Se il poeta letterato compone il carme laborioso, il poeta contadino
improvvisa la strofe ingenua, l’agreste stornello. Mentre l’istinto è
aggressivo, impaziente, brutale; il sentimento è sommesso, delicato,
remissivo. Dopo un tempo più o meno lungo la poesia dà luogo, ella dice,
alla prosa; ma io non le farò il torto di dare al suo pensiero un
significato che non ha e non potrebbe avere. Ella si lagna, è vero?
perchè la prosa soffoca e disperde la poesia; ma riconosce,
naturalmente, che non si può vivere di poesia unicamente. Ciò che ella
chiama prosa, sopravviene necessariamente, e deve sopravvenire; ma senza
soffocare la poesia, anzi alimentandola. La poesia che, se dapprima è
purissima, è anche un po’ troppo nebulosa e inconsistente, diventa,
dopo, mescolandosi alla prosa, un poco più torbida forse, ma anche più
forte, più vera, più umana. Questo è l’ordine consueto delle fasi
d’amore: un primo tempo di commozione tutta morale; un successivo
risveglio dei sensi latenti, un periodo nel quale la poesia dà così
strettamente la mano alla prosa che la prosa è tutta poetica. Ma non
potrà accadere che la voce dei sensi predomini fin dal primo principio?
Che l’istinto, troppo veemente, si manifesti subito com’è, senza
alimentare il sentimento poetico? Certo, ciò non solo può accadere, ma
accade ogni giorno; ed a lei che giudica così male l’amore degli uomini
io non avrò bisogno di dire quante volte, anche dinanzi a donne che
potrebbero nobilmente ispirarli, essi non provano altro che un semplice
appetito. Certo è pure che con la repentina eccitazione dei sensi
l’amore resta quasi sempre tutto sensuale; ma il sentimento mancato sul
principio può sopravvenire.
Se, d’ordinario, la poesia iniziale si unisce più tardi alla prosa e
anzi, secondo alcuni, si converte tutta in prosa, l’ordine delle fasi
d’amore può capovolgersi e ad una prosa iniziale seguire una commozione
poetica. Il caso di Hauptig di Mannheim mi pare un bell’esempio di
questa specie di anacronismo morale, il quale non è molto frequente ad
osservarsi; ma prova nondimeno, quando si avvera, che sentimento ed
istinto non sono, come i materialisti vorrebbero dare ad intendere, la
stessa e identica cosa, ma due diversi elementi della passione, che
neppure si trovano sempre associati.
IL GRAN RAPPORTO
-Cara contessa-
Io ebbi, conveniamone, un’eccellente ispirazione lasciando parlare Guy
de Maupassant intorno alla Venere di Siracusa. Se ella critica con tanta
vivacità le affermazioni del grande scrittore, che cosa avrebbe fatto
delle mie? Il Maupassant è morto, e non può difendersi; debbo difenderlo
io? L’impresa mi pare, sotto ogni riguardo, inopportuna. Ma è pur
necessario che io risponda qualcosa alle sue ultime critiche.
Sì, cara amica, c’è una -poesia reale-: queste due parole messe insieme
dall’autore di -Notre Cœur- non sono nient’affatto stonate. Se io non
m’intrattenessi ora con lei ma con un militare, temerei di dar luogo a
qualche curioso equivoco parlandole d’un «gran Rapporto». Il militare
intenderebbe quell’adunanza alla quale il comandante chiama tutti i suoi
ufficiali dopo la manovra. Con lei, ed al punto al quale siamo della
nostra controversia, non ho bisogno di spiegare che il gran Rapporto del
quale ho da occuparmi è quello che intercede fra il sentimento e
l’istinto. E la quistione è così posta: l’amore non può esser fatto di
sola poesia, senza di che avrebbe ragione quel capitano di cui le narrai
tempo addietro la pietosa avventura: e neppure di sola prosa, cioè di
soli appetiti, senza di che nulla ci distinguerebbe dai semplici bruti;
ma le due cose, preceda l’una o pur l’altra, debbono poi andare insieme
e darsi la mano. Ora, se noi dobbiamo cercare il peso di questa poesia e
di questa prosa insieme operanti, bisogna riconoscere che, sebbene il
peso della poesia sia grandissimo, pure quello della prosa è ancora un
poco più grande.
Consideri una pianta. Il tronco s’erge nobilmente, al pari d’una
colonna; i rami, via via più sottili, delicati e graziosi, si distendono
tutt’intorno bizzarramente; le foglie, tinte di un verde purissimo,
venate come da una sottilissima rete, sono cose di bellezza. Che dire
del fiore? della sua forma, dei suoi colori, del suo profumo? Orbene:
tutte queste cose nobili, delicate, belle, squisite, sono pure
sopportate, anzi derivate dall’oscura, dalla nera, dalla poco netta
radice. Noi potremo tagliare il nobile tronco e i rami bizzarri, potremo
spiccare le foglie delicate e i fiori balsamici; ci parrà, sì, che essi
stiano da soli, che vivano d’una propria lor vita indipendente; ma la
radice è sempre quella alla quale essi tutti la debbono. Ogni qual volta
l’amore sembra un purissimo spasimo, il meno puro istinto -- ma questa
distinzione di diversi gradi di purezza non esiste in natura, è tutta
opera nostra! -- l’istinto a nostro giudizio meno puro si trova alla sua
origine. Esso potrà restare e resta moltissime volte nascosto, ignoto
allo stesso amante nel quale opera; ma da un momento all’altro, e quando
meno si pensa, può rivelarsi. Di queste subitanee, impreviste,
imprevedibili e quasi direi intempestive rivelazioni io voglio oggi
darle due curiosissimi esempii.
C’era una volta un uomo, un marito, il quale, amando d’un indicibile
amore sua moglie, d’un amore che era poesia e prosa, spasimo ideale e
reale, sentimento dell’anima e impeto dei sensi, una cosa insomma
perfetta, ne era ripagato tanto male che da più tempo portava quello che
il nostro grande poeta Ariosto chiama araldicamente il cimier di
Cornovaglia. Tuttavia la destra infedele aveva saputo tenergli nascosta
l’immeritata disgrazia; e tanto più facilmente era riuscita ad ottenere
l’intento, quanto che, come dice sempre il nostro divino Lodovico,
L’incarco delle corna è lo più lieve
Che al mondo sia, se ben l’uom tanto infama:
Il vede quasi tutta l’altra gente,
Ma chi l’ha in capo poi non se lo sente...
Un triste giorno questo marito amante scoprì l’orrenda verità. Il grido
del suo dolore fu così acuto, che la stessa adultera ne rabbrividì. Ma
il sentimento della dignità, dell’onore ferito e calpestato insorse
formidabile in quest’uomo, che scacciò l’indegna. Tutti gli diedero
ragione. Ella non aveva nessuna scusa, e solo la perversità dell’indole
sua l’aveva spinta alla colpa; ciò si dimostrò tanto più vero, quando si
vide che, non contenta d’aver tradito il marito, tradì poi anche
l’amante; e a poco a poco, di tradimento in tradimento, scese sino in
fondo alla lubrica scala del vizio.
Il marito fu visto cercare altre donne e vivere della vita degli altri
uomini liberi. Nessuno sospettava la piaga che nel cuore di lui grondava
sangue, continuamente. Non tanto nell’amor proprio egli era stato
ferito, quanto nell’amore; egli non si doleva tanto del disonore quanto
del disamore. E lontano da lei, dall’infedele, dall’adultera,
dall’indegna, egli pensava a lei come alla sola donna che meritasse
d’essere amata. I suoi sensi erano appagati da altre femmine, più belle,
più esperte; egli non pensava più al corpo di quella creatura: piangeva
sconfortatamente il puro, il sincero, il fedele sentimento dell’anima
amante. Egli non sapeva più nulla di lei, imaginava che un altro solo
possedesse il tesoro dell’anima sua; e un’invidia immensa e un infinito
rancore l’occupavano e l’opprimevano. Quando la gente lo credeva
contento d’essersi sbarazzato di quella infame, il rimorso lo straziava.
