volpe astuta, al mare capriccioso, alla terra bruta, all’asino -- parla
sempre Simonide -- cocciuto, alla donnola ladra, alla scimmia cattiva,
alla... femmina del cinghiale domestico; se fossero proprio persuasi di
ciò, invece d’assordare il prossimo con le loro querimonie,
cercherebbero -- e troverebbero -- qualche rimedio eroico contro il mal
d’amore. Ma il loro giudizio non è sempre così severo. Lo stesso
Simonide noverava dieci specie di donne: io le ho riferito quali
sarebbero le prime otto; il greco ginofobo aggiunge che vi sono donne le
quali somigliano al cavallo dalla bella criniera e all’ape industre.
L’industria e la bellezza sono qualità non disprezzabili; ma le donne
non si contentano di questi attributi, e non se la prendono tanto contro
gli offensori brutali come Simonide, quanto contro quei freddi
osservatori i quali affermano -- e provano! -- che l’intelligenza e la
sensibilità muliebre sono molto inferiori a quelle degli uomini.
Lasciamo stare l’intelligenza, intorno alla quale c’è poco da discutere,
e parliamo un poco, se non le dispiace, della sensibilità. Nessuno s’è
sognato di dire che le donne sono insensibili; s’è detto che la loro
sensibilità non è molto lucida o, per adoperare la parola propria,
cosciente. Per escire dal dubbio intorno al loro modo di sentire, ci
sarebbe un mezzo semplicissimo: potrebbero esse dirci come sentono e che
cosa provano. Ma, disgraziatamente, accade che le donne capaci di
dircelo sono meno donne, hanno più caratteri virili nell’ingegno e nella
stessa persona, e parlano e scrivono press’a poco come gli uomini; le
altre, le donne veramente donne, quelle le cui rivelazioni
importerebbero, non ci rivelano niente.
Gli scrittori di professione sanno per esperienza che quando le idee o
le imagini non sono ben precise, l’espressione riesce difficile,
laboriosa, contorta. Precisata l’idea, fissata l’imagine, le parole
vengono. Ma vi sono certe imagini e certe idee che non si possono
precisare, perchè naturalmente ambigue, confuse, evanescenti; allora il
tormento dello scrivere, ciò che Gustavo Flaubert chiamava -les affres
du style- dà maggior pena. E’ credibile e verisimile che le donne si
trovino ordinariamente in condizioni simili a queste: i loro sentimenti
sono incerti, ondeggianti, nebulosi, inafferrabili; non è che esse non
sentano, ma non sanno precisamente che cosa sentono; se le accusate di
insensibilità, s’offendono, si ribellano; ma quando hanno da esprimersi,
da provarvi il vostro inganno, non ne trovano il modo. Perchè mai
gustano ed apprezzano sopra ogni altra arte la musica, se non perchè
l’espressione musicale è appunto imprecisa, ambigua, indefinibile come
tutto il loro sentimento? Di tratto in tratto, quando meno ce lo
aspettiamo, esse hanno però lampi di chiaroveggenza, intuizioni rapide,
nitide comprensioni; e allora ci stupiscono e ci deliziano. Hauptig di
Mannheim, celebre artista, mi riferì una volta un motto femminile di
rara bellezza. Egli aveva un’amica, una povera modella, semplice,
ignorante, primitiva. Gli voleva bene come il cane vuol bene al padrone,
senza saperglielo dire. Una volta Hauptig -- credo che già ella lo sappia
-- dovè venire in Italia, stette un pezzo lontano da lei, e fu anche
ammalato. Non le scrisse, non sapendo che cosa dirle, non sentendosi
disposto a strizzarsi il cervello per scrivere una lettera tanto
pedestre da esser capita da lei. Di ritorno a casa, narrò alla modella
il male sofferto. Ella giunse le mani, impietosita, dolente, esclamando:
-- E non averlo saputo!...
Perchè si rammaricava dell’ignoranza nella quale era rimasta? Non aveva
già da temere della salute di lui, ridivenuta ora perfetta. Voleva forse
dire che, se lo avesse saputo ammalato, lo avrebbe raggiunto? Ma come,
senza quattrini, tanto lontano? E Hauptig, curioso, le domandò:
-- Perchè avresti voluto saperlo?...
Ella rispose:
-- -Per angustiarmi-...
Adesso ella dice, cara contessa, che siamo finalmente sulla buona via. E
giacchè ci sono ci resto. La modella tedesca seppe con due parole
esprimere ciò che provava: il rimorso di non aver sofferto, per
simpatia, per amore, mentre l’amico suo soffriva realmente, fisicamente,
lontano da lei; la storiella che ora le narrerò è un poco diversa. In
questo quadro contemplasi una donna che non legge nel proprio pensiero,
ma nell’altrui. Abbiamo anche una diversa donna; non una semplice
modella, ma una gran dama. La differenza è, però, più esteriore che
intima. Questa dama è intellettualmente semplice quanto la pedina. Se
così non fosse, l’esempio non vorrebbe dir molto. Noi dobbiamo prendere
a esempio donne che sieno tali in ogni senso, non già quelle eccezionali
e quasi mostruose creature sul cui sesso la natura par che si sia
sbagliata. Dicevo dunque: una signora come ce ne sono tante. Guglielmo
Valdara la conobbe in una molto triste stagione. Il cuore di quest’uomo
sanguinava per un abbominevole tradimento del quale era stato vittima
immeritevole. Aveva riposto tutta la sua fede in una donna, e costei
l’aveva distrutta. Egli non viveva se non per lei; perdutala, voleva
morire. Sarebbe morto, se pensare ancora a lei, dopo ciò che gli aveva
fatto, non fosse stata una cosa amara quanto la morte. Quando egli
conobbe la dama di cui vo’ parlarle, la notò appena, le disse appena
qualche parola. Non poteva più notare niente e nessuno. Nondimeno la
viltà di quel suo dolore per una indegna gli faceva talvolta salire al
viso le fiamme della vergogna: allora egli si proponeva di strapparsi
l’indegna dal cuore, di cercare e di gustare le distrazioni del mondo.
Rivide la dama e s’informò di lei. Le davano molti amanti -- ed ella li
aveva presi, per dire la verità. Allora Valdara pensò di trovare presso
di lei, se non un conforto, almeno una distrazione al proprio cordoglio.
Era andato in cerca di altre donne, di mercenarie: il disgusto era stato
più forte dell’ebbrezza. Quantunque la perfida avesse dimostrato, col
tradimento, la nequizia dell’anima sua, Valdara non rammaricavasi d’aver
perduto la persona di lei, ma quest’anima iniqua. Di simiglianti
graziose contraddizioni e assurdità incredibili è pieno l’amore -- com’è
piena tutta la vita. Dunque, giudicando che la perfida non valesse più
delle mercenarie, Valdara non voleva accostarle. Nè egli credeva di
poter mai trovare nella dama con la quale tentava distrarsi le sublimi
qualità del cuore e della mente che attribuiva -- e negava! -- alla
perduta amante; ma, benchè il suo cuore restasse gelato, benchè neppure
i suoi sensi ardessero, egli riconosceva spassionatamente che l’intimità
di questa nuova donna valeva pure la pena d’essere acquistata. Se non
che, egli non poteva fingere un amore che non provava, un desiderio che
non lo struggeva. La menzogna gli repugnava; e poteva forse dire a
costei il sentimento dal quale era spinto?... Così fu che, risoluto a
tentare di guarirsi ma incapace di fingere, un giorno che era solo con
lei -- noti che l’aveva vista tre o quattro volte in tutto -- durante un
colloquio ch’egli procurava di rendere quanto più disinvolto gli era
possibile, Valdara, cominciando ad apprezzare una cosa alla quale non
era stato molto sensibile, cioè la bellezza di questa donna, una
bellezza vivace, quasi direi aperta e tutta luminosa, Valdara, dico,
spronato dal primo destarsi del desiderio, stese la mano per coglierla,
come il viandante stende la mano per cogliere un bel grappolo pendente
su da una siepe verso la via. Allora quella donna allegra e leggiera,
cui tutti davano una lunga esperienza delle cose e nessuna delle idee,
si schermì, si ritrasse, nè sdegnata nè offesa, e gli disse,
semplicemente:
-- -Voi mi trattate così perchè un dolore vi rode.-
Egli tremò. Non di vergogna perchè si vedeva leggere nel cuore; tremò
dall’ambascia.
