Che Sully Prudhomme sia un artista geniale, un poeta
delicatissimo, è risaputo da quanti hanno sentito, con
accompagnamento di musica o senza, il suo celebre -Vase brisé-.
Che egli sia un pensatore coltissimo, un filosofo acuto, è noto
a quanti hanno compulsato il suo ponderoso volume
sull'-Espressione nelle Arti belle-. Egli non ha voluto però
tener separate le sue diverse facoltà, contentandosi di
scrivere ora versi ispirati ed ora ragionamenti rigorosi; ha
pure composto i poemi intitolati -I Destini-, -La Giustizia- e
-La Felicità- con cuore di poeta e mente di filosofo. Questa
parte dell'opera sua è la più degna di nota, perchè si
riferisce a uno dei più singolari problemi del tempo nostro.
I.
Non da oggi soltanto si dice che la scienza e l'arte, la poesia
e la filosofia, il ragionamento e l'ispirazione sono
incompatibili, o se non altro antagonistici. A chi ha espresso
questa opinione si è risposto che l'antagonismo asserito non
esiste; che anzi i due modi di attività possono andare e
andarono infatti d'accordo, in altri tempi, nei primi tempi,
quando poesia e filosofia erano una cosa sola.
È vero: l'arte fu un tempo scienza; ma è pur vero che la nostra
vita intellettuale è infinitamente più ricca che non quella
d'una volta, e che pertanto le attività umane si sono venute,
come si dice, specializzando. Un oculista può, e all'occasione
deve anzi, curare una polmonite; ma la sua capacità maggiore,
la sua abilità particolare consiste nel curare i mali degli
occhi. Ai tempi di Ippocrate e di Galeno questa divisione del
lavoro non c'era. Così, anzi -a fortiori-, l'arte e la scienza,
già confuse, si sono separate.
Il problema è anche più complesso. L'arte, un tempo, non era
soltanto scienza, ma anche religione. Il poeta, il sapiente e
il sacerdote facevano tutt'uno. Ma poichè la fede è immobile,
mentre la scienza vuole andare avanti; poichè la prima è cieca,
mentre la seconda è osservatrice; poichè quella si contenta di
affermare, mentre questa vuol dimostrare; per queste ragioni il
dissidio si è venuto lentamente operando e aggravando; finchè,
ai nostri giorni, grazie al progresso scientifico veramente
enorme compito ultimamente, è divenuto acutissimo. Alla scienza
progredita e trionfante si sono chieste e si sono fatte dire
troppe cose: i suoi idolatri, da una parte, hanno creduto
soltanto in lei, e l'hanno opposta e anteposta alla fede; dalla
parte contraria, quanti l'hanno vista incapace, come realmente
è, di rispondere a certi quesiti estremi, l'hanno rinnegata e
dichiarata in istato di fallimento.
A questo dissidio nella quistione etica fa riscontro un
dissidio, egualmente grave, nella quistione estetica: noi
vediamo un partito il quale vuole che l'arte, che la poesia,
siano scientifiche, che dalla scienza traggano l'ispirazione ed
alla scienza servano di sussidio: e un altro, il quale afferma
che la scienza è fatale all'arte, e che la ucciderà, se non
l'ha già uccisa. Il Tolstoi, subordinando ogni cosa alla fede,
al concetto religioso e morale, se la piglia, al modo che
vedemmo, con la scienza e con l'arte ad una volta.
Sully Prudhomme ha espresso l'inquietitudine prodotta
universalmente da questi antagonismi:
Comment prier, pendant qu'un profane astronome
Mesure, pèse et suit les mondes radieux?...
Comment chanter, pendant qu'un obstiné chimiste
Souffle le feu, penché sur son oeuvre incertain?...
Et quel amour goûter, quand dans la chair vivante
Le froid anatomiste enfonce le scalpel?...
La scienza sarebbe dunque fatale alla fede, alla poesia ed allo
stesso amore?... No! Il poeta protesta e si ribella. Chi ha
detto, domanda, che la poesia sia incompatibile con la verità?
Se l'osservazione paziente dello scienziato solleva a lembo a
lembo il velo che nasconde il mistero delle cose, il vento
della strofe lo può strappare d'un sol tratto.
Et c'est pourquoi, toute ma vie,
Sì j'étais poète vraiment,
Je regarderais sans envie
Képler toiser le firmament.
Senza dubbio: il vero poeta non deve guardare con invidia
l'astronomo che scruta il cielo, come l'astronomo non
dev'essere neppur egli geloso del poeta: i due ufficî sono
egualmente importanti e dignitosi; ma il vento della strofe non
solleva nulla. Se bastasse mettersi a cantare per risolvere i
problemi e discoprire le leggi della natura, chi si rovinerebbe
più gli occhi e le mani sugli strumenti d'un gabinetto, chi vi
si chiuderebbe a farvi calcoli sopra calcoli? Il poeta può
soltanto ridire ciò che lo scienziato ha scoperto; ma la strofe
del poeta dev'essere alata, vibrante, sfolgorante; e il
linguaggio dello scienziato è tutt'il contrario: freddo,
esatto, severo.
.... Le prisme, interrogeant leurs feux,
À ces faux paradis arrache des aveux...
J'ai vu chaque élément de leur essence vraie
Étaler sur l'écran sa redoutable raie.
Con questi versi Sully Prudhomme canta uno dei più mirabili
processi scientifici: l'analisi spettroscopica. Ma dove egli
adopera l'immagine poetica del prisma che confonde i falsi
paradisi, non è molto scientifico; perchè col prisma non si
strappano confessioni ai paradisi veri o falsi, si scompongono
soltanto le luci; e quando si attiene più fedelmente alla
scienza, accennando alle righe di Frauenhofer, non è molto
poetico.
Dans l'éveil d'un muscle endormi
La foudre éparse se révèle,
Silencieuse, à Galvani.
Franklin l'annullait, terrassée;
Volta la gouverne, ammassée;
Ampère fait d'elle un aimant...
Neppure questa storia dell'elettricità è molto poetica; essa è
inoltre poco scientifica, come poco precisa. Per dire che gli
areonauti guardano il barometro, il poeta scrive:
Ils montent, épiant l'échelle où se mesure
L'audace du voyage au déclin du mercure.
L'espressione è certo abilmente trovata, ma non somiglia un
poco agli indovinelli che si propongono nelle conversazioni
come passatempo? «Qual è quella scala dove si misura l'audacia
del viaggio dall'altezza del mercurio?» Risposta: «La scala del
barometro.»
