Ma l’immaginazione, da sola, non è nulla; bisogna che il poeta sia animato dal genio, cioè dallo spirito creatore. Ora questo istinto non andrà perduto quando l’umanità, sotto l’impero della scienza, sarà divenuta più riflessiva? E il sentimento, che eccita e feconda immaginazione e istinto creatore, non sarà spento dall’analisi? I sentimenti dell’uomo allo stato primitivo, di natura, sono spontanei, irriflessi ed hanno obbietti limitati; poi, secondo che egli progredisce, diventano riflessi, coscienti, ed hanno mire più generali, più astratte. Così, per esempio, i sentimenti di patria e di pietà si sono nel corso dei tempi modificati; la patria fa per noi parte dell’umanità; la pietà e che fra i poeti greci era rivolta ad una persona determinata, ora ci fa palpitare per tutta una classe, per tutto un popolo. Quante trasformazioni nel sentimento dell’amore! È dapprima, nel mondo pagano, tutto sensuale; si fa mistico nel medio evo; si complica stranamente, si approfondisce, si arricchisce ai nostri giorni. Il progresso moderno non soffoca quindi i sentimenti, li rende allo stesso tempo più comprensivi e più profondi. C’è, in breve, compenetrazione fra la sensibilità e l’intelligenza; un uomo colto non gode se la mente non riceve la sua parte di soddisfazione. A che si riduce dunque il vaticinato decadimento delle facoltà poetiche? A un nuovo adattamento, che non è ancora compiuto. Noi soffriamo appunto perchè siamo ancora nel periodo transitorio. «La scienza non avrebbe che un solo pericolo per il poeta, quello di assorbirlo interamente». Questo è, in fatti, il solo, il grande pericolo. Giovanni Psychari, additandolo, non sembra però temerlo troppo, poichè chiede non solo che la poesia diventi puramente scientifica, non solo che tutti i nostri sentimenti riflettano le nostre inquietudini scientifiche, non solo che il vocabolario poetico si rifonda interamente; ma che il poeta, entrando nel cuore stesso della scienza, presenti i suoi risultati in tutta la loro esattezza, astenendosi da ogni comento personale; e che, armato degli strumenti di essa, si faccia freddo indagatore; in poche parole: che, ripudiando le vani finzioni, lavori a diffonder la scienza ed anche a crearla. Qui si manifesta la vera antinomia fra l’attività scientifica o filosofica, e la poetica. L’elemento personale, nella scienza, è nullo; gli astronomi hanno cura di sbarazzare le loro osservazioni di ciò ch’essi chiamano -equazione personale-, cioè la differenza di apprezzamento dipendente dalle attitudini di percezione delle quali ogni individuo è fornito. L’arte, invece, non vive che di questa equazione personale. Sopprimetela, sopprimerete l’arte stessa. Non vi sono due dimostrazioni del binomio di Newton; vi sono tante interpretazioni d’un bel tipo quante sono le immaginazioni che lo raffigurano. In questo senso Sully Prudhomme ha ragione di dire che la scienza comincia dove la poesia finisce; «finisce quando la forma, considerata indipendentemente dalla sua virtù simpatica, e spoglia per conseguenza di ogni espressione obbiettiva e subbiettiva, reale o immaginaria, non costituisce più se non un sistema di rapporti al servizio dell’intelletto». E i suoi tentativi di poesia scientifica e filosofica ne sono una riprova. I processi della scienza o della filosofia: esperimento, analisi, ragionamento, non possono diventar poetici; i loro risultati sì. Perchè le verità scientifiche si mutino in materia d’arte, occorre che siano tanto diffuse, talmente familiari al poeta ed ai