provenienti probabilmente dalle decorazioni dell'Odeo, il bel fregio del cornicione e le colonne composite, nei piedistalli delle quali si vedono scolpiti a mezzo rilievo gruppi di Tritoni e Nereidi di squisito lavoro, e graziosi Ippocampi nello zoccolo; solo l'architrave e gli stipiti sarebbero moderni. Oltre che per la differenza del tratto, il Musumeci giudica antichi i pezzi dianzi mentovati anche perchè hanno un carattere mitologico poco adatto alla destinazione sacra della porta; ma l'Hittorf, architetto del re Carlo X venuto a studiare i monumenti siciliani, nega l'antichità di questi ornamenti, e con lui la nega il di Marzo, rammentando che il classicismo del Cinquecento ricorse liberamente a soggetti pagani nella ornamentazione di opere cristiane. Ad ogni modo, sia tutta cinquecentesca la porta in quistione, o sia composta di frammenti antichi e di pezzi moderni, sopra un punto non può cader dubbio: sull'artefice che la eseguì, tutta o parte. La somiglianza fra gli ornati a risalto e delle mensole di questa porta esterna con quelli della porta interna per la quale si penetra nella cappella del Crocefisso, eretta quattordici anni prima, nel 1563, attesta che uno solo fu lo scultore delle due opere. Ora, se anche questa porta interna fu indebitamente attribuita al Gagini, il Musumeci dimostrò, coi documenti trovati nell'archivio della chiesa, che fu eseguita da Gian Domenico Mazzola; e il di Marzo, confermando il fatto, corregge soltanto la desinenza del nome e la patria dell'artefice: il Mazzolo o Masolo--e non Mazzola--figlio di un Battista da Carrara, non fu «Scarpellino catanese»: nacque invece anch'egli a Carrara e dimorò in Messina donde venne in Catania procuratore del padre a riscuoterne i crediti, ed a lavorare questa porta, la quale è giudicata fra le migliori sue opere, fra le più delicate e perfette. Ancora e sempre del Gagini è stato creduto il piccolo lavacro di marmo della sacrestia: attribuzioni che dimostrano come da quell'artista geniale o dalla sua scuola uscisse quanto di buono possiede la Sicilia in fatto di scultura. Di forma rettangolare e simile ad un sarcofago, questo lavacro ha una decorazione a mezzo rilievo di puttini, cornucopie ed altri motivi ornamentali. Che sia leggiadra, basta aver occhi per accertarlo; a chi veramente appartenga non si può dire; e del resto Catania ha, per buona sorte, opere non dubbie del Gagini, delle quali sarà tenuto parola più tardi. Per ora, restando nella cattedrale, anzi nella stessa sacrestia, il grande affresco del Mignemi merita una breve menzione, non già perchè abbia valor d'arte, ma per la scena storica, grandiosa e terribile, che rappresenta: la spaventosa eruzione del 1669, la più formidabile dei tempi moderni. In fondo al quadro l'Etna solleva la gigantesca sua mole; nel secondo piano, ai fianchi del monte, si erge il nuovo cratere dei Monti Rossi, dal quale un fiume di fuoco scende per le più basse pendici fino alla città, ne investe e scavalca le muraglie occidentali, ne invade ed incendia i sottoposti quartieri, ne circuisce e diminuisce il castello, per gettarsi finalmente in mare, restringendo il porto dal quale escono a forza di vele e di remi le navi cariche di atterriti fuggiaschi. Tornando dalla sacrestia nella chiesa, le absidi che rivelano dalla parte esterna l'antica ossatura normanna, attraggono anche all'interno l'attenzione, non tanto per la decorazione a fresco, eseguita dal romano Corradino nel 1628, quanto per i sarcofaghi regali murati in quella del centro. Il meridionale contiene le ceneri di sette personaggi augusti: Federico II d'Aragona, re di Sicilia; suo figlio Giovanni, Lodovico, Federico IV, Martino, Maria ed il figliuoletto di lei Federico; nel sarcofago della parete settentrionale dorme l'eterno sonno, tutta sola, Costanza, la figlia del quarto Martino aragonese. Ma, come disse l'epigrafe di Mario Rapisardi quando fu restituita da Parigi alla natale Catania la salma di Vincenzo Bellini, «questa basilica in cui dormono dimenticate le ossa di tanti re, diverrà da questo giorno famosa per la tomba di Vincenzo Bellini». La quale è posta sotto il secondo pilastro di destra, ed è ornata di un piccolo monumento del fiorentino Tassara. [Illustrazione: DUOMO--SEPOLCRO DI VINCENZO BELLINI. (Fot. Gentile).] Il maggior Catanese dei tempi moderni, il cantore della -Norma-, della -Sonnambula- e dei -Puritani-, era degno, per la soavità dell'anima sua e per l'universalità della sua gloria, di riposare accanto alla più gloriosa e soave sua concittadina dei tempi andati, Sant'Agata. La salma del musicista, morto a Parigi nel 1837, restò sepolta al -Père Lachaise- per circa quarant'anni, fino al 1876, quando ne fu tratta e trasportata in Sicilia e deposta nella terra natale; la martire suppliziata in vita come già si è narrato, non fu risparmiata neppure dopo morte, e la sua salma fece più lunghi e travagliosi viaggi, come narrano i bassorilievi del Coro della sua chiesa. Nella prima metà dei trentacinque scomparti che lo compongono è sceneggiata la vita ed il supplizio della vergine, la seconda illustra la storia della sua spoglia terrena: il trasporto a Costantinopoli ordinato nel 1040 dal generale bizantino Giorgio Maniace e compito a dispetto della tempesta scatenatasi il giorno della partenza; l'apparizione in sogno della santa, una notte dell'aprile 1126, al francese Gisliberto o Giliberto, comandante delle guardie dell'imperatore Giovanni Comneno, per manifestargli la volontà di essere restituita alla patria; l'accordo del soldato francese col compagno calabrese Goscelmo o Goselino; le loro titubanze e i loro nuovi sogni più chiari; la discesa da entrambi operata in S. Sofia, durante la notte del 20 maggio; lo scoprimento del sarcofago e il trafugamento della salma ridotta a pezzi e nascosta nelle faretre per eludere la vigilanza delle guardie alle porte; il successivo imbarco, l'approdo e l'indugio a Smirne ed a Corinto; il nuovo sogno e la nuova apparizione di Agata dolente della loro lentezza; l'arrivo in terra italiana a Taranto e la perdita, nel trarre dalle faretre e nel ricomporvi le reliquie, di una mammella; il miracolo del latte che questa diede a una bimbolina che la ritrovò e la portò alle labbra; l'ultimo sbarco finalmente a Messina; l'incontro col vescovo Maurizio al castello di Aci e il trionfale ingresso in Catania, il 17 agosto. Opera della fine del Cinquecento, eseguita per conto del vescovo Corionero e del suo successore Rebida, queste sculture del Coro furono scoperte... da Alessandro Dumas, nel 1835. La -Speronare-, come tanti altri libri di viaggio del romanziere di -Montecristo-, è uno dei più curiosi libri che si possano leggere: formicolante di errori, zeppo di fiabe da far dormire in piedi, rivela nondimeno il nativo senso artistico dello straordinario scrittore. Così, dei bassorilievi del Coro catanese egli ha ragione di dire che «nessuno vi fa attenzione, nessun libro ne parla, nessun cicerone pensa a mostrarli, mentre sono una delle cose più notevoli di quella chiesa». Certo, come osserva il di Marzo, la forma non ne è esente da qualche libertà, e l'esecuzione ne è qua e là trascurata, ma nell'insieme riescono -charmans de naïveté-, come dice il Dumas; il quale però, passando a descriverli, inciampa negli svarioni. Il lavoro della fine del Cinquecento è attribuito al secolo precedente; il proconsole Quinziano diventa Quintiliano, Goselino e Giliberto si riducono ad un solo, Guiberto; nè il romanziere si cura di ricercare se proprio tutti i libri tacciono di questi bassorilievi, se l'autore ne è addirittura ignoto. Poca fatica sarebbe occorsa a conoscerne il nome: bastava cercarlo nelle -Osservazioni sulla storia di Catania- del Cordaro, dove, con lo stile tutto suo, questo scrittore mette in evidenza il pregio del lavoro. «Il vescovo Corionero che la chiesa catanese governò dal 1589 al 1595, i sedili di legno allestì nel coro della cattedrale ove è il martirio di S. Agata inciso, lavoro del napolitano Scipione Guido»--più precisamente, di Guido:--«a quale opera tuttora dagli stranieri per la sua perfezione si ammira». [Illustrazione: DUOMO--IL CORO. (Fot. Grita).] [Illustrazione: DUOMO--IL BUSTO DI SANT'AGATA.] [Illustrazione: DUOMO--SCRIGNO DELLE RELIQUIE DI SANT'AGATA. (Fot. Castorina).] [Illustrazione: TESORO DEL DUOMO--TECA DEL BRACCIO DI S. GIORGIO.] Dal momento che il corpo della loro celeste Patrona tornò così tagliuzzato presso di loro, i Catanesi ripresero a venerare con più fervore che mai quelle membra recise, e nel secolo XIV provvidero a serbarle in degne custodie. Il busto fu chiuso in un busto d'argento dorato, con la faccia e le mani di smalto, sorretto da un basamento ottagonale e fiancheggiato da due angioletti: la destra regge la croce accompagnata da gigli, nella sinistra è l'Epigrafe angelica. La base, che poggia sopra otto foglie rovesciate, di tipo gotico, è ricca di scorniciature e riquadri e tutta adorna di smalti, tra i quali due stemmi d'Aragona, quello di Catania ed altri di dubbia attribuzione, nonchè scene del martirio, figure di S. Agata e di S. Caterina d'Alessandria, e quelle dei due vescovi catanesi, Marziale e il suo successore Elia, entrambi francesi, anzi limosini, come è detto nell'iscrizione che gira attorno alla base: VIRGINIS ISTUD OPUS AGATHAE SUB NOMINE COEPTUM MARTIALIS FUERAT QUO TEMPORE PRAESUL IN URBE CATANIAE, CUI PASTOR SUCCESSIT HELIAS; AMBOS LEMOVICUM CLARE PRODUXERAT ARDOR. Fin qui i lettori dell'iscrizione sono concordi; la discordia incomincia per i quattro versi seguenti: ARTIFICIS MANUS HOC (HAEC, HANC) FABRICAVIT MARTE (ARTE) JOANNES BARTOLUS ET GENITOR, CELEBRIS CUI PATRIA CEVE (LEVE) MILLE TER ET CENTUM POST PARTUM VIRGINIS ALMAE ET DECIES SEPTEM SEXTOQ. FLUENTIBUS ANNIS. [Illustrazione: TESORO DEL DUOMO--BASE DELLA TECA DEL BRACCIO DI S. GIORGIO.] [Illustrazione: S. FRANCESCO--PORTA DELLA CUSTODIA.] [Illustrazione: S. FRANCESCO--PARTICOLARE DELLA PORTA DELLA CUSTODIA.] [Illustrazione: TESORO DEL DUOMO--CALICI.] La data, sulla quale non cade dubbio, dice chiaramente che l'opera fu fatta durante il soggiorno della Corte papale ad Avignone, dove il vescovo catanese Marziale si era recato presso Gregorio XI ad annunziargli l'assunzione di Federico III al trono di Sicilia, e dove morì, affidando la diocesi ed il compimento del reliquario al suo connazionale e successore Elia. Ma chi furono gli artefici della statua? Eugenio Müntz, poichè i lettori dell'iscrizione non sono d'accordo, leggendo alcuni -cui patria Ceve-, altri -cui patria leve-, addottò una terza interpretazione: -cui patria Senam-, identificando l'autore del busto catanese con Giovanni di Bartolo, senese, orafo per l'appunto alla Corte pontificia in Avignone, ed autore dell'altro celebre reliquario racchiudente le teste dei santi Pietro e Paolo. Se non che, c'è una difficoltà. L'iscrizione non riesce bene decifrabile perchè il busto è tutto ricoperto di -ex-voto- offerti dalla pietà dei fedeli--tra i quali la corona regale che si dice esser dono di Riccardo Cuor di Leone al suo passaggio da Catania durante la crociata del 1191, la collana d'oro del vicerè de Acuña, varie insegne del Toson d'oro e dell'Ordine d'Alcantara, parecchie mammelle d'oro e d'argento, due delle quali portano incise le armi dei re di Spagna, e molti anelli pastorali e croci vescovili, tra le quali quella di Leone XIII, e un gran numero di minutaglie d'oro, d'argento, di corallo, d'ambra, e finanche orologi da tasca;--ma lo Sciuto Patti, dopo avere esaminato da vicino il reliquario, escluse assolutamente che si possa leggere -cui patria Senam-: l'iscrizione dice chiarissimamente -cui patria Ceve-: non regge quindi l'interpretazione del Müntz, il quale aveva eccitato molto entusiasmo, lasciando credere che fra i tesori artistici italiani si trovasse un'altr'opera uscita dalle miracolose mani del Bartoli. E lo Sciuto Patti lo nega per altre ragioni che sarebbe troppo lungo riferire; se non che, escluso il Giovanni di Bartolo, resta ancora da vedere chi furono gli artefici nominati nell'iscrizione: -Johannes Bartolus et genitor-. Ed è strano come il nostro critico abbia avuto sotto gli occhi l'identificazione e non l'abbia compita. Glielo impedì l'aver voluto, contrariamente alle concordi affermazioni dei cronisti, distinguere gli autori del Busto da coloro che eseguirono lo -Scrigno- dove si custodiscono, in sette teche d'argento dorato e cesellalo di ottimo lavoro, le altre sparse membra della martire. Questo -Scrigno- è una cassa a base rettangolare, con gli angoli tagliati e il coperchio a spigolo, rivestita internamente di velluto trinato d'oro ed all'esterno di lamine doppie d'argento vermicolato con figurine di santi a rilievo ed a cesello negli scomparti architettonici di stile gotico -fiammeggiante-: una fervida fantasia vi ha profuso i motivi ornamentali. Ora lo Sciuto Patti, leggendo negli -Emailleurs limousins- di Maurizio Ardant, che Giovanni e Bartolomeo Vitale «andarono a Catania in Sicilia per ornare di smalti il reliquario di S. Rosalia», e che il padre di Bartolomeo, Bernardo, «vi sarebbe stato anteriormente a cominciare il lavoro», riconosce che questi Vitali, chiamati nell'isola, eseguirono lo Scrigno: opinione non contrastata dal facile errore nel quale cadde e--trattandosi di uno scrittore francese che si occupa di cose italiane--doveva cadere l'Ardant; dallo scambio, cioè, di S. Rosalia, patrona di Palermo, con la protettrice celeste della minore Catania. Ma, riconosciuti così in Giovanni, Bartolomeo e Bernardo Vitale gli autori dello Scrigno, e negato che i nominati -Johannes Bartolus et genitor- del Busto fossero Giovanni di Bartolo da Siena e il padre suo, era ed è molto semplice e quasi necessario identificarli con Giovanni, Bartolomeo--o Bartolo che è tutt'uno--e Bernardo, padre, «-genitor-», per l'appunto, di Bartolomeo: tutti della famiglia Vitale, venuti da Limoges a Catania per attendere a questi lavori sacri. Intento a dimostrare, contrariamente alle concordi affermazioni di tutti i cronisti, che Busto e Scrigno non sono della stessa mano nè dello stesso tempo, lo Sciuto Patti non fece questa identificazione tanto naturale; alla quale non si oppongono gli argomenti da lui addotti per distinguer gli autori dello Scrigno da quelli del Busto. Se è vero, infatti, che esisteva in Catania un -Opus Scrinei-, una istituzione