sono d’un altro genere: vuol sapere dove scendo, a Milano: se vi ho casa, se scendo all’albergo, quale albergo le consiglio. Dico: «Vada da Spatz». Un’altra filza di quesiti; finalmente si decide per Spatz. Siamo di là dal Po. Si dichiara contentissima d’aver fatto il viaggio con me. Anzi, osservo, la fortuna è mia. «Venite a trovarmi, domani; ripartirò doman l’altro, con l’espresso delle 6 e 20.» Rispondo che temo di disturbarla; insiste: «Venite dopo colezione; mi troverete in casa; non ho da fare nella seconda mezza giornata, la passeremo insieme». Si arriva a Milano; ripete: «Venite; vi aspetto». Io l’aiuto a scendere, l’accompagno fino al carrozzone dell’albergo; nel salutarmi insiste: «Dunque, non mancate.» «Il domani, che fu ieri, io sto un bel pezzo in forse: l’idea d’essere sottoposto a un altro interrogatorio mi spaventa; ma poi penso che ogni soggetto di domande è stato esaurito durante quelle cinque ore di viaggio. Inoltre mi spinge la curiosità di vedere Donna Clara a casa sua, quantunque questa casa sia un albergo. Sei mai stato a farle visita? E neppur io, come nessuno di tutti quelli che conosco. Che cosa fa? Perchè gira il mondo? Perchè non resta due settimane di seguito in un posto?... Ma la curiosità di guardare un poco dentro a quell’esistenza misteriosa non è tanto forte da impedirmi di ricorrere a un piccolo espediente per evitare il pericolo di un’ora di noia mortale; così, invece che alle due, vado al -Milano- alle quattro, nella previsione che Donna Clara non ci sarà e che me la caverò con un biglietto di visita. Arrivo all’albergo, e Donna Clara c’è. Salgo su, ed entro in un salottino mezzo scuro, dove odo una voce che in tono di discreto rimprovero mi dice: «Disperavo di vedervi arrivare. Sono due ore che v’aspetto!». Balbetto qualche scusa, stringendole una mano che stende verso la mia. Seggo, ed abituati gli occhi alla penombra, vedo a poco a poco disegnarsi la figura di Donna Clara. E’ distesa sopra un’ampia poltrona; porta una veste da camera gialla, a lungo strascico, guarnita di merletti neri: una cosa incredibile! I capelli non le si arruffano come di consueto sulla fronte e sulle tempie; ma sono elegantemente acconciati. Trasformazione totale! Per l’aria c’è un odore composito ed acutissimo. E niente Betsy!... Io rinnovo le mie scuse per il ritardo, invento una serie di brighe impreviste. Donna Clara mi parla dell’albergo, della sua corsa mattutina per la città; e niente domande! Guardando un poco per il salotto, io scopro la scaturigine dell’odore: sopra il pianoforte c’è un vaso con un magnifico mazzo di fiori: una quantità enorme di rose che fanno corona ai calici purissimi di tre o quattro gigli. Di che cosa mi parla Donna Clara? Di un libro di versi che sta leggendo e che le piace molto: a un certo punto cerca sul -guéridon- il volume e me lo porge. «Avvicinatomi per prenderlo io scopro che l’odore non viene soltanto dai fiori: da tutta la persona di Donna Clara esala un profumo di non so che cosa. Mentre sfoglio il libro ella s’accomoda meglio sulla poltrona, rovesciando il capo sullo schienale e stendendo le gambe che si delineano sotto le pieghe della veste. Allora, non so come, non so donde, non so perchè, un’idea mi passa per il capo: un’idea inverisimile, assurda, bislacca: che Donna Clara sia... donna! T’è mai venuta, quest’idea? Hai creduto mai possibile che costei susciti un desiderio?... Ma è un lampo, e passa subito. Ella m’invita a leggere qualcuno di quei versi -- versi inglesi, s’intende -- ed io eseguisco. «Come vi piacciono?» Dichiaro che sono bellissimi; in verità ci ho capito poco o niente. «Leggete,» mi dice, «-La spalliera dei lilla-.» Cerco nell’indice questa spalliera, e leggo. Mi accorgo di leggere malissimo, d’amputare qualche piede a certi versi e di crescerne parecchi a certi altri; ma Donna Clara non mi corregge: riprende il volume, rilegge il componimento, lo traduce in francese, e si passa la lingua sulle labbra. «Secondo lampo. Io penso, e mi stupisco di pensare, che se Donna Clara si tagliasse la mani e la testa, tutto ciò che si vede, quel corpo, sotto quella veste, forse potrebbe indurre in tentazione. Passa anche questo lampo; ma Donna Clara, seguitando a discorrere tranquillamente del più e del meno, accavalca una gamba sull’altra, si rovescia di più sulla poltrona e di tratto in tratto mi guarda... E’ dunque possibile? I miei sensi sono pervertiti fino a questo punto? Mi lascio sedurre da un profumo, dal taglio di un abito, fino a rimaner lì, imbarazzato, col cappello in mano, senza trovar nulla da dire?... Sostiene ella stessa la conversazione; io rispondo qualche monosillabo; a un certo punto faccio per congedarmi. «Così presto?» dice; «fermatevi un altro poco!» E suona, per il the. Prendendo il the si parla di viaggi; Donna Clara s’alza e va a cercare una cartella di fotografie. Me le mostra ad una per volta, e siamo così vicini che il suo profumo mi dà alla testa. Per fortuna le fotografie finiscono, e torniamo a sedere. Vedo che imbruna e ritento di andarmene: nuovo invito a restare «... se non avete meglio da fare...» Seggo a un altro posto e Donna Clara racconta una storia. Non ascolto neppur una delle sue parole, tutto occupato dalla stranezza di quel che avviene in me. Ma io debbo essere ammalato! Pensare: Donna Clara!... Quarantotto anni!... Forse anche quarantanove!... E quelle mani! E quel naso! E quei denti!... E se i miei amici sapessero?... Che cosa diranno se sapranno una cosa simile? Dove andrò a nascondermi?... E se Donna Clara si offende e non lascia che?... Via! via! Non facciamo sciocchezze!... Torno in me, afferro a volo il soggetto del suo discorso e mi rimetto in carreggiata, rispondendole, interrogandola. La sua storia finisce ed ella chiama, per il lume. Alla luce della lampada che il cameriere ha acceso io mi stupisco della rapidità con la quale il tempo è passato: che cosa sono stato a fare due ore lì dentro? A un tratto s’ode la prima campana del pranzo. Questa volta m’alzo per battermela. Donna Clara mi fa: «Aspettate un altro momento: verrà adesso Betsy.» Insisto per lasciarla in libertà: mi risponde: «E Aspettate che venga Betsy!» e scotendo lentamente un piede riprende a discorrere. Allora un’altra idea mi balena per il capo: che quegli inviti reiterati, quell’eleganza, quei fiori, quei profumi, tutte quelle spese siano state fatte per sedurmi.... Ma è una cosa tanto balorda che rinsavisco del tutto. Chi ha mai imaginato Donna Clara nei panni d’una seduttrice? Chi ha mai pensato che sotto quelle gonne si possa trovare un corpo di donna? Non deve ella possedere ancora intatto il tesoro della sua verginità? Ed io?... Sia lodato il Signore: una specie di doccia gelata mi seda. Mentre ella vuol sapere quando ci rivedremo e se capiterò quest’inverno a Parigi, mentre mi dice di andarla a trovare a Roma, io torno a pensare ciò che ho sempre pensato: che Donna Clara è una di quelle povere creature senza bellezza, senza grazia, senza sesso, le quali cercano un compenso alle mancate gioie dell’amore col dedicarsi tutte ad una causa, col lavorare al conseguimento d’un ideale religioso o sociale. Come ho potuto dimenticare queste cose?... Ed ecco sonare la seconda campana, ed ecco Betsy che s’affaccia dall’uscio. Ci alziamo nello stesso tempo. Donna Clara mi stende la mano nodosa, stringe la mia cordialmente, mi ringrazia della compagnia. Io ringrazio Iddio che mi ha tenuto le sue sante mani sul capo. Avrei fatto un bel marrone, eh? E se mi metteva alla porta? O, peggio, se mi dava del matto? Avrei avuto quel che meritavo, è vero?.... Allora Donna Clara, lasciata la mia mano, va al pianoforte, spicca un giglio dal mazzo e viene ad offrirmelo dicendo, molto tranquillamente: -- -E questo per la vostra virtù.