Egli era pentito d’avere scacciata sua moglie, la donna sua; egli
pensava che il suo dovere, il suo piacere, il suo bisogno era di
perdonarle. Doveva perdonarla per riscattarne l’errore, per non darla ad
altri, per averla sempre con sè. Il suo perdono l’avrebbe fatta accorta
del momentaneo inganno, l’avrebbe ridata a lui migliore, più grata, più
amante... E un giorno egli seppe la vita di lei. Allora, sapendo che
quella donna, la creatura che egli aveva eletta fra tutte, era passata
da un uomo all’altro, continuamente, senza amore, senza pudore; nel
sapere questa cosa, quando lo sdegno e il disgusto dovevano invaderlo,
quando egli doveva ridere di sè stesso, delle sue velleità di perdono,
delle speranze di redenzione, della fede ancora riposta in
quell’indegna: allora sa ella che cosa provò? Egli lo confessò più tardi
a una persona di mia conoscenza: vedendo che quell’impudica si dava a
tanti uomini, ai primi venuti, egli, il marito offeso, l’amante tradito,
lo spasimante dell’anima, si sentì.... come dirò? si sentì acceso da una
brama veemente, si sentì spinto a tornare da quella donna per chiederle,
come tutti quegli altri, come i primi venuti, un’ora di ebbrezza...
La ragione subitamente intervenuta sedò costui. Diversamente andarono le
cose nel secondo caso che voglio narrarle. Abbiamo anche qui un tradito,
ed io ho scelto appunto queste situazioni, perchè, se c’è un tempo nel
quale si spasima d’amore tutto immateriale, nel quale l’amore dei sensi
sembra perfino scordato, questo è appunto il tempo quando il tradito,
per la stessa depressione fisiologica prodotta dal patema, è incapace di
procurarsi la voluttà. Quest’altro tradito, dunque, non era un marito;
cosa che, se attenua la colpa della donna, non scema il dolore dell’uomo
-- al contrario! Ora costui, accortosi del tradimento e piante tutte le
sue lacrime, deliberò di lasciare la traditrice. Ella aveva dapprima
negato: poi, sbugiardata dalle troppe prove, aveva dovuto riconoscere la
verità. E con una stretta al cuore l’amante comprendeva che ella non era
molto responsabile dell’errore. Apparteneva costei a quella poco
numerosa categoria di donne che hanno -- per dirla alla francese -- molto
temperamento, e che non solo difficilmente resistono alle sollecitazioni
del maschio, ma spesso esse medesime lo provocano. Quantunque questa
categoria sia, come ho detto e come si sa, non molto numerosa, data la
calma nativa della generalità delle donne, pure si può trovare in essa
una distinzione non indifferente e suddividerla pertanto in due
sottospecie: la prima composta di donne che per l’ardore eccessivo
null’altro intendono fuorchè gli appetiti, pertanto spudorate, cattive,
temibili; la seconda, nella quale noi troveremo creature capaci di
qualche sentimento, sincere a certe ore, migliori di quel che sembrano,
non indegne insomma di simpatia e, per gli osservatori, oggetto fecondo
di studio. La donna dalla quale l’amico mio fu tradito -- è uno dei più
cari amici miei, e dei più desiderati ora che la vita ci ha disgiunti --
apparteneva a questa seconda categoria.
Dopo la confessione del tradimento ella comprese -- e ciò le dimostri
come il suo cuore non fosse addirittura volgare -- che un uomo come lui,
per il quale solo i sentimenti più alti e puri importavano, non poteva
essere più suo; ed ella che pure lo aveva apprezzato, lo pianse a sua
volta, sinceramente. Ebbero un ultimo convegno. Fu un convegno molto
triste: lacrimavano entrambi: ella di rimorso e di dolore, egli di
dolore e di pietà. Ma, quantunque costei sapesse che quel convegno
sarebbe stato senza domani, pure, vedendo per il momento dinanzi a sè
l’amante di tanto tempo, sentì ciò che d’ordinario sentiva in presenza
di tutti gli uomini; e la stretta della sua mano e lo sguardo dei suoi
occhi e il suono della sua voce rivelarono il suo, diciamo così,
sentimento. Allora quell’uomo si sentì invadere dalla meraviglia;
perchè, comprendendo ciò che avveniva in lei, scorgendo che gli istinti
di quella creatura le prendevano con tanta facilità la mano da
accenderla in un’ora drammatica come quella, vedendo che ella non aveva
neppure la capacità di fingere; la coscienza di queste cose, la
previsione sicurissima che se colei gli si offeriva in quel momento, si
sarebbe offerta al primo venuto quando egli sarebbe andato via; questa
coscienza e questa previsione che avrebbero dovuto naturalmente
accrescere il suo dolore, il suo rancore, la sua pietà, il grave patema
dell’animo suo, e col patema rendere ottusi i suoi sensi, lo
sospingevano al contrario in braccio a quella donna, gli suscitavano un
violento desiderio di servirsi ancora una volta di quel mirabile e
vibrante e fremente strumento di voluttà. E benchè egli sentisse che
cedere in quel punto alla tentazione sarebbe stata una profanazione ed
una viltà, che se egli voleva ancora rispettarsi doveva fingere di non
accorgersi dell’invito tacitamente rivoltogli da quella donna, pure
comprese che la resistenza era vana; e allora dal contrasto fra gli alti
sentimenti e l’infime brame egli fu disposto a una sottile ironia, a un
riso interiore, che lo spinse a fare una cosa stravagante. Tratto di
tasca il portafogli, scrisse col lapis due righe sopra un pezzetto di
carta; piegatolo poi in quattro lo porse alla donna, dicendole: «Vorrete
leggere questo, quando sarò andato via?»
La donna infatti, piena di curiosità, lesse lo scritto quando egli fu
scomparso; e lo scritto diceva quel che era avvenuto: «Prima di
andarmene, dopo che ci siamo dolorosamente persuasi che non possiamo più
essere l’uno dell’altra, noi...» l’espressione precisa non posso, cara
contessa, riferirgliela; metterò invece: «noi... saremo stati l’uno
dell’altra ancora una volta!...»
L’AFFARE DEI QUATTRINI
-Contessa!-
Ho proprio da continuare? Ella mi dà proprio carta bianca? Dice davvero,
o non piuttosto per ironia? Giudica tanto enormi le idee e i fatti che
le ho esposti, che oramai non teme più di poter essere scandalizzata?...
Io non voglio escire dall’incertezza. Credere d’averla persuasa mi
farebbe molto piacere; però la modestia mi vieta d’accogliere questa
persuasione; esser certo d’avere sprecato tempo ed inchiostro mi
dispiacerebbe troppo. Mi lasci nel dubbio, che è l’ordinaria condizione
della nostra mente; ed io intanto continuo.
Sì, precisamente: se io sostengo che l’istinto è la radice del
sentimento, affermo per conseguenza che da un istinto più forte e
veramente irresistibile si sviluppa nel cuore degli uomini un sentimento
più ricco e lussureggiante che non nel cuore delle donne; come le piante
più frondose e fruttuose sorgono da una più profonda radice. Sì,
precisamente: io sostengo che gli uomini non solo amano essi soli, o
tanto meglio delle donne che l’amore di essi assomiglia ai biglietti
veri e quello di esse ai biglietti falsi; ma sostengo ancora che i
sullodati uomini comprano l’amore e pagano -- molte volte con veri e
proprii biglietti di banca -- le donne suddette.
Lascerò da parte -- tanto, mi pare che ella sia proprio sincera quando mi
dà ragione su questo punto -- i modi indiretti di pagamento. Quando il
maschio dedica gran parte delle sue forze a conquistare la femmina;
quando, dopo averla conquistata, la difende e con lei difende la prole,
è evidente che fa una vera spesa, un consumo di forza, un sacrifizio di
energia. Quando un marito si mette sulle spalle il peso della famiglia,
è innegabile che l’amore gli costa. Lasceremo ancora da parte -- e non
dubito che questa omissione le piacerà -- il mercato d’amore propriamente
detto, dell’amore avvilito e impropriamente detto amore. Noi dobbiamo
ragionare dell’amore libero, dell’amor degli amanti che non contrattano
nè dinanzi al notaio nè dinanzi a un più servizievole personaggio.
