cominciavate ad essere stanca di lui; dopo la rottura la vostra passione
si è ridestata. Voi avete scritto quattro lettere che definiscono i
principali sentimenti cozzanti adesso nel vostro cuore: in una vi
rassegnate filosoficamente, in un’altra implorate con grande calore, la
terza è l’espressione della sprezzante ironia, l’ultima d’una tenerezza
pietosa e disinteressata. Va bene?
-- È così.
-- Però, scrivendo tutte queste lettere una secreta idea vi ha guidata:
quella di vivere ancora nel cuore o nella memoria di quest’uomo, di
produrre un’impressione nell’animo di lui, di obbligarlo a ricordarsi di
voi, per ammirarvi, per rimpiangervi. Ora voi volete sapere da me in
qual modo potrete raggiunger meglio l’effetto.
-- Può darsi che sia per questo; ma siccome, qualunque di queste lettere
io manderò, è quasi certo che sarò lasciata senza risposta, imagini che
si tratti di prender commiato soltanto.
-- O per prender commiato, o per quell’altra ragione, il partito è uno
solo.
-- Quale lettera debbo dunque mandare?
La vecchia dama rispose:
-- Nessuna.
L’AMOR SUPREMO
-Amabile amica,-
La fiducia della quale ella mi onora è veramente grande e -- lasci
parlare una volta la modestia! -- immeritata. Nonostante la disparità
delle nostre opinioni, e perdonandomi la vivacità di certe mie
argomentazioni, ella si degna ricorrere ancora a me per farmi una
domanda e propormi un quesito: «Ma insomma, qual è, a vostro parere,
l’amore migliore?»
Ahi, contessa! Io potrei risponderle al modo molto laconico della
duchessa di San Severo, e dirle: «Nessuno!...» Questa passione è
talmente difficile, si dibatte fra tanti contrasti, ha da superare così
formidabili ostacoli, che la sua vita è troppo breve e tutta avvelenata.
Io non le ripeterò a questo proposito i miei ragionamenti d’un tempo,
poichè ella, bontà sua, li rammenta ancora e giudica che, nonostante le
«solite» esagerazioni e l’«insoffribile» preconcetto di scetticismo, io
potrei anche avere, in fondo in fondo, ragione. Ma ella dice -- e la
ragione è questa volta con lei! -- che se pure in tutti gli amori c’è
qualcosa di amaro e di guasto, nondimeno, paragonati gli uni con gli
altri, si dovrà pur trovare che alcuni furono pessimi ed altri, se non
ottimi, migliori. Il mio dovere è dunque di rispondere meno
laconicamente alla sua domanda; ed ella si disponga anzi a temere che la
risposta mia sia per essere troppo prolissa.
Vuol dunque sapere quale sarebbe, secondo me, per un uomo e una donna,
l’amor supremo? Sarebbe questo. L’uomo, fino a trent’anni, ha fatto sua
l’antica divisa: -Je prends mon bien où je le trouve.- Egli ha amato in
tutti i modi, e di tutti i suoi amori è rimasto scontento. A trent’anni
-- non un giorno di più! -- incontra una vergine, il cui solo sguardo gli
rivela -- a lui che crede di conoscere tutta quanta la vita -- come vi sia
ancora un mondo nuovo, inesplorato, insospettato: il mondo dei
sentimenti puri, delle cose degne e sante. Questa vergine non è neppur
lei una bambina che s’affaccia appena alla vita: ha visto altri uomini,
ha creduto d’amarne alcuni; poi, all’idea di legarsi con uno di costoro
indissolubilmente, s’è accorta che le sue inclinazioni non erano forti e
prepotenti. Quando incontra quest’uomo, ella comprende che il suo
sentimento d’ora è invincibile; e questa vergine e quest’uomo si
uniscono, per sempre. La loro gioia è l’invidia del mondo. Crede ella
che sarebbe maggiore se entrambi fossero stati del tutto inesperti, e
che la reciproca gelosia del passato li turbi? No, no. Appunto perchè
entrambi hanno altra volta creduto d’amare, la vergine soltanto con
l’anima, l’uomo in tutti i modi, appunto per ciò possono ora dire di
amar veramente. Ella non è gelosa delle donne che lo sposo suo in altri
tempi amò, non le pensa neppure; o se anche le fa oggetto d’un pensiero,
accorda loro la sua pietà, perchè ella è buona, sovranamente; ma,
nonostante la bontà sua -- io le presento creature di carne ed ossa, non
perfezioni fuor dell’umano -- costei pensa con un moto di superbia: «Per
me, per virtù mia, quest’uomo che poteva continuare a prendere il suo
piacere dovunque, liberamente, ha fatto il sacrifizio di tutto sè
stesso.» Egli non è geloso degli uomini che ella altra volta pensò; egli
dice: «A me, a me solamente questa vergine che tanti sospirarono invano
ha dato gl’intatti tesori.» E poichè egli conobbe la vita, è ora in
grado di difendere, di tutelare la sua fortuna. A questa vita egli
inizia, accortamente, la sposa; e come ella gli ha rivelato cose
ignorate ed ha fatto di lui un uomo nel miglior senso della parola, così
egli fa d’una fanciulla una donna. L’amor loro è fruttuoso; le loro due
vite, che essi vorrebbero veramente confondere in una, ma che restano
pur separate, si confondono nella vita dei figli.
