hidalgo della Mancia quegli oggetti in quel luogo si trasformano
prodigiosamente, sono il più forbito e prezioso arnese nella chiesetta
del più signorile e potente castello; la qualità reale delle cose sfugge
ai sensi del sognatore: l’anima sua accesa dalla bellezza conferisce a
tutto le qualità desiderate. Come l’eroe leggendario, il Protagonista
non vide, dimenticò, volle ignorare la mercenaria e la suburra: egli si
sentì come dinanzi a una Sposa, e come dinanzi a una Sposa restò timido
e trepidante.
Ella sorride; anzi non sorride, deride. Ella pensa un bisticcio e dice
tra sè che anche questo mio Cavaliere fece una «trista figura.» Io debbo
disingannarla. Certo non è raro che il morale turbamento impedisca le
operazioni dell’istinto, ed è vero che il segno del massimo amore
consiste nel non potere temporaneamente amare. L’amor proprio, che si
caccia dovunque, rende insoffribile agli uomini il fiasco stendhaliano
che invece suol essere molto lusinghiero all’amor proprio delle donne.
Ne godono esse perchè è sintomo del sentimentale invasamento, o non
piuttosto perchè, l’amore essendo fatto di odio e l’abbraccio dei due
amanti somigliando troppo alla lotta di due nemici, le sconfitte e le
mortificazioni dell’uno sono naturalmente vittorie ed esaltazioni
dell’altra? Lasciamo che ciascuno risponda a suo modo: il fatto è
innegabile, e una donna molto esperta, ad un amante che, per assicurarla
dell’amor suo, le rammentava la foga del primo amplesso, ebbe ragione di
dire: «-Ciò non prova nulla, al contrario!...-» Ma, per tornare al
nostro soggetto, tutt’altro fu il caso del Protagonista. Non i sensi gli
disobbedirono, ma egli stesso si dominò. A cogliere il frutto delizioso
egli era pronto; niente e nessuno gl’impediva d’assaporarlo, fuorchè la
sua propria volontà. Egli non doveva metter opera ad eccitarsi, come
accade a coloro cui manca d’improvviso l’ardire; al contrario, faceva di
tutto per domarsi, per resistere a un impulso veemente.
E comprende ella lo sbalordimento di quella donna? Alla sciagurata per
cui le fantasie dei clienti erano leggi, qual altra fantasia dovè far
sospettare quel nuovo contegno? Per un poco si sforzò di comprenderlo,
invano; perchè se il Protagonista racconta ora quella sua avventura a
chi è capace d’intenderla, non poteva allora aprire alla mercenaria
l’animo suo. Che stranezza, è vero? E come stranezze simili sono
frequenti in più degni amori! Una donna c’ispira uno scrupolo ideale, ci
fa provare un sentimento raro e ineffabile, ci procura impressioni
insolite e squisite; noi l’amiamo per questo, l’amor nostro è fatto di
questo... e non possiamo aprircene con lei, perchè sentiamo che non
c’intenderebbe; e, ciò sapendo, continuiamo ad amarla... Che cosa prova
questo fatto, se non che l’amore è un impulso prepotente ed una
fioritura miracolosa soltanto nei sensi e nel cuore degli uomini? Se la
Mercenaria non poteva comprendere lo scrupolo di rispetto e il bisogno
di nobiltà che tormentavano il Protagonista, quante altre donne
comprendono la poesia che a loro insaputa suscitano nel cuore dei loro
amanti? E di quasi tutte non si potrebbe dire ciò che un Poeta disse di
una:
Ce que j’aimais, en toi, c’était ma propre ivresse;
Ce que j’aimais, en toi, je ne l’ai pas perdu.
Ta lampe n’a brûlé qu’en empruntant ma flamme.
Comme le grand convive aux noces de Cana,
Je changeais en vin pur les fadeurs de ton âme,
Et ce fut un festin dont plus d’un s’étonna.
Tu n’a jamais été, dans tes jours les plus rares,
Qu’un banal instrument sous mon archet vainqueur,
Et comme un air qui sonne aux bois creux des guitares,
J’ai fait chanter mon rêve au vide de ton coeur...
La mercenaria, rinunziato a capire il capriccio del nuovo cliente, finì
col prender sonno. Ella dormì fino all’alba stupidamente serena. Il
Protagonista, il Poeta, l’Uomo, vegliò, si tormentò per vegliare, senza
toccarla, la Forma della Bellezza, per non profanarne la prima
rivelazione, per fare di quella notte, che doveva essere una stupida
orgia, un puro ricordo. All’alba si levò, baciò in fronte la mercenaria,
e andò via.
IL SOSPETTO
-Amica mia,-
Siamo alle solite! Noi non riusciremo a metterci d’accordo mai. Non
neghiamo i fatti, non ne disconosciamo il significato, ma diamo ad essi
un diverso valore: ciò che io considero come regola, a lei pare
eccezione, e viceversa.
E se provassimo un poco a rammentarci di quel precetto secondo il quale
ogni eccezione è conferma della regola? Ecco qui, per esempio: ella se
la prende un’altra volta con me perchè «sfondo le porte aperte.» Dovendo
provarle che, in amore, gli uomini mettono sentimenti rari, forti,
delicati; dovendo darle una prova della poesia con la quale essi sanno
condire le cose meno poetiche, le ho narrato l’avventura d’uno dei più
insigni poeti, di un Principe del Pensiero. «Che Sua Altezza sia
tant’alta non è da stupire! Ma per un Principe capace di fare ciò che
m’avete riferito, che spaventevole numero di borghesi bassissimi ed
infimi i quali non amano -- cercate un’altra parola! io non voglio
profanar questa usandola a tale proposito! -- se non nei luoghi dove il
vostro cavaliere fece la veglia dell’arme? Invece le donne capaci di
soli amori d’epidermide esistono, sì; ma sono, per buona sorte e ad
onore del nostro sesso, tanto poche che, quando ne trovate qualcuna, voi
la considerate come un’inferma degna non solo di compatimento ma anche
di cure. Senza un qualche morale richiamo -- e siano pure, come voi dite,
quelli poco morali della vanità e della curiosità -- le donne non
capiscono ciò che voi altri capite troppo bene. Molte volte, è vero, il
sentimento della pietà le spinge ad appagare i loro amanti per farne
cessare le pene, per vederli lieti e felici; molte volte ancora l’idea
di padroneggiarli, di farne quel che vogliono, le riduce a fare ciò che
vogliono essi; ma sia l’idea di un dominio da esercitare, sia la
commozione pietosa, siano gli eccitamenti della curiosità, siano le
soddisfazioni di vanità procurate dall’adulazione mascolina, bisogna che
almeno un’idea, se non proprio un sentimento o un affetto, le persuada e
le pieghi. Senza di ciò, state pur certo che tutte saranno dell’opinione
della duchessa d’Orléans....»
