poteva più partire, che il suo destino dipendeva oramai da lei, anzi che
era già segnato.
-- Voi non m’avete voluto dire ciò che debbo fare, perchè volete che
resti: è vero?
-- È vero....
Allora egli le baciò la mano, le baciò il viso, la strinse al cuore:
perchè, quantunque da principio non gli piacesse, le parole di lei, la
voluttà di tenere stretto al suo quel corpo di donna, l’idea che quella
donna voleva essere e sarebbe stata sua, avevano naturalmente prodotto
l’immancabile effetto: ora egli la desiderava, la voleva, quasi
l’amava... Ella tentava resistere, diceva:
-- Lasciatemi! Che cosa vi ho fatto? Nessun uomo mi ha mai trattata
così!...
Era naturale che ella dicesse queste cose; ma era ancora più naturale
che, uscendo da quel luogo e accompagnandola su, egli la seguisse nella
camera di lei.
Stia adesso bene attenta, cara contessa; perchè qui abbiamo la -scène à
faire- della commedia.
Entrato, senza aver dovuto vincere una troppo grande resistenza, in
camera di lei, quell’uomo ricomincia ad abbracciarla strettamente
dicendo parole infiammate, che sono adesso tutte sincere, perchè egli
arde tutto quanto. Ella continua a resistere: si scioglie
dall’abbraccio, si lascia andare sopra una poltrona; e come egli le cade
in ginocchio dinanzi, si rialza. Egli l’afferra ancora una volta, la
bacia sulla bocca, in un certo modo che non ho bisogno di descrivere.
Ella si nasconde la faccia tra le mani, lo scongiura di lasciarla.
-- Ora me lo dite? -- esclama egli; -- dopo avermi detto tutto il
contrario? Dopo avermi tolto alla mia pace?...
Ella risponde:
-- E’ vero, son stata io: dimenticate tutto ciò che vi ho detto...
E a un tratto si rovescia bocconi sul letto, coi piedi a terra, piegata
in due, la faccia nascosta contro le coperte.
A questo punto l’uomo ha l’esatta percezione di quel che avrebbero fatto
molti altri -- e che ella indovina senza che io lo dica. Ma perchè costui
crede sinceri gli ultimi conati di resistenza, perchè non vuole essere
brutale in un primo incontro, perchè è in fondo molto riguardoso e quasi
timido, il nostro personaggio si china su lei, la solleva castamente, le
dice che ella non ha nulla da temere, che egli vuole soltanto sapere se
le è proprio indifferente, se deve proprio andar via senza più
rivederla.
-- Sì, mi dimentichi, mi lasci... -- ma, come egli la tiene stretta al
cuore, anch’ella gli stringe le braccia alla vita e nasconde la faccia
contro la spalla di lui.
Allora egli riprende:
-- Vedete che non è possibile? Che le vostre parole non sono sincere?
Dopo che io vi ho tenuta così tra le braccia non possiamo separarci come
i due primi venuti!
Ella si scioglie dalla stretta esclamando:
-- Andatevene! Lasciatemi!
Ed egli:
-- Sì, me ne vado; ma debbo rivedervi. Stasera permettete che ritorni un
istante?
Ella risponde:
-- No.
-- Perchè? Che cosa temete? Non vedete che faccio la vostra volontà?
-- Andatevene! -- e schiude l’uscio.
-- Me ne vado, ecco: a stasera?...
La sera ella si chiude in camera e non gli apre. Stabilito di partire il
domani, egli le scrive una malinconica lettera di saluto -- malinconica,
quasi triste, perchè naturalmente, logicamente, egli non può dimenticare
quel che è accaduto fra loro. Il domani, all’aria aperta, incontrandola,
fa per dirle la sua malinconia, per darle la lettera; ella non gli
consente neppure di cominciare:
-- Lasciatemi, o faccio uno scandalo! -- E fugge.
Naturalmente, logicamente, egli si sdegna di questo voltafaccia
improvviso, e invece di darle la lettera, sul punto di partire, vedendo
aperto l’uscio di lei entra un momento per dirle:
-- Vi avevo scritto due parole d’addio; guardate che cosa ne faccio!... --
E straccia il foglio. E se ne parte.
Ora, contessa mia, se ha già risolto la sciarada del suo giornale e se
le avanza ancora un poco di tempo da perdere, mi spieghi un poco questo
indovinello.
Che cosa era la dama di cui le ho narrata la condotta? Si trovava
veramente la prima volta dinanzi alla possibilità del peccato? Le parole
e gli atti con i quali eccitò quell’uomo erano le parole e gli atti di
un’ingenua che non sapeva a qual rischio si metteva allettando un uomo,
un maschio? La sua ingenuità e la sua inesperienza furono stupite e
sdegnate dalla troppo naturale conseguenza della sua condotta? Oppure
aveva ella l’abitudine di queste cose, e mutò improvvisamente
atteggiamento per paura del parente, degli ospiti, essendosi forse
accorta che avevano scoperto quel che avveniva? Gli scrupoli di
delicatezza di quell’uomo che non volle essere brutale nel primo
convegno -- e nell’unico! -- furono fuori di luogo e la offesero?
Aspettava ella che tutto si fosse compito in quell’unico convegno e fu
poi così severa con lui perchè, avendogli perdonato la freddezza dei
primi giorni, non gli perdonò che restasse con le mani in mano quando si
trovarono soli l’una dinanzi all’altro? Se egli non fosse restato con le
mani in mano, sarebbe stato felice? Oppure l’avrebbe vista risollevarsi,
sonare il campanello e chiamar gente e metterlo alla porta? Doveva egli
dunque lasciar sempre cadere inascoltate, come aveva fatto sul
principio, le provocazioni della dama? Se costei si sdegnò contro di lui
dopo quel che accadde, non si sarebbe sdegnata di più, anzi non avrebbe
riso di lui, vedendolo impassibile agli iterati inviti? O con tutte
quelle parole e quegli atti non credeva di invitarlo a niente, tale e
quale come se gli avesse parlato della pioggia e del bel tempo?...
Ella vede, cara amica mia, che questo indovinello appartiene al genere
dei logogrifi: la serie delle combinazioni che io potrei proporre al suo
acume è molto lunga. Tralascio tutte le altre, e sarà già un bel fatto
se ella riescirà a risolvere quelle che le ho già sottoposte.
FINO A MORIRNE
-Mia cara amica,-
Ella non risponde? Chi tace acconsente! E col suo silenzio non mi dice
ella veramente che io ho ragione, che la condotta della mia ultima
protagonista è proprio una specie di logogrifo, e che la mancanza di
logica nella psiche muliebre è quella che produce tali risultati?
Se non m’inganno, se proprio ella non mi ha risposto perchè,
rispondendomi, dovrebbe darmi ragione, io voglio ricambiare il suo
assenso e darle ragione a mia volta. Queste illogiche creature, queste
sfingi viventi ogni parola delle quali è un enimma, non fanno soltanto
soffrire gli uomini che le incontrano, ma soffrono esse medesime, prima
di essi; soffrono della propria indecisione, dei contrasti della loro
natura, delle contraddizioni della loro volontà; ne soffrono acutamente,
talvolta fino a morirne. E poichè è inteso che io debba comprovare le
mie asserzioni con altrettante parabole, eccole quella che fa al caso
presente.
Ella legge le opere di molti, di tutti i romanzieri moderni; ma uno gode
più degli altri le sue simpatie: un romanziere che è al tempo stesso
filosofo; uno scrittore che, come a lei, piace a tutte le signore, e
che, per la felice complessità della mente eletta, è anche apprezzato
dai pensatori; un romanziere filosofo, poeta e critico, psicologo e
osservatore. Non aggiungo altro, se no ella indovina chi è; ed io le
dico i peccati, non i peccatori... Peccatore? Quest’uomo non ha nulla da
rimproverare a sè stesso! Giudichi, piuttosto.
Egli che vive, poniamo, a Cosmopoli, va un giorno, poniamo, a
Flirtopoli. Qui incontra, presso un’amica, una signora. Costei,
bellissima fra le più belle, lo conosce di fama; ma egli resta poco
tempo nella città dove è venuto a visitare qualche amico, e se pure
lascia intendere alla dama l’effetto che la sua bellezza ha prodotto in
lui, pure non crede di prolungare il proprio soggiorno per farle una
corte d’esito incerto; e bastandogli la soddisfazione d’amor proprio
provata nell’udire le lodi letterarie delle quali ella gli è stata
larga, se ne parte, torna al suo paese, credendo di non doverla più
rivedere.
Al suo paese, dopo un certo tempo, riceve un giorno una lettera della
quale non riconosce la scrittura: questa lettera porta il francobollo di
città. Egli corre alla firma, e vede il nome di lei... E’ dunque venuta
a Cosmopoli? Per che motivo? E che cosa vuole da lui?... Egli legge la
letterina; è brevissima: la dama gli dice che, essendo venuta a
Cosmopoli per vederne le principali curiosità, avrebbe piacere di
visitarne l’Arsenale; e che perciò si rivolge a lui, sperando ch’ei
voglia accompagnarvela.
