nella possente sinistra, la muscolatura michelangiolesca, il petto largo e gagliardo, le spalle larghe e quadrate sulle quali sta accavalcato, afferrandosi alla criniera del colosso con la destra, e reggendo con la sinistra il globo, un adorabile bambino Gesù. Allo stesso Monrealese, od alla sua scuola, si attribuiscono due altri quadri della pinacoteca Benedettina: gli Apostoli ed una Sacra Famiglia. Di altri artisti isolani non vi sono opere nel museo; vi sono invece una Deposizione di Polidoro da Caravaggio, in tutto simile a quella di Roma; un Cristo schernito che si vuole di Gherardo delle Notti, e molti buoni quadri d'ignoti autori, tra i quali un bellissimo Tobia della scuola del Ribera, una Maddalena, una S. Cecilia di scuola bolognese, una morte di Catone fiamminga, e via dicendo. [Illustrazione: MONUMENTO A VINCENZO BELLINI, DEL MONTEVERDE. (Fot. Alinari).] Fra gli artisti isolani che lavorarono per le chiese di Catania, si sa dalle storie che Jacopo Vignerio, uno dei migliori discepoli del Caldara, diede alla cattedrale le opere così descritte dal Muglielgini: «In due pilastri si ammiravano dipinti un S. Pietro e Paolo, ch'erano di tanta eccellenza, quanto se fossero stati pennelleggiati da Raffaello d'Urbino; ma eglino furono dipinti dal Vignerio antico detto per Antonomasia». Non occorre quasi avvertire che dell'opera si perdette, col terremoto, la stessa memoria; a segno che il di Marzo non la rammenta tra i quadri dell'artista. Lo storico palermitano non parla neanche d'un altro suo quadro (1541), che esiste ancora a S. Francesco e rappresenta il viaggio al Calvario. Un'altra delle poche tele importanti sfuggite al terremoto sta a S. Domenico. Il già citato Musumeci la additò primo all'attenzione degli studiosi, la descrisse, ne riconobbe l'argomento e le figure, e fece argute induzioni sull'epoca e l'autore. Il quadro comprende una parte celeste, nella quale si vedono S. Domenico ed altri santi della sua religione, in atto di ricevere dalla Madonna la corona del Rosario; ed una parte terrena, dove stanno raccolti, dopo il concordato di Bologna, Clemente VII e Carlo V, entrambi genuflessi: il Papa rivolto supplichevolmente alla Vergine, l'imperatore sul punto di essere incoronato: tutt'intorno una folla: il cardinale Farnese, più tardi Paolo IV, allora decano del Sacro Collegio, il quale unse Carlo; il cardinale Salviati che lo vestì; Francesco Sforza, duca di Milano, Alessandro de' Medici, il principe d'Orange, il Gattinara cancelliere imperiale, ed altri nobili personaggi. Come la narrazione del Giovio servì al Musumeci per ricostruire la scena, così i giudizii del Vasari e del Lanzi lo spinsero a indicare il possibile autore dell'opera. Era creduta del Correggio; ma, poichè non ha i caratteri di quell'artista, poichè dovette esser dipinta fra il 1531 e il 1537, tempo nel quale l'Allegri era in Parma, poichè l'ignoto autore dovette ritrarre dal vero in Bologna quei personaggi famosi, e poichè finalmente in Bologna visse quasi sempre dal 1506 al 1542 Innocenzo Francucci da Imola, alla cui maniera somiglia quella del dipinto catanese, il Musumeci argomenta che ad Innocenzo appunto allogassero il quadro i Domenicani catanesi Giuseppe Platamone ed Aloisio Suppa, che furono in Bologna; al primo dei quali toccò l'onore di predicare in presenza di Clemente e di Carlo, ed il secondo, distintosi a Trento, fu tanto bene accetto al papa ed al cardinale, da esser poi eletto vescovo di Girgenti. Sfuggita al terremoto, questa pregevole opera va però morendo grazie alla barbara pietà dei fedeli; la quale, come ha imposto corone di rame dorato alle Vergini ed ai Bambini del Gagini, così ha conficcato nel quadro due serti di stelle d'argento e corone votive di corallo. Uno scempio peggiore è stato consumato sopra un antico S. Michele dei Minoriti, tutto rivestito di lamine d'oro e d'argento: strazio che fa quasi preferire la sorte della Resurrezione del Pomaranci, della Circoncisione di Luca Cambiaso, del quadro del Caravaggio di S. Francesco, delle quattro tele di Raffaello Vanni della Trinità e della Badia di S. Agata, totalmente e repentinamente periti sotto le macerie del 1693. Restano ancora in buono stato alcune antiche Madonne d'ignoti autori, a S. Gaetano, all'Ogninella, a Nuovaluce, ai Crociferi; ed una serie di quadri di scuola messinese, tra i