- LA VENERE DI SIRACUSA Grazie, amica gentilissima, dell’amabile letterina. Tutti i miei sospetti e tutte le mie supposizioni sono dunque senza fondamento, ed ella non m’ha scritto per un motivo semplicissimo, «per mettermi,» dice, «alla prova». L’esperienza pare sia andata secondo i suoi desiderii; io dirò che, se lei se ne contenta, sono contento anch’io. Quanto a Vico Dastri, avevo proprio indovinato; ella mi scrive che questo mio amico è «insoffribile ma delizioso;» stasera, appena lo vedrò, gli voglio riferire il suo giudizio. Non abbia paura: Dastri non si avrà a male dell’«insoffribile,» anzi se ne compiacerà molto più del «delizioso.» Gli dia anche dell’«impertinente,» perchè egli pensa che quando un uomo è apprezzato dalle donne, vuol dire che vale pochissimo... E, da ultimo, quanto alla sentenza dell’amico mio ed alla storiellina del -Giglio-, ella mi dice una cosa -- onore al merito! -- giustissima. Sì, Bernazzi avrebbe potuto essere un poco più galante con la Hundington e, pure non spingendo le cose fino a un punto troppo rischioso, dare a quella donna qualche soddisfazione di amor proprio; se così avesse fatto, il vantaggio sarebbe stato tutto suo. Vedendolo andar via dopo due ore che erano soli in una camera d’albergo senza che egli le avesse detto una parola amabile, quasi si fosse trovato dinanzi a un altro uomo, Donna Clara, che aveva fatto unicamente per lui tante spese di civetteria, fu scusabile se, ferita nella vanità muliebre, lo punse con l’ironica offerta del simbolico fiore dell’innocenza; se invece egli avesse dimostrato d’appetire la sua compagna, se avesse finto di lodare la bellezza che la poveretta non possedeva, ella naturalmente si sarebbe schermita, per modestia o mentita o sincera, ed egli si sarebbe potuto ritrarre lasciando di sè un lieto ricordo. Per ottenere questo risultato Bernazzi doveva fingere. Mentre Donna Clara gli pareva disgraziata e peggio che brutta, ridicola, egli doveva darle a intendere che la giudicava seducente. Questa finzione, questa menzogna non sono molto biasimevoli. Tanto è naturale che gli uomini appetiscano avidamente le donne, che essi, come quasi tutti i maschi animali, non debbono quasi aver preferenze: dinanzi a qualunque persona del sesso diverso hanno da rammentarsi del proprio. Quella specie di diritto che le donne hanno acquistato alla lode, alla deferenza, alla reverenza di questi uomini, non riconosce la sua origine nel dovere sessuale di costoro? Noi possiamo asserirlo. Sicuramente la debolezza del sesso chiamato appunto debole diede agli uomini l’obbligo di rispettare e proteggere le loro compagne, specialmente quando il cristianesimo fortificò nei cuori umani i sentimenti di fratellanza e di carità; ma se le donne fossero state deboli senz’altro, voglio dire senza esser necessarie agli uomini, questi non le avrebbero nè protette nè rispettate; e la predicazione d’amore del cristianesimo sarebbe stata poco feconda. Invece gli uomini hanno tanto bisogno di piegare le donne, che per ottenerne l’assenso le esaltano: essi si sono obbligati a lodarle, a incensarle, tutte, indistintamente. Dinanzi a una vecchia, a una gobba, a una storpia, si comportano galantemente perchè da questo loro contegno le giovani e le belle li giudichino degni d’essere amati. A onor del vero bisogna riconoscere che questo calcolo è divenuto incosciente. Bisogna riconoscere ancora che, talvolta, non c’è calcolo di sorta, nè cosciente nè incosciente, e che un istinto pervertito oppure un particolare sentimento induce gli uomini a dimostrare amore per donne vecchie od orribili. Ha ella letto quella novellina di Catulle Mendès dove si discorre del giudizio di Don Giovanni?... Quando l’anima del morto eroe compare dinanzi al Giudice supremo, tutte le donne che in vita egli ingannò, offese e perdè, sorgono a deporre contro di lui: le accuse sono innumerevoli, le testimonianze schiaccianti; pare inevitabile la più severa condanna; ma ecco sorgere a un tratto una vecchia, una donna che già conobbe le dolcezze dell’amore e, volendo ancora gustarle, non le potè più trovare quando, per gl’insulti del tempo, gli uomini già supplici e adoranti la fuggirono e la derisero. Or bene, Don Giovanni, l’insaziabile, non fece come gli altri; si chinò verso di lei, la raccolse, le procurò ancora una volta gli spasimi ineffabili... e per questa carità d’amore egli è perdonato! Catulle Mendès fa opera di fantasia, ed io so che ella non tiene nessun conto delle finzioni. Le narrerò dunque un fatto, una storia vera e non una novella. Il protagonista è un romanziere francese che ebbe gran fama verso la metà di questo secolo e che si legge ancora, quantunque l’opera sua, innegabilmente rivelatrice d’un grande ingegno, non procuri le squisite impressioni e i fremiti arcani dei quali sono avidi gli amanti della dea Arte. Senza tanti discorsi: Eugenio Sue. Eugenio Sue, dunque, s’atteggiava, come tutti gli scrittori del romanticismo, a depravato; ma forse, o senza forse, era naturalmente sano, e la troppa salute dovè nuocere alla sua grandezza se è vero che il genio è una malattia. Per dimostrare la propria corruzione egli narrava agli amici alcune gesta che Alessandro Dumas riferisce giustamente come altrettante prove di bontà. Oda questa. Una sera l’autore dell’-Ebreo Errante- seguì per via una di quelle creature che i Francesi chiamano -filles- forse perchè non sono mai madri, e salì in casa di lei. In un angolo della camera -- lascio parlare l’autore dei -Tre Moschettieri- -- egli vide un mucchio di scialli, di vesti, di stracci, dai quali usciva tratto tratto un sospiro. -- Che cos’è? -- domandò il Sue. -- Non ci badare, -- rispose la mercenaria: -- è una mia amica. -- Una donna, quell’affare? -- Ma sì! -- E dove ha cacciato la testa? -- Non puoi vederla, la tiene nascosta fra le mani. -- Perchè? La mercenaria, chinatasi allora all’orecchio del romanziere, gli spiegò: -- Il suo amante le ha gettato in viso del vetriolo: è tutta sfigurata... E la disgraziata, compreso che parlavano di lei, ruppe in pianto. Eugenio Sue le si fece dappresso. -- Ah, povera ragazza! -- esclamò. -- Ti duole, è vero, di non poter più fare la vita? -- Qualche volta... -- rispose la sfregiata, sogguardandolo di tra le dita. -- Qualche volta... quando vedo un bel giovane come te... Allora il Sue andò a spegnere la candela... e poi lasciò anche due luigi sul caminetto. Lo scrittore che con tanta simpatia studiò le umane miserie nei -Misteri di Parigi-, fece dunque una doppia elemosina alla infelice, e noi non possiamo dire quale delle due riuscì più gradita: il denaro o l’amplesso. Sicuramente uno scrupolo caritatevole, l’idea di consolare la deturpata, di dimostrarle che, nonostante la perduta bellezza, qualcuno poteva ancora chiederle -- e darle -- la sensazione d’amore, spinse Eugenio Sue a quell’atto. Egli che quasi invidiava l’infame reputazione del marchese di Sade -- il quale era semplicemente conte -- diede una vera prova di gentilezza. Ma che riesca facile imitarlo non è da