Il tempo passa, e col tempo l’impeto della loro passione si è venuto
sedando. Fatalmente, perchè tra due volontà diverse l’accordo non può
essere costante ed eterno, essi non potranno evitare i malintesi e i
dissensi; ma, comprendendone entrambi la fatalità, si accorderanno
reciprocamente indulgenza. Conoscendosi sino in fondo, ciascuno avrà
compreso, -- ma nello stesso tempo scusato -- i difetti dell’altro --
perchè essi sanno che nessuno al mondo è senza difetti. La passione
sedata non è più passione; e, per una legge ancor essa fatale, nelle
anime tranquillate i germi di passioni nuove, le tentazioni d’altri
amori si verranno insinuando. Ma se ciascuno di essi avrà pensato di
poter ritrovare altrove una scintilla della gran fiamma, avrà pure
preveduto che la nuova fiamma si spegnerà troppo presto; e se pure
questa previsione non sarà stata capace di trattenerlo, un sentimento
che in queste due anime vince tutti gli altri avrà combattuto e
distrutto il germe della nuova passione. Questo sentimento al quale
entrambi sono educati, è il sentimento dell’onore, del rispetto, della
dignità; è, in una sola parola, il Dovere. Obbedirne le voci imperiose
sarà facile ad essi se ciascuno sarà, com’è, compreso di gratitudine per
la gioia che l’altro gli diede e per il bene che gli fece; sarà ancora
più facile solo che essi pensino ai figli, ai quali debbono nascondere
gli esempii del male. E se la tentazione fu molto forte, se per seguire
la via doverosa uno dei due ebbe a sostenere uno sforzo grande, tanto
meglio: la sua soddisfazione sarà tanto maggiore, tanto maggiore sarà la
stima che l’altro gli deve. Così varcheranno l’età delle prove, finchè
uno chiuderà con mano tremante gli occhi dell’altro.
Ecco quale sarebbe l’amor supremo. Ella vede bene, mia cara amica, che
io non ho imaginato un idillio, una favola troppo romantica, tutta
ideale e fuor della vita. Io ho fatto molte concessioni alla realtà,
tante concessioni che nessuno dirà impossibile un tale amore. Eppure di
questo amore possibile, possibilissimo, di questo amore che è il sogno
delle migliaia e migliaia di sposi che escono ogni giorno nel mondo dal
municipio e dalla chiesa, quanti esempii le potrei addurre?... Ahimè!
Gli esempii, ho paura, sono rarissimi...
Eccomi pertanto costretto, per rispondere alla sua domanda, di cercare
altrove.
Una volta io andai in casa del mio amico Hans Ruthe. Costui è, come ella
sa, Don Giovanni redivivo. Sui mobili del suo salotto vidi molte
fotografie di uomini e un solo ritratto di donna. Io pensai tra me:
«Senza dubbio costei dev’essere stata la favorita di questo sultano;
perchè egli si tenga sotto gli occhi il solo ritratto di lei bisogna che
ella gli abbia lasciato i ricordi migliori.» E poichè, per natura e per
necessità di mestiere, io sono molto curioso, così non mi contentai di
pensare questa cosa, ma la dissi all’amico mio. Il quale, udendola, si
mise a ridere di quel suo riso che è pieno di tanta amarezza. «Mio
caro,» rispose, «tu hai un intuito proprio meraviglioso! Sì, questa è la
donna che m’ha lasciato migliori ricordi. I ritratti di tutte le altre
io non li ho più: alcuni li dovetti restituire, quando i tristi amori
finirono; altri li lacerai quando ebbi ben conosciuto gli originali;
altri sono andati dispersi perchè non avevo proprio ragione di serbarli,
giaceranno inutili in mezzo a chi sa quali carte inutilissime. Questo
solo ho custodito e tengo dinanzi agli occhi, perchè questa è la sola
donna che avrei amata ma che non amai, che forse m’avrebbe amato ma che
non m’amò...
Ecco, ella dirà, una risposta «delle mie,» cioè una risposta che non
significa niente. Infatti, dire che il migliore amore è quello che non
fu provato, potrebbe parere una cosa insensata. Vengo pertanto senza
perder tempo a più concrete risposte.