quali un martirio di S. Placido del Campolo ai Benedettini, un S. Pietro che consacra S. Berillo vescovo di Catania del Suppa alla cattedrale, una Sacra Famiglia a S. Anna, una S. Maria del Catalano a S. Maria della Lettera, una Madonna della Speranza del Guascogna ai Cappuccini. [Illustrazione: TEATRO BELLINI. (Fot. Brogi).] Fra queste tele religiose le catanesi non sono le più belle nè le più antiche. Per trovare nella storia della pittura siciliana il nome d'un catanese, bisogna scendere sino alla fine del secolo XVI e contentarsi di quel Bernardino Negro, o Niger, come latinamente firmavasi, il quale può passare per catanese, sebbene nascesse nel contado, a Biancavilla, e si qualificasse di nazione greca, perchè la sua terra natale era stata fondata un secolo innanzi da una colonia di Epiroti emigrati per sottrarsi alla persecuzione maomettana. Di questo pittore c'è una tavola, nella chiesetta del S. Carcere, che rappresenta il martirio di S. Agata: in mezzo a una gran folla di popolo, fra i truci carnefici, sotto il palazzo del Proconsole, presso l'anfiteatro, la verginella vede apprestarsi gli strumenti dello spaventoso supplizio: se fermo è l'animo suo, gli astanti hanno in volto raccapriccio e pietà, e già la divina potenza manifesta il suo sdegno scotendo dalle fondamenta la casa del magistrato iniquo. Il dipinto è considerato come il migliore di questo artista, del quale in verità non resta se non un'altra opera, il quadro di S. Giacomo nella chiesa dello stesso nome; e la composizione ne è certamente pregevole, ma più sarebbe apprezzato se l'orribile restauro non l'avesse deturpato. [Illustrazione: L'INGRESSO DELLA VILLA BELLINI. (Fot. Alinari).] E dalla fine del Cinquecento bisogna scendere alla metà del Seicento per trovare un altro pittore catanese di qualche merito: quell'abate Pietro Abbatessa, o l'Abbadessa, che studiò a Roma sotto Cristoforo Roncalli, il Pomaranci, e delle cui molteplici opere sparse nelle chiese cittadine non restano se non la decorazione a fresco dell'abside della Badia di S. Giuliano ed una Vergine col Bambino fra un gruppo di santi nel Duomo, che il solito Accademico Infecondo definisce «uno stupore colorato». Il quadro ha buone qualità di concetto e di tecnica, e belle attitudini dimostrano anche le altre opere di pittori catanesi del Settecento: le tele di Francesco Gramignani rappresentanti la visione di S. Vincenzo de' Paoli (1778) nella chiesa della Collegiata; lo Sposalizio di Maria e Giuseppe a S. Francesco; quelle di Giuseppe Guarnaccia, che da Roma, dove studiò, mandò in patria i due S. Franceschi di Paola e d'Assisi; e principalmente quelle di Olivio Sozzi, nato nel 1690, morto nel 1765, dopo aver prodotto alla scuola del Conca un gran numero di opere: i larghi freschi della cupola dei Gesuiti, la decorazione della maggior sala della Biblioteca universitaria--ultimamente distrutta per dar luogo a un nuovo ordine di palchetti--, il S. Giovanni Battista della Trinità, il ritratto di Pietro Lauria nella chiesa dell'Aiuto, la S. Apollonia della Collegiata, il non compiuto S. Elia del Carmine, e via dicendo. [Illustrazione: MONUMENTO A GIOVANNI PACINI, DEL DUPRÉ. (Fot. Martinez).] Pochi nomi, come si vede, e scarsa fama, non solo fuori di patria, ma fra gli stessi concittadini. Nella storia delle arti del disegno, ed anche in quella delle lettere e delle scienze, Catania tenne, durante l'età più vicina alla nostra, un posto troppo mediocre. Neanche nella restante Sicilia la nativa vivacità dell'ingegno isolano potè, per colpa della secolare oppressione spagnuola e borbonica, esser fecondata. Le stesse ricchezze naturali della terra non poterono fruttificare. Catania, che era una cittaduzza di quattordici mila abitanti nel 1501, mise tre secoli a crescere fino a cinquantamila; ma in questi ultimi sessanta anni, con uno slancio paragonabile solo a quello di Milano, ha più che triplicato la sua popolazione. Il porto, aspirazione quattro volte centenaria dei Catanesi, sei volte iniziato e sei volte inghiottito dal mare, ha potuto esser compiuto sullo scorcio del secolo scorso ed è divenuto uno dei primi del regno. La città s'avvia ad arricchirsi ancora, a crescere sempre più, coi commerci e le industrie. Tanta prosperità le viene, o per dir meglio le ritorna, dalla situazione singolarissima, nel bel mezzo della costa