credere. Quando pure ogni uomo volesse fare la carità d’amore alle donne orride, gli accadrebbe, novantanove volte su cento, come a quei pietosi che, posto mano alla borsa per dare una moneta in elemosina, la trovano vuota... Far concepire una speranza e non appagarla è senza dubbio molto peggio di non far niente; talchè chi prevede di trovar vuota la borsa farà bene di non portarvi la mano... Tuttavia, quando pare che le ricerche siano inutili, può ancora darsi che una moneta si trovi in fondo a qualche scompartimento, e l’atto di carità non è, alle volte, tutto caritatevole, perchè una donna orrida di viso può ancora avere un corpo perfetto; e allora, superata la repugnanza per il viso deforme, l’ammirazione per il rimanente spiega la possibilità d’un atto che non è più generoso, ma interessato. La sciagurata in cui Eugenio Sue s’imbattè aveva soltanto il viso rovinato; le sue forme erano rimaste intatte. Gli anni che sciupano troppo presto la faccia visibile lasciano durare più a lungo le celate bellezze; l’amore per una donna che pare finita mentre possiede ancora secrete seduzioni da far valere resta pertanto spiegato. Senza dubbio le due bellezze sono diversamente importanti, e se le donne, non potendole avere entrambe, fossero costrette a sceglierne una, è certo che tutte eleggerebbero d’avere un volto stupendo con un corpo sgraziato, e nessuna si contenterebbe d’avere un corpo divino con un’orrida faccia. Il giudizio degli uomini forse non sarebbe altrettanto sicuro, e più d’uno, pensando che il viso è una parte troppo piccola e non troppo importante, si rassegnerebbe alla sua bruttezza pur di trovare venusto tutto il resto della persona da amare. Io già la vedo, cara contessa, battere le mani e godere cogliendomi in fallo. Ella dice che l’amore degli uomini deve pur essere materiale, volgare e indegno, se preferisce la consistenza delle membra stupide e inerti, trascurando la perfezione del viso che è il vivo specchio dell’anima. Sì, la bellezza della faccia importa specialmente per questo: che la faccia, la bocca, gli occhi esprimono le interiori qualità della creatura, e la cordiale simpatia e il puro sentimento non si possono destare senza la bellezza del viso. Per una donna orribile di volto e apprezzabile soltanto in ciò che non si vede, si potrà provare un amore fatto soltanto di desiderio, un amore quasi costretto a nascondersi come nascoste sono le qualità di chi lo ispira; ma non è sempre vero, mi consenta di dire, che, tolto il viso, il resto del corpo sia stupido e inerte e senza espressione. Ne domandi, se non mi crede, agli artisti, ai pittori, agli scultori specialmente: li sentirà affermare che, a parte la faccia, l’eleganza delle forme, la purezza dei contorni, l’armonia delle proporzioni hanno una loro propria virtù espressiva e producono, più che un moto di cupidigia, un senso di pura felicità, un vero e proprio e tutto morale sentimento. Ed io le voglio a questo proposito narrare un altro fatterello che fa proprio al caso nostro. C’è nel Museo nazionale di Siracusa un meraviglioso pezzo di scultura greca: una statua di Venere, dinanzi alla quale si resta compresi di stupore e quasi di religioso rispetto. Però, mentre la fama delle sue sorelle di Milo, dei Medici, del Campidoglio, vola per il mondo, la Siracusana è quasi sconosciuta, e solo i vagabondi inglesi che non sdegnano spingersi fino nell’estrema Sicilia sanno qualcosa di lei. Poichè ella non l’ha veduta, avrei il dovere di dirgliene una parola; ma, per fortuna mia, un grande scrittore francese che amò, come gli scialbi figli dell’Inghilterra, girare per il mondo, descrisse con mano maestra la statua della Dea. Riferendole la pagina del Maupassant io eviterò che ella mi accusi di mania descrittiva e mi risparmierò una prova della quale sento tutto il pericolo. Come potrebbero infatti le mie parole esprimere la sublime bellezza del marmo greco? Prima di tradurre il passaggio del mirabile prosatore, io le riferirò una sua dichiarazione. Discutemmo già intorno al prezzo che la bellezza degli uomini ha per le donne, ma non abbiamo detto quanto la bellezza delle donne sia importante per gli uomini. È bensì vero che questi uomini sono tanto accensibili che qualunque donna, anche non bella, può essere oggetto del loro desiderio; tuttavia il desiderio ardente, se per un verso è di facile contentatura, è anche capace d’apprezzare molto più che il tepido le qualità dell’oggetto; così noi vediamo che, mentre tutte le donne possono essere desiderate, pure il loro dovere è di essere belle. Ciò che io vorrei farle particolarmente notare è che l’ammirazione degli uomini per la bellezza arriva a tal grado, da liberarsi dall’istinto erotico che la determina e da mutarsi in un culto quasi ideale, in un sentimento estasiato e purissimo. Già Enrico Heine aveva malinconicamente confessato: «Io non ho mai amato altro che statue e donne morte...» Guido de Maupassant dice: «Se avessi da scegliere fra la più bella delle creature vive e la donna dipinta da Tiziano, io preferirei la donna dipinta da Tiziano». Capovolgiamo la proposizione e facciamo che una donna debba scegliere fra il più bell’uomo vivo e l’Apollo del Belvedere: costei sceglierebbe... un abbonamento a un giornale di mode. L’autore di -Bel-Ami-, dunque, avendo visto nell’album d’un viaggiatore la fotografia della Venere siracusana, narra che s’innamorò di lei «come ci si innamora d’una donna viva. Ella, probabilmente, mi decise a fare il viaggio: io parlavo e sognavo di lei assiduamente prima ancora d’averla veduta.» E arrivatole dinanzi così comincia a parlarne, senza nominarla, quasi non si possa dubitare di chi parla: «Entrando nel museo la scorsi in fondo a una sala, bella come l’avevo imaginata... Non è la donna poetizzata, la donna idealizzata, la donna divina o maestosa come la Venere di Milo; è la donna come realmente è, come noi l’amiamo, come la desideriamo, come vogliamo abbracciarla. E’ grassa, col petto forte, l’anca potente e la gamba un poco pesante; è una Venere carnale che sogniamo coricata vedendola in piedi. Il braccio che ha perduto nascondeva le mammelle; la mano che le resta solleva un drappo per ricoprire, con un gesto adorabile, le grazie più misteriose. Tutto il corpo è fatto, concepito, inchinato per questo movimento tutte le linee vi si concentrano, tutto il pensiero vi corre. Questo gesto semplice e naturale, pieno di pudore e d’impudicizia, che nasconde e mostra, vela e rivela, attira ed evita, sembra definire tutta l’attitudine della donna sulla terra;» -- (quell’attitudine contraddittoria, ella noti di passata, sulla quale ho già richiamato la sua attenzione). -- «E il marmo è vivo. Vorremmo palparlo, con la certezza che cederà sotto la mano come carne. I fianchi, segnatamente, sono animati e belli in modo inesprimibile. Si svolge in tutta la sua grazia la linea sinuosa e grassa dei dorsi muliebri che va dalla nuca ai talloni e che mostra, nel contorno delle spalle, nella rotondità decrescente delle anche e nella lieve curva del polpaccio assottigliato fino alla caviglia, tutte le modulazioni della grazia umana. Un’opera d’arte non è superiore se non quando è nello stesso tempo un simbolo e l’espressione esatta di una realtà. La Venere di Siracusa è una donna, ed è anche il simbolo della carne.» Qui il Maupassant fa una digressione per parlare di quell’amore misterioso e mistico che