Wenzel, Dalton, en leurs balances,
Révèlent qu'entre tous les corps
Par d'exactes équivalences
Le poids régit tous les accords.
Questa è la teoria atomica. Disgraziatamente, se la strofe non
è molto ispirata, neppure un professore di chimica ne sarebbe
contento: in chimica vi sono -combinazioni-, non già -accordi-.
Sully Prudhomme canta ancora che i cieli non ci sono più
sbarrati, perchè Euclide e Pitagora hanno
Dessiné du doigt dans le sable
Sur un triangle trois carrés,
Parce qu'ils les ont comparés...
Anche questo è un altro indovinello, del quale il lettore che
ha dimestichezza con la geometria trova subito la spiegazione:
il teorema del quadrato dell'ipotenusa, altrimenti detto il
-ponte degli asini-; ma il geometra rammenterà al poeta che il
triangolo dev'essere rettangolo....
Sully Prudhomme non mette soltanto in versi le scoperte
scientifiche; espone anche la storia della filosofia:
Qu'est-ce que l'Univers? Il vit: quelle en est l'âme?
Quel en est l'élément? L'eau, le souffle, ou la flamme?
Thalès y perd ses jours, Héraclite en pâlit.
Démocrite en riant a broyé la matière;
Il livre à deux amours cette immense poussière,
Et le repos y naît d'un incessant conflit.
Phérécyde a crié: «Je ne suis qu'une ombre!
«Je sens de l'être en moi pour une éternité».
Et Pythagore, instruit dans les secrets du nombre,
Recompose le monde en triplant l'unité.
Nessuno è dimenticato, nè fra gli antichi nè fra i moderni: da
Socrate a Fichte, da Platone a San Bonaventura, da Aristotile a
Hegel: l'enumerazione non dura meno di diciotto pagine. Il
poeta ci dice che
Condillac soutient Locke en fidèle héritier,
come pure che
Leibnitz divise l'Être en milliers de génies.
Egli ci narra:
Hobbes n'avait à l'homme octroyé de connaître
Que la ferme matière, unique fond de l'Être.
Dieu, l'esprit que sont-ils? Rien, des mots seulement,
Tout! répond Berkeley, car la matière ment...
La poesia scientifica e filosofica di Sully Prudhomme non è
sempre così arida. Se scienza e arte poterono un tempo
procedere insieme, ciò significa che fra le due attività non
c'è antinomia assoluta. L'anima umana è una, e le sue facoltà,
quando sembrano più distinte, sono insieme connaturate e
confuse. Ma ciascuna di esse può avere naturalmente, o
acquistare con l'esercizio, un diverso grado di forza, e
trionfare dell'altra. L'esercizio delle native facoltà poetiche
ha fatto di Sully Prudhomme un poeta squisito, armonioso,
leggiadro, efficacissimo nell'esprimere gli stati d'animo
ambigui, perplessi e fuggevoli; capace anche, secondo
l'espressione del Lemaître, di vere -invenzioni di sentimenti-.
Ma, dall'altro lato, l'abito dello studio severo, dell'indagine
positiva, dell'osservazione paziente, del ragionamento
astratto, ha impacciato il volo lirico e l'ispirazione vivace.
Metterli d'accordo non è impossibile, ma non è facile. Egli vi
è riuscito qualche volta. Il suo sonetto, nelle -Èpreuves-, che
ha per tema Spinoza, è veramente bello:
C'était un homme doux, de chétive santé,
Qui, tout en polissant des verres de lunettes,
Mit l'essence divine en formules très-nettes,
Si nettes que le monde en fut épouvanté.
Ce sage démontrait avec semplicité
Que le bien et le mal sont d'antiques sornettes,
Et les libres mortels d'humbles marionnettes
Dont le fil est aux mains de la Nécessité.
Pieux admirateur de la Sainte-Écriture,
Il n'y voulait y voir un dieu contre nature;
A quoi la synagogue en rage s'opposa.
Loin d'elle, polissant des verres de lunettes,
Il aidait les savants à compter les planètes.
C'était un homme doux: Baruch de Spinoza.
Qui, per un incontro fortunato, c'è la scienza, c'è la
filosofia, ma ci sono anche la poesia e l'arte che le animano.
Sully Prudhomme deve però aver temuto che l'arte in questo
sonetto sia troppa, e pensato che una poesia scientifica e
filosofica debba essere più scientifica e filosofica; perchè,
riprendendo lo stesso tema nel -Bonheur-, ecco come lo ha
svolto:
Un juif cartésien, plus hardi que le maître,
Arrache, imperturbable, à ses leçons leurs fruits,
Et le condanne en forme à nommer Dieu tout l'Être,
Dont le temple infini soi-même se construit.
Spinoza dans la Bible est entré sans surprise;
Mais, pendant qu'il y plonge, il se sent la main prise
Dans le poignet de fer de la Nécessité!
Le front calme, à la suivre il n'a pas hésité.
L'Être assiste, éternel, au cours changeant des âges,
Le froid de la raison fait du monde un cristal;
L'homme en est une face où des pâles images
Répètent l'univers sous un angle fatal....
II.
L'opera di Sully Prudhomme non risolve adunque, rispetto alla
forma, il dissidio fra scienza ed arte, o lo risolve male. Egli
ha voluto dimostrare che la scienza non è fatale all'arte; ma
di questa compatibilità l'arte sua fredda, compassata e
didascalica ci fa dubitare. Resta da considerare in qual modo
egli si diporta nella quistione etica: se l'arte è da lui
sacrificata alla scienza, alla stessa scienza non dovrà egli
sacrificare la fede?
Questa è infatti la soluzione che troviamo nei -Destini-.
Appena la Terra esce dal Caos, il Male comincia ad operarvi, a
ordirvi le sue trame spaventose. Raffinatamente, per nuocer
meglio, esso mescola al dolore qualche piacere, che dia di
tanto in tanto al genere umano una tregua, dalla quale questo
esca fortificato, pronto a sopportare nuovi, maggiori dolori.
Ma, nello stesso punto che il Male scendeva in campo, anche il
genio del Bene si destava, e contrapponeva l'opera sua a quella
del nemico. Creò da principio l'amore, e credette d'aver fatto
così ciò che di meglio si poteva fare per la felicità del
mondo; ma poi mutò opinione:
S'il est bon de sentir, meilleur est de pouvoir.