Quest’amore costa anch’esso; e, come ella sa, si suol dire che le donne
più care non sono quelle che si vendono. Tuttavia, quando un uomo si
rovina per fare la vita che piace all’amica sua, per seguirla dove ella
va, per nascondere in un degno nido la propria fortuna, per avere un
vantaggio sopra i proprii rivali; tutte queste volte e sempre che
l’amata non ottiene nulla per sè, potremo dire che l’amore costa a lui,
ma non già ch’egli paghi lei. Il punto più controverso e più scabroso è
un altro: ella non ammette che vi siano donne capaci di ottenere un
materiale vantaggio nei loro amori; o meglio afferma che donne capaci di
ciò meritano di stare con le mercenarie ed hanno sbagliato mestiere. Io
dico invece che alle donne più pure di questo mondo l’idea di ottenere
qualche vantaggio reale nell’amore più ideale non repugna affatto; anzi
che a questa idea vanno naturalmente quando si vedono pregate,
supplicate, implorate; quando odono dire e ripetere che per esse
l’amante farebbe tutto, -darebbe tutto-, che l’amor loro è -impagabile-.
Sicuramente fra l’idea di vedersi deporre ai piedi i tesori di Golconda
e l’atto di accettare uno spillo ci corre; sicuramente molte donne
reprimono la lusinghevole idea e rifiutano perfino lo spillo; ma altre
moltissime si comportano diversamente senza che per ciò siano da mettere
insieme con le sciagurate che fanno dell’amore un mestiere. «L’oro e i
doni splendenti hanno una muta eloquenza,» ha detto Shakespeare, «che
muove il cuor d’una donna meglio dei più belli discorsi...»
Vico Dastri, che è l’uomo, come ella sa, più curioso e, per la smodata
curiosità, più impertinente di questo mondo, suole tentare spesso la
seguente esperienza. Accompagnando per le vie qualche bella dama con la
quale fa il galante, se questa dama si ferma dinanzi alla mostra d’un
gioielliere e ci lascia, come si suol dire, gli occhi, Vico Dastri, con
l’atteggiamento e la voce del serpente nell’Eden, pronunzia una frase
composta per la circostanza, alla quale non muta mai una sillaba: «Dite
una sola parola, fate un cenno soltanto e tutto questo è vostro...» Egli
sa che non può esser creduto, che l’offerta deve parere ciò che è, uno
scherzo d’equivoco gusto; ma egli scherza sulla virtù delle sue amiche;
dice loro, in altre parole: «Venite con me, ed io vi darò non tutte
queste gioie, ma quelle alle quali la mia borsa mi permette
d’arrivare...» Orbene: nessuna delle sue amiche gli ha mai espresso o ha
finto di esprimere sdegno: molte hanno scrollato le spalle come udendo
una qualunque sciocchezza; la maggior parte hanno rivelato il vero
sentimento destato nel loro intimo da quella proposta con un sorriso di
solleticato compiacimento, di contenuta e discreta vanità, con un
sorriso il significato del quale non è dubbio: «Se voi poteste ottenere
così ciò che chiedete, credo davvero che non fareste un cattivo
affare!...»
Quel povero Raeli del quale le ho più volte parlato, stimando che la sua
amica, la signora Woiwosky, fosse donna di sentimenti sublimi, cominciò,
come ella rammenta, a dubitare e perciò a soffrire quando,
all’indiscreta domanda che già le riferii, la dama rispose in modo che
voleva essere evasivo, ma era molto, anzi troppo chiaro. «Debbo io
dolermi della sua risposta?» trovo scritto nel suo -Giornale di bordo-.
«Non l’avevo anzi prevista? Se già sospettavo l’effetto prodotto in lei
da quell’uomo, perchè questo malsano bisogno d’ottener la conferma d’una
cosa ferente? La dolorosa certezza è preferibile al dubbio? Ma il dubbio
non è forse doloroso ancor esso? Qual è dunque il dolore più grave?...
Se prevedevo la sua risposta, vuol dire che questa era una logica,
naturale ed umana risposta. E perchè dolermi di ciò che è umano,
naturale e logico? L’idea ch’io m’ero costruita di quest’Essere era
dunque illogica, innaturale e fuor dell’umano? Come il selvaggio, che
derido, al quale mi credo tanto superiore, avevo fatto d’un Essere un
Ente, un Feticcio?... Stasera un altro poco dell’oro del quale l’Idolo è
rivestito s’è scrostato, è caduto. Ella è stata al ballo del principe di
Walckenstein; vi ha incontrato il banchiere Grünmeyr. E’ giudeo, nano,
vecchio, ignobile; ma possiede cento milioni. I suoi cento milioni lo
rendono più attraente di un Don Giovanni che abbia avuto cento
avventure, d’un artista che abbia fatto cento capolavori. Ella ha
parlato con lui, gli ha parlato dell’immenso potere che un uomo tanto
ricco deve aver la coscienza di esercitare, del sentimento ineffabile
che il possesso di tanta ricchezza deve procurargli, dei piaceri regali,
dei capricci fantastici che egli può pagarsi: che cosa può mancargli,
chi può resistergli? Grünmeyr -- mi pare d’udirlo -- brevemente, come
quando patteggia un affare, le ha detto: «Credete? Allora io vi darò un
-chèque- in bianco: metterete voi stessa la cifra...» Ella mi ha narrato
questa cosa. Io ho detto, con una stretta al cuore: «Scherzi da
gaglioffo». Ella m’ha domandato: «-Non credi che dicesse davvero?-»
Ella vede di qui, cara contessa, il discorde atteggiamento di quelle due
anime. La donna resta male perchè, sicuramente incapace di prendere lo
-chèque- del banchiere, è tuttavia certa che Grünmeyr ha detto sul
serio; perchè giova alla sua vanità credere che per ottenere l’amore di
lei il banchiere darebbe qualcuno di quei tanti milioni; l’amante, che
già alla narrazione dell’offerta s’è sentito offeso nella persona amata,
ed anche un poco nella propria -- giacchè a paragone del milionario egli
è povero -- sente ora scemare la stima e l’amore comprendendo che
l’offerta non ha tanto offeso quanto solleticato l’oggetto dell’amor
suo...
Ma qui siamo ancora nelle possibilità e non tra i fatti compiuti. Ella
vuol fatti che dimostrino in qual modo la -question d’argent- è
risoluta. Non è già facile addurne molti. Per delicatezza, per amor
proprio, tanto è difficile che gli uomini rivelino la venalità delle
loro amanti, quanto che le donne confessino d’avere ottenuto nulla nei
loro amori. Certo, gradire un dono non è vendersi; ma non pare che la
differenza sia tanto grande; pare anzi che il proverbio del vecchio
Brantôme abbia, in fondo, ragione: «-Femme qui prend se vend.-» La
consegna è dunque di tacere. Però la verità non sta sempre in fondo al
pozzo, ed io ho qualche cosa per lei. A dire il vero, seppi le storielle
che oggi le narrerò in circostanze molto particolari, le quali
dimostrano che la verità non sta tanto nell’acqua dei pozzi quanto nel
vino delle bottiglie.
L’estate scorsa, girando per le stazioni di montagna, capitai a
Valsorrisa. Trovai l’albergo in rivoluzione. C’erano venuti da qualche
giorno tre signori i quali parlavano una lingua a tutti sconosciuta: sul
registro dei viaggiatori avevano scritto i loro nomi con caratteri
incomprensibili. A uno Scozzese di mia conoscenza, il quale mi dava
notizia di ciò, uno di essi aveva fatto capire, in un inglese orribile,
che erano dell’Afganistan. E i tre Afgani, mi diceva l’amico mio, erano
divertentissimi: le scene comiche tra gli Asiatici e gli Europei che o
non s’intendevano o riuscivano a intendersi per via di vere pantomime,
facevano morir dalle risa gli spettatori. Con le dame gli stranieri
erano d’un’arditezza molto vicina all’impertinenza: nessuno propriamente
capiva ciò che dicevano, ma s’indovinava che dovessero dire cose enormi.
Alle cinque la commedia si svolgeva nella sezione idroterapica dello
Stabilimento, dove gli Afgani prendevano la doccia. E alle cinque io
scendo ai bagni, per andare a vedere; ma, appena mi scorgono, i tre
Afgani s’arrestano, si turbano ed esclamano ad una voce:
-- Siamo perduti!...