suoi lettori, da assumere l’intensità, l’efficacia del sentimento; bisogna che dalle aride regioni del pensiero astratto scendano nei lussureggianti campi dell’immaginazione. Nulla è più alieno dal movimento poetico quanto la pesantezza della compilazione e la freddezza dell’esposizione sistematica. III. Questi problemi sono siffattamente collegati fra loro, che non si può proporne uno, senza che gli altri si presentino subito alla mente e domandino d’esser risolti. Poichè, dunque, la poesia ha assicurata lunga vita come sentimento, vivrà essa altrettanto come forma? Dovrà essa ancora servirsi di quel vecchio arnese che si chiama il verso, fra rigide, immutabili norme? Il linguaggio più vario, più pieghevole della prosa non potrà tradurre più esattamente, più obbiettivamente le ispirazioni che l’arte deriverà dalla scienza? Che bisogno c’è di costringersi in una forma di convenzione? Il Guyau comincia dal negare l’artificialità del verso. Attenendosi ai dati della fisiologia e della psicologia, egli accerta che sotto l’influenza di sentimenti molto vivi, i nostri gesti, i nostri movimenti divengono ritmici. Ogni eccitazione, secondo la legge della diffusione nervosa, tende a propagarsi dal cervello in tutte le direzioni; secondo la legge del ritmo, quest’agitazione burrascosa si muta in ondulazione regolare. Più che nei gesti, il fenomeno è manifesto nella voce; essa, sotto l’influenza d’una eccitazione, diventa ritmica; un oratore, animandosi, mette nelle sue parole una cadenza, qualche cosa di musicale; il linguaggio della passione ha una misura, un movimento, come di strofe liriche grossolanamente abbozzate. Il verso, dunque, considerato nella sua ragion prima, che è la misura, non è qualche cosa di fittizio, ma un prodotto naturale, determinato dalle leggi fisio-psicologiche. Non basta: oltre che esprimere la commozione, esso, per virtù dell’altra legge del contagio simpatico, la propaga. Non basta ancora: esso permette, nella sua misurata brevità, una condensazione del pensiero, mentre riesce nello stesso tempo il mezzo più acconcio per concentrare, senza alcuna perdita di forza viva, l’intelligenza dell’ascoltatore; infatti la regolarità del suo suono, l’immancabile eguaglianza della sua durata risparmiano lo sforzo intellettuale, ne fanno uno strumento di maggior portata. Ma esso ha un altro elemento, contro del quale si rivolgono gli assalti dei suoi denigratori: la rima. Concedono bene costoro che il ritmo sia l’espressione naturale della commozione; ma la rima, dicono, è veramente artificiale. Questa distinzione è un poco arbitraria. Rima e ritmo voglion dire, etimologicamente, la stessa cosa: -rhythmus-. La rima è come il ritmo della strofe. Una successione di versi non rimati ha certo un’armonia propria, ma ambigua e inafferrabile; la rima vi mette un ordine, e mentre preserva l’individualità dei singoli versi, li avvicina, li rende aderenti, dà corpo e compostezza al tutto. Se poi a questa considerazione si unisce l’altra del piacere prodotto dalla ripetizione d’uno stesso accordo armonico, l’uso della rima resta pienamente giustificato. I veri poeti si serbano ad essa fedeli; Vittor Hugo la chiama schiava regina; il Carducci, un «ribelle», la proclama -bella imperatrice-, -regina del metro latino-: Cura e onor de’ padri miei, tu mi sei come lor sacra e diletta: Ave, o rima! e dammi un fiore per l’amore, e per l’odio una saetta. Ma dal fatto che la misura e la rima sono i naturali interpreti della commozione, segue forse la necessità