destinata a raccogliere fondi per la costruzione dello Scrigno, forse che bisogna perciò escludere come ordinatore del lavoro il vescovo Marziale e il suo successore Elia? Che cosa impedisce di ammettere che questi prelati, come ordinarono il Busto, così--coi denari dell'opera dello Scrigno--ordinassero quest'ultimo? Non è anzi naturale che commettessero insieme i due lavori--ed agli stessi artisti? Se dall'esame dello stile risultasse che le due manifatture appartengono a tempi molto distanti, certo la supposizione cadrebbe; ma lo stesso Sciuto Patti afferma che lo Scrigno mostra di essere «di alquanti anni posteriore» al Busto; anni tanto pochi, da far ammettere una «quasi contemporaneità», con la quale, appunto, egli spiega l'origine dell'opinione che vuole lo Scrigno eseguito, come il Busto, per commissione ed al tempo dei vescovi Marziale ed Elia. Di Bartolomeo Vitale è provata l'esistenza fino al 1401: se, dunque, la cassa «mostra chiaro di appartenere, al più tardi, agli ultimi anni del secolo XIV, ma più probabilmente ancora ai primi del XV», le date concordano. Il fatto che in questa cassa non c'è iscrizione o segno che accenni minimamente alla data del lavoro nè a coloro che lo ordinarono e l'eseguirono, conferma precisamente che esso nacque ad un tempo con la statua: inscritte nella base di questa tutte le indicazioni desiderabili in quei bruttissimi distici, gli artefici dovettero giudicare superfluo ripeterle in quella: se, invece, lo Scrigno fosse uscito da altre mani in altro tempo, il nuovo orafo avrebbe rivelato l'esser suo. E se, finalmente, mancando qualunque iscrizione nello Scrigno, lo Sciuto Patti vi ha trovato lo stemma di Catania e quello di casa Paternò, ciò vorrà dire che questa famiglia concorse all'opera, e che il lavoro fu eseguito in Catania: tutte cose che non escludono l'identificazione dei -Johannes Bartolus et genitor- sottoscritti nel Busto coi Giovanni, Bartolomeo e Bernardo Vitale esecutori dello Scrigno. Una sola parte del quale--per esaurire l'argomento--è senza dubbio, come dimostra lo Sciuto Patti, di altra mano: il coperchio, dove si legge la data del -1579-; lavoro molto probabilmente di quel Paolo Guarna, catanese, a cui si debbono il bel reliquario del braccio di S. Giorgio serbato nel tesoro del Duomo e la stupenda porta del Tabernacolo nell'altar maggiore di S. Francesco. [Illustrazione: IL FERCULO DI SANT'AGATA. (Fot. Castorina).] [Illustrazione: TESORO DEL DUOMO--BUSTO DI S. CATALDO.] [Illustrazione: DUOMO--CAPPELLA DI S. AGATA--MAUSOLEO DEL VICERÈ DE ACUÑA.] [Illustrazione: DUOMO--CAPPELLA DI S. AGATA: PARTICOLARE DEL MAUSOLEO DEL VICERÈ DE ACUÑA.] [Illustrazione: DUOMO--CAPPELLA DI S. AGATA: PORTA DEL SACELLO.] [Illustrazione: DUOMO--CAPPELLA DI S. AGATA: DECORAZIONE SOVRASTANTE ALL'ALTARE.] Compiuto lo Scrigno, e continuando le oblazioni all'Opera appositamente istituita, si pensò, nella seconda metà del Cinquecento, di costruire una sontuosa macchina per trarvi, nella solenne processione annuale, le reliquie della Santa. Questa -Bara-, come è volgarmente chiamata, o Ferculo, ha la forma d'un tempietto, con un basamento dal quale s'innalzano sei colonne sorreggenti la vôlta o cupola: l'ossatura di legno ha un rivestimento di lamine d'argento in parte dorate; quelle della vôlta sono congegnate a scaglie o squame. Attorno allo zoccolo, in altrettante riquadrature, sono scolpiti a mezzo rilievo, da mano egregia, le scene del martirio e della traslazione; dagli orli inferiori della cornice pendono encarpi o festoni e lampade d'argento; sull'orlo superiore stavano infisse dodici statuette d'argento massiccio rappresentanti i dodici apostoli, ma una combriccola di ladri le portarono via, spogliando anche di molta parte dell'antico prezioso rivestimento la tre volte centenaria macchina, che la pietà dei fedeli volle poi restaurata. All'opera, compita in diverse età, contribuirono parecchi artefici, e primo di tutti, fra il 1540 e il 1550, essendo vescovo un Caracciolo, Antonio Arcifer o Archifel, figlio di Vincenzo, entrambi rinomati orafi catanesi; del quale Antonio sarebbero anche, secondo lo Sciuto Patti, i rocchi o terzi inferiori delle colonne, le specchiature a cesello che stanno fra i riquadri del martirio, e le graziose cariatidi di rame dorato che ornano lo stilobate. Mezzo secolo dopo, nel 1592, furono aggiunte le statuette a spese del vescovo Corionero, per opera d'un artefice di cui s'ignora il nome; più tardi ancora, intorno al 1638, la decorazione fu compiuta da Paolo Aversa, o meglio d'Aversa--cioè aversano, e non già catanese, secondo la correzione proposta dal di Marzo, il quale però attribuisce tutto il ferculo a questo artefice, facendolo lavorare al tempo del Caracciolo, quando invece gli sarebbe posteriore di più che un secolo. [Illustrazione: SANT'AGATA ALLA FORNACE. (Fot. Martinez).] [Illustrazione: IL MONTE DI PIETÀ DI S. AGATA. (Fot. Martinez).] [Illustrazione: FESTA DI S. AGATA--CANDELORA. (Fot. Ursino).] E da secoli, ogni anno, ricorrendo la festa della Santa, il ferculo è tratto in processione. Questa festa è uno degli spettacoli catanesi più singolari: chi ha letto -La coda del diavolo- di Giovanni Verga rammenterà ciò che ne dice il maestro novelliere: «A Catania la quaresima vien senza carnevale; ma c'è in compenso la festa di S. Agata, gran veglione di cui tutta la città è il teatro». Il giorno 3 febbraio tutto il clero regolare e secolare, tutte le confraternite e congreghe pie--un tempo anche tutte le autorità municipali e governative--muovono dalla chiesa della -Calcarella-, dove i fedeli venerano la fornace dalla quale la martire uscì illesa, fino alla cattedrale, recando processionalmente l'offerta dei ceri. In coda al corteo, vistoso per le variopinte tonache e cotte dei seminaristi, dei preti, dei frati, dei canonici, dei vescovi, dei caudatarii, vengono le -candelore-, forse così chiamate dalla festa della Candelora celebratasi il giorno prima: pesanti macchine scolpite e dorate, colossali candelabri infiorati ed imbandierati, dove sono confitti gli enormi ceri offerti dalle varie corporazioni operaie. La sera di quello stesso giorno, schiere di devoti accompagnate da altrettante musiche scendono dai varii quartieri della città in piazza del Duomo; dove, dopo un'orgia di fuochi artificiali, cantano le laudi della Santa, e donde muovono poi a ripetere i cantici dinanzi alle case dei più ragguardevoli cittadini. Il domani all'alba, si schiude la cappella della Santa, disposta nell'abside minore di destra, che è uno dei cantucci della chiesa dove l'amante di cose d'arte trova da fermarsi più a lungo. La macchina centrale eretta sull'altare, rappresentante la vergine catanese incoronata dai Ss. Pietro e Paolo; la porta del sacello scavato nel muro di sinistra, adorna di colonnine sostenute da arpie ed a loro volta sostenenti una decorazione nel mezzo della quale è ripetuta la figura della Santa ritta sull'elefante; e nel lato destro il monumento sepolcrale di don Ferrante de Acuña, vicerè di Sicilia, sono le sole sculture della fine del Quattrocento che restino in Catania: opere di squisita fattura, segnatamente le teorie d'angeli che si svolgono nel