Se ella pone così la quistione, io le dirò, contessa, che sono del suo
parere e che non abbiamo più bisogno di discutere. Che le femmine
animali siano fredde e si possano considerare addirittura come
ghiacciate a paragone dei maschi ardentissimi, è un fatto che la storia
naturale dimostra fino all’evidenza. Che l’ardore dei sensi sia estremo
negli uomini, e che i sensi muliebri non ardano come fiamma, ma covino
piuttosto come brace sulla quale occorre soffiare perchè dia vampe e
riscaldi, lo abbiamo già detto, nessuno lo mette in dubbio e non accade
più dimostrarlo. Ma perchè nella costituzione dei sessi corre questa
differenza innegabile, dovremo noi dire, come a lei piace, che tutte le
donne sono come la duchessa d’Orléans? Dichiarava costei che quella di
fare i figliuoli è «une vilaine, sotte et dangereuse chose qui ne m’a
jamais plu». Ma se ella mi concede che, a parte le differenze araldiche,
una marchesa vale, come donna, quanto una duchessa, io le riferirò
l’opinione della marchesa di Richelieu, la figlia della duchessa di
Nevers. «Tous les romans qui paraissent,» diceva dunque la marchesa di
Richelieu all’abate di Grécourt, «sont bien denoués d’évènements
piquants; si j’écrivais ma vie, vous verrez bien d’autres aventures. Par
exemple, en allant un jour à la campagne, je fus arrêtée dans un bois,
loin de tout secours, par un voleur. Mes gens prirent la fuite; quand il
m’eut bien volée, le galant s’avisa de me trouver belle et, en
conséquence, il fallut passer par ce qu’il voulut; il demandait d’une
façon si pressante et si tendre -- avec un pistolet à la main -- qu’il n’y
avait pas le moyen de le refuser. Eh bien, l’abbé, croirez-vous bien
qu’il y eut un moment où je ne pus m’empêcher d’écrier: -Ah! charmant
voleur! Oh! voleur charmant!...-»
Bisogna credere, è vero? alla narratrice; perchè la sua confessione è di
quelle che, per universale consenso, recano pregiudizio alla reputazione
di una donna; ma se l’avventura le pare poco persuasiva come troppo
romanzesca, io glie ne narrerò un’altra assolutamente autentica. Il
fatto è successo in Sicilia ed è per molti rispetti caratteristico dei
costumi isolani.
C’era una volta un avvocato, giovane, nè bello nè brutto, eccessivamente
barbuto, con due occhi che parevano cinti di fiamme, il quale s’era
innamorato a modo suo d’una buona e bella signora, lontana sua parente.
Dico che s’era innamorato a modo suo, perchè, senza parlarle mai
d’amore, non pensava ad altro che ad averla. È pur vero che se non le
parlava d’amore ciò dipendeva dalla difficoltà di parlarle d’una cosa
qualunque. Ella avrà sentito dire che laggiù i mariti sono molto gelosi;
e se pure, a suo giudizio, gli uomini sentono tutti ad un modo, non mi
negherà che la diversa latitudine sotto la quale vivono eserciti una
certa influenza almeno sui costumi; ora in Sicilia, se la gelosia non è
più fortemente sentita, è certo che i gelosi hanno maggiori mezzi di
garentirsi. La libertà che le signore godono nel mondo un po’
cosmopolita delle grandi città continentali è ignorata nell’isola rude e
mezzo selvaggia; la casa maritale ha ancora molto dell’-harem- dove
nessun altro fuorchè il signore può penetrare. A poco a poco la civiltà
occidentale distrugge queste tradizioni, specialmente nelle classi più
alte; ma il caso che un uomo innamorato non possa trovar mezzo
d’accostare la donna amata, anche innocentissimamente, nè in casa di
lei, nè in casa altrui, nè per istrada, nè in chiesa, è tutt’altro che
raro. Il nostro avvocato, però, vedeva di tanto in tanto la signora da
certe comuni cugine. Tutte le volte che la incontrava lì, i suoi occhi
mandavano vampe più fosche. Ella era una di quelle donne semplici e
pudiche che, dal modo col quale si vestono al modo col quale guardano --
o meglio, non guardano -- tolgono ogni speranza ai seduttori. Aveva il
viso bianco, quasi pallido, un po’ magro; i capelli nerissimi, raccolti
in una treccia attorcigliata sulla nuca; le forme modeste, l’aria dolce
e serena. L’avvocato struggevasi, arso, disperato; quando un giorno,
andato da quelle sue parenti e non trovatele in casa, la vide apparire
mentre egli stava per andarsene. Veniva a cercare anch’ella delle
cugine, e udendo che non c’erano si disponeva a tornarsene indietro dopo
essersi riposata un istante; ma l’avvocato concepì repentinamente un
piano di aggressione. Mandata via la persona di servizio con un pretesto
qualunque e chiuso a chiave l’uscio, si gettò ai piedi della donna. Ella
s’alzò, gridando dalla paura, tentando di sfuggirgli. Ma l’altro che --
come quasi tutti i suoi conterranei -- portava sempre a spasso il
revolver, lo cavò di tasca e ne diresse la canna contro il petto
dell’inerme e debole creatura. Consideri dunque: abbiamo qui una donna
naturalmente casta, alla quale non è stata detta una parola d’amore, che
si vede aggredita inopinatamente e selvaggiamente, che è minacciata di
morte; alla quale il disgusto, l’orrore, il terrore, tolgono quasi i
sensi. Orbene: quando l’avvocato la ebbe, con mezzi così eloquenti,
persuasa a udire ciò che aveva da dirle, ella rimase muta e sorda; ma
quando egli, non contento di una prima.... dichiarazione, la ripetè con
nuova lena, ella si riscosse, e la terza volta anche gli rispose....
Ella nega ancora, dice che tutto ciò non prova niente. E io le dirò che,
prima di credere alle donne che dichiarano di sentire repugnanza per
l’amor fisico, bisogna aspettare di vederle in presenza di un Ottavio di
Malivert. E siccome ho cominciato con le storielle, eccone subito
un’altra.