Oui, le couple est heureux de deux corps qui s'attirent
Pour fondre lentement deux âmes qui s'admirent,
Mais la possession suprême est de savoir...
Quel plaisir comparable à l'orgueil de connaître,
De suivre à l'infini dans la trame de l'être
Le long fil de la cause enchaînant les effets!
Ma neanche questo destino gli pare finalmente il più
desiderabile. Un mondo di soli intelligenti, senza giusti,
sarebbe perfetto? E sarebbe bello quel mondo dove non vi
fossero nè eroi nè martiri?
Je veux que l'habitant de ce nouveau séjour
Réhausse en lui les dons de puissance et d'amour
Par une conquérante et généreuse vie
Où le vouloir travaille et le coeur sacrifie...
Il sapere, la scienza, non è dunque tutto il bene: c'è qualche
cosa di più e di meglio:
Non, le meilleur être possible
N'est pas un lutteur invincible,
Un amant au bonheur fatal!
C'est un ignorant qui découvre,
Un captif à qui le ciel s'ouvre,
Un pèlerin de l'idéal.
Ma finora, lasciando parlare il genio benefico, lasciandolo
operare contrariamente al Male, il poeta non esprime la sua
opinione personale. Il Bene si è venuto purificando: prima
consisteva nel piacere, poi nel sapere, da ultimo in un amore
diverso da quello dei sensi, nell'amor mistico, nell'amore del
sacrifizio, nell'amore secondo il Tolstoi. Ma quando il Bene è
così perfetto, quando il poeta si trova dinanzi al Bene massimo
ed al Male estremo, egli osserva, come il Tolstoi e il
Nietzsche, che le prosperità sono impossibili senza i disastri,
i piaceri senza i dolori, e che la vita e la morte lavorano
insieme, una in faccia all'altra.
Car le Bien et le Mal se prospèrent l'un l'autre.
Qu'on rêve le meilleur ou le pire univers,
Tous deux, en vérité, n'en font qu'un, c'est le nôtre,
Contemplé tour à tour par l'endroit ou l'envers.
Notre regard captif, jouet de l'apparence,
Par ses courts horizons se laisse décevoir,
Mais des biens et des maux la vaine différence
S'effacera pour lui s'il doit un jour tout voir.
Contre les ancìens dieux l'âme humaine aguerrie
N'attend certes plus d'eux ni fléaux ni bienfaits,
Mais n'est-ce pas un reste obscur d'idolâtrie
De maudire ou bénir des sorts bons ou mauvais?
Fra le contrarie voci del Bene e del Male il poeta ne ode ora
un'altra: quella della Natura: e la Natura dice che ella è la
stessa ragione, che i destini dell'universo si svolgono
infallibilmente; che non avendo esso avuto principio nè dovendo
aver fine, così non è stato giovane ne può invecchiare; che
l'equilibrio delle leggi e la costanza delle cause gli
conferiscono un ordine contro del quale il tempo non può nulla;
che solamente le forme apparenti delle cose cambiano. E la
Natura non accetta dagli uomini nè voti ne sacrifizî; pregare è
insultare le leggi naturali, dubitare della loro forza
inevitabile. La Natura, come diceva quel vescovo australiano
del quale parlammo, non ode le preghiere:
«N'attends de mes decrets ni faveurs ni caprices;
Place ta confiance en ma seule raison».
E se questo è l'ordine che dà la Natura, il poeta lo accetta
integralmente. Il suo appoggio, il suo asilo è nella ferma
ragione naturale: egli non griderà, non si lagnerà, accetterà
anzi tutti i dolori, se i dolori suoi sono necessarî.
Pour nourrir une fleur de tout mon sang dispose,
Si quelque fleur au monde aspire un suc pareil;
Tu peux tuer un homme au profit d'une rose,
Toi qui, pour créer l'homme, éteignis un soleil.
Qui tanta è la forza della persuasione, tanta la sincerità del
sentimento, che la stessa forma diventa veramente poetica: è
difficile esprimere più poeticamente il concetto scientifico
secondo il quale la terra, già ardente, diventò abitabile
quando i suoi fuochi si spensero. E così alla scienza egli
sacrifica la fede; o per meglio dire, la scienza, la ragione,
diventa la sua stessa fede.
Anche nel -Zenith- canta:
Les paradis s'en vont; dans l'immuable espace
Le vrai monde élargi les pousse ou les dépasse.
Nous avons arraché sa barre à l'horizon,
Résolu d'un regard l'empyrée en poussières,
Et chassé le troupeau des idoles grossières,
Sous le grand fouet d'éclairs que brandit la Raison.
È vero che, dal primo suo giorno, il genere umano ha dischiuso
come un calice il cuore verso il cielo, e che nel cielo
Plane son grand espoir, de sa raison vainqueur;
ma il filosofo sa che non si può dare la scalata al cielo per
andare a leggere negli stessi occhi di Dio; e il poeta narra
pertanto la semplice impresa degli areonauti, i quali
arrischiano la vita per osservare qualche fatto e prendere
qualche nota:
La cause et la fin sont dans l'ombre;
Rien n'est sûr que le poids, la figure et le nombre:
Nous allons conquérir un chiffre seulement...
III.
Eppure Sully Prudhomme non è fermo in questa conclusione. Se
egli credesse di avere così composto il dissidio fra la ragione
e la fede, non lo riprenderebbe nella -Giustizia-.
Quando l'anima era semplice, dice egli nella -Giustizia-, si
slanciava verso il cielo e vi spaziava, sostenuta dall'estasi e
dalla speranza; oggi la scienza ha spogliato la natura di tutte
le illusioni che la facevano bella; il poeta non vede più in
essa un'anima divinamente umana; e come l'orfano si rivolge
alla giustizia quando non spera più nulla dalla bontà, così
egli, disperando della fede, vuole interrogare la Sfinge per
conoscere se almeno una legge d'equità governi l'universo.
Car le poète, lui! cherche dans la science
Moins l'orgueil de savoir qu'un baume à sa douleur...
En vain de ce qui souffre il connait la structure,
Il ne croit rien savoir tant qu'un doute odieux
Plane sur le secret des maux que l'être endure,
Tant que rien de mieux n'a remplacé les dieux.