-- Voi non vedete in questo momento, -- continuava ella, -- voi non potete
vedere quanto dovrebbe offendermi il vostro contegno. Come siete diverso
da quello che mi sembraste la prima volta!... Capii che dovevate
soffrire, allora... Ed anche oggi, ciò che oggi fate mi dice che non mi
sono ingannata... Una donna v’ha tradito: è vero?... Voi piangete un
amore perduto, e per guarire del vostro dolore mi trattate così...
Egli aveva propriamente gli occhi rossi di lacrime. Questo appunto gli
era stato più grave dal giorno che aveva perduto l’amor suo: di non
poterne più parlare, di non avere alcuno al quale confidarsi. Il suo
dolore era covato in lui, s’era mantenuto e diffuso covando chiusamente.
Il conforto della confidenza, della confessione, della comunione
simpatica gli era mancato. Ora, improvvisamente, da chi meno egli
avrebbe creduto, era compreso, scusato, compianto. Non solo quella donna
non s’offendeva della brutalità con la quale egli l’aveva assalita, non
solo gli leggeva nel cuore, ma esprimeva, con la voce e con lo sguardo,
una commossa simpatia per il suo dolore. Le lacrime che gli gonfiavano
gli occhi erano dolci, pertanto; erano lacrime di consolazione. Molto
più soavi riuscivano all’anima di lui quelle parole, il sentirsi
compreso da un’altra anima, l’aver trovato un’intellettiva anima dove
non la sospettava neppure, che non sarebbe stato dolce ai suoi sensi
dissetarsi al bel grappolo. Egli non ha mai più ritentato di stender la
mano; e di questa donna, di costei cui deve la sua prima consolazione, è
rimasto amico sincero e devoto, come di Lei, contessa, io mi onoro di
essere.
LE PROVE
-Mia Signora,-
Ed eccoci ritornati al punto donde partimmo!
Ella batte le mani perchè, avendo io cominciato coll’ironia, ho finito
con la commozione. La feci arrabbiare sostenendo che le creature umane
non si possono intendere, e ho addotto da ultimo un esempio di questa
comprensione!
Ora m’accorgo -- ella dirà che guasto tutto! -- come gli esempii non
provino nulla, perchè tanti se ne possono addurre a sostegno della tesi
quanti a sostegno dell’antitesi. Varrà più l’una o l’altra? Ogni
opinione è legittima; l’accordo dei concetti nel disaccordo delle
espressioni mi pare che sia molto bene provato da queste due sentenze di
due grandi scrittrici: Mademoiselle de Lafayette ha detto: «On pardonne
les infidelités, mais on ne les oublie pas.» -- «On oublie les
infidelités, mais on ne les pardonne pas», ha detto Madame de Sevigné...
Bene: siamo d’accordo: sarà possibilissimo comprendere l’anima altrui;
ma, se ciò è possibile, non è già facile. L’Inquisizione aveva del
buono. Quando un uomo vuole leggere nel cuore d’un suo simile, ma
proprio nitidamente leggervi tutto ciò che sta scritto fino nelle ultime
pagine, nei margini più ripiegati, qualche buon tratto di corda o meglio
ancora qualcuno di quei più persuasivi congegni dei quali l’imaginazione
dei Torquemada era fertile, rende comprensibile tutto. Mancando questo
secolo di tanaglie e di cavalletti, come si potranno scoprire i pensieri
e i sentimenti degli altri? E, veramente, non facciamo noi l’elogio dei
Torquemada quando, per strappare a qualcuno la verità, lo afferriamo per
le braccia, gli stringiamo le mani come dentro una morsa, gl’infiggiamo
nello sguardo il nostro sguardo rovente?... Questi mezzi d’indagine
sogliono essere adoperati dalle persone di natura violenta; le miti
nature preferiscono di restare nell’ignoranza e nell’inganno,
preferiscono anche patire piuttosto che far patire. E del resto che
valore hanno le prove strappate per forza, specialmente quando si
riferiscono ai casi della coscienza o agli stati dell’animo?
Se è impossibile vedere con gli occhi i moti dell’anima amante, quali
prove sicure noi potremo avere dell’amore? Chi ci confessa, ci attesta e
ci giura l’amor suo, come potrà dimostrarcelo? Non potremo noi, non
dovremo anzi dubitare delle sue parole? Come sapere se le parole sono
vere, se sono tutte vere? Chi asserisce d’amare soltanto o soprammodo
con l’anima, non può nascondere, non nasconde troppo spesso sotto questa
dichiarazione una brama meno degna? Chi ci afferma di ripagarci d’un
amore in tutto eguale al nostro, in qual modo, per qual via potrà farci
leggere nel suo cuore così chiaramente come noi leggiamo nel nostro?
Nell’anima altrui non si legge; ma le prove d’amore, le prove
indiscutibili, luminose, lampanti, non mancano.
-- Soit, dit-elle, je cède et me voici clémente.
Mais pour y croire, à votre amour, si je m’y rends,
J’en veux un gage sûr et que rien ne démente.
Potrebbe essere accusata di soverchia esigenza costei? Non sono le donne
quelle che hanno ragione di sospettare che l’amore degli uomini si
riduca al desiderio torbido? Questo dubbio non esiste negli uomini,
perchè i desiderii delle loro compagne sono moderati e spesso mancano;
ma, per ciò stesso, tutto l’amore femminile è tanto calmo e composto,
che la maggior prova d’amore che le donne sappiano dare consiste nel
lasciarsi amare... Dunque non basterà che questo amante confessi l’amor
suo, bisogna ancora che lo dimostri!
-- Las! fit-il, où trouver des serments assez grands?
E come è umano questo sentimento d’impotenza! Non solo l’amata dubita,
ma lo stesso amante sa e sente che ella -deve dubitare-, perchè i
giuramenti, le parole, gli effimeri suoni non potranno mai esser prova
valevole, espressione adeguata della meravigliosa efflorescenza che
invade ogni piega dell’anima sua.
-- Las! les plus solennels n’ont plus rien qui m’émeuve,
Répondit-elle. Alors lui, soudain; «Je comprends!
La preuve qu’il vous faut je l’ai superbe et neuve.
O toi que j’aime, tu vas voir si je t’aimais!»
Et comme en souriant elle attendait la preuve,
Sans retourner la tête il s’enfuit pour jamais.
Se il senso è tutto egoistico, come dimostrar meglio che questo amore
non era sensuale? Se lo stesso sentimento, d’ordinario, è fatto più di
amor proprio che d’amore, e se pertanto le ragioni della persona amata
sono posposte alle proprie, come dimostrare più luminosamente che questa
volta l’amore non era amor di sè stesso? Infine, se amare qualcuno
importa quasi sempre più che odiarlo, giacchè chi odia può anche
astenersi dal far male, mentre chi ama infligge sempre dolori e
tormenti, la migliore, la vera prova d’amore sarà appunto questa:
rinunziare all’amore...
Che ne siano capaci molti, non è da credere. E poi, quand’anche molti ne
fossero capaci, essa potrebbe parere un’ironia. Non sarebbe press’a poco
come ucciderci per provare che viviamo? Allora noi dovremo cercarne
un’altra, meno paradossale; una prova non dell’amore represso ma
dell’amore operante ed attuale.
-- Io la conosco, -- mi confidò una donna con la quale ragionavo un giorno
di queste cose.
Abbassato il capo e chiusi gli occhi, ella si raccolse un istante; e la
sua faccia, non più illuminata dall’ardore degli sguardi, apparve qual
era realmente: consunta dal tempo, ròsa dalle passioni, simile ad una
maschera vecchia sulla quale tutti coloro che la portarono abbiano
lasciato un’impronta. Quanti uomini avevano logorato a furia di baci
quelle guance appassite, quelle labbra sbiancate, quelle rugose
palpebre? Quante febbri avevano macerata quella carne flaccida e gialla?
