L'Arte Federico De Roberto NOTA DEL TRASCRITTORE --Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura. --Il testo in grassetto è stato reso come =testo grassetto=. L’ARTE F. DE ROBERTO TORINO FRATELLI BOCCA, EDITORI MILANO--ROMA--FIRENZE -- 1901. PROPRIETÀ LETTERARIA Torino--VINCENZO BONA, Tip. delle LL. MM. e dei RR. Principi. PREFAZIONE CHI ha letto la storia di Bouvard e Pécuchet, i due compassionevoli enciclopedici eroi balzati fuori dalla mente creatrice di Gustavo Flaubert, rammenterà che, dopo avere studiato tanti rami dello scibile, la storia, la chimica, l’anatomia, l’archeologia, la politica, l’agricoltura, l’igiene; delusi continuamente dalle contraddizioni, dalle oscurità, dalle incertezze e dagli errori dei quali è piena la scienza umana, ma non perciò stanchi ancora, costoro arrivano all’arte; e che, arrivati all’arte, una primordiale difficoltà turba il loro spirito inquieto: «Prima di tutto, che cosa è il Bello?». Non appena significata la domanda, i contrasti e la confusione cominciano: «Per lo Schelling è l’infinito esprimentesi col finito; per il Reid una qualità occulta; per il Jouffroy un fatto indecomponibile; per il De Maistre ciò che piace alla virtù; per il Padre André ciò che conviene alla ragione. E vi sono parecchie specie di bello: un bello nelle scienze: la geometria è bella; un bello nei costumi, non si può negare che la morte di Socrate sia bella. Un bello nel regno animale, la bellezza del cane consiste nel suo odorato...». Talchè il povero Bouvard, non sapendo più che cosa pensare, esce finalmente in una disperata sentenza: «Capisco: il Bello è il Bello!...». In verità questa è la conclusione poco concludente alla quale si arriva quando si leggono e paragonano le definizioni della bellezza proposte dai filosofi. I più prudenti tra costoro confessano, come il personaggio flaubertiano, la loro impotenza. Il Winckelmann, dopo aver detto che l’unità e la semplicità sono le due vere sorgenti della bellezza, riconosce che il Bello «è una cosa della quale è più facile dire ciò che non è, che non dire ciò che è». Vittorio Cousin con forma più intricata significa la stessa idea: «La bellezza si rivela mediante l’impossibilità immediata nella quale noi ci troviamo di non giudicarla tale; cioè di non essere impressionati dall’idea del Bello che essa racchiude». Più concisamente il Royer Collard: «Il Bello si sente, non si definisce». E il Töpffer, più assolutamente: «Una definizione del Bello è impossibile». Lo stesso Aristotile non diceva che domandare che cosa è il Bello è fare una domanda da cieco? Se la bellezza è l’essenza dell’arte, e se questa essenza non si può definire, una scienza dell’arte è impossibile. «L’estetica è una scienza aggiornata,» ha detto Sully Prudhomme; la quale affermazione non gli ha impedito di scrivere un libro... d’estetica. Altrettanto hanno fatto molti altri pensatori. «Altrettanto vi preparate a far voi», osserveranno i lettori. La loro critica sarebbe giusta se in questo libro si presumesse di risolvere i problemi filosofici che restano insoluti nonostante le dotte fatiche di tanti filosofi. Qui invece si esamineranno le teorie d’arte che alcuni di essi hanno proposte; e se, durante la discussione dei concetti altrui, accadrà di esporne alcuni che potranno sembrare originali, si cercherà di evitare che riguardino la metafisica dell’arte, e si procurerà di riferirli a quistioni più semplici e concrete. L’ARTE E LA NATURA LE persone che meglio potrebbero ragionare intorno all’arte pare che dovrebbero essere gli artisti. Un artista squisito, un poeta delicato come Sully Prudhomme, il quale possiede, con le facoltà artistiche, una solida cultura letteraria e, che più importa, scientifica, ci ha dato il libro dell’-Espressione nelle arti belle-, che è tra i più ponderati e ponderosi apparsi in questi ultimi anni. Quantunque il titolo parli solo dell’espressione, molti altri problemi d’estetica sono compresi in quest’uno che l’autore si propone di risolvere. Il primo di tutti è, senza dubbio, quello che riguarda la natura dell’arte, o per dir meglio il rapporto fra l’arte e la natura. I. Esclusa l’arte letteraria, perchè si serve delle parole, le quali sono segni d’espressione convenzionali, Sully Prudhomme comprende fra le belle arti l’architettura, la scultura, la danza, la musica, la pittura e la recitazione, perchè fra queste l’espressione non è convenzionale, ma reale, consistendo nelle forme, nei gruppi di sensazioni visuali e uditive. Gli artisti che le coltivano si contraddistinguono, secondo l’autore, per la giustezza e la finezza di un senso. Essere sensuale, godere delle note, delle linee, dei colori, apprezzare le qualità gradevoli o disgradevoli delle sensazioni, è per l’artista condizione essenziale. Qui si potrebbe fare una prima osservazione, quella già proposta da Giulio Lemaître: qual è il senso eccellente del quale i comici e le ballerine sono dotati? Noi chiameremo artisti tanto le une quanto gli altri; ma possiamo negare questa qualificazione ai poeti, ai romanzieri, ai commediografi? E che cosa reciterebbero i comici e quali azioni rappresenterebbero le ballerine, se i commediografi e i librettisti non fornissero loro i temi e le trame? Se le arti -belle- sono quelle che si propongono il conseguimento della bellezza, negheremo che tale sia lo scopo dell’arte letteraria? Il poeta e il romanziere non hanno un senso particolarmente fine, ma tutta quanta la sensibilità pronta ed acuta. E dato che il possesso di un senso eccellente è necessario a fare l’artista, quali arti coltivano coloro che posseggono un olfatto finissimo o un palato squisito, se la profumeria e la gastronomia non sono, come lo stesso autore riconosce, arti? Ma di ciò a suo luogo. Posto che un senso sicuro, sulla fede del quale si possano apprezzare e verificare le sensazioni e godere della loro armonia, è necessario all’artista, questa condizione essenziale non è ancora, secondo l’autore, sufficiente: basterebbe a fare solo il dilettante. Se non che, fra tutte le combinazioni di sensazioni che un artista apprezza in virtù della finezza del suo senso--qualità che ha comune con tutti gli altri artisti--ve ne sono alcune a lui particolarmente gradite e care, perchè confacenti a ciò che si chiama il suo temperamento; cioè alla sua natura fisica e morale. Poichè dunque il temperamento è il principio della scelta, esso determina l’ideale, cioè il termine astratto che serve di paragone. In arte, come in tutto, noi valutiamo la qualità delle cose raffrontandole con la qualità astratta che è il nostro ideale, e scegliamo quelle che vi si accostano di più. L’ideale d’un artista è determinato dal suo temperamento, dice Sully Prudhomme; l’uomo riverbera sè nell’ideale suo, affermava il Bonghi, secondo cui l’ideale è «l’idea come esemplare, tipo, meta». Quando l’ideale dell’artista si è precisato, questi inventa e compone. «L’invenzione,» dice Sully Prudhomme, «non fa nulla con nulla; essa non crea nè i materiali sensibili, nè le leggi che ne regolano l’armonia: adatta soltanto queste leggi a questi materiali in un modo non attualmente osservato nella realtà, o non osservato interamente. Per esempio: un pittore che posa il suo cavalletto dinanzi a un sito, in campagna, non inventa nè il suolo, nè gli alberi, nè il cielo; ma, scientemente o a propria insaputa, cerca di sentire l’armonia del modello; e poichè egli la sente col proprio temperamento, non può fare a meno di idealizzarla; ciò vuol dire che fra tutte le combinazioni di sensazioni costituenti cotesta armonia, egli sceglie inevitabilmente quelle che preferisce e che, per conseguenza, sono più conformi al suo ideale». Sully Prudhomme confonde qui in una sola parecchie operazioni, o trascura di avvertire che l’operazione si compie in più tempi. Infatti: quando il pittore va in campagna col suo cavalletto, non si ferma già in un sito qualunque per coglierne certi aspetti; ma vede e giudica parecchi siti, tra i quali sceglie quello che risponde al suo ideale o--per dirla più semplicemente, e per evitare confusioni--alla sua idea. Quando poi ha scelto il sito da rappresentare, e si pone dinanzi al suo cavalletto con la tavolozza in mano, allora comincia una seconda operazione: la scelta dei caratteri del sito da mettere in evidenza