Allora comincia dentro di lui una lotta fra la mente e il
cuore, durante la quale questo combatte coraggiosamente lo
scetticismo, l'ironia, lo sconforto che il freddo ragionamento
genera nell'animo del cercatore. Le specie sono in continua
guerra fra loro, la prosperità dell'una costa il deperimento
dell'altra, le deboli soccombono dinanzi alle più forti. In una
stessa specie lotte egualmente accanite si accendono fra
gl'individui; l'egoismo è la gran legge alla quale ciascuno
obbedisce; l'amore, altro inganno, si riduce all'istinto; la
stessa Bellezza ha un fondamento materiale del suo impero
giudicato divino: essa lavora all'integrità dello stampo della
razza, additando i modelli migliori. Ciò che succede fra le
specie e nella specie si ripete fra gli Stati e nello Stato: e,
come aveva già detto Corneille,
La justice n'est pas une vertu d'État.
Si rifugerà essa dunque in un altro pianeta, poichè sulla terra
è introvabile? Ma la materia non è per ogni dove identica? La
stessa legge di gravitazione non regna in tutto il creato? Un
rigoroso e fatale determinismo non si nasconde dietro
l'apparente libero arbitrio,
illusion du choix dans la necessité?
Un atomo è l'immagine dell'universo; tutto ciò che in questo si
compie, deve compiersi fatalmente; è quindi da stolti chiedere
la giustizia al Destino. Così conclude la Ragione trionfante.
Ma il poeta, che già si era acquetato a questa conclusione, ora
non l'accetta più. Egli che si rassegnava personalmente al
dolore, che quasi lo chiedeva pur di cooperare con la Natura
impassibile, ora si commuove e si ribella all'idea del dolore
altrui. Voleva affidarsi alla sola ragione, ora s'accorge che
non gli basta. Il cuore ha ragioni che la ragione ignora.
Elle informe, elle instruit: serait-ce lui qui juge?
Que dis-je! La Justice, au lieu de fuir mes pas,
N'aurait-elle qu'en moi, dans mon coeur, son refuge?
Infatti: la legge della giustizia è umana, si rivela tra gli
uomini, non nella Natura. Costei considera impassibilmente la
propria opera attraverso l'occhio ignorante del bruto; la pietà
e il terrore, il bisogno e la sete della giustizia sorgono e
operano nella coscienza umana. Ma che cosa è questa coscienza?
Dapprima il poeta aveva considerata la propria coscienza come
uno specchio che non doveva far altro se non riflettere lo
spettacolo della Natura, senza giudicarlo. Ora la sua
coscienza, la coscienza di tutti gli uomini, è un giudice, è
anzi il solo giudice. E qui il pensiero di Sully Prudhomme si
oscura. Se la coscienza è giudice, se questo giudice deve
rendere giustizia, come mai torna egli a rassegnarsi? Egli
dice: «I mali che credevo ingiusti sono forse, non già i
capricci folli o colpevoli d'un padrone, sibbene i mezzi
fatali, le necessarie condizioni d'un ordine che ignoriamo».
Questo è un ritorno alla rassegnazione di prima! Ed egli non si
era più contentato, non si era più adattato: era sceso anzi in
campo, voleva e doveva giudicare! «Lagnarsi,» soggiunge,
«dell'ingiustizia della sorte, giudicare della bontà del
destino alla stregua del piacer nostro, è imitare il fanciullo
malavvezzo, il quale pretende che tutto debba servire ai suoi
giuochi, e rigetta il farmaco e lo dichiara nocivo perchè non è
dolce.» Ma se non si deve giudicare della bontà del destino
alla stregua del nostro piacere, quale sarà il criterio del
giudizio? Di che cosa e perchè si è lagnato il poeta? Si è
lagnato
Des maux plus grands que moi;
si è lagnato perchè
Toutes les douleurs de la terre et des mondes
Font tressaillir mon âme en ses cordes profondes.
Allora, non dovrebbe egli giudicare veramente iniquo il destino
che vuole ed impone e mantiene il dolore ed il male?
E questa umana facoltà del giudizio è una cosa buona o cattiva,
utile o superflua, importante o trascurabile? Egli dice:
Combien plus sagement, avec moins de grandeur, Exempt de
sympathie, affranchi de pudeur, L'animal se résigne aux fléaux
sans refuge!... Il est heureux; son sort, par moments, je
l'envie.
Dunque l'animale, quantunque incapace di simpatia e di pudore,
è più saggio, più felice, degno d'invidia. Allora l'uomo
cosciente, l'uomo giudicante, oltre che degno di compassione ed
infelice, è anche meno saggio: questa sua coscienza è una
stoltezza. Bisognerà chiederne conto a lui? No, certamente;
perchè egli è stato fatto così, non si è fatto da sè,
liberamente, responsabilmente. Allora vorrà dire che la natura,
della quale è opera, avrà creato una coscienza capace di
giustizia soltanto per darle il sentimento d'una ingiustizia,
d'una stoltezza, d'una nefandezza nuova! E ancora: la giustizia
non esiste nella natura, ma soltanto nel cuore dell'uomo;
l'uomo s'accorge che l'universo è stato compito «senza virtù» e
sente che il suo desiderio di virtù è stoltezza. La conclusione
dovrebbe essere pertanto che la giustizia non esiste in verun
luogo, nè nella natura, nè nel cuore umano!
Lo scetticismo scientifico spinge Sully Prudhomme in questa
via; ma egli è anche sollecitato in contrario senso dal bisogno
mistico. Egli dice che, se l'universo è grande, più grande
ancora è l'anima che lo rispecchia; l'uomo acquista la nozione
della propria dignità misurando l'abisso che lo separa dalla
materia bruta. Non c'è bisogno di molte parole per far notare
il voltafaccia. Mentre prima egli invidiava l'animale
incosciente e a più forte ragione, perciò, avrebbe dovuto
invidiare la materia inerte, ora afferma che tanto l'uomo vale
quanto è lontano dalla informe materia! E la giustizia, che gli
era parsa soltanto umana, ora diventa per lui divina:
Humaine par son but, la justice est divine
Même dans l'âme d'un mortel,
Par l'aveu du grand Tout dont elle est mandataire,
Par le suffrage entier du ciel et de la terre,
Et par le sacre universel.
Ma allora, se l'anima umana, dove ha sede la giustizia, è
mandataria del gran Tutto, non potremo più dire che nel Tutto
non c'è giustizia! Finchè il poeta considerava l'uomo come una
particella infinitesimale dell'universo, come lo «specchio» del
Nietzsche, capace semplicemente e solamente di riflettere
l'universo, egli poteva dire che non c'è in quest'universo
giustizia; ma dal momento che l'uomo è il rappresentante della
natura, questa natura che si riassume in una coscienza capace
di giustizia non si potrà più accusare d'iniquità. Ed ecco,
infatti: dopo aver detto che gli esseri si dilaniano tra loro,
Sully Prudhomme afferma:
La bête hésite à boire un sang pareil au sien...
