Catania Federico De Roberto COLLEZIONE DI MONOGRAFIE ILLUSTRATE Serie I.ª--ITALIA ARTISTICA 27. CATANIA F. DE ROBERTO CATANIA CON 152 ILLUSTRAZIONI BERGAMO ISTITUTO ITALIANO D'ARTI GRAFICHE--EDITORE 1907 TUTTI I DIRITTI RISERVATI Officine dell'Istituto Italiano d'Arti Grafiche. INDICE DELLE ILLUSTRAZIONI =Anfiteatro romano=48 -- Archi 47 -- Entrata dell'Arena 46 -- Restaurazione52 =Archivio dei Benedettini=--Suggello dei due Martini e di Maria d'Aragona 114 -- -- Suggello del conte di Paternò 35 -- -- Suggello della regina Eleonora114 Autore ignoto: Morte di Catone137 =Badia di S. Agata=96 -- di S. Placido--Terrazzo di casa Platamone 91 =Borgo=--Piazza Cavour17 -- Fontana di Cerere 16 ="Candelore"= 53, 88 =Castello Ursino= 92 =Cinta di Carlo V= 10 =Chiesa dei Benedettini= (S. Nicola)105 -- -- L'organo di Donato del Piano 110 -- -- Il coro 111 -- =dei Crociferi= 98 -- =di S. Agata alla Fornace= 86 -- =del Santo Carcere=--La porta 64 -- -- Interno65 -- =di San Domenico=--Antonello Gagini: Madonna col Bambino 133 -- =di S. Francesco= 97 -- -- Porta della Custodia 76 -- -- Particolare della porta della Custodia 77 -- =di S. Maria di Gesù=--Antonello Gagini: Madonna col Bambino 129 -- -- -- Porta della Cappella di casa Paternò130 -- -- -- Particolare della porta della cappella di casa Paternò131 -- -- Interno della cappella di casa Paternò 54 -- -- Tenerani: Monumento sepolcrale del duca di Carcaci 132 -- =di S. Placido= 99 =Collegiata= (La) 95 =Collegio Cutelli=100 =Darsena= 27 Desiderato: Ritratto di Donato del Piano 108 =Duomo=--Absidi normanne 59 -- -- e cupola moderna56 -- Esterno57 -- Porta settentrionale 62 -- Particolare della porta settentrionale 63 -- Interno61 -- Porta della cappella del Crocefisso 66 -- Il coro71 -- Sepolcro di Vincenzo Bellini69 -- Cappella di S. Agata--Decorazione soprastante all'altare85 -- -- Porta del sacello 84 -- -- Mausoleo del vicerè de Acuña82 -- -- -- Particolare del mausoleo del vicerè de Acuña 83 -- Scrigno delle reliquie73 -- Ferculo di S. Agata79 -- Sacrestia--L'eruzione del 1669, affresco del Mignemi67 -- Tesoro--Busto di S. Cataldo 81 -- -- Teca del braccio di S. Giorgio 74 -- -- -- Base della teca del braccio di S. Giorgio 75 -- -- Calici 78 =Dupré=: Monumento a Giovanni Pacini143 =Etna= (L')9 =Faro= (Il) 21 =Ferculo= (Il) di S. Agata 79 =Festa di S. Agata=--Candelore53, 88 -- Processione 90 -- La "bara" in processione 89 Finestra della chiesa di S. Giovanni di Fleres, (casa Leotta)55 =Fontana di Cerere=16 -- =dell'Elefante=33, 34 =Giardino Bellini=--Ingresso 142 -- Piazzale 145 -- Chiosco dei concerti 146 =Gagini Antonello=: Madonna col bambino in S. Domenico133 -- -- in S. Maria di Gesù 129 -- Porta della cappella di casa Paternò130 -- -- Particolare della porta della cappella di casa Paternò 131 -- Frammenti di una porta nel museo Biscari 121 Mignemi: L'eruzione del 166967 =Monastero dei Benedettini=--Chiesa di S. Nicola105 =Monastero dei Benedettini= e cupola della chiesa di S. Nicola106 -- Facciata principale 103 -- Primo chiostro e chiosco107 -- Sala maggiore della biblioteca109 =Monete di Katana= 9, 51 =Monte= (Il) =di Pietà di S. Agata= 87 Monteverde Giulio: Monumento a Vincenzo Bellini 139 =Monumento a Vincenzo Bellini=, del Monteverde 139 -- =a Giovanni Pacini= del Dupré 143 =Museo dei Benedettini=--Anfione 112 -- Antonello Saliba: Madonna col Bambino 135 -- Autore ignoto: Morte di Catone137 -- Bassorilievo di Andromeda 117 -- Cerere 29 -- Cofano d'avorio116 -- Cristo smaltato115 -- Crocefissione 115 -- Ercole sul monte Oeta117 -- Intarsio 116 -- Processione dionisiaca36 -- Ratto d'Europa 112 -- Scuola del Ribera: Tobia restituisce la vista al padre 136 -- Vasi etruschi e greco-siculi 113 -- Terracotta siceliota 112 -- Venere di porfido 113 -- Novelli Pietro: S. Cristoforo 134 =Odeo= (L') 45 =Orto botanico= 18 =Palazzo Biscari=--Finestre118 -- Scala interna 119 -- =Municipale=101 =Panorama= dal golfo 11 -- dal faro 13 Piante dei sec. XVI-XVIII19-20 =Piazza Cavour= 17 -- =del Duomo=--La fontana dell'Elefante33 -- =Mazzini= e Via Garibaldi32 -- =Stesicorea= prima degli scavi dell'Anfiteatro17 -- -- con l'Anfiteatro49 =Piazzale dei Martiri=--Colonna di S. Agata22 =Porta Garibaldi= 94 =Porto= (Il)24, 26 -- Entrata23 -- (Nel) 25, 28 =Ritratto= di Donato del Piano, da un quadro del Desiderato e da una stampa dell'Huot108 =Saliba Antonello=: Madonna col Bambino135 Scuola del Ribera: Tobia restituisce la vista al Padre136 =Sant'Agata alla Fornace=86 =S. Carcere=--Porta64 -- Interno65 =S. Domenico=--Antonello Gagini--Madonna col bambino 133 =S. Francesco= 97 -- Porta della custodia 76 -- -- Particolare della porta della custodia 77 =S. Maria di Gesù=--Antonello Gagini: Madonna col bambino 129 -- Porta della Cappella di casa Paternò130 -- -- Particolare della porta della cappella di casa Paternò 131 -- Interno della cappella di casa Paternò 54 -- Tenerani: Monumento sepolcrale del duca Carcaci 132 =S. Placido=--Badia--Terrazzo di casa Platamone 91 -- Chiesa 99 =Teatro antico=--Arco della scala d'accesso e piloni degli archi del portico 39 -- Primo corridoio 40 -- Secondo corridoio 41 -- Ingresso alla scena40 -- Parte centrale della cavea 42 -- Ultimi cunei di sinistra della cavea 43 -- =Bellini=141 Tenerani: Monumento del duca di Carcaci132 =Tesoro del Duomo=--Busto di S. Cataldo 81 -- Teca del braccio di S. Giorgio 74 -- -- Base della teca del braccio di S. Giorgio 75 -- Calici 78 =Via della Marina= 15 =Viale Regina Margherita=14 CATANIA [Illustrazione: L'ETNA.] [Illustrazione: TETRADRAMMA D'ARGENTO, ANNI 476-461 A. C. (Fot. Pennisi)] «Per iscrivere le glorie d'una Città clarissima, sarìa necessario, che nella mia penna per inchiostro corressero distemprati i raggi del Sole. Parlerò di quella Padria de' Tullij, de' Demosteni, e de' più Savij, ch'omai popolassero i Licei di Minerva; di cospicuo Ariopago delle virtù, che trà le Ceneri di cinque volte demolita, ha sempre qual fenice di Eternità impennati i suoi voli al Ciel della Gloria, e del fasto. Sappij, o mio Leggitore cortese, ch'io non ti descriverò -funditus- le di lei preeminenze, poichè gli Annali, e i libri, che parlano d'essa hanno riempite le Biblioteche; e così quello che hanno scritto gli Autori d'alta grassa, non conviene à me, che son Pimmeo nello scrivere. Questo sì, che non averà lette le di lei istorie, potrà dal mio breve raguaglio discerner dall'ugnia la corporatura del Leone, e misurarne il solo dito dal piede d'un Gigante. Il mio assunto non è di vergare questi fogli, col portarti allo sguardo l'antiche moli, diroccate dall'Ira tremebonda de' tremuoti, e dal focoso sdegno del contiguo Mongibello; monte gravido di fiamme; mà voglio che la posterità sia in qualche parte informata, qual sia stata questa Città, ultimamente a nostro tempo destrutta. [Illustrazione: CINTA DI CARLO V. (Fot. Martinez).] [Illustrazione: PANORAMA DAL GOLFO. (Fot. Martinez).] [Illustrazione: PANORAMA DAL FARO. (Fot. Brogi).] [Illustrazione: VIALE REGINA MARGHERITA. (Fot. Grita).] [Illustrazione: VIA DELLA MARINA. (Fot. Gentile).] «La Città di Catania situata vedeasi a i lidi del mar Jonio, tra il mezzogiorno e l'Oriente à piedi del monte Etna...»