Questi Afgani erano tre miei amici piemontesi, i quali, per passar
mattana, per dimenticare certi loro dispiaceri e per -épater les
bourgeois-, avevano combinato di fingersi originarii dell’Afganistan,
adoperando una lingua di loro invenzione, che è poi un italiano
scombussolato secondo certe regole non molto difficili da ritenere. Ed
ecco che la mia presenza li rovina!
-- Qui bisogna far le valigie! -- esclama Tito Castelli, e Giovanni
Gabotti: -- Si salvi chi può! -- Io avrei promesso di fingere di non
conoscerli, per godermi lo spettacolo; ma, sapendosi scoperti, essi non
erano più capaci -- e neppur io, in verità -- di star serii. Deliberarono
di partire la sera stessa, e, senza scendere a -table d’hôte-, mi
vollero con loro a pranzo, in camera di Gabotti. Il ricordo delle scene
più divertenti della loro farsa li metteva tanto di buon umore, che non
badavano alle bottiglie vuotate; all’arrosto erano più che brilli.
Ciascuno vantavasi di aver detto alle signore, in quel linguaggio
convenzionale, le cose più incongrue di questo mondo; e come io,
udendole riferire, mi mostravo un poco scandalizzato, Grolla disse:
-- Va là, che meriterebbero d’averle ripetute in buon italiano! -- E
allora, tutt’e tre, cominciarono a dir cose, contro la più bella metà
del genere umano, che neppure i Padri della Chiesa han detto le simili.
Ella sa infatti, contessa, che secondo San Pietro la donna è vipera
fischiante, secondo San Bernardo opera del diavolo, secondo San Cipriano
peste, contagio, ruina... e le faccio grazia del resto. Dopo la frutta,
il cameriere venne a portarci la nota, che essi avevano chiesto di
pagare: doveva essere molto salata, perchè Castelli apostrofò il
tavoleggiante così:
-- Giovine! Noi ci siamo spogliati della cittadinanza afgana, ma il tuo
padrone ci vuol ridurre in camicia!
Io feci notare che il padrone aveva messo nel conto le beffe che s’eran
prese di lui e degli altri; e Grolla esclamò:
-- Hai ragione; tutto si paga!...
-- Anche l’amore!
-- Specialmente l’amore!...
Allora io li feci parlare. Erano mezzo ubbriachi: dissero la verità, la
verità vera, quella che alle volte non confessiamo neppure a noi stessi.
Grolla narrò:
-- Imaginate che io ero al mio primo amore. Altrettanto non posso dire,
in coscienza, dell’amica mia. Ella stessa mi dava a intendere che fosse
al secondo; ma credo piuttosto che convenisse servirsi dell’espressione
algebrica e chiamarlo -ennesimo-. Voi potete strappare alle donne la
verità intorno al loro passato, ma come potete tirare il tappo di
sughero da una bottiglia quando non avete cavaturaccioli: a pezzetto a
pezzetto. Or bene: a pezzetto a pezzetto io strappavo all’amica mia il
sughero -- voglio dire la confessione della verità. Ella aveva una
quantità straordinaria di gioielli; ma era tanto ricca, che avrebbe
potuto averne, senza che me ne stupissi, anche il triplo. Un giorno me
li mostrò tutti. Io notai che in qualcuno di quei braccialetti, di
quelle spille, di quei monili, erano tracciate certe iniziali, certe
date. Compresi che dovevano essere regali, i regali dei miei
predecessori. Le domandai: «Sono ricordi?...» Ella mi rispose, chiudendo
gli occhi: «Sì...» Notate che chiuse gli occhi non già perchè
riconosceva d’aver preso quel ben di Dio, ma semplicemente perchè
confessava alla fine d’avere avuto più d’un amante. Allora, se i miei
predecessori avevano creduto di dover aiutare la memoria di lei, non
dovevo anch’io mettermi in grado di non esser dimenticato? Qui però mi
cascava l’asino. Io non avevo quattrini nè sapevo come farne. Gli amici
miei ne avevano meno di me, e gli usurai mi negavano credito. Non vi
narro per quali vie tortuose e con quali disgustosi espedienti misi
insieme mille lire. Con mille lire credevo di poter fare le cose
decentemente. La mia idea era di offrirle un ricordo nell’anniversario
del nostro primo incontro. Ma come quel giorno s’avvicinava, la cosa
m’appariva meno facile di quel che avevo creduto. Ero alle mie prime
armi, vi ho detto. Cominciavo a temere di offenderla. Ella era molto
poetica, e tutte le cose dove entrano i quattrini sono molto prosaiche.
Bisognava trovare un’occasione propizia, inventare un modo lirico per
offrirle un oggetto di valore. Ma non avrebbe rifiutato? Non si sarebbe
sdegnata?... Io facevo un conto: ero stato con lei non più d’una
cinquantina di volte: a venti lire, venivano appunto mille lire. Mi
pareva, spendendo per lei tale somma, di pagarla a questa stregua; e
tutto il mio proprio lirismo -- ne avevo ancora! -- insorgeva, disgustato
ed offeso... Però, quegli altri, i miei predecessori?... Ma non mi
diceva ella d’amarmi a un modo diverso da tutti gli altri?... Non mi
giurava che, se era passata per altre prove, queste erano state tutte
tristi, anzi orribili, e che solamente io le avevo rivelato l’Amor vero,
con l’A grande? Dunque non avevo l’obbligo di comportarmi in modo
diverso dagli altri? Dunque non era da prevedere che ella avrebbe male
accolto l’offerta? Io mi tormentavo nell’imbarazzo, quando un giorno la
trovai tutta eccitata. Veniva dall’aver visto i doni nuziali raccolti
dalla figlia di una sua amica: cose regali. E cominciò a descrivere i
bagliori dei brillanti, le iridescenze delle perle, le fiamme dei
rubini; cominciò a noverare i fili delle perle, i cerchi dei
braccialetti, le gemme degli anelli. Era inesauribile; i suoi occhi
lampeggiavano. Io non l’udivo bene, pensando al caso mio, al modo di
conciliare il rispetto che le dovevo col desiderio, col piacere di
offrirle, non una di quelle cose sontuose che ella descriveva, ma la
cosuccia che il mio biglietto laboriosamente messo insieme m’avrebbe
permesso di comperare. Ed ecco che adesso ella descriveva un orologio:
«Una cosa non di gran prezzo, ma d’un gusto, d’un gusto!...» E intanto
che diceva com’era fatto, io pensavo che forse con le mie mille lire un
oggetto simile potevo procurarmelo; ma dove? Altro imbarazzo: io non
avevo pratica dell’oreficeria. Se avessi potuto dirle: «Vuoi cercarne
uno eguale, affinchè io mi procuri il piacere di offrirtelo?...» ma come
dire questa cosa? Avrei dovuto dirgliela abbracciandola, all’orecchio,
piano, per non offenderla; o piuttosto prender le mosse più da lontano,
così per esempio: «Senti... vorrei dirti una cosa; mi prometti che non
me la negherai?...» L’espressione del mio volto, per quella cogitazione,
doveva essere molto curiosa, se a un tratto ella mi disse,
interrompendosi: «-Non temere, sai: non te lo descrivo perchè tu me ne
comperi uno eguale-...»
Gabotti e Castelli picchiarono coi pugni sulla tavola, ridendo
sgangheratamente.
-- Ah! Ah! Bellissimo!... Straordinario!... Ah! Ah! Ah!... E tu, allora?
-- Io, allora, le offersi le mille lire, perchè appunto ella scegliesse
qualcosa di suo gradimento...
-- E le prese? Le prese subito?
-- Subito, no; mezz’ora dopo, quando andai via...
Le risa salirono al cielo.
Rideva più di tutti Castelli; Gabotti faceva piuttosto per dire
qualcosa. Disse infatti, quando la clamorosa ilarità dell’amico sedossi,
con un’enfasi e una stravagante preziosità di linguaggio dentro alla
quale si sentiva uno sdegno amaro:
-- Il tuo caso, tuttafiata, non parmi eccessivamente inedito e
inopinabile. Vorrei quasi dire che è un caso alquanto ovvio. Ridotto
alla più semplice ed assiomatica espressione, lice formularlo così:
quando gli uomini dimenticano di pagare le donne, reclamano esse il
pagamento. Anch’io provai, altrafiata, un imbarazzo molto simile al tuo.