fregio della macchina centrale. Dalla porta del sacello, chiusa da una doppia cancellata, i dignitari ecclesiastici penetrano nel ricettacolo, dove sono dipinte a fresco le figure di Giliberto e Goselino, e nella cui più recondita nicchia si custodiscono il Busto e lo Scrigno: questi sono tratti fuori, e dopo una breve esposizione sull'altare maggiore, sono disposti nel ferculo che aspetta alla porta della chiesa: allora al grave suono del campanone, fuso e rifuso cinque volte dal 1388 al 1614, e pesante più di mille chilogrammi, una folla di devoti insaccati in grandi tuniche bianche e col capo coperto da un berretto di velluto nero, trascina la Bara preceduta dalle -candelore- per la cerchia delle antiche mura, troppo poca parte delle quali è ancora visibile qua e là, alla Marina, al Santo Carcere e in via del Plebiscito. Il giorno dopo, 5 febbraio, che è il giorno propriamente consacrato dal calendario romano a S. Agata, la stessa processione è ripetuta per le vie interne; in questa occasione le signore catanesi di tempi non troppo remoti--poichè ne serbano memoria anche i non troppo vecchi--esercitavano quel diritto di -'ntuppatedda-, o imbacuccata, sul quale il Verga impostò la già citata sua novella: tutte chiuse in grandi manti neri, con la testa anch'essa coperta, col viso nascosto, e lasciando vedere, per vederci, un occhio solo, esse andavano attorno e fermavano i loro parenti od amici, o i semplici conoscenti ai quali volevano giocare qualche tiro; perchè i cavalieri che le imbacuccate onoravano della loro scelta avevano il dovere di accompagnarle dovunque e finchè ad esse piacesse, e di soddisfare i loro capricci nei negozii, nelle botteghe dei confettieri e dei gioiellieri, senza poter sollevare un lembo del manto, senza poterle seguire quando si vedevano lasciati in asso, senz'altro mezzo di riconoscerle fuorchè quello di rivolger loro domande più o meno suggestive, alle quali esse rispondevano, come al veglione, con voce alterata, o non rispondevano affatto: singolare usanza, che dovette dar luogo a chi sa quante commedie e forse anche drammi, e degna di ispirare, prima che tramontasse, la bellissima novella di uno dei suoi ultimi testimoni. [Illustrazione: FESTA DI S. AGATA--LA «BARA» IN PROCESSIONE. (Fot. Martinez).] [Illustrazione: PROCESSIONE DI S. AGATA. (Fot. Martinez).] IV. Oltre quelle parti del Duomo e degli altri edifizii sacri delle quali si è già ragionato, solo due architetture profane dei tempi di mezzo hanno resistito alle offese della natura e degli uomini. Prima che i Lerida e la regina Bianca fondassero sulle rovine del tempio di Basco la Badia di San Placido, i Platamoni, nobilissima famiglia catanese oggi spenta, vi eressero nel XIV secolo le loro case: ne avanza un terrazzo, nel giardino della Badia, decorato esternamente con fasce a zig-zag (-chevron-), alternate di pietra vulcanica nera e di pietra calcare bianca. Nel centro, dentro una cornice a fogliami, campeggia lo stemma dei Platamoni, e sotto ricorrono quattordici piccole ogive sorrette da altrettante mensole e sotto-mensole: ogni ogiva racchiude graziose sculture a mezzo rilievo, rappresentanti fiori, frutta, conchiglie e teste umane. [Illustrazione: BADIA DI SAN PLACIDO--TERRAZZO DI CASA PLATAMONE.] [Illustrazione: CASTELLO URSINO. (Fot. Gentile).] Il cimelio è interessante; ma senza paragone più notevole è un edifizio rimasto interamente in piedi: quel castello Ursino che Federico II fece erigere da Riccardo da Lentini, architetto militare, contro la città. La vecchia rocca è ancora in piedi, ma quanto mutata dai tempi della sua potenza! La piccola Catania del medio evo ebbe anch'essa qualche giorno di gloria, quando la Corte angioina e l'aragonese vi si fermarono e quando vi si raccolsero i parlamenti siciliani: il castello fu appunto sede dei parlamenti e dei re. Allora esso avanzava in importanza lo stesso palazzo reale di Palermo; perchè, se il soldo dei due governatori era eguale, di trenta onze annue, mentre tutti gli altri della rimanente Sicilia ne riscuotevano soltanto dodici, diciotto o tutt'al più ventiquattro, i servienti o gente d'arme della reggia palermitana erano diciotto, quando il mastio catanese ne contava non meno di trenta. Tanta ne era l'importanza, che i vicerè di Sicilia non ebbero dai re di Spagna la facoltà di nominarne il comandante: il re personalmente provvedeva. Altro singolare privilegio era quello di innalzare due bandiere sulle due torri della fronte settentrionale, una per la val di Noto e l'altra per la val di Démone. Di queste due torri, quella a destra era chiamata appunto della -Bandiera-, la seconda del -Martorio-, perchè vi si dava la tortura; le altre due meridionali si chiamavano una della -Sala- perchè contigua alla gran sala dei -Paramenti- e l'altra del -Magazzino-, come adiacente al deposito dei congegni guerreschi. Per una scala cordonata si saliva ai quartieri del piano superiore: dalla porta -Falsa- si usciva direttamente al mare, che prima dell'eruzione del 1669 batteva il fianco orientale della fortezza. Già gagliarda e reputata addirittura inespugnabile sin dalla fondazione, essa fu ingrandita da Federico d'Aragona di due battifolli, che più tardi, dopo le ricostruzioni del 1554, furono detti di S. Croce e di S. Giorgio: a S. Giorgio era dedicata la cappella costruita sotto la sala dei Paramenti e solennemente consacrata il 22 dicembre 1391 dall'arcivescovo di Monreale, alla presenza dei vescovi di Catania e di Nicastro. E di quante drammatiche e tragiche vicende furono spettatrici le vecchie mura! Quanti vagiti di regali infanti e quanti gemiti di non meno coronati agonizzanti esse raccolsero! E quante torture di prigionieri e quanti supplizii nella prossima riva del mare, particolarmente ai sanguinosi giorni del Vespro! Qui pose la sua sede Giacomo d'Aragona, il re che «-ascutava tutti e si assittava 'ntra lu curtugghiu di lu casteddu e dava udienza a tutti e facìa la giustizia-». Qui si svolsero quei romanzi di cappa e spada che furono le vite della regina Maria, figliuola di Federico III aragonese, e di Bianca di Navarra, vedova del re Martino: romanzi pieni di innamoramenti, di gelosie, di fughe, di ratti, di congiure, di sollevazioni.... Finita l'indipendenza siciliana, ridotta l'isola ad una provincia spagnuola, la gloria del castello andò rapidamente scemando; poi la natura cospirò contro di lui: le lave del 1669 lo circuirono, ne colmarono i fossi, ne seppellirono le opere avanzate; il terremoto del 1693 lo rese inabitabile, quello del 1818 gli diede il colpo di grazia. Restaurato dopo i moti del 1837 contro la ribelle città, fu purtroppo rovinato come opera d'arte architettonica, e da allora ad oggi la rovina è continuamente cresciuta. Il primitivo scheletro, nondimeno, si rivela ancora nei muri grossi circa tre metri, alti più che 30, lunghi 63 per lato; nelle vôlte a crociera del vestibolo e delle sale inferiori delle torri; nelle robuste ogive impostate sui capitelli romanici delle colonne incastonate negli angoli dei muri; nella bellissima scala a chiocciola che lungo la piccola torre centrale porta al cammino di ronda. La decorazione esterna è quasi tutta distrutta; non