--e nello stesso sito preciso si vede ancora, risorta più grande e bella dopo l'ultimo terribile crollo del 1693, del quale appunto Comeindo Muglielgini--anagramma di Domenico Guglielmini, «Frà gli Accademici Infecondi di Roma detto l'Etneo»--diede conto in un volumino, divenuto ora molto raro, che porta per titolo -La Catania destrutta-. Il bravo Accademico secentista--della fine del Seicento e della più spagnolesca Sicilia--esclamava nelle prime pagine del suo libretto: «Miseria delle Umane pazzie, che quando l'uomo crede di aversi edificata una casa, che per la vastezza fassi emola coll'aurea di Nerone, allora potrebbe ben dire d'aversi fabricata una Tomba. Tanto esperimentò o mio Leggitore la mia infelice patria Catania, che quelle moli, che servirono di Piramidi, ed Obelischi nella sfoggiatezza de' suoi Teatri, poscia scusarono di sepolcri, col torre lo spirito a cotanti migliaia di cittadini... Ò quanta saria stata prudenza, quella che fu stimata milensagine in un Cinico, che si fabricò un palaggio entro una Botte, che in vero quei che la facevano d'Alessandri coll'abitar vastissime moli si sarebbero contentati d'esser cotanti Diogeni, mentre la stanza d'un Cinico, (ch'era calamita delle sghignazzate), fu più sicura dell'Aule superbissime d'ogni Prencipe. Ò sè potessero articolar la voce quei scheletri, che vittima rimassero dalle rovine; al certo, che ad ogni mortale leggerebbono lezioni di vita su la catreda di morte, acciò ogn'uno si contentasse meglio d'essere Armentiere, e Colono nel mondo, acciò la sua città fosse una Capanna, intessuta d'Alghe, ch'essere un grande trà fastosità di pallaggi. Ò come per fuggire il peso di quei sassi, che provarono addosso, si sarebbono contentati di stanzare sotto la leggierezza delle paglie, col far che fosse suo Cortinaggio un Pagliaio; ò come averebbono lasciati gli origlieri di morbide piume, per andare a posarsi sovra una stola rusticana; purche le fabriche non gli avessero servito di sepolcro...» Se i concittadini dello scrittore, scampati come lui dal terremoto--un terzo soltanto dei ventisettemila Catanesi--non volsero nella mente questi pensieri tanto filosofici, furono nondimeno troppo spaventati dall'immane catastrofe. Appena ventiquattro anni prima, nel 1669, l'Etna aveva fatto sentir loro in altro modo la sua tremenda potenza, investendo la città dal lato di ponente col gran fiume di fuoco sceso dai Monti Rossi, ricoprendone un intero quartiere e colmandone il porto. Dai libri si sapeva che cinque secoli innanzi, il 4 febbraio 1169, un altro terremoto aveva abbattuto Catania, seppellendo sotto le macerie quindicimila dei suoi figli; e che troppe altre volte, nei tempi storici e preistorici, le scosse del suolo e le inondazioni della lava avevano rovinato la disgraziata città. A chi mai era dunque venuto in mente di fabbricarla proprio in quel sito, ai piedi della malferma «colonna del cielo» e sulla stessa officina del Dio del fuoco?... [Illustrazione: BORGO--FONTANA DI CERERE. (Fot. Martinez).] [Illustrazione: BORGO--PIAZZA CAVOUR. (Fot. Gentile).] [Illustrazione: PIAZZA STESICOREA PRIMA DEGLI SCAVI DELL'ANFITEATRO. (Fot. Gentile).] [Illustrazione: ORTO BOTANICO. (Fot. Martinez).] I. [Illustrazione: PIANTA DEL SEC. XVI.] L'avvenimento risale, assicurano, ai tempi di Noè, e in prova ne dànno i nomi di due quartieri: la Mecca e Zalisa, che sarebbero quelli di Lamech, padre del gran patriarca enologo, e di Elisa, nipote di quest'ultimo e quindi pronipote del primo. Chi avesse vaghezza di simili ed anche più bislacche interpretazioni etimologiche ne troverebbe, in certi libri, a dovizia; ma ciò che pare credibile è soltanto questo: che i Calcidesi venuti a fondar Nasso sotto Taormina, nel 758 prima di Cristo, ed avanzatisi sei od otto anni dopo, con la guida di Evarco, sino alle falde meridionali dell'Etna, non fondassero Catania, ma semplicemente mettessero una loro colonia nella città, l'origine della quale si perde nella notte dei tempi, leggendosi presso gli antichi scrittori che in un'età remotissima i terremoti dell'Etna fecero crollare «le muraglie boreali con le torri, prima opera dei Ciclopi». Ciclopi e Lestrigoni, poste da banda le favole e i miti, sarebbero stati i più antichi abitatori dell'isola, i predecessori dei Sicani e dei Sicoli, i quali avrebbero popolato, prima che ogni altra contrada, il territorio leontino e le falde meridionali dell'Etna. Le fiamme e gli scotimenti del vulcano non li spaventarono, e li attrassero invece i vantaggi della situazione e del clima, che l'Accademico Infecondo doveva più tardi celebrare, scrivendo: «Il sito di sì bellissima Città era sì ameno, che giusto potevasi dire come dicevano i Mori della di loro Granata, che a perpendicolo stavasi addosso il Paradiso». Assicurano anche che il primo nome di Catania fosse quello stesso del monte: Etna, e che i Fenicii la chiamassero poi Katna per significare che era piccola. Oggi, dopo trenta secoli di storia fortunosa, chi la scorge veleggiando verso la bella Trinacria che caliga Tra Pachino e Peloro, potrebbe dare ragione ai Fenicii e ricusare di credere che la breve linea di edifizii sorgenti in mezzo al golfo che riceve da Euro maggior briga Non per Tifeo, ma per nascente solfo, sia una gran città di centosessantamila anime; ma ciò dipende dal fatto che essa si stende dentro terra, ed affaccia appena una punta sul Jonio. E come dal mare la città non è molto vistosa, reciprocamente dalla città il mare non si vede se non lo si cerca, al porto od al piazzale dei Martiri: colpa ancora dell'Etna, vicino grande, ma troppo pericoloso; il quale, spingendo i suoi fiumi di fuoco sino alle rive, ha investito ora da levante ora da ponente, e stretta e quasi attanagliata Catania fra due mandibole di nerigne e ferrigne lave rapprese, facendola paragonare da Plutarco, per la forma, ad una grattugia---tyroctesin---e, quanto al colore, ad -une église tendue de noir pour un enterrement- dal primo Dumas: impressione che Paolo Bourget doveva più tardi condividere ed esprimere più laconicamente, dando l'epiteto di -sombre- alla città già -clarissima-... [Illustrazione: PIANTA DEL SEC. XVIII.] [Illustrazione: IL FARO.] [Illustrazione: PIAZZALE DEI MARTIRI--COLONNA DI S. AGATA. (Fot. Martinez).] [Illustrazione: ENTRATA DEL PORTO. (Fot. Alinari).] Tutta la