suscita la testa della Gioconda e lo sguardo di certe donne vive. La Venere di Siracusa non ha testa. E ciò nonostante, quantunque per la mancanza del viso e dello sguardo parrebbe dover mancare anche l’espressione, ella ha pure il suo significato. Se lo sguardo di certe donne ci dice cose che realmente non sono nelle loro persone e determina in noi un’esaltazione per la quale ci crediamo capaci di spiccare le stelle dal cielo, altre eccitano nelle nostre vene l’impetuoso amore dal quale è uscita la nostra razza. «La Venere di Siracusa è la perfetta espressione di questa bellezza potente, sana e semplice. Ella non ha testa! Che importa? Il simbolo è perciò stesso più integro. E’ un corpo di donna che esprime tutta la poesia reale dell’amplesso.» Ora un pittore tedesco amico mio, Franz von Rödrich, andato anche egli in pellegrinaggio a Siracusa per ammirare il portentoso marmo, ne restò, come accadde al Maupassant e come accade a quanti hanno occhi, turbato e quasi oppresso. Egli non era solo, un giovanotto suo connazionale lo accompagnava. Dovevano partire il domani per Malta e Tunisi, e non sapevano come occupar la serata in quella piccola città che, racchiudendo tante memorie d’un grande passato, è troppo sprovveduta delle attrattive della vita presente. L’artista sarebbe andato a letto se avesse potuto dormire, se la contemplazione del capolavoro non l’avesse sconvolto come ci sentiamo sconvolti incontrando una troppo bella creatura di carne e d’ossa. Seguì pertanto, sperando distrarsi, il suo giovane amico, al quale la vista della Venere aveva messo addosso un’altra febbre, meno pura e più facilmente guaribile. Nonostante il contrario consiglio di un cicerone di piazza, l’acceso giovanotto volle andare in cerca di veneri vive; e la turpitudine del luogo e l’orrore delle due sole creature che lo popolavano non valse a tranquillarlo; scelta la meno orrida, andò con lei. L’artista restò solo, disgustato, pentito di aver accompagnato il troppo ardente amico, e con la mente perduta dietro la raffigurazione della sublime bellezza della statua, col rammarico di non essere vissuto ai tempi che gli artefici incontravano i viventi modelli di simili opere. Siracusa! La Magna Grecia! La statua di marmo pario! La Venere callipige! Ateneo e Lamprido!... Egli ripeteva tra sè quei classici nomi, quasi assaporandoli, quasi esprimendone la secreta virtù prima di abbandonare i memorabili luoghi dove forse non sarebbe tornato mai. I luoghi erano immutabili, ma come il tempo aveva compito l’opera sua! Il teatro era vuoto, vestito d’erba; il tempio di Diana era divenuto una mediocre cattedrale di provincia: non più Dionisio udiva dall’alto dell’orecchiuta latomia le voci dei prigionieri; il papiro dell’Anapo dava inutilmente al vento le verdi chiome vegetali, spodestato dalla carta fatta di stracci. E che cosa era divenuta la razza, l’uomo e la donna, dopo tanti miscugli di sangue? Come paragonare, senza sentirsi stringere il cuore di pietà e senza fremere di sdegno, la statua del Museo alla turpe creatura che gli stava dinanzi e che tentava di eccitarlo?... A un tratto egli udì gridare: «Franz!... Franz!... Franz!...» Era la voce del suo giovane compagno. Franz accorse, cercandosi istintivamente un’arma addosso, credendo che l’amico chiamasse aiuto, rammentandosi le parole del cicerone che li aveva sconsigliati d’avventurarsi in quei luoghi... Egli s’ingannava, nessun pericolo li minacciava; il compagno lo chiamava per farlo partecipare alla sua meraviglia. La donna che questi aveva portata via, con una testa orribile e ignobile, irregolare, cotta dal sole, premuta da una zazzera untuosa come quelle delle Abissine, aveva il corpo della statua. Viva, calda, palpitante, essi si vedevano dinanzi la forma di Venere: avevano toccato il marmo ed era parso loro carne; ora toccavano la carne che parea marmo. Le loro mani tremavano nel premere le polpe scultorie; la loro meraviglia era estatica, non riusciva a saziarsi. Chi li avrebbe creduti, quando avrebbero narrato l’incontro? Aver visto la statua della Dea qualche ora prima, quelle forme che tutti i viaggiatori ammirano con un secreto senso di sfiducia, pensando che l’arte sola ha potuto plasmarle, ma che in realtà quella perfezione non esiste; e trovarle qualche ora dopo, non di pietra inerte, ma di muscoli elastici, e così perfette, in ogni parte, in ogni linea? Tutta lei, nel seno, nei fianchi, nel grembo: tutta lei, dai piedi al collo; solo la testa, la testa orrida e turpe, pareva una terracotta barbarica sovrapposta al marmo di Paros! Il signore di Sade, redivivo, avrebbe pensato di decapitare quel corpo; Franz von Rödrich ripensava le parole del Maupassant: «Non ha testa! Che importa? Il simbolo è per ciò stesso più integro. E’ un corpo di donna che esprime tutta la poesia reale dell’amplesso....» L’ESTRO Diciamo il vero, signora mia: la dose d’ingenuità della quale madre natura volle provvedermi dev’essere proprio grandissima se da due mesi, contro le ostinate denegazioni di lei, e con la previsione dell’inutilità d’ogni ulteriore insistenza, io persevero a dimostrare concetti che ella dice arbitrarii, riprovevoli e insostenibili. E giacchè siamo a parlare d’ingenuità, le confesso proprio ingenuamente che comincio ad essere un poco stanco di predicare, come si suol dire -- nè il paragone ha nulla d’offensivo per lei! -- di predicare, come si suol dire, al muro. Ella è più salda nelle sue idee di un buon muro di sassi e di cemento! E di questa cosa evidente, della quale le ho dato una moltitudine di prove -- senza che ella le abbia distrutte con prove contrarie! -- cioè che l’amore degli uomini è una passione fortissima, uno struggimento ineffabile, un impeto veemente, senza fine maggiore di quello delle donne, ella non si vuol persuadere. Ella mi ricanta il solito ritornello: gli uomini amano più con i sensi; ma con l’anima amano meglio le donne; l’amore degli uomini è più positivo e pratico; più ideale e poetico è l’amor delle donne!... Ma, in nome di Dio, entri in una biblioteca e ne sfogli il catalogo. Quanti sono i libri d’amore, d’amore romantico, poetico e ideale, scritti dagli uomini? Sono milioni! Quanti quelli scritti dalle donne? Forse uno, in proporzione. E tutta la poesia che esiste al mondo sarà stata scritta dagli uomini senza che essi la sentano; mentre invece soltanto le donne sentiranno poeticamente; le donne, che di questa loro sublime poesia non ci riferiscono neppure una rima?... E’ vero, è purtroppo verissimo che uomini e donne non si possono intendere perchè ciascun sesso considera le cose sotto un certo aspetto tutto suo proprio; ma c’è pure una logica superiore al modo di ragionare dei sessi; e questa logica dice che la poesia delle donne amanti dev’essere un sentimento mediocrissimo, se non si esprime, se non le spinge a cantare; mentre forte e grande e sublime è la prorompente poesia degli uomini innamorati che empiono il mondo dei ritmici gridi della loro passione!... Sissignora: la prima sartina incapricciata del primo commesso di negozio che le dice una galanteria, spasima d’ideale e poetico amore; mentre l’amore di Francesco Petrarca e di Alfredo de Musset, di Dante Alighieri e di Giorgio Byron, di Enrico Heine e di Ugo Foscolo e di Victor Hugo e di Leopardi e di Shelley e di Goethe e di Lamartine è una roba -- adesso scrivo in milanese! -- tutta prosaica e materiale! Io avevo