poteva più partire, che il suo destino dipendeva oramai da lei, anzi che era già segnato. -- Voi non m’avete voluto dire ciò che debbo fare, perchè volete che resti: è vero? -- È vero.... Allora egli le baciò la mano, le baciò il viso, la strinse al cuore: perchè, quantunque da principio non gli piacesse, le parole di lei, la voluttà di tenere stretto al suo quel corpo di donna, l’idea che quella donna voleva essere e sarebbe stata sua, avevano naturalmente prodotto l’immancabile effetto: ora egli la desiderava, la voleva, quasi l’amava... Ella tentava resistere, diceva: -- Lasciatemi! Che cosa vi ho fatto? Nessun uomo mi ha mai trattata così!... Era naturale che ella dicesse queste cose; ma era ancora più naturale che, uscendo da quel luogo e accompagnandola su, egli la seguisse nella camera di lei. Stia adesso bene attenta, cara contessa; perchè qui abbiamo la -scène à faire- della commedia. Entrato, senza aver dovuto vincere una troppo grande resistenza, in camera di lei, quell’uomo ricomincia ad abbracciarla strettamente dicendo parole infiammate, che sono adesso tutte sincere, perchè egli arde tutto quanto. Ella continua a resistere: si scioglie dall’abbraccio, si lascia andare sopra una poltrona; e come egli le cade in ginocchio dinanzi, si rialza. Egli l’afferra ancora una volta, la bacia sulla bocca, in un certo modo che non ho bisogno di descrivere. Ella si nasconde la faccia tra le mani, lo scongiura di lasciarla. -- Ora me lo dite? -- esclama egli; -- dopo avermi detto tutto il contrario? Dopo avermi tolto alla mia pace?... Ella risponde: -- E’ vero, son stata io: dimenticate tutto ciò che vi ho detto... E a un tratto si rovescia bocconi sul letto, coi piedi a terra, piegata in due, la faccia nascosta contro le coperte. A questo punto l’uomo ha l’esatta percezione di quel che avrebbero fatto molti altri -- e che ella indovina senza che io lo dica. Ma perchè costui crede sinceri gli ultimi conati di resistenza, perchè non vuole essere brutale in un primo incontro, perchè è in fondo molto riguardoso e quasi timido, il nostro personaggio si china su lei, la solleva castamente, le dice che ella non ha nulla da temere, che egli vuole soltanto sapere se le è proprio indifferente, se deve proprio andar via senza più rivederla. -- Sì, mi dimentichi, mi lasci... -- ma, come egli la tiene stretta al cuore, anch’ella gli stringe le braccia alla vita e nasconde la faccia contro la spalla di lui. Allora egli riprende: -- Vedete che non è possibile? Che le vostre parole non sono sincere? Dopo che io vi ho tenuta così tra le braccia non possiamo separarci come i due primi venuti! Ella si scioglie dalla stretta esclamando: -- Andatevene! Lasciatemi! Ed egli: -- Sì, me ne vado; ma debbo rivedervi. Stasera permettete che ritorni un istante? Ella risponde: -- No. -- Perchè? Che cosa temete? Non vedete che faccio la vostra volontà? -- Andatevene! -- e schiude l’uscio. -- Me ne vado, ecco: a stasera?... La sera ella si chiude in camera e non gli apre. Stabilito di partire il domani, egli le scrive una malinconica lettera di saluto -- malinconica, quasi triste, perchè naturalmente, logicamente, egli non può dimenticare quel che è accaduto fra loro. Il domani, all’aria aperta, incontrandola, fa per dirle la sua malinconia, per darle la lettera; ella non gli consente neppure di cominciare: -- Lasciatemi, o faccio uno scandalo! -- E fugge. Naturalmente, logicamente, egli si sdegna di questo voltafaccia improvviso, e invece di darle la lettera, sul punto di partire, vedendo aperto l’uscio di lei entra un momento per dirle: -- Vi avevo scritto due parole d’addio; guardate che cosa ne faccio!... -- E straccia il foglio. E se ne parte. Ora, contessa mia, se ha già risolto la sciarada del suo giornale e se le avanza ancora un poco di tempo da perdere, mi spieghi un poco questo indovinello. Che cosa era la dama di cui le ho narrata la condotta? Si trovava veramente la prima volta dinanzi alla possibilità del peccato? Le parole e gli atti con i quali eccitò quell’uomo erano le parole e gli atti di un’ingenua che non sapeva a qual rischio si metteva allettando un uomo, un maschio? La sua ingenuità e la sua inesperienza furono stupite e sdegnate dalla troppo naturale conseguenza della sua condotta? Oppure aveva ella l’abitudine di queste cose, e mutò improvvisamente atteggiamento per paura del parente, degli ospiti, essendosi forse accorta che avevano scoperto quel che avveniva? Gli scrupoli di delicatezza di quell’uomo che non volle essere brutale nel primo convegno -- e nell’unico! -- furono fuori di luogo e la offesero? Aspettava ella che tutto si fosse compito in quell’unico convegno e fu poi così severa con lui perchè, avendogli perdonato la freddezza dei primi giorni, non gli perdonò che restasse con le mani in mano quando si trovarono soli l’una dinanzi all’altro? Se egli non fosse restato con le mani in mano, sarebbe stato felice? Oppure l’avrebbe vista risollevarsi, sonare il campanello e chiamar gente e metterlo alla porta? Doveva egli dunque lasciar sempre cadere inascoltate, come aveva fatto sul principio, le provocazioni della dama? Se costei si sdegnò contro di lui dopo quel che accadde, non si sarebbe sdegnata di più, anzi non avrebbe riso di lui, vedendolo impassibile agli iterati inviti? O con tutte quelle parole e quegli atti non credeva di invitarlo a niente, tale e quale come se gli avesse parlato della pioggia e del bel tempo?... Ella vede, cara amica mia, che questo indovinello appartiene al genere dei logogrifi: la serie delle combinazioni che io potrei proporre al suo acume è molto lunga. Tralascio tutte le altre, e sarà già un bel fatto se ella riescirà a risolvere quelle che le ho già sottoposte. FINO A MORIRNE -Mia cara amica,- Ella non risponde? Chi tace acconsente! E col suo silenzio non mi dice ella veramente che io ho ragione, che la condotta della mia ultima protagonista è proprio una specie di logogrifo, e che la mancanza di logica nella psiche muliebre è quella che produce tali risultati? Se non m’inganno, se proprio ella non mi ha risposto perchè, rispondendomi, dovrebbe darmi ragione, io voglio ricambiare il suo assenso e darle ragione a mia volta. Queste illogiche creature, queste sfingi viventi ogni parola delle quali è un enimma, non fanno soltanto soffrire gli uomini che le incontrano, ma soffrono esse medesime, prima di essi; soffrono della propria indecisione, dei contrasti della loro natura, delle contraddizioni della loro volontà; ne soffrono acutamente, talvolta fino a morirne. E poichè è inteso che io debba comprovare le mie asserzioni con altrettante parabole, eccole quella che fa al caso presente. Ella legge le opere di molti, di tutti i romanzieri moderni; ma uno gode più degli altri le sue simpatie: un romanziere che è al tempo stesso filosofo; uno scrittore che, come a lei, piace a tutte le signore, e