Dovrò io, cara contessa, spendere molte parole per dimostrarle lo
stupore di quell’uomo? E’ vero che a Cosmopoli c’è un famoso Arsenale,
la visita del quale nessun viaggiatore coscenzioso, che abbia meditato
il suo Baedeker prima di mettersi in via, suol tralasciare; ma
rivolgersi a un letterato per visitarlo non le pare che sia press’a poco
come pregare un marinaio di guidarci per qualche valico alpino?... Ora
se questa dama, appena arrivata a Cosmopoli, invita il nostro scrittore
presso di lei con un pretesto discretamente ridicolo, non è naturale che
egli pensi di non esserle indifferente?
L’amor proprio, che suggerisce simili persuasioni, si chiama vanità
quando opera con poco fondamento, e degenera in fatuità quando non ha
fondamento di sorta. Il pericolo di doversi dare del fatuo da sè stesso
impedisce al nostro artista di accogliere la lusinghiera idea --
quantunque essa non sia interamente gratuita. Dopo aver girato mezza
giornata per i ministeri, egli ottiene il permesso di visitare
l’Arsenale insieme con una dama; e mandata a memoria una descrizione del
luogo per non fare cattiva figura, va a prendere la nostra signora.
Saluti, complimenti, ringraziamenti, discorsi sui comuni amici di
Flirtopoli, visita all’Arsenale, spiegazioni, esclamazioni dinanzi agli
oggetti più curiosi; altri ringraziamenti, nuove strette di mano.
-- Io resto ancora un poco a Cosmopoli, -- dice la dama nel momento che il
signore prende congedo: -- spero che vi lascerete vedere!...
Egli non ha tempo di pensare se gli conviene cercare di lei, -- come
desidera in cuor suo, perchè quella donna è sempre più bella che mai e
l’idea di poterne essere amato lo infiamma; -- quando, il domani, riceve
un nuovo biglietto. Questa volta ella lo invita, «se non ha di meglio da
fare,» ad andare con lei, la sera stessa, al teatro.
Sarà quest’uomo ancora fatuo se penserà che questa donna lo invita
all’amore? Non è evidente che lo vuole? Trascinarlo una prima volta
all’Arsenale, il giorno dopo al teatro, col ritorno notturno in
carrozza, in una città dove nessuno la conosce, non è una dimostrazione
molto eloquente?
Ed egli l’accompagna allo spettacolo. Ella ha preso un palco di
proscenio, uno di quei palchi -- come ce ne sono nei teatri di Cosmopoli
-- dove non si è visti dagli spettatori, dove si sta come in un salottino
della propria casa, liberi di fare ciò che più talenta: uno di quei
palchi dove non si va se non proprio per essere liberi di fare ciò che
talenta..... E allora, come è troppo naturale, egli che lungo la strada
ha fatto molte spese di galanteria, che è molto eccitato dall’avventura,
nell’aiutare la dama a sbarazzarsi del mantello, nel vedere il bel corpo
sprigionarsi della serica e odorosa custodia, si china su lei, le prende
la testa fra le mani e la bacia sulla bocca.
Allora, contessa mia, sa che cosa accade? Questa donna diventa rossa
come di fuoco, poi impallidisce terribilmente; poi con voce strozzata,
acre, sprezzante, dà a quest’uomo dell’indegno e del vile; e come egli,
agghiacciato, petrificato dall’imprevedibile accoglienza, balbetta
qualche parola per tentare di giustificarsi, ella non lo lascia dire:
raccoglie il mantello ed i guanti, e domanda imperiosamente la carrozza.
Come un servitore congedato egli va innanzi a chiamare la carrozza, si
cava il cappello mentre la dama vi prende posto, e resta in mezzo alla
via.
Un uomo che riceve il massimo insulto, uno schiaffo sul viso, freme e
s’arrovella e soffre come nessun altro; ma egli può dare sfogo in più
modi all’impeto della rabbia e dell’ira. E ciò precisamente rende
insoffribile più che uno schiaffo sul viso l’insulto d’una donna alla
quale si credè di potere, anzi di dover chiedere l’amore:
l’impossibilità di prendersela con lei o con altri. A questa donna
quest’uomo non può dire, afferrandola per un braccio e scotendola:
-- Maledetta, chi t’ha detto di provocarmi? Per qual gusto sei venuta a
metterti sui miei passi? Credevi che io avessi animo di divertirti? Che
cosa c’è nella tua testa vana e folle? Non c’entrerà mai la logica, la
ragione, il buon senso, il senso comune?...
Egli non può andare a narrare queste cose alla gente, svelare la
doppiezza di costei, ottenere che sia riconosciuto il torto di lei e la
ragione sua propria. Mentre il maschio originario vorrebbe battere e
sottoporre questa donna, l’uomo civile deve sorridere, inchinarsi,
chiedere scusa; perchè la femmina è diventata un essere sacro anche
quando è spregevole, che dice la verità anche quando mentisce, che
bisogna difendere anche quando vi offende...
E il più grave è che ciò è giusto! Le leggi, i costumi, gli stessi
pregiudizii che ci reggono non sono arbitrarii; hanno tutti una qualche
ragione. Le donne debbono essere perdonate e difese perchè non sanno
quel che si fanno. Se il nostro protagonista avesse sfogato il suo
sdegno contro quella disgraziata, si sarebbe procurato un rimorso senza
fine amaro. Se costei non seppe quel che fece, ella stessa ne sopportò
le conseguenze -- fino a morirne!
Il domani della scena del teatro egli mandò qualcuno all’albergo dove
ella stava, per sapere, roso come era da una torbida curiosità, che cosa
aveva fatto. Era partita. Allora egli si strinse nelle spalle, borbottò
l’eterno: «Donne! Chi vi capisce?...» e riprese le sue esercitazioni
letterarie.
Ora un giorno, dopo aver messo fuori un nuovo volume, ecco arrivargli
una lettera sulla busta della quale riconosce il carattere di lei... Ma
è proprio di lei? Non è possibile! Egli deve ingannarsi: vide due volte
la sua scrittura; questa che ora considera le somiglierà, ma non è, non
può essere la sua! Che cosa ha da scrivergli ancora? Ardisce ancora
rivolgersi a lui? Gli chiede di farle vedere un Panificio e lo invita in
un gabinetto particolare di qualche caffè elegante, per far poi la casta
e la sdegnata?...
La lettera è proprio di lei; viene da molto lontano. Ella gli parla del
suo nuovo libro, gli dice che le piace moltissimo, che l’ha fatta
piangere, che da molto tempo non le accadeva di leggere una cosa tanto
bella e forte. Gli chiede che cosa scrive ancora. Non un accenno al
passato.
Il primo impeto del nostro romanziere è di stracciare quel foglio e di
buttarlo nel cestino. Ma è trascorso molto tempo, la riflessione
sopravvenuta gli ha dimostrato che le donne non sono responsabili delle
loro azioni; la cavalleria, anzi una cosa molto più semplice, il
galateo, gli rammenta che a tutte le lettere, ma più specialmente alle
cortesi si deve una risposta. Un altro consigliere, più accorto, più
ascoltato, l’amor proprio, gli suggerisce di rispondere perchè quella
donna non creda che egli l’ha ancora con lei. E risponde; poche righe di
ringraziamenti, studiatamente cortesi.
Tre giorni dopo egli riceve un’altra missiva lunga quattro facciate.
Ella gli parla un po’ di letteratura, un po’ d’arte, un po’ di sè
stessa; gli dice che è triste, che cerca nella lettura una distrazione e
un conforto. Ragiona dei sogni, delle illusioni, della poesia.
Ora la disposizione dello scrittore è modificata: egli ride. Dica la
verità: ne ha ben donde! Quella pazza ricomincia sopra un altro tono!
Prima erano gl’inviti prosaici, ora sono le istigazioni poetiche! Ma se
crede di coglierlo un’altra volta!... Le risponde pertanto menando --
scusi la stupidità dell’espressione, contessa; ma non le pare che
convenga alla stupidità dell’avventura? -- menando, dico, il can per
l’aia. Ella riscrive, e in breve scambiano epistole ad ogni corriere.
Un sentimento spinge quest’uomo a mantenere viva la corrispondenza: la
curiosità. La sua curiosità, non più torbida, anzi ilare, s’appagherà
soltanto quando egli vedrà come mai questa storia anderà a finire. E’
ora evidente che la dama è innamorata di lui. Era innamorata fin dal
primo principio? Quando venne a Cosmopoli, e cercò di lui, e lo invitò
all’arsenale ed al teatro, voleva proprio darglisi? O era ancora
un’ingenua inesperta? Il suo sdegno, dopo la scena del teatro, fu un
poco esagerato, ed ella si pentì poi di non essersi frenata? Oppure fu
sincera, e solamente più tardi, lontana da lui, vedendo che egli non
faceva nulla per rivederla, per ottenere una spiegazione, si accese di
lui? Problemi!... Ma, benchè la sua curiosità di sapere tutte queste
cose sia enorme, quando egli legge le nuove lettere, quando le vede
piene di ardente passione, d’umile pentimento, d’implorante rimorso;
allora, sia perchè non arde, sia perchè non è interamente sicuro di non
fare un altro fiasco, sia perchè quell’anima cieca, vagolante in una
specie di limbo, gli fa pietà; allora, dico, per una di queste o per
tutte queste ragioni insieme, risponde gettando molta cenere sul fuoco,
facendo intendere che egli non vuol rivederla, che pure restando amici,
da lontano, nulla deve più accadere fra loro.