plastica del territorio è stata continuamente mutata dalle successive eruzioni: il livello del suolo si è innalzato dove le correnti di liquido fuoco si vennero petrificando; il corso delle acque dell'ovidiano Amenano è stato fuorviato ed interrato; le vallicelle di Albanelli e di Nésima sono state colmate, il laghetto di Nícito è scomparso, i quartieri marittimi si sono trovati da un giorno all'altro dentro terra, il contorno della costa si è modificato, il porto si è ristretto ed è poi sparito, nuovi promontorii scabri e desolati si sono allungati nel mare. Questi secolari giuochi del vulcano, aggiunti ai sobbalzi della sua crosta tanto più funesti agli abitanti, persuasero dunque i Catanesi contemporanei del nostro Secentista a mettere fra loro ed il monte le grandi distese della -Piana- ed il fosso del Simeto. Un'altra volta, molti secoli prima, e precisamente l'anno IV della 76ª Olimpiade, essi avevano dovuto sgombrare la città natale, cacciati non già dal furore del vulcano, ma da quello di un uomo. Gerone II, tiranno siracusano, volendo decretare a sè stesso gli onori serbati agli Oichisti, o fondatori di città, e non avendo l'opportunità di costruirne una di sana pianta, pensò, conquistata Catania, di confinarne gli abitanti a Leontino e di ripopolarla di nuova gente; allora le diede--o le restituì--il nome di Etna, e si qualificò egli stesso Etneo. Così, memori forse del primo esodo, i Catanesi del 1693 deliberarono di emigrare dalle parti di Lentini; se non che, alla vecchia città stendentesi in pianura, nel fitto della malaria, preferirono la nuova Carlentini, la «città moderna che vantava il suo origine di quel grande Alcide delle Spagne Carlo V»; e se Pietro Cappero, commissario del governo spagnuolo, appositamente spedito per distoglierli dal disperato proposito, non fosse riuscito a compiere il suo ufficio di persuasione, il nome di Catania si sarebbe una seconda volta perduto, o non avrebbe più avuto il senso che altri etimologisti vi trovarono: -Kata-Etna-: sotto l'Etna. [Illustrazione: IL PORTO. (Fot. Alinari).] [Illustrazione: NEL PORTO. (Fot. Martinez).] [Illustrazione: IL PORTO. (Fot. Alinari).] Nè i soli cataclismi naturali la funestarono così nel corso dei secoli; ma gli stessi uomini diedero mano a guastarla. Sesto Pompeo, al tempo del secondo triumvirato, distrusse gran parte dei suoi edifici e rovesciò tutte le mura. Augusto la ristorò e ne fece, per compenso, una delle più fiorenti colonie romane; ma alla caduta dell'Impero i vandali di fuori via e quelli paesani ne buttarono giù i monumenti più insigni; e se Milano fu distrutta da Federico Barbarossa nel 1162, Catania patì poco dopo un eguale destino due volte: la prima ad opera del figlio di lui, Arrigo VI, nel 1194, per essersi dichiarata fautrice di Tancredi, conte di Lecce; la seconda nel 1232, da Federico II, per avere stretto lega con le città guelfe e ricusato di riconoscere l'autorità del Hohenstaufen. Le storie non dicono se fosse sparso sale sulle rovine catanesi come su quelle della metropoli lombarda; certo però la città fu rasa al suolo, e fu viceversa innalzato il castello Ursino sugli avanzi dell'antica rocca Saturnia, per incutere un salutare timore ai cittadini quando si accordò loro di riedificare le abitazioni--purchè non alte più di due piani, e quindi sottoposte al luogo forte... [Illustrazione: NELLA DARSENA. (Fot. Gentile).] Patto, in verità, inutile, poichè non c'era più pericolo che i Catanesi costruissero grandi palazzi. La paura dei terremoti ne avrebbe già fatta passar loro la voglia, se non avessero poi dovuto astenersene per una più persuasiva ragione: la mancanza dei mezzi. A poco a poco, nel corso dei secoli, la città aveva perduto l'importanza e la prosperità godute durante l'epoca greca e la romana, quando scrittori come Tucidide, Pindaro e Cicerone ne lodavano la grandezza e la bellezza. Non era stata menzionata da Ausonio insieme con Siracusa, allorchè quest'ultima gareggiava con Atene? Ma gli stessi documenti della prisca gloria, i sontuosi monumenti che l'avevano un tempo decorata, si disperdevano per le concomitanti ingiurie del vulcano e degli uomini; oggi, dopo tanti altri cataclismi e vandalismi, ne resta poco più che il ricordo. [Illustrazione: NEL PORTO. (Fot. Gentile).] II. [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--CERERE. (Fot. Giuffrida).] A tutti i Numi dell'Olimpo sorsero qui tempii sontuosi, e ad uno ad uno furono sostituiti--vecchia storia--da altrettante chiese cristiane. Quello di Bacco, presso le terme Achillee, ricco di dodici altari, somigliava, assicurano, a quello di Eliopoli: sulle sue ultime rovine, nel 1400, coi tesori di Ximene e Paolo di Lerida e i doni della regina Bianca, si fondò il monastero di S. Placido. Sul tempio di Giano, San Leone II, il ravennate taumaturgo vescovo di Catania, eresse una chiesa a S. Lucia; caduta questa col terremoto del 1075, fu sostituita dalla chiesa dell'Annunziata e nel 1200 da quella del Carmine ancora esistente. Castore e Polluce avevano un sacrario di marmo, di stucco e d'oro, sul quale, nel 1295, fu costruita la chiesa e la badia di S. Giuliano. Nel 1329 la regina Eleonora, moglie di Federico II, fece costruire a proprie spese, ordinando poi che ve la seppellissero, il convento di S. Francesco sulle rovine del tempio di Minerva. Sedici anni dopo, nel 1355, fondandosi la chiesa di S. Benedetto, si trovarono e scomparvero tosto per sempre i ruderi del tempietto d'Esculapio ed il suo simulacro. Sui rottami del tempio di Proserpina fu eretta, nel 1382, la Collegiata; nel 1396 un ospedale e nel 1555 la chiesa dei Gesuiti occuparono l'area del tempio di Ercole, del quale resta una statua mutilata e rabberciata nel museo Biscari. L'ultima sostituzione avvenne nel 1558, quando sui vestigi del tempio di Venere, sulle sue colonne infrante, sui frammenti dei suoi mosaici, i Benedettini costruirono la loro casa. [Illustrazione: MUSEO BISCARI--TORSO DI GIOVE. (Fot. Grita).] [Illustrazione: MUSEO BISCARI--STATUA D'ERCOLE. (Fot. Grita).] Nè questi furono i soli o i maggiori edifizii sacri dell'antica Katana. Essa ebbe un tempio di Cibele, distrutto dal terremoto del 1020, dove è oggi il sobborgo corrottamente chiamato di Cibali; ebbe quello di Ecate nella contrada detta Ecatea, ed anche ora chiamata Licatìa; ne ebbe un altro ad Apollo Arcageta sulla collina di S. Marta. Fra i più sontuosi e magnifici doveva essere quello di Cerere, i vestigi del quale furono scoperti nel 1772 dal principe di Biscari. Alla Madre Demetria gli antichi Catanesi avevano eretto un tempio composto di due grandi edifizii ottagoni, ciascuno dei quali era lungo 150 cubiti, sormontati da una cupola che venti Atlanti sostenevano. Nei penetrali dodici colossali