che, per la felice complessità della mente eletta, è anche apprezzato dai pensatori; un romanziere filosofo, poeta e critico, psicologo e osservatore. Non aggiungo altro, se no ella indovina chi è; ed io le dico i peccati, non i peccatori... Peccatore? Quest’uomo non ha nulla da rimproverare a sè stesso! Giudichi, piuttosto. Egli che vive, poniamo, a Cosmopoli, va un giorno, poniamo, a Flirtopoli. Qui incontra, presso un’amica, una signora. Costei, bellissima fra le più belle, lo conosce di fama; ma egli resta poco tempo nella città dove è venuto a visitare qualche amico, e se pure lascia intendere alla dama l’effetto che la sua bellezza ha prodotto in lui, pure non crede di prolungare il proprio soggiorno per farle una corte d’esito incerto; e bastandogli la soddisfazione d’amor proprio provata nell’udire le lodi letterarie delle quali ella gli è stata larga, se ne parte, torna al suo paese, credendo di non doverla più rivedere. Al suo paese, dopo un certo tempo, riceve un giorno una lettera della quale non riconosce la scrittura: questa lettera porta il francobollo di città. Egli corre alla firma, e vede il nome di lei... E’ dunque venuta a Cosmopoli? Per che motivo? E che cosa vuole da lui?... Egli legge la letterina; è brevissima: la dama gli dice che, essendo venuta a Cosmopoli per vederne le principali curiosità, avrebbe piacere di visitarne l’Arsenale; e che perciò si rivolge a lui, sperando ch’ei voglia accompagnarvela. Dovrò io, cara contessa, spendere molte parole per dimostrarle lo stupore di quell’uomo? E’ vero che a Cosmopoli c’è un famoso Arsenale, la visita del quale nessun viaggiatore coscenzioso, che abbia meditato il suo Baedeker prima di mettersi in via, suol tralasciare; ma rivolgersi a un letterato per visitarlo non le pare che sia press’a poco come pregare un marinaio di guidarci per qualche valico alpino?... Ora se questa dama, appena arrivata a Cosmopoli, invita il nostro scrittore presso di lei con un pretesto discretamente ridicolo, non è naturale che egli pensi di non esserle indifferente? L’amor proprio, che suggerisce simili persuasioni, si chiama vanità quando opera con poco fondamento, e degenera in fatuità quando non ha fondamento di sorta. Il pericolo di doversi dare del fatuo da sè stesso impedisce al nostro artista di accogliere la lusinghiera idea -- quantunque essa non sia interamente gratuita. Dopo aver girato mezza giornata per i ministeri, egli ottiene il permesso di visitare l’Arsenale insieme con una dama; e mandata a memoria una descrizione del luogo per non fare cattiva figura, va a prendere la nostra signora. Saluti, complimenti, ringraziamenti, discorsi sui comuni amici di Flirtopoli, visita all’Arsenale, spiegazioni, esclamazioni dinanzi agli oggetti più curiosi; altri ringraziamenti, nuove strette di mano. -- Io resto ancora un poco a Cosmopoli, -- dice la dama nel momento che il signore prende congedo: -- spero che vi lascerete vedere!... Egli non ha tempo di pensare se gli conviene cercare di lei, -- come desidera in cuor suo, perchè quella donna è sempre più bella che mai e l’idea di poterne essere amato lo infiamma; -- quando, il domani, riceve un nuovo biglietto. Questa volta ella lo invita, «se non ha di meglio da fare,» ad andare con lei, la sera stessa, al teatro. Sarà quest’uomo ancora fatuo se penserà che questa donna lo invita all’amore? Non è evidente che lo vuole? Trascinarlo una prima volta all’Arsenale, il giorno dopo al teatro, col ritorno notturno in carrozza, in una città dove nessuno la conosce, non è una dimostrazione molto eloquente? Ed egli l’accompagna allo spettacolo. Ella ha preso un palco di proscenio, uno di quei palchi -- come ce ne sono nei teatri di Cosmopoli -- dove non si è visti dagli spettatori, dove si sta come in un salottino della propria casa, liberi di fare ciò che più talenta: uno di quei palchi dove non si va se non proprio per essere liberi di fare ciò che talenta..... E allora, come è troppo naturale, egli che lungo la strada ha fatto molte spese di galanteria, che è molto eccitato dall’avventura, nell’aiutare la dama a sbarazzarsi del mantello, nel vedere il bel corpo sprigionarsi della serica e odorosa custodia, si china su lei, le prende la testa fra le mani e la bacia sulla bocca. Allora, contessa mia, sa che cosa accade? Questa donna diventa rossa come di fuoco, poi impallidisce terribilmente; poi con voce strozzata, acre, sprezzante, dà a quest’uomo dell’indegno e del vile; e come egli, agghiacciato, petrificato dall’imprevedibile accoglienza, balbetta qualche parola per tentare di giustificarsi, ella non lo lascia dire: raccoglie il mantello ed i guanti, e domanda imperiosamente la carrozza. Come un servitore congedato egli va innanzi a chiamare la carrozza, si cava il cappello mentre la dama vi prende posto, e resta in mezzo alla via. Un uomo che riceve il massimo insulto, uno schiaffo sul viso, freme e s’arrovella e soffre come nessun altro; ma egli può dare sfogo in più modi all’impeto della rabbia e dell’ira. E ciò precisamente rende insoffribile più che uno schiaffo sul viso l’insulto d’una donna alla quale si credè di potere, anzi di dover chiedere l’amore: l’impossibilità di prendersela con lei o con altri. A questa donna quest’uomo non può dire, afferrandola per un braccio e scotendola: -- Maledetta, chi t’ha detto di provocarmi? Per qual gusto sei venuta a metterti sui miei passi? Credevi che io avessi animo di divertirti? Che cosa c’è nella tua testa vana e folle? Non c’entrerà mai la logica, la ragione, il buon senso, il senso comune?... Egli non può andare a narrare queste cose alla gente, svelare la doppiezza di costei, ottenere che sia riconosciuto il torto di lei e la ragione sua propria. Mentre il maschio originario vorrebbe battere e sottoporre questa donna, l’uomo civile deve sorridere, inchinarsi, chiedere scusa; perchè la femmina è diventata un essere sacro anche quando è spregevole, che dice la verità anche quando mentisce, che bisogna difendere anche quando vi offende... E il più grave è che ciò è giusto! Le leggi, i costumi, gli stessi pregiudizii che ci reggono non sono arbitrarii; hanno tutti una qualche ragione. Le donne debbono essere perdonate e difese perchè non sanno quel che si fanno. Se il nostro protagonista avesse sfogato il suo sdegno contro quella disgraziata, si sarebbe procurato un rimorso senza fine amaro. Se costei non seppe quel che fece, ella stessa ne sopportò le conseguenze -- fino a morirne! Il domani della scena del teatro egli mandò qualcuno all’albergo dove ella stava, per sapere, roso come era da una torbida curiosità, che cosa aveva fatto. Era partita. Allora egli si strinse nelle spalle, borbottò l’eterno: «Donne! Chi vi capisce?...» e riprese le sue esercitazioni letterarie. Ora un giorno, dopo aver messo fuori un nuovo volume, ecco arrivargli una lettera sulla busta della quale riconosce