restano se non, all'entrata, una piccola nicchia con arco trilobato, nella quale si vede un uccello strozzato--a giudizio dello Sciuto Patti alludente, come la decorazione della porta del Santo Carcere, alla punizione inflitta da Federico di Svevia alla città--e l'intarsio del Pentalfa o Pentagramma sulle finestre di levante: prova, a giudizio dello stesso archeologo, della cieca fiducia che lo Svevo riponeva nei cabalisti e nei loro segni, leggendosi nel libro di Saba Malaspina che il re, «mentre con sottili investigazioni indagava i segreti della natura, per modo onorava gli astrologi, i negromanti e gli aruspici, che, secondo le divinazioni ed auspici loro, il suo leggerissimo pensiero, a guisa di vento, or di qua ed or di là con celere moto vagava». V. E col castello finiscono le vestigia dell'antica Catania: tutto ciò che si vede in città non risale oltre il principio del Settecento, quando si pose mano alla ricostruzione dopo il terremoto del 1693. Non occorre dunque spiegare perchè il barocco trionfa in queste moderne architetture: un barocco che sotto l'influenza dello spagnolismo unito all'enfasi meridionale, gonfia le gote dei suoi mascheroni, moltiplica le cariatidi ed i puttini, distende ed allaccia i più pesanti festoni, aduna ed ammonticchia i più vistosi motivi decorativi. Barocche sono tutte le chiese, fra le quali particolarmente notevoli la Collegiata, regia cappella degli Aragonesi, l'aquila dei quali spiega ancora le ali sulla facciata ricca di colonne, di statue e di ornati; la Badia di S. Agata, con le finestre difese da grate panciute e traforate; la chiesa dei Crociferi, esempio di architettura gesuitica; quella di S. Placido, e via dicendo. [Illustrazione: PORTA GARIBALDI. (Fot. Brogi).] [Illustrazione: LA COLLEGIATA. (Fot. Gentile).] Di bell'effetto, con le sue linee mosse, è la porta Garibaldi, più conosciuta tra i popolani col nome di porta del Fortino, e chiamata ufficialmente Ferdinanda al tempo della sua costruzione, che avvenne nel 1768, a solenne memoria delle nozze di Ferdinando III, o I che dir si voglia, con Maria Carolina d'Austria. È d'ordine toscano e dorico, con otto pilastri geminati, dei quali quattro reggono l'architrave e gli altri i trofei. [Illustrazione: BADIA DI S. AGATA. (Fot. Grita).] La -Loggia-, il palazzo comunale che delle antiche logge o pergole, dove il civico consesso si adunava nei tempi di mezzo, serba il nome soltanto, sostituì il crollato palazzo senatorio, nel 1741; della metà del Settecento è anche il collegio Cutelli, ora trasformato in convitto nazionale: Mario Cutelli, gran signore e giureconsulto egregio, destinò le sue rendite alla istituzione di questo collegio «all'uso di Spagna», in un tempo nel quale la moda spagnuola imperava, e lo stesso fondatore scriveva in castigliano la sua curiosa -Catania restaurada-. [Illustrazione: CHIESA DI S. FRANCESCO. (Fot. Martinez).] [Illustrazione: CHIESA DEI CROCIFERI. (Fot. Gentile).] Prima del Cutelli, e dopo la lunga notte del medio evo, i buoni studii erano rifioriti in Catania, dove sorse la prima università di Sicilia, il -Siculorum Gimnasium-. Per concessione di Alfonso d'Aragona, il 28 ottobre 1434 fu decretata la fondazione dello Studio generale, eretto dieci anni dopo, quando il papa Eugenio IV spedì la bolla accordante alla scuola catanese tutti i privilegi largiti alle università italiane e particolarmente alla bolognese. Questo Studio fu per qualche secolo il solo dove la gioventù siciliana potè addottorarsi: di qui la nuova reputazione di sapiente che fu goduta dalla città e che il Tasso confermò nella -Conquistata-: O di Catanea, ove ha il sapere albergo... [Illustrazione: CHIESA DI S. PLACIDO. (Fot. Grita).] Il palazzo universitario, eretto dapprima dove ora s'allarga la piazza del Duomo, fu poi noi 1684 demolito e ricostruito nella piazza da allora detta degli Studii; ma dopo nove anni, quando l'interno dell'edifizio non era ancora assestato, il terremoto lo travolse dalle fondamenta; la nuova costruzione, di linee molto eleganti, più volte rafforzata ed in parte rifatta per l'altro terremoto del 1818, non ha ancora un secolo di esistenza. Ed una quantità d'istituti se ne sono a poco a poco, con l'accrescersi dei gabinetti, staccati; buona parte hanno posto la loro sede nel recinto del convento dei Benedettini. [Illustrazione: COLLEGIO CUTELLI. (Fot. Martinez).] [Illustrazione: PALAZZO MUNICIPALE. (Fot. Gentile).] [Illustrazione: PIAZZA DEGLI STUDII E PALAZZO DELL'UNIVERSITÀ. (Fot. Gentile).] [Illustrazione: MONASTERO DEI BENEDETTINI--FACCIATA PRINCIPALE. (Fot. Brogi).] [Illustrazione: MONASTERO DEI BENEDETTINI--CHIESA DI SAN NICOLA.] Questo è, o per meglio dire era prima della soppressione, una delle singolarità di Catania: andati via i Padri per dar luogo ai soldati ed agli studenti, i lunghi corridoi furono divisi e suddivisi, il più antico ed elegante chiostro fu trasformato in palestra ginnastica, una strada fu aperta nei terreni che lo circondavano, un osservatorio ed un ospedale furono eretti nei suoi giardini. Tutt'insieme, esso si sviluppava sopra un'area di circa centomila metri quadrati ed era il più grandioso edifizio monastico d'Europa, dopo quello di Mafra d'Estremadura in Portogallo. Il già citato Musumeci, nel rispondere all'Hittorf che glie ne chiedeva notizie, ne ricostruì la storia. Cominciato nel 1558 in presenza del vicerè La Cerda che ne pose solennemente la prima pietra, e finito venti anni dopo, il primitivo edifizio ideato dal cassinese Valeriano de Franchis comprendeva il chiostro più occidentale decorato di cinquanta colonne di marmo nel 1605, i corridoi e i dormitorii che lo fiancheggiavano e la vecchia chiesa. Le lave del 1669 sconquassarono quest'ultima e ricopersero i giardini; allora fu chiamato da Roma l'architetto Giovanni Contini, su disegno del quale, nel 1687, fu ricominciata la nuova chiesa e il nuovo monastero; ma, pochi anni dopo, il terremoto del 1693, rinnovando ed accrescendo le rovine e seppellendo trentadue monaci, fece riprendere il lavoro di Sisifo. Per colmo di disgrazia, non si trovava allora in Catania nessun architetto: il solo sopravvissuto al terremoto, Alonzo di Benedetto, era anch'egli morto di morte naturale. Fu chiamato pertanto da Messina Tommaso Amato, il quale disegnò i dormitorii di levante e mezzogiorno; poi, su disegno del palermitano Vaccarini, che non rispettò l'antica grandiosa unità della iconografia ideata dal de Franchis e serbata dal Contini, si eressero i due refettorii e la biblioteca, imponenti per vastità e decorazione. Francesco Battaglia Biondo ideò il portico del nuovo chiostro, e suo nipote, Francesco Battaglia Santangelo, lo scalone, che ha le pareti adorne di quadri a stucco bianco su fondo azzurrino, e la chiesa. Questa, la maggiore di tutta Sicilia, doveva avere una facciata tanto sontuosa, con colonne tanto gigantesche, che i Padri, nonostante il loro mezzo milione di rendite, la lasciarono incompiuta, come oggi si vede. Donato del Piano, abate calabrese, spese dodici anni della sua vita e dieci mila onze dei Padri--centoventisette mila e cinquecento lire--per costruirvi uno dei più celebri organi d'Europa, con settantadue