nel quadro. Quindi, se vogliamo chiamare invenzione la scelta, dobbiamo avvertire che questa scelta è duplice, e che la prima cosa che l’artista sceglie è l’oggetto da rappresentare. Per aver trascurato questa semplice osservazione, Sully Prudhomme è caduto in molte ambiguità. Egli dice dapprima che non vi è oggetto «bello in sè»; la bellezza dell’oggetto «è tutta relativa all’arte che lo tratterà». Dice ancora, parlando particolarmente della pittura, che il mondo visibile sembra all’artista tutto quanto armonico: «se egli vi esercita la sua scelta, non fa così perchè abbia ad evitare o a correggere false combinazioni di colore; ma perchè tutte le combinazioni giuste non sono egualmente attraenti per lui, cioè ugualmente adatte a soddisfare il suo temperamento e ad esprimere il suo ideale. Il pittore non sente -quasi mai- in difetto quella che egli chiama natura; per questa ragione ne ha il culto, e ne spinge talvolta l’idolatria sino ad accettarne tutte le impressioni, senza discernimento». Se, dunque, il pittore non trova, la natura in difetto -quasi mai-, vuol dire che qualche volta la trova realmente in difetto. E infatti Sully Prudhomme soggiunge tosto che, se la natura è sempre attraente per l’armonia dei colori, «non è sempre irreprensibile nelle linee», e «produce i mostri». Ora, se vi sono in natura oggetti attraenti, come sommamente armonici, e oggetti mostruosi, e quindi repugnanti, non possiamo più dire che non vi è oggetto «bello in sè» e che tutta la bellezza consiste nell’arte. Gli oggetti naturali sono diversamente dotati di diverse qualità diversamente capaci di produrre diverse impressioni. La prima scelta, adunque, o invenzione, da parte dell’artista, si esercita tra gli oggetti naturali. Egli può bensì scegliere, per riprodurli, gli oggetti brutti; e la sua riproduzione dell’oggetto realmente brutto può essere artisticamente bellissima, o viceversa; ma ciò dimostra appunto, come vedremo meglio più tardi, che vi sono due bellezze diverse, la naturale e l’artistica, che non si debbono nè si possono confondere. Scelto l’oggetto, bisogna riprodurlo; ma questa riproduzione non è totale, integrale; anzi non è vera riproduzione. Perchè lo scultore riproducesse il modello, bisognerebbe che facesse una statua di carne, d’ossa, di nervi, di tendini, di sangue, di pelle; se egli avesse questa capacità non sarebbe un uomo, ma un dio creatore; e in tal caso non è credibile che riprodurrebbe le creature esistenti nel mondo; ne formerebbe certamente di nuove, secondo un suo proprio tipo. L’arte è arte appunto perchè imita. Che cosa bisogna intendere per imitazione? Io ho sotto gli occhi un oggetto; poi mi allontano da esso. Quando l’oggetto visto, o sentito, o toccato, non è più sotto i miei sensi, io ne serbo ancora il ricordo, l’immagine. Tra l’immagine psichica rimasta dentro di me e l’oggetto sensibile che la produsse, tra il ricordo e la percezione immediata, c’è una differenza, una distanza. L’arte sta in mezzo. Essa non ricrea l’oggetto, perchè non può ricrearlo: può soltanto materializzare l’immagine sua. Il ritratto d’un uomo non è l’uomo vivo, ma non è neppure l’impalpabile impressione che l’uomo vivo produce nel cervello dello spettatore: è l’impressione estrinsecata. Certamente l’ambizione dell’artista consiste nell’estrinsecare un’immagine la quale produca a sua volta negli spettatori una seconda immagine quanto più è possibile simile a quella dell’oggetto reale; ma egli incontra qui una difficoltà insuperabile nei mezzi dei quali è costretto a servirsi. La creta, il marmo, il bronzo non dànno il colore; nel quadro, col disegno e il colore, non c’è il rilievo. Spingere l’imitazione oltre certi segni non è possibile senza uscire dall’arte. Per esempio: i fiori artificiali rappresentano più da vicino i fiori veri che non quelli dipinti nei quadri; ma i fiori dipinti sono opera artistica, e i fiori di fil di ferro, di tela insaldata e di carta non sono opera d’arte. Noi possiamo trovarne la ragione in questo fatto: che quando l’imitazione è portata al grado estremo, senza che sia, perchè non può essere, riproduzione, allora il sentimento eccitato dentro di noi non è tanto d’ammirazione, non è tutto di compiacimento: un disinganno e un rammarico lo turbano. Quanto più i fiori artificiali sembrano veri, tanto più noi sentiamo che non sono veri realmente, che non potranno mai esser tali, qualunque sia l’abilità e la pazienza dell’artefice, qualunque sia la rarità della materia adoperata. Se questi fiori ci dànno l’idea che siano vivi, noi cerchiamo in essi la vita, e non trovandola proviamo una delusione per effetto della quale, se prima attribuimmo ad essi un gran valore, lo neghiamo tosto, e li chiamiamo anzi -finti- o -falsi-. I personaggi di cera, nei musei ambulanti, sono più vicini al vero che tutte le statue di gesso; ma la vista di questi personaggi che sembrano vivi--della vita nostra--e non ne hanno alcuna, ci fa semplicemente orrore. Sully Prudhomme ha pertanto ragione di notare che l’arte non consiste nel riprodurre la natura qual è, e che le imitazioni troppo servili, chiamate in francese -trompe-l’oeil-, sono giustamente sdegnate dagli artisti; ma non ha più ragione quando prescrive che l’arte debba correggere la natura. Restringiamoci ad una sola arte, alla pittura: il critico francese dice che il pittore si dà alla rappresentazione fedele di quanto vede, ma che «non guarda senza scegliere: la ricerca del motivo è difatti la sua prima cura; l’invenzione non consiste per lui nell’immaginare più e meglio che la natura, poichè egli sa che costei prepara incessanti sorprese ai suoi amanti, che c’è in essa più imprevisto che non vi sia immaginazione nel più fecondo cervello: tutta l’invenzione si riduce a discoprire l’aspetto dal quale il sito gli si mostrerà più favorevolmente per la soddisfazione dell’occhio, e -a correggere con tatto e riserva gli accidenti difettosi del modello-». Soggiunge ancora che il pittore deve possedere «un senso sviluppato del bello decorativo per -nobilitare- le linee offerte dal modello e combinarle con armonia.» Questa fiducia di poter correggere e nobilitare la natura è presuntuosa. Prima di tutto, se noi potessimo correggere e nobilitare la natura, dovremmo, -a fortiori-, poterla riprodurre com’è, cosa tanto più facile; ma questa riproduzione pura e semplice è impossibile. Come sarà possibile il perfezionamento? In secondo luogo, ciò che parrebbe perfezionamento sarebbe alterazione. Se l’opera d’arte, intanto, non corrisponde perfettamente, interamente, puntualmente all’oggetto naturale, se l’artista ne coglie certi aspetti e ne trascura altri, ciò non dipende da un espediente premeditato, da un’intenzione cosciente, ma da una fatalità. Sully Prudhomme biasima che i pittori realisti si diano al quadro di -genere-, trascurando la composizione storica; perchè, dice, sta bene copiare esattamente ciò che si vede; ma l’arte non è una copia. Ora, quando il pittore dipinge un quadro storico, la sua prima cura non è quella di mettersi dinanzi a un modello che somigli al personaggio storico, e di circondarlo degli oggetti usati al suo tempo? Anche questa è pertanto una copia; soltanto essa è meno esatta ancora che non sia quella delle cose presenti. L’artista sceglie certi caratteri, negli oggetti da rappresentare, perchè -non può- metterli tutti nell’opera sua. La fotografia, dice Sully Prudhomme, ci informa senza impressionarci come opera d’arte, perchè non fa nessuna scelta nei lineamenti del modello. Ora l’arte massima, l’arte -ideale- non sarebbe quella che, invece di ritrarre una persona, con pochi o molti caratteri, la riproducesse, la rifacesse di sana pianta? Questa cosa è impossibile; quindi noi dobbiamo contentarci della fotografia, la quale non è arte non già perchè riproduce troppi caratteri del modello, perchè dà una rassomiglianza troppo grande; ma semplicemente perchè è un processo tutto meccanico. Tanto è vero che i ritrattisti, e Lembach informi, non sdegnano niente affatto di servirsene, lavorando sull’ingrandimento fotografico. La stenografia servirebbe parimenti al romanziere e al commediografo, riferendogli fedelissimamente i discorsi delle persone che egli vuoi mettere nel romanzo e nella commedia; e la memoria, in verità, non fa altro che