Sarò breve. Ero alle mie seconde armi. Avevo acquistato -- e pagato! --
una certa esperienza. Sapevo che, se avessi offerto qualcosa, non sarei
stato messo alla porta. Tuttafiata, prima di offrire, mi restava da
trovare l’opportunità dell’offerta. Una volta, nella ricorrenza di non
so più quale anniversario, mandai alla metà dell’anima mia un gran
fascio di rose bianche. Le rose bianche erano i fiori che ella portava
alla cintura il giorno del quale si celebrava il ricordo. Il dono fu
gradito in modo straordinario. La metà dell’anima mia mi disse, sul
tardi, quando andai a trovarla, che le avevo procurato un piacere
ineffabile. Non si stancava dal ringraziarmi; e come io tentavo di
sottrarmi a così grata lode dicendo che non avevo proprio un gran merito
nell’invenzion dell’omaggio: «-No!-» proferì ella: «-Tanto piacere non
m’avrebbe forse fatto una riviera di brillanti-...»
E allora le risate degli altri mi assordarono. Grolla, specialmente,
pestava coi piedi per terra, si dimenava sulla seggiola, come sul punto
di scoppiare:
-- -Forse!-... Ah! Ah! Ah!... Immenso quel -forse-!... Gotico!
Tricuspidale!... E allora, tu?
Il narratore concluse:
-- Allora io le offersi non una riviera, ma una piccola spiaggia!...
Restava Castelli, che non aveva detto ancora nulla. Io lo incitai a non
esser da meno degli altri e a raccontar la sua. Castelli, smesso di
ridere, narrò:
-- Io voglio riferirvi due frasi che udii dirmi, a uno stesso proposito,
da due donne diverse. Una apparteneva alla migliore società, aveva
ricevuto la più squisita educazione, esprimeva i sentimenti più
delicati. Eravamo amici da molto tempo, ed io avevo fatto per lei più di
quel che potevo. L’amavo molto, non credevo alla mia fortuna e non la
volevo perdere per paura di ricadere negli amori volgari, di dover
ricorrere un’altra volta alle mercenarie vili. Se spendevo ciò che non
avevo per quella donna, potevo forse dire di pagarla? Potevo dire di
pagare ciò che non aveva prezzo? In verità credo che con i miei doni
procurassi maggior piacere a me che a lei! Non già che le dispiacessero,
ma il mio piacere per il piacer suo era veramente grandissimo. Un giorno
le portai una cosa di molto valore. Quantunque i suoi occhi ridessero
dal contento, mi rimproverò e rifiutò d’accettarla; le pareva che fosse
troppo. Io le dimostrai che era niente. E dopo le mie eloquenti
dimostrazioni non oppose più difficoltà; ma, dopo avermi ringraziato con
effusione, mi domandò a un tratto: «-Ti costo molto?-...» Allora,
subitamente, io mi rammentai dell’altra frase che m’aveva detto, molto
tempo prima, un’altra donna. Era una mercenaria, una creatura degradata
e avvilita; una di quelle al cui increscioso ricordo sentivo sempre più
alto il valore della creatura eletta che ora mi accordava liberamente un
nobile amore. La mercenaria, un giorno che non sapeva come fare, che
forse non avea da sfamarsi, era venuta a trovarmi, ad offrirmisi. La
conoscevo da un pezzo, solevo chiamarla quando avevo voglia di lei, le
dimostravo una certa preferenza perchè mi dispiaceva meno delle altre.
Ma quel giorno avevo cose gravi alle quali badare, e la congedai.
Allora, con molta titubanza, a capo chino, mi chiese qualcosa come dieci
lire. Io le diedi, ella le prese e fece per andarsene. Giunta sull’uscio
si fermò, esitante; poi tornò indietro, mi venne accosto, e mi domandò
con voce sommessa, tentando di prendermi la mano: «-Non mi vuoi più
bene?-...»
UN’EQUAZIONE MORALE
-Mia buona amica,-
Precisamente: una punta di volgarità, da parte d’una creatura eletta,
ferisce tanto, quanto conforta un senso di delicatezza da parte di
un’avvilita creatura. Ella dice ch’è strano? Scusi, perchè? La stessa
idea di paragonare una signora con una mercenaria le pare sconveniente e
indegna. In generale, sì, ha ragione; ma non mi ha già concesso, altra
volta, che vi sono signore delle quali bisogna proprio dire che hanno
sbagliato mestiere? Ella mi vorrà da un altro lato concedere che, se la
più gran parte, anzi la quasi totalità delle mercenarie meritano il loro
avvilimento, ce n’è pure qualcuna che era degna di miglior sorte. Ora,
secondo che le signore galanti si degradano e che le mercenarie
s’innalzano, la distanza che le separa tende naturalmente a sparire e le
differenze si riducono tutte esteriori e trascurabili, fino al punto da
giustificare la curiosa impressione che provò una volta il mio amico
Raeli. Trascrivo ancora una volta dal suo -Giornale di bordo-:
«--... Tanto, proprio tanto piacere. Vi avevo già visto altre volte, da
lontano, insieme con quel vostro amico, quel magro, biondo -- toscano,
credo? -- e avevo domandato di voi ai comuni conoscenti. Mi rincresce
solamente di una cosa: vado via domani! Guardate che assedio: tutta la
roba sottosopra. Ma come si fa! Del resto, non conta: c’incontreremo
certo in qualche altro posto. Io vado a Milano, per le feste di Maggio:
è la stagione brillante. Poi sarò a Genova; in settembre partirò per
l’America del sud, dove farò un teatro. Canterò la -Carmen-, una parte
che mi va. L’ho studiata molto, con pazienza, con amore, sotto la
direzione del maestro Brunetti: lo conoscete? Fino a ieri avevo ancora
il pianoforte, pagavo trenta lire il mese d’affitto. Qui a Roma è tutto
d’un caro! Pago centosessanta lire il mese, per questo quartiere:
l’anticamera e la sala che vedete, la camera lì, con lo spogliatoio
dietro; da questa parte la stanza da pranzo e la cucina, delle quali
intanto non so che farmi, perchè vado sempre fuori a desinare. Vorrei
farvi sentire qualche cosa, ma come si fa? Avervi conosciuto un poco
prima! Non ho una gran voce; oh, proprio no; ma lo studio aiuta tanto; e
poi faccio assegnamento sull’azione scenica, sull’espressione
drammatica. E’ una parte brillante, elegante, che s’attaglia alla mia
natura tutta fuoco e brio. Non vi pare?»
«Io non avevo potuto ancora pronunziare una sillaba, tanta foga metteva
nel parlare la mia compagna. Era una creatura alta e bionda -- ma d’un
biondo innaturale -- e di forme vistose, ed anche bella in viso; d’una
bellezza tuttavia un po’ dura e forte che rivelava, con l’accattata
eleganza dell’abito e degli atteggiamenti, la nativa volgarità. Ma
andavo io precisamente in cerca di nobiltà, in quelle camere mobiliate
molto più volgari della persona che le abitava?... Benchè fosse giovane,
non si poteva giudicare esattamente dell’età di costei: aveva forse
venticinque anni, forse trentacinque. Le braccia, nude dal gomito in
giù, e le mani spoglie anch’esse dei guanti, erano fresche come quelle
d’una fanciulla; ma la carne del viso, troppo matura e quasi macerata,
riconosceva dai cosmetici il colorito e la finezza. Sotto l’ala
grandissima d’un gran cappello di paglia sontuosamente impennacchiato di
rosso, gli occhi grigi, slavati, acquistavano una fattizia vivacità
grazie al bistro del quale eran tinte le occhiaie e al nero artificiale
delle sopracciglia. Un violento profumo di -Jockey-Club- sprigionavasi
dall’abito rosso e giallo dove le linee del taglio di moda erano
esagerate fino alla stravaganza. A ogni moto del capo le grosse buccole
di brillanti -- o di -strass-? -- mandavano fiamme multicolori.