Quali spasimi avevano contorto gli angoli di quella bocca amara? Quali
pensieri molesti, quali assidue cure avevano scavato i solchi di quella
fronte? In quali notti di veglia s’erano brizzolati quei rari capelli
che ella adesso stirava con una mano bianca e smagrita?... Bella non era
mai stata, neppure ai giorni tanto lontani della prima giovinezza; ma
qualcosa del fascino strano e irresistibile che aveva fatto di lei una
creatura di turbamento rifulse ancora su quel tragico volto quand’ella
si scosse, guardò fiso lontano e riprese a parlare.
-- Chi di voi ha dunque affermato che solo il primo amore è l’amor vero?
Non aveva ancora vissuto, costui; non sapeva i giuochi imprevisti
dell’esistenza, l’avvicendarsi delle fortune, le rivoluzioni che
s’operano da un giorno all’altro nel mondo e nell’anima! Dicono
impossibile un secondo amore perchè con la morte del primo la fede nella
forza e nella durata della passione andò necessariamente dispersa; ma
non si ricomincia piuttosto ad amare appunto perchè questa fede è
immortale e perchè si riconobbe d’averla riposta in chi la tradì?.....
Sì, l’amor vero può essere il primo, ma può anche essere l’ultimo -- se
per amor vero intendete quello che altri vi porta come voi lo portate,
quello che vi promisero i sogni e che mai vi consolate d’avere perduto.
Poichè molte volte potete amare con tutte le forze dell’anima, molte
volte essere amati sopra ogni cosa; ma non c’è amore integro se non
nell’incontro, nell’accordo, nello scambio delle due passioni; e ciò è
tanto raro che la turba infinita dei diseredati lo nega..... Orbene:
ascoltate. Per un uomo io abbandonai la mia casa, distrussi la mia
famiglia, avvelenai la vita di chi mi mise al mondo -- feci, delle
creature che misi al mondo io stessa, altrettanti orfani. Dovevo amarlo
per far queste cose, è vero? A giudizio del mondo egli mi costava
sacrifizii non lievi -- dite, è vero?... Ma se io li giudicavo
insufficienti! Se non credevo d’avergli dimostrato abbastanza che mi
teneva luogo di tutto, che era tutto il mio bene sulla terra, l’unico
giudice del quale temessi le condanne! Che cosa non avrei fatto per
dargli questa dimostrazione? Come lo scongiuravo, in ginocchio, con le
mani giunte, di dirmi che cosa voleva da me per credere all’amor mio!
Come sarei stata felice se fossi morta di sua mano! Egli m’uccise --
altrimenti. Egli non credeva all’amor mio perchè non credeva a nulla. Vi
sono di questi esseri fatali su cui sembra pesare la maledizione divina:
belli come l’arcangelo caduto, come lui aridi e falsi. Un sorriso che
sembra beato ed è schernitore illumina i loro occhi, parole che voi
credete mistiche e sono bugiarde escono dalle loro labbra. Se per vostra
sciagura v’imbattete in qualcuno di essi, siete dannati. Alla loro
seduzione non si resiste. Secondati dalle ingannatrici apparenze, voi
non metterete più un freno alle vostre aspettazioni, educherete le più
folli lusinghe e precipiterete tanto più basso quanto più ardito sarà
stato lo slancio. Voi crederete di trovare nella loro anima le
rigogliose fioriture della vostra; crederete di fare un sol cuore e una
sola vita; e quando v’accorgerete che ciò non è, accuserete voi stessi!
Come sospettare la loro colpa se tutto ciò che in essi è parvenza brilla
ed incanta? E vi torturate, vi rimproverate torti imaginarii, procurate
di riscattare i difetti dei quali vi sentite pieni, sognate di
conquistare tutte le virtù che vi mancano. E tutto ciò è invano; e voi
pensate ancora: «La colpa è mia! Io non l’amo abbastanza, non so fargli
vedere il suo pensiero all’origine d’ogni pensiero mio proprio, non
riesco ad ottenere da lui la stessa fede ardente che io gli porto...»
Infatti egli vi sfugge, e questa fede altri avrà forse saputo
ispirargliela! Allora non vi rimproverate più nell’intimo della vostra
coscienza, ma v’umiliate apertamente dinanzi a lui, lo scongiurate
d’avere almeno pietà: almeno questo sentimento allignerà nel suo cuore!
Improvvisamente, un atto, una parola, ve ne dimostra l’orribile vuoto:
allora un crollo tremendo avviene dentro di voi; ma siete guarito --
radicalmente.
Ella fece col braccio disteso, con le dita adunche, il gesto di svellere
qualcosa. Tacque un poco battendo rapidamente le ciglia, poi continuò:
-- Questo fu il mio primo amore. Mi costava tutto, quell’uomo; ma io gli
avrei tutto perdonato se non m’avesse tolto ciò che mi rimaneva di
unicamente caro: il conforto d’esser stata compresa, almeno un giorno,
almeno un’ora; la fiducia di non essermi perduta per niente -- per
niente! Gli avevo perdonato tante vergogne, tanti abbandoni, tanti
tradimenti! Ero stata sorda agli stessi dileggi, agli stessi sospetti,
agli stessi affronti! Credevo sempre in lui, suo malgrado. Volevo
trovare qualcosa di buono in fondo al suo cuore; stimavo sempre che ne
avesse. Mi accorgevo che l’amore boccheggiava in lui, che era già morto;
ma pensavo almeno che fosse stato vivo, una volta! Con una parola infame
egli mi tolse quest’ultima lusinga, calpestò la stessa illusione; quando
volli ricordargli questo amore, le parole che m’avevano esaltata, i
giuramenti che m’avevano ubbriacata, egli mi disse: «E tu li hai
creduti?...» E con la stessa bocca che li aveva proferiti disse ancora:
«Ma sono la moneta con la quale si pagano quelle che non son da
comprare!...» Allora, vedete, l’unico mio scopo, l’unico mio bisogno,
ardente, imperioso, vorace, fu di diventar come queste.....
La sua voce, che s’era fatta rauca tanto da costringerla a tossire
replicatamente, si schiarì ad un tratto.
-- Non lo accuso più. Compresi, tardi, che la colpa non era stata neppur
sua, che egli non poteva esercitare virtù che non aveva. Non crede chi
vuole. Forse, chi sa, anch’egli soffrì.
Ed alzò le spalle e scosse un poco la testa con l’espressione indulgente
di chi ha visto molte miserie.
-- Comprendete bene dunque, -- riprese, -- la condizione mia all’apparire
dell’Altro. Intatta, insaziata, esasperata, io portavo con me la mia
fede -- e non ero più degna d’esser creduta. L’Altro mi credette. Per lui
era il primo amore. Nessuna donna aveva ancora sospettato il tesoro di
sentimenti che egli portava in cuore; e questo tesoro tanto grande che
non v’era purezza capace di pagarlo, io, l’ultima delle creature,
l’ebbi, tutto. No, il povero linguaggio umano non potrà dir mai che cosa
fu questo amore, l’esultanza divina di due esuli ciascuno dei quali
ritrova nell’altro tutta la terra, tutto il cielo della patria lontana.
Il linguaggio umano può dire soltanto le umane miserie, i dubbii,
gl’inganni, i tormenti, -- e chi sa la vita comprenderà quelli che
fatalmente ci aspettavano. Per un uomo che m’aveva avvilita, profanata,
perduta, io avevo dato tanto, che nulla più mi restava da dare a
quest’altro -- per cui avrei voluto versare il mio sangue fino all’ultima
stilla. Io avevo imparato a costo della salute dell’anima che non basta
sentirsi giurare un affetto, che bisogna anche ottenerne la prova. Ed io
non potevo dargli altro che le mie parole, e sapevo che le parole
possono mentire, e sentivo che in bocca mia la menzogna doveva esser
giudicata facile e pronta. Allora il dubbio che egli non mi credesse più
cominciò a insinuarsi in me. Era dubbio e divenne certezza. Se
quell’uomo avesse potuto leggere nel mio cuore come vi legge Dio,
sarebbe stato sicuro che tutti i palpiti del mio cuore erano suoi. Ma
questo potere egli non lo aveva. Egli doveva paragonare, invece, sè
stesso al mio primo amante, il bene infinito che mi faceva al male
spaventevole che il primo m’aveva inflitto; ed avvertire che mentre il
male era stato da me ricompensato come il massimo dei beni, a lui non
potevo ora dare più nulla. E badate: non era già l’orgoglio suo che lo
persuadeva a stimarsi di tanto superiore al suo predecessore, a
pretendere che io facessi per lui molto più che per costui: io stessa
glie lo dicevo, glie lo ripetevo, glie l’attestavo. Ma come più gli
parlavo dell’influsso maligno esercitato da costui sulla mia vita -- per
esecrarlo -- più egli pensava ad esso -- per temerlo. Egli che sapeva le
sciagurate contraddizioni del nostro cuore temeva che fossi ancora
attaccata a quell’uomo in ragione degli stessi dolori che mi costava.