cariatidi reggevano il prezioso simulacro della dea, «-signum perantiquum-, dice Cicerone, -quod viri non modo cuius modi esset, sed ne esse quidem sciebant; aditus enim in sacrarium non est viris; sacra per mulieres ac virgines confici solent-»; ma il grande oratore parla di questa antichissima e misteriosissima statua per narrare che Verre la fece rubare. Ne restarono, intorno alla seconda metà dell'ottavo secolo, alcune di quelle che adornavano esternamente il tempio; ma allora il già citato S. Leone le fece distruggere con tutto l'edifizio: solo qualche informe rudere, un pezzo di cornicione dorico serbato nel museo Biscari ed una statuetta custodita nel Benedettino, stanno ad attestarne l'esistenza. Del tempio di Giove dicesi che facesse parte la grande statua del Nume, della quale il principe di Biscari serbò il torso mutilato, senza testa nè braccia, di squisita modellatura, che è fra le più belle cose della sua raccolta; ma questa supposizione, come tante altre del genere, non si può più verificare, e resta anzi da accertare se quel Giove greco non fosse piuttosto un Bacco romano... [Illustrazione: PIAZZA MAZZINI E VIA GARIBALDI. (Fot. Grita).] [Illustrazione: PIAZZA DEL DUOMO--LA FONTANA DELL'ELEFANTE. (Fot. Alinari).] [Illustrazione: FONTANA DELL'ELEFANTE. (Fot. Martinez).] Altri sontuosi edifizii e monumenti ornarono l'antica città, offesi dal tempo, dalla natura e dagli uomini quanto i delubri, ed anche peggio. Sorgevano un Foro, una Basilica, una Curia, un Erario, una Zecca, ed altre costruzioni profane e sacre nel tratto oggi compreso fra il cortile di S. Pantaleone ed il convento di S. Agostino; ma anche di queste nulla o troppo poco si vede più sul luogo. Il Foro, secondo Vitruvio, aveva forma di parallelogramma, con una piazza nel mezzo, girata da un portico a colonne; secondo il Bolano era di pianta quadrata, a due piani; al tempo di questo cronista mancava il solo lato occidentale, e degli altri rimasti in piedi si vedevano ancora molte stanze dell'ordine superiore, essendo l'edifizio interrato: otto a mezzogiorno, sette a levante e quattro a settentrione; ora non restano altro che le vôlte di qualcuna di queste stanze, e per vederle bisogna scendere sotterra, al lume delle lanterne, in quelle che il popolino chiama -Grotte di San Pantaleo-, e che sono veri antri dove il piede non trova più l'antico pavimento a grandi lastre di pietra calcare, per due ragioni entrambe molto concludenti: la prima è che l'acqua perennemente stagnante in quei luoghi non permette al visitatore d'inoltrarsi; la seconda è che l'antico lastricato, quando il monumento scompariva, ne fu strappato e servì poi a pavimentare il secondo atrio del museo Biscari. Gli unici avanzi, ormai anch'essi sepolti, della Curia, della Basilica, della Zecca e via dicendo, sono probabilmente le vôlte e i portici sui quali fu costruito il convento di S. Agostino: solo le colonne trovate in questi dintorni esistono ancora, e sono le trentadue che formano i portici di piazza Mazzini. Catania ebbe anche un Ippodromo o Circo, decorato di statue, incrostato di marmi, bagnato da due ordini di canali, i maggiori denominati Nili, i minori Euripi: nulla più ne resta, ad eccezione degli obelischi che ne segnavano la spina e le mete. Uno sarebbe quello che si custodisce, rotto, nel museo Biscari; l'altro quello che sorge in piazza del Duomo, sulla fontana dell'Elefante; monumento singolare dove sono rappresentate o simboleggiate tre civiltà: la punica, dall'elefante che i Catanesi tolsero a stemma--come si vede fin da un suggello del conte di Paternò--per avere respinto gli assalti dei Cartaginesi, nonostante che la loro cavalleria fosse provveduta d'uno squadrone di questi spaventosi pachidermi; l'egizia, dall'obelisco che, o servisse di meta nel circo, o fosse invece qui trasportato al tempo delle Crociate, viene presumibilmente dalla terra dei Faraoni, e forse dalle cave di granito di Siene, e ne parla con i geroglifici che vi sono scolpiti; e da ultimo la cristiana, dal globo, dalle palme, dall'Epigrafe angelica e dalla croce che lo incoronano. [Illustrazione: ARCHIVIO DEI BENEDETTINI--SUGGELLO DEL CONTE DI PATERNÒ. (Fot. Giuffrida).] [Illustrazione: MUSEO DEI BENEDETTINI--PROCESSIONE DIONISIACA. (Fot. Giuffrida).] [Illustrazione: MUSEO BISCARI--MOSAICO DELLE TERME DIONISIACHE. (Fot. Grita).] La città antica ebbe anche un Ginnasio, che se non fu istituito da Caronda 680 anni prima dell'Era volgare, fu restaurato da Marcello in premio della fedeltà serbata dai Catanesi a Roma nella guerra contro Siracusa; ma non ne resta altra memoria fuorchè nei libri. C'era anche un grande acquedotto che recava le acque di Licodia, lungo non meno di sedici miglia; ma non se ne vede altro che qualche altro misero avanzo. Tanta copia d'acque era necessaria ad alimentare la Naumachia--i cui ultimi resti sparvero sotto le lave dianzi citate--il Ninfeo eretto da Ero Apolline e restaurato da Arsinio, prefetto in Sicilia, a cura di Flavio Ambrosio, e le moltissime Terme, parecchie delle quali si vedono ancora conservate discretamente. [Illustrazione: TEATRO ANTICO--ARCO DELLA SCALA D'ACCESSO E PILONI DEGLI ARCHI DEL PORTICO. (Fot. Grita).] [Illustrazione: TEATRO ANTICO--INGRESSO ALLA SCENA. (Fot. Grita). PRIMO CORRIDOIO.] Le achillee, o dionisiache, così chiamate perchè prossime al tempio di Bacco, furono restaurate dal proconsole Lucio Liberio e stanno oggi sotto la cattedrale e il limitrofo Seminario; le fondazioni di questi edifici impediscono di esplorarle tutte e lasciano vedere solo un corridoio, una stanza con la vôlta sostenuta da quattro grandi pilastri e ricoperta di stucchi adorni di figure a bassorilievo: puttini, tralci, grappoli d'uva ed altri emblemi bacchici; un bassorilievo, piccolo ma squisito, rappresentante una processione dionisiaca, è serbato nel museo Benedettino. La chiesetta di S. Maria della Rotonda è anch'essa l'avanzo e probabilmente l'atrio od il laconico d'una gran terma, molti cimelii della quale, come pezzi di mosaico, frammenti di lapidi e d'iscrizioni, si conservano nei due musei cittadini. Altri minori ruderi di terme si trovarono in altri punti della città; l'avanzo più ragguardevole, quasi un intero stabilimento termale, esiste ancora sotto il convento di Santa Maria dell'Indirizzo: da una prima stanza si passa all'apoditerio o spogliatoio, ad una specie di bagno appartato, ad una seconda stanza comunicante col laconico e ad una terza di pianta ottagonale ai lati della quale sono disposti i clipei. Esistono ancora le fornaci, una conserva d'acqua, varii condotti per l'aria rarefatta, il sito della sedia stercoraria, l'emissario delle acque luride, gl'incavi dove erano confitte le condutture di piombo serbate nel museo