Riceve ancora, uno dopo l’altro, due o tre biglietti pieni di molta
tristezza, di dolente rassegnazione, di espressioni ambigue, oscure,
delle quali non considera bene il significato; ma che comprende un
triste giorno, quando corre a rileggerle dopo aver letto, in un
giornale, al caffè, che quella dama, buttatasi dal castello di Chillon
nel lago Lemano, vi è morta annegata...
OMISSIONI
La quistione è appunto questa, cara amica mia: che uomini e donne
avranno torto, avranno ragione, saranno scusabili o no di rigettarsi a
vicenda i torti come le palline in una partita di -lawn-tennis-; ma tra
loro non potrà esserci accordo. Non è possibile che due esseri fatti
diversamente pensino e operino a un modo. Se all’amore furono sempre
innalzati inni di gioia trionfale come al sommo bene, alla massima
dolcezza, all’unica felicità, la medaglia ha un rovescio, e chi volesse
mettere insieme tutti i sospiri di dolore e le grida di maledizione che
questa passione ha strappato nei secoli al genere umano, ne farebbe un
libro altrettanto grosso quanto quello degli inni. C’è un momento nel
quale gli amanti s’accordano, e il piacere in questo momento è infinito;
e l’infinito piacere pare che compensi le pene innumerabili; pare,
perchè il fugacissimo e alato attimo dell’accordo è pagato con un
dissidio interminabile. E, come abbiamo visto, il dissidio comincia
troppo presto, comincia con lo stesso amore, è suo gemello. La
resistenza delle donne alle ardenti e supplici sollecitazioni degli
uomini è molto penosa. Non solamente questi uomini soffrono per non
ottenere l’appagamento della spasimata brama; ma anche perchè l’inutile
implorazione lede il loro amor proprio e quasi la loro stessa dignità.
Quest’idea di doversi umiliare supplicando è talmente incresciosa, che
può persino impedire d’amare.
Si rammenta ella di quel sognatore, del quale narrai altra volta la
storia, famoso per aver fatto reiteratamente e per motivi molto
speciosi, il gran rifiuto? A proposito di costui, ricevetti un giorno
una lettera di un anonimo lettore il quale, per dimostrarmi che le gesta
tutte passive del mio protagonista non sono poi tanto rare, mi narrava
che anch’egli aveva più d’una volta, sotto l’impero di certe sue
ragioni, omesso d’amare. Questa lettera voglio oggi riferirle perchè fa
al caso nostro.
Mi confessava dunque l’anonimo mio corrispondente che spesso, sul punto
d’accendersi di qualche bellezza, la previsione delle repulse
immancabili lo gelava subitamente. -- «Siano queste repulse dettate da un
sentimento sincero o siano finte, l’idea di doverle affrontare m’è grave
egualmente. Se la donna ch’io sto per sollecitare d’amore mi resiste
perchè è veramente fredda, perchè non ama come me, io penso d’avere mal
riposto l’amor mio in una creatura insensibile; se, al contrario, la sua
resistenza è mentita, io penso che non merita l’amor mio una creatura
bugiarda... Certamente gli altri uomini non ragionano così: essi sperano
d’infiammare la insensibile e sono certi di confondere la mentitrice;
ma, per arrivare a questo risultato, bisogna sopportare le repulse,
tornare ad insistere, affrontare nuovi rifiuti, inchinarsi ancora e
sempre; e il mestiere del seduttore somiglia allora troppo a quello dei
sensali, dei commessi viaggiatori, degli agenti d’assicurazione che voi
congedate infastiditi dalle loro offerte, e che tornano nondimeno
imperterriti ad annoiarvi. Questo pericolo è immancabile se io sollecito
d’amore una donna fredda. Ed io rinunzio alle sollecitazioni perchè temo
di riuscire importuno e noioso. Se questa donna non capisce il mio
ardore, gli appassionati miei atteggiamenti non le sembreranno, per
soprammercato, ridicoli? Ella forse non riderà troppo, è vero, di un
desiderio che, se pure non le dice niente, solletica quando non altro la
sua vanità; ma l’eccitazione della vanità sua è tutta a costo della
dignità mia! E quando mi trovo dinanzi ad una che finge, debbo io darle
questa soddisfazione di umiliarmi perchè la sua menzogna trionfi ed ella
si prenda secrete beffe di me?...»
Il ragionamento di costui potrebbe parere stravagante se non fosse
giustissimo, e forse molti uomini, per non dire quasi tutti, lo fanno;
ma poi il timore di riuscire importuni, di umiliarsi, d’esser beffati,
cede all’impeto del desiderio. Perchè questi timori impediscano alla
passione di nascere, bisogna avere -- ed io sarei curioso di vedere se la
mia diagnosi è giusta -- una costituzione molto sensibile, capace
d’esagerare, con l’aiuto d’uno spirito un poco sofistico, i più piccoli
moti dell’animo e di opporli ai maggiori; bisogna anche avere una buona
dose, come dirò? di timidità. Tuttavia, se gli uomini normali non
arrivano, come il mio corrispondente, all’omissione, si mantengono, per
le stesse ragioni alle quali egli dà un peso eccessivo, in un prudente
riserbo. Prima di mettersi sul serio a desiderare una donna vogliono
tastare, per modo di dire, il terreno; e non si arrischiano se non
quando comprendono di poter riuscire. C’è qui, senza dubbio, un calcolo,
operazione che ella giudica prosaica e indegna d’un vero amante, e che
sarà anche come ella dice; ma della quale chi la compie si trova sempre
molto bene. Mettersi a spasimare dietro alla prima venuta, senza sapere
se costei potrà e vorrà rispondere all’amor nostro, è molto imprudente.
C’è anche un altro sentimento che impedisce queste brusche accensioni,
un sentimento del quale le confesso che non avevo notizia prima che
l’anonimo mio corrispondente mi scrivesse la lettera della quale le ho
riferita una parte. Mi dice dunque costui che molte volte egli ha
rinunziato all’amore -per educazione-.
«Quando noi abbiamo fame la buona creanza ci impedisce di buttarci sul
cibo, c’insegna a contenere, a moderare il nostro bisogno, ci vieta di
darne spettacolo. Se siamo soli ci sfamiamo senza tanti riguardi; ma in
società, dinanzi alle persone che non sanno il nostro tormento, dobbiamo
frenarci. Dinanzi alle donne che non capiscono o giudicano esagerata la
nostra fame d’amore, un istinto che ho chiamato di -educazione- e che
non merita veramente altro nome, frena in me l’altro istinto. L’impresa
è tanto più facile, quanto che la fame d’amore non è così ardente come
quella del cibo... Io temo di non avere forse bene spiegato la
particolare natura di questo mio scrupolo. Vi darò un altro esempio.
Supponiamo che voi siate, come me, goloso di confetti, e che entriate
nel salotto di una signora la quale ne ha dinanzi a sè piena una
scatola. Che cosa fate? Allungate la mano per prenderne? Mai. Ne
chiedete? Sì, talvolta, se siete in dimestichezza con la dama. Se la
conoscete da poco, se non avete la sua confidenza, che fate? Aspettate
che ella stessa ve n’offra. Così vuole il galateo. L’abitudine di
rispettare queste convenienze m’impedisce molte volte di chiedere
l’amore e mi consiglia d’aspettare, non che mi sia precisamente offerto
-- cosa difficile, anzi impossibile e quasi assurda data la costituzione
femminile -- ma che almeno mi sia consentito di chiederlo...»
Una delle accuse, cara contessa, che ho spesso sentito muovere da lei
alla società moderna è motivata da quell’affettazione di sgarbatezza con
la quale gli uomini d’oggi trattano le donne. Ella è in buona compagnia.
Non solamente tutte le donne, ma anche molti uomini rimpiangono i bei
tempi dell’antica galanteria, la cavalleresca reverenza che faceva
piegare i ginocchi ai giovani, ai vecchi, ai grandi della terra dinanzi
alla più umile gonnella. La donna era una cosa regale e sacra, l’oggetto
di una specie d’iperdulia. Trattarla da pari a pari, o peggio dall’alto
in basso, pareva una mostruosità. Tutti i giorni, per le strade, sui
marciapiedi, noi vediamo i giovanotti, con le mani in tasca, il sigaro
in bocca, soffiare il fumo sotto il naso delle passanti, non cedere loro
il passo, non cavarsi il cappello; noi vediamo tutte le sere, al ballo,
i cavalieri non più pregar le dame di accordar loro una danza, ma le
signore e le stesse signorine costrette a supplicare i giovanotti perchè
si decidano a muovere le gambe. La nicotina è preferita al ballo ed agli
amabili ragionamenti. L’uso del tabacco segna un’èra di decadenza nella
storia dell’amore. Io ho un amico che non va in casa d’una bella signora
e che ha rinunziato a farle la corte e, molto probabilmente, ad
ottenerne i favori, perchè da lei non si fuma... Alcuni, considerando
che questi costumi datano dal principio del secolo, ne rovesciano la
colpa sulla democrazia che, non soffrendo nessuna regalità, ha buttato
giù dal suo trono anche la donna; altri se la pigliano col positivismo
del nostro tempo, con la scienza che minaccia d’uccidere, dicono, la
poesia. Io direi che nè la scienza nè gl’immortali principii
dell’Ottantanove abbiano da rispondere del nuovo delitto; neanche mi
pare che ci sia delitto, ma semplicemente reazione. Gli estremi si
toccano, dice il motto. L’eccesso della reverenza accordata alle donne
doveva naturalmente produrre presto o tardi un eccesso contrario. Poichè
ne avevamo fatto una -religione-, dovevamo presto o tardi aspettarci lo
scisma e l’eresia. L’idolo non poteva restare sempre sugli altari, la
ragione doveva dire che l’oggetto dell’iperdulia era una creatura debole
e misera più dei fedeli adoranti:
La femme, enfant malade et douze fois impur...