registri, cinque ordini di tastiere e duemila novecento sedici canne. Il barone Sartorius di Waltershausen, l'insigne illustratore dell'Etna, vi tracciò, insieme col Peters, nel 1841, una meridiana, per la quale il Thorwaldsen disegnò le figure dello zodiaco. Il Coro, situato dietro la tribuna, è composto di due centinaia di stalli, disposti in due ordini: le sculture di Niccolò Bagnasco, palermitano, vi rappresentano i fatti del Vecchio Testamento. Tra i sacri arredi si menzionano l'apparato di seta rossa trapunta d'oro donato ai monaci benedettini dalla regina Bianca, il reliquario d'oro gemmato dove i fedeli adorano il chiodo che trafisse la destra di Gesù, dono del re Martino, che portava sempre addosso quella reliquia; un ostensorio ed un calice d'oro gemmato, ed altre manifatture dei secoli XV e XVI. La biblioteca, passata al Comune, ha molte migliaia di volumi e parecchi codici, alcuni dei quali di molto pregio per il testo e le miniature; essa è accresciuta dall'archivio, di valore anche più grande, ricco di diplomi bizantini, normanni ed aragonesi, e di bolle papali; alcuni di questi documenti portano attaccati suggelli di squisito lavoro, come quelli della regina Eleonora e dei due re Martini e della regina Bianca, rispettivamente loro nuora e moglie. [Illustrazione: MONASTERO DEI BENEDETTINI E CUPOLA DELLA CHIESA DI S. NICOLA. (Fot. Castorina).] [Illustrazione: MONASTERO DEI BENEDETTINI--PRIMO CHIOSTRO E CHIOSCO. (Fot. Castorina).] [Illustrazione: RITRATTO DI DONATO DEL PIANO, DA UN QUADRO DEL DESIDERATO E DA UNA STAMPA DELL'HUOT. (Fot. Gentile).] [Illustrazione: MONASTERO DEI BENEDETTINI--SALA MAGGIORE DELLA BIBLIOTECA. (Fot. Giuffrida).] [Illustrazione: CHIESA DEI BENEDETTINI--L'ORGANO DI DONATO DEL PIANO. (Fot. Castorina).] I Padri Cassinesi avevano anche messo insieme un museo, che divenne municipale nel 1866 ed è stato ultimamente riordinato da Francesco di Bartolo. Qui sono adunati parte dei marmi, dei vasi, delle lapidi, dei mosaici trovati negli scavi cittadini e già menzionati; di alcuni altri conviene tenere qualche parola, segnatamente d'una stupenda terracotta siceliota rappresentante una danzatrice, che sarebbe veramente d'un valore impareggiabile se il corpo, tra il busto ed i piedi intatti, non fosse un brutto raffazzonamento di gesso; d'un bassorilievo rappresentante Ercole sul monte Oeta con molte figure intorno; dei frammenti di decorazione nei quali è intatta la figura della Vergine e del Bambino. Narra il di Marzo che Antonello Gagini scolpì per il convento del Carmine minore di Catania una porta, e poichè questi pezzi appartengono evidentemente alla decorazione d'una porta, della quale si vede disegnato parte dell'arco, giova supporre che siano stati ritrovati fra i rottami di quella casa religiosa, dopo il terremoto. Notevoli sono anche nel museo un Anfione ed un ratto d'Europa scolpiti a mezzo rilievo su pietra rossa; una Venere di porfido, parecchie urne cinerarie e ossarie, molte terrecotte, tra le quali diote, cratere, scifi, danarii, tessere, idrie, lucerne con iscrizioni nel manico, teste votive, vasi etruschi, tirreno-egizii, greco-siculi. Tra le manifatture dei tempi di mezzo e moderni, vi sono armi bianche e da sparo, arnesi sacri, lavori di porcellana, carte da giuoco, due bellissime tavole cinquecentesche di ebano intarsiato d'avorio nelle quali sono rappresentati i fatti della storia romana, un cofanetto d'avorio scolpito, lavoro egregio e squisito degli Imbriachi. Le antiche descrizioni della importante raccolta fanno menzione di un medagliere, la parte più preziosa del quale, dopo il 1866, brilla, come si dice, per l'assenza. Accresciuto è invece il numero dei quadri, dei quali si dirà fra poco, dopo aver fatto menzione dell'altro museo catanese, più volte citato, appartenente a casa Biscari. [Illustrazione: CHIESA DI S. NICOLA--IL CORO. (Fot. Grupi).] [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--TERRACOTTA SICELIOTA. (Fot. Giuffrida).] [Illustrazione: RATTO D'EUROPA. MUSEO DEI BENEDETTINI. ANFIONE. (Fot. Giuffrida).] [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--VASI ETRUSCHI E GRECO-SICULI. (Fot. Giuffrida).] [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI: VENERE DI PORFIDO. (Fot. Giuffrida).] [Illustrazione: ARCHIVIO DEI BENEDETTINI--SUGGELLO DEI DUE MARTINI E DI MARIA D'ARAGONA. (Fot. Giuffrida).] [Illustrazione: ARCHIVIO DEI BENEDETTINI--SUGGELLO DELLA REGINA ELEONORA. (Fot. Giuffrida).] [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--CRISTO SMALTATO. (Fot. Giuffrida).] [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--CROCEFISSIONE. (Fot. Giuffrida).] [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--COFANO D'AVORIO.] [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--INTARSIO. (Fot. Giuffrida).] [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--BASSORILIEVO DI ANDROMEDA. (Fot. Giuffrida).] [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--ERCOLE SUL MONTE OETA. (Fot. Giuffrida).] Ignazio Paternò Castello, principe di Biscari, offerse, nella Catania feudale dei suoi tempi, un esempio piuttosto unico che raro. La città fu bensì, allora,--«un fonte inesausto della più fiorita nobiltà, ed una scaturiggine del sangue più illustre»--a detta del nostro spagnolesco Muglielgini, il quale è tutto felice di poter citare uno Spagnuolo puro sangue, don Sebastiano Cabarruvias Orosio, secondo il quale «-en Italia llaman Catanes, y Valvasores, a los que en España llaman Infanzones-», essendo Infanzones «-termino antiguo, y vocablo que aora no se usa-», il quale «-vale tanto come caballero noble hijo de Algo señor de vassallo, pero no de tanta autoridad, come el titulado, o Señor de titulo-». Ma l'Accademico Infecondo, se porta al cielo la nobiltà cittadina, non va fino a sostenere che i signori catanesi si distinguessero nell'età sua per un eccessivo amore alle lettere ed alle arti. Tanto più notevole fu quindi che un gran signore come il principe di Biscari le onorasse e ne facesse lo scopo e la passione della sua vita. Tutte le persone di riguardo che passarono per questo estremo lembo d'Italia ebbero onesta ed intelligente accoglienza nel suo palazzo, costruito verso la fine del Seicento sulla cortina delle vecchie mura, alla Marina; e non dovettero provare poca meraviglia trovando nella piccola e povera Catania di quella età una dimora tanto magnifica, ricca di sale sontuose e d'un salone che per architettura e decorazione è anche oggi mirabile. Con una profusione di lacche, di ori, di stucchi e di affreschi rappresentanti la storia di don Chisciotte--opera del catanese Pastore--, il cielo d'una cupola impostata sul centro della vôlta e illuminata da finestre invisibili gli dà una luce ed una elevazione straordinaria; nella loggia coperta sulla quale esso si apre a mezzodì, una leggiadrissima scala a giorno, leggiera e rabescata come un merletto, dalla quale par che debba discendere una incipriata marchesa, porta al quartiere superiore. Nell'ornamentazione esterna delle finestre il barocco imperante in città è d'una ricchezza straordinaria: le cariatidi, i puttini, i festoni, tutti i motivi decorativi vi sono profusi. Il