Personaggi: Lui e Lei. Lui faceva la corte a Lei. Dicendo -corte-, non
adopero un’espressione molto propria, perchè essa implica l’idea d’una
certa tal quale disinvolta leggerezza, poco compatibile con la passione
vera. E Lui amava Lei appassionatamente. Era un uomo d’affari; ma,
giovanissimo ancora, le cifre ed i conti non gli avevano tolto il
bisogno e la capacità d’un puro affetto. Lei non era alle prime armi;
anzi molto sinceramente soleva dire che con i grandi lavoratori, con gli
artisti, con tutta la gente che ha poco tempo da perdere, non bisogna
eccedere nella resistenza. Tuttavia, quanto più era abituata a cadere,
tanto più aveva bisogno di dimostrare agli altri ed a sè stessa che solo
l’irresistibile slancio dell’anima determinava le sue molteplici cadute;
quindi, benchè disposta, per dirla col gergo legale, ad affrettare i
termini, pure recitava la commedia del sentimento e allontanava il
momento della capitolazione. Ciò le riusciva tanto più facile, quanto
più sincero era l’amore che il giovane le portava. Non sapeva costui
adoperare se non il linguaggio della più devota e disinteressata
passione; e le confessava la passione sua con tanti riguardi e scrupoli,
che ella temette veramente d’essersi mostrata troppo crudele e d’aver
tolto ogni ardire a quel poveromo parlandogli troppo del cielo, delle
stelle, delle anime erranti e degli angelici sponsali. Pensò dunque che
le convenisse scendere un poco verso terra perchè egli non dimenticasse
che entrambi erano di carne.
E infatti, quando, senza offrirgli nulla, ella gli suggerì l’idea di
prendere tutto -- arte della quale ogni donna è maestra -- egli tentò,
delicatamente, timidamente, di prendere non tutto, ma qualche cosa;
proprio in quel punto, pensando che un ultimo conato di resistenza non
era fuori di posto, ella si ritrasse, come crucciata.
Una parte degli uomini sono brutali per paura di parer timidi; l’altra
parte sono timidi per paura di parer brutali. Il nostro eroe apparteneva
a questa seconda categoria. Lasciò pertanto a mezzo i suoi tentativi ed
implorò perdono, giurando che non le avrebbe chiesto nulla, mai più,
pago e superbo della felicità di saperla, con l’anima, sua.... Però,
com’è naturale, la visione di ciò che avrebbe potuto ottenere se ella
non fosse stata tanto severa gl’impedì di continuare a contentarsi della
troppo spirituale comunione; e violentemente combattuto dai nuovi
desiderii e dal timore di mancare alla data promessa e di offendere la
creatura amata, un bel giorno prese una decisione che le dimostrerà fino
a che segno egli fosse sincero e starei per dire ingenuo nella sua
passione: fece le valige e partì.
Imagini adesso lo stupore e la contrarietà della dama! Ella s’era dunque
mostrata tanto inumana da spingerlo a quel passo estremo? Più esaminava
la propria condotta, più si persuadeva di no. Aveva opposto, è vero,
qualche difficoltà, ma -- Dio buono! -- soltanto per non essere confusa
con quelle donne che non ne oppongono per professione. Allora?... Che il
suo adoratore fosse talmente innamorato da perder di mira il fine ultimo
dell’amore, ella non poteva capire; nessuno aveva spinto con lei il
rispetto fino a questo segno; neppure quando, più pura, ella ne era
veramente degna. Allora?... Allora?... Del resto, egli aveva fatto, sì,
un primo ed unico tentativo; ma con tanta fiacchezza, come per darle il
tempo d’interromperlo. Allora?... Allora?... Allora?...
Ma ella avrebbe presto ottenuto la spiegazione dì quella condotta! Prima
di partire, il troppo rispettoso e obbediente amatore le aveva lasciato
una lettera nella quale, con adeguate parole, le diceva che non
l’avrebbe più riveduta, che fuggiva non reggendo al tormento di dover
stare dinanzi a lei come dinanzi a un’imagine; ma che viceversa avrebbe
portato l’imagine di lei nel cuore, sempre, fino alla morte. Ella gli
rispose con poche parole, semplici, ma molto eloquenti: «Non è permesso
lasciare una donna così, dopo averle tolto la pace dell’anima. Tornate
subito e venite a spiegarvi. Dopo, farete quel che vorrete.» E per
evitare altri equivoci aggiunse: «Vi aspetterò a casa mia, il giorno
tale, all’ora tale; ci sarò per voi solo.»
Egli tornò. E il giorno tale, all’ora tale, si presentò da lei. Il cuore
gli batteva così forte come se gli si volesse schiantare, i suoi occhi
guardavano senza vedere; e con la gola strozzata il poveretto non sapeva
come avrebbe potuto dire una sola parola. Aveva creduto di non più
rivedere l’amata, e adesso era sul punto di trovarsela accanto. Che cosa
dirle? Doveva confessarle il disperato dolore sofferto nel prendere la
risoluzione disperatissima, il vuoto che gli s’era fatto intorno lontano
da lei, l’orrore d’una vita alla quale era mancato a un tratto ogni
scopo?... Ma se egli sentiva di dover dire queste cose, le sue labbra
erano suggellate; e appena la vide, appena strinse la mano che ella gli
tendeva, non potè più dominare la commozione: due lacrime gli spuntarono
sugli occhi. Allora, senza tante storie, ella gli buttò le braccia al
collo, esclamando:
-- Ma dunque?... Perchè?... Perchè partire? Perchè lasciarmi?... -- e come
meglio gli venne fatto, rispondendo agli abbracci ed ai baci di lei,
egli disse tutto quel che aveva nel cuore. Allora il duetto divenne un
-a due- di passione impetuosa e trionfante che avrebbe riscosso gli
applausi della platea, se simili scene si rappresentassero in pubblico;
ma nel momento che il tenore doveva metter fuori la nota più acuta,
sentì mancarsi improvvisamente la voce e fece quel fiasco che, secondo
Stendhal, è, alle prime rappresentazioni, troppo frequente. Tuttavia, se
la commozione gl’impedì di sfoggiare i suoi mezzi, più tardi, calmatosi,
egli tornò a disporne.... e da quel giorno la coppia felice restò legata
dal più dolce nodo.