registrare, come la fonografia, ma con minor fedeltà, le cose udite; se non che, l’impossibilità di riprodurre esattamente e totalmente il vero nelle arti della parola è ancora maggiore, e il romanziere e il commediografo non riproducono sempre i discorsi veramente pronunziati dai loro modelli; ma, compresa la passione di un personaggio in una certa situazione, lo fanno parlare come essi medesimi, in quella situazione e con quella passione, parlerebbero. Il romanzo e il dramma non sono pertanto la vita, nè il ritratto e la statua sono l’originale; perchè, quantunque in coteste arti figurative l’oggetto naturale possa essere direttamente raffigurato, senza ricorrere a segni convenzionali, e qualunque sia lo zelo del pittore e dello scultore nel procacciare di raffigurarlo esattamente, essi non possono far altro che renderlo come lo vedono; ora ciascuno di noi non vede le cose ad uno stesso modo. E questo è appunto il secondo ostacolo che fatalmente impedisce all’arte di dare alle sue opere i veri caratteri del vero; perchè il vero, in sè stesso, non si sa come sia; nè l’arte, nè la scienza, nè qualunque opera umana possono definirlo. Gli uomini non possono far altro che esprimerlo come lo vedono; e questa visione è diversa, poco o molto, da uomo ad uomo. Anche qui noi troviamo pertanto una fatalità, e non un espediente. «L’alterazione dell’oggetto prodotta dal temperamento che lo riflette,» dice Sully Prudhomme «costituisce tutto l’interesse dell’opera d’arte, perchè tale interpretazione gli dà la sua ragion d’essere; se no bisognerebbe dire con Pascal:--Che vana cosa non è mai la pittura, la quale eccita la nostra ammirazione riproducendo oggetti dei quali non ammiriamo gli originali!--». Ora, dato che gli oggetti non possano essere riprodotti come sono, ma come li vede il riproduttore, certamente questa visione ci interesserà appunto per la sua particolarità o personalità; ma non bisogna tuttavia dimenticare che la particolarità delle singole visioni non vieta la loro sostanziale identità; perchè, se ognuno vedesse le cose in modo assolutamente diverso da un altro, il mondo sarebbe una torre di Babele. Dinanzi a un albero d’arancio, quantunque quest’oggetto sia diversamente interpretato da cento spettatori, tutti e cento costoro s’accorderanno nel giudicare che l’oggetto dinanzi al quale si trovano è un albero d’arancio. E il quadro dove quest’albero è rappresentato m’importerà bensì come documento della visione dell’artista, ma anche come riproduzione dell’oggetto reale. Se, per esempio, l’artista patisse di daltonismo, e avesse visto le arance di color violetto, e perciò le avesse così dipinte, questa sua particolarissima visione, importante per un medico, non solo non importerebbe niente ai semplici spettatori, ma dispiacerebbe loro non poco. Gli uomini hanno sensi diversamente impressionabili; ma se pure la diversità da uomo ad uomo è da un canto notevole, è per un altro verso trascurabile; perchè la media degli uomini sani ricevono dal mondo esterno impressioni press’a poco identiche, e questa identità d’impressione consente loro d’intendersi e di identificare la realtà circostante. Quindi la visione dell’artista, mentre gli appartiene singolarmente, deve anche esser simile a quella dei contemplatori dell’opera sua: i quali, nell’opera, non apprezzeranno tanto ciò che è personale impressione di lui, quanto ciò che è comune a lui ed a loro. L’arte deve dunque, nei limiti che abbiamo visti, rappresentare fedelmente gli oggetti naturali; intendendosi per oggetto naturale non la cosa in sè, sibbene la media delle diverse impressioni che gli uomini normali ne ricevono. Se il pittore desta la nostra ammirazione riproducendo cose delle quali non ammiriamo gli originali, l’opera sua non si dirà perciò vana, come vuole Pascal, bensì miracolosa; e questo è il miracolo compiuto dall’arte, da ogni arte. Nell’opera artistica noi possiamo non soltanto ammirare oggetti che, se li avessimo realmente dinanzi, ci lascerebbero indifferenti; ma cose che, nella realtà, c’ispirerebbero paura, sdegno, ribrezzo ed orrore. Il n’est point de serpent, ni de monstre odieux Qui, par l’art imité, ne puisse plaire aux yeux. Come è ciò possibile? II. Sully Prudhomme, esponendo la teoria dell’espressione che riferiremo meglio in un prossimo capitolo, spiega il miracolo in un modo che conviene discutere. Tutte le sensazioni, dice egli, hanno qualità affettive, la qual cosa significa che sono o gradevoli o sgradevoli o indifferenti. Ogni stato dell’animo è parimenti o grato o penoso o indifferente. Grazie a questa comunanza di carattere fra gli stati d’animo e le sensazioni, queste possono essere espressive di quelli. Per esempio: la sensazione dei cibi dolci è grata al palato e quella degli amari ingrata; le cose morali hanno anch’esse qualità simili: un rifiuto può essere amaro, ed un consenso dolce. Sully Prudhomme avverte però che, in arte, le impressioni eccitate dall’artista debbono sempre essere gradevoli, anche quando i sentimenti espressi sono dolorosi. «In musica, la disperazione dev’essere espressa con armoniche combinazioni di note; in pittura, un Cristo, quantunque debba eccitare in sommo grado la compassione, deve nondimeno piacere al senso della vista con la qualità gradevole dei toni; nella scultura, le linee del Laocoonte gemente debbono formare armonici composti. In generale, bisogna sempre che l’opera artistica carezzi i sensi, qualunque sia la commozione morale che essa esprime». Questi concetti non possono essere accettati così come sono significati. Prendiamo, per amore di semplicità, uno degli esempii addotti: quello del Cristo. Il quadro rappresentante Cristo, dice l’autore, deve piacere alla vista con le qualità gradevoli dei toni. Che toni troviamo in cotesto quadro? Il livido della pelle, il giallo degli occhi, il paonazzo delle piaghe. Questi toni del quadro sono inventati, diversi da quelli di un cadavere piagato? Niente affatto: l’artista li ha colti, appunto, nel vero. Per conseguenza, se diciamo gradevoli i toni del quadro, non dobbiamo anche dire gradevoli quelli del vero, dai quali sono copiati? Se non che, dinanzi a un cadavere piagato pendente da una croce noi restiamo inorriditi, e dinanzi a un quadro rappresentante quest’oggetto di orrore restiamo meravigliati ed estatici. Questo, abbiamo detto, è il miracolo compiuto dall’arte. Essa lo compie perchè è arte, perchè non è la natura. I toni esistenti in natura possono essere tutti gradevoli, o per dir meglio sono tutti indifferenti: essi diventano gradevoli o sgradevoli secondo le qualità delle cose alle quali appartengono. Il rosso è piacevole o dispiacevole alla vista? Non possiamo dirlo, perchè il color rosso non si trova mai solo; si trovano bensì oggetti colorati di rosso. Se noi vediamo il rosso d’una rosa sul ramo frondoso, lo stimiamo incantevole; se vediamo quello del sangue sgorgante da una ferita, lo giudichiamo orribile; stupendo è il rosso del cielo all’alba o al tramonto; repugnante quello della faccia di un ubbriaco. Il nero di due occhi vivaci è vaghissimo; opprimente è il nero di una bara. Il verde d’una penna di uccello ci piace, e quello della pelle di un rettile ci fa ribrezzo. Ora la pittura, presentandoci non già le cose reali, ma le loro immagini psichiche estrinsecate, toglie, sopprime, annulla le qualità delle cose vere, dalle quali noi siamo tanto impressionati nel mondo. Dipinti, il verde del rettile, il nero della bara, il rosso del sangue non partecipano più delle qualità incresciose di cotesti oggetti reali; noi possiamo quindi tranquillamente gustarli. Perchè le colorazioni di un corpo vivo e florido sono tanto apprezzate dall’occhio, e quelle di un cadavere disgustano? In sè stesse, le tinte del cadavere non hanno niente di repugnante; possono anzi essere stupende; ma, perchè siano gustate, bisogna fare astrazione dal cadavere; la qual cosa l’occhio volgare non fa, e fa soltanto quello dell’artista. Ora nel quadro c’è la tinta, c’è il disegno, c’è l’immagine del cadavere, ma non il cadavere: allora anche l’occhio volgare è libero di apprezzare l’intrinseca qualità delle tinte. Sully Prudhomme vede nelle opere d’arte rappresentanti soggetti incresciosi o tristi un contrasto: egli dice che queste opere ci procurano tutt’insieme