Come dunque, come provargli il suo inganno, la dispersione assoluta
d’ogni memoria di quel passato, la fine della stessa esecrazione --
poichè tutto l’orrore nel quale ero affondata non m’impediva la nuova
felicità? E vedete di quali reazioni continue è fatto il nostro
pensiero: mentre il conseguimento di questa felicità attutiva il
sentimento dell’indegnità mia, questo sentimento si ridestava da
un’altra parte, più acuto, più torturante -- poichè la mia indegnità mi
toglieva di dare a quest’uomo la luminosa dimostrazione che egli era in
diritto di esigere! Allora qualcosa di più strano -- di più umano --
accadde in me. Quando io avevo portato nell’amore un cuor nuovo,
un’anima vergine, tutto ciò che questa vita può dare di meno indegno, io
m’ero accusata di non meritare abbastanza il ricambio dell’amor mio; ora
che non lo meritavo davvero, sentivo la ribellione prepararsi sordamente
dentro di me. Dinanzi all’ideale Giustizia io era nel torto per avere
criminosamente sperperato quei beni che andavano invece serbati con cura
gelosa in attesa di offerirli a chi solo avrebbero dovuto appartenere;
dinanzi a quest’uomo io ero in debito -- e noi siamo così fatti da non
tollerare il rimprovero dei nostri torti.... E se ancora quest’uomo
m’avesse apertamente rimproverato la mia miseria, se m’avesse buttato in
faccia la mia abiezione, se m’avesse torturata ogni giorno, forse sarei
stata meglio difesa contro le folli aberrazioni dell’egoismo; ma egli
non fece questo, mai! Una tristezza senza fine velava talvolta i suoi
sguardi, ma il suo linguaggio era sempre quello della dolcezza, della
devozione, dell’umiltà. Allora io pensavo che egli parlasse così per
compassione, che intendesse farmi un’elemosina, che non contento ancora
dei suoi tanti vantaggi volesse finire di schiacciarmi con la sua
generosità -- e la sorda ribellione diveniva più minacciosa. Avrei dovuto
stargli in ginocchio dinanzi, e mi sentivo distaccare a poco a poco da
lui... Il nostro cuore è così miserabile che non sopporta la gioia
assoluta: una dose d’amaro è necessaria al suo nutrimento. Quell’uomo
aveva una gran colpa, non mi faceva soffrire. E come io lo disconoscevo,
anch’egli disconosceva me. Perchè la vita m’aveva contaminata, pensava
che non fossi più capace d’apprezzarlo, che altre avrebbero saputo
amarlo meglio di me. Presumeva ch’io dovessi portargli una gratitudine
eterna per avermi sollevato fino a lui, che il pensiero di cercare
altrove un altro amore -- il pensiero che egli stesso accarezzava! -- non
dovesse neppure affacciarsi alla mente mia. E troppo sicuro d’essere
amato, rispondeva meno all’amor mio, non pensando che questo fosse un
torto, o pensando che fosse un torto minore e più tollerabile di quelli
che altri m’aveva fatti. Ma le azioni umane non hanno tutte un valore
relativo a chi le commette, alle circostanze nelle quali sono commesse,
allo stato di colui che le apprende? E la freddezza d’un uomo come lui
m’era più grave, dopo ciò che avevo patito, di tutti i tradimenti
dell’altro amante... Così, giorno per giorno, il dissidio cresceva.
L’ingrato destino ci era stato largo d’un bene incredibile; noi ce lo
lasciammo sfuggire. L’amor nostro fu il vero, il grande, il solo amore;
non sapemmo riconoscerlo. Come potevo riconoscerlo, io? Non m’ero
ingannata altre volte? Non dovevo inevitabilmente sospettare di
ingannarmi anche ora? A qual segno poteva riconoscerlo, egli che non
aveva termini di confronto? Così il nostro inganno procedeva da opposte
ragioni. Mancava ad entrambi la prova. L’avemmo.
Ella ripetè:
-- Fu questa.
E passatasi una mano sulla fronte, lentamente, da una tempia all’altra,
disse, come in sogno:
-- Io lo tradii.
Dopo una pausa riprese:
-- Imaginate voi che cosa dev’essere un pazzo che abbia perduto, insieme
con l’intelletto, la vista? Soltanto un pazzo cieco avrebbe potuto fare
quel ch’io feci -- ragionatamente, deliberatamente. Pensai che egli non
mi amava più, che non m’aveva amata mai. Credetti alle parole d’un
altro, di quelli che ci troviamo attorno nelle agonie del sentimento,
corvi che hanno fiutato il cadavere. No, non lo credetti! Non credevo
più nulla. Ma questo scetticismo, la certezza che non c’era nulla, la
persuasione d’esser discesa tanto basso da non poter cadere più giù mi
buttò incontro ad un altro. Egli s’era accorto di quest’altro e non
aveva trovata una sola parola per salvarmi. Io pensai: «Vuol dunque
gettarmi via come una cosa inutile e vile!» E volli io stessa lasciarlo.
Quando glie lo dissi...
Ella s’interruppe, esitante; e ad occhi chiusi, rovesciando un poco la
testa, irrigidita come per catalessi, con voce lenta e gelata soggiunse:
-- Dopo che sarò morta, dopo che m’avranno chiusa dentro una bara, dopo
che la terra mi avrà ricoperta, io udrò ancora quell’urlo.
Rimase quasi assorta qualche momento, poi ricominciò:
-- Saremmo stati ancora a tempo. Ma la benda non era ancora tutta caduta
dagli occhi nostri. Io credevo d’averlo ferito nell’orgoglio soltanto,
-trionfavo- provandogli che valevo ancora per gli altri, ottenevo la
-rivincita-! Egli vide confermato il suo giudizio sulla mia infamia. Un
intimo senso di sollievo, quella calma ingannatrice che precede lo
scatenamento delle tempeste, ci pervase entrambi. Egli scomparve ed io
ricaddi. Allora, allora soltanto, quando un altro prese il suo posto,
quando io mi sentii nelle braccia d’un altro, quando questa miserabile
carne fu preda d’un altro, un gemito sordo e lungo, il gemito d’una
disperazione mortale uscì dal mio petto.
E un sorriso indefinibile, d’ironia, di pietà, di sprezzo, rischiarò
quel viso.
-- Io sapevo, per averla tanto provata, la nausea del risvegliarsi
accanto a qualcuno che fino alla vigilia è stato un estraneo e che dopo
l’ultima intimità sarà più estraneo di prima. Io avevo curata questa
nausea col procurarmene un’altra maggiore, e poi un’altra ancora
maggiore. Ora non ne provavo alcuna. L’insensato stupore, il tremendo e
senza fine sterile rimorso m’agghiacciavano troppo. No, io non credevo
alla realtà; mi sentivo come sotto l’impero d’uno di quei sogni
mostruosi durante i quali sappiamo però di sognare. Ed un pianto
sconsolato, inesauribile, grondava dai miei occhi; uno di quei pianti
che sembrano stemperare l’anima stessa, che nei sogni ci destano. Ma il
mio risveglio era più tetro del sogno. E come in sogno io pensavo che
qualche misteriosa potenza aveva certamente cambiato le fattezze, gli
sguardi, la voce dell’uomo che fino a qualche giorno innanzi era stato
mio, e come in sogno io cercavo di rivederlo attraverso quest’altro. Io
figgevo il mio sguardo nel suo, lungamente, intensamente, fino ad
abbacinarmi, per discoprire nel suo sguardo i lampi del Perduto; poi
chiudevo gli occhi ostinatamente, inflessibilmente, imponendogli di
tacere, per illudermi, per credermi ancora insieme col Perduto. Ed
accadde questo: che i miei avidi tentativi, i miei funebri ardori, la
mia lunga pazzia accesero l’animo non del tutto volgare del mio nuovo
amante; egli credè ch’io facessi tutto ciò per lui -- per lui! -- e al
soffio della grande passione quel fuoco divampò alto e gagliardo, ed
egli trovò inaspettatamente una parola, l’accento dell’Altro...