Passò del tempo, e col tempo, come accade di tutte le cose di questo
povero mondo, la passione di lui cominciò a intepidirsi, ma restò sempre
forte il desiderio. Poichè egli era sincero, la cosa fu manifesta;
mentre ella, che avea finto prima, continuava con eguale facilità a
fingere dopo e a non giurare se non sopra l’immateriale connubio
dell’anime. Egli voleva farle riconoscere che anche l’altro ha del
buono, ma tutto era inutile.
-- No, -- sentiva rispondersi, -- non mi parlare di ciò; mi fai male. Per
noi donne esistono soltanto le ragioni del cuore e dell’anima; ci
rassegniamo al resto non potendo fare altrimenti; ma se voi foste capaci
d’intenderci, come saremmo felici!...
Allora egli replicava:
-- Perchè mai dunque mi richiamasti, quando partii?
-- Perchè non si lascia una persona amata nel barbaro modo col quale tu
mi lasciasti! Perchè volevo vederti un’ultima volta!
Egli dunque disperava di farle riconoscere ciò che, nel suo intimo,
colei doveva riconoscere indubbiamente; quando una volta, discorrendo
del passato, si decise a domandarle una cosa della quale era curioso, ma
che aveva taciuta perchè non lusingava il suo amor proprio. La domanda
era questa: che cosa aveva ella pensato la prima volta che erano stati
insieme, quando, nel provare il duetto d’amore, sul più bello gli s’era
abbassata la voce?... Ella si mise a sorridere, ma non volle dir niente;
e l’altro dovette insistere un pezzo prima di sentirsi rispondere:
-- Pensai.... pensai che tu non ne avessi molta....
Egli reprimeva un trionfale scoppio di risa. Dunque, mentre era fuggito
per troppo rispetto, per troppa obbedienza, per troppo amore,
torturandosi all’idea di averla perduta, d’averla voluta perdere, ella
aveva creduto.... che cosa?...
-- Che cosa credesti, dunque?...
Candidamente ella rispose:
-- Eh! dissi tra me: è dunque scappato perchè non può cantare!...
LA CERTEZZA
Io le ho riferito nella mia precedente lettera, cara ed ostinata amica,
un fatto il quale dimostra come le donne che giurano soltanto
sull’amore-sentimento restino male quando temono di doversene unicamente
appagare. La protagonista della mia storiella, spettatrice della
momentanea debolezza dell’amico suo, non pensò già, come sarebbe stato
naturale e come infatti era, che questa debolezza dipendesse dalle
morali commozioni che, secondo voleva dare a intendere, le importavano
sopra ogni cosa; ma andò invece fino a sospettare che fosse indizio
d’una troppo frigida costituzione! Mi vuol ella concedere che questo
sospetto rivela il disinganno provato dalla poco sincera amatrice? Tanto
costei aspettava quelle realità dell’amore sdegnate a parole, che, per
un breve indugio, ne credè incapace l’amico. Costui potè dimostrarle
presto l’inganno e poi la confuse; ma che cosa sarebbe avvenuto se il
sospetto di lei fosse stato certezza? Possiamo noi imaginare i pensieri,
i sentimenti, gli atti e le parole d’una donna la quale scoprisse che
l’uomo amato.... non è uomo?
Ella dirà che un caso simile non si può dare perchè i disgraziati
nativamente o casualmente immeritevoli del nome di uomini non amano, o
pure amando sono prudenti ed evitano le occasioni di rivelare la
specialissima natura della loro passione. Ella s’inganna. Certo, se
questi uomini -- chiamiamoli così tanto per intenderci -- sapessero che la
loro incapacità è senza riparo, farebbero come ella dice. Ma è molto
difficile che le prove più evidenti li convincano; poichè, avendo
fallito ieri e fallendo anche oggi, essi possono credere di valer meglio
domani. Ho bisogno di rammentarle che le leggi civili e le religiose
consentono la dissoluzione del legame matrimoniale quando il matrimonio
non potè essere consumato? Le leggi non prevedono casi ipotetici,
provvedono anzi ai casi reali; e debbo io raccontarle qualche successo
di questo genere per dimostrarle come vi siano uomini che non avendo
potuto percorrere le vie già aperte e molto battute, si sono stimati
capaci di aprirsene una nuova? Poichè lo sdegno di dissetarsi a una
tazza che serve a tutta la folla può togliere realmente la voglia di
bere, costoro hanno spiegato con lo schifo la loro ritrosia dinanzi alle
mercenarie, e si sono legati ad una vergine con la quale hanno
continuato a ritrarsi. Se la presunzione di valere, nonostante le
reiterate sconfitte, quanto ogni altro uomo, spinge questi incapaci al
matrimonio, cioè ad un atto gravissimo, al più grave atto della vita,
vuol ella che s’arretrino dinanzi a un meno serio impegno? Se dunque
costoro sposano le vergini e richiedono d’amore le donne fatte, io torno
alla mia domanda e dico: c’è forza di fantasia che possa ricostruire lo
stato d’animo di queste donne e di queste spose quando i millantatori
restano smascherati?
Ella sa che i romanzieri naturalisti procedono per via di documenti
umani, cioè di osservazioni precise, di confessioni sincere, di
testimonianze irrecusabili. Ecco uno dei casi nei quali il loro metodo è
solo buono. Nè mi dica che fanno meglio i romanzieri romantici tacendo
di queste miserie. Sono miserie umane, e niente di ciò che è umano
dev’essere indifferente all’artista. Non creda che soltanto i lettori e
le lettrici preferiscano i soggetti belli, nobili e grandi: lo scrittore
è un uomo come gli altri, e la bellezza, la nobiltà, la grandezza lo
seducono come seducono i suoi simili; ma, se per obbedire al proprio
istinto egli dovrebbe scegliere e sceglie infatti più volte gli
argomenti allettanti, il suo dovere di storiografo della vita, di
anatomista del cuore, di esploratore del vero lo spinge anche a trattare
gli argomenti repugnanti. Il soggetto del quale discorriamo è del resto
repugnante senz’altro? Non può esso ispirare un tragico interesse? Non è
una tragica storia quella di Ottavio di Malivert che Stendhal ci
narrò?... Ne ho anch’io una da parte, più breve e meno triste; e come
ella ha già compreso, le ho scritto questo lungo prologo perchè mi
conceda di raccontargliela.