un piacere fisico e un dolore morale, e spiega questo contrasto con la simpatia. «Lo spavento e la stessa tristezza, provati per simpatia possono anche diventare godimento del cuore; la simpatia, infatti, ci procura il sentimento di una vita differente dalla nostra, essa ci fa vivere negli altri senza metterci a nessun rischio». Se ciò è vero, dovrebbe esser vero tanto nell’arte come nella vita. Poniamo che, trovandomi in pace con me stesso e col mondo, io veda due uomini battersi ad oltranza. La vista di costoro ecciterà dentro di me i sentimenti che essi provano, ma non li ecciterà direttamente; io non mi sentirò prudere le mani per un motivo reale, personale, per le offese che hanno spinto cotesti uomini a battersi; mi sentirò invece agitato per simpatia, per imitazione, per contagio; a qualunque grado possa arrivare questo contagio, se io pure sarò a mia volta sul punto di prendere una sciabola per menar colpi a destra e a manca, sentirò tuttavia che il sentimento eccitato dentro di me mi è estraneo, che io non ho nessuna ragione di attaccar lite con nessuno, che sono in pace con tutti. Per conseguenza il sentimento violento determinatosi dentro di me, quantunque naturalmente penoso, non mi procura pena, ma quasi piacere: perchè mi trae fuori di me stesso senza mettermi realmente ad uno sbaraglio. Ora che cosa accadrà in me se non vedrò una vera zuffa, ma la rappresentazione di una zuffa in un’opera d’arte, in un dramma, in un romanzo o in un quadro? Accadrà lo stesso effetto che dinanzi alla vera zuffa: io uscirò fuori di me stesso senza perdere la coscienza della mia tranquillità presente. Se non che, nella zuffa vera il sangue scorre, qualcuno dei combattenti è ferito o muore; mentre nella rappresentazione artistica io so che ciò non può accadere, che la zuffa posta sotto i miei occhi è fittizia. Questa certezza diminuisce in quantità l’effetto del contagio simpatico, ma lo migliora di qualità: io non uscirò tanto fuor di me stesso quanto dinanzi a un vero duello, ma il sentimento della mia sicurezza personale sarà altrettanto più saldo, quindi il godimento per simpatia altrettanto più intenso. E questa è la vera ragione per la quale l’arte ci rende grata la riproduzione di cose realmente repugnanti. Se la simpatia fosse causa di piacere suscitando dentro di noi uno stato penoso, ma fittizio, e sempre accompagnato dalla certezza della nostra tranquillità e sicurezza personale, tutti gli spettacoli penosi, nel mondo reale, dovrebbero procurarci un simile godimento. Perchè la vista di un uomo morente dovrebbe turbarci? Quest’uomo muore, ed io sono turbato dalla sua vista, esco fuori di me stesso, partecipo alla sua agonia; ma sento nondimeno che io non muoio niente affatto, che sono sano e pieno di vita: dunque dovrei provare quel piacere del quale ragiona Sully Prudhomme. E infatti c’è una freddezza e un egoismo che si compiace di questi spettacoli; ma noi non dobbiamo considerare gli egoisti e gli idioti morali, sibbene gli uomini normali; e negli uomini normali il dolore suscitato per simpatia, se non è tanto grande quanto quello prodotto da un motivo reale, è ancora grande abbastanza da far perdere od allontanare il senso della sicurezza personale. Nell’arte, invece, il turbamento è meno intenso, perchè nessun’opera d’arte ha l’intensità, il rilievo e la vita della vita; ma, per compenso, la fiducia, la sicurezza intima è saldissima, perchè l’oggetto turbatore non esiste realmente, è tutto immaginario. Dice Sully Prudhomme: «Il piacere della simpatia può esser turbato, nel mondo reale, dalla pietà dolorosa che ispira la vista delle sofferenze delle persone amate»; ma contro questa proposizione si debbono muovere due obbiezioni: prima di tutto, trattandosi, come si tratta, di oggetti penosi, la pietà dolorosa non turba il piacere, ma anzi lo determina, come lo stesso autore ha detto dal principio, grazie al contrasto col sentimento della sicurezza personale; secondariamente, se le persone delle quali vediamo le sofferenze ci sono care, allora il sentimento della sicurezza personale non esiste più, e il nostro turbamento non è determinato per simpatia, ma dalla lesione del nostro interesse, dell’affetto che ci lega a coteste persone, cioè da una causa reale, diretta, positiva. Sully Prudhomme si accosta tuttavia al vero quando soggiunge che al teatro, «sia grande quanto si voglia l’illusione, essa non ci fa dimenticare che le sofferenze alle quali assistiamo sono fittizie». Qui è il secreto semplicissimo del miracolo compiuto dall’arte: l’arte che riproduce il vero non lo rifà; ne dà soltanto l’illusione, ne offre un’immagine. LA BELLEZZA NELL’ARTE IN campagna, dinanzi a un grazioso o grandioso paesaggio, noi diciamo che sembra un quadro; e se cogliamo fiori o frutti stupendi ripetiamo che sembrano dipinti. Incontrando per le vie una persona straordinariamente ben fatta la paragoniamo ad una statua; udendo narrare un fatto nuovo ed insolito esclamiamo: «Pare un romanzo». Questi sono giudizii ripetuti quotidianamente da tutti. Che cosa provano essi? Provano, manifestamente, che l’arte, immagine della realtà, non ha rappresentato tutte le cose, nè una qualunque parte di esse, indifferentemente; ma ha scelto le più belle, le più vistose, le più notevoli. Questa scelta è indispensabile, come dicono la più gran parte dei critici; oppure non è obbligatoria, come soggiungono la più gran parte degli artisti? La bellezza dell’opera d’arte deve consistere nelle cose rappresentate, oppure nel modo della rappresentazione? I. Quali sono le cose che noi chiamiamo belle, e in che cosa consiste la loro qualità? Sully Prudhomme prende le mosse un poco da lontano per dire che il bello è indefinibile. Egli ragiona così: l’anima umana aspira alla felicità; ma, in questa vita, le aspirazioni oltrepassano le gioie; quindi l’oggetto supremo dei nostri voti è alquanto indeterminato, e sempre che il pensiero si volge alla felicità prende i caratteri del sogno: allora l’anima sente come infinita la sua potenza di gioia. Questo stato di sogno è l’estasi. «Contemplare è guardare con estasi, ammirare è godere della contemplazione giudicando la cosa contemplata. Ora ciò che si ammira nella cosa contemplata è la bellezza, cioè l’espressione della felicità ideale per mezzo di una sensazione eminentemente gradevole. Il bello, a causa della sua stessa natura, è quindi impossibile a definire in modo adeguato, poichè implica un elemento indeterminato, l’ideale, cioè l’irrealizzabile, che l’anima può soltanto sognare e agognare. Affinchè il bello potesse essere definito, bisognerebbe che l’anima conoscesse, mediante il possesso, ciò che ella conosce soltanto per mezzo di ciò che il suo sogno ambiguamente deduce da quel poco che ella possiede attualmente». Alla stessa conclusione negativa si perviene con meno metafisica, considerando l’ambiguità del linguaggio. «Il linguaggio», riconosce Sully Prudhomme, «offre indicazioni preziose all’analisi, perchè l’uomo non crea parole inutili, e perchè in tal modo le parole corrispondono a distinzioni sempre vere per qualche differenza tra le cose differentemente nominate. Ciò non vuol dire che le parole siano sempre impiegate, dall’universalità degli uomini, con lo spontaneo e finissimo discernimento che, in origine, ha riconosciuto la loro utilità e precisato il loro senso». Pertanto, se il medico chiama bello un certo caso di malattia, se il negoziante parla di un bell’inventario, e via discorrendo, Sully Prudhomme crede che tutti costoro commettano un abuso. Ma, per poter trovare qui un abuso, bisognerebbe anche soggiungere qual è l’uso, l’uso retto, preciso, definito; il che vuol dire che bisognerebbe dare quella definizione del bello che riesce impossibile e che lo stesso autore non dà. Dunque non c’è abuso negli esempii addotti, ma un uso indeterminato dipendente dall’ambiguità del senso. Bouvard diceva a Pécuchet che la geometria è bella: tale qualificazione, negata da tutti gli studenti che non hanno potuto superare il -ponte degli asini-, è ora sostenuta e ripetuta con nuova efficacia. Emilio Picard dice che «l’aspetto artistico è uno dei più importanti nelle matematiche pure»; ed Errico Poincaré che «lo scienziato degno del nome, il geometra segnatamente, prova in faccia all’opera sua la stessa