principe aveva anche costruito in casa sua un teatro che fino ai principii del secolo scorso fu, con la sala degli spettacoli dell'Università, il solo della città; ma il maggior titolo di questo signore al rispetto dei posteri fu lo zelo col quale fece scavare a proprie spese il sottosuolo di Catania e di altri luoghi dell'isola e del continente, ed il gusto che lo spinse ad acquistare molte opere d'arte: con gli oggetti ritrovati e comprati egli mise insieme, in un edifizio appositamente costruito accanto al suo palazzo, un museo ad uso dell'Accademia degli Etnei e di tutti gli studiosi. Una bella medaglia fu coniata nell'occasione della solenne cerimonia inaugurale, avvenuta nella primavera del 1758, ed il principe stesso recitò allora, dinanzi a una dotta adunanza, una sua canzone: Per secondar talun l'innato sdegno D'irato Re si fa ministro all'ira, Marte seguendo sanguinoso e fero. Per serbar d'altri il Regno Anelante si mira Sotto il grave cimiero; Ma da nemica man pugnando offeso, O vinto, o al suol disteso Estinto, o prigioniero Rimane alfin dopo l'altrui vittoria Senza onore di tomba, e senza gloria. Io non così; di Giove infra le figlie Meno di vita lieti i giorni, e l'ore In bella pace alla virtute amica.... [Illustrazione: PALAZZO BISCARI--FINESTRE. (Fot. Castorina).] [Illustrazione: PALAZZO BISCARI--SCALA INTERNA. (Fot. Giuffrida).] [Illustrazione: MUSEO BISCARI--ATRIO. (Fot. Gentile).] [Illustrazione: MUSEO BISCARI--FRAMMENTI DI UNA PORTA DEL GAGINI. (Fot. Gentile).] [Illustrazione: MUSEO BISCARI--BRONZI. (Fot. Grita).] [Illustrazione: MUSEO BISCARI--VASI, TERRECOTTE, IDOLI. (Fot. Grita).] [Illustrazione: MUSEO BISCARI--GALLERIA DEI MARMI. (Fot. Gentile).] [Illustrazione: MUSEO BISCARI--TESTE ARCAICHE E VASO ETRUSCO. (Fot. Grita).] [Illustrazione: MUSEO BISCARI--TERRACOTTA ARCAICA. (Fot. Grita).] [Illustrazione: MUSEO BISCARI--CENTAURESSA E FAUNO. (Fot. Grita).] La qual cosa non impedì che uno scultore lo rappresentasse vestito all'eroica, con corazza e lorica, proprio nell'atrio di quel museo dove In mirar tra chiusi vetri quanto Offerse prisco tempo, arte e natura Trovo larga mercede al sudor mio e quando espressamente egli disse: Sarà mia gloria e vanto Appo l'età futura, Che seppi il suol natìo Ornar così di pregio illustre; e a Voi Ben degni figli suoi, A scorno dell'oblio Per coltivar le belle Muse, ameno Campo vi apersi, ed ubertoso appieno. [Illustrazione: MUSEO BISCARI--CORRIDOIO DELLE TERRECOTTE. (Fot. Gentile).] Non era millanteria: Volfango Goethe, qui venuto il 3 maggio del 1787, scrisse sul suo Diario: «Le statue, i busti di marmo e di bronzo, i vasi e le altre antichità raccolte in questo museo, hanno molto slargato il cerchio delle nostre cognizioni artistiche...». [Illustrazione: MUSEO BISCARI--CORRIDOIO DEI VASI ETRUSCHI. (Fot. Grita).] Degli avanzi dell'antica Katana custoditi nel principesco museo già si è parlato a loro luogo: converrà ora ricordare la raccolta dei bronzi, tra i quali molti pregevolissimi, e la ricchissima collezione delle terrecotte e dei vasi etruschi e greco-siculi. Alcuni di essi hanno un particolare interesse locale, per essere di fabbrica catanese: si riconoscono al maggior peso, dovuto al fatto che nell'impasto è mescolata la sabbia vulcanica ricca di silice e ferro, ed a certi caratteri esterni, come le curve meno pronunziate, il colorito più vivo, le anse attaccate al labbro e talvolta l'impronta della civetta. Il loro disegno più rozzo scapita ancora quando si paragona a quello purissimo di alcuni vasi di altra fabbrica: uno particolarmente, il gioiello della collezione, ha una quadriga stupenda che rammenta quella di una metopa selinuntina. Fra le terrecotte è notevole un busto di grandezza naturale, di stile eginetico e di remota antichità. Ai primi tempi della scultura appartengono un bassorilievo di lava rappresentante la pugna di due guerrieri, una testa di granito rosso di stile egiziano ed un'altra di marmo bianco con capelli ed acini di uva, di stile eginetico. Un piedestallo, che pare reggesse un'urna, porta scritto in greco: Diodoro Apollonio, e poichè fu trovato in Agira, dove il grande storico nacque, da Apollonio per l'appunto, si suppose che reggesse l'urna contenente le ceneri dello storiografo. [Illustrazione: MUSEO BISCARI--BASSORILIEVO DI SANT'AGATA. (Fot. Grita).] VI. [Illustrazione: S. MARIA DI GESÙ--ANTONELLO GAGINI: STATUA DELLA MADONNA COL BAMBINO. (Fot. Gentile).] E il discorso di Catania artistica sarebbe così finito, se non restasse, in qualche chiesa, qualche opera d'arte degna di nota. Per cominciare dalla più ricca di cose pregevoli, ecco quella di S. Maria di Gesù, dove sono due opere autentiche del Gagini, e se ne ammirerebbe una terza se non fosse da più tempo scomparsa. Del valoroso scultore palermitano è qui la statua della Madonna col Bambino, opera giovanile, ma già egregia, documento quindi della precocità di quel mirabile ingegno. Antonello la scolpi a vent'anni, durante il suo soggiorno in Messina; ma egli non poteva veramente dare alla Vergine un viso più bello, d'una espressione più pura, nè un'aria più maestosa e divina al Bambino, che senza la consueta timidezza volge lo sguardo ridente allo spettatore. Bellissimi sono anche i tre bassorilievi dei piedistalli, dei quali il centrale rappresenta la Visitazione di Maria ad Elisabetta, e i due laterali S. Francesco d'Assisi e S. Antonio di Padova. Nella stessa chiesa è dello stesso Gagini la fiorita e squisita decorazione della porta che mette nella cappelletta di casa Paternò--quella cappelletta sepolcrale della quale già si parlò per la sua architettura e dentro alla quale c'è una bella tavola del messinese Angelo di Chirico (1525) rappresentante l'Immacolata fra i simboli dei suoi titoli e le figure di S. Agata e S. Caterina. La porta gaginesca, allogata da don Alvaro Paternò ad Antonello nel 1518, per il prezzo di onze 30--382 lire e 50 centesimi--ha due pilastri d'ordine corintio, scanalati, con contropilastri ornati d'acanto; sull'architrave il frontespizio semicircolare racchiude un gruppo di mezze figure: il Cristo morto fra Maria e la Maddalena, con due genietti ai piedi, in tutto tondo, ciascuno dei quali regge uno scudo di casa Paternò. La terza opera, ora scomparsa, era, dentro questa cappella, un busto dell'Alvaro già nominato: lavoro tanto stupendo che fu da taluni attribuito a Michelangelo, del quale il Paternò, senatore romano, sarebbe stato amico nella città eterna. Se non che il di Marzo non solo ha negato questa pretesa dimestichezza, ma avendo veduto, prima che scomparisse, il celebre busto, afferma che gli mancava qualsiasi carattere dello stile michelangiolesco, e che rammentava invece, precisamente, la maniera del Gagini. [Illustrazione: CHIESA DI S. MARIA DI GESÙ--PORTA DELLA CAPPELLA DI CASA PATERNÒ. (Fot. Brogi).] Prima di uscire da S. Maria di Gesù merita uno sguardo il gran Crocefisso scolpito su legno da Frate Umile da Petralia, al secolo Giovan Francesco Pintorno, morto nel 1639 e -specialista-, come si dice, in Cristi, che egli diffuse in quasi tutte le chiese di Sicilia, da Girgenti a Nicosia, da Caltagirone a Salemi, da Milazzo a Randazzo. Il cronista