Biscari. [Illustrazione: TEATRO ANTICO--SECONDO CORRIDOIO. (Fot. Grita).] [Illustrazione: TEATRO ANTICO--PARTE CENTRALE DELLA CAVEA. (Fot. Grita).] [Illustrazione: TEATRO ANTICO--ULTIMI CUNEI DI SINISTRA DELLA CAVEA. (Fot. Grita).] [Illustrazione: MUSEO BISCARI--PIEDESTALLO DEL TEATRO ANTICO. (Fot. Grita).] Fra le rovine dei pubblici edifizii nobilitanti l'antica colonia calcidese altre ve ne sono, ancora più notevoli. Il primo posto per antichità spetta senza dubbio al teatro, che è detto greco, ma che più propriamente dovrebbe chiamarsi greco-romano. Di costruzione romana sono indubbiamente le parti appariscenti; ma è probabile che l'edifizio romano sorgesse su fondamenta greche, perchè ai tempi greci si legge nelle storie che Catania ebbe appunto un teatro, dove Alcibiade, come uno dei comandanti dell'esercito ateniese venuto a conquistar Siracusa, arringò i cittadini per volgerli al suo partito. Se Diodoro e Cicerone non fanno più menzione del teatro catanese, la cosa è stata spiegata coi terremoti e con le lave che probabilmente lo abbatterono e ricopersero: sugli avanzi è probabile che i Romani erigessero poi la loro mole sontuosa, della quale anch'oggi si può avere un'idea da ciò che ne resta, allo scoperto in parte, ed in parte sotterra: tre ordini di corridoi, le scale per le quali si passa dall'uno all'altro, quelle che dividono la cavea in cunei, il pavimento dell'orchestra di marmo bianco e rosso sul quale alzavansi i sedili, ed i frammenti di sculture e di architetture custoditi nel museo Biscari: una graziosa figura di Musa, rottami di statue, capitelli e piedistalli, il maggiore dei quali ha effigiati nel dado una vittoria e due guerrieri senza cimiero nè celata nè asta; rocchi ed architravi, uno dei quali ha scolpiti nel fregio una Nereide vinta da un Ercole. Alla scena ed alla loggia appartennero anche le colonne che furono trasportate in altri punti della città, le sei che ornano la facciata del Duomo, le due del Palazzo comunale e l'altra della piazza dei Martiri; i marmi bianchi e rossi dei sedili furono adoperati per pavimentare il Duomo. Oltre che per la ricchezza degli ornati, il teatro catanese fu dei più notevoli per ampiezza: conteneva il doppio degli spettatori dell'ateniese e poco meno di quanti ne entravano nel siracusano. Ma la maggiore sua importanza è dimostrata dall'Odeo che gli era ed è ancora annesso. Mario Musumeci, valente architetto e dotto archeologo fiorito un secolo addietro, diede una bella illustrazione di questo secondo edifizio e ne rilevò l'importanza. Mentre di pochissimi altri Odei restano troppo scarsi vestigi, undici cunei del catanese, su diciassette, si vedono ancora; gli altri sei, distrutti, sono indicati dal perimetro dell'edifizio. Alla testata di levante della precinzione, che è allo scoperto, s'appoggiavano tredici gradini scendenti fino all'orchestra, circoscritta, dalla parte del pulpito, dal muro oltre il quale non si vedono altre costruzioni. Il rivestimento esterno è formato da pezzi di lava squadrati e disposti in file orizzontali e parallele di diseguale altezza, alla maniera pseudo-isodoma: c'è una sola comunicazione fra l'interno e l'esterno, attraverso il cuneo centrale: prova che l'Odeo non poteva servire a grandi riunioni popolari, ma solo a ristrette adunanze, ai concorsi degli autori drammatici e alle prove dei cori, come è confermato dalla mancanza della scena. Anche qui terremoti e vandali hanno lasciato i loro segni: perdute le colonne che ornavano il pulpito, distrutti i pezzi ornamentali del muro di precinzione e di quello esterno dalla cimasa in su: solo qualche frammento se ne volle trovare nella decorazione della porta settentrionale del Duomo, come si dirà a suo luogo. L'edifizio, pertanto, appena si riconosce: mutilato, squarciato, convertito nelle parti ancora resistenti in abitazione di umile gente, con gli archi dei cunei trasformati in orribili terrazzini ed in luride stamberghe. [Illustrazione: L'ODEO.] [Illustrazione: L'ANFITEATRO ROMANO--L'ENTRATA DELL'ARENA. (Fot. Ursino).] Mentre qui s'aspetta ancora l'invocata opera del restauratore, si è posto mano ultimamente al discoprimento di altri avanzi gloriosi: quelli dell'Anfiteatro, che fu uno dei maggiori di Sicilia. Limitrofo al palazzo del Proconsole ed alle prigioni, esso aveva forma elittica, con il grande asse esterno lungo 125 metri e 71 l'interno; con un piccolo asse esterno di 106 metri e l'interno di 193. Vi si contavano 56 archi, tre ordini di sedili, due precinzioni; era alto più che 30 metri e capiva 16 mila spettatori. Ma, fino a poco tempo addietro, la maestà della mole si desumeva dai libri e da un vecchio quadro del Niger; perchè, quasi non fossero bastati i terremoti e gli incendii, la mano dell'uomo ne aveva consumata l'estrema rovina. Non se ne vedevano, fino all'anno scorso, se non qualche pezzo di muro, qualche arco, qualche vôlta sotto le fondamenta di case moderne: vestigi che se consentirono al Garruccio, col sussidio dei libri, di illustrare dottamente il sontuoso edifizio, non bastavano ad altri scrittori neanche ad ammetterne l'esistenza. Ora, grazie agli scavi intrapresi in piazza Stesicorea, gli scettici possono vedere con gli occhi e toccar con le mani tutto un fianco della gran mole, parte della gradinata, gran parte dei corridoi, parecchi ordini di archi e la porta che metteva nell'arena. Quel mutilato scheletro, se accusa la barbarie delle generazioni che lo ridussero in uno stato così miserando, attesta ancora, nondimeno, con la severa nobiltà dei suoi profili, con la maestosa solidità del suo impianto, l'antica grandezza della città. [Illustrazione: ARCHI DELL'ANFITEATRO.] [Illustrazione: L'ANFITEATRO. (Fot. Martinez).] [Illustrazione: PIAZZA STESICOREA CON L'ANFITEATRO. (Fot. Martinez).] Ma più che dai ruderi di questo e degli altri maestosi edifizii dei quali si è ragionato, il grado di floridezza e di civiltà di Katana si desume da più piccole, da veramente minuscole opere d'arte: le monete che vi furono battute. Nella meravigliosa collezione dei conii greco-siculi posseduta dal barone di Floristella, in Acireale, i catanesi sono fra i più abbondanti, contandosene una sessantina, d'oro, d'argento e di bronzo; e se tutti hanno qualche lor proprio pregio, alcuni stanno tra i più eccellenti saggi di quest'arte che la Sicilia greca portò alla perfezione. Il tetradramma con la testa d'Apollo e la quadriga, lavorato e firmato da Herakleidas, ha ben poco da invidiare alle Aretuse siracusane. Evainetos, Choirion, Prokles, altri artisti il cui nome è perduto, diedero a Catania altri conii bellissimi; dove con le teste dell'Amenano, di satiri, di fauni, di divinità, e con le spighe, le bighe, le quadrighe, i tori a testa umana, le Vittorie, le