Illusione terribile!... Io m’afferravo a lui, gli prendevo il capo fra
le mani, gli dettavo le parole che ancora, che sempre mi risonavano
all’orecchio, e gl’ingiungevo di ripeterle, ed egli le ripeteva,
pensando che l’amore le suggerisse. E per un attimo io Lo ritrovavo! No,
la nausea d’un tempo non mi soffocava più; no, io non potevo scacciare
quest’uomo quando l’orrore invadeva l’animo mio, giacchè per suo mezzo
recuperavo in qualche modo colui che avevo disconosciuto; giacchè la
nausea, l’orrore, il pianto lungo e cocente mi rivelavano ciò ch’io
avevo negato: la forza d’una passione che era la mia stessa vita! Non
potevo scacciarlo; potevo soltanto e dovevo disingannarlo, dirgli a che
mi serviva, perchè facevo tutte queste cose -- e glie lo dissi! Gli dissi
che mai, mai avevo avuto un palpito, un solo pensiero per lui; lo
costrinsi ad ascoltare la confessione dell’amor mio per un altro, gli
dissi che cercavo quest’altro in lui; che invece di farmi obliare egli
dava nuova forza alla passione mia; che ora, la prima volta, grazie a
lui, grazie al mio tradimento, acquistavo la prova luminosa,
sfolgorante, irrecusabile di quell’amore. E nella risurrezione della
fede il mio spirito acquistava una sovrannaturale chiaroveggenza, un
intuito fatidico: io sentivo che una rivelazione eguale alla mia doveva
essersi fatta nell’anima del Perduto; che, lontano da me, attraverso
nuove esperienze ed impreviste vicende, egli doveva piangere com’io
piangevo perchè -sapeva- che lo piangevo... Un giorno lo rividi. Corsi
da lui.
Ella quasi gridò:
-- Chi avrebbe potuto arrestarmi?
Riprese con voce più sorda:
-- Gli dissi: «Sputami in viso, ma ascolta. Tu non mi credesti quando ti
giuravo d’amarti. Dell’amor mio non seppi, non potei darti nessuna prova
perchè io stessa ne dubitai. Questa prova ora la posseggo. Pensai
dimenticarti, e la tua memoria mi ha schiacciata. Ti abbandonai, e t’ho
ritrovato da per tutto. Ti porto con me. Nessuno ti strappa più da
questo cuore. Metti i tuoi piedi sulla mia faccia, ma lasciati dire,
ora, che t’amo...» Egli... egli...
Giunse le mani, girò intorno lo sguardo come smarrita, e a poco a poco
l’espressione dell’estasi si dipinse sulla sua faccia smorta.
-- Egli mi si fece vicino, mi guardò tacitamente. Tremava. Mi disse, così
piano ch’io compresi piuttosto dal moto delle pallide labbra: «Sei tu?»
Io potevo ancora parlare. Gli domandai: «Non m’abborrisci?» Ei rispose:
«Ti piango...» Vedete voi queste mani? Qui caddero le sue lacrime, ed
erano calde come gocce di sangue. Io non piangevo, sentivo il cuore
battermi in gola. Tra le lacrime egli diceva: «Sei dunque tu? Non ho
dunque sognato?... Quando io ti sospiravo, l’anima tua se ne veniva
incontro a me?... Tu sai ora veramente quanto mi amavi?... Nessuno di
noi lo seppe, mai!... Povere creature umane, quali inganni sono i
nostri!... Come fummo ciechi e sordi e ostinati nell’errore!... Ora la
luce s’è fatta...» A quelle parole, alla certezza che egli mi dava, il
cuore avrebbe dovuto allargarmisi dalla gioia, la fascia che mi cingeva
la fronte cadere, tutto l’essere mio esultare... e invece un’ambascia
muta, un terrore infinito mi piegavano, un gran freddo mi faceva
rabbrividire... Egli diceva ancora: «Bisogna che l’aria ci manchi, per
riconoscere che ne viviamo!... Neanch’io potei darti la prova d’un amore
nel quale non avevo fede... Credetti di poterne trovare altrove uno
migliore... Che stolto!... No, non accusarti: io fui colpevole al pari
di te. Come te, ora soltanto sono sicuro e posso dire di amarti. Non
pensar mai con rimpianto a tutto ciò ch’io ti dissi e che feci per te
nei primi giorni della nostra fortuna; non rimpianger mai i giuramenti
che l’ebbrezza dettava: nessuna prova d’amore vale questa che oggi ti
do...» E il mio terrore cresceva, lo sguardo mi s’appannava, le vene mi
si vuotavano: perchè se egli avesse detto che tutto era finito tra noi,
io non avrei avuto di questa fine una certezza tanto disperata come
udendo quelle parole. Nondimeno, dissi: «Allora, se tu mi ami ancora...»
Un sorriso più triste di tutte le sue lacrime, il sorriso di chi muore
mentre sente promettersi la salute e i beni della vita, passò nel suo
sguardo. Egli prese le mie mani e rispose: «Noi non ci vedremo più.» Mai
la sua voce fu così dolce. Egli baciò queste mani e questa fronte --
soltanto!...
E due lacrime, grosse e roventi come quelle da lei versate quel giorno,
solcarono lentamente le sue guance. Quando la sua ambascia si calmò,
ella ripetè:
-- Fu questa la prova dell’amor nostro, ed è questa la grande prova
dell’amore operante e attuale. Ma, come una legge spaventevole vuole che
tutto si sconti, anch’essa s’acquista quando l’amore è perduto.
DIBATTIMENTO
-Contessa mia,-
Già: l’amore nasce, vive e muore -- muore specialmente, troppo presto, in
mille modi. Ella giudica che il modo nel quale morì l’amore delle due
persone di cui le narrai ultimamente la storia sia molto triste; ma
crede ella che vi siano forme di morte grata?... Io non dimenticherò mai
una strana conversazione alla quale assistetti una volta; una
conversazione di soli uomini, dove fu appunto proposto e discusso questo
soggetto. Le persone che vi presero parte non le riusciranno forse
nuove: erano i tre Tedeschi dei quali altra volta le parlai: Ludwig
Kopfliche, Fritz Eisenstein e Franz von Rödrich.
Scena: la sala d’una casetta di campagna; il tramonto d’una scura
giornata di novembre, col cielo coperto di tediose caligini fra le quali
l’ultima luce filtrava livida e triste; l’agonia del giorno e dell’anno,
un senso di freddo in tutte le cose, nella campagna silenziosa e
deserta, negli alberi dai rami sfrondati, nel mare d’un grigio metallico
flagellato dal vento, nel cuore degli uomini che aveano visto cadere ad
una ad una tutte le loro illusioni...
-- Pensate voi, -- diceva Ludwig, -- alle primavere future?... Quante anime
nuove esulteranno! Quante speranze fioriranno nelle vergini fantasie!
Quante mai vite si schiuderanno ai sorrisi del sole!
-- Il nostro egoismo si ribella a questo pensiero, -- soggiungeva Franz. --
Poichè noi ce ne andiamo, vorremmo che l’universo s’inabissasse con noi,
che nessun altro potesse più dissetarsi alla coppa distolta per sempre
dalle nostre labbra avide ancora...
-- Ma, -- ribatteva Fritz, -- anche gli altri morranno! Anche gli altri
vedranno mancare il dolce liquore prima di averlo assaggiato... Perchè
li invidiate? Dovreste compiangerli!... No, i venturi non sono da
invidiare; degni d’invidia son quelli che furono o che non sono mai
stati...
Quando Fritz tacque, il silenzio ripiombò tutt’intorno; udivasi
solamente il gemito lugubre del vento e il leggero tremolìo d’un vetro
mal commesso nella intelaiatura della finestra.