«-- Io ho sempre avuto, -- continuava ella frattanto senza darmi tempo di
rispondere un monosillabo, -- una grande inclinazione, una vera passione
per l’arte. Ah, l’arte! l’arte! Le sublimi impressioni che procura a chi
la comprende, a chi vive di essa e per essa! Ma che volete! Se fossi
stata libera di fare a modo mio! Volevo dedicarmi al canto sin da
ragazza; a quest’ora sarei già innanzi nella carriera, avrei l’avvenire
assicurato, non dovrei dipendere da certe persone con le quali non
voglio più avere nessun rapporto di nessuna specie. E invece mi tocca
litigare, salire e scendere scale, tener conferenze con avvocati e
notai: considerate un po’ voi se una donna come me è fatta per queste
cose! Eppure bisogna far così, per tutelare i miei interessi, per non
passar da stupida agli occhi di mio marito. Del resto io chiedo soltanto
ciò che ho diritto di chiedere, e nessun tribunale al mondo potrebbe mai
darmi torto. Mio marito mi paga una pensione di duecentocinquanta lire
il mese, e per esser puntuale finora è stato puntualissimo; ma posso io
correre il rischio di dipendere da lui, di dovergli correr dietro se un
bel giorno, per una ragione qualunque, per il gusto di farmi dispetto,
per amareggiarmi la vita ora che grazie a Dio non abbiamo più niente di
comune, gli saltasse il ticchio di rifiutarsi? Ne è capacissimo: pensate
se lo conosco, dopo cinque anni di martirio, di vero martirio vissuti
con lui! Un uomo volgare, senza istruzione, senza educazione, incapace
di comprendermi; buono per una contadina, adatto a rendere felice una
stupida qualunque, non una persona come me. La colpa è tutta della mia
famiglia; io non volevo sposarlo; imaginate che fino alla vigilia delle
nozze m’ero proposta di risponder di no al municipio e in chiesa; ma
come si fa, ero una ragazza di sedici anni, dove potevo prendere tanto
coraggio? E ciò che ho sofferto in cinque anni non si può ridire: ci
sarebbe da scrivere tutto un romanzo. Una volta m’ero anche messa a
buttarne giù le prime pagine. Scrivo un poco, ho dato qualche cosa alla
-Crisalide-; ma come si fa? Anche il direttore del -Pensiero- voleva che
gli mandassi qualche corrispondenza di tanto in tanto, e finora non ho
proprio potuto: non ho tempo. Conosco molti letterati, però: il
Rampelli, Diego Giostra, la -Principessa azzurra-. Con quest’ultima
siamo intime: facemmo conoscenza ai bagni d’Acqui, due anni addietro: ci
siete stato? Una stagione elegantissima. C’era tutta la società
piemontese, anche quelli che non avevano bisogno della cura e venivano
per semplice diporto: la marchesa Briziè, la contessa Garresio, tante
altre signore con le quali si stava sempre insieme. Ce n’erano anche di
quelle che facevano le schifiltose, che pareva si contaminassero a stare
insieme con gli altri; e poi se ne sentivano delle belle, sul conto di
certe santarelline. Ma a me non la danno a intendere, sapete, le così
dette donne oneste! Del resto ci siamo divertiti lo stesso; anzi di più;
gli uomini erano tutti di scelta compagnia, figuratevi che venne anche
Sua Altezza Reale il duca del Monferrato; anzi si fece una volta un
gruppo fotografico, tutti insieme: guardate qui sul divano: vedete Sua
Altezza? Questa qui dovrei esser io! Poi c’erano molti giovanotti
dell’aristocrazia, molti signori francesi, parecchi artisti che per mio
conto io preferisco agli altri: tutta gente di spirito, con la quale c’è
sempre da apprendere qualche cosa mentre si scherza e si ride. Lì ho
conosciuto Balducci, il commediografo Salsi, e Filipponi, il pittore
mantovano, sapete?...»
«Il torrente delle sue parole, quando pareva arrestarsi un momento
dinanzi a un punto interrogativo o esclamativo, precipitava indi più
rapido come, dopo un ostacolo, l’acque scorrenti. E seduto al suo
fianco, io restavo immobile e attento quasi pendendo dalle sue labbra,
come se quei discorsi m’interessassero fuor di misura. Ma già cominciavo
a non più udire, e un sentimento sorgeva dentro di me, un sentimento di
curioso stupore.
«-- Anch’io disegno un poco: da ragazza facevo qualcosa di non troppo
brutto; ma poi ci ho perduto la mano. Disegnavo a pastello e mi ero
anche messa all’acquarello e alla pittura a olio giusto poco prima del
matrimonio, quando mi fidanzai. Da quel tempo non feci più nulla: appena
adesso riprendo il lavoro. Faccio il mio ritratto; aspettate, ve lo
voglio mostrare. Dev’essere in questa cartella. Ma che confusione, mio
Dio! Non mi par l’ora di sistemarmi a Milano, dove ho già fissato un
quartierino in via dei Rastrelli, sapete, vicino alla Posta. E’ vero che
non ci resterò più d’un mese, ma come si fa! Dove diamine l’ho ficcato?
Doveva essere proprio qui. Ah, eccolo; guardate...
«Era un pastello appena abbozzato; poche linee stentate e qualche ombra;
una cosa tutta puerile.
«-- È cominciato da poco, però non credo che verrà male: il mio amico
Marcorati vorrebbe anzi ch’io lo mandassi all’esposizione -In arte
libertas- -- ella pronunziò -libertàs-; -- ma ancora è un po’ presto per
giudicarlo degno di tanto onore. Lo copio da questa fotografia del
Sorgato di Venezia, ma correggo poi dal vero, perchè la mia figura è di
quelle che la fotografia non coglie mai bene. Forse dipende anche un po’
dai fotografi, che ordinariamente non capiscono niente e lascian fare
alla macchina, senza intelligenza, senz’arte. Non basta mettersi dinanzi
al modello; bisogna saperne cogliere l’aspetto più favorevole, più
adatto, più caratteristico; perchè il vero può anche non essere
verisimile. È quel ch’io predico sempre, a proposito della scuola
naturalista, che di questi tempi inonda il campo dell’arte di produzioni
dove la verità nuda e cruda non fa palpitare il cuore, non suscita il
più piccolo ideale. La verità è certo una gran bella cosa; e nessuno può
preferirle in buona fede la menzogna; ma io domando e dico che bisogno
c’è di riprodurre la realtà volgare dalla quale siamo circondati?
Purtroppo di certe cose e di certi spettacoli non possiamo farne a meno
come vorremmo; e se ci disgustano quando sono veri come è possibile
gustarne la rappresentazione? Perciò io non leggo più Zola. Riconosco
benissimo che è un forte talento, un genio anche, se vogliamo; ma è
troppo brutale, urtante, sconveniente addirittura. Quella -Terra-, per
esempio: non ho potuto andare oltre i primi capitoli, ma proprio non ho
potuto. E’ una cosa veramente dispiacevole che un’artista di quella
forza lì si perda in mezzo al sudiciume. E poi dite quel che vi piace,
un libro deve insegnare qualche cosa, deve procurare di renderci
migliori. Io non faccio la predicatrice; certamente sappiamo tutti che
la vita è quella che è, ma quando uno prende la penna in mano deve
venirci a dire qualcosa di diverso, di nuovo, d’interessante. Deve
interessare il cuore e divertire lo spirito sopratutto; e che cosa
volete? Zola non mi diverte e tanto meno m’interessa. Mentre Ohnet! Ed
anche Feuillet! Ma Ohnet specialmente! Quel -Padrone delle ferriere-!
Quella -Contessa Sara-! Che verità e che fascino! Che scienza del cuore
umano! Ecco come tutti dovrebbero scrivere! Ma quando si prende in mano
uno di questi libri, io non so: è impossibile più metterli da parte,
bisogna andare sino in fondo, sino a perderne il sonno e l’appetito. E
il -Romanzo d’un giovane povero-! Romanzo e commedia, due capolavori!
Nella commedia recitai anch’io una volta, in casa Critta, a Bologna: il
teatro m’ha sempre affascinata: se non avessi potuto darmi al canto a
quest’ora sarei già sulle scene di prosa. Cesare Rossi mi fece l’anno
scorso una mezza proposta: non era splendida, naturalmente, per una
esordiente; ma l’avrei accettata a ogni modo se non avessi avuto di
meglio...»