«Io ero,» mi narrò una volta un amico, «in uno stato d’animo quasi
disperato per una serie di ragioni che sarebbe troppo lungo spiegarti,
quando una sera fui condotto in casa d’una signora, e poniamo che si
chiamasse Donna Paola. La dama, proprio quella sera, stava poco bene e
non riceveva. Tornai indietro con la stessa tristezza con la quale ero
venuto, ma in cuor mio avveniva qualcosa di nuovo; quel contrattempo mi
procurava un certo senso di contrarietà. Il nome di Donna Paola non mi
era ignoto; anzi avevo molto udito parlare di lei dalle sue amiche; la
marchesa Antonietta, specialmente, m’aveva detto: «Vedrete, vedrete:
quando l’avrete conosciuta dimenticherete noi tutte.» Chi era dunque
costei? Forse una bellezza straordinaria? No: io avevo sentito dire, non
solo dalle donne, probabilmente sospette, ma anche dagli uomini, giudici
certamente credibili, che Donna Paola era tutt’altro che bella; uno,
anzi, aveva soggiunto che non gli pareva neppure desiderabile. La
fantasia non poteva dunque farmi intravedere, dietro quel nome, una
figura affascinante; io non potevo costruire per mio uso e consumo un
tipo ideale al quale attribuire tutte le perfezioni. La fama di Donna
Paola era fondata sulle qualità intellettuali di lei, sul suo spirito,
sulla sua coltura, sulla sua scienza del mondo; ora tu mi concederai che
queste doti sono le meno capaci di sedurre da lontano. Nondimeno io ero
curioso di conoscere questa donna, e la mia curiosità era alimentata
dall’insistenza con la quale la marchesa voleva presentarmi e dallo
strano rinnovarsi del primo contrattempo. Tre, quattro volte ancora io
mi credetti sul punto di incontrarla, e Donna Paola rimase invisibile.
Una sera che arrivai tardi in casa della marchesa, verso la mezzanotte,
l’amica mi disse con un tono di irritazione quasi comica: «Ma dunque lo
fate apposta?... Va via in questo momento!... Parrebbe quasi che ne
abbiate paura!...» Io provai di dimostrare la mia innocenza; ma la
marchesa non volle sentir ragione: «Lo fate apposta, la fuggite; non mi
darete mai ad intendere che arrivate e andate via, per puro caso,
proprio quando ella mi lascia o sta per venire! Adesso spero che la
finirete; le ho promesso di presentarvi!» Io risposi, con un fare
complimentoso che nascondeva un certo senso di stupore: «Dica piuttosto
che ha promesso a me stesso!...» ma ella insistè: «Nossignore, ho
promesso a lei, proprio a lei, proprio a lei;» e con un’espressione del
viso che diceva molto più delle parole, soggiunse: «Vi conosce di nome,
ha sentito parlare di voi. Vuol sapere se è vero tutto il male che se ne
dice. L’altra sera non eravate al Costanzi? Qualcuno vi ha additato a
lei...» Dopo una breve reticenza, concluse: «Badate: le piacete!» A un
tratto la mia faccia s’imporporò, poi il sangue mi corse tutto al cuore,
e da quel momento non ricordo più che cosa mi accadde nel resto della
serata. Fu un vero -coup de foudre-, un fulmine senza lampo -- poichè le
tenebre che avvolgevano la figura di quella donna restavano
impenetrabili. Fu anche come l’ebbrezza prodotta da un liquore dolce,
un’eccitazione di tutte le sopite facoltà del corpo e dello spirito, il
repentino sollevamento dell’anima oppressa, la rifioritura del sorriso
negli occhi, del canto sulle labbra. E cantando i versi musicali di un
Poeta come me tremante di gioia:
Io sarò forse l’amante,
Io felice le mie notti
Dormirò sopra il suo cuore,
mi misi a vagare per le strade deserte, guardando il cielo, ignaro della
terra. No; io ricordo qualche cosa di quella notte: ricordo il pianto
muto e soave che sgorgò dai miei occhi quando la gioia die’ luogo alla
tenerezza, quando tutta la gratitudine della quale ero capace esalò dal
mio cuore, come un vapore d’incenso, verso l’Ombra... E lo strano
incontro di casi che m’aveva impedito di conoscere Donna Paola si
rinnovò ancora: la marchesa partì improvvisamente per Parigi, chiamata
da una malattia del marito; gli amici si dileguarono a uno a uno perchè
la stagione s’inoltrava; io stesso dovetti finalmente tornare a casa. La
stessa ombra dell’ombra scomparve, io non udii più ripetere il nome di
Donna Paola; ma il sentimento destato da quel nome sopravvisse, dolce e
tenace, a lungo; e se non potei raffigurarmi quella creatura dalla quale
ero stato pensato, alla quale pensavo, la vidi nell’anima quale doveva
essere e provai per lei la vitale dolcezza della fede più pura. Questo è
stato il mio più degno amore.»
Ella dirà: «Se non zuppa, è pan bagnato!» Infatti la passione dell’amico
mio per una donna di cui non aveva visto neppure la punta del naso sarà
stata, secondo egli dice, degnissima e suprema; ma difficilmente potrà
esser presa sul serio. Ma che posso io farci, amica, se solamente gli
amori che non hanno lasciato ricordi sono ben ricordati? Oda quest’altra
storia; è un poco diversa, ma poco, in verità. E’ una confessione
anonima, ma come tutte le altre autentica.