il carattere di lei... Ma è proprio di lei? Non è possibile! Egli deve ingannarsi: vide due volte la sua scrittura; questa che ora considera le somiglierà, ma non è, non può essere la sua! Che cosa ha da scrivergli ancora? Ardisce ancora rivolgersi a lui? Gli chiede di farle vedere un Panificio e lo invita in un gabinetto particolare di qualche caffè elegante, per far poi la casta e la sdegnata?... La lettera è proprio di lei; viene da molto lontano. Ella gli parla del suo nuovo libro, gli dice che le piace moltissimo, che l’ha fatta piangere, che da molto tempo non le accadeva di leggere una cosa tanto bella e forte. Gli chiede che cosa scrive ancora. Non un accenno al passato. Il primo impeto del nostro romanziere è di stracciare quel foglio e di buttarlo nel cestino. Ma è trascorso molto tempo, la riflessione sopravvenuta gli ha dimostrato che le donne non sono responsabili delle loro azioni; la cavalleria, anzi una cosa molto più semplice, il galateo, gli rammenta che a tutte le lettere, ma più specialmente alle cortesi si deve una risposta. Un altro consigliere, più accorto, più ascoltato, l’amor proprio, gli suggerisce di rispondere perchè quella donna non creda che egli l’ha ancora con lei. E risponde; poche righe di ringraziamenti, studiatamente cortesi. Tre giorni dopo egli riceve un’altra missiva lunga quattro facciate. Ella gli parla un po’ di letteratura, un po’ d’arte, un po’ di sè stessa; gli dice che è triste, che cerca nella lettura una distrazione e un conforto. Ragiona dei sogni, delle illusioni, della poesia. Ora la disposizione dello scrittore è modificata: egli ride. Dica la verità: ne ha ben donde! Quella pazza ricomincia sopra un altro tono! Prima erano gl’inviti prosaici, ora sono le istigazioni poetiche! Ma se crede di coglierlo un’altra volta!... Le risponde pertanto menando -- scusi la stupidità dell’espressione, contessa; ma non le pare che convenga alla stupidità dell’avventura? -- menando, dico, il can per l’aia. Ella riscrive, e in breve scambiano epistole ad ogni corriere. Un sentimento spinge quest’uomo a mantenere viva la corrispondenza: la curiosità. La sua curiosità, non più torbida, anzi ilare, s’appagherà soltanto quando egli vedrà come mai questa storia anderà a finire. E’ ora evidente che la dama è innamorata di lui. Era innamorata fin dal primo principio? Quando venne a Cosmopoli, e cercò di lui, e lo invitò all’arsenale ed al teatro, voleva proprio darglisi? O era ancora un’ingenua inesperta? Il suo sdegno, dopo la scena del teatro, fu un poco esagerato, ed ella si pentì poi di non essersi frenata? Oppure fu sincera, e solamente più tardi, lontana da lui, vedendo che egli non faceva nulla per rivederla, per ottenere una spiegazione, si accese di lui? Problemi!... Ma, benchè la sua curiosità di sapere tutte queste cose sia enorme, quando egli legge le nuove lettere, quando le vede piene di ardente passione, d’umile pentimento, d’implorante rimorso; allora, sia perchè non arde, sia perchè non è interamente sicuro di non fare un altro fiasco, sia perchè quell’anima cieca, vagolante in una specie di limbo, gli fa pietà; allora, dico, per una di queste o per tutte queste ragioni insieme, risponde gettando molta cenere sul fuoco, facendo intendere che egli non vuol rivederla, che pure restando amici, da lontano, nulla deve più accadere fra loro. Riceve ancora, uno dopo l’altro, due o tre biglietti pieni di molta tristezza, di dolente rassegnazione, di espressioni ambigue, oscure, delle quali non considera bene il significato; ma che comprende un triste giorno, quando corre a rileggerle dopo aver letto, in un giornale, al caffè, che quella dama, buttatasi dal castello di Chillon nel lago Lemano, vi è morta annegata... OMISSIONI La quistione è appunto questa, cara amica mia: che uomini e donne avranno torto, avranno ragione, saranno scusabili o no di rigettarsi a vicenda i torti come le palline in una partita di -lawn-tennis-; ma tra loro non potrà esserci accordo. Non è possibile che due esseri fatti diversamente pensino e operino a un modo. Se all’amore furono sempre innalzati inni di gioia trionfale come al sommo bene, alla massima dolcezza, all’unica felicità, la medaglia ha un rovescio, e chi volesse mettere insieme tutti i sospiri di dolore e le grida di maledizione che questa passione ha strappato nei secoli al genere umano, ne farebbe un libro altrettanto grosso quanto quello degli inni. C’è un momento nel quale gli amanti s’accordano, e il piacere in questo momento è infinito; e l’infinito piacere pare che compensi le pene innumerabili; pare, perchè il fugacissimo e alato attimo dell’accordo è pagato con un dissidio interminabile. E, come abbiamo visto, il dissidio comincia troppo presto, comincia con lo stesso amore, è suo gemello. La resistenza delle donne alle ardenti e supplici sollecitazioni degli uomini è molto penosa. Non solamente questi uomini soffrono per non ottenere l’appagamento della spasimata brama; ma anche perchè l’inutile implorazione lede il loro amor proprio e quasi la loro stessa dignità. Quest’idea di doversi umiliare supplicando è talmente incresciosa, che può persino impedire d’amare. Si rammenta ella di quel sognatore, del quale narrai altra volta la storia, famoso per aver fatto reiteratamente e per motivi molto speciosi, il gran rifiuto? A proposito di costui, ricevetti un giorno una lettera di un anonimo lettore il quale, per dimostrarmi che le gesta tutte passive del mio protagonista non sono poi tanto rare, mi narrava che anch’egli aveva più d’una volta, sotto l’impero di certe sue ragioni, omesso d’amare. Questa lettera voglio oggi riferirle perchè fa al caso nostro. Mi confessava dunque l’anonimo mio corrispondente che spesso, sul punto d’accendersi di qualche bellezza, la previsione delle repulse immancabili lo gelava subitamente. -- «Siano queste repulse dettate da un sentimento sincero o siano finte, l’idea di doverle affrontare m’è grave egualmente. Se la donna ch’io sto per sollecitare d’amore mi resiste perchè è veramente fredda, perchè non ama come me, io penso d’avere mal riposto l’amor mio in una creatura insensibile; se, al contrario, la sua resistenza è mentita, io penso che non merita l’amor mio una creatura bugiarda... Certamente gli altri uomini non ragionano così: essi sperano d’infiammare la insensibile e sono certi di confondere la mentitrice; ma, per arrivare a questo risultato, bisogna sopportare le repulse, tornare ad insistere, affrontare nuovi rifiuti, inchinarsi ancora e sempre; e il mestiere del seduttore somiglia allora troppo a quello dei sensali, dei commessi viaggiatori, degli agenti d’assicurazione che voi congedate infastiditi dalle loro offerte, e che tornano nondimeno imperterriti ad annoiarvi. Questo pericolo è immancabile se io sollecito d’amore una donna fredda. Ed io rinunzio alle sollecitazioni perchè temo di riuscire