Giustizie, si trovano segni e figure locali, come quelli del gambero detto imperiale, come i gruppi dei Fratelli Pii, Anapias ed Anfimos, sollevanti i genitori per salvarli dal fuoco dell'eruzione etnea chiamata appunto dei Fratelli Pii. Ma forse il conio catanese più bello, certamente il più raro e interessante, del quale un solo esemplare si conosce finora, è quello risalente al tempo quando la città fu chiamata Etna: nell'iscrizione infatti, invece che KATANAION si legge AITNAION. Non si può dire se è più bello il -retto-, dove si vede la testa del calvo e barbuto Sileno, con le orecchie caprine e il capo inghirlandato di edera, o il -verso-, dove dinanzi a un'aquila che sta con le ali raccolte in cima a un pino, Giove Etneo, indossante un -imation- attaccato sulla spalla sinistra, siede sopra un ricco trono, e mentre s'appoggia con la destra ad un'asta piegata ad uncino, regge con la sinistra il fulmine alato. [Illustrazione: 1. TORO ANDROPROSOPO E VITTORIA. TETRADRAMMA D'ARGENTO ANTERIORE AL 476 A. C. (Fot. Pennisi). 2. TESTA DI SATIRO E TORO COZZANTE. LIBRA D'ARGENTO ANTERIORE AL 476 A. C. 3. TESTA DI AMENANO E DI SATIRO. DRAMMA D'ARGENTO, ANNI 415-403 A. C. (Fot. Ursino). 4. I FRATELLI PII (BRONZO). 5. DIONISOS E FRATELLI PII, ANNI 415-403 A. C. (BRONZO). (Fot. Ursino). 6. APOLLO LAUREATO E QUADRIGA--TETRADRAMMA D'ARGENTO (ANNI 415, 403 A. C.)--FIRMATA DA HERAKLEIDAS. (Fot. Pennisi). 7. DRAMMA D'ARGENTO FIRMATO «EVAI (METOS)». TESTA DI AMENANO E QUADRIGA, ANNI 415-403 A. C. 8. TESTA DI AMENANO E BIGA, ANNI 415-403 A. C. (Fot. Pennisi). 9. MERCURIO E VITTORIA, ANNI 415-403 A. C. (BRONZO) 10. DIONISOS E CARRO TIRATO DA PANTERE ANNI 415-403 A. C. (BRONZO) (Fot. Ursino). MONETE DI KATANA] [Illustrazione: L'ANFITEATRO ROMANO--RESTAURAZIONE.] III. [Illustrazione: FESTA DI S. AGATA--CANDELORA. (Fot. Ursino).] Decaduta, ammiserita, spopolata durante l'età di mezzo, Catania ebbe nondimeno anche allora qualche nobile opera d'arte, specialmente cristiana; ma se già degli edifizii pagani restano vestigi tanto scarsi e malconci, neppure dei tempii cristiani, costruiti a spese delle classiche architetture, i terremoti hanno lasciato maggiori testimonianze. Quasi tutto ciò che resta parla di S. Agata, la vergine martoriata da Quinziano, pretore o proconsole romano in Sicilia verso la metà del terzo secolo. [Illustrazione: S. MARIA DI GESÙ--INTERNO DELLA CAPPELLA DI CASA PATERNÒ. (Fot. Gentile).] [Illustrazione: FINESTRA DELLA CHIESA DI S. GIOVANNI DI FLERES, ORA CASA LEOTTA. (Fot. Castorina).] Narrano gli Atti latini che, nata da nobili parenti, tra il 237 e il 238, sotto Decio, Agata aveva abbracciato la fede di Gesù e si era a lui votata, allorchè Quinziano volle farla sua per soddisfare la duplice cupidigia eccitata nel suo animo pravo dalla bellezza e dalla ricchezza della giovinetta appena trilustre. Resistendo ella strenuamente alle lusinghe, alle promesse, agli esempi di corruzione nella casa della matrona Afrodisia a cui il prepotente Romano l'aveva affidata, costui la fece tradurre in giudizio quale negatrice dei Numi. Ammonita a venerarli come era debito, ella li schernì, ed alle minaccie di terreni tormenti rispose minacciando l'eterna dannazione al suo persecutore. Ricondotta alla prigione e brutalmente sospinta dai manigoldi, fu vista prodigiosamente star ferma, immobile, con le piante dei piedi impresse nella pietra; poscia, entrata spontaneamente nel carcere, vi passò un giorno pregando; finchè, ancora una volta tratta dinanzi al tiranno, con tanta forza continuò a resistergli, che l'imbestialito Quinziano ordinò ai littori di tormentarla con verghe e lame roventi sul durissimo eculeo, poscia di torcerle e strapparle una mammella, e finalmente di stenderla sui carboni ardenti; ma nel punto che ella pativa questo estremo supplizio, un terremoto scosse la città dalle fondamenta, due assessori del Proconsole, Silvino e Falconio, che si godevano il truce spettacolo, restarono sepolti sotto le rovine, ed il popolo, vedendo nel cataclisma un castigo di Dio, insorse contro il tiranno, il quale fu costretto a sospendere il supplizio ed a fuggire, trovando di lì a poco la morte al passo del Simeto. Troppo tardi tratta dalla fornace, l'esausta martire spirò, e i suoi pii correligionarii ne deposero il corpo in un sepolcro nuovo; allora, nel punto che il sarcofago stava per esser chiuso, un bellissimo fanciullo, sopravvenuto insieme con cento compagni, depose presso la salma una tavoletta marmorea con l'Epigrafe angelica, le iniziali della quale si vedono ora ripetute in tanti luoghi: -Mentem Sanctam Spontaneam Honorem Deo Et Patriae Liberacionem-. I Catanesi cominciarono pertanto a venerarla come la loro celeste protettrice, e quando ebbero fede nella sua divina potenza il suo culto cominciò a diffondersi oltre i confini della città e dell'isola, per tutto il mondo. Nel 263 il vescovo Everio le consacrò, sulle rovine del Pretorio, una prima cripta o edicola; trascorso ancora mezzo secolo, nei primordi del IV, le fu eretta una chiesa che S. Leone riedificò od abbellì. Questa chiesa, denominata S. Agata la Vetere, fu per lungo tempo la cattedrale di Catania; ma i due terremoti del 1169 e del 1693 la conciarono in modo che quella ricostruita sulle sue rovine non ne serba più alcuna traccia, fuorchè tre cimelii. Il primo e più notevole è lo stesso «sepolcro nuovo» dove fu custodita per tanti secoli la salma preziosa. L'arca propriamente detta è di marmo, con bassorilievi dove si vedono--o per meglio dire si vedrebbero, se non l'avessero incastrata e quasi murata nel nuovo altare maggiore--due grifoni affrontati dinanzi a un candelabro ardente da una parte, e centauri e combattenti nell'altra faccia. L'architetto Sciuto Patti, che potè esaminarla, la riferì ai tempi di Roma imperiale, assegnando una data molto posteriore al coperchio, che è d'altra pietra e porta emblemi cristiani e la stessa figura del Redentore riferibili all'epoca bizantina. Gli altri due avanzi dell'antica e veramente -vetere- chiesa di S. Agata furono ritrovati nel luglio del 1742: uno è la trascrizione su marmo e con caratteri gotici dell'Epigrafe angelica, l'originale della quale fu portato a Cremona: nel primo rigo, prima dei caratteri, è scolpita una mano senza pollice, con l'indice e il medio distesi, l'anulare e il mignolo piegati, in atto di benedire; l'altro avanzo, più notevole, è un bassorilievo di marmo, con gli spigoli arrotondati, nei quali sono scolpiti due nimbi crociferi terminati da un listello piano e con le croci bizantine; anch'esso ha un'altra iscrizione dichiarante il soggetto della scena rappresentata nella parte centrale: la visita, cioè, di S. Pietro a S. Agata in carcere: figure rozze, semplicemente abbozzate, ma non senza