Il misticismo e la fede si vendicano ancora meglio, gli
prendono più interamente la mano. Se dalla materia inerte
all'uomo c'è un abisso; se l'uomo, per la coscienza, è tanto
superiore ai bruti, si deve credere che egli sia il termine
ultimo dell'evoluzione? Un altro passo innanzi, oltre l'uomo,
non sarà possibile? Certamente! L'umano genere è un termine
medio, un tentativo,
une espèce éclose à contre-temps:
Tout est prématuré dans ses voeux transcendants.
Quindi egli afferma che c'è un'ascensione morale della quale i
mondi sono i gradi, e che
La terre n'est qu'un lieu d'attente
Où se fait la commune entente
D'une espèce entière émigrant.
La vecchia preghiera cristiana diceva che questo nostro mondo è
una valle di lacrime; il filosofo che ha soltanto creduto nei
fatti positivamente accertati, finisce anch'egli col giudicarlo
«un luogo d'aspettazione.» Ma egli arriva a questo giudizio per
la via tortuosa che abbiamo vista. E ci dice almeno, come il
Nietzsche dirà del regno del Superuomo, in qual modo sarà fatto
il mondo migliore al quale dovremo un giorno approdare?
IV.
Eccoci arrivati al suo nuovo e più lungo poema filosofico: -La
Felicità-. Qui certo egli si confermerà nella soluzione
ultimamente trovata, ne darà nuove ragioni, l'assoderà.
Svegliandosi dopo morte, Fausto, l'eroe, si ritrova in un astro
più bello, più luminoso, più ricco della terra; e mentre egli è
ancora in preda a una incredula meraviglia, Stella, l'eroina,
la donna da lui amata nel mondo inferiore, dalla quale fu
crudelmente diviso, gli dice:
Pourquoi dans l'infini plein d'innombrables flammes,
Parmi tant de globes mouvant,
N'en serait-il qu'un seul visité, par les âmes
Et peuplé de corps vivants?
Pourquoi seule la terre, obscure et si petite,
Aurait-elle entre tous l'honneur,
De porter une argile où la pensée habite?...
Veramente, nel punto che due amanti separati da tanto
tempo--dalla morte!--si ritrovano insieme, vi sarebbe qualche
cosa di meglio da fare che discutere intorno alla pluralità dei
mondi abitati; si potrebbe anche osservare che, mentre Stella e
Fausto s'incontrano lassù, questo semplice fatto dovrebbe
provare come la terra non abbia il monopolio della vita. Non
pare quasi che il poeta ne sia egli stesso poco sicuro e che ne
dubiti prima di noi? Non pare anche che, dubitando egli della
stessa vitalità dei suoi redivivi protagonisti, vada in cerca
di argomenti per farci credere alla verisimiglianza della
finzione?
Nel nuovo mondo dove Fausto e Stella rivivono le creature non
si nutrono di altre creature, come voleva la legge crudele
della terra, ma di semplici frutta:
Nul être ici ne sacrifie
Les corps pour respirer construits.
La dent n'attaque ici nulle sensible vie,
Et ne mords que la chair des fruits.
Così, dopo la pluralità dei mondi e la metempsicosi, Sully
Prudhomme canta il -vegetarianismo- o -vegetarismo-,--non so
come si deve dire;--però noi potremmo chiedere al poeta se è
ben sicuro che le piante non siano dotate di sensibilità, che
non siano anch'esse forme di vita da rispettare come tutte le
altre....
Dal pianeta infelice che i due amanti hanno lasciato si leva un
coro di voci confuse, di lamenti e di bestemmie, di invocazioni
al soccorso lanciate dalle anime penanti. Ma nessuno le
ascolta, e Fausto e Stella si fermano ad ammirare una
moltitudine di cavalieri nomadi, altra volta, quaggiù,
abitatori delle rive del Nilo, dell'Eufrate e del Gange. Nel
nuovo astro quei corpi, che il bastone e lo staffile
martoriavano un tempo, si sono nobilmente sviluppati, e Fausto
ne ammira la perfetta armonia delle linee, la serenità
dell'espressione acquistata con la coscienza del nuovo stato
libero, eternamente felice. Se il problema della felicità è
così risolto per i cavalieri nomadi nella nuova vita, come mai
Fausto e Stella continuano a penare? Non solo i cavalieri, ma
anche gli artisti, rivivendo lassù, pervengono alla piena ed
incontrastata possessione del Bello: Stella medesima lo
assicura a Fausto quando costui, ammirando la bellezza dei
cavalieri, vorrebbe proporli come modelli ai grandi artisti
della terra.
Quel mondo, tuttavia, anche per Fausto e per Stella è migliore
del nostro. In un mattino di primavera il giovane ascolta, con
indicibile delizia, il canto divino degli uccelli. Quaggiù i
gorgheggi dell'usignolo e lo stesso canto della sua compagna
gli procuravano, benchè dolcissimi, un indefinibile tormento,
un'amarezza secreta; in quel nuovo mondo la soavità
dell'armonia è assoluta, la voce dell'amata fa dimenticare
all'amante tutto il passato, lo immerge in una beatitudine
senza nome, tanto più grande, quanto che Stella, lasciando la
forma terrena conservata da principio per poter essere
riconosciuta, prende una veste più pura, più bella, più
conveniente a quell'eliso. E allora, mentre nuove voci dalla
terra chiedono invano aiuto, i due giovani cadono nelle braccia
l'uno dell'altra, e la loro felicità non ha più limite.
Ma è un inganno. Passa qualche tempo, e Fausto ci fa sapere che
quella felicità non è, come pareva, intera. Egli vive, sì, in
un astro più prospero della terra; ma quello che era il
maggiore argomento del suo cruccio, quaggiù, sussiste ancora:
come sulla terra, egli ignora anche lassù il perchè delle cose;
anche lassù, come sulla terra, cerca invano di penetrare, di
conoscere le origini e i fini dell'universo. In quel mondo,
dove c'è tanta libertà e tanta bellezza, non si sa una sillaba
di più di quel che si sapeva sulla terra. Fausto, quando sente
rinascere l'antica ansia, non può far altro che dare una
ripassata a tutte le teorie della filosofia terrestre.