«Così il discorso svolgevasi, inesauribile, passando da un argomento
all’altro, con giri tortuosi, con salti improvvisi; ed io restavo sempre
lì, immobile più di prima, ma non più attento, anzi molto lontano,
infinitamente lontano da quel luogo e da quella donna. Con gli occhi
della mente io ne vedevo ora un’altra, l’Idolo dei tempi andati, la
creatura della cui perdita non m’ero mai tanto crucciato come un’ora
innanzi, quando, in cerca di distrazioni, per uccidere l’immensa noia,
per procurarmi un istante d’oblio, avevo seguito costei la cui voce mi
faceva ora l’effetto di un confuso ronzio, in mezzo al quale solo di
tratto in tratto afferravo un lembo di frase. E non era molto umano il
mio cruccio? Il valore da noi attribuito alle cose ed agli esseri non è
sempre relativo e tutto dipendente dal reciproco paragone al quale li
sottoponiamo? Non mai, pertanto, come in presenza di quella volgare
creatura io avevo apprezzato il valore dell’Altra già stimata nobile e
rara. Perchè, dunque, superato il primo momento di tristezza e quasi
d’ambascia, la meraviglia avea occupato il mio spirito? Perchè mai,
soltanto a considerare gli artifizii di eleganza, l’esagerazione del
taglio e lo sfoggio di colori nell’abito che la mia compagna indossava;
soltanto a esaminare l’affettata ricercatezza delle mosse e dei gesti di
costei, già inconsapevolmente il paragone istituitosi nel mio pensiero
cominciava a dare risultati diversi dai primi, e dove avevo visto un
abisso, vedevo ora simiglianze ed affinità? Disprezzavo tanto l’antico
oggetto dell’amor mio fino a giudicarlo poco diverso da questa donna che
cercava clienti per le strade?... Certo, la critica nasce quando la fede
muore; ed io che avevo un tempo attribuito tutte le bellezze e tutte le
grazie a un’indegna, mi trovavo ora in una disposizione d’animo che
avrebbe umanamente spiegato la radicale mutazione del mio giudizio; ma
questo giudizio nuovo dipendeva tanto poco da considerazioni
interessate, che il mio primo movimento, nel ricordare il passato, era
stato tutto di rammarico. Il giudizio mi s’imponeva, invece, e derivava
interamente dall’esame del quale facevo oggetto la donna che mi stava
dinanzi. Come avrei potuto restare indifferente alla rivelazione d’una
fisionomia morale che offriva tanti strani, imprevisti riscontri con
quella che un tempo m’avea deliziato? Quell’ostentato e così mal
corrisposto amore dell’arte del quale la mercenaria faceva sfoggio,
quante volte non era stato addotto dall’altra? E, segno più notevole,
entrambe quelle donne chiedevano all’arte un contenuto morale, mentre
una di esse faceva pubblica professione di immoralità, e l’altra... sì,
l’altra s’era posto sotto i piedi tutte le leggi e tutti gli
scrupoli?... Avevo però io veramente il diritto di riconoscere queste
cose? Non avevo io stesso amato d’un immorale amore, spingendo l’antica
amante ad una nuova caduta?... Tuttavia pensavo che c’è una specie di
virtù anche nella colpa, come c’è una specie di logica nella pazzia.
Perchè dunque la donna che ebbe il fiore del mio sentimento, alla quale
io volli esser legato da un legame indissolubile, non se ne contentò e
scese ancora per le scale del vizio, se non perchè appunto del vizio
ella aveva l’istinto ed il genio?... E negava l’onestà delle altre, come
questa -- incontro ancora più rivelatore! -- e quando aveva riconosciuto
la falsità della propria situazione s’era giustificata rigettando la
colpa sugli altri, sulla famiglia, sul marito -- come questa, ora!...
Intanto che la ciarliera continuava a citar nomi di gente nota, ad
enumerare le sue relazioni e a giudicar di tutto e di tutti con una
vanità e una presunzione più grossolane, ma non essenzialmente diverse
da quelle dell’altra; intanto che a furia di rovesciar parole sopra
parole ella si contraddiceva, dimostrando a propria insaputa d’aver
detto una quantità di menzogne -- ed anche l’altra non aveva quest’abito?
io non riuscivo a spiegarmi, tanto n’ero stupito, come entrambe quelle
donne si fossero lagnate con le stesse precise parole del destino che le
aveva unite con uomini indegni di loro: «Una persona sciocca, egoista,
volgare, incapace di render felice una donna come me!...» -Come me-,
cioè vana, ingannatrice e falsa, a cominciare dal viso imbellettato e
dai capelli tinti, fino al cuor sordo ed alla mente vuota! -Come me-,
cioè perfida, sfrenata ed impudente fino a pretender negli altri le cose
delle quali ella era la negazione vivente...
«-- Ho troppo sofferto, -- udivo dire in quel punto, -- e adesso -vo’
prender la mia rivincita-: non è forse giusto? -Sono ancora giovane e
piacente-, ho ancora molti anni dinanzi a me per compensare quelli
passati fra tante angustie. -Vo’ conoscer la vita-, vivere anch’io,
libera come l’aria, arbitra di me stessa: -voglio amare, lottare,
soffrire anche, che importa? ma vivere!-...
«E facendosi vento col grande ventaglio di piume bianche, dalle stecche
di tartaruga bionda, che agitava con moto largo e maestoso, s’atteggiava
a gran signora, non dimostrava alcuna maraviglia, anzi pareva tutta
soddisfatta nel vedere questo strano avventore pendere dalle labbra di
lei, chinare il capo in atto ossequente a tutto ciò che ella diceva,
senza toccarle la punta di un dito... E dalla tristezza, dal rancore,
dalla maraviglia io passavo finalmente a un senso di sottile
compiacimento spirituale. Ero venuto a cercare il piacere dei sensi e
trovavo quello del pensiero, nel curioso paragone psicologico che s’era
imposto alla mia attenzione e mi forniva gli elementi d’una specie
d’equazione morale. Come l’esercizio d’uno stesso mestiere e l’influenza
d’uno stesso ambiente imprimono nelle persone nativamente più dissimili
un carattere di simiglianza, così tra la mercenaria e la dama che in
condizioni e a patti diversi vivevano dell’amore, le differenze
s’andavano riducendo, per adoperare ancora il linguaggio delle scienze
esatte, infinitesimali e trascurabili: la cortigiana nel salire verso la
signora, questa nel discendere, tendevano a darsi la mano. Fra quelle
due anime si poteva veramente già porre il segno dell’eguaglianza.»
LE CICATRICI
Le nuove pagine del giornale di Ermanno Raeli che ultimamente io le
trascrissi non le sono dunque piaciute, incontentabile amica, quanto le
prime. Me l’aspettavo. Non vi si parlava di poesia, una signora vi era
agguagliata ad una semplice mercenaria: ella quasi ritoglie pertanto
alla memoria del povero amico mio la stima che prima gli aveva concessa.
Per vero dire ella si degna di ammettere l’esattezza dell’equazione
morale di Ermanno, ma teme che, «secondo il solito,» da un caso
particolare io tragga conseguenze troppo generali. Si rassicuri: se un
tempo caddi in questo errore, dopo che ella m’ha dato sulla voce starò
più attento e andrò più cauto. Io non affermerò, per non farle
dispiacere, che quasi tutte le signore galanti somigliano troppo alle
mercenarie; dirò invece che, alle volte, c’è delle mercenarie che
valgono più delle signore galanti...
Per fortuna, molte centinaia di chilometri ci dividono, e se io le
faccio rabbia, sono, come direbbe un artigliere, fuori del tiro della
rabbia sua. Il meno che potrebbe capitarmi, se invece di scriverle
queste cose glie le dicessi, sarebbe d’esser messo alla porta. Ma forse
ella non spingerebbe fino a tanto lo sdegno; come non l’ha finora spinto
fino a rimandarmi indietro, senza leggerle, queste mie lettere. Loro
signore hanno una passione irresistibile che si chiama -curiosità-. E’
naturale: poichè non conoscono, e non possono e non debbono conoscere
certi fatti umani, i fenomeni sociali troppo tristi, le miserie, le
vergogne, le piaghe, tutto il lato della vita che resta nell’ombra e nel
mistero, ma del quale presentono l’importanza, sono cupide di saperne
qualcosa dagli uomini, la cui molteplice e libera esperienza non ha
secreti. Non dico che se la gente sapesse di che cosa le scrivo ella non
m’ingiungerebbe di smettere; ma -- sia sincera! -- poichè nessuno sa gli
argomenti delle mie lettere, ella se ne sdegna, va bene, ma poi le
aspetta curiosamente.