Dalla prepotenza e dalla ferocia con la quale il maschio barbaro
trattava la donna, noi passammo alla soggezione di Don Chisciotte per
Dulcinea; il ridicolo che fece cadere la cavalleria errante doveva pure
coinvolgere la cavalleria galante; allora un Alfredo de Vigny doveva
cantare:
Une lutte éternelle, en tout temps, en tout lieu,
se livre sur la terre, en présence de Dieu,
entre la bonté d’homme et la ruse de femme,
car la femme est un être impur de corps et d’âme...
Ma se oggi gli uomini si comportano verso le donne con troppo mal garbo,
giova sperare che un giorno le tratteranno come meritano, senza
cortigianesca viltà e senza volgare arroganza.
O come mai, chiedo ora a me stesso, sono venuto dettando questo
bellissimo squarcio di sociologia erotica? Ah, ecco: volevo dire che
nell’amore, ai nostri giorni, si può vedere da parte degli uomini una
tendenza a mutare l’ufficio assegnato ai sessi dalla natura. Le donne
che devono naturalmente essere sollecitate, dovrebbero invece prendere
l’iniziativa. Lo scrupolo di buona creanza del mio anonimo
corrispondente, l’ostentata freddezza della gioventù moderna che fa così
poche spese di galanteria e che affetta di non dar prezzo all’amore e di
non sospirarlo, anzi di soffrirlo con una certa annoiata rassegnazione,
sono veramente sinceri? E’ incredibile. Ciò che la natura ha voluto,
niente potrà distruggerlo. Ma la natura ha voluto una cosa alla quale la
ragione tenta di ribellarsi. Gli uomini respinti, non compresi dalle
donne, pensano di reprimere il loro impulso. Stanchi di dover
corteggiare, accavalcano una gamba sull’altra e aspettano che le signore
vengano a corteggiarli. Una volta per uno non fa male a nessuno...
E il male è appunto questo: che spesso il giuoco riesce. Le donne hanno
torto di lagnarsi d’un danno al quale esse medesime contribuiscono. Tra
chi le supplica e chi finge di sdegnarle non scelgono esse lo sdegnoso?
Per piegarlo, per convertirlo, per avvincerlo, non gli concedono ciò che
negano al devoto della cui devozione vivono sicure? E allora si spiega
la sentenza che Hans Ruthe dette una volta a un suo giovane amico.
Questo Ruthe è l’uomo più fortunato in amore ch’io abbia mai conosciuto:
si chiama Hans e possiamo chiamarlo proprio Don Giovanni. La sua fortuna
è meritata, perchè non solamente egli è molto avvenente, ma quanto
piacevole è la sua persona altrettanto grande è il suo ingegno e --
nonostante una certa affettazione di scetticismo -- buono il suo cuore.
Ma vi sono molti uomini che, pure avendo le sue doti, non possono
vantare la lunga serie dei suoi felici successi. Qual è dunque il suo
secreto? Con quali argomenti trionfa? Che cosa dice alle donne perchè
nessuna gli resista?
-- Niente! -- rispose egli all’amico che l’interrogava a questo proposito.
-- Il miglior mezzo d’ottenere è non chiedere.
Come tutte le altre sentenze umane, anche questa è suscettibile d’essere
capovolta. Un proverbio dice: -Chi non risica non rosica.- Proprio
accanto ce n’è un altro che ammonisce: -Chi va piano va sano e va
lontano.- Un filo di coltello separa la verità dal paradosso: chi non lo
vede ci si taglia. Per ottenere bisogna chiedere. E gli uomini che non
chiedono l’amore ma aspettano che sia loro offerto, ne otterranno, sì;
ma di che qualità?
UNO SCRUPOLO DI DON GIOVANNI
Protesti, gridi e strilli fin che le pare, cara contessa mia; ma ella
non mi rimoverà dalla mia opinione -- dalla mia certezza. Gli uomini, in
amore come nel resto, sono più logici. E poichè discutere astrattamente
non giova, ma conviene addurre le prove di ciò che s’afferma, io le
voglio subito provare, con un altro fatto, l’affermazione mia.
I Don Giovanni, avendo qualcosa della natura effeminata, non sono capaci
di sentimenti duraturi e non hanno una coscienza coerente come tutti gli
altri uomini -- è vero? Orbene, io voglio narrarle uno scrupolo di Don
Giovanni!
Don Giovanni adunque (lasciamogli questo nome che vale e quindi
risparmia una biografia) aveva spezzato l’esistenza della povera
Principessa. Alla nostra debolezza di «umili marionette,» come dice
magnificamente un poeta,
dont le fil est aux mains de la necessité,
giova addurre, nelle meritate disgrazie, l’impossibilità di prevedere
l’avvenire, l’eterna congiura delle illusioni, l’inganno universale del
quale siamo predestinate ed immancabili vittime. La Principessa non
aveva neppure questo conforto. Il passato di Don Giovanni, non che
esserle ignoto, era stato anzi il massimo fattore della seduzione
esercitatasi su lei. Chi nega la potenza seduttrice dei Don Giovanni,
addebitando le loro fortune all’insania muliebre, è ordinariamente colui
che nel secreto del proprio animo più invidia questa potenza e più si
strugge di possederla. Altro è però accertarne l’esistenza, altro è
definirne l’essenza. Si nasce col dono di piacere alle donne, come si
nasce con la facoltà di condurre a bene gli affari. Ed a quel modo che i
primi quattrini sono i più difficili da mettere insieme, così pure le
prime conquiste costano sforzi maggiori. E’ nota ai fisici la potenza
d’attrazione che risiede nei grandi cumuli di materia: vicino a una rupe
il filo a piombo non cade più verticalmente ma s’inclina dalla parte del
masso; le nuvole vagabonde corrono incontro alle grandi montagne.
Qualcosa di simile deve accadere al morale, se tante creature non
resistono al fascino di chi, avendo fatto strage dei cuori, sembra avere
accumulato nel cuore suo proprio grandi tesori di sentimento...
La Principessa s’era dunque gettata nelle braccia di Don Giovanni senza
ragionare, o meglio ragionando come tutti i veri amanti, agli occhi dei
quali non esistono altre ragioni fuorchè quelle della persona amata.
Rinunziava ella al suo posto nel mondo, ne affrontava i severi giudizii,
andava incontro alle difficoltà materiali della vita, sacrificava la
pace e l’onore del marito e -- ahimè! -- dei figli? Ma tutto ciò avrebbe
dato a Don Giovanni la misura della passione che egli aveva ispirata!
Era a lei vietato sperarne il ricambio, e il passato di quell’uomo
escludeva la possibilità ch’egli si dedicasse tutto, sinceramente, ad
un’affezione? Ma ella aveva tanto pensato e vissuto che non poteva più
nutrire certe illusioni. Se l’eguaglianza sociale è una sublime utopia,
della quale alcuni spiriti generosi prevedono il conseguimento in un
avvenire più o meno lontano, chi potrà mai sognare che l’eguaglianza si
estenda alle anime, ai cuori, alle coscienze degli uomini? L’esperienza
di questa ineluttabile disparità è altrettanto dolorosa e frequente
nelle vicende sentimentali quanto in tutte le altre della vita: se non
si sente molto parlarne, egli è che i vinti dell’amore non scrivono sui
giornali e non tengono comizii...
Torniamo però alla nostra eroina. Ella si era trovata, per sua disgrazia
-- e forse per vendetta di tanti uomini indegnamente immolati -- dinanzi a
un compare Turiddu, al Don Giovanni che sulla piazza del villaggio o nel
salotto della grande città resta sempre eguale a sè stesso. Siccome è
troppo raro che la previsione e l’attesa del dolore ne scemino
l’intensità, così la Principessa, benchè sapesse che cosa era
quell’uomo, sofferse atrocemente provandolo; ma l’amore di lei -- vecchia
storia! -- cresceva in diretta ragione della freddezza di lui. Ella
gustava un’amara e mortale voluttà nel proprio sacrifizio; e finchè Don
Giovanni non la respinse, si stimò ancora fortunata e felice. Don
Giovanni però cominciava a stancarsi. Egli aveva accettato il sacrifizio
dell’amante come una cosa naturale e quasi dovuta, poichè egli le aveva
concesso l’insigne onore di preferirla a quante se lo contendevano.
Vedere in quel sacrifizio la prova d’un prepotente e sovrumano amore gli
era impossibile, se nell’amore egli non aveva mai visto null’altro
fuorchè il capriccio. E soddisfatto il suo capriccio per lei, era
inevitabile che egli ne concepisse uno nuovo. Fra le tante donne che
tacitamente gli s’offerivano, chi preferì? Una creatura che era stata di
chi l’aveva voluta: la più indegna, -- vo’ dire la più degna di lui. E
poichè la Principessa si ribellò finalmente a quell’oltraggio, e pianse,
e implorò, e gli rinfacciò la propria rovina, e negò che quell’altra
potesse amarlo quanto l’aveva amato e quanto l’amava ella stessa, egli
le significò che non la voleva più.