impressione dell’artista: il suo godimento è altrettanto grande e della stessa natura». Roberto di Adhémar, citando questi scrittori e sviluppando il loro concetto, rammenta che il bello, subbiettivamente considerato, è l’essenza del sentimento che esso provoca, cioè il sentimento estetico. Ora l’attività estetica, quell’attività che gode di sè stessa, si può trovare e si trova in molte occasioni svariatissime. Il dottore che diagnostica un certo caso di malattia, il computista che esamina un certo inventario, provano, come il geometra e il matematico, un godimento estetico o estatico, che li induce a servirsi della parola -bello- come della più adatta. Essi potrebbero adoperarne molte altre; potrebbero dire che il caso della malattia è nuovo, raro, importante, complesso; che l’inventario è chiaro, ordinato, fedele, preciso: se li chiamano belli, bisogna credere che questa parola esprima meglio la loro impressione, la loro soddisfazione, e non già che essi la adoperino a sproposito, come gente che parlasse una lingua mal nota. E lo stesso Sully Prudhomme, negando che si possa chiamar bello un caso di malattia, non ha espressamente riconosciuto che vi può essere «un bel caso di gobba» per il naturalista il quale ammira la coordinazione dei caratteri anatomici del gobbo? Un gobbo che è brutto, può essere, nel suo genere, bello; una rosa che è bella, può essere, nel suo genere, brutta. Il concetto della bellezza è stato talvolta identificato con quelli della bontà, dell’utilità, della convenienza; tal altra distinto da questi. Anche qui troviamo una prova della sua indeterminatezza. Il pipistrello pareva un uccello e la balena un pesce: l’attento esame dei loro caratteri anatomici e fisiologici li ha fatti classificare entrambi fra i mammiferi. Gli anfibii, quantunque i loro caratteri siano stati esaminati, anzi appunto perchè sono stati esaminati, restano anfibii. Altrettanto dicasi del concetto del bello. Per certi rispetti il bello è il buono e l’utile; per certi altri è tutt’altra cosa. Sully Prudhomme nega che si possa dire bello, come fa il contadino, un formaggio; e infatti il formaggio è propriamente buono o cattivo; ma, senza contare che la bellezza del formaggio può risiedere nel suo aspetto apprezzato dalla vista, talchè un formaggio che pare agli occhi bellissimo può esser pessimo all’olfatto e al palato, bisogna ancora osservare che la stessa sensazione squisita dell’odorato e del gusto possono essere e sono chiamate belle, oltre che buone, o perchè buone, con un’apparente improprietà e una secreta e indefinibile convenienza, della quale i Greci ebbero il senso, designando con una sola parola il bello ed il buono. Si vede dunque che la bellezza, nel mondo reale, è indeterminata e relativa. Nel mondo dell’arte, invece, cioè nel mondo delle immagini create dall’arte, è assoluta e determinata. Se l’immagine è fedele, totale, nitida, vivace, animata, è bella senz’altro. Pare dunque che la bellezza da chiedere all’arte sia quella della rappresentazione, e non quella dell’oggetto rappresentato, la quale non si può propriamente dire quale e come è. II. Ma supponiamo che la bellezza negli oggetti sia rigorosamente determinata o determinabile; che non abbiano ragione l’analisi e la critica sottile, ma il grosso senso comune, secondo il quale vi sono cose belle e cose brutte, sicuramente riconoscibili come tali. La rappresentazione ne potrà essere, a sua volta, bella o brutta. Quindi si potranno dare quattro casi: 1º: Oggetto brutto e brutta rappresentazione; 2º: Oggetto bello e bella rappresentazione; 3º: Oggetto bello e brutta rappresentazione; 4º: Oggetto brutto e bella rappresentazione. Il primo caso non è da considerare. Quando un brutto oggetto è mal rappresentato, quando un povero tema è stupidamente trattato, tutti concordemente voltano le spalle. Parrebbe anche che tutti siano d’accordo nell’affermare che la bellezza dell’oggetto e la bellezza della rappresentazione producono insieme il massimo piacere e sono quindi entrambe da conseguire. Ma l’accordo apparente cela un dissidio profondo, ed è antica la lotta che si combatte fra i partigiani del contenuto e quelli della tecnica, tra i fanatici dell’idea--secondo l’espressione del Fechner--e i zelanti della forma. Tutta la storia dell’arte dimostra questo conflitto. «Io preferisco le idee ai colori», dichiarava il Diderot. Viceversa, quando Zeusi espose il quadro che rappresentava la Centauressa allattante i suoi piccoli, e vide il pubblico ammirare la novità della composizione e restare indifferente all’eccellenza dell’esecuzione, disse al discepolo; «Andiamo: ravvolgi quella tela, e riportiamola a casa...». Per risolvere questo dissidio il meno arbitrariamente possibile, rammentiamoci che l’arte non è la natura e che perciò la bellezza artistica è diversa dalla naturale. Se noi chiamiamo bello un redivivo Apollo, e bello altresì il ritratto di un mostro dipinto da un gran pittore, ciò non implica che le due bellezze siano dello stesso ordine. Ora, come insegna l’aritmetica, le cose eterogenee non si possono sommare. Una penna e un’altra penna fanno due penne; una penna e un calamaio non fanno due, o fanno due in un senso molto largo, perchè sono entrambi oggetti adatti a scrivere. L’opera d’arte che rappresenta stupendamente cose stupende, non ha una bellezza doppia, ma due bellezze diverse. E, come opera d’arte, la bellezza essenziale, la prima bellezza che bisogna chiederle è l’artistica. Noi possiamo così risolvere i tre casi proposti dianzi. Se l’oggetto naturale è bello, ma la sua rappresentazione è brutta, l’opera d’arte è mancata, assolutamente. Se l’oggetto è brutto, ma la rappresentazione è stupenda, l’opera d’arte è grandissima, tanto grande quanto quella che meravigliosamente rappresenta un oggetto meraviglioso. La bellezza dell’oggetto è una cosa a parte: può esserci, e può non esserci. Se non c’è, non guasta; se c’è, produce un nuovo piacere, ma può guastare. Infatti, come accadde a Zeusi, l’ammirazione può rivolgersi tutta all’oggetto, trascurando le qualità della rappresentazione, la qual cosa non è giusta. Ma questo pericolo sarebbe trascurabile dinanzi ad un altro molto maggiore. Prima dello spettatore, lo stesso artista può essere tanto impressionato dalla bellezza reale dell’oggetto, da trascurarne la rappresentazione. Questo sembra un paradosso, ma non è. L’attenzione, la pazienza, l’abilità, la sagacia, lo sforzo producono il miracolo della creazione artistica: la facilità è in casi rarissimi condizione dell’eccellenza; ordinariamente ne è la peggiore nemica. Ed una eccessiva facilità, con la relativa trascuratezza, è il difetto che si nota comunemente nella rappresentazione di oggetti troppo belli. Questo difetto si può trovare, sebbene in grado diverso, in tutte le arti. Il contrasto fra contenuto e tecnica, fra idea e forma, dipende appunto, in tutte le arti, da questa tendenza a trascurare la tecnica e la forma ogni qual volta si bada troppo al contenuto e all’idea. Il pittore che s’inquieta delle qualità intrinseche dei soggetti da dipingere, dovrebbe poi renderli stupendamente: accade invece, d’ordinario, il contrario; e la cosa è tanto frequente che le due attitudini da conciliare, e veramente conciliate dagli artisti sommi, sembrano, come nota anche Sully Prudhomme, incompatibili. Un attore che vuole rappresentare una bella parte, un personaggio nobile, un’azione magnifica, si affida quasi sempre alle qualità intrinseche della parte, e trascura quelle della rappresentazione. Nel caso contrario, nella parte ingrata, -difficile-, l’eccellenza dell’esecuzione è indispensabile. L’arte della recitazione si esercita intorno alle riproduzioni artistiche del poeta e dell’autor comico; vedremo più tardi quali rapporti passano in musica fra gli oggetti rappresentati e la loro immagine artistica; qui avvertiamo che il compositore unicamente o principalmente attento alla bellezza intrinseca dei motivi, al piacere che essi procurano, è d’ordinario il meno capace di trovare espressioni adeguate alle cose da esprimere. In un’altra arte, nell’arte narrativa, nel romanzo, questo difetto è evidentissimo, insieme con un altro, con un nuovo e non meno grande pericolo. Abbiamo osservato, cominciando questi ragionamenti, che quando consideriamo