«Io conobbi questa donna da bambino, quando avevo otto anni. Ella ne
aveva il doppio di me. Bella, bella, tanto bella che non posso dire.
Udrete fra poco quanto forte fu l’impressione che ne riportai. Aveva il
doppio dell’età mia, era una signorina. Era intimissima della nostra
famiglia, anzi mezza parente. Un giorno, salutandoci, ci baciammo in
viso. Il domani ella mi disse, senza che altri potesse udire: «Come fu
dolce il bacio che mi desti!» Io non seppi dir nulla e quasi non
credetti alle mie orecchie; ma le inaudite parole s’incisero nel mio
pensiero, indelebilmente. Cresciuto di qualche anno, ella soleva
prendere il mio braccio e passeggiare con me «come due sposi,» diceva.
Io non dicevo nulla, trattenevo il fiato per paura che quella felicità
finisse, e mi pareva che tutta la bellezza fosse in lei, e tutta la
dolcezza, e tutto l’amore. La notte io la sognavo; e nel sogno, con lei,
conobbi la voluttà. C’era fra noi troppa differenza di età perchè
potessi pensare a sposarla: quando ebbi sedici anni ella ne aveva
ventiquattro. Ella mi aveva detto un giorno: «Ti aspetterò». Neppure
allora io avevo risposto nulla; ero bambino ancora, ella si divertiva a
giocare all’amore con un bambino. A venticinque anni andò a marito, in
un’altra città. Io che ne avevo diciassette feci quello che fanno tutti,
a diciassette anni. E quando provai la realtà dell’amore, risi dei miei
sogni, dell’amoretto infantile. Ma accadde questa cosa: che il sogno, di
tanto in tanto, tornò: io la vedeva in sogno, l’udivo dire arcane parole
d’amore, la vedevo offerirmisi; e tra le sue braccia incorporee io
spasimavo come non mai con le creature viventi. Alla lunga me ne venne
quasi un senso di sdegno, anzi di vergogna: era possibile che solo
un’ombra mi facesse tanto felice? Non dovevo io essere infermo perchè
questa cosa accadesse? Pensavo, per confortarmi, che ciò accadesse
perchè le creature viventi con le quali potevo trovarmi erano indegne;
aspettavo pertanto di avere un’amante, un’amante che fosse mia soltanto
e non già di tutti, affinchè la realtà trionfasse finalmente del sogno.
Ed ebbi l’amante e con l’anima i sensi tripudiarono, e mi credetti
guarito; ma una notte, uscendo io dalla casa di lei estenuato dalla
voluttà e caduto pieno di sonno sul mio letto, Ella, l’Altra, m’apparve.
La sua fronte era velata dalla tristezza, il suo sguardo era pieno di
lacrime. «Tu m’hai tradito! Hai potuto tradirmi!... Non ti rammenti più
il nostro primo bacio? Come fu dolce il bacio che mi desti!...» Io le
risposi, sentendomi struggere dal dolore: «Tu stessa m’hai tradito, sei
d’un altro, te ne sei andata lontano...» Ella mi guardò con gli occhi
lacrimosi e stupiti. «D’un altro? Ma non sai che io sono la sposa tua,
soltanto? Non sai che mi sono serbata a te, intatta? Non sai che tu sei
il mio desiderio, la mia speranza, il mio sospiro?...» E le nostre
braccia si strinsero, e le nostre bocche si unirono, e io mi destai
morente d’ebbrezza... Orbene: questo sogno tornò e tornò ancora, molte
volte, durante quell’amore, durante altri amori. Tornò a intervalli or
brevi ed or lunghi, talvolta di un anno, talvolta di due; ma quando
l’ombra m’appariva e dopo che era svanita, io sentivo, destandomi, che
quell’ombra, che quel ricordo trionfava d’ogni realtà. Un giorno, dopo
moltissimo tempo, la rividi in persona; era una rovina, invecchiata,
disfatta, non più donna. E dopo averla riveduta così nella vita, io la
sognai ancora una volta, più bella di prima: «Che cosa hai creduto?
Guardami bene: non sono sempre la stessa? Non sono la tua sposa,
l’amante tua unica?...» E ancora le sue parole e i suoi atti d’amore
m’inebriarono come non mai. Ora ella è morta; intendete: ella è
putrefatta sotterra, è ridotta uno scheletro fra quattro assi marcite; e
quantunque ella sia morta, e quantunque io stesso sia sulle soglie della
morte, pure ella continua ad apparirmi, a quando a quando, e a
deliziarmi; e oramai ho compreso: il supremo amore della mia vita è il
primo, l’amore dell’infanzia, perpetuato nella memoria, vivificato dal
sogno...»