La Principessa non morì; non impazzì nemmeno. Come questo fosse
possibile il mondo non seppe. Eppure è semplicissimo. L’esasperato amor
suo per quell’uomo la sostenne, come dicono che certe febbri mantengono
la vita. Quante lacrime ella pianse ai piedi di Don Giovanni, quali
accenti trovò per vincerne la freddezza, che preghiere, che rampogne,
che minacce uscirono dalle sue labbra aride e ardenti, io non le dirò:
uno spasimo simile s’immagina più presto che non si descriva. Tutto
inutile: ella fu congedata. Che sarebbe dunque avvenuto di lei ora che
la stessa speranza era morta?... Non era morta! La Principessa sperava
ancora!... Ella ebbe una forza veramente straordinaria e diede un
esempio veramente poco credibile di costanza nell’abbandono, di fede
dinanzi al cinismo e di rassegnazione, anzi di umiltà, anzi di pazzia.
Accettò, la sentenza di Don Giovanni; non volle più essergli d’ostacolo,
credette all’amore della rivale poiché egli lo accettava e lo preferiva
al suo, e si trasse in disparte -- aspettando. Che cosa?...
Non andò via, non evitò lo spettacolo della felicità toccata alla
rivale, non fuggì la vista dell’antico amante. Nei giorni più fortunati
la gioia di lei non era stata mai pura: come di un veleno preso
lungamente a dosi sempre più forti, ella aveva contratto l’abitudine del
dolore; e il veleno le era divenuto quasi necessario. Ma ella non viveva
del presente; se questo fosse stato ancora più triste ed oscuro, se la
tortura di lei fosse stata cento volte più atroce, la luce che ella
vedeva brillare lontano, l’idea del premio che l’aspettava, le avrebbero
tolto, come le toglievano, d’avvertire la miseria dove era caduta. E la
speranza della Principessa era questa: un giorno, immancabilmente, Don
Giovanni si sarebbe stancato della sua nuova fantasia; allora, forse,
egli non avrebbe più opposto la spietata indifferenza di prima allo
schianto di lei. Prima, l’aveva duramente respinta perchè ella gli
contendeva il nuovo capriccio; sazio e stanco, non avrebbe forse
rifiutato di rivederla... Non doveva dunque esser proprio pazza questa
infelice se, invece di trarre profitto dalla separazione per tentar di
guarire radicalmente, fondava le sue speranze sull’abitudine che
quell’uomo aveva del tradimento, e lo amava ancora dopo che ella stessa
era stata tradita una prima volta, e lo sospirava ancora per essere
tradita una seconda?... Pazza, sì, era pazza; ma come son pazzi gli
uomini che dopo avere assaggiato il tossico dell’esistenza, sul punto di
guarire del mal della vita, chiedono a mani giunte che sia loro
prolungata d’un giorno, d’un’ora... E sono essi proprio pazzi, o non
piuttosto vittime d’un inganno fatale? Nel momento che invocano la
continuazione di questa esistenza, ne ricordano forse l’amaro? In quel
momento non ne vedono altro che le promesse, credono di poter evitare
gli errori, sperano di esser felici... Così quella donna scagionava in
cuor suo Don Giovanni, scusava il suo scetticismo pensando che egli non
aveva incontrato ancora l’amor vero, e intendeva compiere un’opera di
redenzione infondendo la fede in quell’arido cuore con lo spettacolo
della salda fede che ella stessa nutriva.
Il momento sperato, previsto, aspettato, al fine arrivò. Don Giovanni
s’annoiava, cercava qualche altra cosa. Allora ella gli andò incontro.
Era passato più d’un anno dalla separazione violenta e crudele, ma la
piaga della povera donna sanguinava come il primo giorno, quasi che il
tempo non fosse trascorso per lei; e se il dolore la mordeva come quel
giorno, la speranza che ella aveva educata l’abbandonava ora ad un
tratto appena visto quell’uomo. Lontana da lui, il calcolo sul quale
aveva fatto assegnamento le era parso sicuro; in cospetto di Don
Giovanni ne comprendeva repentinamente l’insania, e riconosceva la
fallacia dei propri disegni, e si vedeva irremissibilmente perduta.
Nell’istante che il suo sguardo incontrò lo sguardo di Don Giovanni,
ella provò l’impressione di chi sta per annegare, e un senso
d’ineffabile sgomento e di vergogna, e il bisogno di fuggire, di
nascondere a quell’uomo, a quell’estraneo, a quel nemico, la propria
debolezza e la propria miseria. Ma, d’improvviso, prima che una sola
parola fosse pronunziata, l’ambascia che le serrava il cuore si risolse
in una tempesta di lacrime, di singhiozzi, di lamenti soffocati, di
convulsivi sospiri: una cosa straziante, capace d’impietosire un cuor di
macigno.
Don Giovanni era turbato. Mai più egli avrebbe creduto che, dopo tanto
tempo, l’abbandonata soffrisse tanto dell’abbandono; aveva, sì, visto
piangere molte donne, ma sapeva che non costa ad esse un gran sforzo
versar qualche lacrima. Quante erano parse impazzite, che avevano
trovato poi altri conforti? Egli aveva anzi supposto che la Principessa
si fosse già consolata, e precisamente quest’idea, più che il rimorso od
altro, aveva, dopo la rottura, ridestato in lui con un certo senso di
rammarico il ricordo dell’amore disprezzato e respinto. Adesso, dinanzi
a quella donna che dopo tanto tempo pareva sul punto di morire strozzata
dal pianto, un immenso stupore occupava il suo spirito; a suo dispetto,
il contagio della commozione gli s’apprendeva. Quell’infinito dolore era
dunque opera sua? Quella donna era diversa dall’altre? O la passione
sulla quale ella aveva giurato esisteva realmente?... E non sapendo nè
potendo dir altro, egli tentava frattanto, con sommesse parole, di
arrestare le lacrime della Principessa; e questa sentiva più forte il
bisogno di fuggire, di evitare l’ultima vergogna, l’elemosina della
pietà; ma la voce umile e quasi supplichevole di quell’uomo che la
teneva per mano, che la chiamava per nome come al tempo antico, fiaccava
la sua volontà, dissolveva i suoi propositi, l’abbandonava, cosa vinta
ed inerte, nelle braccia di lui, le strappava la confessione delle
torture rassegnatamente sofferte, delle speranze secretamente nutrite. E
lo stupore di Don Giovanni non aveva più limite. Si soffriva dunque
tanto, per amore? L’alterezza d’una donna, se l’amore l’accendeva, si
disperdeva al punto da consentire alla felicità d’una rivale? L’amore
esisteva dunque realmente, se era una cosa più forte della gelosia, se
aveva dato a quella donna l’incredibile virtù d’una simile rinunzia e
d’una simile attesa?... E due lacrime spuntarono sulle ciglia di Don
Giovanni. La Principessa gli si stecchì tra le braccia. Gettato il capo
indietro e guardandolo negli occhi come se gli occhi di lui fossero
l’unica cosa visibile, gli disse:
-- Tu piangi?... Dunque non mi respingi più?... Dunque non m’odii?...
Credi adesso all’amore?... all’amor mio?... M’ami anche tu?...
Egli rispose:
-- Sì.
-- M’ami d’amore?... Non mi dici così perchè hai paura?... perchè ti
faccio pietà?...
-- No.
La Principessa avvertì finalmente, dopo più di un anno, l’impressione
dell’aria che le vivificava il petto.
-- Torneremo dunque, -- soggiunse, pianissimo, con l’espressione
dell’estasi e quasi sognando, -- torneremo come fummo un tempo?...
Don Giovanni non rispose.
Egli aveva da regolare la sua situazione con quell’altra, comprendendo
bene che l’abnegazione della Principessa non poteva arrivare fino ad
accettar di spartirlo con la rivale. Bisognava dunque liberarsi della
nuova amante; e questo che per lui, in altre condizioni, sarebbe stato
affare d’un’ora, adesso gli pareva una cosa formidabile. Giacchè la
nuova amante, la creatura incostante, licenziosa e decaduta che, come
lui, aveva riso di tutto e di tutti, lo amava -- i Don Giovanni fanno di
questi miracoli -- d’un amore non meno intenso, non meno profondo, non
meno cieco di quello che gli portava la Principessa. Come la
Principessa, ella aveva sofferto vedendo di non poterne ottenere in
cambio uno eguale, e tremato all’idea di perdere quel poco che egli
poteva darle. Era stata gelosa di lei quando aveva compreso che Don
Giovanni ricominciava a ricordarla, ma gli aveva dato ragione,
mortificandosi anch’ella per riconoscere la superiorità della rivale; e
si era accusata d’indegnità e s’era torturata per non aver più nulla da
immolare all’uomo amato affinchè egli credesse a quell’amore... Ma
adesso Don Giovanni credeva all’amore, e la paura di procurare alla
nuova amante un dolore come quello alla vista del quale egli s’era
convertito, gli impediva d’abbandonarla. La Principessa gli aveva tutto
sacrificato, e quell’altra, secondo il giudizio del mondo ed il proprio,
era una donna perduta; ma, alla luce fattasi in lui, egli vedeva adesso
che l’amore non dipende dalle qualità della persona amante nè si misura
dai sacrifici che costa. Quelle due donne avevano uguali diritti su lui,
ed egli quasi voleva potersi dividere fra loro, come un tempo avrebbe
fatto senz’altro; ma poichè ciò gli riusciva impossibile, malediceva
sinceramente il fascino che aveva esercitato, l’irresistibile potenza di
seduzione della quale altre volte s’era compiaciuto e adesso apprezzava
le conseguenze funeste...