oggetti naturalmente stupendi, un paesaggio, un avvenimento, una persona, diciamo che sembrano un quadro, un romanzo, una statua. Ma, reciprocamente, chi di noi, vedendo un quadro o una statua o leggendo un romanzo troppo belli, non ha esclamato: «Invenzioni! Fantasie! Cose simili non si trovano e non accadono?». Tra gl’innumerevoli oggetti del mondo fisico e gl’innumerevoli fatti del mondo morale, alcuni sono ordinarii, frequenti, comuni; altri straordinarii, rari, peregrini. Sia quale si voglia la loro singolarità, noi non possiamo negar loro fede. La loro esistenza è indiscutibile; ci è rivelata dalle testimonianze dei sensi: abbiamo visto, abbiamo udito, abbiamo toccato: dunque crediamo. Io ho visto una volta, in un pomeriggio d’autunno, il cielo di madreperla. Era coperto da una nube sottilissima, ondulata, come fatta di piccole scaglie: i raggi del sole occiduo si rifrangevano in ciascuna d’esse, e ne risultavano tante iridi innumerevoli, accostate, sovrapposte, come un madreporico banco. Ho chiesto a molte persone se è loro accaduto di vedere uno spettacolo simile: ne ho avuto risposte negative. Ora supponiamo che io fossi pittore, e che avessi dipinto quel cielo: tutti coloro che non lo avessero visto realmente avrebbero giudicato stravagante e incredibile la rappresentazione mia. Visitiamo un’esposizione di pittura: ad ogni passo ci accadrà di vedere colorazioni di cieli, di mari, di monti, e forme di cose, e proporzioni di parti che giudichiamo false, perchè non le abbiamo viste nel vero come l’artista; o perchè, avendole viste, non abbiamo più il vero dinanzi per poter fare un paragone e comprovare la fedeltà della rappresentazione. I colori e le forme sono tuttavia, quantunque mutevoli, quasi immutabili rispetto alla infinita varietà dei fatti morali; e nell’arte che li narra, nel romanzo e nella novella, la difficoltà di accordar fede all’artista è maggiore e quasi continua. Noi sappiamo che nella vita avvengono cose che i romanzieri di fantasia più sbrigliata non possono neppure sognare; e nondimeno, quando leggiamo un romanzo che si discosta dalla realtà più notoria, subito neghiamo credito all’autore; perchè il romanzo dà l’immagine della vita, non già i documenti. Nell’arte narrativa noi vediamo andare insieme e reciprocamente aggravarsi i due inconvenienti che derivano dall’annettere troppo prezzo alle qualità del soggetto dell’opera artistica. Il romanzo d’appendice, per voler essere troppo bello--o più propriamente, sebbene con parola barbara, -interessante---per voler essere bello o interessante della bellezza e dell’interesse intrinseci dell’argomento, è tutt’insieme brutto ed incredibile. Esso non è già falso. Leggete i -Delitti impuniti- del Macé: troverete una quantità di storie verissime, autentiche, passate sotto gli occhi dell’autore quando era capo del servizio di sicurezza pubblica, le quali offrirebbero temi straordinarii ai narratori. Un giorno, per esempio, si trova una donna, una certa Hache, distesa al suolo della sua camera, morta, orribilmente mutilata, con la testa quasi staccata dal busto, il naso tagliato, le dita monche. La gente è accorsa al racconto di una ragazza che era in portineria: un individuo le chiese del signor Hache; sentito che non si trovava in casa ma che c’era la moglie, lo sconosciuto salì; pochi minuti dopo andò via rapidamente: sul mantello aveva del sangue. Il marito della morta, rincasando, esclama: «Sciagurato!... L’ha uccisa!...». Invitato a spiegarsi, nega di avere alluso a qualcuno, d’aver concepito un sospetto. È imprigionato insieme col cognato e con un altro parente: tutti e tre dimostrano la loro innocenza, ma non dicono nulla che guidi la giustizia. Il furto non può essere stato lo scopo del delitto: denari e cose di valore sono intatti; sottosopra e macchiate di sangue sono invece le carte, le lettere che si trovano in un cassettone: dal loro esame non si ha alcun lume per la scoperta della verità. Si viene a sapere soltanto che l’anno prima un tentativo di assassinio era stato commesso sulla stessa donna: un vicino di casa aveva udito il rumore d’una lotta e poi queste parole: «Mi vuoi uccidere?...». Accorso, egli aveva visto un giovane uscire tranquillamente dalla casa della Hache ed ella stessa tranquillamente richiudere l’uscio. E null’altro si sa, dopo oltre quarant’anni. I romanzieri e i lettori che riderebbero delle secrete intervenzioni di persone potenti nelle cose della giustizia, delle tenebrose influenze che alle volte ne intralciano o arrestano il corso, leggano le dichiarazioni del Macé, il quale è persuaso che la luce non si fece perchè qualcuno non volle che si facesse; leggano anche l’episodio di -Monbéguin-. Cinque anni dopo l’assassinio della Hache, una sera portano al Macé un cavaliere d’industria del marciapiedi, chiamato -Monbéguin- nei bassi fondi dove vive ed opera. Il capo dell’ufficio, letto il verbale dell’arresto che il Macé gli sottopone perchè lo firmi, dice al dipendente: «Rimettete quel giovanotto in libertà», e non gli restituisce il documento. -Monbéguin-, udendo che lo lasciano libero, esclama: «Lo sapevo!». Chi è costui? Non si sa. Richiesto dal Macé di dire la sua opinione sull’assassinio della Hache, risponde, in gergo, che l’autore è un figlio naturale della vittima e di una persona alto locata: il -lupetto- ha ucciso la madre per rubarle i documenti comprovanti la sua nascita e tentare un ricatto contro il padre. È vero? È falso? Chi era il padre? Come sapeva -Monbéguin- queste cose?... Il mistero dura ancora, e lo scrittore che lo prendesse a tema di un romanzo potrebbe vantarsi di narrar cose straordinarie; ma, quasi inevitabilmente, egli si lascerebbe tanto sedurre dalla singolarità dell’argomento, che ne trascurerebbe la rappresentazione artistica, e così, mentre non farebbe neppure opera di storia, non avrebbe diritto al credito che noi accordiamo alla narrazione dello storico, del sociologo, del moralista. III. Ma se le qualità della rappresentazione sono le prime ed essenziali, perchè si conoscono, mentre quelle delle cose rappresentate sono ambigue e possono anche alterare le prime, diremo che l’artista debba scegliere, per darne un’immagine nell’opera sua, le cose brutte, comuni, volgari ed insignificanti? No, certamente. Quando l’oggetto possiede le migliori qualità, quando perfetta ne è l’immagine artistica, e quando lo spettatore è capace di apprezzare le due perfezioni, allora si hanno tutte le condizioni perchè l’effetto sia insuperabile. Ma non tutte le statue sono la Venere di Milo, nè tutti gli spettatori sono Canova. Diremo allora che l’artista non debba badare alle qualità delle cose da rappresentare, e debba soltanto porre ogni sua cura nel rappresentarle ottimamente? Negheremmo così quella scelta, della quale già dimostrammo la convenienza e la necessità. Nessun artista, non il realista, non il naturalista più spregiudicato, trascura di scegliere e rappresenta le prime cose che gli capitano sotto mano. Giacchè abbiamo parlato dell’arte narrativa, osserviamo che cosa vi accade. Come il poema, dal quale proviene, il romanzo narra in origine le gesta magnifiche e le avventure memorabili; la novella, secondo dice lo stesso suo nome, riferisce gli avvenimenti nuovi ed insoliti. Paragoniamo i romanzi di cappa e spada e le -Mille ed una notte- all’-Educazione sentimentale- e alle novelline del Maupassant: daremo ragione, sul principio, a chi sostiene che non c’è più scelta, che l’arte se n’è affrancata, che rappresenta qualunque cosa, senza badare alle qualità della cosa rappresentata. Ma il giudizio è inesatto. Quando l’artista pare più indifferente, allora è più vigile. Le cose narrate dal Maupassant non sono, come sembrano, fatti di cronaca, volgari, senza significato: riflettono, al contrario, certi lati oscuri della vita e della natura umana, racchiudono una filosofia o amara o ironica, hanno una loro propria bellezza. Tranne che questa bellezza non è riconoscibile da tutti, immediatamente: lo spirito attento e penetrante dello scrittore ha saputo coglierla. Ora, se il concetto di bellezza, nel mondo dei fatti e delle cose, è indeterminato e relativo come abbiamo visto, il fatto che certuni o anche molti disconoscono la bellezza di cotesti argomenti non vuol dir nulla, non prova nulla