Naturalmente egli riconosce ancora una volta che questa
filosofia è impotente. L'unica scienza umana era dovuta ai
pazienti sperimentatori; pertanto, dopo le teorie filosofiche,
l'ansioso rammenta tutti i ritrovati scientifici, per
concludere una seconda volta che la scienza è, come la
filosofia, incapace di risolvere il problema delle cause
finali. Ma Stella, che comincia a inquietarsi dell'agitazione
dell'amante, cerca persuaderlo dell'inutilità di tutte quelle
ricerche:
À quoi bon, le regard péniblement tendu
Et le front consommé par de stériles fièvres,
Soumettre au froid scalpel le cher tissu des lèvres
Quand le baiser donné nous est deux fois rendu?
E Fausto, subitamente convertito:
Tout aimer suffit pour éteindre
La soif de tout savoir: aimons!
Ma ecco che ad un tratto il giovane ode finalmente quelle voci
terrestri per tanto tempo perdutesi invano nell'immensità degli
spazi; e siccome esse gli ricordano i dolori degli uomini, egli
che, in conclusione, quantunque risorto in un mondo migliore,
non è guari più lieto di loro, pensa di riscendere in questo
basso mondo per confortare gli antichi simili. Che specie di
aiuto possa dare questo disgraziato a disgraziati suoi pari
sarebbe molto importante vedere; se non che, sulla terra dove
Stella vuole seguirlo e dove la Morte li ritrasporta dopo
averneli tratti, non si trovano più uomini: l'umanità è finita.
Il contrattempo sarebbe imbarazzante senza la prontezza di
spirito di Stella, la quale propone lì per lì a Fausto di
ripopolare il deserto pianeta, di cominciare una nuova umanità,
della quale essi saranno l'Adamo e l'Eva... Da questa
intenzione l'Arbitro supremo giudica che essi hanno entrambi
ben meritato, e senz'altro ordina alla Morte di ritrasportarli
in un altro mondo, nel soggiorno veramente glorioso, dove si
gode il riposo perfetto e si mira a faccia a faccia la Causa
del tutto....
Così, riprendendo la terza volta il problema che tanto lo
inquieta, Sully Prudhomme non conferma l'ultima soluzione, al
contrario: ne dà una terza, diversa dalle due prime. Egli deve
aver sentito che nessuna delle due poteva essere definitiva. La
sola scienza, dopo il sacrifizio della fede, non gli bastò; il
temperamento della scienza con la fede non deve averlo neppure
persuaso, poichè l'ultima parola di questo -Bonheur- è
l'affermazione di un supremo Arbitro, di una Causa universale,
di un Premio eterno.
Ma possiamo noi crederla? Egli arriva a questa conclusione
attraverso le contraddizioni, le stranezze e diciamo anche le
stravaganze che abbiamo viste. Non è questo il segno che la
conclusione non è naturale, sincera, sicura? Dopo tanti
pentimenti, non si pentirà egli un'altra volta ancora? La sua
curiosità non può esser finita. Non vorrà egli sapere dov'è il
soggiorno glorioso, qual è la causa del tutto, chi è l'Arbitro
dell'universo? E quando vorrà e non potrà sapere queste cose,
non ricomincerà a dubitare?
LA FILOSOFIA DI UN POETA
Quando l'arte di Carlo Baudelaire fu detta, prima ancora che
dal Nordau, oscura ed immorale, una voce potente sorse a
difenderla: la voce di Vittor Hugo. Il gran poeta affermò che
l'autore dei -Fleurs du mal- aveva arricchito il campo delle
commozioni artistiche di un -frisson nouveau-. Indubbiamente
altrettanto si può dire di Maurizio Maeterlinck, dei suoi versi
e dei suoi drammi. E se i simboli dentro i quali egli ha chiuso
il proprio pensiero non sono intelliggibili ai più, se gli
ammiratori del poeta vogliono intendere tutta quanta la sua
filosofia, eccola per disteso spiegata nel suo nuovo libro: -La
Sagesse et la Destinée-. Questi titoli ci rammentano quelli dei
poemi di Sully Prudhomme: -Les Destins-, -La Justice-, -Le
Bonheur-. Dopo aver visto che cosa è la poesia di un filosofo,
non sarà fuor di luogo vedere che cosa è la filosofia di un
poeta. Il dissidio che inquieta e contrista questo nostro
secolo ci apparirà più evidente.
I.
Come la poesia di Sully Prudhomme è, nella forma, troppo
filosofica e scientifica, procede cioè per via di definizioni e
di nomenclature, così Maurizio Maeterlinck significa le sue
idee con forma troppo poetica, ricorrendo troppo spesso alle
metafore ed ai simboli.
Un mattino, dall'alto di una collina, egli vede «un ruscelletto
cieco» che, «brancolando, dibattendosi, inciampando e
vacillando continuamente in fondo a una valle oscura, cerca la
via del lago dormiente, dall'altro lato della foresta, nella
pace dell'aurora. Qui un masso di basalto lo obbliga a quattro
lunghi giri, laggiù le radici di un vecchio albero, più lungi
ancora il semplice ricordo di un ostacolo per sempre scomparso,
lo fanno risalire verso la sorgente ribollendo invano, e lo
allontanano indefinitamente dalla mèta e dalla fortuna. Ma, in
un'altra direzione, e quasi perpendicolarmente al rivolo
affannoso, disgraziato ed inutile, una forza superiore alle
forze istintive aveva tracciato, attraverso la campagna e le
valanghe di pietre e l'obbediente foresta, una specie di lungo
canale, solido, verdeggiante, noncurante, pacifico, procedente
senza esitazione, con passo calmo e chiaro, dalle profondità di
un'altra sorgente nascosta all'orizzonte verso lo stesso lago
luminoso e tranquillo...». Questo ruscello e questo canale non
sono un ruscello e un canale reali, ma le immagini dei due
destini offerti agli uomini.
Altrove lo scrittore paragona le ore convulsive della storia
alle tempeste del mare: «La gente viene dal fondo delle
pianure, accorre sulla spiaggia, guarda dall'alto delle ripide
rive, aspetta qualche cosa, interroga gli enormi cavalloni con
una specie di curiosità puerilmente appassionata. Eccone uno
più alto e furioso degli altri. Si avanza come un mostro dai
muscoli trasparenti. Si svolge precipitosamente dal fondo
dell'orizzonte, apportatore, da quel che pare, di una
rivelazione urgente e decisiva. Scava dietro di sè un solco
così profondo, che rivelerà senza dubbio uno dei secreti
dell'Oceano; ma, come tra le più pigre ondulazioni dei giorni
senza soffio di vento e senza velo di nubi, così anche ora i
fiotti limpidi e impenetrabili scorrono sopra i fiotti limpidi
e impenetrabili. Non un essere vivente, non un'erba, non un
sasso sorge...».