Siamo sempre lì: ella dice che questi non sono amori nel vero senso
della parola. Ella vuole che io le parli di gente che abbia amato
creature di carne e d’ossa, non già sconosciute o meri ricordi. E il mio
imbarazzo è troppo grande, perchè tutti gli amori dei quali ella
vorrebbe ch’io ragionassi lasciano tante amarezze che nessuno pare da
preferire ad un altro. Senza le nequizie del tradimento, gli stessi
malintesi inevitabili, il disaccordo, lo svanire dell’illusione, il
ribadirsi d’una catena che pareva di rose ma che diventa un triste
giorno di spine, sono causa di troppa pena. La vita è tanto malvagia e
l’amore è tanto difficile, che bisogna quasi augurarsi il caso orribile
del quale invece ci dogliamo, il caso di veder morire la creatura amata
prima di odiarla e quando il piacere non s’è mutato ancora in
disgusto... Se in questo augurio c’è un troppo feroce egoismo, non si
potrà far altro che capovolgerlo e desiderare che la morte colga noi
stessi nella troppo rapida fase dell’amore felice. Non sa ella del resto
che questo è il voto istintivo d’ogni coppia amante? Quasi una profetica
voce ammonisca i due amatori della caducità della loro fortuna, quasi
presaghi che questa fortuna è la massima e l’ultima ad un tempo, essi
chiamano la morte, la pregano, e sfogliando le cronache dei giornali non
è difficile trovare l’esempio di alcuni che se la sono procurata. E se
pur vogliamo lasciar da parte la morte, vuole ella sapere quali sono gli
amori migliori, quelli dei quali serbiamo una tutta pura e tutta dolce
memoria? Sono gli amori troncati bruscamente, ma in tempo, cioè quando
ancora il verme della dissoluzione non ha cominciato la nefanda opera
sua. Quando Carlo Landini perdette, senza saper perchè, Anna Solari;
quando la contessa Bianca des Fayolles dovè lasciare per sempre Roberto
Berni -- ella forse rammenta ancora queste antiche storie -- i ricordi di
questi amori restarono nel cuore dei due uomini come uno struggimento
ineffabile, come l’aspirazione suprema, come tutta la poesia della loro
vita.
E se finalmente le risposte che le ho date finora non la contentano, se
ella vuole l’esempio d’un amore che sia sommamente raro e ineffabile, io
ho ancora qualcosa per lei. È l’avventura della quale una sera, a
Ginevra, udii la narrazione da uno degli stessi protagonisti. Non posso
dirle i loro nomi, ma non le sarà difficile indovinarli. Per sapere chi
è l’uomo cerchi fra gli scultori che in più fresca età sono venuti
maggiormente in fama; se vuol sapere chi è la donna, cerchi fra la breve
schiera delle scrittrici -- italiane s’intende, -- di romanzi e di
novelle. Lo scultore e la novellatrice non si conoscevano ancora di
persona, vivendo in città lontane, ma molto di nome; e, senza conoscersi
e neppure prevedendo di conoscersi un giorno, avevano pensato l’uno
all’altra e l’altra all’uno. Udendo parlare dell’ingegno della
scrittrice, ed anche della sua bellezza -- ecco che ella ha indovinato
chi è -- lo scultore s’era messo a pensare a lei come a una creatura
l’amor della quale doveva essere una gran cosa. E la scrittrice,
pensando all’ingegno dell’artista ed alla sua maschia venustà -- è uno
dei più belli campioni del sesso mascolino, e un’altra volta,
all’orecchio, le dirò un particolare inaudito e quasi incredibile --
s’era messa a pensare a lui con lo stesso sentimento fatto di desiderio.
Ora un giorno, a una festa giornalistica, a Roma, inopinatamente si
incontrarono e qualcuno fece la presentazione. Restarono entrambi come
fulminati. Tutto scomparve ai loro occhi: la gente che li circondava, il
luogo dove si trovavano, lo scopo per il quale ciascuno d’essi era
venuto. Un impeto, un’ansia, una febbre di vedersi, di toccarsi, di
unirsi, faceva tremare i loro polsi. Egli le disse: « Vieni?» Ed ella
rispose: « Andiamo». Uscirono; non seppero, non rammentano più come; non
dissero una parola per via. Egli la condusse nel suo studio. E appena
entrati caddero sul tappeto disteso al suolo, avvinghiati furiosamente.
Se la nativa freddezza o l’acquisita ipocrisia suggeriscono alle donne
una resistenza che annoia ed offende gli uomini fervidamente amanti; se
la diversità dei sessi fa che la coppia non si formi tosto; questo
accordo fulmineo, questa perfetta intesa, questa esatta reciprocità
degli impulsi sarebbero, come già dicemmo, l’ideale. Se non che le leggi
della natura non sono arbitrarie. Ora l’amore del nostro scultore e
della nostra scrittrice è per questo il loro migliore ricordo: perchè
durò un’ora e non ebbe domani. La donna partì quando lasciò quella casa;
e i due non si sono riveduti mai più...