importuno e noioso. Se questa donna non capisce il mio ardore, gli appassionati miei atteggiamenti non le sembreranno, per soprammercato, ridicoli? Ella forse non riderà troppo, è vero, di un desiderio che, se pure non le dice niente, solletica quando non altro la sua vanità; ma l’eccitazione della vanità sua è tutta a costo della dignità mia! E quando mi trovo dinanzi ad una che finge, debbo io darle questa soddisfazione di umiliarmi perchè la sua menzogna trionfi ed ella si prenda secrete beffe di me?...» Il ragionamento di costui potrebbe parere stravagante se non fosse giustissimo, e forse molti uomini, per non dire quasi tutti, lo fanno; ma poi il timore di riuscire importuni, di umiliarsi, d’esser beffati, cede all’impeto del desiderio. Perchè questi timori impediscano alla passione di nascere, bisogna avere -- ed io sarei curioso di vedere se la mia diagnosi è giusta -- una costituzione molto sensibile, capace d’esagerare, con l’aiuto d’uno spirito un poco sofistico, i più piccoli moti dell’animo e di opporli ai maggiori; bisogna anche avere una buona dose, come dirò? di timidità. Tuttavia, se gli uomini normali non arrivano, come il mio corrispondente, all’omissione, si mantengono, per le stesse ragioni alle quali egli dà un peso eccessivo, in un prudente riserbo. Prima di mettersi sul serio a desiderare una donna vogliono tastare, per modo di dire, il terreno; e non si arrischiano se non quando comprendono di poter riuscire. C’è qui, senza dubbio, un calcolo, operazione che ella giudica prosaica e indegna d’un vero amante, e che sarà anche come ella dice; ma della quale chi la compie si trova sempre molto bene. Mettersi a spasimare dietro alla prima venuta, senza sapere se costei potrà e vorrà rispondere all’amor nostro, è molto imprudente. C’è anche un altro sentimento che impedisce queste brusche accensioni, un sentimento del quale le confesso che non avevo notizia prima che l’anonimo mio corrispondente mi scrivesse la lettera della quale le ho riferita una parte. Mi dice dunque costui che molte volte egli ha rinunziato all’amore -per educazione-. «Quando noi abbiamo fame la buona creanza ci impedisce di buttarci sul cibo, c’insegna a contenere, a moderare il nostro bisogno, ci vieta di darne spettacolo. Se siamo soli ci sfamiamo senza tanti riguardi; ma in società, dinanzi alle persone che non sanno il nostro tormento, dobbiamo frenarci. Dinanzi alle donne che non capiscono o giudicano esagerata la nostra fame d’amore, un istinto che ho chiamato di -educazione- e che non merita veramente altro nome, frena in me l’altro istinto. L’impresa è tanto più facile, quanto che la fame d’amore non è così ardente come quella del cibo... Io temo di non avere forse bene spiegato la particolare natura di questo mio scrupolo. Vi darò un altro esempio. Supponiamo che voi siate, come me, goloso di confetti, e che entriate nel salotto di una signora la quale ne ha dinanzi a sè piena una scatola. Che cosa fate? Allungate la mano per prenderne? Mai. Ne chiedete? Sì, talvolta, se siete in dimestichezza con la dama. Se la conoscete da poco, se non avete la sua confidenza, che fate? Aspettate che ella stessa ve n’offra. Così vuole il galateo. L’abitudine di rispettare queste convenienze m’impedisce molte volte di chiedere l’amore e mi consiglia d’aspettare, non che mi sia precisamente offerto -- cosa difficile, anzi impossibile e quasi assurda data la costituzione femminile -- ma che almeno mi sia consentito di chiederlo...» Una delle accuse, cara contessa, che ho spesso sentito muovere da lei alla società moderna è motivata da quell’affettazione di sgarbatezza con la quale gli uomini d’oggi trattano le donne. Ella è in buona compagnia. Non solamente tutte le donne, ma anche molti uomini rimpiangono i bei tempi dell’antica galanteria, la cavalleresca reverenza che faceva piegare i ginocchi ai giovani, ai vecchi, ai grandi della terra dinanzi alla più umile gonnella. La donna era una cosa regale e sacra, l’oggetto di una specie d’iperdulia. Trattarla da pari a pari, o peggio dall’alto in basso, pareva una mostruosità. Tutti i giorni, per le strade, sui marciapiedi, noi vediamo i giovanotti, con le mani in tasca, il sigaro in bocca, soffiare il fumo sotto il naso delle passanti, non cedere loro il passo, non cavarsi il cappello; noi vediamo tutte le sere, al ballo, i cavalieri non più pregar le dame di accordar loro una danza, ma le signore e le stesse signorine costrette a supplicare i giovanotti perchè si decidano a muovere le gambe. La nicotina è preferita al ballo ed agli amabili ragionamenti. L’uso del tabacco segna un’èra di decadenza nella storia dell’amore. Io ho un amico che non va in casa d’una bella signora e che ha rinunziato a farle la corte e, molto probabilmente, ad ottenerne i favori, perchè da lei non si fuma... Alcuni, considerando che questi costumi datano dal principio del secolo, ne rovesciano la colpa sulla democrazia che, non soffrendo nessuna regalità, ha buttato giù dal suo trono anche la donna; altri se la pigliano col positivismo del nostro tempo, con la scienza che minaccia d’uccidere, dicono, la poesia. Io direi che nè la scienza nè gl’immortali principii dell’Ottantanove abbiano da rispondere del nuovo delitto; neanche mi pare che ci sia delitto, ma semplicemente reazione. Gli estremi si toccano, dice il motto. L’eccesso della reverenza accordata alle donne doveva naturalmente produrre presto o tardi un eccesso contrario. Poichè ne avevamo fatto una -religione-, dovevamo presto o tardi aspettarci lo scisma e l’eresia. L’idolo non poteva restare sempre sugli altari, la ragione doveva dire che l’oggetto dell’iperdulia era una creatura debole e misera più dei fedeli adoranti: La femme, enfant malade et douze fois impur... Dalla prepotenza e dalla ferocia con la quale il maschio barbaro trattava la donna, noi passammo alla soggezione di Don Chisciotte per Dulcinea; il ridicolo che fece cadere la cavalleria errante doveva pure coinvolgere la cavalleria galante; allora un Alfredo de Vigny doveva cantare: Une lutte éternelle, en tout temps, en tout lieu, se livre sur la terre, en présence de Dieu, entre la bonté d’homme et la ruse de femme, car la femme est un être impur de corps et d’âme... Ma se oggi gli uomini si comportano verso le donne con troppo mal garbo, giova sperare che un giorno le tratteranno come meritano, senza cortigianesca viltà e senza volgare arroganza. O come mai, chiedo ora a me stesso, sono venuto dettando questo bellissimo squarcio di sociologia erotica? Ah, ecco: volevo dire che nell’amore, ai nostri giorni, si può vedere da parte degli uomini una tendenza a mutare l’ufficio assegnato ai sessi dalla natura. Le donne che devono naturalmente essere sollecitate, dovrebbero invece prendere l’iniziativa. Lo scrupolo di buona creanza del mio anonimo corrispondente, l’ostentata freddezza della gioventù moderna