Una dama che conosciamo io e lei, ma della quale mi permetterà di
tacerle il nome -- tanto più che non le sarà difficile indovinarlo --
conobbe un giorno, in una città di questo mondo, un capitano di
cavalleria, signore di nascita, avvenente della persona, stimato dai
superiori, bene accolto in società. Il nome di questo qui non glie lo
dirò per un’altra ragione, per la ragione opposta, cioè che ella non lo
conosce. Lo nominai una volta, in presenza di lei, ed ella mi disse di
non sapere chi fosse. Dunque: capitano in Piemonte reale; bande e
manopole rosse; in testa quel lucente elmo che per l’elegante sagoma è
il copricapo più sospirato dai giovani ufficiali italiani -- e Massimo
d’Azeglio, nei suoi -Ricordi- ne dice qualcosa. Il capitano aveva la
statura di un corazziere, baffi biondi e serici, capelli, ahi, pochi
capelli; ma le fronti nude non sembrano chiudere un pensiero molto
profondo e una larga esperienza della vita? Moralmente egli era serio,
quasi malinconico; intellettualmente coltissimo: ma nonostante la
coltura, gli studii e la serietà, ricercava le amabili compagnie, dove
il suo nome, le sue belle maniere, la vantaggiosa presenza e la solida
reputazione lo rendevano generalmente simpatico. E molto simpatico
riuscì veramente alla dama di cui voglio parlarle. Costei, che da sua
parte è ispiratrice di grandissima simpatia, s’accorse d’aver fatto
colpo sul capitano; ma forse nulla sarebbe accaduto fra loro, se
qualcuno non l’avesse particolarmente complimentata per essere riuscita
a sedurre quell’uomo, il cui gusto doveva essere molto difficile,
giacchè nessuno gli conosceva ancora un’amante. Ciò le provi, mia cara
amica, come nell’amore entri quasi sempre, per non dire proprio sempre,
una buona dose di vanità. L’idea d’essere apprezzata dal capitano, così
sdegnoso di bellezze se non maggiori -- la vanità poteva farle
riconoscere d’essere meno bella delle altre? -- certamente diverse,
quest’idea lusinghiera la dispose a dimostrargli in cambio un interesse
e un’attenzione che altrimenti non avrebbe forse accordati.
Di questa sua e mia amica nessuno ha mai potuto dir nulla di male. I
soliti maligni e le non meno solite maligne si sono provate a
sospettarla, ma il motto famoso è stato questa volta fallace: hanno
calunniato, hanno calunniato, e niente n’è rimasto. Alla serietà di
quella dama la serietà del capitano doveva pertanto necessariamente
piacere. Se non gli si conoscevano amanti, ciò voleva dire che,
rifuggendo dagl’indegni legami, dai capricci fugaci, egli serbava il suo
cuore a una forte, a una grande, a un’immortale passione. Era tanto più
naturale che costei spiegasse in tal modo l’austerità della vita del
militare, quanto che ella stessa era austera per la stessa ragione. Dica
pure, cara contessa, che sono troppo scettico; ma io credo che, come
nell’amore entra una dose stragrande di amor proprio, così l’astensione
dall’amore il più delle volte non è suggerita tanto dalla virtù quanto
da una vanità estrema: chi non ama è colui che non crede nessuno degno
dell’amor suo. Ora, se quella dama pensava che il capitano era passato
indifferente nella vita per l’anticipata certezza di non poter trovare
chi fosse capace d’intenderlo, ella già prevede che cosa doveva accadere
dopo il loro incontro: la dama dovè credere d’essere per lui -- e d’aver
trovato in lui! -- l’anima sorella e l’essere predestinato.
Così avvenne realmente. Il capitano espresse il suo sentimento alla
dama, e trovò parole così rispettose, le diè prova d’una discrezione
così reverente, che ella vide confermate le proprie imaginazioni intorno
alla nobiltà dell’animo di lui, e non trovando più ragione di sottrarsi
all’amore, si lasciò finalmente andare alle dolcezze troppo lungamente
rifiutate. Corse una stagione molto felice, specialmente per lei. Una
causa di discordia, in amore, ciò che avvelena l’amore più fortunato è
quella specie di contrattempo morale per il quale gli stati d’animo dei
due amanti non coincidono: se l’uomo supplica e la donna resiste, se la
donna cede e l’uomo trionfa, ciascuno dei due amanti proverà gli stessi
sentimenti dell’altro, ma in tempi diversi, anzi con ordine inverso. Il
puro affetto, l’onesta amicizia non solamente bastavano alla dama, ma
erano il suo desiderio e il suo sogno; appunto per la sfiducia di
poterli mai ottenere ella s’era difesa contro le tentazioni quotidiane.
Noi abbiamo detto, mia cara amica, che le donne non sono, generalmente
parlando, ardenti: ma se la media di esse sta, poniamo, a una
temperatura di 10 gradi -- essendo 30 quella degli uomini -- alcune
salgono fino a 15, altre scendono a 5. La nostra protagonista è fra
quest’ultime. Suo marito, rompicollo famoso, la disgustò dell’amore
rivelandogliene alcuni modi dei quali gli uomini sono ingordi ma che le
donne non capiscono se non in circostanze molto rare d’ardore sensuale.
Separata dal marito, visse lungamente nella castità; e l’amor casto le
era, come si dice in matematica, tutt’in una volta necessario e
sufficiente. Ma un uomo poteva lungamente sopportarlo? Ella era casta,
ma non sciocca; e comprendeva che la sua propria soddisfazione doveva
costare all’amico suo: vedendolo avido di prenderle la mano, di baciarle
la bocca, di stringerla al petto, ella temeva che un giorno o l’altro
non si sarebbe più frenato, che il purissimo incanto si sarebbe rotto; e
ne gemeva, e i suoi gemiti arrestavano il riguardoso amante; al quale
ella pensava che un giorno avrebbe dovuto pur cedere, ma era frattanto
grata della discrezione. Ora, l’inverno scorso, quando le cose della
Colonia Eritrea si guastarono e tutti in Italia trepidavano per la sorte
dei nostri bravi che avevano chiesto ed ottenuto di andare a battersi
laggiù, si sparse la voce che il capitano... -- or ora lo nominavo! -- era
stato destinato, non si sapeva se dopo sua domanda o per ordine
superiore, ai presidii africani. La dama seppe questa notizia da una sua
amica, presso la quale si trovava con altre due o tre signore. Giudichi
ella come rimanesse all’annunzio! Era possibile che egli avesse voluto
lasciarla? Se il decreto non era stato da lui stesso sollecitato, non
avrebbe potuto ottenerne la revoca? Ciò non era possibile, in tempo di
guerra: egli si sarebbe disonorato, neppur ella poteva consigliargli
tanta viltà. E se anzi egli aveva chiesto di partire appunto per non
poter più resistere alla resistenza di lei? Perciò dunque non glie ne
aveva detto nulla, e le toccava udir la notizia da altre persone?...