«NESSUN MAGGIOR DOLORE...»
-Cara amica mia,-
Oggi ho chiuso il mio grosso baule; domani, all’ultim’ora, farò le
valige; indi: partenza! Riprendo il mio vagabondaggio primaverile ed
estivo; non so ancora bene quale itinerario seguirò; ma è certo che,
all’andata o al ritorno, passerò da lei.
Quantunque io stia per rivederla, un senso di malinconia mi occupa
nell’atto di scriverle questa che è, per l’anno corrente, l’ultima mia
lettera. Tutte le fini sono malinconiche, comprese quelle delle cose
tristi. E quando penso che, nonostante le discordie e le liti, noi
abbiamo ragionato intimamente, durante circa sei mesi, di ciò che tanto
importa al cuore degli uomini; e che i nostri ragionamenti, senza farci
mutare opinione, ci hanno fatto molto pensare e molto ricordare; e che
pure pungendoci, noi abbiamo riso e ci siamo commossi ad un tempo, mi
duole che la nostra corrispondenza abbia ora a mancare. Chi sa quando la
riprenderemo e se la riprenderemo? Chi sa che cosa sarà accaduto di noi,
chi sa in qual altro modo penseremo di qui ad altri sei mesi?
Il segno dell’interrogazione è il gran simbolo del pensiero umano.
L’ignoranza e il dubbio sono lo stato abituale della nostra mente.
-Forse- e -ma- sono due grandi parole. Ella non si stupirà molto, è
vero, se col tempo, che fa mutare le idee dei saggi, io stesso muterò di
sentimento, che sono appena un dilettante?
Le asserzioni troppo rigide, le asseveranze troppo esclusive mi pare che
siano fatte apposta per provocare le smentite e le contraddizioni. E che
cosa penserà ella quando le avrò detto che ho messo tanto zelo nel
sostenere contro di lei certi concetti, appunto perchè ella li
ribattesse più vivacemente? Dirà forse: «L’avevo capito!...» Tutte le
sentenze umane si possono rivoltare, come un abito scolorito dalla
diritta, e fare ancora una discreta figura dalla rovescia. È proprio per
questa ragione che all’ultimo suo comandamento di concludere, io sono
dolentissimo di non poter obbedire. Se pur ella vuole che in un modo
qualunque io le risponda, le presenterò un mazzo di conclusioni tra le
quali ella non avrà da far altro che scegliere la più gradita. E le dirò
pertanto che l’amore sarebbe la più grande illusione se non fosse anche
la massima verità; l’origine d’ogni male e la fonte del solo bene; la
passione più forte e salda ma anche più debole e peritura. E le dirò che
questo amore importerà più dell’amor proprio, ma che l’amor proprio
importa sopra ogni cosa. E soggiungerò che i sentimenti dell’anima
vincono gl’istinti corporali quando questi non vincono quelli. E
finalmente le concederò che le donne amano meglio degli uomini,
avvertendo tuttavia che gli uomini amano meglio delle donne...
E non creda che, per lasciarle la bocca dolce, io le dica queste cose
scherzose. Tutte le opinioni sono legittime, e il continuo capovolgersi
di quelle che un po’ troppo arbitrariamente noi chiamiamo verità non è
tanto argomento di riso quanto di dolore. Nel momento che le scrivo, il
miliardo e tanti milioni di creature che popolano il mondo giudicano la
vita, le passioni, gl’interessi ed i simili in un miliardo e tanti
milioni di modi diversi; fra un’ora il loro giudizio sarà mutato; come
concludere, pertanto? Quale sentenza, in mezzo a questo vertiginoso
caleidoscopio delle opinioni umane, sarà così larga, così profonda, così
immutabile da meritare l’universale consenso?
Quest’ansia di volere ma di non potere esprimere l’ultima verità della
vita è dolorosa; io direi anzi che è il massimo dolore se non mi fossi
vietato di formulare sentenze. Ciascun dolore sembra massimo; e come
dice un altro motto che ha il suo lato vero: al peggio non c’è fine.
Affermò il Poeta che il dolore maggiore è ricordarsi del tempo felice
nella miseria; e infatti il misero che rammenta la felicità perduta
crede d’essere arrivato al sommo della pena; ma il dolore di quello
sciagurato che non ha gioie neppure da rammentare non è anche maggiore?
Il bene perduto e ricordato, mentre è un nuovo motivo di cruccio, non
potrà essere anche argomento di qualche conforto? Ed ecco, mia cara
amica, che se io non posso concludere, come ella vorrebbe, con qualche
sentenza, posso e voglio concludere questa non breve serie di apologhi
con un apologo nuovo. Poichè ella si è degnata di dirmi che non le
dispiacciono quelle inchieste sentimentali e psicologiche esperienze
delle quali le ho riferito più volte i risultati, eccone un’ultima!