che il poeta pensi soltanto e principalmente alla forma, trascurando il pensiero che essa riveste? Ha ragione la scuola dei parnassiani, ultima derivazione del romanticismo, quando sostiene che la bella poesia consiste nella rima ricca, nelle sillabe sonore, nelle accese metafore, e che non importa quel che si dice purchè sia detto armonicamente? L’armonia, senza dubbio, è un requisito essenziale, non che al poeta, al prosatore. Il Flaubert era un avido ricercatore di effetti armonici; nella proprietà delle parole, nella precisione delle loro combinazioni egli trovava una specie di forza divina. Se leggendo una frase ad alta voce, diceva, essa opprime il petto e disturba i battiti del cuore, vuol dire che è mal fatta, che bisogna ancora correggere, ritoccare. Prima di lui, il Giusti aveva visto «quanto giovi all’armonia l’aggiungere o il togliere una lettera o il sostituirne una ad un’altra». I giudici competenti di ogni scrittura, secondo lui, sono l’occhio e l’orecchio, e «quando non si ascoltano insieme si corre rischio che l’uno corrompa le ragioni dell’altro; però è sempre bene leggere ad alta voce le cose scritte....». Conseguire una forma armoniosa, perfetta, è dunque per il poeta un obbligo imprescindibile; ma se egli vuole destare nel proprio lettore una viva commozione, bisogna che egli stesso senta e palpiti e frema; un meccanico e freddo esercizio di prosodia, una semplice successione di rime risonanti, solleticherebbero l’orecchio, nulla direbbero allo spirito. Forma e pensiero debbono essere inseparabili. Lo stampo maestrevolmente plasmato ma vuoto, il bronzo forte ma informe, non valgono; la statua sfida i secoli, in un consenso di ammirazione. BIBLIOGRAFIA SULLY-PRUDHOMME: -L’expression dans les Beaux-Arts-. Paris, Lemerre. CONSTANT MARTHA: -La Délicatesse dans l’art-. Paris, Hachette. ROBERT D’ADHÉMAR: -Art et science-. 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Beethoven, p. 117, 122. Bergson, p. 89. Berlioz, p. 127, 129. Bernard, p. 128, 154. Boezio, p. 117. Bonaventura, p. 116. Bonghi, p. 15. Capella, p. 117. Carducci, p. 94, 159. Castel, p. 123. Chateaubriand, p. 57. Coppée, p. 147. Cousin, p. 9. Cremonese, p. 98, 104, 106, 109, 110. d’Adhémar, p. 35, 137. d’Alembert, p. 131. d’Annunzio, p. 94. d’Arezzo, p. 117. Daubresse, p. 96. de Laprade, p. 115-117, 123, 124, 129, 134-147 de Maistre, p. 8. de Mendoza, p. 96. Diderot, p. 39. Dione, p. 53. Duesseck, p. 129. Ehlert, p. 96. Eraclito, p. 66. Euripide, p. 70. Fechner, p. 38, 83. Flaubert, p. 7, 160. Flechsig, p. 123. Fidia, p. 152. Galileo, p. 154. Gallerani, p. 122. Gautier, 93, 105. Ghil, p. 95. Giusti, p. 160. Goethe, p. 117. Guyau, p. 151, 158. Hegel, p. 119, 122. Helmotz, p. 136. Herder, p. 118. His, p. 123. Hoffmann, p. 96. Hugo, p. 159. Huysmans, p. 94. Jouffroy, p. 8. Lamartine, p. 57. La Rosa, p. 94, 97, 103. Lechalas, p. 128, 129. Lemaître, p. 14. Lembach, p. 21. Leonardo, p. 117. Lessing, 118, 120. Luciano, p. 54. Macé, p. 43, 44 Mach, p. 136. Marcello, p. 117. Martha, p. 51-68, 70, 72 Mascheroni, p. 154. Maupassant, p. 46, 47. Michelangelo, p. 117, 152. Mozart, p. 117. Newton, p. 156. Nordau, p. 136. Nüssbaumer, p. 96. Omero, p. 66. Orazio, p. 104. Parrasio, p. 68. Palestrina, p. 117. Pascal, p. 24. Picard, p. 35. Pitagora, p. 117. Poincaré, p. 35. Psychari, p. 156. Raff, p. 96. Raffaello, 152. Reid, p. 8. Renan, p. 150. Reveroni, p. 129. Rimbaud, p. 95. Rod, p. 118, 119. Rosa, p. 117. Rosenkraz, p. 87. Rossini, p. 152. Rousseau, p. 117, 126. Royer Collard, p. 9. Sant’Agostino, p. 66, 117. Schelling, p. 8, 97. Schubert, p. 96. Socrate, p. 68. Spencer, p. 116, 127, 128, 129. Sully Prudhomme, p. 9, 13-17, 19-21, 23, 25, 27, 29, 30, 34-37, 40, 77, 79-81, 85, 86, 88, 106, 108, 109, 125, 141, 142, 148, 150, 156. Tasso, p. 109. Tertulliano, p. 93. Timante, p. 61. Timomaco, p. 56. Töpfer, p. 9. Villot, p. 120. Wagner, p. 106, 117, 120, 122, 140, 141, 152. Weber, p. 132, 133. Winckelmann, p. 8. Zeusi, p. 39, 152. INDICE DEI CAPITOLI -Prefazione--pag.