Questi dolorosi pensieri occupavano talmente la poveretta, che ella non
aveva più udito ciò che le amiche dicevano vicino a lei. Una delle dame
più commosse al pensiero del destino serbato agli ufficiali d’Africa,
aveva detto che, se la guerra è sempre cosa triste, tristissima è
laggiù, tanto lontano dal proprio paese, in regioni deserte, contro orde
selvagge ed ignare di quelle leggi d’umanità che nelle lotte più
accanite tra popoli civili vigono ancora. Un’altra soggiungeva che ciò
sarebbe stato quasi nulla senza l’orrore di certe mutilazioni alle quali
erano sottoposti i morti, i feriti e gli stessi prigionieri; allora una
terza, con un sorriso che le parrà, mia cara contessa, intempestivo, ma
che è troppo naturale, osservò che il nostro capitano era assicurato
contro questo pericolo. E con nuovi sorrisi un’altra confermò che,
infatti, egli non aveva nulla da perdere...
La dama, assorta nei gravi e molesti pensieri, aveva ricominciato a
porgere ascolto udendo il nome di lui; ma, sul principio, era rimasta
senza comprendere. Che volevano dire?... Quando il senso
dell’osservazione fu precisato, ella avvampò. Di sdegno, di vergogna, di
dolore? Contro quelle donne, contro di lui, contro sè stessa? Non
avrebbe saputo dirlo. Certe commozioni sono d’una natura così complessa
ed ambigua, che solo un’attenta indagine può rendercene conto; ma
l’indagine vuol tempo e la commozione è fulminea. Dominandosi per non
darne spettacolo alle ciarliere, ella andò via senza saper bene che cosa
facesse, dove fosse diretta. Fuori, all’aria aperta, la subitanea
impressione parve sedarsi; ma come, dopo la tempesta, la superficie del
mare sembra tranquilla, mentre tutta la massa dell’acqua è ancora in
movimento, così la sua mente ancora tumultuava. Quelle pettegole avevano
mentito? Leggermente, come irresponsabili, perchè le faceva ridere,
avevano ripetuto una voce bugiarda che qualche malevolo aveva messo in
giro? Perchè il capitano faceva una vita diversa dagli altri uomini, da
quasi tutti gli uomini, gli scapestrati, i viziosi, gl’invidiosi,
gl’incapaci di castità avevano malignamente messo in giro la voce
bugiarda?... Ma simili voci si possono propagare ed ottengono credito se
non hanno fondamento?... E se era vero? Se il capitano aveva chiesto
d’andare a combattere e a vincere in Africa per non aver da patire una
sconfitta in Europa? Perciò, dunque, la rispettava e la obbediva? Mentre
fingeva d’obbedirla a malincuore, pensava di fuggire per evitare che il
nessun merito della sua obbedienza fosse evidente?... No! non era
possibile! Se egli avesse provato questa paura, perchè avrebbe
cominciato a parlarle d’amore, a richiederla d’amore? Lo aveva forse
ella sollecitato a dichiararsi? Gli aveva ella detto di amarla?... No,
non era possibile!... Eppure?... Il dubbio così tenzonava nella sua
mente; e, senza ch’io insista, ella già vede che non mancavano
presunzioni a sostegno delle due ipotesi. Come uscire dal dubbio?
Il mezzo non mancava. La prima volta che si trovò sola con l’amico,
senza aspettare che egli parlasse, la dama lo prese per ambe le mani e
figgendogli gli occhi negli occhi:
-- È vero che andate in Africa? -- gli domandò.
Il capitano, quasi cascando dalle nuvole, negò risolutamente.
-- Avevo dunque ragione? E’ impossibile! Mentiscono!... Voi resterete con
me?...
-- Con voi, vicino a voi!
-- Sempre?
-- Sempre!...
E quantunque ella avesse studiato la sua parte, il piacere della prima
certezza, la fiducia che anche l’altra voce sarebbe apparsa tosto
bugiarda, la fecero cadere nelle braccia di quell’uomo con impeto
sincero. Il capitano... il capitano senza essere stato in Africa in mano
degli Abissini, e neppure in Oriente in mano dei provveditori del
Serraglio, e neppure a Roma al tempo dei cantori della Cappella Sistina,
non tentò neppure, contrariamente al dovere di ogni buon militare, di
penetrar nella piazza che già gli apriva le porte, che già lo invitava
all’occupazione... Allora la dama, risollevatasi, lo colpì con una mano
sulla guancia:
-- E’ dunque vero? -- esclamò, accesa dallo sdegno e dal disprezzo. --
Uscite di qui!... Non m’apparite più innanzi!...
Egli, come ebro, uscì barcollando.
Potrà ella, cara contessa, condannare questa donna? A me pare che non
solamente fece bene, ma che, in una situazione simile, tutte dovrebbero
fare -- e farebbero -- altrettanto.
Per finire la storia, che è, come tutte quelle che io le narro,
autentica, le dirò che questo capitano non chiese d’andare in Africa
neppure dopo la disastrosa avventura. Chiese soltanto ed ottenne -- ma
quando al ministro della guerra piacque! -- di essere destinato a un
altro reggimento.
UN’INTENZIONE DELLA DUFFREDI
-Contessa mia,-
Sia lodato il sommo Iddio! Finalmente ci siamo posti d’accordo! Ella
approva pienamente la condotta della signora di cui le narrai
nell’ultima mia lettera la curiosa avventura e riconosce che quel
capitano, degno soltanto di compassione se avesse atteso al suo mestiere
guerresco -- ma non avrebbe potuto sceglierne, in verità, uno più adatto
alla nativa mitezza dell’indole sua? -- fu degno dello schiaffo
somministratogli dalla donna troppo idealmente amata.
Ella conviene espressamente con me sul significato di quel fatto; anzi --
sia onore al suo spirito -- istituisce in proposito alcuni paragoni
molto, come si dice, calzanti: «La castità del vostro capitano,» (perchè
-mio-, poi?) «somiglia al nobile disdegno della volpe per l’uva alla
quale non poteva arrivare. S’intende,» ella soggiunge, «che non c’è
merito se non c’è sforzo, e quando si parla di resistenza agli istinti,
la prima cosa è che gl’istinti operino; come quando voi volete fare un
intingolo di lepre dovete cominciare col prendere una lepre.»