C’erano una volta tre uomini, i quali erano giunti tutti e tre insieme a
quell’età quando il cuore ed i sensi entrano nella calma foriera della
morte. Costoro s’incontrarono un giorno e parlarono dell’amore. Le
parole di tutti erano piene di tristezza. Un giovane che venne a
trovarli volle sapere il perchè della tristezza loro.
-- Tu vuoi sapere il perchè? -- disse uno. -- Odimi, adunque!... Io fui
giovane come te. La mia fronte nuda fu già cinta di chiome! Le mie
guance rugose furono fresche e colorite! La mia persona incurvata e
tremante già fu salda e diritta. Queste cose sembrano impossibili, è
vero? Quando noi vediamo un bambino ci sembra che egli non debba
crescere; non pensiamo che diventerà uomo. Così quando tu vedi un
vecchio come me non ti pare possibile che sia stato adolescente. Ebbene:
tu forse hai ragione! Io fui giovine d’anni, ma di ciò che forma
l’orgoglio della giovinezza nulla conobbi. Vedi: se io parlo con tanta
tristezza dell’amore, ciò è perchè, forse esempio unico al mondo, o se
non unico certamente rarissimo, io non conobbi l’amore. Intendi: io non
fui amato. Dentro all’anima mia c’era la lava di un vulcano; e non potei
dire a nessuna donna una sola parola appassionata. Quando udivo parlare
delle passioni degli altri, ne ridevo: tanto esse mi parevano scialbe e
meschine paragonatamente alle fiamme che mi struggevano. Quando
profanavo i miei sogni e le mie speranze comprando il piacere, piangevo
di dolore. Nessuna donna avrebbe compreso di che tesori di sentimento
ero ricco? Ed aspettai, ed aspettai, ed aspettai: invano! Mi mancò
l’ardimento? Qualcosa, nella mia faccia, negli occhi miei, dispiaceva e
respingeva? Non ti so dire. Nessuna mi amò. E io vidi il tempo
trascorrere, e come gli anni passavano la mia speranza diveniva più
tormentosa perchè tanto più difficile ne era l’ottenimento. E fino
all’ultimo, fin dopo che i miei capelli imbiancarono e caddero, io
sperai ancora, disperatamente; quando un giorno dovetti acquetarmi nella
rinunzia. Comprendi dunque bene; aver saputo dagli altri, aver letto nei
libri, aver visto e sentito che l’amore è la massima gioia, ciò che più
piace, ciò che più importa, e aver sperato d’amare come in sogno, e aver
perduta questa gioia prima d’assaporarla: non ti pare che io abbia
ragione d’essere triste?
Quando egli tacque disse l’altro vecchio:
-- Io l’assaporai! Io conobbi l’amore, un amore molto più bello, più
grande, più forte, di quello che i sogni rappresentarono a costui. Io
fui fortunato come nessuno al mondo mai; perchè ottenni l’amore d’una
creatura così rara, che se l’avessi formata con le mie proprie mani, se
le avessi spirato la mia propria vita, non avrei potuto farla migliore.
Ma questo amore, che io credetti eterno, finì; perchè niente sotto il
sole è eterno. E quando questo amore finì, io passai la mia vita a
cercarne un altro eguale, perchè senza un simile bene non potevo più
vivere -- e non potei più ritrovarlo. Come una piaga, allora, il ricordo
del perduto bene sanguinò nel mio cuore, inguaribilmente. Io avrei dato
senza esitare tutta la mia vita perchè solo un istante di quella
felicità tornasse: impossibile! Io non vivevo più del presente ma del
passato, e ogni giorno il passato era più lontano; tendevo ad esso
disperatamente le braccia e non potevo afferrarlo. Comprendi bene
dunque, o giovane, il motivo della mia tristezza? Avessi come costui
sconosciuto la felicità! Non la piangerei come la piango. Chi è nato
mendicando si rassegna alla sua povertà; ma chi fu già ricco come potrà
tollerare di vivere nell’indigenza?
E quando anche costui tacque, disse il vecchio che non aveva ancora
parlato:
-- Tutt’altra è la ragione della mia tristezza. Io non posso dire d’avere
conosciuto l’amore nella sola speranza, come costui che primo parlò. Io
non amai neppure una sola volta e non mi ridussi a vivere di memorie
come quest’altro. Io amai, riamai, più e più volte, continuamente.
Finito un amore un altro ne cominciava; e prima ancora che il nuovo
fosse morto della morte naturale, io stesso lo soffocavo per assaporarne
ancora un altro. Fu soverchio ardimento? Qualcosa nella mia faccia,
negli sguardi miei attirava e seduceva? Non so; ma quasi tutte le donne
che richiesi d’amore mi si concessero. E più amavo, più ero ansioso
d’amare; e quando la stanchezza doveva fiaccare i miei nervi, una specie
di furore li esasperava, e nulla potè mai arrestarmi: nè le lacrime
delle supplicanti, nè le minacce delle furibonde, nè il pericolo che io
stesso correvo: il pericolo che la mia fibra e la mia stessa ragione non
resistessero allo spaventevole abuso. Finchè un giorno questo effetto
immancabile si produsse; e il male e la pazzia m’agguantarono stretto.