La Principessa, sentendo nuovamente fuggire le sue speranze, ricominciò
a implorare; ma più egli vedeva l’insanabile acerbità di quella
disperazione, più capiva di non poterne cagionare una simile. Supplice
ancora, l’antica amante non addusse più in proprio sostegno le prove
d’amore che gli aveva date, la rovina che aveva affrontata,
l’irreparabile perdita del proprio onore; non accusò di disonore
quell’altra.
-- Tu sei mio, -- supplicò, -- per quel che m’hai fatto soffrire.
-- -Quell’altra non soffrirebbe egualmente?-
Allora soltanto la Principessa chinò il capo, non trovando nessun
argomento da opporre allo scrupolo di Don Giovanni.
Sa ella, invece, che cosa fanno quasi tutte le donne in una condizione
simile a quella di costui? Le Donne Giovanne -- veramente il loro nome è
un altro!... -- presumono di tenersi a fianco l’amante abbandonato ed
implorante senza sbarazzarsi dell’altro per il quale l’hanno
abbandonato! E sono ancora gli uomini, le menti più logiche e gli animi
più dignitosi, quelli che non accettano tale situazione, e preferiscono
soffocare la propria passione -- ma con poco merito, dopo che hanno
conosciuto che cosa valgono coteste creature...
UN GIGLIO
Non ho avuto più sue nuove, mia buona amica. L’ha con me? Non credo! Se
ella m’ha lasciato dire, senza offendersene, le cose piuttosto vivaci
delle quali erano piene certe mie lettere, non avrà potuto sdegnarsi
delle ultime anodine narrazioncelle. Starebbe piuttosto preparando una
lunga e poderosa confutazione delle mie dottrine? Non credo neppure.
Ella ha di meglio da fare! Il silenzio significherebbe invece che
s’annoia delle mie lettere, alla lunga? Dovrei dire: «Temo di sì!» Ma
ella mi risponderebbe che, così dicendo, darei prova d’una falsa
modestia e dimostrerei che false non sono soltanto le donne... Sarebbe
ella semplicemente partita per le bagnature, e questa lettera le correrà
dietro un pezzo prima di trovarla? Ne saprò presto qualcosa dal mio buon
amico Dastri, che torna posdomani.
Senza dubbio è venuto a trovarla. Dica la verità: non è simpaticissimo?
Sono certo che l’avrà fatta arrabbiare, ma che ella gli avrà perdonato
grazie allo spirito del quale è pieno. Ella avrà anche visto come io non
sia solo a sostenere quelle che a lei sembrano eresie. Dastri, anzi, va
più innanzi di me, ed è molto più rigido nelle sue affermazioni. L’altra
volta io le dicevo, per esempio, che gli uomini, obbedendo a un istinto
unico e costante, essendo sempre avidi d’amore, amano in un modo più
logico e mettono nell’amor loro maggiore sincerità. Da questo teorema
Vico Dastri cava un corollario e sentenzia: «Quando un uomo si trova in
presenza d’una donna, comunque ella sia, -- purchè non abbia sessant’anni
o la gobba, -- deve rammentarsi che è uomo e dimostrarlo.» Fino a ieri io
credevo che il giudizio fosse esagerato. Certo, se agli uomini è toccato
il dovere dell’iniziativa, essi non dovrebbero guardare, come infatti
non guardano, troppo per il sottile; si potrebbe anche ammettere e
dimostrare, con l’esperienza alla mano che, alle volte, essi si
rammentano dell’esser loro perfino dinanzi a donne di sessant’anni o con
la gobba; ma, ripeto, Dastri mi pareva, fino a ieri, troppo assoluto. Da
ieri mi sono ricreduto. Quando meno me l’aspettavo, ebbi la prova delle
cose dispiacevoli che possono capitare a chi dimentica il precetto
dell’amico mio. La vuol sentire anch’ella? Eccole calda calda la
storiellina.
Bisognerebbe conoscere il mio amico Bernazzi, la correttezza inglese del
suo portamento, il sussiego diplomatico delle sue maniere, quella specie
d’innocente ostentazione di freddezza ch’egli non lascia neppure in
mezzo alle liete brigate degli antichi compagni di studii e di piaceri,
per comprendere il mio stupore quando me lo vidi dinanzi, ieri sera, per
via, così rabbuffato in viso, così nervoso nei gesti, così scucito nei
discorsi come nessuno deve averlo mai visto.
Era stato fuori qualche mese, ma dov’era stato, che cosa aveva fatto,
quando era tornato, non mi fu possibile comprendere in mezzo alle
risposte ingarbugliate, frammentarie ed anche un poco contraddittorie
che mi veniva dando. Se io non lo interrogavo, non diceva più nulla;
soffiava, guardava per aria, e a un tratto usciva in qualche
esclamazione bislacca, a proposito del tempo, o dei passanti, o delle
mostre dei magazzini. Quando fummo all’angolo di via Monte Napoleone
qualcuno, scantonando, l’urtò un poco: Bernazzi si voltò di scatto
dicendo, con un tono di voce irriconoscibile: «Malaccorto!...» Quel
povero diavolo biascicò uno «Scusi!» sommesso e tirò via rapidamente. Io
proposi:
-- Torniamo indietro?
-- A patto che non si vada a finire in Galleria.
Bernazzi, l’uomo senza volontà, mettere un patto! Bernazzi, la
compitezza in persona, apostrofare a quel modo uno sconosciuto colpevole
di non averlo potuto cansare a tempo! Io ci perdevo il mio latino.
Arrivati che fummo sotto i Portici, egli volle rifare il Corso; ma ero
stanco e proposi di andarcene a sedere al Savini.
-- Il Savini mi secca. Andiamo all’Accademia.
-- Ma tu stasera hai qualche cosa! -- non potei trattenermi
dall’osservare. -- Ti senti poco bene?
-- Io? Benissimo.
M’obbligò a fare il giro da Santa Radegonda, e durante la via non
pronunziò più di due parole.
-- Puoi negare quanto ti piace, -- insistetti; -- ma tu sei di malumore.
Eravamo dinanzi al Caffè. Bernazzi mi prese per il braccio, mi condusse
a un tavolino appartato e disse:
-- Senti un poco quel che m’accade!
Il tavoleggiante si presentò a chiedere le nostre ordinazioni. Bernazzi
lo guardò come avrebbe guardato una bestia rara, ed anch’io l’avrei
volentieri mandato via, curiosissimo com’ero di sentire quella
confidenza che il mio amico, per l’irritazione che lo dominava, poteva
pentirsi da un momento all’altro di farmi. Ma appena ebbi chiesto il
primo liquore che mi venne a mente, Bernazzi chinò il capo in atto di
assenso alla mia scelta e riprese:
-- Senti un poco che cos’ho. T’ho detto che son partito da Bologna
l’altr’ieri, col diretto delle 11 e 55? Non fa nulla, te lo dico adesso.
Arrivo tardi alla stazione, appena in tempo per prendere il biglietto;
entro sotto la tettoia che il capo-treno sta gridando: «Partenza!» e che
il conduttore gli risponde: «Pronti!» Non so dove ficcarmi, quando a un
tratto mi sento chiamare: «Bernazzi! Bernazzi!...» Mi volto a destra e a
sinistra senza capire di chi è quella voce, ma scorgo finalmente un
braccio guantato fino al gomito che fa un gesto...
Arrivò il cameriere con i liquori. Bernazzi fece scoppiettare il pollice
contro il medio, poi ripetè:
-- ... che fa un gesto. Quel braccio era attaccato a un busto il quale
sporgeva da un finestrino; il busto era vestito d’azzurro e il capo era
avvolto in un gran velo grigio. Non ho il tempo di stare a guardare,
accorro cavandomi il cappello, apro e salgo. Sai chi era? Ti rammenti la
Hundington?
-- Donna Clara?
-- Donna Clara. Allora, se la rammenti, non ho bisogno di spiegarti tante
cose. Sai quanti anni ha?
-- Non ho visto la sua fede di nascita; ma, così a occhio e croce, credo
che i cinquant’anni debba ancora compirli.
-- I quarantacinque però li ha bell’e compiti, eh? Va bene. Da quanto
tempo non la vedi?
-- Ma, da un bel pezzo... da qualche anno.
-- Allora, non sai una cosa: è ingrassata.
-- Davvero?
-- Non pare impossibile? Quel manico di granata? Ebbene, adesso ha
qualche rotondità. Ma il viso sempre affilato come un coltello, le mani
nocchiute come quelle d’un uomo, i denti sporgenti e lunghi come quelli
di un cavallo; e la stessa sciatteria nelle vesti, la stess’aria di
governante a spasso. Appena salgo e mi sento dire: «Bravo!...,» io la
riconosco. «Donna Clara!... Scusi, con quel velo!...» Risponde: «Avete
ragione!... Dove andate?» Le rispondo che vado a Milano, e chiedo dove
va ella stessa. Dice che va a Parigi, ma che si ferma a Milano una
giornata. Il treno parte ed io metto a posto la mia valigia. Un momento:
Donna Clara non era sola; aveva con sè...
-- La solita Betsy.
-- Precisamente! Che cosa le fa?
-- Le tiene compagnia, suppongo.