Bene! Benissimo! Mi consenta tuttavia di farle osservare che la
quistione era un’altra e che, per colpa senza alcun dubbio mia, ora essa
mi pare vicina a fuorviare. Il punto dal quale partimmo è questo: le
realità dell’amore, alle donne che danno a intendere di non apprezzarle,
sono infatti così indifferenti come esse dicono? Che, nonostante
l’innegabile loro calma, esse esagerino un poco nelle dichiarazioni
d’indifferenza, io ho tentato di provarle; ora questo appunto ella
negava. Forse, anzi certamente neppur ora si arrenderà. Ella già dice
che l’avventura del capitano non prova niente, già mi butta il suo
guanto sfidandomi a una più luminosa dimostrazione; ed io mi precipito a
raccogliere il morbido e odoroso involucro della sua bella mano. Se
vinco, me lo lascia come trofeo?
Diciamo dunque -- o meglio dico io soltanto, per ora -- che queste
benedette realità non sono poi tanto disprezzate nel fatto quanto a
parole. Certo, il primo patto che quasi tutte le amate pongono ai loro
amanti è di contentarsi... delle sole parole. Questa è una cosa tutta
istintiva; è la naturale riluttanza della femmina a cedere; riluttanza
notabile in tutta la scala animale. Nella prima fase, adunque, la
resistenza è proprio sincera. È sincera fino all’ultimo? Non si può
credere, perchè ha pur da arrivare un momento nel quale il secondo
istinto, l’istinto di cedere, fa udire finalmente la sua voce e, se
proprio non reprime e soffoca quell’altro, viene certamente in contrasto
con esso. Allora le dichiarazioni di repugnanza non sono mentite? Nelle
femmine animali che non pensano, o almeno non parlano, non c’è
ipocrisia: finchè l’istinto della resistenza ha il sopravvento, esse
resistono, graffiano, mordono, fuggono; quando il secondo predomina, si
sottopongono al maschio. Nelle donne, cioè in esseri dotati di
coscienza, noi dobbiamo -a priori- ammettere che debba necessariamente
prodursi una contraddizione, un contrasto, il sentimento d’un intimo
dissidio. La donna che, obbedendo al primo moto di repulsione, ha messo
come patto di non dover pagare di persona, deve necessariamente pentirsi
d’avere avuto troppa fretta quando il secondo moto, l’impulso al
consenso, si manifesta.
Noi possiamo qui trovare fra parentesi, amica mia, un’altra prova di ciò
che io ho ripetutamente asserito e che ella ha costantemente negato:
cioè la miglior qualità dell’amore maschile. Gli uomini, come maschi,
obbediscono sempre a un istinto solo: quello della conquista. Essi sono
coerenti, logici, sinceri; vedono la donna, la desiderano;
desiderandola, fanno di tutto per ottenerla. Tutti i loro atti sono
direttamente rivolti a uno scopo nettamente definito: la loro volontà è
ferma, la loro costanza strenua. Le donne invece, dibattendosi fra la
repulsione e l’inclinazione, disvogliono e vogliono, dicono una cosa e
ne pensano un’altra, si ritraggono mentre starebbero per cedere, cedono
quando stanno per ritrarsi, non sanno che cosa sentano veramente,
tengono una condotta ambigua, e dicono parole false. E l’insistenza
degli uomini non è soltanto lodevole ma provvidenziale; giacchè grazie
ad essa le incoscienti creature escono finalmente dall’ambiguità e,
cedendo nonostante le prime dichiarazioni di repugnanza, se la cavano
col fingere, all’ultimo, una vergogna e un rimorso poco sinceri.
Ma supponiamo un caso che si sarà dato realmente chi sa quante volte,
supponiamo che la supplice resistenza della donna abbia persuaso l’uomo
a desistere ed a tralasciare il suo atteggiamento aggressivo. Se
quest’uomo si sarà persuaso, per far piacere all’amata, di non chiederle
più nulla, che cosa dovrà provare costei quando sarà disposta ad
accordare ciò che non le è più chiesto? Dovrà ella stessa istigare il
suo rassegnato compagno? Le precedenti dichiarazioni non glielo
consentono: chiedendo ora ciò che prima rifiutava, costei temerà
giustamente d’essere mal giudicata. Dovrà dunque a sua volta comprimere,
come ha voluto che lo comprimesse l’uomo, il suo desiderio? Non cercherà
un modo d’uscire da questo imbarazzo per non prolungare l’attesa troppo
penosa?... Il fatto ch’io voglio narrarle si riferisce appunto a questa
situazione. Dico -fatto- perchè ho preso l’abitudine di dire così; ma
ella troverà qui narrata un’idea, un’intenzione, l’indizio d’uno stato
d’animo, più che un vero e proprio avvenimento.
Ella conosce la protagonista, ed io glie ne dico subito il nome. E’
Donna Teresa Uzeda Duffredi di Casaura. La vita di questa donna fu per
me altra volta argomento d’un lungo studio, che le dispiacque un po’
meno degli odierni ragionamenti sull’amore, ma che pur le dispiacque.