espressione, e rivelatrici dei caratteri proprii alla prima età cristiana. I due avanzi sono stati murati uno sull'altro e raccordati con incorniciature di marmo colorato. [Illustrazione: DUOMO--ABSIDI NORMANNE E CUPOLA MODERNA. (Fot. Gentile).] [Illustrazione: IL DUOMO--ESTERNO. (Fot. Alinari).] [Illustrazione: DUOMO--ABSIDI NORMANNE. (Fot. Castorina).] Contigua a S. Agata la Vetere è l'altra chiesetta del S. Carcere; dove, insieme con altre reliquie della martire--come l'impronta dei suoi piedi nel sasso--si trovano altre vestigia della antica Catania dei tempi di mezzo sfuggite ai terremoti ed ai vandali. A chi guarda esteriormente, di fianco, la chiesa par che sorga sulle mura di Carlo V, dove il bastione fa un angolo; ma nell'interno, per una scala buia, si scende in una parte delle carceri romane. Quel che se ne vede fece giudicare allo Sciuto Patti che si tratti di quella parte mediana--la -interior---che stava tra la superiore, o -custodia communis-, e l'-inferior-, o -robor-. La costruzione rivela gli stessi caratteri che contraddistinguono l'anfiteatro, il teatro, l'odeo, le terme e gli altri monumenti romani; nelle pareti interne si trovano tracce di antichi affreschi. Ma più singolare è sulla facciata barocca della chiesetta, rifatta dopo il terremoto del 1693, la magnifica porta, della quale, come appartenente in origine ad un altro monumento, e qui sovrapposta nel Settecento, si ragionerà fra poco; intanto, prima di lasciare questo Santo Carcere, è da notare che non tutta la chiesa crollò nel 1693; che anzi la vecchia costruzione si rivela ancora nella parte dell'edifizio rifatto e ingrandito, dove la vôlta a crociera di sesto acuto è decorata da ogive molto sporgenti, impostate sopra colonne con capitelli di grazioso disegno. [Illustrazione: DUOMO--INTERNO. (Fot. Gentile).] La stessa ossatura gotico-normanna, con la vôlta ad archi acuti impostata sulle colonnette degli angoli, si osserva a S. Maria di Gesù, nella cappelletta di casa Paternò, che rimase in piedi nel 1693 quando tutto il resto della chiesa, poscia rifatta, andò in rovina. Il gotico di questi due avanzi non è molto antico: tanto S. Maria di Gesù quanto il Santo Carcere sorsero nella prima metà del XV secolo; di data più remota doveva essere invece quello di S. Giovanni di Fleres, la cui prima fondazione risale al VI secolo, e precisamente all'anno 532. Gli avanzi di questa chiesetta che si vedevano ancora fino a pochi anni addietro, all'angolo delle vie Mancini e Cestai, non avevano nessun carattere, ridotti com'erano ai semplici muri risorti sui rottami dell'antico edifizio; quando, abbattendosene ultimamente le rovine per erigervi la casa Leotta, fu trovata sotto l'intonaco una graziosissima finestra del più fiorito gotico. Il cimelio fu rispettato ed è incorporato nel muro della casa moderna. [Illustrazione: DUOMO--PORTA SETTENTRIONALE. (Fot. Ursino).] [Illustrazione: DUOMO--PARTICOLARE DELLA PORTA SETTENTRIONALE. (Fot. Ursino).] [Illustrazione: CHIESA DEL SANTO CARCERE--LA PORTA. (Fot. Alinari).] [Illustrazione: CHIESA DEL SANTO CARCERE--INTERNO. (Fot. Castorina).] Ma in fatto di edifizii sacri dei tempi di mezzo, la cattedrale eretta dal normanno Ruggero nel 1094 fu certamente il più insigne. Anche qui, disgraziatamente, i due terremoti del 1169 e del 1693 produssero tale rovina che, a primo aspetto, nel tempio rifatto con altro stile nulla più parla di quella età. Ad un attento esame, nondimeno, le tracce della costruzione normanna si svelano. Le tre absidi, resistite ai cataclismi, ne sono testimonii esternamente, col loro sesto acuto; all'interno, l'arco gotico si mostra anche nelle cappelle del Crocefisso e dell'Immacolata, nonchè nelle finestre strette e lunghe, simili a feritoie, di quest'ultima e del passaggio fra la chiesa e il contiguo Seminario. Ma il più notevole vestigio architettonico dell'antico Duomo, la decorazione cioè della sua porta maggiore, non si trova più qui. Adattata alla Casa comunale dopo la rovina del 1693, forse perchè giudicata poco conveniente ad un luogo sacro, fu poi trasferita al Santo Carcere, dove anche oggi attira l'attenzione dei curiosi e degli studiosi, tra i quali molto si è discusso intorno al suo carattere. È normanna e contemporanea della primitiva fabbrica del 1094? Oppure è sveva, e fu poi sovrapposta, due secoli dopo, alla cattedrale? Monsignor di Marzo, storico e critico egregio dell'arte siciliana nell'evo medio ed al principio dell'età moderna, le nega il carattere normanno-siculo e vi trova l'influenza di altri stili. Il normanno-siculo, infatti, porta con tanta evidenza l'impronta mussulmana, che si suole più precisamente designare coi nomi di arabo-normanno-siculo; più tardi, invece, l'orientale profusione degli arabeschi negli intagli e nelle sculture ornamentali andò scemando a profitto di elementi interamente diversi: l'ibrido simbolismo e la barbara imitazione del classico che prevalsero nell'Italia settentrionale, particolarmente in Lombardia, e si associarono sempre più strettamente alle forme teutoniche. Questa porta dell'antico Duomo ne è per l'appunto, dichiara il di Marzo, un esempio, col suo congegno prospettico e simmetrico di quattro ordini di stipiti, nei tre angoli dei quali stanno tre colonnine per ciascun lato, faccettate a quadretti e strisce a zig-zag (-chevron-), e sui quali sono impostati quattro ordini di archi a pieno centro; e particolarmente con la serie delle figure simboliche che sorgono sulle piccole basi dell'architrave. Ridotte a cinque, da sei che erano dapprima, rappresentano un'aquila, una scimmia, un leone, una tigre ed un uomo seduto in sedia curule, al quale manca da qualche tempo il capo; la figura scomparsa era quella d'una donna in supplice atteggiamento. Che cosa significa questo -rebus- marmoreo? La soluzione che gli fu data sarebbe una prova storica da aggiungere all'artistica per negare l'origine normanna della porta ed assegnarla al periodo svevo. Rammentando la distruzione di Catania ordinata da Federico II, si volle che la figura dell'uomo seduto rappresentasse lo stesso Imperatore, e che gli animali simboleggiassero i suoi sentimenti verso amici e nemici, e che la donna fosse la città impetrante grazia dallo Svevo crudele. Spiegazione plausibile, la quale non persuade tuttavia i sostenitori della -normannità- del monumento; i quali, giudicando che gli emblemi svevi sono indipendenti dal resto degli adorni, sostengono che furono sovrapposti sull'architettura di Ruggero ai tempi di Federico. [Illustrazione: DUOMO--PORTA DELLA CAPPELLA DEL CROCEFISSO. (Fot. Franco).] [Illustrazione: SACRESTIA DEL DUOMO--L'ERUZIONE DEL 1669. AFFRESCO DEL MIGNEMI. (Fot. Castorina).] Se questa singolare decorazione dell'ingresso principale