Guarii, come vedi; ma per miracolo, e forse perchè potessi dire a te, a
costoro ed a tutti gli uomini una verità spesso intuita, ma troppo
disconosciuta. Sai tu il perchè dell’avidità, dell’ingordigia mia,
dell’ansia implacabile che mi faceva moltiplicare tumultuariamente le
prove? Ascolta, o giovane, e impara. Mi fu troppe volte ripetuto che
l’amore è l’unica cosa degna d’essere desiderata, la sola sorgente del
massimo piacere; la più grande e la più divina delizia. E quando io
conobbi l’amore, ne godetti, sì, molto; ma paragonando il godimento
ottenuto con quello che avevo imaginato e che m’avevano promesso, trovai
che la realtà non raggiungeva l’imaginazione; e, senza paragonare
l’aspettazione all’ottenimento, trovai che queste gioie dell’amore,
quantunque grandissime, non erano sempre e tutte pure, e che talvolta il
piacere costava troppo ed era troppo vicino al disgusto. E allora volli
riprovare, perchè io dicevo tra me: «È impossibile che m’abbiano
ingannato! Se tutti m’han detto a una voce che l’amore è la somma gioia
e il piacere sovrano, e se io non ho potuto confermare questo giudizio,
vuol dire che sono stato disgraziato, che sono capitato male; bisognerà
pertanto rivolgersi altrove». E ricominciai ad amare, e poi ricominciai
un’altra volta, e poi un’altra volta ancora, sempre più scontento e
sempre più ansioso; perchè la distanza fra la promessa e l’ottenimento
invece di scemare cresceva. Ma accadeva ancora un’altra cosa, più
triste, inesplicabile e quasi diabolica: che, quando io uccidevo uno di
questi amori dei quali ero troppo scontento e nauseato per cercare in un
altro il paradiso aspettato, allora l’amor nuovo e attuale che doveva
darmi il paradiso mi repugnava, e il vecchio, il morto, l’amore che io
stesso avevo ucciso, risplendeva nella mia memoria, purificato,
nobilitato, così allettante come la speranza d’amare. E questo fu ed è
il maggior dolore: d’aver tanto amato senza apprezzar mai giustamente
l’amore. Perchè, o giovane, l’imaginazione distende nei cieli dell’anima
questi miraggi, e quando tu ti guardi intorno vedi tutto povero e arido
come in un deserto; ma se spingi dinanzi a te lo sguardo o se ti volgi
indietro, nell’avvenire o nel passato, come costoro, tu vedi solamente
spettacoli degni. Diffida dunque delle speranze troppo grandi, guàrdati
dalle memorie troppo abbellite; e, nell’amore come in tutta la vita, non
esagerare.
FINE
Opere di Antonio Fogazzaro
*Piccolo mondo antico*, romanzo -- Ventitreesima ed. 5 --
*Malombra* -- Quattordicesima edizione 5 --
*Il mistero del poeta*, romanzo -- Quindicesima ediz. 4 50
*Un pensiero di Ermes Torranza*, novella 1 --
*Daniele Cortis*, romanzo -- Quindicesima edizione 4 --
*Valsolda. Poesia dispersa* -- Un volume elzevir con ritratto
dell’autore, in fototipia -- Terza edizione 3 --
*Eva*, poemetto -- Quinta edizione 1 --
*Miranda*, novella in versi -- Un volume elzevir della -Biblioteca
pergamena- -- Ottava edizione 3 --
*Un’opinione di Alessandro Manzoni -- Giacomo Zanella* -- Un volumetto
-- 25
*Per un recente raffronto delle teorie di S. Agostino e Darwin circa la
creazione* -- Sesta ediz. 2 --
*Per la bellezza di un’idea* -- Terza edizione 2 --
*L’origine dell’uomo e il sentimento religioso* -- Discorso letto in Roma
il 2 marzo 1893 alla -Società per l’istruzione della donna-, presente S.
M. la Regina -- Un volume in-16 -- Terza ediz. 3 --
*Fedele*, ed altri racconti -- Settima edizione 4 --
*Racconti brevi* -- Un volume in-16 1 --
*Poesie scelte* -- nuovissimo 4 --
*Antonio Fogazzaro*, la sua vita, le sue opere, i suoi critici, di
-Sebastiano Rumor-. -- Elegantissimo volume in-16 con illustrazioni 2 --
-Le opere suddette rilegate in tela e oro, per dono, una lira in più.-
-Si accettano ordinazioni per legature speciali-
Dirigere commiss., vaglia, domande di catalogo alla Casa Editr. -Galli-
-- Milano
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