che fa così poche spese di galanteria e che affetta di non dar prezzo all’amore e di non sospirarlo, anzi di soffrirlo con una certa annoiata rassegnazione, sono veramente sinceri? E’ incredibile. Ciò che la natura ha voluto, niente potrà distruggerlo. Ma la natura ha voluto una cosa alla quale la ragione tenta di ribellarsi. Gli uomini respinti, non compresi dalle donne, pensano di reprimere il loro impulso. Stanchi di dover corteggiare, accavalcano una gamba sull’altra e aspettano che le signore vengano a corteggiarli. Una volta per uno non fa male a nessuno... E il male è appunto questo: che spesso il giuoco riesce. Le donne hanno torto di lagnarsi d’un danno al quale esse medesime contribuiscono. Tra chi le supplica e chi finge di sdegnarle non scelgono esse lo sdegnoso? Per piegarlo, per convertirlo, per avvincerlo, non gli concedono ciò che negano al devoto della cui devozione vivono sicure? E allora si spiega la sentenza che Hans Ruthe dette una volta a un suo giovane amico. Questo Ruthe è l’uomo più fortunato in amore ch’io abbia mai conosciuto: si chiama Hans e possiamo chiamarlo proprio Don Giovanni. La sua fortuna è meritata, perchè non solamente egli è molto avvenente, ma quanto piacevole è la sua persona altrettanto grande è il suo ingegno e -- nonostante una certa affettazione di scetticismo -- buono il suo cuore. Ma vi sono molti uomini che, pure avendo le sue doti, non possono vantare la lunga serie dei suoi felici successi. Qual è dunque il suo secreto? Con quali argomenti trionfa? Che cosa dice alle donne perchè nessuna gli resista? -- Niente! -- rispose egli all’amico che l’interrogava a questo proposito. -- Il miglior mezzo d’ottenere è non chiedere. Come tutte le altre sentenze umane, anche questa è suscettibile d’essere capovolta. Un proverbio dice: -Chi non risica non rosica.- Proprio accanto ce n’è un altro che ammonisce: -Chi va piano va sano e va lontano.- Un filo di coltello separa la verità dal paradosso: chi non lo vede ci si taglia. Per ottenere bisogna chiedere. E gli uomini che non chiedono l’amore ma aspettano che sia loro offerto, ne otterranno, sì; ma di che qualità? UNO SCRUPOLO DI DON GIOVANNI Protesti, gridi e strilli fin che le pare, cara contessa mia; ma ella non mi rimoverà dalla mia opinione -- dalla mia certezza. Gli uomini, in amore come nel resto, sono più logici. E poichè discutere astrattamente non giova, ma conviene addurre le prove di ciò che s’afferma, io le voglio subito provare, con un altro fatto, l’affermazione mia. I Don Giovanni, avendo qualcosa della natura effeminata, non sono capaci di sentimenti duraturi e non hanno una coscienza coerente come tutti gli altri uomini -- è vero? Orbene, io voglio narrarle uno scrupolo di Don Giovanni! Don Giovanni adunque (lasciamogli questo nome che vale e quindi risparmia una biografia) aveva spezzato l’esistenza della povera Principessa. Alla nostra debolezza di «umili marionette,» come dice magnificamente un poeta, dont le fil est aux mains de la necessité, giova addurre, nelle meritate disgrazie, l’impossibilità di prevedere l’avvenire, l’eterna congiura delle illusioni, l’inganno universale del quale siamo predestinate ed immancabili vittime. La Principessa non aveva neppure questo conforto. Il passato di Don Giovanni, non che esserle ignoto, era stato anzi il massimo fattore della seduzione esercitatasi su lei. Chi nega la potenza seduttrice dei Don Giovanni, addebitando le loro fortune all’insania muliebre, è ordinariamente colui che nel secreto del proprio animo più invidia questa potenza e più si strugge di possederla. Altro è però accertarne l’esistenza, altro è definirne l’essenza. Si nasce col dono di piacere alle donne, come si nasce con la facoltà di condurre a bene gli affari. Ed a quel modo che i primi quattrini sono i più difficili da mettere insieme, così pure le prime conquiste costano sforzi maggiori. E’ nota ai fisici la potenza d’attrazione che risiede nei grandi cumuli di materia: vicino a una rupe il filo a piombo non cade più verticalmente ma s’inclina dalla parte del masso; le nuvole vagabonde corrono incontro alle grandi montagne. Qualcosa di simile deve accadere al morale, se tante creature non resistono al fascino di chi, avendo fatto strage dei cuori, sembra avere accumulato nel cuore suo proprio grandi tesori di sentimento... La Principessa s’era dunque gettata nelle braccia di Don Giovanni senza ragionare, o meglio ragionando come tutti i veri amanti, agli occhi dei quali non esistono altre ragioni fuorchè quelle della persona amata. Rinunziava ella al suo posto nel mondo, ne affrontava i severi giudizii, andava incontro alle difficoltà materiali della vita, sacrificava la pace e l’onore del marito e -- ahimè! -- dei figli? Ma tutto ciò avrebbe dato a Don Giovanni la misura della passione che egli aveva ispirata! Era a lei vietato sperarne il ricambio, e il passato di quell’uomo escludeva la possibilità ch’egli si dedicasse tutto, sinceramente, ad un’affezione? Ma ella aveva tanto pensato e vissuto che non poteva più nutrire certe illusioni. Se l’eguaglianza sociale è una sublime utopia, della quale alcuni spiriti generosi prevedono il conseguimento in un avvenire più o meno lontano, chi potrà mai sognare che l’eguaglianza si estenda alle anime, ai cuori, alle coscienze degli uomini? L’esperienza di questa ineluttabile disparità è altrettanto dolorosa e frequente nelle vicende sentimentali quanto in tutte le altre della vita: se non si sente molto parlarne, egli è che i vinti dell’amore non scrivono sui giornali e non tengono comizii... Torniamo però alla nostra eroina. Ella si era trovata, per sua disgrazia -- e forse per vendetta di tanti uomini indegnamente immolati -- dinanzi a un compare Turiddu, al Don Giovanni che sulla piazza del villaggio o nel salotto della grande città resta sempre eguale a sè stesso. Siccome è troppo raro che la previsione e l’attesa del dolore ne scemino l’intensità, così la Principessa, benchè sapesse che cosa era quell’uomo, sofferse atrocemente provandolo; ma l’amore di lei -- vecchia storia! -- cresceva in diretta ragione della freddezza di lui. Ella gustava un’amara e mortale voluttà nel proprio sacrifizio; e finchè Don Giovanni non la respinse, si stimò ancora fortunata e felice. Don Giovanni però cominciava a stancarsi. Egli aveva accettato il sacrifizio dell’amante come una cosa naturale e quasi dovuta, poichè egli le aveva concesso l’insigne onore di preferirla a quante se lo contendevano. Vedere in quel sacrifizio la prova d’un prepotente e sovrumano amore gli era impossibile, se nell’amore egli non aveva mai visto null’altro fuorchè il capriccio. E soddisfatto il suo capriccio per lei, era inevitabile che egli ne concepisse uno nuovo. Fra le tante donne che tacitamente gli s’offerivano, chi preferì? Una creatura che era stata di chi l’aveva voluta: la più indegna, -- vo’ dire la più degna di lui. E poichè la Principessa si ribellò finalmente a quell’oltraggio, e pianse, e implorò, e gli rinfacciò la propria rovina, e negò che quell’altra potesse amarlo quanto l’aveva amato e quanto l’amava ella stessa, egli le significò che non la voleva più. La Principessa non morì; non impazzì nemmeno. Come questo fosse possibile il mondo non seppe. Eppure è semplicissimo. L’esasperato amor suo per quell’uomo la sostenne, come dicono che certe febbri mantengono la vita. Quante lacrime ella pianse ai piedi di Don Giovanni, quali accenti trovò per vincerne la freddezza, che preghiere, che rampogne, che minacce uscirono dalle sue labbra aride e ardenti, io non le dirò: uno spasimo simile s’immagina più presto che non si descriva. Tutto inutile: ella fu congedata. Che sarebbe dunque avvenuto di lei ora che la stessa speranza era morta?... Non era morta! La Principessa sperava ancora!... Ella ebbe una forza veramente straordinaria e diede un esempio veramente poco credibile di costanza nell’abbandono, di fede dinanzi al cinismo e di rassegnazione, anzi di umiltà, anzi di pazzia. Accettò, la sentenza di Don Giovanni; non volle più essergli d’ostacolo, credette all’amore della rivale poiché egli lo accettava e lo preferiva al suo, e si trasse in disparte -- aspettando. Che cosa?... Non andò via, non evitò lo spettacolo della felicità toccata alla rivale, non fuggì la vista dell’antico amante. Nei giorni più fortunati la gioia di lei non era stata mai pura: come di un veleno preso lungamente a dosi sempre più forti, ella aveva contratto l’abitudine del dolore; e il veleno le era divenuto quasi necessario. Ma ella non viveva del presente; se questo fosse stato ancora più triste ed oscuro, se la tortura di lei fosse stata cento volte più atroce, la luce che ella vedeva brillare lontano, l’idea del premio che l’aspettava, le avrebbero tolto, come le toglievano, d’avvertire la miseria dove era caduta. E la speranza della Principessa era questa: un giorno, immancabilmente, Don Giovanni si sarebbe stancato della sua nuova fantasia; allora, forse, egli non avrebbe più opposto la spietata indifferenza di prima allo schianto di lei. Prima, l’aveva duramente respinta perchè ella gli contendeva il nuovo capriccio; sazio e stanco, non avrebbe forse rifiutato di rivederla... Non doveva dunque esser proprio pazza questa infelice se, invece di trarre profitto dalla separazione per tentar di guarire radicalmente, fondava le sue speranze sull’abitudine che quell’uomo aveva del tradimento, e lo amava ancora dopo che ella stessa era stata tradita una prima volta, e lo sospirava ancora per essere tradita una seconda?... Pazza, sì, era pazza; ma come son pazzi gli uomini che dopo avere assaggiato il tossico dell’esistenza, sul punto di guarire del mal della vita, chiedono a mani giunte che sia loro prolungata d’un giorno, d’un’ora... E sono essi proprio pazzi, o non piuttosto vittime d’un inganno fatale? Nel momento che invocano la continuazione di questa esistenza, ne ricordano forse l’amaro? In quel momento non ne vedono altro che le promesse, credono di poter evitare gli errori, sperano di esser felici... Così quella donna scagionava in cuor suo Don Giovanni, scusava il suo scetticismo pensando che egli non aveva incontrato ancora l’amor vero, e intendeva compiere un’opera di redenzione infondendo la fede in quell’arido cuore con lo spettacolo della salda fede che ella stessa nutriva. Il momento sperato, previsto, aspettato, al fine arrivò. Don Giovanni s’annoiava, cercava qualche altra cosa. Allora ella gli andò incontro. Era passato più d’un anno dalla separazione violenta e crudele, ma la piaga della povera donna sanguinava come il primo giorno, quasi che il tempo non fosse trascorso per lei; e se il dolore la mordeva come quel giorno, la speranza che ella aveva educata l’abbandonava ora ad un tratto appena visto quell’uomo. Lontana da lui, il calcolo sul quale aveva fatto assegnamento le era parso sicuro; in cospetto di Don Giovanni ne comprendeva repentinamente l’insania, e riconosceva la fallacia dei propri disegni, e si vedeva irremissibilmente perduta. Nell’istante che il suo sguardo incontrò lo sguardo di Don Giovanni, ella provò l’impressione di chi sta per annegare, e un senso d’ineffabile sgomento e di vergogna, e il bisogno di fuggire, di nascondere a quell’uomo, a quell’estraneo, a quel nemico, la propria debolezza e la propria miseria. Ma, d’improvviso, prima che una sola parola fosse pronunziata, l’ambascia che le serrava il cuore si risolse in una tempesta di lacrime, di singhiozzi, di lamenti soffocati, di convulsivi sospiri: una cosa straziante, capace d’impietosire un cuor di macigno. Don Giovanni era turbato. Mai più egli avrebbe creduto che, dopo tanto tempo, l’abbandonata soffrisse tanto dell’abbandono; aveva, sì, visto piangere molte donne, ma sapeva che non costa ad esse un gran sforzo versar qualche lacrima. Quante erano parse impazzite, che avevano trovato poi altri conforti? Egli aveva anzi supposto che la Principessa si fosse già consolata, e precisamente quest’idea, più che il rimorso od altro, aveva, dopo la rottura, ridestato in lui con un certo senso di rammarico il ricordo dell’amore disprezzato e respinto. Adesso, dinanzi a quella donna che dopo tanto tempo pareva sul punto di morire strozzata dal pianto, un immenso stupore occupava il suo spirito; a suo dispetto, il contagio della commozione gli s’apprendeva. Quell’infinito dolore era dunque opera sua? Quella donna era diversa dall’altre? O la passione sulla quale ella aveva giurato esisteva realmente?... E non sapendo nè potendo dir altro, egli tentava frattanto, con sommesse parole, di arrestare le lacrime della Principessa; e questa sentiva più forte il bisogno di fuggire, di evitare l’ultima vergogna, l’elemosina della pietà; ma la voce umile e quasi supplichevole di quell’uomo che la teneva per mano, che la chiamava per nome come al tempo antico, fiaccava la sua volontà, dissolveva i suoi propositi, l’abbandonava, cosa vinta ed inerte, nelle braccia di lui, le strappava la confessione delle torture rassegnatamente sofferte, delle speranze secretamente nutrite. E lo stupore di Don Giovanni non aveva più limite. Si soffriva dunque tanto, per amore? L’alterezza d’una donna, se l’amore l’accendeva, si disperdeva al punto da consentire alla felicità d’una rivale? L’amore esisteva dunque realmente, se era una cosa più forte della gelosia, se aveva dato a quella donna l’incredibile virtù d’una simile rinunzia e d’una simile attesa?... E due lacrime spuntarono sulle ciglia di Don Giovanni. La Principessa gli si stecchì tra le braccia. Gettato il capo indietro e guardandolo negli occhi come se gli occhi di lui fossero l’unica cosa visibile, gli disse: -- Tu piangi?... Dunque non mi respingi più?... Dunque non m’odii?... Credi adesso all’amore?... all’amor