messo da parte per lei, secondo la promessa fattale altra volta, alcune cose di Ermanno Raeli. Ella che non giudicò detestabili, come al povero amico mio parevano, le sue poesie, mi richiese di cercare se tra le carte del defunto se ne trovavano altre. Precisamente io avevo trovato un passaggio del suo giornale pieno di versi, e volevo trascriverli e mandarglieli senz’altro; ma la sua lettera odierna mi spinge a fare un’altra cosa. Queste poesie del Raeli sono intercalate in mezzo alla prosa, si riferiscono ad un suo stato d’animo, ai sentimenti che egli provava nell’atto di scrivere certe sue note. Or bene: egli aveva incontrato allora allora Massimiliana di Charmory e s’era innamorato di lei. Che cosa fu l’amor suo io narrai altra volta: qui ella leggerà dentro all’anima amante, assisterà all’improvviso divampar della fiamma. Perchè ella dia a queste note il loro giusto valore, comincerò col trascrivere le precedenti, le pagine anteriori all’incontro, nelle quali egli significa la sua depressione e il suo disgusto. Quando d’una donna che s’innamora ella mi riferirà qualcosa di simile, io le darò ragione. Noti che non le do ora queste pagine come sublimi: sono anzi molto mediocri, ma dimostrano di che straordinaria eccitazione, di che prodigiosa esaltazione, di che intellettuale e sentimentale fioritura è causa nel cuore d’un uomo l’amore. Ed eccole: avverto ancora che trascrivo senza mutare una sillaba, senza alterare neppure la disposizione dello scritto; rammento infine, per certe stranezze di stile, che Ermanno Raeli, come mezzo tedesco, scriveva spesso in un italiano tutto suo. ---- -Martedì, 3.- -- Piove. E’ la stagione floreale, e piove. Il cielo è di fuliggine, la terra è di fango. -Mercoledì, 4.- -- Ricomincia a piovere, l’aria è calda e umida, una viscida bava pare sia stata spalmata su tutte le cose da un popolo di lumache e di serpi. -La sera di Giovedì.- -- Un cielo di Goya, lubrico, infame, pieno di turpi visioni. -Sabato.- -- Ora un sole di fuoco scotta ed abbrucia. La campagna fumiga, tutte le putredini fermentano sotto la terra acre. -9 sera.- -- Questi fiori sono germinati dalla putredine. Mi disgustano tanto quanto certe carni di sozzi animali che si nutriscono degli escrementi. -Il 15.- -- Per le vie io mi diverto a osservare l’andatura delle persone. Alcuni strisciano tortuosamente come rettili, altri saltellano come conigli, altri incedono come pachidermi. E l’impronta animalesca è nei loro visi. Certi nasi sono proboscidi, certe bocche sono grifi; ecco due orecchie pendule come quelle del bracco. E gli occhi! gli strabuzzati occhi bovini, gli occhi ferini del gatto, gli occhi rapaci del gufo! E le mascelle prognate, come quelle degli antropoidi! Se io stesso mi guardo allo specchio, l’espressione bestiale che scopro nel mio viso mi abbrutisce. Siamo tutti bruti. Niente ci differisce dai bruti. Udite le voci: nel piacere si grugnisce, nella preghiera si miagola, nella collera si abbaia; il grido del nostro dolore è in tutto simile a quello del dolore animalesco. -Sera.- -- Io guardo le donne, le eredi della bellezza. Non una, non una che me la riveli. Già le forme sono troppo nascoste dall’abito; e l’abito è goffo, innaturale e snaturante. Molte, la più gran parte, ne sono oppresse come le testuggini dalla scaglia; altre, quelle che chiamano regine della moda, lo sfoggiano come il pavone le penne. E i visi sono artefatti, le chiome o tinte o accresciute di peli morti, tolti a cadaveri; la pelle vellutata dai cosmetici e dalle polveri, le orecchie stirate dai pendenti come tra i Barbari. Bene è che i corpi siano nascosti, senza di che noi vedremmo una più lamentevole vista! -Giovedì, 18.- -- Ho incontrato una bella donna. La mia critica non ha potuto esercitarsi su lei. Era bella. Ma, sovraccarica di vistosi ornamenti al pari d’un idolo, il suo viso era vuoto d’espressione come quello d’un idolo di stucco o di marmo. -Sabato, 20.- -- Queste bellezze muliebri sono tutte vuote. Il loro sguardo è stupido, come la loro mente è pigra. In nome di Dio, evitate di udirle se non volete piangere della loro sciocchezza. -Domenica.- -- Forse la colpa è mia? Forse è il mio occhio, il mio giudizio, quello che niente riesce ad appagare? Forse un troppo alto ideale mi fa sentire tutto meschino? Se io leggo nel libro d’un grande scrittore non ammiro tanto le pagine sublimi quanto m’indugio e quasi mi compiaccio dinanzi ai passaggi meno felici, ai segni della fatale umana imperfezione. Io sento tutto imperfetto, manchevole e maculato. -La notte.- -- I miei versi! Ho riletto i miei versi antichi. Miseria ed ignominia! Io ho scritto queste cose!... -Lunedì, 30.- -- Gli uomini si festeggiano mangiando insieme. L’animalesco bisogno del cibo, che bisognerebbe contentar da soli, di nascosto, si soddisfa in comune, solennemente, tra faci e fiori. Le bocche si aprono, le mascelle masticano, gli esofagi ingozzano il bolo che la saliva ha impastato... -Mercoledì, 14.- -- Non c’è poesia senza bellezza e senza amore. Dove trovare una bellezza e come nutrire ancora un amore? -Dopo un mese.- -- Come è lungo il tempo! -Tornando dal Museo.- -- La bellezza espressa dall’arte, nel quadro o nella statua, è quasi perfetta e certamente amabile. Ma è anche muta ed è anche falsa: nella realtà non esiste. -Sabato, 7.- -- Forse il solo spettacolo capace ancora d’accendermi è questo della natura. Le rive boscose che si riflettono nelle acque d’argento, le sinuose linee dei monti, ora graziosamente inclinate e digradanti, ora erte e sfidanti il cielo; un paese lontano in mezzo a un virido piano o ad una valle rocciosa; un promontorio che s’allunga come una schiena immensurabile, un seno d’acque lucenti al par d’uno specchio, attraggono l’occhio mio, mi contentano e acquetano. -Lunedì, 9.- -- Questa natura è sublime. Più la contemplo più sento un’eccitazione secretamente prepararsi dentro di me; ma tosto ritorno allo scontento e alla disperazione di prima pensando che non ho alcuno cui comunicare l’eccitazione mia. Se pure io trovassi una creatura cui sentissi di poter dire tutto ciò che s’agita nell’anima mia, come potrei dirle queste cose? Esiste una creatura non solamente capace d’intendermi ma di farmi parlare? -Martedì, 22, sera.- -- Eccola. -Otto ore.- -- E’ lei. -Mercoledì.