Già una volta io dovetti parlarle d’un luogo che i chinesi chiamano
poeticamente -barca di fiori-, ma dove di poesia non ce n’è punta. Le
vicende di questa nostra discussione epistolare mi fanno andare un’altra
volta là dove il grande Poeta di cui non potei dirle il nome fece la
veglia dell’arme. Senza dubbio le sciagurate che popolano queste case
hanno perduto quasi sempre le ultime vestigia dell’umana dignità e sono
oggetto di orrore e di ribrezzo; ma non possono esse talvolta ispirare
un altro sentimento, tutto caldo, tutto cristiano, il sentimento della
pietà? Quando la loro miseria sembra inguaribile, non possono esse dar
prova che erano degne d’un meno infame destino?....
Io le narrerò quel che accadde una volta ad un altro poeta, non grande
come l’Anonimo, ma certo non infimo. Ella non dirà così che nelle mie
lettere non c’è mai poesia. Quest’altro sognatore, adunque, una sera che
i fumi del vino gli avevano annebbiato il cervello, si trovò non
solamente incapace di resistere agli incitamenti della chiassosa
compagnia con la quale aveva banchettato, ma perfino di giudicare dove
fosse e che cosa facesse. Se, nella prima gioventù, arso di amore, egli
non aveva troppo badato, come tutti gli altri uomini, al bicchiere nel
quale dissetavasi; con gli anni era divenuto molto riguardoso, e le
nobili amicizie nelle quali aveva attinto alte ispirazioni lo avevano
per sempre distolto dagl’impuri piaceri che un tempo erano per lui amari
argomenti di torbidi canti. L’arte sua, da principio degna d’un
orgiastra, impudica, satanica, piena di volute reminiscenze
baudeleriane, erasi purificata; egli rideva ormai dei suoi antichi
atteggiamenti e non comprendeva perfino come avesse potuto trovar
materia d’arte -- d’un’arte sia pure corrotta -- nelle case del vizio.
Senza dubbio i ricordi delle letture, le imagini rettoriche delle quali
la sua mente era popolata, e non già le dirette impressioni della realtà
avevano alimentato la sua antica produzione; mutata ora la disposizione
del suo spirito, egli era certo che dove un tempo aveva trovato creature
diaboliche, tragiche vittime o dolenti sorelle; dove aveva scoperto
l’antitesi della carne impura e dell’anima vergine, dell’oro e del
fango, del riso e del pianto, non avrebbe rinvenuto altro che la più
vile stupidità. Senza sua volontà, pertanto, anzi a propria insaputa, si
destò quella sera accanto a una donna che gli aveva gettato le braccia
al collo, una creatura bella e strana ad un tempo, grande, forte, con
una testa che pareva sbozzata nel marmo, a larghi tratti, rassomigliante
tutt’insieme a qualche animata statua della cacciatrice Diana. Ma la
fredda e quasi scultorea espressione del viso era animata dagli occhi
azzurri, dolci e ridenti come un celeste spiracolo. I capelli castani,
crespi, foltissimi e corti, le mettevano sulla nuca come un casco enorme
ed opprimente; una lunga veste azzurra, stretta alla cintura, stretta ai
polsi, pudicamente copriva tutto il suo corpo ed era appena aperta
intorno all’attaccatura del collo, tanto tuttavia da lasciar scorgere,
sulla pelle bianchissima, la riga esile ed ancora un poco più bianca
d’una cicatrice.
-- Che è questo? -- domandò il poeta quando si fu liberato dall’abbraccio
e per vincere in qualche modo l’imbarazzo al qual’era in preda.
-- Non vedi? -- rispose ella con un forte accento esotico sgraziato a
udire ma che si traduceva plasticamente in un vezzoso atteggiamento
delle labbra ed era, insomma, una stranezza di più. -- Non vedi? Una
cicatrice. E’ stato un colpo di coltello: potevo morirne. Trapassò il
polmone; quando fui guarita stetti tanto tempo tossendo. Il mio amante
mi fece questo, per gelosia; mi voleva bene!
E mettendo tratto tratto una mano sulla spalla del suo cliente,
costringendolo a prestarle attenzione, esclamando: «E senti!... e
ascolta!...» narrò la storia. L’amante suo, al quale non faceva senso la
rivalità di tutta la folla, aveva impeti di cruccio violento se ella
accordava un sorriso o se rivolgeva più spesso la parola o se stringeva
più forte la mano a qualcuno, al primo venuto. Le voleva proibire di
muoversi, di parlare, di guardare! Proibirlo a lei che s’era ridotta a
quella vita per non aver potuto tollerare l’obbedienza, che aveva
abbandonato il marito per non soffrire il suo dominio, per esser libera
di fare quel che le pareva?... E, da principio, l’amante non se la
prendeva tanto con lei quanto con gli uomini dei quali era geloso:
metteva mano alle armi per impaurirli e indurli a smettere. Quando ebbe
dato e ricevuto molti colpi di bastone e di rasoio, s’accorse che
sbagliava strada, che non doveva prendersela con gli altri ma con lei
stessa. E allora cominciarono le minaccie terribili di morte e di
sfregio. Non le parlava più se non con il coltello in mano, tenendola
afferrata per il collo, facendole sentire il freddo della lama sulle
guance, sulla gola, sul seno, alzando continuamente il braccio in atto
di ferire. Ed ella esclamava: «Su, vediamo se sei buono!... Andiamo,
presto!... Ma su!...» E poichè egli non riusciva a compiere le minacce,
ella gli consigliava compassionevolmente: «Vattene, piuttosto, e non ci
tornare più... Non è affar tuo!... M’hai seccato, insomma!...» Finchè un
giorno che le aveva ingiunto con più furore di smetterla e che ella gli
aveva risposto con maggiore durezza: «No! Vattene, se non ti piace!
Ammazzami, se sei buono!...» egli aveva gettato un grido, affondando
l’arma con tutte le sue forze. Subito dopo s’era messo a fare come un
pazzo e a piangere come un bambino, credendola morta; ma ella lo aveva
costretto a fuggire, a nascondersi; e aveva asserito d’essersi ferita
cadendo, e lo aveva salvato dalla galera e dalla fame, togliendosi il
pane di bocca per sovvenirlo nel rifugio da lei stessa procuratogli.
La narrazione di questo amore fatta con grande volubilità, divagando,
sorridendo, cantilenando, procurò un gran senso di freddo al poeta, il
quale, interamente tornato in sè, avrebbe pagato qualche cosa per essere
fuori di quel luogo e lontano da quella creatura. Come doveva esser
mostruosa, se l’amore non l’aveva redenta!... Ma imbarazzato più d’un
adolescente alla sua prima scappata, egli non sapeva ancora come fare
per andarsene, quando la donna, credendo esaurita la curiosità di lui,
si mise a cantilenare:
-Amour, mystérieux oiseau?-
e cominciò a slacciarsi il corpetto. Allora egli scorse, sulla mammella
destra, in prossimità del capezzolo, un’altra riga più piccola, un’altra
cicatrice più bianca, più sbiadita, appena notabile sull’avorio della
pelle; la cicatrice d’un’altra ferita meno grave ma molto più antica.
-- E questo? -- domandò, punto da una malsana ma prepotente curiosità
dinanzi a quella turpe carne crivellata. -- Un altro colpo di coltello?
La donna rispose, sorridendo un poco:
-- Oh, no! Un’operazione dolorosa, un taglio che dovettero farmi, al
primo latte.
-- Hai avuto figliuoli?
-- Due.
E riprese a narrare. Uno l’aveva avuto col marito, dieci anni addietro;
il secondo -dopo-. Suo marito era matto per quel bambino, ed anche per
lei; a segno che, dopo la sua prima fuga con un ufficiale, la riprese in
casa quando costui la lasciò. Ma ella era insofferente del giogo
coniugale, e la rischiosa avventura e il perdono ottenuto, invece di
persuaderla a restarsene tranquilla, la spinsero a ricominciare. E una
seconda e una terza volta il marito innamorato la riprese con sè, la
sottrasse alla fame, all’ultima perdizione. Si stava bene in casa di
lui; era un armatore inglese venuto a stabilirsi a Marsiglia, e faceva
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