-- Sarà benissimo. Ma io ti dirò una cosa. Hai visto che Betsy porta
sempre, di giorno e di notte, d’estate e d’inverno, a piedi e in
carrozza, un sacco in mano? Or bene, costei m’ha sempre fatto l’effetto
di quella vecchia che dipingono dietro a Giuditta, col sacco destinato
alla testa d’Oloferne...
-- Oh! Oh!...
-- E’ un’idea stravagante; ma è più stravagante quella figura! Lasciamo
andare. Dunque s’incomincia a discorrere, di tutto un po’. Da principio
la va bene. Poi Donna Clara, al solito, mi fa centomila domande, una
sopra l’altra, intorno a tutte le cose dell’universo. Io rispondo del
mio meglio. Nota che dopo quarantacinque anni di studio, ella parla
sempre quell’orribile francese che sai; aggiungi che io, da mia parte,
mastico maluccio l’inglese: tira la somma, e capirai che il divertimento
era abbastanza magro. Modena, Reggio, Parma: le stazioni sfilano una
dopo l’altra, e sfilano contemporaneamente le domande di Donna Clara.
Mio caro, io ho sempre sospettato che quella donna faccia la spia.
-- Oh! Oh! Oh!
-- Allora, di’ tu; che cosa fa? Sentiamo!...
-- Ma non lo so!... Quel che fanno le altre, probabilmente nulla!
-- Ma le altre non seccano la gente con quell’aria inquisitoria, con
quella curiosità importuna, con quegli sguardi indiscreti che vi si
ficcano in tasca e vi frugano sotto i panni! Poi, perchè diamine va
sempre attorno, da Bologna a Parigi, da Roma a Dublino, da Ginevra a
Vienna? Spia, forse ho detto male; ma, tu stesso lo supponesti una
volta, dev’essere l’emissaria di qualche partito, di quelli che lavorano
sott’acqua: dei nihilisti o dei gesuiti...
-- Il diavolo o l’acqua santa!
-- Che vuoi ch’io sappia! Ma torniamo al nostro viaggio. Continuano le
interrogazioni: vuol sapere quanto starò a Milano, che cosa vado a
farci, perchè lascio Bologna, che cosa ci ho fatto, se ci tornerò,
quando ci tornerò, che gente ho visto, perchè sono arrivato tardi alla
stazione!... A un certo punto, cava da una sua borsa uno scatolino di
pastiglie Panerai: ma viceversa è pieno di sigarette. Me ne offre una, e
si mette a fumare...
-- Fuma, adesso?
-- Dammi ascolto! Sigarette pestifere, caro mio, che quelle delle Regia
sono un balsamo. Il treno va sempre a rotta di collo. Ora le sue domande
,
,
1
.
2
3
-
-
’
,
4
:
?
5
6
-
-
.
.
.
.
7
8
,
,
:
9
,
,
,
10
,
’
11
,
12
’
:
,
,
13
’
.
.
.
,
:
14
15
-
-
!
?
16
!
.
.
.
17
18
;
19
,
,
20
.
21
22
,
;
-
23
-
.
24
25
,
,
26
,
’
27
,
,
28
.
:
29
’
,
;
30
,
.
’
,
31
,
.
32
,
.
33
34
-
-
?
-
-
;
-
-
35
?
?
.
.
.
36
37
:
38
39
-
-
’
,
:
.
.
.
40
41
,
,
42
,
.
43
44
’
’
45
-
-
.
46
,
47
,
48
,
,
,
49
,
50
,
51
.
52
53
-
-
,
,
.
.
.
-
-
,
54
,
’
55
.
56
57
:
58
59
-
-
?
?
60
61
!
62
63
:
64
65
-
-
!
!
66
67
:
68
69
-
-
,
;
.
70
?
71
72
:
73
74
-
-
.
75
76
-
-
?
?
?
77
78
-
-
!
-
-
’
.
79
80
-
-
,
:
?
.
.
.
81
82
.
83
,
-
-
,
84
,
,
,
85
.
,
’
,
,
86
,
;
87
:
88
89
-
-
,
!
-
-
.
90
91
,
,
92
,
,
,
93
’
:
94
95
-
-
’
;
!
.
.
.
-
-
96
.
.
97
98
,
,
99
,
100
.
101
102
?
103
?
104
’
105
’
,
106
?
107
?
108
’
,
109
,
,
110
?
111
’
112
-
-
’
!
-
-
?
113
’
114
,
115
,
116
’
’
?
117
,
?
’
,
118
?
119
,
120
,
?
121
,
,
122
,
?
123
,
124
?
.
.
.
125
126
,
,
127
:
128
.
,
129
.
130
131
132
133
134
135
136
137
-
,
-
138
139
?
!
140
,
141
,
142
?
143
144
’
,
,
145
,
,
146
.
,
147
,
148
,
,
149
;
,
150
,
;
,
151
.
152
,
153
.
154
155
,
;
156
:
157
;
,
,
,
158
,
,
159
;
,
,
160
.
,
;
161
,
.
.
.
?
’
162
!
,
.
163
164
,
,
,
,
,
165
.
,
’
,
.
,
166
,
;
167
,
168
’
169
,
170
’
;
’
171
’
172
,
,
,
173
.
174
175
,
,
176
:
177
.
,
.
.
.
’
178
?
?
?
.
.
.
179
;
:
,
180
,
181
’
;
,
’
182
.
183
184
,
,
185
’
?
’
’
,
186
,
187
,
;
188
’
189
?
.
.
.
190
,
,
191
,
192
?
193
194
’
,
,
195
,
196
.
197
-
-
198
.
199
,
200
’
;
201
,
.
202
,
,
,
203
,
’
,
,
204
;
,
.
205
206
-
-
,
-
-
207
:
-
-
!
.
.
.
208
209
,
-
-
210
,
211
’
;
-
-
,
,
212
.
,
«
213
,
»
,
,
.
214
215
’
216
’
?
?
217
’
,
,
218
,
,
219
?
220
221
’
.
222
,
-
-
223
-
-
,
224
,
:
225
226
.
.
.
.
.
,
,
227
,
’
,
228
’
,
229
,
,
230
.
231
232
,
,
?
233
,
;
,
234
,
,
’
’
;
,
235
,
’
,
236
,
:
237
,
.
238
,
239
,
240
.
241
242
,
,
243
’
;
244
’
’
.
245
’
’
246
,
’
:
247
’
.
248
’
,
:
249
250
-
-
,
’
?
251
?
?
252
’
?
’
,
253
,
,
?
.
.
.
254
255
,
256
,
257
.
258
,
’
,
,
259
;
260
,
,
261
.
.
.
262
263
!
,
,
264
;
265
.
266
.
267
,
268
.
,
269
-
-
!
270
271
’
272
,
,
,
273
.
.
,
274
’
:
«
!
?
.
.
.
»
275
.
276
277
,
,
278
.
.
.
279
?
!
:
280
;
,
,
281
!
?
282
?
283
,
284
?
.
.
.
285
286
;
.
287
,
,
’
288
,
289
.
.
290
.
291
292
293
.
,
294
295
;
,
,
296
,
,
297
.
,
,
298
,
’
,
299
’
.
;
300
,
.
301
302
’
.
303
’
,
’
’
,
’
304
;
,
305
.
,
,
.
306
307
:
.
308
:
!
!
309
’
,
!
310
’
!
.
.
.
-
-
311
’
,
;
312
’
?
-
-
,
,
313
’
.
,
.
314
315
’
:
316
.
,
,
,
’
317
.
’
318
.
319
?
,
,
320
’
,
?
321
’
?
,
,
322
,
?
323
,
,
,
324
,
,
325
?
!
.
.
.
,
326
,
,
327
,
’
,
’
;
328
,
,
329
,
’
,
330
,
;
,
,
331
,
,
332
,
,
333
,
.
334
335
,
’
,
336
,
,
,
,
337
;
338
,
,
339
,
,
,
340
,
.
.
.
341
342
343
344
345
346
347
348
,
:
349
,
,
350
-
-
-
;
351
.
352
.
’
353
,
354
,
’
,
,
355
356
,
357
.
’
358
’
,
;
359
’
;
,
360
’
361
.
,
,
362
,
,
.
363
364
.
365
’
;
’
366
.
367
’
,
368
’
.
369
370
,
371
,
372
,
?
,
373
,
374
,
375
’
’
,
’
376
,
’
.
377
.
378
379
’
,
380
’
,
381
.
-
-
«
382
,
’
’
383
.
’
’
384
,
,
’
385
’
;
,
,
386
,
’
387
.
.
.
:
388
’
;
389
,
,
,
390
,
,
391
;
392
,
,
’
393
,
394
.
395
’
.
396
.
397
,
,
398
,
?
,
,
399
,
,
400
;
’
401
!
,
402
403
?
.
.
.
»
404
405
406
,
,
,
;
407
,
,
’
,
408
’
.
409
,
-
-
410
-
-
,
411
’
,
’
’
,
412
’
;
413
,
?
.
,
414
,
,
’
,
,
415
,
416
.
417
,
,
;
418
.
’
,
,
,
419
’
,
420
;
421
.
,
422
’
,
.
423
’
,
424
425
’
426
.
427
’
-
-
.
428
429
«
430
,
’
,
,
431
.
;
432
,
,
433
.
434
’
,
-
-
435
,
’
.
’
436
,
’
437
.
.
.