Francesco Tognoletto narra di lui che «mentre stava lavorando quelle statue, alzando la sua mente alla contemplazione, pensava gli intensissimi dolori, che nella morte soffrì l'autor della vita: onde per tal causa, quand'egli ne lavorava qualcheduna, se ne stava ritirato in una stanza serrata di dentro, dove gli occhi suoi erano fontane di lacrime, spargendone in abbondanza per tenerezza e compassione del suo amato signore». E dalla sua dolorosa cogitazione venivano fuori opere, come questo Crocefisso, dolorosissime a vedere, e propriamente spaventose. [Illustrazione: PARTICOLARE DELLA PORTA DI ANTONELLO GAGINI. (Fot. Gentile).] [Illustrazione: S. MARIA DI GESÙ--MONUMENTO SEPOLCRALE DEL DUCA DI CARCACI, DEL TENERANI. (Fot. Gentile).] Per tornare al Gagini, mentre in Catania gli si attribuiscono tante opere non sue, nessuno gli appropria la suissima Madonna di S. Domenico fuori le mura. La paternità ne è stata dimostrata dal sullodato di Marzo, il quale ha pubblicato il contratto fra lo scultore e Lodovico Platamone vescovo di Siracusa, mediante il quale l'artista si obbligava a scolpire, con altre due statue, una simigliante in bellezza, anzi ancora più bella che quella da lui stesso lavorata in Palermo nel 1526, e non ancora consegnata, per commissione dei frati domenicani di S. Maria la Grande in Catania. Ora, sapendosi che il moderno S. Domenico era intitolato una volta, per l'appunto, S. Maria la Grande, e notandosi alla base della Madonna gli stemmi dell'ordine Domenicano, non sarebbe già possibile dubitare che questa è propriamente la statua del Gagini, se pure la mano dell'autore non si rivelasse nello stile dell'opera, in quella soavità dell'espressione cristiana nella quale il Gagini fu unico--dice il Galeotti--come unico fu Michelangelo nella terribilità. [Illustrazione: S. DOMENICO--ANTONELLO GAGINI: MADONNA COL BAMBINO. (Fot. Ursino).] [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--PIETRO NOVELLI: S. CRISTOFORO. (Fot. Brogi).] [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--ANTONELLO SALIBA: MADONNA COL BAMBINO. (Fot. Alinari).] Altre notevoli opere di scultura non si serbano nelle altre chiese catanesi; vi abbondano i quadri, ma alla quantità non corrisponde purtroppo la qualità. Nei primi secoli dell'arte cristiana la Sicilia tenne un posto onorevolissimo, particolarmente coi mosaici; e se di Catania non si sa che ne possedesse qualcuno paragonabile a quelli di Cefalù, di Palermo e di Monreale, certo qui la pittura religiosa dovette esser tenuta in grande onore, dato che la resistenza di tutta l'isola all'eresia degli iconoclasti ebbe alle falde dell'Etna i più caldi ed efficaci propugnatori. Catanesi furono i vescovi S. Giacomo e S. Sabino che lottarono strenuamente per il culto delle immagini; catanese fu il vescovo Teodoro che, insieme coi compagni di Palermo, Taormina, Messina, Lentini, Iccara, Triocala, Lilibeo e Siracusa, sostenne la stessa causa nel secondo concilio di Nicea, e catanese fu lo stesso diacono Epifanio che chiuse quella devota adunanza con una sua eloquente orazione. Anche durante il dominio saraceno in Catania, rimasta lungamente indipendente con Taormina e Siracusa e tutta la val di Noto e la val Démone, la pittura cristiana fu salvata; ma delle opere che allora e più tardi qui furono prodotte o recate, quasi nulla più resta, tranne le tavolette bizantine del museo Benedettino, le migliori delle quali, menzionate dal di Marzo, per colmo di sciagura non si trovano più. Più tardi, nell'età normanna, il Duomo ebbe una decorazione pittorica della quale il nostro Accademico Infecondo così parla: «Il tetto era fatto a scorniciature di legnami, ove vedevansi di peritissimo ed antico pennello tutte le istorie del Testamento vecchio e nuovo»; ma l'opera andò perduta, come perdute andarono le pitture del Tau e della navata maggiore «a fresco con stucchi finiti arricchiti d'oro à maggior segno, che pareva giusto un perù pendolo in quelle mura». Di chi fossero questi affreschi il Muglielgini non riferisce, e con tutte le sue amplificazioni non si può nascondere che, mentre Palermo e Messina, fra il Quattrocento ed il Cinquecento, ebbero due floridissime scuole di pittura, in Catania non si rivelò nessun maestro del pennello, nè furono portate opere di grandi pittori forestieri. [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--SCUOLA DEL RIBERA: TOBIA RESTITUISCE LA VISTA AL PADRE. (Fot. Brogi).] [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--AUTORE IGNOTO (SCUOLA FIAMMINGA): MORTE DI CATONE.] Di Antonello da Messina si sa, narra il di Marzo, che ebbe relazioni con Catania, essendosi obbligato per contratti a dipingervi opere che alla sua morte furono assunte dal figlio Jacobello; ma nè delle opere, nè delle stesse scritture è rimasta traccia. Dell'insigne maestro messinese è comunemente creduta la perla del museo Benedettino, la Madonna col Bambino, e -Antonellus Missenius- firmò infatti lo stesso autore nel cartellino che si vede nell'angolo inferiore di sinistra; ma, dopo queste due parole, altre vi si leggono che troppi osservatori hanno trascurate, forse temendo di scemar valore all'opera d'arte non attribuendola al glorioso maestro messinese. Dice dunque l'Iscrizione: -Antonellus Missenius D' Saliba hoc pjecit opus 1497 die 2 julij-. Questo Antonello non è dunque da confondere col suo più celebre omonimo e zio: egli visse e lavorò in un tempo alquanto posteriore, dal 1497, appunto, al 1531. C'era un suo prezioso quadro, ora perduto, nella parrocchia di Pistunina presso Messina, nel quale il suo nome era così scritto: -Antonellus Resaliba-; altri due ne esistono ancora, nelle due maggiori chiese di Monforte e di Milazzo; il primo porta scritto -Rosaliba 1530-; il secondo -Eu mastru Antonellu Resaliba pinsit 1531-. Ma se l'ortografia del suo nome è così ambigua, e se troppe cose s'ignorano dell'esser suo e della sua vita, il valore della sua arte è evidente, segnatamente nella tavola catanese, della quale il di Marzo dice con ragione che basta a dimostrare «qual divino artefice sia stato il Saliba». Un altro bel quadro del museo Benedettino è di Pietro Novelli, il Monrealese, e rappresenta un gigantesco S. Cristoforo, con una clava ' , 1 , 2 , 3 ; ' 4 . , 5 6 ; 7 ' , 8 , ' , 9 , 10 . 11 , , 12 , 13 : ' , . 14 15 16 , , , 17 . , 18 , , 19 ' , 20 ; , , 21 ' : - - 22 - - , « 23 » : ' 24 , 25 , , 26 . 27 28 29 : ' 30 31 . , 32 , 33 . , 34 ; ; 35 , , , 36 . 37 38 , , , 39 , 40 ' , , , 41 : , 42 . ' ; 43 , , 44 , 45 , , 46 , 47 , , 48 49 . 50 51 , 52 ' , ' 53 ' , , 54 , 55 . : 56 ' , ; , , 57 , , ; 58 ' , , 59 , . , 60 ' 61 , « 62 , 63 » . 64 , . 65 66 [ : - - . ( . ) . ] 67 68 , - - , 69 - - - - , , ' 70 ' , 71 , ' . 72 , , - - 73 ' , , 74 ; 75 , , 76 , 77 . 78 , 79 : 80 81 82 ; ' , ' 83 , , 84 ' , 85 ; ' 86 ; 87 ; . , 88 ; 89 90 ; , ' ' 91 ; 92 ; ' 93 , , 94 ; 95 ; ' ; 96 ' 97 , . , 98 , 99 . . . , 100 . - - , 101 - - , : 102 , , 103 . , 104 « 105 , , 106 , » . 107 , , 108 , ' , ' 109 - - , ; , 110 , . 111 ; 112 , 113 , ; 114 , ' 115 . : 116 - - , , 117 , 118 . « 119 , 120 . , » - - 121 , : - - « 122 » . 123 124 [ : - - . 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