- -- La mia mano trema. Non so più scrivere. Volevo fissare sopra una pagina lo stato dell’animo mio, dire il mio turbamento, esprimere la meraviglia, la gioia, la gioia ancor quasi incredula, la meraviglia quasi ancor sospettosa; volevo indagare il tumulto di sentimenti che imperversa dentro di me, e non ho potuto dir nulla. Forma della Bellezza, lo sguardo tuo mi parla. Io mi sento rinascere. Io sogno. Io vivo. Dice una voce chiusa che questo sogno svanirà; e non me ne dolgo, e la tristezza delle previsioni oscure è incapace di sedar la mia febbre. Da un canto interiore, dalla musica delle cose, io mi sento spronato come dal clangore d’un’epica marcia. Partirò, me ne andrò lontano, riprenderò la vagabonda mia vita. Ma la memoria sua, come una luce pura, schiarirà la mia vita. Che dire? Sinfonia. Il silenzio, la pace. Dormono l’acque dei ricordi, come uno stagno. Il silenzio, la pace; dormono le Memorie... Non è questo. Non so dire. Chi mi suggerisce? Tu Bellezza, tu Grazia, tu Dolcezza ti chiami... No, no, no. Forma della Bellezza, Anima sospirosa, non ti vedrò piú mai. Ecco. Ho trovato. Lucente Anima pura, perchè sul mio cammino prima non t’incontrai? Ah, se mi fossi apparsa quando, di fede acceso, anch’io credei, sperai! Quando non conoscevo il pianto e la vergogna! Allora io t’aspettai! Or che passata è l’Ora, mi son vietati i cieli sereni ove tu stai. Grazia, Purezza e Riso, l’orrore della vita non puoi saper, non sai. O, generosa e buona, conforto del tuo pianto alla miseria dài. Ma guai al vinto, se tenta ancora illudersi, sognare, sperare; al vinto, guai! No, la Speranza è morta per mano del Dolore: è troppo tardi ormai. Io sparirò. Ma innanzi di perderti per sempre, odi: vissuto ho assai se pur t’ho conosciuta, se a te d’accanto un giorno vivere meritai. Forma della Bellezza, Anima luminosa, non ti vedrò più mai, ma Fior della memoria, immacolata Idea, Spera d’ardenti rai, Faro delle mie notti, Sole dei giorni miei, eterna in me vivrai... Il pianto è dolce, soave, grato. Quantunque io disperi, la mia disperazione non è insopportabile. Forse una secreta inconfessata a me stesso speranza germina nell’anima mia? Vederla! Vederla! Ancora vederla! Nutrirmi ancora della sua vista! Voci di gioia. Parole arcane. Sospiri e fiamme. Ah! le parole, le parole sonore, clamorose, squillanti, le parole che dicano tutto, io so le parole, sento di poterle trovare. Come un liquore di fuoco scorre per le mie vene; io mi sento travolto da un turbine risplendente e risonante. Il tempo precipita. Ho bisogno di cantare. Io ho riso della poesia, me ne sono vergognato come d’un linguaggio ridicolo, fuor della vita, fuori del vero. Ora il linguaggio di tutti i giorni mi par rigido, frigido, vuoto ed ingrato. Io canterò la sua bellezza buona, io canterò la grazia sua soave. Ecco che le mie frasi, senza ch’io me ne accorga, prendono naturalmente la misura del verso. Cantare, cantare: sciogliere un inno che echeggi nei secoli! No, Ella non vuole. Un dolore secreto la rode. Ella non vuole udire i superbi canti della gioia, ma i canti sospirosi della pietà. Quale dolore cinge la sua fronte? Che visioni ricordano i suoi sguardi velati? Muta, lassa, dolorosa. Ella passa nella Vita. La divelta rosa langue, china il capo, scolorita. O pallore della fronte pura, della mano pura, o dolore senza fine delle labbra sigillate! Nostalgia d’altri cieli, agonia dell’amore: chi può dire la passione che la strugge? Chi guarire la potrà? Forse un’urna di memorie ha nel cuore, e di pianti sanguinosi la conforta. Taciturna, come morta. Ella passa. Che pietà! No, io non esercito più la mia critica. Che è la critica, l’ingrato, l’inutile, lo sterile esercizio? Io vivo, io vivo, io vivo. Crea la mia mente, il cuore palpita; le mie parole traducono il ritmo del cuore. La sera è calata. Io sono lontano da lei, ma così pieno di Lei come se Ella fosse compenetrata e confusa in me. Non alitar di vento, non voci; divino Silenzio. Già l’Ombra nuziale tutte le cose cinge... Un altro poeta già chiamò nuziale l’ombra. Io ripeto l’imagine felice. L’ombra è nuziale. Che altre imagini misteriose essa risveglia! Non bisogna indagare. Il velo dell’ombra nuziale cinge, nasconde tutte le cose. Le vegetali forme, immote nell’aria clemente, posano anch’esse in braccio al Sonno prestigioso. Il salice argentino che sogna? Che sogna il nebbioso ulivo, il rovo ardente, la folleggiante vite? L’anima della pia Desdemona bianca tremante erra d’intorno al salce, prega, sospira, geme. Sere lunghe d’inverno, il Ceppo, le fiamme guizzanti, gli urli dell’aquilone, i baci della neve sogna l’ulivo; e il rovo un cuor lacerato che gronda sangue, due rosse labbra, rosse di sangue umano. Danzar felici amanti al rezzo di folti aranceti, al carezzoso suono di flauti e di viole, correr Fauni e Baccanti, disciolte le chiome, roventi le fronti inghirlandate, mirano l’ebre viti. E i monti secolari, e l’acque perenni, voraci sepolcri di viventi, sognano anch’essi. L’Ere sognano disparite, i tempi che l’uomo non visse, le prime operazioni della virtù vitale. E l’Anima turbata, oppressa, smarrita, perduta, l’Anima vulnerata, l’Anima senza speme, l’Anima senza pace per nuovo prodigio si placa, le spasimate veglie tregua han di sogni alfine. Sogno! Visione! Ebbrezza! O come lontani i tormenti! Vinto è l’orrore, vinti i malefizii sono. Giorni delle speranze ingenue, dei buoni pensieri, giorni di pura fede, o tramontati giorni, ecco: sorgete ancora, risorge il Passato, la santa gioia dell’innocenza ecco fiorisce ancora. Anima tenebrosa, la luce t’inonda, il sorriso d’una miracolosa Anima sfolgorante schiara la notte tua, ti trae dagli oscuri perigli, nitidamente addita le vie della salute. Tempo, t’arresta! Vita, rattieni il tuo corso fatale! Sogno, sorridi ancora! Volgi tu eterna, o Notte!... Non alitar di vento, non voci, non suoni, non moti: alta, soave, augusta, o non sperata Pace! Ahi! Già si sbianca il cielo!... Distrutto è l’incanto supremo; fuggono le visioni, riede il dolor col sole... ANACRONISMO -Cara Contessa- Hauptig di Mannheim, celebre artista tedesco di cui ella avrà sentito qualche volta parlare, fu, anni addietro, in Italia, e precisamente a Roma. Abitava in una casa mobiliata, in via Margutta, dove stavano altri artisti; ma egli non aveva neppur veduto i suoi vicini, occupato com’era tutto il giorno a lavorare. Il lavoro di questo mutabile ed inquieto dilettante al quale nessuna forma dell’arte è sconosciuta consisteva allora nella pittura. Il suo studio, un immenso stanzone al quarto piano, riceveva luce, dalla parte del cortile, da due balconi aperti sopra un ballatoio che girava lungo tutti i quattro muri interni del fabbricato e sul quale si aprivano tutti gli altri balconi delle stanze di quel piano. Siccome non era diviso da cancellate, i casigliani potevano comunicare facilmente gli uni con gli altri; ma Hauptig, nascosto dietro le sue tele, non aveva notizie del resto del mondo. Un giorno, mentre disegnava un paesaggio, udì grida infantili e un rumore affrettato di passi e un esclamar minaccioso: -- Monella!... monella!... Egli aveva appena sporto il capo, quando vide una bella bambina di otto o dieci anni precipitarsi, dal balcone aperto, nello studio e quasi trincerarsi, con aria tra spaventata e trionfante, dietro di lui; mentre una donna, fermatasi sulla soglia, esclamava ancora, ma con voce più concitata: -- Torna a casa, monella!... -- e, alla vista del pittore, soggiungeva confusa: -- Scusi, signore... scusi... Questi benedetti bambini!... L’artista s’alzò, prese per mano la fanciullina, le diede una chicca e con belle maniere la rappattumò con la mamma. Giacchè era proprio la mamma, come egli seppe durante un breve scambio di nuove scuse e di complimenti. Così fece conoscenza con la vicina. Da quel giorno, la bambina che aveva guardato con grandi occhi attoniti le tele disseminate per lo studio, cominciò a fare qualche visitina al suo protettore d’un momento. Si metteva a sedere sopra uno sgabello e restava estatica a guardare il lavoro dell’artista, così tacita e tranquilla che spesso Hauptig ne dimenticava la presenza; finchè la madre, comparendo un momento dal balcone, chiamava: -- Rosetta!... Ancora a disturbare il signore?... -- e la piccolina, salutato gravemente il suo vecchio amico, andava via. La madre era molto bella; alta, bionda, ben fatta; ma Hauptig, dopo averla conosciuta, era rimasto più calmo di prima: non aveva neppur pensato di farle una visita, e la vedeva