438
.
.
439
,
,
,
440
441
.
?
?
.
442
?
,
,
.
443
,
,
?
444
’
.
.
’
445
’
446
’
’
,
447
-
-
,
448
-
-
.
.
.
»
449
450
,
,
451
’
452
’
.
.
453
,
454
’
,
455
,
,
456
.
,
’
457
’
.
,
’
458
,
.
,
,
459
,
,
,
460
,
,
461
,
;
,
,
462
,
463
464
.
465
.
’
’
466
’
.
’
467
,
,
468
,
.
.
.
,
469
,
470
,
,
471
;
472
,
’
,
,
473
.
’
474
’
;
475
,
.
476
,
.
’
477
.
478
-
-
,
479
’
.
’
,
480
’
’
481
:
482
483
,
.
.
.
484
485
486
,
487
;
488
;
489
:
490
491
,
,
,
492
,
,
493
’
,
494
’
.
.
.
495
496
,
497
,
498
.
499
500
,
,
501
?
,
:
502
’
,
,
503
’
.
504
,
505
’
.
506
,
’
507
’
508
,
,
509
?
’
.
,
510
.
511
.
,
512
,
.
513
,
’
514
.
.
.
.
515
516
:
.
517
’
.
518
?
519
,
,
,
520
?
521
.
522
523
’
’
:
524
.
525
,
,
526
-
-
527
-
-
.
528
,
,
529
.
530
?
?
531
?
532
533
-
-
!
-
-
’
’
.
534
-
-
’
.
535
536
,
’
537
.
:
-
.
-
538
’
:
-
539
.
-
:
540
.
.
541
’
,
,
;
542
?
543
544
545
546
547
548
549
550
,
,
;
551
-
-
.
,
552
,
.
553
,
’
,
554
,
,
’
.
555
556
,
,
557
558
-
-
?
,
559
!
560
561
(
562
)
’
563
.
«
,
»
564
,
565
566
,
567
568
,
,
’
569
’
,
’
,
’
570
.
571
.
,
572
,
573
.
,
574
’
,
575
576
.
’
,
577
’
.
,
578
.
579
,
580
.
’
581
’
:
582
’
583
;
.
584
,
585
,
,
586
.
.
.
587
588
’
589
,
,
590
.
591
,
,
592
,
593
’
-
-
!
-
-
?
594
!
595
,
’
596
’
,
,
597
’
?
598
.
’
,
599
600
,
’
601
,
,
?
’
602
603
:
604
,
’
605
.
.
.
606
607
.
,
608
-
-
-
-
609
,
610
.
611
’
612
’
,
,
613
’
,
;
’
-
-
614
!
-
-
.
615
’
;
616
,
.
617
.
618
’
,
619
’
.
620
’
621
,
’
’
622
.
,
623
.
624
’
,
?
625
’
:
,
-
-
’
.
626
’
,
,
627
,
,
’
628
’
’
,
629
.
630
631
;
.
632
.
.
’
633
’
,
634
.
,
635
,
,
,
636
,
:
637
’
.
638
:
.
639
?
.
.
.
!
640
!
.
.
.
641
’
,
642
,
,
.
643
,
;
’
,
644
’
645
,
-
-
.
?
.
.
.
646
647
,
648
,
’
.
649
:
650
,
’
651
;
.
652
;
,
653
,
654
,
’
’
,
655
,
,
’
.
656
:
,
,
657
;
,
,
658
659
.
,
’
660
;
,
661
.
.
.
662
,
663
,
’
664
’
,
665
,
666
?
.
.
.
,
,
;
667
’
,
668
,
669
’
,
’
’
.
.
.
,
670
’
?
671
,
’
?
672
,
673
,
.
.
.
674
,
675
’
,
’
676
’
677
.
678
679
,
,
,
.
680
’
,
.
.
681
682
’
,
683
,
684
;
685
,
’
686
’
.
,
687
;
688
’
,
689
,
.
690
’
,
691
’
,
692
’
,
,
693
’
,
’
,
,
694
.
,
’
,
695
,
’
696
,
,
,
697
:
,
’
698
.
699
700
.
,
701
,
’
’
;
,
,
702
,
703
.
,
704
?
705
,
’
,
706
,
,
,
707
’
.
,
708
709
,
;
,
710
’
.
’
711
?
’
?
712
?
.
.
.
713
,
,
,
714
;
715
,
’
,
’
716
;
’
717
,
,
718
,
,
’
,
719
,
,
720
,
.
721
.
722
,
?
’
’
,
’
’
,
723
’
?
’
724
,
,
725
’
’
726
’
?
.
.
.
727
.
.
728
729
’
,
:
730
731
-
-
?
.
.
.
?
.
.
.
’
?
.
.
.
732
’
?
.
.
.
’
?
.
.
.
’
?
.
.
.
733
734
:
735
736
-
-
.
737
738
-
-
’
’
?
.
.
.
?
.
.
.
739
?
.
.
.
740
741
-
-
.
742
743
,
,
’
744
’
.
745
746
-
-
,
-
-
,
,
’
747
’
,
-
-
?
.
.
.
748
749
.
750
751
’
,
752
’
753
.
754
;
,
,
755
’
’
,
.
756
,
,
,
757
,
,
-
-
758
-
-
’
,
,
759
.
760
,
761
,
’
762
.
763
,
,
764
’
;
765
’
’
766
’
’
.
.
.
767
’
,
768
’
769
,
’
.
770
,
’
,
,
771
;
,
,
772
’
773
.
,
774
,
775
’
;
,
776
,
’
777
’
778
.
.
.
779
780
,
,
781
;
’
782
,
.
783
,
’
784
’
,
,
785
’
;
786
’
.
787
788
-
-
,
-
-
,
-
-
’
.
789
790
-
-
-
’
?
-
791
792
,
793
.
794
795
,
,
796
?
-
-
797
!
.
.
.
-
-
’
798
’
’
799
!
,
800
,
,
801
-
-
,
802
.
.
.
803
804
805
806
807
808
809
810
,
.
’
?
!
811
’
,
,
812
,
813
.
814
?
.
815
!
816
’
,
?
:
«
!
»
817
,
,
’
818
.
.
.
819
,
820
?
821
,
.
822
823
.
:
?
824
’
,
825
.
826
.
,
,
827
,
.
’
828
,
,
,
829
,
’
,
830
’
.
831
:
«
832
’
,
,
-
-
’
833
,
-
-
.
»
834
.
,
835
’
,
,
836
,
;
837
,
’
,
,
838
’
’
839
;
,
,
,
,
.
840
.
’
,
841
842
’
.
’
?
843
.
844
845
,
846
,
,
847
’
’
848
,
849
,
,
850
,
,
,
851
.
852
853
,
’
,
,
854
,
855
,
856
.
,
;
857
,
,
858
,
,
,
859
.
’
860
,
,
’
:
861
,
:
«
!
.
.
.
»
862
«
!
»
.
863
:
864
865
-
-
?
866
867
-
-
.
868
869
,
’
,
!
,
870
,
871
!
.
872
873
,
;
874
.
875
876
-
-
.
’
.
877
878
-
-
!
-
-
879
’
.
-
-
?
880
881
-
-
?
.
882
883
’
,
884
.
885
886
-
-
,
-
-
;
-
-
.
887
888
.
,
889
:
890
891
-
-
’
!
892
893
.
894
,
’
’
895
,
’
896
,
’
,
897
’
.
898
,
899
:
900
901
-
-
’
.
’
902
’
’
,
?
,
.
903
,
;
904
-
:
«
!
»
905
:
«
!
»
,
906
:
«
!
!
.
.
.
»
907
,
908
.
.
.
909
910
.
911
,
:
912
913
-
-
.
.
.
.
914
;
’
915
.
,
916
,
.
?
917
?
918
919
-
-
?
920
921
-
-
.
,
,
922
.
?
923
924
-
-
;
,
,
925
’
.
926
927
-
-
’
,
?
.
928
?
929
930
-
-
,
.
.
.
.
931
932
-
-
,
:
.
933
934
-
-
?
935
936
-
-
?
?
,
937
.
,
938
’
,
939
;
,
’
940
.
:
«
!
.
.
.
,
»
941
.
«
!
.
.
.
,
!
.
.
.
»
:
«
942
!
.
.
.
?
»
,
943
.
,
944
.
.
:
945
;
.
.
.
946
947
-
-
.
948
949
-
-
!
?
950
951
-
-
,
.
952
953
-
-
.
.
954
,
,
’
’
,
955
,
?
,
’
’
956
,
957
’
.
.
.
958
959
-
-
!
!
.
.
.
960
961
-
-
’
’
;
!
962
.
’
,
’
.
963
.
,
,
,
964
’
,
’
.
965
.
,
966
’
;
,
,
967
’
:
,
968
.
,
,
:
969
’
,
.
970
,
.
971
972
-
-
!
!
!
973
974
-
-
,
’
;
?
!
.
.
.
975
976
-
-
!
.
.
.
,
!
977
978
-
-
’
,
979
,
980
!
,
981
,
,
,
982
?
,
;
,
983
,
’
’
,
984
’
:
.
.
.
985
986
-
-
’
!
987
988
-
-
’
!
.
989
:
,
990
,
,
,
,
991
,
,
992
!
.
.
.
,
993
:
.
,
994
.
.
.
995
996
-
-
,
?
997
998
-
-
!
,
,
999
.
.
1000