Gli sguardi dei tre uomini avevano espressioni diverse. Ludwig guardava
il mar grigio con i suoi grigi occhi profondi, e sembrava cercare
qualcosa di là dalla linea dove l’acqua e le nubi si confondevano;
Franz, con una mano fra i capelli, mirava, come affascinato, un punto
del suolo ai suoi piedi, e Fritz batteva rapidamente le palpebre,
girando il capo, quasi per sottrarsi ad una molesta visione.
-- I morti amori!
Franz, nel silenzio incombente, aveva pronunziato quelle parole; ma, poi
che una medesima idea occupava lo spirito degli altri amici, essi si
riscossero, ripetendo, a fior di labbra:
-- I morti amori...
Vi fu ancora silenzio; poi Ludwig, il curioso, domandò;
-- Sapete voi dirmi in quanti modi può morire l’amore?...
-- No, nessuno può dirlo, -- rispose Fritz. -- Possiamo dire questo
soltanto: che l’amore muore in tanti modi quante vi sono anime amanti.
-- Ma qual morte è più trista?
-- Sono tutte tristi del pari.
A quel giudizio, Franz sorse in piedi.
-- Non dite così! Non dite così!... Tristi egualmente? Egualmente
strazianti?... Vuol dire che voi non sapete!... Allora, sentite. Vi è
una potenza terribile, misteriosa, fatale, che se piomba intorno a voi
vi fa misurare d’un subito tutto l’abisso della vostra miseria; una
potenza contro la quale non v’ha riparo che valga; una potenza che si
rivela tutti i giorni, tutti i momenti, ma della quale voi non
v’accorgete se non quando colpisce qualcosa di vostro. Questa potenza è
la Morte... Sentite. Esiste al mondo una creatura che è l’anima della
vostra anima, per cui dareste tutto il sangue vostro, lontano da cui non
potete vivere neppure un istante. Questa creatura, bella, buona, soave,
nel fiore degli anni, si è data a voi, per sempre; voi avete imparato,
ogni giorno di più, ad apprezzarla, ad amarla. Tutte le vostre
confidenze più intime, tutte le vostre parole più tenere, tutte le
vostre carezze più blande sono per lei. Voi non vedete se non con i suoi
occhi, non respirate se non con le sue labbra, non vivete se non della
sua vita. Repentinamente la truce potenza si spiega su lei. Voi potete
inginocchiarvi dinanzi agli uomini che, per ironia, si chiamano della
scienza, scongiurarli piangendo di sottrarla alla potenza malvagia; voi
potete giungere le mani, alzare lo sguardo al cielo, ricordarvi le
preghiere apprese da fanciullo, dire a Dio: «Io credo in Voi, abbiate
pietà di me...,» voi potete dire a lei stessa, con voce rotta,
passandole una mano fra i capelli madidi di sudore, stringendo con
l’altra la mano sua sempre più fredda: «Per pietà, non morire, non
voglio che tu muoia, non mi lasciare, ho paura!....» voi non riuscirete
ad arrestare un minuto l’opera di distruzione. E una notte tremenda voi
vedrete il suo sguardo rovesciarsi, le sue labbra dischiudersi,
irrigidirsi il suo corpo. Vorrete fuggire lo spettacolo orribile, e
un’attrazione più forte della vostra volontà v’inchioderà lì dinanzi.
Morta!... Morta!... Morta!... Allora esaurirete tutte le vostre lacrime
e tutte le vostre imprecazioni. Morta!... Morta!... Morta!... E
ripeterete questa parola fino a smarrirne il significato. A un tratto vi
sovverrete di quel che un giorno ella vi disse: «Se morrò prima di te,
vestimi di bianco, coi capelli disciolti; non voglio che i becchini mi
tocchino....» Ella rabbrividiva da capo a piedi, a quest’idea; ora non
ha più un sol moto. Voi contemplate il suo viso dove una bellezza nuova,
soprannaturale, divina, si va dipingendo; vorrete recidere una ciocca
dei suoi capelli, e di repente vi ricorderete di quella che ella stessa
recise, che vi diede un giorno, il giorno delle beate promesse. Voi
pensate: «Ho ancora molte ore per contemplarla,» e quelle ore passano,
volano. Allora vi mettete a gridare, a soffocare le vostre grida. E se
un amico pietoso tenta di confortarvi, voi odiate quell’uomo, odiate
ogni vivente, abborrite la vita.... Ah, sono tutte tristi egualmente le
morti dell’amore? Ma voi non avete composto in una bara le forme adorate
che teneste strette fra le braccia; non avete sentito opprimervi il
petto pensando all’oppressione che -ella- soffrirà sotterra; non avete
visto la terra cadere sulla bara, coprirla, nasconderla.... Voi non
avete provato che cosa vuol dire sognare che ella è ancora accanto a
voi, e risvegliarvi pensando alla vostra solitudine, alla vostra
solitudine eterna!... E non avete provato, tormento ineffabile, strazio
senza parole, il lento svanire del fantasma, dell’imagine, del ricordo,
nonostante tutti i vostri sforzi per vivificarlo, per afferrarlo, per
trattenerlo ancora....
Egli tacque. Ludwig pareva non avere ascoltato, immerso sempre nella
contemplazione del mare. Fritz, che aveva nervosamente arricciato i suoi
baffi, replicò:
-- Tu dunque credi che la più angosciosa morte dell’amore sia quella
prodotta dalla morte della creatura amata? In verità, mi fai ridere.
Alla luce sempre più scialba del fosco tramonto, il suo viso appariva
pallidissimo; le sue labbra s’atteggiavano a un ironico riso.
-- Tu accusi la morte! Non sai dunque di che cosa è capace la vita?... Ti
duole che una potenza fatale distrugga il sogno d’una gioia senza fine?
Ma tu non pensi che, in ragione di questa stessa fatalità, il tuo
spirito finalmente s’acqueta! Sta dunque a sentire. V’è una creatura che
t’ha detto: «Sono tua, per sempre.» Chi distrugge il senso di queste
parole? Ella stessa!... Ella t’ha detto che t’ama, e un bel giorno ti
dice: «Non t’amo più!» Bada ancora: al tempo dell’amore felice ella ti
ripeteva, malinconicamente: «Sarai tu quello che mi lascerai!» Tu allora
protestavi, giuravi, non sapevi nè potevi darle una prova del suo
inganno. Adesso, quando ella ti ha detto che non t’ama più, quando t’ha
fatto comprendere che fra te e lei non c’è più nulla di comune, che cosa
fai? Sei preso da un impeto di sdegno, la colmi di rimproveri, la
minacci? No!... Tu ti getti ai suoi piedi, le ricordi le sue parole, le
dici: «Com’è possibile? No, non è possibile! Tu vuoi mettermi alla
prova, tu vuoi farmi paura. Tu sei mia, tu m’hai detto che non potevi
vivere senza di me.... Che cosa t’ho fatto? Quali colpe ho commesse?...»
Ella tace. Tu ti batti la fronte e riprendi: «Sì, ho una colpa.... Non
t’ho provato ancora abbastanza quanto sia forte l’amor mio....
Comprendi: la parola è impotente, il pensiero non si esprime mai tutto.
Ma guardami in fondo all’anima: non vedi come è tutta piena di te? Io
sento in questo momento che non ti ho mai amata tanto....» Ella scuote
il capo, ti oppone fredde ragioni, ti addebita colpe insignificanti
delle quali ella stessa non è immune. Tu non le rimproveri le sue; le
prendi una mano, la scuoti, la guardi negli occhi, la chiami col dolce
nome antico. Ella s’irrigidisce, ti respinge, evita il tuo sguardo;
allora la luce si fa nel tuo spirito: ella ama un altro. E la terra ti
manca sotto i piedi. Quella creatura, quell’anima, quel corpo, sono d’un
altro! È possibile? Glielo chiedi, con voce strozzata, gemendo ed
urlando, ed ella protesta freddamente, risponde che non ha conti da
renderti. Il tuo orgoglio d’uomo è ferito; ti senti un gran sdegno
ribollire nel cuore: non dici nulla. Ti alzi, le stringi la mano, fai
per andar via. Ma sei legato con tanti e così sottilissimi fili a quelle
mura, a quella persona, che senti il tuo cuore lacerarsi. Che ti dice
ella? Ti dice: «Addio!» All’uscire da quella casa, con la fronte in
fiamme, un martello alle tempie, la gola stretta, le labbra inaridite,
ti metti quasi a correre, incapace di coordinare le tue idee, non
riconoscendo nessuna delle persone che incontri per la via, occupato
soltanto dell’oscuro pensiero che ormai la percorri per l’ultima volta.