dell'antico Duomo dev'essere oggi cercata al Santo Carcere, un'altra porta della cattedrale rifatta è rimasta al suo posto e possiede anch'essa un suo proprio valore. Attribuendola ad Antonello Gagini, figlio di quel Domenico che, trasferitosi da Bissone, «delle parti di Lombardia», in Palermo, sollevò, con l'opera propria e dei valenti eredi, la scultura siciliana ad altezze prima ignorate, gli scrittori catanesi credettero di attribuirle il massimo pregio; ma non s'accorsero di ledere nello stesso tempo le ragioni della cronologia. L'iscrizione della porta dice infatti che questa fu eretta nell'anno 1577, ed allora Antonello Gagini era morto non da sette anni soltanto, come avvertì il già citato Musumeci, ma da quaranta, come nota il di Marzo, che registra nel 1536 la morte dello scultore palermitano. Escluso dunque il Gagini come autore dell'opera, sorge un'altra questione: è essa tutta d'una mano e d'una età, oppure risulta composta dall'accozzamento di pezzi greci o romani con altri di moderna fattura? Il Musumeci giudica antichi, e 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 . - - 13 14 . 15 16 17 18 19 20 21 22 . 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 ' - - 38 39 40 41 42 43 44 45 46 ' ' . 47 48 49 50 51 52 53 = = 54 - - 55 - - ' 56 - - 57 = = - - 58 ' 59 - - - - 60 - - - - 61 : 62 = . = 63 - - . - - 64 = = - - 65 - - 66 = " " = , 67 = = 68 = = 69 = = ( . ) 70 - - - - ' 71 - - - - 72 - - = = 73 - - = . = 74 - - = = - - 75 - - - - 76 - - = = - - : 77 78 - - = . = 79 - - - - 80 - - - - 81 - - = . = - - : 82 83 - - - - - - 84 - - - - - - 85 86 - - - - 87 - - - - : 88 89 - - = . = 90 = = ( ) 91 = = 92 = = 93 : 94 = = - - 95 - - - - 96 - - 97 - - 98 - - 99 - - 100 - - 101 - - 102 - - 103 - - . - - 104 ' 105 - - - - 106 - - - - 107 - - - - - - 108 - - 109 - - . 110 - - - - ' , 111 - - - - . 112 - - - - . 113 - - - - - - . 114 - - - - 115 = = : 116 = = ( ' ) 117 = = ( ) 118 = = ( ) . 119 = . = - - , 120 - - 121 - - " " 122 . , 123 ( ) 124 = = 125 - - = ' = , 126 = = - - 127 - - 128 - - 129 = = : . 130 - - - - . 131 - - 132 - - - - 133 134 - - 135 : ' 136 = = - - . 137 = = 138 . 139 - - 140 - - 141 - - 142 = = , 143 = = ( ) = . = 144 : 145 = = , 146 - - = = 147 = = - - 148 - - : 149 - - : 150 - - 151 - - 152 - - ' 153 - - 154 - - 155 - - 156 - - 157 - - 158 - - ' 159 - - : 160 161 - - - 162 - - 163 - - 164 - - : . 165 = = ( ' ) 166 = = 167 = = - - 168 - - 169 - - = = 170 = = 171 - - 172 . - - 173 = = 174 - - = = - - ' 175 - - = = 176 - - = = ' 177 - - - - ' 178 = = - - . 179 = = 180 = = ( ) , 181 - - 182 - - ( ) , 183 = = , 184 ' 185 = = : 186 : 187 = ' = 188 = . = - - 189 - - 190 = . = - - - - 191 = . = 192 - - 193 - - - - 194 = . = - - : 195 196 - - 197 - - - - 198 199 - - 200 - - : 201 = . = - - - - 202 - - 203 = = - - ' 204 205 - - 206 - - 207 - - 208 - - 209 - - 210 - - = = 211 : 212 = = - - . 213 - - . 214 - - - - . 215 - - 216 = = 217 = = 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 [ : ' . ] 228 229 [ : ' , - . . 230 ( . ) ] 231 232 233 « ' , , 234 . 235 ' , ' , ' , 236 ' ; 237 , , 238 , . 239 , , ' - - 240 , , , ' 241 ; 242 ' , , . 243 , , 244 ' , 245 ' . 246 , ' , ' 247 ' , ; 248 ; 249 , , 250 . 251 252 [ : . 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( . ) . ] 440 441 , , , ' 442 . 443 , 444 : . , 445 , ' 446 ' , 447 , . 448 , 449 ' ? 450 , ' , 451 ; 452 , , 453 . 454 455 [ : . ( . ) . ] 456 457 458 459 460 . 461 462 [ : - - . ( . ) . ] 463 464 465 ' , 466 - - - - . 467 , , , 468 , , : , 469 , 470 , . . , 471 , , 472 . ; , 473 ' 474 . , 475 ' , , , . 476 . , , 477 , , 478 . . 479 , , . , 480 ' 481 . , , 482 ; 483 ' , 484 . ' 485 , , 486 , , 487 . 488 489 [ : - - . ( . ) . ] 490 491 [ : - - ' . ( . ) . ] 492 493 ' . 494 , , 495 ; 496 , ; 497 . . 498 , 499 . 500 501 , , 502 . 503 , « - 504 - , , - , 505 ; ; 506 - » ; 507 508 . , ' 509 , ; 510 . ' : 511 , 512 , 513 ' . 514 , 515 , , , 516 ; , 517 , , 518 . . . 519 520 [ : . ( . ) . ] 521 522 [ : - - ' . 523 ( . ) . ] 524 525 [ : ' . 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( . ) . ] 619 620 [ : - - . 621 ( . ) . ] 622 623 [ : - - . 624 ( . ) . ] 625 626 [ : - - . 627 ( . ) . ] 628 629 ' 630 , . 631 , , 632 - . 633 ; ' 634 , 635 , , 636 ' , 637 . 638 , 639 : 640 641 , ' ' 642 , , : 643 , ' ' , 644 , ' 645 , 646 : , 647 , , 648 649 ; , 650 . 651 , 652 , ' 653 ; 654 . 655 , : 656 ' 657 . 658 ' . , 659 , 660 ' . 661 , 662 , , ; , 663 , ' . 664 , , ' 665 ' , , 666 , . 667 668 , 669 - : ' ' ' , 670 : ' 671 , , 672 , 673 . 674 : , 675 676 : 677 , 678 . ' , , : , , 679 , 680 681 . 682 683 [ : ' . ] 684 685 [ : ' - - ' ' . 686 ( . ) . ] 687 688 ' ' , 689 : 690 ' , . 691 , , 692 ' ; 693 ' . , 694 , ; 695 . , , 696 ; 697 , , 698 ' ' . , 699 ' , , , 700 : 701 , , 702 , 703 ' . , 704 , 705 , , 706 , 707 ' . , 708 , 709 , , , 710 , ' . 711 712 [ : ' . ] 713 714 [ : ' . ( . ) . ] 715 716 [ : ' . ( . ) . ] 717 718 719 , 720 , ' : 721 . 722 - , , 723 , , ' , 724 ' ; , 725 ' 726 . 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( . ) . ] 807 808 , , 809 , , 810 , 811 812 . 813 , , 814 ' , 815 . 816 , , 817 ' . 818 , 819 , , 820 ; , , 821 ; , , 822 , ' 823 824 , , 825 ; 826 , , 827 , , 828 , , , 829 , , 830 , 831 . , 832 ' , 833 ; , 834 , , 835 , 836 ' , 837 : - 838 - . 839 , 840 841 ' , . , 842 , ; 843 , , . 844 . , . 845 , ; 846 847 , . 848 « » 849 . ' , 850 - - , 851 ' - - 852 , 853 ' . ' , 854 , , 855 , ' 856 ' 857 . ' - - 858 . : 859 ' , ' 860 : , , 861 , ' , 862 ' , ; ' , 863 , , , 864 865 ; ' ' 866 : , 867 , . . : , 868 , , 869 . ' 870 . 871 872 [ : - - . 873 ( . ) . ] 874 875 [ : - - . ( . ) . ] 876 877 [ : - - . ( . ) . ] 878 879 . ' . ; , 880 - - ' 881 - - 882 . , 883 , , 884 ; ' , , 885 . 886 - - - - - - 887 , - - , ' - - , 888 - - . 889 ' , , ' , 890 ; 891 . , 892 , , , 893 , 894 , ; , 895 , ; 896 ' 897 , 898 , 899 . 900 901 [ : - - . ( . ) . ] 902 903 - , 904 , . , 905 , 906 , , . 907 : . 908 ; 909 . , 910 , ' . 911 912 , ' , 913 , ' 914 ' ; , 915 , ' 916 . 917 . 918 919 [ : - - . ( . ) . ] 920 921 [ : - - . 922 ( . ) . ] 923 924 [ : - - . ( . ) . ] 925 926 [ : - - . ( . ) . ] 927 928 , 929 . , 930 , 931 , , 932 . , , 933 . , 934 , , ; 935 ' , ' 936 ' , , 937 , ' 938 . ' , 939 , . 940 , 941 , 942 , ' 943 , . 944 ? 945 , , , ? 946 , ' ' 947 ' , - 948 ' . - , , 949 ' , 950 - - ; , , 951 ' 952 : 953 ' 954 ' , , 955 . 956 ' ' , , , 957 , 958 , 959 - ( - - ) , 960 ; 961 962 ' . , , 963 ' , , , 964 , ; 965 ' . 966 - - ? 967 ' 968 ' . 969 , 970 ' , 971 , 972 . 973 , 974 - - ; , 975 , 976 ' . 977 978 [ : - - . 979 ( . ) . ] 980 981 [ : - - ' . 982 . ( . ) . ] 983 984 ' ' 985 ' , ' 986 ' 987 . , 988 , , « » , 989 , , ' , 990 , 991 ; ' 992 . ' 993 ' , 994 , 995 , , , 996 . 997 ' , ' : ' 998 ' , ' 999 ? , 1000