mio?... M’ami anche tu?... Egli rispose: -- Sì. -- M’ami d’amore?... Non mi dici così perchè hai paura?... perchè ti faccio pietà?... -- No. La Principessa avvertì finalmente, dopo più di un anno, l’impressione dell’aria che le vivificava il petto. -- Torneremo dunque, -- soggiunse, pianissimo, con l’espressione dell’estasi e quasi sognando, -- torneremo come fummo un tempo?... Don Giovanni non rispose. Egli aveva da regolare la sua situazione con quell’altra, comprendendo bene che l’abnegazione della Principessa non poteva arrivare fino ad accettar di spartirlo con la rivale. Bisognava dunque liberarsi della nuova amante; e questo che per lui, in altre condizioni, sarebbe stato affare d’un’ora, adesso gli pareva una cosa formidabile. Giacchè la nuova amante, la creatura incostante, licenziosa e decaduta che, come lui, aveva riso di tutto e di tutti, lo amava -- i Don Giovanni fanno di questi miracoli -- d’un amore non meno intenso, non meno profondo, non meno cieco di quello che gli portava la Principessa. Come la Principessa, ella aveva sofferto vedendo di non poterne ottenere in cambio uno eguale, e tremato all’idea di perdere quel poco che egli poteva darle. Era stata gelosa di lei quando aveva compreso che Don Giovanni ricominciava a ricordarla, ma gli aveva dato ragione, mortificandosi anch’ella per riconoscere la superiorità della rivale; e si era accusata d’indegnità e s’era torturata per non aver più nulla da immolare all’uomo amato affinchè egli credesse a quell’amore... Ma adesso Don Giovanni credeva all’amore, e la paura di procurare alla nuova amante un dolore come quello alla vista del quale egli s’era convertito, gli impediva d’abbandonarla. La Principessa gli aveva tutto sacrificato, e quell’altra, secondo il giudizio del mondo ed il proprio, era una donna perduta; ma, alla luce fattasi in lui, egli vedeva adesso che l’amore non dipende dalle qualità della persona amante nè si misura dai sacrifici che costa. Quelle due donne avevano uguali diritti su lui, ed egli quasi voleva potersi dividere fra loro, come un tempo avrebbe fatto senz’altro; ma poichè ciò gli riusciva impossibile, malediceva sinceramente il fascino che aveva esercitato, l’irresistibile potenza di seduzione della quale altre volte s’era compiaciuto e adesso apprezzava le conseguenze funeste... La Principessa, sentendo nuovamente fuggire le sue speranze, ricominciò a implorare; ma più egli vedeva l’insanabile acerbità di quella disperazione, più capiva di non poterne cagionare una simile. Supplice ancora, l’antica amante non addusse più in proprio sostegno le prove d’amore che gli aveva date, la rovina che aveva affrontata, l’irreparabile perdita del proprio onore; non accusò di disonore quell’altra. -- Tu sei mio, -- supplicò, -- per quel che m’hai fatto soffrire. -- -Quell’altra non soffrirebbe egualmente?- Allora soltanto la Principessa chinò il capo, non trovando nessun argomento da opporre allo scrupolo di Don Giovanni. Sa ella, invece, che cosa fanno quasi tutte le donne in una condizione simile a quella di costui? Le Donne Giovanne -- veramente il loro nome è un altro!... -- presumono di tenersi a fianco l’amante abbandonato ed implorante senza sbarazzarsi dell’altro per il quale l’hanno abbandonato! E sono ancora gli uomini, le menti più logiche e gli animi più dignitosi, quelli che non accettano tale situazione, e preferiscono soffocare la propria passione -- ma con poco merito, dopo che hanno conosciuto che cosa valgono coteste creature... UN GIGLIO Non ho avuto più sue nuove, mia buona amica. L’ha con me? Non credo! Se ella m’ha lasciato dire, senza offendersene, le cose piuttosto vivaci delle quali erano piene certe mie lettere, non avrà potuto sdegnarsi delle ultime anodine narrazioncelle. Starebbe piuttosto preparando una lunga e poderosa confutazione delle mie dottrine? Non credo neppure. Ella ha di meglio da fare! Il silenzio significherebbe invece che s’annoia delle mie lettere, alla lunga? Dovrei dire: «Temo di sì!» Ma ella mi risponderebbe che, così dicendo, darei prova d’una falsa modestia e dimostrerei che false non sono soltanto le donne... Sarebbe ella semplicemente partita per le bagnature, e questa lettera le correrà dietro un pezzo prima di trovarla? Ne saprò presto qualcosa dal mio buon amico Dastri, che torna posdomani. Senza dubbio è venuto a trovarla. Dica la verità: non è simpaticissimo? Sono certo che l’avrà fatta arrabbiare, ma che ella gli avrà perdonato grazie allo spirito del quale è pieno. Ella avrà anche visto come io non sia solo a sostenere quelle che a lei sembrano eresie. Dastri, anzi, va più innanzi di me, ed è molto più rigido nelle sue affermazioni. L’altra volta io le dicevo, per esempio, che gli uomini, obbedendo a un istinto unico e costante, essendo sempre avidi d’amore, amano in un modo più logico e mettono nell’amor loro maggiore sincerità. Da questo teorema Vico Dastri cava un corollario e sentenzia: «Quando un uomo si trova in presenza d’una donna, comunque ella sia, -- purchè non abbia sessant’anni o la gobba, -- deve rammentarsi che è uomo e dimostrarlo.» Fino a ieri io credevo che il giudizio fosse esagerato. Certo, se agli uomini è toccato il dovere dell’iniziativa, essi non dovrebbero guardare, come infatti non guardano, troppo per il sottile; si potrebbe anche ammettere e dimostrare, con l’esperienza alla mano che, alle volte, essi si rammentano dell’esser loro perfino dinanzi a donne di sessant’anni o con la gobba; ma, ripeto, Dastri mi pareva, fino a ieri, troppo assoluto. Da ieri mi sono ricreduto. Quando meno me l’aspettavo, ebbi la prova delle cose dispiacevoli che possono capitare a chi dimentica il precetto dell’amico mio. La vuol sentire anch’ella? Eccole calda calda la storiellina. Bisognerebbe conoscere il mio amico Bernazzi, la correttezza inglese del suo portamento, il sussiego diplomatico delle sue maniere, quella specie d’innocente ostentazione di freddezza ch’egli non lascia neppure in mezzo alle liete brigate degli antichi compagni di studii e di piaceri, per comprendere il mio stupore quando me lo vidi dinanzi, ieri sera, per via, così rabbuffato in viso, così nervoso nei gesti, così scucito nei discorsi come nessuno deve averlo mai visto. Era stato fuori qualche mese, ma dov’era stato, che cosa aveva fatto, quando era tornato, non mi fu possibile comprendere in mezzo alle risposte ingarbugliate, frammentarie ed anche un poco contraddittorie che mi veniva dando. Se io non lo interrogavo, non diceva più nulla; soffiava, guardava per aria, e a un tratto usciva in qualche esclamazione bislacca, a proposito del tempo, o dei passanti, o delle mostre dei magazzini. Quando fummo all’angolo di via Monte Napoleone qualcuno, scantonando, l’urtò un poco: Bernazzi si voltò di scatto dicendo, con un tono di voce irriconoscibile: «Malaccorto!...» Quel povero diavolo biascicò uno «Scusi!» sommesso