contro il Maupassant che li ha giudicati bellissimi, senza di che non li avrebbe rappresentati, e contro i molti che, trovandone un’immagine stupenda nelle sue novelline, ammirano le novelle e ne gustano i temi. Altrettanto dicasi delle arti figurative, della scultura, della pittura. Se il pittore fa spontaneamente il ritratto di una persona che a noi sembra brutta, state pur sicuri che egli ha trovato in lei qualche bellezza. E se l’opera sua è bella, cioè da un’immagine precisa della persona reale, noi stessi discopriremo le qualità che hanno impressionato il pittore e determinato la scelta sua. QUALITÀ DELL’ARTE SE ufficio dell’arte è dare un’immagine del vero, la prima qualità che conviene ricercare nell’opera d’arte pare che sia la verità, la fedeltà, la precisione, l’esattezza. Questa convenienza è troppo spesso disconosciuta, o riconosciuta tardi, difficilmente, dopo molte contraddizioni, quasi a malincuore. Un esempio di singolari tergiversazioni ha dato recentemente Constant Martha, filosofo erudito e critico di buon gusto. Opportunamente comincia egli col notare che, abolite le leggi alle quali l’arte doveva sottoporsi secondo la tradizione della classica antichità, lasciata da parte «la legislazione del Parnaso» sicura e rigida quasi come la morale e la teologica, oggi non è più possibile fondare l’estetica sopra astratte speculazioni e sopra una metafisica oscura e screditata; conviene invece appoggiarsi alla psicologia, osservare direttamente e personalmente gli effetti dell’opera artistica, e da questi risalire alle qualità da richiédere all’arte. Il metodo è buono, è anzi il solo buono; se non che l’autore non lo segue come dovrebbe. Il suo volume è intitolato: -La delicatezza nell’arte-, e sulla fede del titolo la dote principale dell’opera d’arte consisterebbe appunto nella delicatezza; ma lo scrittore spiega che con questa parola ha voluto designare e comprendere tre doti diverse, le quali sarebbero: la precisione, la discrezione e la moralità. Discutiamole successivamente. I. «C’è una qualità, fra tutte le altre, senza la quale nessun’opera può produrre piacere profondo e durevole; questa qualità indispensabile deve dominare la composizione e lo stile, l’idea e la forma. Un’opera d’arte che possiede questo merito è buona; se lo possiede in parte è mediocre; se ne manca interamente è cattiva..... Questo merito consiste nella precisione». Se per precisione s’intendesse l’esatta corrispondenza fra le immagini artistiche e le cose che esse rappresentano, noi troveremmo nel Martha un propugnatore del concetto al quale ci arrestammo; ma l’idea dell’autore è un poco diversa. Vi fu nell’antichità un popolo, i Rodii, che usava onorare d’una statua ogni suo eroe; ma pare che gli eroi si moltiplicassero con tanta facilità da mettere un forte aggravio sulla finanza pubblica; talchè, volendo conciliare il dovere del tributo da rendere ai valorosi con le necessità dell’economia, quegl’isolani deliberarono di cancellare i nomi posti sotto le antiche statue e di dedicarle alla memoria di altri grandi. Dione Crisostomo scagliò i fulmini della sua eloquenza contro il meschino espediente che privava gli antichi eroi dell’onore dovuto e ne tributava uno molto discutibile ai nuovi; il Martha aggiunge che queste statue, diventate in tal modo poco «precise», non dovevano essere molto importanti per gli amatori dell’arte plastica. Diremo noi che queste statue fossero veramente poco precise? Se un quadro rappresentante una campagna portasse per titolo: «Marina», noi accuseremmo l’artista di mancanza di precisione; ma non confonderemo questo difetto con quello di un altro quadro dove, dato lo stesso soggetto campestre, e un titolo appropriato, troveremo che non sono rispettate le leggi della prospettiva, o che in un paesaggio nordico fioriscono piante da serra calda, o che gli ulivi sono del colore dei pini e viceversa. La mancanza di precisione è esteriore nel primo caso, come nelle statue dei Rodii, interiore nel secondo; un artista non potrebbe commettere la prima se non per burla o stravaganza; chi cadesse nella seconda non è artista. Dinanzi a una statua rodia dissotterrata, come farebbe il Martha per decidersi ad ammirarla o a criticarla? Dove prenderebbe l’eroe il cui nome si legge sulla base--se si legge ancora e se pure c’è ancora la base--per giudicare intorno alla rassomiglianza? Evidentemente intorno alla rassomiglianza non si può più dare un giudizio; noi non possiamo far altro che dire se la statua dissotterrata rappresenta bene o male una figura d’uomo con un certo abito e in un certo atteggiamento. Il nome dell’originale importerebbe allo storico, non già all’artista; parlando d’arte, la precisione da esigere è l’intrinseca precisione artistica, la tecnica, la formale. Il Martha invece attribuisce il maggior pregio al contenuto. «Vi sono certe bellezze», dice egli con Luciano nel -Zeusi-, «che possono in parte sfuggirmi. La squisita correzione del disegno, certe combinazioni di colori lascio che siano lodate dai pittori che hanno il dovere di comprenderle. Da parte mia ammiro Zeusi per aver dato al suo personaggio lineamenti tanto ben definiti, che appartengono a lui solo». Tutti i critici fanno come il Martha e come Luciano: dànno maggior prezzo al contenuto; tutti gli artisti giudicano inversamente e dànno il primo posto alle qualità tecniche e formali. Ora, se la precisione del contenuto è una bella cosa, se bisogna ottenerla, l’opera d’arte non esiste senza queste qualità alle quali il Martha assegna un posto secondario. Il suo concetto della precisione è pertanto poco preciso, o poco precisamente spiegato. Egli dice che la poesia, considerata come arte, non fu «se non uno sforzo per arrivare alla precisione», e che tutti i generi poetici non furono creati «se non per stringere il pensiero, per imprigionare cotesto vagabondo e sottometterlo a certe leggi che i luminosi genii primitivi riconobbero come le sole capaci di allettare lo spirito». Vuol egli dire così che l’arte poetica è capace di conseguire una maggior precisione delle altre? Se la precisione è una qualità dell’arte, tutte le arti non debbono conseguirla, in modo diverso, ma in egual grado? È vero che il verso imprigiona il pensiero più strettamente che la frase prosaica; ma, per questa ragione, mentre esso sembra ed è, da una parte, più preciso, sembra anche ed è meno preciso dall’altra. Questo pare un giuoco di parole, perchè le parole adoperate dal Martha sono alquanto elastiche. Il linguaggio dei versi non è, propriamente parlando, più preciso che il prosaico: le frasi e le strofe possono con pari precisione significare le idee: tranne che le strofe, per le loro particolari qualità, si adattano a certe idee particolari. Una prima operazione, da parte dell’artista, consiste adunque nel riconoscere le qualità delle idee da esprimere: se queste sono di natura poetica, egli adatterà il linguaggio poetico, in caso contrario si servirà del prosastico. Qui non si tratta tanto di precisione quanto di convenienza. La poesia lega il pensiero con le rigide regole del metro; un verso può esprimere il pensiero con una forma rigorosa, concisa, incisiva; ma non più precisa di una proposizione; anzi, se dobbiamo parlare di precisione, la proposizione libera può adattarsi più precisamente del verso a tutti i più particolari andamenti del pensiero. Ancora: nel poema, nel dramma, il Martha loda come effetto di precisione ciò che è effetto della buona composizione: il rigetto dei particolari inutili, la proporzione delle parti, l’ordine della loro distribuzione. Se vogliamo comprendere tutte queste cose sotto il nome di precisione, dobbiamo anche ammettere che essa non è soltanto della poesia epica e drammatica, ma di tutte le opere d’arte: del quadro, della statua, della costruzione architettonica. Ma l’autore si serve spesso, invece della parola -precisione-, dei sinonimi, e parla di un’-esattezza-, di una -giustezza- che l’arte dovrebbe avere di mira. Se egli vuole che l’artista, prima d’ogni altra cosa, definisca in tal modo il proprio soggetto, che questo non possa andar confuso con altri più o meno simiglianti, si potrà dire, più semplicemente, che la prima qualità dell’arte dev’essere la verità. Il Martha cita l’esempio del quadro di Timomaco rappresentante Medea che, sul punto di colpire i proprii figli, rivolge loro uno sguardo meravigliosamente rivelatore dei due opposti sentimenti cozzanti nell’animo suo: la gelosia e l’amor materno: un poeta dell’Antologia disse che il pittore aveva dato alla figura due occhi differenti: uno furioso e l’altro intenerito. L’eccellenza di questa espressione consisteva nella sua verità. Se l’espressione fosse stata quella della sola gelosia o del solo amor materno, sarebbe stata parzialmente vera, perchè ciascuno di questi sentimenti esisteva nel cuore della sciagurata; ma una verità parziale non è la verità: la verità vera è la totale. Lo stesso Martha si serve della parola -verità- come di un altro sinonimo di -precisione-, quando dice che nell’arte degli attori e dei pittori gli atteggiamenti sono ordinariamente d’una «verità approssimativa», e che i soli capaci di eccitare l’entusiasmo sono quelli di una «verità esatta». Ora non è indifferente servirsi della parola «verità» come sinonimo di «precisione», e fare della ' 1 2 3 4 5 6 7 - - . 