orientale dell'isola--la più fertile, la più ridente--allo sbocco dell'immensa ubertosa pianura, della -Piana- per antonomasia, che dal mare si stende per cento chilometri dentro terra, fino alle montagne zolfifere; e principalmente dalla vicinanza del feroce ma feracissimo Etna. L'iscrizione posta, a nome di Carlo II, dal vicerè duca d'Albuquerque dentro la cappella di S. Agata in Duomo, non mente: «-Clarius iam inde colluces, urbs clarissima, unde celeberrimi nominis lumen extinctum tremebunda lugebas-»: la città rifulge per quella stessa cagione dalla quale dipesero le sue sciagure, per il gran vulcano che fu il suo nemico, che è ancora la sua gran minaccia, ma che è intanto e sempre fonte della sua ricchezza e della sua rinomanza. La pietà del vicerè attribuiva ai miracoli della santa protettrice la fama di Catania nel mondo; ma egli appendeva una lampada d'argento dinanzi al sepolcro della martire «oltre le perpetue lampade di fuoco e di fiamme dell'Etna: -praeter perpetuas Aetnae lampades ignis atque flammarum-». Così, due mila e più anni prima, il fuoco sacro ardeva nel tempio di Vulcano, alle falde della sua fucina. E l'Etna è la nota dominante, il motivo fondamentale, così nelle storie della città come nei quadri che la rappresentano. In nessun punto del suo enorme perimetro di centocinquanta chilometri la montagna ha un profilo così puro, da fumante piramide, come da Catania. E come di Catania, essa forma la prosperità di un gran numero di altre minori città e borghi e castelli e casali disseminati alle sue falde. L'ottimo Comeindo Muglielgini ebbe dunque un bell'ammonire: «: O' se l'Uomo considerasse, che quella casa, ch'egli stima suo paradiso in terra, alle scosse inclementi d'un Tremuoto può subito in un baleno mutarsi in un inferno d'orrori; che quella Galleria ov'egli à lascivie di senso si sollazza, puol divenire una Nitria di sfrantumati macigni. Reflessione in vero da fare istupidire l'istesso spavento; e pensiero da far mutare pensiere a tutti quei ch'albergano tra le Città, col far ch'eglino da Cittadini, si trasformassero in villarecci. E dove sei ò bellissima età dell'oro, che per essere senza ricchezze, non avevi prezzo nelle tue felicità. Che se non fosse poi venuto questo secolo di ferro, l'ambizione Umana, non averebbe fabricati cotanti ordegni fabrili, per edificar le Città; che divengono poscia tomba degli abitanti...». L'umana attività non bada ai remoti pericoli, e fa invece suo pro di qualunque prossimo vantaggio. Se l'Accademico Infecondo potesse rivivere, riconoscerebbe che la sua predica fu veramente sterile; e forse, e senza forse, dovendo descrivere la Catania risorta, ricomincerebbe ad accozzare metafore, nel suo stile ispano-siculo, per sublimarne ogni più piccola gloria. Una, tuttavia, è tanto grande, che nessun elogio si può dire esagerato: Vincenzo Bellini. Se la città non ha dato illustri cultori delle arti figurative, è suo vanto esser patria di egregi musicisti, come Giovanni Pacini, Pietro Antonio Coppola, ed altri parecchi, fra i quali risplende il gentilissimo Cigno, alla cui memoria essa ha meritamente dedicato ciò che ora ha di più attraente: il grazioso giardino pubblico, il monumento scolpito da Giulio Monteverde, e il teatro dello Scala e del Sada echeggiante di melodie immortali. [Illustrazione: GIARDINO BELLINI--PIAZZALE. (Fot. Gentile).] [Illustrazione: GIARDINO BELLINI--CHIOSCO DEI CONCERTI. (Fot. Grita).] Nota del Trascrittore Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Nell'illustrazione a pag. 51 (Monete di Katana) è stata inserita una legenda numerata per maggiore chiarezza. , , 1 , , 2 , 3 , . , 4 , 5 : . 6 7 ; 8 , ; 9 , 10 ' , 11 , , . , 12 , . 13 14 [ : , . 15 ( . ) . ] 16 17 , 18 , 19 , : 20 « . , ' 21 , 22 ' ; 23 » . ' , 24 , ; 25 ' . 26 ' ( ) , . 27 . ' 28 . . 29 ' , , 30 ' , ' ' . 31 , . 32 , 33 ; , , 34 , , : 35 , ' 36 : ' : , 37 , , ; 38 ; , , 39 ' , ' , 40 , . 41 , 42 ' . 43 ; , ' , 44 , 45 ' , ' 46 , 47 , 48 , 49 50 , ; 51 ' , 52 , , 53 , . 54 , 55 ; , 56 , 57 ' . 58 . , 59 ' ' : 60 , 61 , . , 62 . , 63 . 64 ' , . 65 , ' , , ; 66 , . 67 , . . 68 , . , . 69 . , 70 . 71 72 [ : . ( . ) . ] 73 74 75 . ' 76 , 77 , , , 78 , , , 79 , 80 81 . ' 82 , . , 83 . : , , 84 , ' , 85 : ' 86 , , 87 88 . 89 , ' , 90 . ; 91 , ' 92 ' . 93 94 [ : ' . 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