-7 L’arte e la natura ” 13 La bellezza nell’arte ” 33 Qualità dell’arte” 51 L’espressione nell’arte” 77 Analogia delle arti ” 93 Gerarchia delle arti” 115 Il destino dell’arte” 147 , , ; 1 , . 2 , , 3 ? , 4 , ? 5 6 , , 7 , ; , 8 , , , 9 , . , , 10 ; 11 ; 12 , , 13 . ! 14 , , ; 15 ; , , 16 . , 17 . , , 18 ; 19 . 20 ? 21 , . 22 . 23 24 « , 25 » . , , , 26 . , , 27 , 28 , 29 , 30 ; , 31 , , 32 ; , 33 , ; : , 34 , . 35 36 37 , . , , 38 ; 39 - - , 40 41 . , , 42 . , . 43 ; 44 45 . 46 ; « , 47 , 48 , 49 , 50 » . 51 . 52 53 : , , 54 , ; . 55 , 56 , , 57 , ; 58 59 . 60 61 . 62 63 64 . 65 66 , 67 , 68 . , , 69 , ? 70 , 71 , ? , 72 , 73 ? 74 ? 75 76 . 77 , 78 , , 79 . , 80 , 81 ; , 82 . , 83 ; , , 84 ; , , 85 , ; 86 , , . 87 , , , , 88 , , 89 - . : 90 , , , 91 . : , , 92 , 93 , 94 , ; 95 , 96 , . 97 98 , 99 : . 100 ; , , 101 . . 102 , , : - - . 103 . 104 , ; 105 , , 106 , , . 107 108 , 109 . ; 110 ; , « » , 111 - - , - - : 112 113 , 114 115 : 116 , ! 117 , 118 . 119 120 121 , 122 , ? 123 , , 124 , 125 , , 126 ? 127 128 , , , 129 , . 130 ; , 131 . 132 , , 133 , , , 134 . , « 135 136 » . , , 137 , « 138 ; 139 . . . . » . 140 , , ; 141 , 142 ; 143 , , 144 , . 145 . 146 , , ; 147 , . 148 149 150 151 152 153 154 155 - : - - - . , . 156 157 : - - . , . 158 159 : - - . , 160 . 161 162 : - - . , . 163 164 : - - . , . 165 166 . : - - . , . 167 168 : - - ( - 169 - ) . , . 170 171 : - - . , . 172 173 : - - . , . 174 175 : - - . , . 176 177 : - - - . , . 178 179 . : - - . , . 180 181 : - - . , . 182 183 . : - - . , . 184 185 : - - . 186 , . 187 188 189 190 191 192 193 194 , . . 195 , . , . 196 , . . 197 , . . 198 , . . 199 200 , . . 201 , . , . 202 , . , . 203 , . . 204 , . , . 205 , . , . 206 , . . 207 , . . 208 , . . 209 210 , . . 211 , . , . 212 , . . 213 , . . 214 , . . 215 , . . 216 , . , , , , . 217 218 , . , . 219 , . . 220 , . . 221 , . . 222 , . . 223 , . - , , , , - 224 , . . 225 , . . 226 , . . 227 , . . 228 , . . 229 230 , . . 231 , . . 232 , . . 233 234 , . , . 235 , . , . 236 , . . 237 , . . 238 239 , . . 240 , . . 241 , , . 242 , . . 243 , . . 244 , . . 245 , . , . 246 247 , . , . 248 , . . 249 , . . 250 , . . 251 , . . 252 , . . 253 , . . 254 255 , . . 256 257 , . . 258 , . , , . 259 , . , . 260 , . . 261 , . . 262 , . . 263 , , . 264 , . . 265 266 , . , 267 , . . 268 , . . 269 , . - , , 270 , . . 271 , . , . 272 , . , . 273 , . . 274 275 , . . 276 , . . 277 , . . 278 279 , . . 280 , . . 281 282 , . . 283 , . . 284 , . . 285 , . . 286 , . . 287 , . . 288 , . . 289 290 , . . 291 , . 292 , . . 293 , . . 294 , . . 295 , . . 296 , . , . 297 , . . 298 , . . 299 , . . 300 , . , . 301 , . . 302 303 , . , . 304 , . , . 305 , . . 306 , . . 307 , . , , , . 308 , . , - , - , , , , , , - , , 309 , - , , , , , , , , , , , , . 310 311 , . . 312 , . . 313 , . . 314 , . . 315 , . . 316 317 , . . 318 319 , . , , , , , , . 320 , . , . 321 , . . 322 323 , . , . 324 325 326 327 328 329 330 331 - - - . - 332 333 » 334 335 » 336 337 » 338 339 » 340 341 » 342 343 » 344 345 » 346