o di attrazione pura: l'avversione,
fatalmente, la intorbida. «Oggi,» continua l'Albert, «l'uomo e
la donna stanno l'uno in faccia all'altra nella situazione di
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