Questo periodo,--stavo per dire questa strofe,--è molto
significante. Il Maeterlinck ha un bel proporsi di ragionare e
di discutere: il poeta si desta, suggerisce al filosofo
similitudini delle quali questi potrebbe giovarsi, se non fosse
che, appena una prima immagine appare, tosto un intero quadro
si svolge nella fantasia del poeta, con i più minuti
particolari, e occupa tanto la sua attenzione, da fargli
perdere di vista il punto di partenza, la dimostrazione
filosofica. Noi vediamo qui un mare in tempesta, le onde verdi,
le spume livide: dove sono più le convulsioni della storia, le
folle ribelli, le vittime sanguinose?
In un altro luogo egli paragona il saggio ad «un povero
bruscamente trasportato dal fondo della sua capanna in un
palazzo immenso: svegliandosi, il povero cercava inquieto,
nelle sale troppo vaste, i miserabili ricordi della sua camera
angusta. Dov'erano il focolare e il letto, la tavola, la
scodella e lo sgabello? Egli ritrovò, tremolante ancora al suo
fianco, l'umile torcia delle antiche veglie; ma la luce di essa
non arrivava alle volte altissime, e solo il pilastro più
vicino sembrava a quando a quando vacillare nei battimenti
delle alette luminose...». La descrizione continua: «Ma a poco
a poco i suoi occhi si abituarono alla nuova dimora. Egli
percorse le sale innumerevoli, e si compiacque tanto di ciò che
la fiaccola rischiarava, quanto di ciò che restava nell'ombra.
Da principio egli desiderava che le porte fossero più basse, le
scale meno lunghe, le gallerie non tanto profonde che gli
sguardi vi si perdessero...». E così via: noi vediamo realmente
un uomo che prende possesso di un gran palazzo; non già il
saggio che ricerca ed ammette tutto ciò che esiste.
Altre volte il paragone diventa una specie di parabola: l'uomo
di buona fede che rientra in sè stesso dopo gli errori e le
disgrazie, è come «il padre di famiglia che, verso sera, finito
il lavoro, se ne ritorna a casa. Può darsi che i figli
piangano, che giuochino a giuochi devastatori o pericolosi, che
abbiano disordinato i mobili, rotto un bicchiere, rovesciato
una lampada; si dispererà egli perciò? Certo, sarebbe stato
preferibile che i figli fossero rimasti tranquilli, che
avessero imparato a leggere e a scrivere; ma qual padre
ragionevole, tra i più acri rimproveri, potrà trattenersi dal
sorridere voltando la testa dall'altra parte? Costui non
condanna le manifestazioni della vita un poco folli. Niente è
perduto, finchè egli tiene con sè la chiave della casa
protettrice...».
E le immagini, anche quando non si associano in tanto numero da
formare un quadro o una storia, abbondano, pullulano. «La
statua del destino proietta un'ombra enorme nella valle che
sembra così inondata dalle tenebre; ma quest'ombra ha contorni
molto netti per coloro che la guardano dai fianchi del
monte.... Coloro che non nutrono nessuna speranza generosa,
imprigionano il caso come un fanciullo sparuto; gli altri gli
dischiudono le sconfinate pianure che l'essere umano non ha
ancora la forza di percorrere, ma non lo perdono di vista....
L'essere umano sembra grande nella sua sfera, come l'ape sembra
grande nella cellula del suo favo; ma sarebbe assurdo sperare
che un fiore di più si schiuderà nei campi perchè la regina
delle api è stata eroica nell'alveare...». E ancora: «L'ape che
ha fame trova il miele nascosto nelle più profonde caverne, e
l'anima che piange disperatamente scorge la gioia che si
dissimula nella solitudine o nel silenzio più
impenetrabile...». Se le conquiste dello spirito «non si
riversano nella grandezza dell'anima, periscono miseramente
come un fiume che non ritrova il mare...». Appena la libertà
interiore dell'anima è menomata, il destino minaccia la libertà
esteriore «come una fiera s'avvicina con lento passo a una
preda lungamente aspettata». Più le illusioni cadono, «più
nobilmente e sicuramente appare la gran realtà, come il sole
che si scorge più chiaramente tra i rami spogliati della
foresta invernale».
Con altrettanta frequenza le cose astratte diventano concrete:
«L'orizzonte della disgrazia, contemplato dall'alto d'un
pensiero non più istintivo, egoista e mediocre, non differisce
sensibilmente dall'orizzonte della felicità contemplato
dall'alto d'un pensiero della stessa natura, ma d'un'altra
origine. Poco importa, del resto, che le nubi moventisi laggiù,
ai confini della pianura, siano tragiche o leggiadre: ciò che
acqueta il viaggiatore è l'esser giunto a un luogo elevato, dal
quale discopre finalmente uno spazio infinito...». E le idee si
personificano, si muovono, parlano, agiscono: «La ragione, che
è la figlia primogenita della nostra intelligenza, deve sedersi
sulla soglia della nostra vita morale, dopo aver dischiuso le
porte sotterranee dietro le quali sonnecchiano prigioniere le
forze vive.... Il destino non resta sempre in fondo alle sue
tenebre; ha bisogno, a certe ore, di vittime più pure, che
afferra scotendo nella luce le sue grandi mani gelate.... Il
sacrifizio può essere un fiore che la virtù coglie passando; ma
non per coglierlo essa si è posta in cammino.... L'anima non
può esser ferita se non dalle stesse armi che non ha ancora
gittate nel gran rogo dell'amore...».
Questa è poesia pura, non ragionamento. Il filosofo intende
bensì la necessità di essere più chiaro e di definire
esattamente le cose; ma il poeta non lo lascia, e la
definizione poetica resta oscura, ambigua, imprecisa: «La
saggezza è la luce dell'amore»; «l'amore è l'alimento della
luce», oppure «il sole incosciente dell'anima.»
In verità, noi ne sappiamo meno di prima.
II.