E una parola ti risuona all’orecchio: quell’-addio- terribile, la parola
che si pronunzia nelle agonie, nelle separazioni senza ritorno, nelle
ore fatali della vita -- la parola che fiacca il tuo sdegno, che seda i
tuoi istinti di ribellione, e che ti stringe il cuore, ti brucia gli
occhi, ti toglie il respiro.... Tu pensi: «Non la vedrò dunque mai
più?... Non sentirò il suo capo appoggiarsi al mio petto, non stringerò
più la sua mano, non bacerò più la sua fronte?...» Passano giorni vuoti,
monotoni, eterni. Tu ritrovi le sue lettere, i suoi ritratti; ed hai
paura di toccarli, di mutarli di posto. Diventi superstizioso. Ad ogni
squillo di campanello pensi: «È lei! Mi scrive, si pente, mi chiama!...»
Nulla! Tutto è finito! Tu non la vedrai più, mai più, mai più! A queste
parole che tu ripeti incessantemente, disperatamente, la tua ragione
vacilla. Perchè mai più? Che cosa può vietare che due esseri viventi si
rivedano ancora? Quali insuperabili barriere, quali distese di mari e di
terre li posson dividere? Quali catene potranno impedire che tu ti
slanci verso di lei? E vuoi rivederla; a costo di tutto bisogna che tu
la riveda. Davanti a lei la tua passione scoppia selvaggiamente.
Minaccioso e supplice, le dici dapprima: «Ti ammazzerò!» e poi le
mormori piano: «Io so ancora tante parole d’amore che non t’ho dette
ancora!...» Ella si scuote, ti blandisce, ti prega di non farle male, ti
scongiura di rassegnarti, di farti una ragione, di accordarle la pace.
Naturalmente non si può sempre parlare, gridare, piangere, mordersi. E
stanco, esausto, sfinito, vai via; questa volta, comprendi bene, per
sempre. Solo, in silenzio, riprendi a piangere, la piangi come morta; ma
ella non è morta per gli altri; è morta per te. Tu la scorgi, talvolta;
e provi il bisogno pazzo di andare a piangerle vicino, di toccarla, di
contemplarla. Se ella fosse morta, se la terra la ricoprisse, il tuo
cuore s’acqueterebbe: tu non avresti queste tentazioni, la tua piaga non
si riaprirebbe continuamente. Tu non penseresti di tentare ancora una
volta la resurrezione di quel passato il ricordo del quale ti brucia
come un carbone ardente -- perchè, rammentalo, l’idea dell’impossibile,
dell’irreparabile repugna in grado supremo all’anima nostra; perciò la
speranza è l’ultima a morire. La morte ha questo di buono: uccide la
speranza. Invece tu speri ancora; tu dici: «È forse impossibile che
questo passato risorga? No: basta che ella voglia....» Allora pensi a
tutti i suoi momenti buoni, a tutte le prove di tenerezza che ti diede;
vorresti gettarti un’altra volta ai suoi piedi, affidarti alla sua
pietà. Tu pensi: «Se ella dice di sì, che tripudio scoppierà nell’anima
mia! Questa benda di ferro che mi fascia la testa cadrà! Che aria
ravviverà il mio petto oppresso! E come impazzirò di gioia dopo essere
stato sul punto d’impazzir di dolore!...» Ed ella ti risponde: «No!...»
Accusa la morte, adesso!... Per la creatura morta tu provi una infinita
pietosa dolcezza, una soave malinconia rassegnata; per questa creatura
viva il rancore, il livore si mescola alla tua passione e la intorbida e
la corrode e ti strugge.
Tacque anch’egli, ansando un poco. Franz non aveva opposto nessuna
ragione agli argomenti di lui; Ludwig se n’era rimasto sempre a guardar
l’orizzonte che adesso, nella sera già calante, si veniva perdendo.
-- Conosco, -- diss’egli finalmente, portandosi le mani alla fronte e
passando le palme sulle sopracciglia, -- conosco una fine d’amore più
triste ancora di tutte coteste.
I due amici lo guardarono.
-- La fine d’amore più triste, più tormentosa, più tragica, è un’altra.
Non è la brutale che segue alla morte, o all’abbandono, al tradimento: è
la fine lenta, lunga e quotidiana, l’esaurimento continuo prodotto
dall’azione del tempo, dal fatale svanire d’ogni cosa umana. Il giorno
che voi avete confessato l’amor vostro, che ne avete ottenuto il
ricambio, avete detto a voi stesso: «E’ per sempre! per sempre!» Voi
credete a questa parola, pensate che se qualcosa d’indipendente dal
vostro volere non accadrà, l’amor vostro durerà eternamente. Ed è,
dapprima, il tripudio più puro fra le proteste più pazze. Un sentimento
di meraviglia occupa il vostro spirito: pensate alla creatura che
vedeste un giorno da lontano, a cui parlaste col rispetto più timido,
per cui sentiste nascere il desiderio più disperato -- e questa creatura
adesso è vostra, vi appartiene, tutta! Voi quasi nol credete; se la
vedete, talvolta, passar da lontano, il dubbio rinasce nel vostro
spirito. Nel cuor vostro una gratitudine immensa, una devozione
sconfinata raddoppia l’amore. Tutti i giorni voi le scrivete, le mandate
qualcosa del vostro pensiero, del vostro cuore. Ella impara a memoria le
vostre lettere, ve le ripete, ve ne chiede altre. Voi ricominciate,
ancora, sempre; ma, senza accorgervene, le antiche espressioni vi
ritornano sotto la penna e, a poco a poco, naturalmente, vi ripetete. Vi
mancano le parole? Che importa! Voi pensate che da tutti i vostri atti,
da tutta la vostra vita, ella dev’essere assicurata della saldezza del
vostro affetto. Ella non pensa così; si lagna perchè vi crede
intepidito, fa consistere il bene in certe cose che per voi non hanno
significato. State in guardia: voi cominciate a scorgere i difetti
nell’idolo. E se chiudete gli occhi per non vederli, altri invece se ne
rivelano. Allora voi ve ne fate una ragione; tutte le creature umane non
hanno forse i loro?... Sapete che cosa vuol dir questo? Vuol dire che
dal periodo epico voi già passate a quello critico. Voi vi ammirate per
la vostra penetrazione, per la vostra ragionevolezza. Il vostro egoismo
vi mantiene pertanto in una illusione; vi dimostra che, dal canto
vostro, voi non avete difetti di sorta; ella non può, non deve trovarne
in voi. Un bel giorno, una sua parola, l’accento col quale ella la
pronunzia, vi aprono gli occhi; ella ha scoperto i vostri difetti
secreti, le vostre debolezze intime, quel che c’è in voi di manchevole,
di meno bello. Allora il vostro amor proprio s’impunta. E vi chiudete in
un offeso riserbo, o vi vendicate dicendole apertamente i suoi torti.
Adesso ciascuno di voi giudica l’altro, senza riguardi, per quel che
vale. Un istinto d’avversione vi domina; ma i legami che vi stringono
sono tanto forti che non si spezzano. E sapete a che cosa somiglia
allora la vostra situazione? Somiglia a quella di due forzati avvinti da
una stessa catena, ciascuno dei quali è costretto a non fare un passo
che l’altro non faccia. Quando voi pensate all’illusione dei primi
giorni, chiedete: «Come mai s’è dissipata?» E non sapete rispondere; il
disinganno s’è venuto operando lentamente, inavvertitamente. Presto
s’accresce ancora; presto voi domandate un’altra cosa, la cosa opposta:
«Come ho potuto illudermi?» Tanto è profondo l’abisso scavatosi!...