appena un istante, quelle rare volte che Rosetta, indugiatasi nello studio, la costringeva a venirla a chiamare. Nè, tanto meno, la donna mostrava d’esser rimasta turbata dall’artista; non aveva neppure avuto la curiosità, tante volte che s’era affacciata sulla soglia dello studio, di entrarvi. Un giorno che il pittore lavorava, solo, ella apparve dinanzi al balcone, col cappellino in testa e l’ombrellino in mano, come se stesse per andar fuori o rincasasse proprio allora. Disse: -- Rosetta, ancora qui?... -- ma la bambina non c’era. Hauptig si levò e andò a salutarla, spiegandole che la sua piccola amica non s’era vista. Restarono così un poco a parlare del lavoro del pittore; senza che nessuno dei due sapesse come, si trovarono vicini alla tela già quasi finita. Dinanzi al quadro, la donna espresse, con parole che parevano sincere, la propria ammirazione; e Hauptig, solleticato nella sua vanità d’artista, mostrò gli altri suoi studii. Per osservare con agio un grande cartone pendente da una parete, ella sedette un poco sul divano. Hauptig si mise al suo fianco, spiegandole il soggetto. E a un tratto, vicino a quella donna bella ed elegante che gli parlava il dolce linguaggio della lode, dal cui corpo esalava un profumo acuto e turbatore, l’artista che non le aveva ancora dedicato un pensiero sentì la vampa del desiderio salirgli alla fronte; ma d’un desiderio violento, furioso, che gli annebbiò la vista e gli fece allungare le mani... E quella donna che non s’era mai occupata di lui, che non aveva ancora avuto neppure la curiosità di varcare la soglia dello studio, si lasciò prendere come da amante amato... Non c’era stato fra loro null’altro fuorchè l’incontro di due desiderii e l’appagamento di due appetiti: l’artista tornò alle sue tele, la donna... a che cosa? Hauptig non ne sapeva nulla. Non sapeva se era maritata o vedova o libera, se aveva altri figliuoli, che cosa faceva in casa e fuori. La bambina tornava spesso a veder lavorare il pittore, e la mamma s’affacciava a chiamare: «Rosetta!» col tono un po’ corrucciato che soleva prendere quando la scopriva nello studio. Due, tre, parecchie altre volte ella tornò quando la bambina non c’era; nell’andar via gli dava convegno per un altro giorno, ma spesso non manteneva la promessa. Quando finalmente appariva, inaspettata, non dava ragione della mancanza; nè Hauptig ne chiedeva, un poco per discrezione, ma più per indifferenza. Quelle visite gli facevano comodo, e nient’altro; nè la sua amica chiedeva giuramenti o promesse, nè parlava di sacrifizii o di rimorsi. In quattro o cinque mesi non si scrissero un rigo, non scambiarono una sola parola -romantica-. Finalmente, stanco della pittura e chiamato in Germania da gravi interessi, l’artista annunziò un bel giorno che doveva partire. Nessuno versò una lacrima; si strinsero la mano da buoni amici che si debbono reciprocamente molte ore piacevoli. Ci fu, invero, la promessa di scriversi, e anzi Hauptig lasciò il suo indirizzo di Mannheim; ma nè ricevette nulla, nè si ricordò della promessa. I mesi passarono un dopo l’altro; passò un anno, ne passarono due. Dopo due anni egli aveva quasi dimenticato quella donna, la cui figura si perdeva in mezzo a tante altre incontrate un momento e scomparse, quando un giorno ricevette una lettera scritta con carattere sconosciuto. Era di lei. Gli si rammentava, sicura ch’egli l’aveva già obliata. Gli chiedeva sue notizie, glie ne dava di Rosetta e di sè stessa. Diceva d’aver sofferto, senza spiegare nè come nè perchè. Tutta la lettera era scritta con un tono d’affettuosità timida, umile e quasi paurosa. Sperava di ricevere una risposta. Hauptig, molto stupito, sospettò una cosa volgare ma naturale: colei preparava una domanda di quattrini. Però, curioso com’è, rispose senza far trasparire il suo sospetto, mantenendosi sulle generali. Ricevette una seconda lettera più calda della prima, e senza che avesse ancora risposto a questa seconda, una terza ancora più appassionata. Quella donna non aveva bisogno di danaro, ma d’un po’ d’affetto; con espressioni amaramente dolenti gli diceva di non aver raccolto sul proprio cammino altro che disinganni e tristezze; solo il ricordo di lui non era avvelenato, ed a lui si rivolgeva in un momento di nero sconforto. L’artista, un poco intenerito, un poco lusingato, ma più che altro curioso, rispose secondandola; e in breve le lettere di lei si moltiplicarono, piovvero tutti i giorni. Esse erano traboccanti di passione, scottanti di amore, bagnate di lacrime: Hauptig non ne aveva mai lette di simili. Ella non spiegava nulla, non diceva perchè era rimasta tanto calma quando, avendolo vicino, gli si era data senza sentir nulla per lui; nè perchè aveva lasciato passare due anni senza scrivergli una parola, quando poi, tutt’ad un tratto, il ricordo di quest’uomo doveva brillare nelle tenebre della sua esistenza, sino a fugarle. Ma aveva ella veramente bisogno di spiegare queste cose; e, benchè ignorasse le circostanze speciali nelle quali quella donna si era trovata al tempo del loro incontro e nelle quali si trovava adesso che tanta distanza li divideva, l’artista non era in grado di comprenderne la natura? Forse, quando s’erano incontrati, ella amava un altro, ed aveva ceduto a lui per capriccio, per curiosità, per debolezza; forse, con l’anima libera e serena, non aveva ascoltato altra voce fuorchè quella dei sensi: chi sa? Sono tante le ragioni per le quali il cuore resta freddo! Più rare sono quelle che lo infiammano; e la sofferenza della quale ella parlava non dava ragione del mutamento? Abbandonata, tradita, delusa, il bisogno di una cordiale consolazione era naturalmente nato in lei, ed ecco che la memoria di quell’uomo s’era ad un tratto svegliata. La rammentava egli ancora? Come pensava a lei? Perchè non le aveva mai detto una parola d’amore e non le aveva mai scritto? Aveva forse capito che, amando ella un altro, egli non poteva menar vanto del suo breve trionfo? L’amor proprio offeso lo aveva ridotto al silenzio? Forse egli era buono, diverso dagli altri, capace d’un sentimento sincero; forse anch’egli aveva sofferto... e non ci voleva altro che la spinta perchè, lavorando di fantasia, ella cominciasse ad attribuire tutte le qualità a quello sconosciuto e trovasse cento ragioni d’interessarsi a lui. Quando l’imaginazione aveva compito l’opera sua, ella aveva arrischiato la prima lettera; e per le risposte incoraggianti il sentimento era divampato, gagliardo e contagioso. Perchè, a leggere quelle lettere, a sapere quell’anima unicamente occupata dal suo ricordo, un turbamento profondo s’era prodotto nell’anima dell’artista; e quelle due creature che da vicino si erano amate al modo volgare, adesso che non si vedevano più e disperavano perfino di potersi mai rivedere, spasimavano entrambe d’ideale amore. Le ho voluta narrare subito questa storia, mia cara amica, per rispondere alle sue ultime osservazioni. Ella si compiace pensando che nelle anime grandi, ed anche nelle umili, che non siano però volgari, l’amore comincia con un puro commovimento. : , : 1 , , . : « 2 » . ; . 3 . . 4 , , . « , ; 5 , . » 6 ; : « ; ; 7 , » . 8 ; : « ; » . , 9 ; : 10 « , . » 11 12 « , , : 13 ; 14 15 . 16 , . 17 ? , . 18 ? ? 19 ? . . . 20 21 ; 22 , , - - , 23 24 . , . , 25 , 26 : « . 27 ! » . , 28 . , , 29 . 30 ; , , 31 : ! 32 ; 33 . ! 34 . ! . . . 35 , . 36 , ; ! 37 , : 38 : 39 40 . ? 