Accade, insomma, al Maeterlinck tutto il contrario di ciò che
abbiamo visto accadere a Sully Prudhomme: in quest'ultimo il
filosofo contraria l'artista; nel Maeterlinck l'artista
attraversa il filosofo. Vedremo ancora, strada facendo, altri
esempî dello stile troppo poetico col quale egli significa le
sue teorie; per il momento, lasciata da parte la quistione
della forma, esaminiamo quella del contenuto. Nella forma, il
Maeterlinck fa trionfare la poesia; trionferà la fede nella
sostanza?
Egli non considera, come Sully Prudhomme, tutte le facce del
problema filosofico: si restringe alla quistione morale. Sully
Prudhomme ha prima negato che l'uomo abbia diritto di giudicare
intorno alla natura e alla vita: cominciando col determinismo,
cioè con l'ammettere che tutto è disposto nell'universo secondo
una legge rigorosa, ha finito col fatalismo, cioè con
l'adagiarsi in una rassegnazione passiva, in una rinunzia
totale. Ma il giorno che ha considerato il problema morale,
quando il dolore suo e l'altrui lo hanno turbato, quando ha
sentito il bisogno di una legge di giustizia, l'ha trovata
soltanto nel cuore dell'uomo, cioè ha affermato che solo l'uomo
giudica, che egli solo ha il diritto di giudicare. Il
Maeterlinck invece nega questo diritto. «Noi abbiamo un bel
ragionare: tutta la nostra ragione non sarà altro che un
debolissimo raggio della natura, un'infima parte del tutto che
essa si arroga il diritto di giudicare; ed è possibile che un
raggio, perchè faccia il suo dovere, pensi di modificare la
lampada dalla quale emana?... È saggio pensare ed agire come se
tutto ciò che accade al genere umano fosse indispensabile». Il
dottor Pangloss diceva che tutto va per il meglio nel migliore
dei mondi possibili; il Maeterlinck afferma che, in ogni caso,
ciò che accade è la cosa migliore.
Egli non vuol essere pertanto confuso con i semplici
rassegnati: è «un fiducioso», confida nell'idea dell'universo.
Vi sono due specie di uomini: gli uni, la maggior parte, non
hanno imparato a separare il loro destino esteriore dal loro
destino morale; gli altri, i pochi, sì. I primi sono oppressi
dagli uomini e dagli avvenimenti; gli altri, quelli che hanno
una forza interiore alla quale si sottomettono non solo gli
altri uomini, ma gli stessi avvenimenti, conoscono sè stessi
non solo nel presente ma anche nell'avvenire, e sono padroni
del loro destino futuro. «L'avvenimento in sè è come l'acqua
pura che ci versa la fontana, e da solo non ha, d'ordinario, nè
sapore, nè colore, nè profumo. Esso diventa bello o triste,
dolce od amaro, mortale o ravvivatore, secondo la qualità
dell'anima che lo accoglie». Non accade agli uomini se non ciò
che essi vogliono che loro accada; non già nel senso che noi
possiamo influire molto efficacemente sul corso degli eventi
esteriori; ma perchè «abbiamo un'influenza onnipotente su ciò
che questi eventi divengono dentro di noi». Egli ci dice: «Se
voi amate, non già questo amore fa parte del vostro destino, ma
la coscienza di voi stesso, che avrete trovata in fondo
all'amor vostro, modificherà la vostra vita. Se siete stato
tradito, il tradimento non importa; importa il perdono che esso
avrà fatto nascere nella vostra anima». Tutto ciò che ci accade
è della stessa natura di noi stessi. «Se Giuda esce stasera,
andrà verso Giuda ed avrà l'occasione di tradire; ma se Socrate
apre la sua porta, troverà Socrate addormentato sulla soglia ed
avrà l'occasione di essere saggio.... Le vesti, le armi e gli
ornamenti del destino si trovano nella nostra vita interiore.
Se Socrate e Tersite perdono il loro unico figlio, la sciagura
di Socrate non sarà simile a quella di Tersite.... Pare che il
dolore e la felicità si purifichino prima di battere alla porta
del saggio, e che abbassino il capo prima di entrare in
un'anima mediocre».
Ecco perchè la filosofia del poeta non consiste, come potrebbe
parere, nella semplice rassegnazione, in una specie di
fatalismo. Non che rassegnarsi al destino, il saggio, secondo
lui, lo governa e lo domina. «Vi sono rapporti incessanti fra
l'istinto e il destino; ma quando noi sappiamo diminuire dentro
di noi la forza cieca dell'istinto, diminuiamo nello stesso
tempo intorno a noi la forza del destino. Se pure il destino ci
colma di sciagure immeritate e incredibili, se pure ci obbliga
a fare ciò che non avremmo mai fatto, dopo che la sciagura è
accaduta, dopo che l'atto è stato compito, dipende da noi che
resti senza influenza su ciò che accadrà nella nostra anima. Il
destino non può impedire, quando colpisce al cuore un uomo di
buona volontà, che la sciagura sopportata o l'errore
riconosciuto dischiudano in questo cuore una sorgente di luce.
Esso non può impedire che un'anima trasformi ciascuna delle sue
prove in pensieri, in sentimenti, in beni inviolabili. Soltanto
la nostra ignoranza e la nostra indolenza chiamano fatale ciò
che la nostra energia e la nostra intelligenza debbono chiamare
naturale ed umano».
In quali rapporti stanno la ragione e la saggezza? «La ragione
schiude le porte alla saggezza, ma la più viva saggezza non si
trova nella ragione. La saggezza è più un certo appetito
dell'animo che non un prodotto della ragione. C'è una gran
differenza tra il dire:--questa cosa è ragionevole--e il
dire:--questa cosa è saggia. Ciò che è ragionevole non è
necessariamente saggio, e ciò che è saggio non è quasi mai
ragionevole agli occhi della troppo fredda ragione». E la gran
differenza è questa: che nella ragione non c'è amore, mentre ce
n'è molto nella saggezza; anzi «la saggezza più alta non si
distingue da quel che vi è di più puro nell'amore».
Il Fénelon disse che la nostra ragione consiste nelle nostre
idee chiare; per il Maeterlinck la saggezza, il meglio della
nostra anima e del nostro carattere, si trova nelle nostre idee
che non sono ancora chiare interamente. «Se ci si lasciasse
guidare nella vita soltanto dalle idee chiare, presto si
diverrebbe degni di poco amore, di poca stima». Le ragioni per
le quali siamo buoni, giusti, generosi, sono le meno chiare di
tutte. Il Maeterlinck vuole così dire, senza dubbio, che il
sentimento è più importante che non l'intelligenza, che le
ragioni del cuore sono più gravi che non quelle della stessa
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