e tirò via rapidamente. Io proposi: -- Torniamo indietro? -- A patto che non si vada a finire in Galleria. Bernazzi, l’uomo senza volontà, mettere un patto! Bernazzi, la compitezza in persona, apostrofare a quel modo uno sconosciuto colpevole di non averlo potuto cansare a tempo! Io ci perdevo il mio latino. Arrivati che fummo sotto i Portici, egli volle rifare il Corso; ma ero stanco e proposi di andarcene a sedere al Savini. -- Il Savini mi secca. Andiamo all’Accademia. -- Ma tu stasera hai qualche cosa! -- non potei trattenermi dall’osservare. -- Ti senti poco bene? -- Io? Benissimo. M’obbligò a fare il giro da Santa Radegonda, e durante la via non pronunziò più di due parole. -- Puoi negare quanto ti piace, -- insistetti; -- ma tu sei di malumore. Eravamo dinanzi al Caffè. Bernazzi mi prese per il braccio, mi condusse a un tavolino appartato e disse: -- Senti un poco quel che m’accade! Il tavoleggiante si presentò a chiedere le nostre ordinazioni. Bernazzi lo guardò come avrebbe guardato una bestia rara, ed anch’io l’avrei volentieri mandato via, curiosissimo com’ero di sentire quella confidenza che il mio amico, per l’irritazione che lo dominava, poteva pentirsi da un momento all’altro di farmi. Ma appena ebbi chiesto il primo liquore che mi venne a mente, Bernazzi chinò il capo in atto di assenso alla mia scelta e riprese: -- Senti un poco che cos’ho. T’ho detto che son partito da Bologna l’altr’ieri, col diretto delle 11 e 55? Non fa nulla, te lo dico adesso. Arrivo tardi alla stazione, appena in tempo per prendere il biglietto; entro sotto la tettoia che il capo-treno sta gridando: «Partenza!» e che il conduttore gli risponde: «Pronti!» Non so dove ficcarmi, quando a un tratto mi sento chiamare: «Bernazzi! Bernazzi!...» Mi volto a destra e a sinistra senza capire di chi è quella voce, ma scorgo finalmente un braccio guantato fino al gomito che fa un gesto... Arrivò il cameriere con i liquori. Bernazzi fece scoppiettare il pollice contro il medio, poi ripetè: -- ... che fa un gesto. Quel braccio era attaccato a un busto il quale sporgeva da un finestrino; il busto era vestito d’azzurro e il capo era avvolto in un gran velo grigio. Non ho il tempo di stare a guardare, accorro cavandomi il cappello, apro e salgo. Sai chi era? Ti rammenti la Hundington? -- Donna Clara? -- Donna Clara. Allora, se la rammenti, non ho bisogno di spiegarti tante cose. Sai quanti anni ha? -- Non ho visto la sua fede di nascita; ma, così a occhio e croce, credo che i cinquant’anni debba ancora compirli. -- I quarantacinque però li ha bell’e compiti, eh? Va bene. Da quanto tempo non la vedi? -- Ma, da un bel pezzo... da qualche anno. -- Allora, non sai una cosa: è ingrassata. -- Davvero? -- Non pare impossibile? Quel manico di granata? Ebbene, adesso ha qualche rotondità. Ma il viso sempre affilato come un coltello, le mani nocchiute come quelle d’un uomo, i denti sporgenti e lunghi come quelli di un cavallo; e la stessa sciatteria nelle vesti, la stess’aria di governante a spasso. Appena salgo e mi sento dire: «Bravo!...,» io la riconosco. «Donna Clara!... Scusi, con quel velo!...» Risponde: «Avete ragione!... Dove andate?» Le rispondo che vado a Milano, e chiedo dove va ella stessa. Dice che va a Parigi, ma che si ferma a Milano una giornata. Il treno parte ed io metto a posto la mia valigia. Un momento: Donna Clara non era sola; aveva con sè... -- La solita Betsy. -- Precisamente! Che cosa le fa? -- Le tiene compagnia, suppongo. -- Sarà benissimo. Ma io ti dirò una cosa. Hai visto che Betsy porta sempre, di giorno e di notte, d’estate e d’inverno, a piedi e in carrozza, un sacco in mano? Or bene, costei m’ha sempre fatto l’effetto di quella vecchia che dipingono dietro a Giuditta, col sacco destinato alla testa d’Oloferne... -- Oh! Oh!... -- E’ un’idea stravagante; ma è più stravagante quella figura! Lasciamo andare. Dunque s’incomincia a discorrere, di tutto un po’. Da principio la va bene. Poi Donna Clara, al solito, mi fa centomila domande, una sopra l’altra, intorno a tutte le cose dell’universo. Io rispondo del mio meglio. Nota che dopo quarantacinque anni di studio, ella parla sempre quell’orribile francese che sai; aggiungi che io, da mia parte, mastico maluccio l’inglese: tira la somma, e capirai che il divertimento era abbastanza magro. Modena, Reggio, Parma: le stazioni sfilano una dopo l’altra, e sfilano contemporaneamente le domande di Donna Clara. Mio caro, io ho sempre sospettato che quella donna faccia la spia. -- Oh! Oh! Oh! -- Allora, di’ tu; che cosa fa? Sentiamo!... -- Ma non lo so!... Quel che fanno le altre, probabilmente nulla! -- Ma le altre non seccano la gente con quell’aria inquisitoria, con quella curiosità importuna, con quegli sguardi indiscreti che vi si ficcano in tasca e vi frugano sotto i panni! Poi, perchè diamine va sempre attorno, da Bologna a Parigi, da Roma a Dublino, da Ginevra a Vienna? Spia, forse ho detto male; ma, tu stesso lo supponesti una volta, dev’essere l’emissaria di qualche partito, di quelli che lavorano sott’acqua: dei nihilisti o dei gesuiti... -- Il diavolo o l’acqua santa! -- Che vuoi ch’io sappia! Ma torniamo al nostro viaggio. Continuano le interrogazioni: vuol sapere quanto starò a Milano, che cosa vado a farci, perchè lascio Bologna, che cosa ci ho fatto, se ci tornerò, quando ci tornerò, che gente ho visto, perchè sono arrivato tardi alla stazione!... A un certo punto, cava da una sua borsa uno scatolino di pastiglie Panerai: ma viceversa è pieno di sigarette. Me ne offre una, e si mette a fumare... -- Fuma, adesso? -- Dammi ascolto! Sigarette pestifere, caro mio, che quelle delle Regia sono un balsamo. Il treno va sempre a rotta di collo. Ora le sue domande , , 1 . 2 3 - - , 4 : ? 5 6 - - . . . . 7 8 , , : 9 , , , 10 , 11 , 12 : , , 13 . . . , : 14 15 - - ! ? 16 ! . . . 17 18 ; 19 , , 20 . 21 22 , ; - 23 - . 24 25 , , 26 , 27 , , 28 . : 29 , ; 30 , . , 31 , . 32 , . 33 34 - - ? - - ; - - 35 ? ? . . . 36 37 : 38 39 - - , : . . . 40 41 , , 42 , . 43 44 45 - - . 46 , 47 , 48 , , , 49 , 50 , 51 . 52 53 - - , , . . . - - , 54 , 55 . 56 57 : 58 59 - - ? ? 60 61 ! 62 63 : 64 65 - - ! ! 66 67 : 68 69 - - , ; . 70 ? 71 72 : 73 74 - - . 75 76 - - ? ? ? 77 78 - - ! - - . 79 80 - - , : ? . . . 81 82 . 83 , - - , 84 , , , 85 . , , , 86 , ; 87 : 88 89 - - , ! - - . 90 91 , , 92 , , , 93 : 94 95 - - ; ! . . . - - 96 . . 97 98 , , 99 , 100 . 101 102 ? 103 ? 104 105 , 106 ? 107 ? 108 , 109 , , 110 ? 111 112 - - ! - - ? 113 114 , 115 , 116 ? 117 , ? , 118 ? 119 , 120 , ? 121 , , 122 , ? 123 , 124 ? . . . 125 126 , , 127 : 128 . , 129 . 130 131 132 133 134 135 136 137 - , - 138 139 ? ! 140 , 141 , 142 ? 143 144 , , 145 , , 146 . , 147 , 148 , , 149 ; , 150 , ; , 151 . 152 , 153 . 154 155 , ; 156 : 157 ; , , , 158 , , 159 ; , , 160 . , ; 161 , . . . ? 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