41 : 42 - - . 43 44 « 45 : 46 . , 47 48 . , , 49 , , : 50 , , : . . . ! 51 , ? 52 ? . . . , . 53 - - , - - . 54 « ? » ; 55 . « , » , « - - . » 56 , . 57 , 58 ; : 59 , , , 60 . 61 62 « . , , 63 , , , 64 , . 65 ; , 66 , , 67 . . . ? 68 ? 69 , , , , 70 , ? . . . 71 ; ; 72 . « ? » ; « ! » , 73 . ; 74 . , 75 . 76 , . 77 : « . . . . . . » 78 . 79 , 80 . ! : ! . . . 81 ! . . . ! . . . ! 82 ! ! . . . ? . . . 83 ? ? . . . 84 ? . . . ! ! 85 ! . . . , 86 , , . 87 , . 88 89 : ? 90 . 91 . : « : 92 . » : : « 93 ! » . 94 : , 95 , , , 96 . . . . 97 . ? 98 99 ? 100 ? ? . . . : 101 . 102 , , 103 : 104 , , , 105 106 , 107 . ? . . . 108 , . 109 . , 110 , . 111 . , ? 112 ? , , ? 113 , ? . . . . , , 114 , , 115 : 116 117 - - - . - 118 119 120 121 122 123 124 125 , , . 126 , 127 , « , » , 128 « » . ; 129 , , . 130 , ; 131 « ; » , , 132 . : 133 « , » « . » 134 « , » 135 , . . . 136 137 , , 138 - - , - - ! - - . 139 , 140 , , 141 ; 142 , . 143 144 , 145 , , 146 , , , 147 ; 148 , 149 , 150 , , 151 . 152 153 . 154 , , 155 . , 156 . 157 , , 158 , : 159 . 160 , , 161 , 162 ? . 163 164 , 165 166 ; , 167 , 168 ; 169 . , 170 : 171 , , , . , 172 , , 173 . 174 175 176 . , , 177 , , 178 179 . 180 ? . . . 181 , 182 , , : 183 , ; 184 ; 185 , , 186 , , 187 , . 188 , , , ; 189 , , 190 . . . ! 191 192 , 193 . , 194 . 195 , 196 , , 197 198 . : . , , 199 , , ; 200 , , , 201 . 202 203 204 . . - - 205 - - 206 , . - - 207 - - - - 208 , , , 209 . 210 211 - - ? - - . 212 213 - - , - - : - - . 214 215 - - , ? 216 217 - - ! 218 219 - - ? 220 221 - - , . 222 223 - - ? 224 225 , , : 226 227 - - : . . . 228 229 , , . 230 . 231 232 - - , ! - - . - - , , 233 ? 234 235 - - . . . - - , 236 . - - . . . . . . 237 238 . . . 239 . 240 241 - 242 - , , 243 : 244 . , 245 , , , 246 - - - - , 247 . 248 - - - - 249 . 250 . 251 252 , 253 , , , 254 , 255 . . . 256 ; 257 . . . 258 259 , , 260 , 261 , , , 262 ; , 263 , 264 , . 265 ; 266 . 267 ; 268 269 . 270 , , 271 , , 272 , 273 . 274 , 275 , 276 , 277 . 278 279 , , 280 . , 281 , 282 , 283 . , 284 : , , 285 , 286 . 287 , 288 , 289 ; 290 , , , , 291 . , , 292 , , : 293 , , , 294 , 295 , , 296 , . 297 298 . 299 300 301 : , 302 . , 303 , , , , 304 , 305 . 306 , ; 307 , , , 308 , , 309 . 310 311 . 312 ? 313 314 , 315 . 316 , 317 . 318 , , 319 ; , 320 , 321 ; , 322 , 323 . 324 , 325 326 , . 327 : « 328 . . . » : « 329 , 330 » . 331 332 : . . . 333 . 334 335 - - - , , 336 , « 337 . , , 338 : 339 . » , 340 , : « 341 , . . . 342 , , 343 ; , , 344 , . , , 345 ; 346 . 347 ; 348 , , . 349 , , 350 , . 351 , , , 352 , , 353 ; » - - ( , , 354 ) . - - « . 355 , . 356 , , . 357 358 , 359 , 360 , 361 . 362 . 363 , . » 364 365 366 367 . . , 368 369 , . 370 371 372 , 373 . « 374 , 375 . ! ? 376 . 377 . » 378 379 , , 380 , , 381 , 382 . , 383 . , 384 , 385 , 386 . 387 , 388 389 . , , 390 , 391 , . 392 , 393 ; 394 ; 395 , . , , 396 , 397 , 398 399 . 400 401 ! ! ! 402 ! ! . . . 403 , , 404 . 405 , ! 406 , ; 407 : 408 ; 409 , 410 . , 411 , ? , 412 , 413 414 ? . . . : « ! . . . ! . . . 415 ! . . . » . 416 417 , , 418 , 419 . . . , 420 ; 421 . , 422 , , , 423 , 424 . , , , 425 : ; 426 . 427 ; , . 428 , ? 429 , 430 , 431 , ; 432 , , , 433 , , ? , , 434 , : , ; , 435 , 436 ! 437 438 , , ; 439 : « ! 440 ? . 441 . . . . » 442 443 444 445 446 447 448 449 , : 450 , 451 , 452 , 453 , . 454 , 455 , - - 456 ! - - , 457 , . 458 ! , 459 - - 460 ! - - , 461 , , 462 , . 463 : ; 464 ; ; 465 ! . . . , , 466 . , 467 , , ? ! 468 ? , . 469 470 ; 471 ; , 472 ? . . . , 473 474 ; 475 ; 476 , 477 , ; 478 479 ! . . . : 480 , 481 ; 482 , , 483 484 - - ! - - 485 ! 486 487 , 488 , . , 489 , , 490 . 491 , 492 ; 493 . 494 , , 495 . : 496 497 . : 498 , 499 . , 500 , 501 , 502 . 503 , . 504 : , 505 , , 506 . : 507 , 508 ; , 509 , , , 510 . 511 512 - - - - 513 514 - , . - - - . , . 515 , . 516 517 - , . - - - , , 518 519 . 520 521 - . - - - , , , 522 . 523 524 - . - - - . , 525 . 526 527 - . - - - . 528 529 . 530 531 - . - - - 532 . , 533 , . 534 . , ; 535 . ! 536 , , 537 ! , ! 538 , 539 . . 540 . : , 541 , ; 542 . 543 544 - . - - - , . , 545 . ; 546 , . , , 547 ; , 548 , . 549 , , 550 ; , 551 . 552 , ! 553 554 - , . - - - . 555 . . , 556 , 557 . 558 559 - , . - - - . 560 , . , 561 . 562 563 - . - - - ? , 564 , ? 565 ? 566 567 , 568 . , . 569 570 - . - - - ! . 571 ! ! . . . 572 573 - , . - - - . 574 , , 575 , , , . 576 , , 577 . . . 578 579 - , . - - - . 580 ? 581 582 - . - - - ! 583 584 - . - - - , 585 , . 586 : . 587 588 - , . - - - 589 . 590 , , 591 , ; 592 ; 593 , 594 , , . 595 596 - , . - - - . 597 ; 598 599 . 600 , 601 ? 602 ? 603 604 - , , . - - - . 605 606 - . - - - . 607 608 - . - - - . . 609 , , 610 , , , 611 ; 612 , . 613 , . . 614 . . ; 615 , 616 . , , 617 . , 618 , . , 619 , . ? 620 621 . , . , 622 . 623 624 , ; 625 . . . 626 627 . . ? 628 629 , , 630 . . . 631 632 , , . 633 634 , 635 , 636 . 637 638 . . 639 640 , 641 642 ? 643 644 , 645 , , 646 , ! 647 648 649 ! 650 ! 651 652 , 653 654 . 655 656 , , 657 658 , . 659 660 , , 661 662 . 663 664 , , , ; , 665 ! 666 667 , 668 : 669 . 670 671 . 672 , 673 : 674 675 , 676 677 . 678 679 , 680 , 681 , 682 683 , 684 , 685 , 686 687 , 688 , 689 . . . 690 691 , , . , 692 . 693 ? 694 695 ! ! ! ! 696 697 . 698 699 . 700 701 . 702 703 ! , , , , 704 , , . 705 ; 706 . 707 708 . 709 710 . , 711 , , . 712 , , . 713 , . 714 , , 715 . 716 717 , : ! 718 719 , . . 720 , . 721 722 ? 723 ? 724 725 , , 726 . 727 728 . 729 730 , 731 , 732 . 733 734 735 , 736 , 737 738 739 740 ! 741 742 , 743 744 : 745 746 747 ? 748 749 ? 750 751 752 , 753 754 755 . 756 , 757 . 758 . 759 ! 760 761 , . , , 762 , ? , , . 763 , ; . 764 765 . , 766 . 767 768 , ; . 769 . . . 770 771 . . 772 . ! 773 . , 774 . 775 776 , , 777 . 778 779 ? 780 , , ? 781 782 783 , , , . 784 785 , , , 786 , 787 788 ; 789 , , . 790 791 , 792 , 793 794 , , 795 , . 796 797 , , 798 , . 799 800 , , 801 . 802 803 , , , , 804 , , 805 806 , 807 . 808 809 ! ! ! ! 810 , . 811 812 , , 813 , , 814 815 : , , 816 . 817 818 , , 819 820 821 , , 822 . 823 824 , ! , ! 825 , ! , ! . . . 826 827 , , , : 828 , , , ! 829 830 ! ! . . . ; 831 , . . . 832 833 834 835 836 837 838 839 - - 840 841 , 842 , , , , 843 . , , 844 ; , 845 . 846 847 . , 848 , , , 849 850 851 . , 852 ; , 853 , . 854 , , 855 : 856 857 - - ! . . . ! . . . 858 859 , 860 , , 861 , , ; 862 , , , 863 : 864 865 - - , ! . . . - - , , 866 : - - , . . . . . . ! . . . 867 868 , , 869 . 870 , 871 . 872 873 . , 874 , 875 . 876 877 , 878 ; , 879 , : 880 881 - - ! . . . ? . . . - - , 882 , . 883 ; , , ; , , 884 : 885 , , , 886 , . , 887 , ; 888 , 889 , . 890 891 , , 892 , , 893 . : 894 895 - - , ? . . . - - . 896 , . 897 ; 898 , 899 . 900 901 , , , 902 ; , 903 , . 904 , . 905 , . , 906 907 , 908 , 909 ; , 910 , . . . 911 , 912 , 913 . . . 914 915 916 : , 917 . . . ? . 918 , , 919 . , 920 : « ! » 921 . , , 922 ; 923 , . 924 , , 925 ; , , 926 . , ; 927 , 928 . , 929 - - . , 930 , 931 . ; 932 933 . , , , 934 ; , 935 . 936 937 ; , . 938 , 939 , 940 . 941 . , . 942 , . 943 , . 944 , . 945 . 946 947 , , : 948 . , , 949 , . 950 , 951 , . 952 , ; 953 954 ; 955 , 956 . , , , 957 , ; 958 , . 959 , , : 960 . , 961 , , 962 ; 963 , , , 964 , 965 . ; , 966 967 968 , 969 ? , , , 970 , , ; , 971 , 972 : ? 973 ! ; 974 ? , 975 , , 976 , 977 . ? ? 978 979 ? , , 980 ? 981 ? , , 982 ; . . . 983 , , 984 985 . 986 , ; 987 , 988 . , , 989 , 990 ; 991 , 992 , 993 . 994 995 , , 996 . 997 998 , , 999 , . 1000