Tutto ciò vi fa paura, perchè quel complesso di moti diversi ed opposti
che si chiama l’amore è ancora in voi. Ecco: voi chiudete gli occhi,
abolite la percezione del mondo circostante, guardate in fondo alla
vostra memoria. Il ricordo dei giorni sereni vi brilla: perchè non
potreste riafferrarli? La donna che voi amate non è morta, non v’ha
abbandonato, è sempre vicina a voi; ma sapete che avviene? Ella non è
più la stessa che conosceste un giorno. L’assiduità con la quale l’avete
contemplata, esaminata, studiata, ha finalmente alterato le linee del
suo viso, della sua persona; vi ha fatto scoprire in lei aspetti,
attitudini, espressioni che prima non avevate visti. Voi vi sforzate di
ritrovarla come al tempo che nacque l’amore; per questo la rimettete
nella stessa luce nella quale prima v’apparve, ed esumate tutti i vostri
ricordi, e vi riportate continuamente col pensiero al passato. Ogni
sforzo è inutile: no, non è più lei, non può esser più lei... Le sue
carezze d’ora non sanno più come le prime; le sue parole d’ora non hanno
il suono delle antiche. Voi comprendete che uno stesso mutamento accade
in lei, ma nessuno di voi ha il coraggio di dirlo. Ella vi domanda di
ripeterle le parole innamorate che le prodigaste; le ripetete, e una
ironia amara vi torce le labbra. Lontano da lei vi proponete di dirle
tutto, sinceramente, di non rappresentare più oltre una commedia;
trovate le parole, cominciate una lettera, ma non avete la forza di
compiere il vostro proposito. Se qualche momento di tenerezza ritorna,
dovreste esultare, è vero? Invece il vostro scontento s’accresce; vi
accusate di fiacchezza, di imbecillità; avreste voglia di percuotervi,
d’insultarvi...
L’ultima luce agonizzava, un chiarore verdastro si diffondeva sotto le
nuvole pesanti, illividiva i volti dei tre uomini al cui sguardo la
desolata campagna e il mar flagellato formavano come un paesaggio
appartenente ad un altro mondo, più vuoto, più freddo, più lugubre.
-- Chi non ha conosciuto questo, -- riprendeva Ludwig, -- non sa nulla
delle agonie sentimentali, della vanità degli affidamenti, dei
giuramenti umani. -Per sempre!-... Non una potenza ineluttabile, non una
volontà estranea alla vostra distrugge questa promessa; ma il vostro
stesso cuore; siete voi che ridete di voi! La fine più brusca, la
rottura più repentina non hanno nulla di tanto lacrimevole quanto questa
agonia. La pietà si mescola allo sdegno ed all’ironia; in certi momenti
dimenticate il vostro scontento pensando al dolore che si rovescerà su
voi due quando le parole irrevocabili saranno pronunziate... E
prolungate l’inganno, e soffrite, e fate soffrire; finchè, un giorno,
quando meno ve l’aspettate, a proposito di nulla, tutto finisce...
Sapete allora che accade?
Nessuno rispose. L’oscurità invadeva la stanza; nessuno pensava a far
accendere il lume.
-- Accade, al morale, qualcosa di simile a quel che avviene al fisico,
quando una parte del vostro corpo, mortificata, distrutta, è portata via
dal ferro del chirurgo. Sapete quel che si legge nei libri: l’infermo,
spasimante, s’acqueta sotto l’azione torpente dell’etere. Dapprima un
senso di liberazione, un’aura esilarante gli rinfrescano il cervello.
Egli ride, si sente più leggiero, quasi trasportato su per l’etere, per
quell’altro etere, l’imponderabile. Poi s’accascia, s’addorme, non sente
più nulla. Quando riapre gli occhi alla luce, tutto è finito; il suo
piede sfracellato, il suo braccio incancrenito non sono più attaccati al
suo corpo. Egli guarda il posto vuoto; ma che cosa è il nuovo portento
che adesso si compie? Egli -sente- che il piede, che il braccio portati
via aderiscono ancora a lui; le sue sensazioni vi si localizzano ancora;
egli vi avverte come un formicolio, crede di poterli muovere,
adoperare... Così accade nell’anima. Quando la passione mortificata ne è
stata staccata, quando il ragionamento vi dice che non potrà più
tornare, il vostro sentimento si proietta ancora in essa e, più di ogni
altro moto reale, più d’ogni altro affetto presente, l’anima avverte la
presenza dell’amore perduto...
La notte era fonda e la voce moriva.
IRONIE
Credo, mia cara amica, che ella abbia ragione. Quantunque tutte le forme
di morte dell’amore siano dolorose e strazianti, se esso muore
soffocato, strozzato violentemente dalla persona che noi amiamo e che
non ci ama più, il dolore e lo strazio sono massimi e veramente
insopportabili. Ciò accade perchè allora non solamente l’amor nostro è
disdegnato e respinto, ma tutto il nostro amor proprio è ferito e
calpestato. Se ella dunque vuol sapere da me in qual modo questa pena
estrema dei traditi e degli abbandonati guarisce, già è in grado di
indovinare la mia risposta.
Reprimere la nostra passione dicendo a noi stessi e dimostrando che
l’oggetto nel quale la riponemmo ne è indegno, non vale a niente: già in
una precedente mia lettera io le parlai della contraddizione per la
quale proprio l’indegna persona sembra meritevole sopra ogni altra,
unicamente.
Alcuni credono che il riso sia un buon revulsivo, e non è infatti da
disprezzare. Conosco un abbandonato il quale, struggendosi nel suo
dolore, cominciò a sorridere e a sentirsi molto meglio quando vide la
antica sua amante a braccio di un altro uomo, in un luogo oscuro,
pendere dalle sue labbra e stringersi tutta a lui...
Ha ella notato come lo spettacolo di due amanti e anche di due sposi
ecciti spesso il sorriso beffardo? E perchè mai la vista dell’amore,
dell’amore felice, invece di disporre alla gioia dispone alle beffe?...
Io credo che si possano assegnare due cause di questo fatto, cioè una
sola causa che agisce in due modi differenti. Essa risiede in quelle
leggi che dell’amore, d’una cosa cioè molto e fin troppo naturale, hanno
fatto una cosa misteriosa, difficile e quasi vietata. Di questa
prepotente passione non si deve quasi parlare nel civile consorzio;
mentre di tutti gli altri bisogni noi vediamo quotidianamente lo
sfoggio, questo qui dobbiamo piuttosto indovinarlo attraverso le
ipocrite convenienze. Tutte le volte adunque che esso si rivela o
traspare, come quando un corteggio nuziale attraversa le vie d’una città
o quando una coppia di amanti erra nelle ombre propizie di qualche
deserto bastione, allora l’improvvisa rivelazione d’una troppo celata e
contrastata realtà dispone al sorriso. Aggiunga ancora che lo spettatore
dell’amore vorrebbe anch’egli, ma non può, per le medesime leggi severe,
prendersi sotto il braccio una persona con la quale poter fare ciò che
fanno i due attori; e l’invidia umanamente le spiegherà il suo scherno.
Chiudiamo questa parentesi e torniamo alla persona di mia conoscenza:
costui, vedendo tubare le due tortorelle, una delle quali era il rivale,
l’altra la donna che fino a pochi giorni innanzi giurava d’amar lui,
sentì tanto più acutamente l’umorismo dello spettacolo e, ridendo, si
sollevò.
Un altro amante abbandonato guarì in un modo che è alla portata
d’ognuno; perchè non sempre il caso ci è tanto propizio da farci
spettatori dei nuovi idillii delle nostre antiche fiamme. Ecco il modo:
l’abbandonato, spasimando alle memorie del perduto amore, tremava di
paura al pensiero di vederne i materiali ricordi. Come contemplare senza
entrare in agonia i ritratti dell’amata, i fiori, i nastri, le cose che
ella gli aveva donate? Come rileggere senza morire le lettere sue?... Ed
un giorno vide i ritratti ed i fiori, e il suo dolore crebbe veramente
oltre misura: ma quando egli cominciò a leggere le lettere, le lettere
piene di queste espressioni: «L’amor mio per te sarà senza fine... tu
solo m’hai rivelato l’amore... fuori di te non c’è, non potrà esserci
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