8 9 - - = = . 10 11 12 13 14 15 16 17 . 18 19 20 21 , 22 - - - - 23 - - 24 . 25 26 27 28 29 - - , . . . . . 30 31 32 33 34 35 36 37 , 38 39 , , , 40 , , , , , 41 , ; , 42 , 43 , , ; 44 , , 45 : « , ? » . 46 , : 47 « ; 48 ; ; 49 ; 50 . : 51 : ; , 52 . , 53 . . . » . 54 , , 55 : « : ! . . . » . 56 57 58 59 . , 60 , . , 61 62 , « 63 , » . 64 : « 65 66 ; 67 » . : « , 68 » . , : « 69 » . 70 ? 71 72 , 73 , . « 74 , » ; 75 . . . . 76 . « 77 » , . 78 79 . 80 81 ; , , 82 , 83 , 84 . 85 86 87 88 89 90 91 92 93 . , 94 , , , 95 , , , 96 - - , 97 . 98 , 99 . , 100 , , 101 . 102 103 104 . 105 106 , , 107 , 108 , , , , 109 , , 110 , , 111 . , 112 , . , 113 , , , 114 , 115 . 116 117 , 118 : 119 ? 120 ; , 121 , ? 122 , 123 ? 124 - - , 125 ? 126 , 127 . 128 , 129 , 130 , , 131 ? 132 133 . , 134 135 , , 136 , , : 137 . , 138 - - 139 - - 140 , 141 ; . 142 , 143 , . , 144 , 145 , 146 . 147 , ; 148 , , « 149 , , » . 150 151 , . 152 « , » , « ; 153 , 154 : 155 , . 156 : , 157 , , , ; 158 , , 159 ; , 160 ; 161 , 162 , , 163 » . 164 165 , 166 . : 167 , 168 ; 169 , 170 - - , - - 171 . , 172 , 173 : 174 . , , 175 , 176 . 177 178 , 179 . 180 « » ; « 181 » . , , 182 : 183 « , 184 ; 185 , 186 187 . - - 188 ; , 189 , 190 » . , , , 191 - - , . 192 , 193 , « 194 » , « » . , 195 , , , 196 , « » 197 . 198 199 . , , , 200 , . 201 , , ; 202 , 203 ; , , 204 , , 205 . 206 207 , ; 208 , ; . 209 , , 210 , , , , ; 211 , ; 212 ; 213 , . 214 . ? 215 216 ; . 217 , , , , 218 , . 219 , 220 , , . 221 . , : 222 . 223 , 224 : . 225 226 227 ; 228 229 . , , 230 ; , , . 231 232 . : 233 ; 234 , , 235 . 236 : , 237 , , , 238 , : 239 . 240 , , 241 , 242 , . 243 , 244 , , 245 , , 246 - - - - . , 247 , ; 248 - - - - 249 , . 250 251 , , 252 - - - , ; 253 . 254 255 , : 256 , 257 « : 258 ; 259 , 260 , 261 : 262 263 , - 264 - » . 265 « 266 - - 267 . » 268 . , 269 , , - - , , 270 ; . 271 ? , 272 . , , 273 , , 274 , , 275 , , 276 . 277 - - , ; 278 , , ; 279 . , , 280 281 , 282 ? ; 283 . 284 , , - - 285 . , , 286 , 287 . , 288 - - , , 289 , , 290 ? ; 291 , 292 , ; 293 . 294 , , 295 , . 296 , 297 298 ; , , 299 , , , ; 300 , 301 , 302 303 ; , 304 , , 305 , . 306 , ; 307 , 308 , , 309 310 , 311 ; . 312 313 314 ; 315 , , ; , , 316 . 317 ; , 318 , . 319 , . « 320 , » « 321 , 322 ; : - - 323 , 324 ! - - » . , 325 , 326 , 327 ; 328 329 ; , 330 , 331 . , 332 , 333 334 . 335 , 336 . , , 337 , , 338 , , 339 , 340 , . 341 ; 342 , ; 343 344 , 345 . 346 , , 347 : , , 348 , 349 . , 350 , ; 351 , 352 . 353 354 , , 355 , ; 356 , . 357 , , 358 ; , , , , 359 . 360 361 , 362 , , . 363 364 ? 365 366 367 . 368 369 , 370 , 371 . , , 372 , 373 . 374 . 375 , . 376 : 377 ; : 378 , . 379 , , 380 , . « 381 , 382 ; , , 383 , 384 ; , 385 . , 386 , 387 » . 388 389 390 . , , 391 : . , 392 , . 393 ? , 394 , . 395 , ? : 396 , , . , 397 , 398 , ? , 399 , 400 401 . , , . 402 , . 403 , 404 : 405 . 406 ? , 407 ; . 408 , ; 409 , ; 410 ; 411 . ; 412 . 413 , . 414 , , 415 , , , 416 , . , 417 , , 418 ; 419 . 420 421 422 , ? , 423 ; 424 ; , , 425 ; , 426 . , , 427 , : 428 . 429 430 431 : 432 , 433 . « , 434 ; 435 , , 436 , 437 » . , 438 . , 439 , . 440 , 441 ; , 442 , ; 443 , , ; 444 , 445 446 , 447 , , 448 . 449 , , 450 , : 451 . 452 , 453 , , ? 454 : 455 . , 456 , 457 ; 458 , . 459 , 460 : 461 , 462 , 463 . 464 . 465 466 , , 467 , , 468 , . 469 ? , 470 , , 471 ; , 472 : 473 . 474 ; 475 , ; 476 , 477 , 478 . , 479 , , 480 , ; , , 481 , , 482 , . : « 483 , , 484 » ; 485 : 486 , , , , 487 , , 488 , 489 ; , 490 , 491 , 492 , , 493 , , , . 494 495 , « , 496 » . 497 : 498 ; , 499 . 500 501 502 503 504 505 506 507 , , 508 ; 509 . 510 ; 511 : « » . 512 . 513 ? , , , 514 , , 515 , ; , , 516 . 517 518 , 519 ; , 520 ? 521 , ? 522 523 524 . 525 526 , 527 ? 528 529 530 . : 531 ; , , ; 532 , 533 534 : . 535 . « , 536 . 537 , 538 539 . , , 540 , 541 , , , 542 . 543 , , , 544 545 » . 546 547 , 548 . « » , 549 , « , 550 , 551 552 . 553 , , 554 , , 555 » . , 556 , , 557 , 558 . , , 559 , , , ; 560 561 . 562 , 563 . 564 565 : 566 , 567 - - , 568 . « 569 » ; « 570 , , 571 : 572 » . , 573 , 574 , , 575 , . , 576 , 577 . 578 , , , 579 , , 580 - - . 581 ; 582 , , , ; 583 , , , : , 584 , 585 , , 586 . , 587 , 588 « » 589 590 ? , , , ; 591 , , , . 592 593 594 , , ; 595 . . 596 : 597 598 . , 599 , , 600 . . 601 ; 602 . , 603 , ; 604 ; , 605 , 606 , 607 608 , , 609 , 610 , , 611 . 612 613 , , 614 . , , 615 , . , 616 , , , , . 617 , 618 , 619 . 620 621 622 . 623 624 625 ; 626 , , 627 , . 628 , , . 629 : 630 631 : ; 632 : ; 633 : ; 634 : . 635 636 . 637 , , 638 . 639 640 641 . 642 , 643 , - - 644 - - . 645 . « 646 » , . , 647 , 648 649 , ; 650 « : , . . . » . 651 652 , 653 654 . 655 , 656 , . 657 , , 658 . ; 659 , , 660 . 661 , , 662 . , , , 663 . 664 665 . 666 , , 667 , . , 668 , , 669 . 670 : , . 671 , ; , , . 672 , , 673 , , 674 . 675 . , 676 , 677 . , . 678 , , , , 679 : 680 ; . 681 , , 682 . 683 , , 684 . , , 685 , , 686 . 687 688 , : , 689 , ; 690 , , 691 , , . 692 , , 693 , 694 , . , 695 , - - , 696 . 697 ; 698 699 ; 700 701 , , 702 . 703 , , , , 704 , . 705 706 , , 707 , , 708 , , , , 709 . , , , 710 , : 711 « ! ! ? » . 712 713 714 , , , ; 715 , , . 716 , . 717 ; : 718 , , : . 719 , , . 720 , , 721 : 722 , , , 723 , . 724 : 725 . , 726 : 727 728 . : 729 , , , , 730 , 731 ; , , 732 733 . , 734 , 735 ; , , 736 . 737 738 ; , 739 , 740 ; 741 , . 742 743 744 745 . 746 , - - , 747 , - - - - 748 , 749 . . 750 - - : 751 , , 752 , 753 . , , , 754 , , , 755 , , , 756 . 757 : ; 758 , ; 759 : . 760 , , : « ! . . . 761 ! . . . » . , , 762 . 763 : , 764 . 765 : ; 766 , 767 : 768 . 769 : 770 : 771 « ? . . . » . , 772 773 . , . 774 775 , 776 , 777 , 778 ; 779 - - . , 780 , 781 - - . , 782 783 , : « » , 784 . - - , 785 , : « ! » . ? . 786 , , 787 , 788 : - - 789 . 790 ? ? ? - - 791 ? . . . , 792 ; , 793 , 794 , , 795 , , 796 , 797 , . 798 799 800 . 801 802 , 803 , 804 , 805 , , , 806 , ? , . 807 , 808 , 809 , 810 . , 811 . 812 813 814 , 815 ? , 816 . , , 817 , 818 . 819 820 , 821 . , , 822 ; , 823 , . 824 - - 825 - - : 826 , , , 827 , , 828 . . 829 , . 830 , , , 831 , : , , 832 , 833 , . 834 , : 835 . , 836 , , 837 , 838 , 839 , 840 , , 841 , . 842 843 , , 844 . 845 , 846 . , 847 , 848 . 849 850 851 852 853 854 855 856 , 857 , 858 , , . 859 , , , 860 , . 861 , 862 . 863 864 , 865 866 , « » 867 , 868 869 ; , 870 871 , . 872 , ; 873 . : - 874 - , 875 ; 876 877 , : , 878 . 879 880 . 881 882 883 . 884 885 « , , 886 ; 887 , . 888 ; 889 ; . . . . . 890 » . 891 892 , 893 ; . 894 895 , , 896 ; 897 ; , 898 899 , 900 901 . 902 903 ; 904 , « » , 905 . 906 907 ? 908 : « » , 909 ; 910 , 911 , , 912 , 913 , 914 . 915 , , ; 916 ; 917 . 918 , 919 ? 920 - - - - 921 ? 922 ; 923 924 . 925 , ; , 926 , , 927 . 928 929 . « 930 » , - - , « 931 . , 932 933 . 934 , 935 » . : 936 ; 937 . , 938 , , 939 940 . 941 942 , 943 . , , 944 « » , 945 « , 946 947 948 » . 949 ? 950 , , 951 , ? 952 ; , , 953 , , , 954 . , 955 . 956 , , : 957 : 958 , , 959 . , , 960 : 961 , , 962 . 963 . 964 ; 965 , , ; 966 ; , , 967 968 . 969 970 : , , 971 : 972 , , 973 . 974 , 975 , : , 976 , . 977 978 , - - , 979 , - - , - - 980 . , 981 , , 982 , , 983 , . 984 985 , , 986 987 : : 988 : 989 . 990 . 991 , 992 , 993 ; : 994 . - - 995 - - , 996 997 « » , 998 « » . 999 « » « » , 1000