Con la benevola indulgenza che mi ha sempre -- almeno prima d’ora --
accordata, ella volle trovare parole troppo lusinghiere per l’arte con
la quale trattai quel soggetto, ma si dolse che, fra centinaia e
centinaia di soggetti, io pensassi di scegliere proprio quell’uno. Pure
concedendo che quella donna non meritasse la severità con la quale il
mondo la giudicò, ella avrebbe preferito ch’io mi fossi esercitato
intorno a un argomento più nobile. Ormai il fatto è fatto, e procurerò
di contentarla meglio un’altra volta. Non starò neppure a difendere qui
Donna Teresa e non dirò che fosse vittima inconsapevole dell’eterna
illusione e che non volle e non meritò il suo triste destino. Certo fu
una disgraziata. L’eredità del vizio, gli esempii che le furono troppo
presto e nella stessa famiglia posti dinanzi, la disgrazia d’un marito
incapace di darle soccorso, anzi quasi intento a precipitarla nel
baratro, spiegano com’ella dovesse fatalmente precipitarvi. Non cadde
una sola volta, è vero. Ma l’incapacità dei disinganni a salvarci dal
persistente allettamento delle illusioni e la logica inesorabile delle
situazioni false dovevano produrre questo effetto, immancabilmente. Se
io m’indugiai a studiare quella vita che a lei non parve degno soggetto
di storia, ciò fu appunto per rendermi e per rendere altrui ragione di
questa fatale persistenza dell’illusione a dispetto degli ammaestramenti
dell’esperienza. Tutti i romanzi ci narrano la storia di qualche colpa,
e l’adulterio è il tema eterno delle opere d’arte. Ora l’arte che
s’interessa ad una colpa, scusandola e dimostrandone la fatalità, non ci
aveva ancora interessati a tutta una vita di colpe altrettanto fatali
quanto la prima. I romanzieri, dopo aver narrato l’adulterio, lasciano
l’adultera in asso, non ci dicono che cosa è poi accaduto di lei e
talvolta la fanno più comodamente morire. Nella realtà la morte viene
raramente a sciogliere le false situazioni; e se qualche rarissima volta
le adultere riscattano nella restante lor vita l’unica colpa, quasi
sempre fatalmente trascorrono di errore in errore. Madame Bovary, alla
quale taluno volle immeritevolmente paragonare Teresa Duffredi, ebbe
dopo il primo un secondo amante. Quante non sono le donne che ne hanno
avuto tanti che non saprebbero neppure esse noverarli? Perchè mai,
dunque, l’arte non avrebbe da studiare una di queste vite tanto
avventurose? Certamente molte, e se vuole dirò anche la quasi totalità
di simili donne, sono incapaci d’ogni più fugace sentimento, e le
meccaniche loro cadute, potendo forse interessare gli scienziati delle
cliniche, non hanno nulla che attiri l’attenzione dell’artista; alcune
tuttavia, e siano pure pochissime, obbediscono a qualche sentimento,
comprendono il rimorso, non cadono senza qualche lotta, invidiano quelle
che restarono pure, sono insomma degne di studio. La Duffredi ebbe, da
ventisei a quarant’anni, cinque amanti, mettendo nel conto
quell’Aldobrandi che, per adoperare la frase del giocondissimo Armand
Silvestre, le diede soltanto qualche idea sui -tributi indiretti-....
Alcuni pensano che cinque amanti siano troppi. Che cosa direbbero
costoro se io dicessi che sono pochi e che un artista più abile di me
imprenderà un giorno a scrivere la storia d’una di quelle donne che
conosciamo io e lei, le cui avventure si contano a dozzine? Tutto sta
che in questa serie di avventure ci sia qualcosa che importi, che
commuova le nostre viscere umane con la rivelazione d’un aspetto nuovo
od insolito dell’umana natura!
Eccomi un poco lontano dal soggetto. Ma ella non si duole, mi ha
scritto, delle divagazioni e degli episodii, perchè, bontà sua, dice che
aggiungono sapore alle mie lettere. Veniamo però senz’altro alla nostra
protagonista.
Il penultimo dei suoi amanti, anzi quello che ella credette fermamente
dovesse essere l’ultimo -- ciascuna caduta pare l’ultima perchè ogni
amore sembra eterno; ma Donna Teresa che oramai sapeva il giuoco
dell’illusione, aveva altre ragioni per credere alla saldezza di questo
legame -- il penultimo dei suoi amanti, dico, fu Enrico Sartana. Era
stato quasi suo promesso prima dell’infausto matrimonio con Guglielmo di
Casaura; s’erano amati del puro amore della prima giovinezza; poi non
s’erano più visti. Incontratisi dopo più di vent’anni tempestosi per
entrambi, negli stessi luoghi dove avevano sognato di unirsi, in
Sicilia, a Palermo, il sentimento antico si venne ridestando. Questa
resurrezione procedè per vie opposte: mentre in lei derivò dalla paura
d’essere disprezzata per la vita troppo avventurosa, dall’idea che
Sartana dovesse stimarsi fortunato di non essersi legato a una donna che
aveva fatto tanto e così male parlare di sè, dalla secreta speranza di
mostrarglisi migliore della propria reputazione; egli invece pensò a lei
pieno di pietà e di commossa simpatia per le disgrazie delle quali la
credè vittima. C’era in questa benigna disposizione di lui il rimorso di
non aver forzato la mano alla propria famiglia? C’era la presuntuosa
certezza che, se fosse stata sua moglie, ella non avrebbe pensato a
tradirlo e sarebbe vissuta felice ed onesta? O non piuttosto la brama di
averla lo disponeva a tanta indulgenza? Lasciamo stare quest’indagine;
perchè, se dovessi dirle la mia opinione, io le direi che la pietà di
Sartana e la pietà di tutti gli uomini per le adultere che da lontano
condannano severamente, è semplicemente dettata dall’appetito, come la
miglior via di soddisfarlo. Ho ragione? Confessi che la metto in un
bell’impiccio. Ella vorrebbe darmi dello scettico perchè nego la
sincerità d’un buon sentimento; ma poi pensa di applaudirmi, giovandosi
del mio giudizio per sostenere che gli uomini sono incapaci di buoni
sentimenti e non pensano se non alle proprie soddisfazioni!...
Comunque sia, fatto è che Sartana rammentò alla Duffredi il loro passato
felice, e le lasciò dapprima intendere e poi le disse chiaramente la sua
speranza di farlo risorgere, di tramutarlo in un più felice presente. La
Duffredi, contenta d’ottenere la prova che egli non aveva orrore di lei,
vinta ella stessa dai ricordi buoni, lo lasciò dire. Ma poteva ella
cedere a quest’uomo? Dopo la triste esperienza, non doveva stare in
guardia contro nuove cadute? Dopo che Aldobrandi le aveva corrotta
l’anima, dopo che ella aveva tradito Paolo Arconti col visconte de
Bienne, dopo che lo stesso Arconti l’aveva abbandonata, dopo che ella
aveva presunto vendicarsi cedendo al principe di Lucrino, si sentiva
ridotta a tale avvilimento, che aveva un solo bisogno: purificarsi con
qualcosa di nobile, di alto, di immacolato. E se ciò era molto
difficile, anzi, con altri uomini, impossibile, non doveva ella cogliere
l’occasione insperata e conseguire questa specie di redenzione
sentimentale per opera di Sartana, cioè di uno che l’aveva
purissimamente amata da giovanetta, di uno che solo fra tutti poteva e
doveva rispettarla in nome dell’innocenza del loro passato?... Dobbiamo
dire che questo fosse un sofisma? Certo, se pur fu sofisma, Teresa non
ne ebbe coscienza e restò sincera; la sua condotta posteriore lo provò.
Il Sartana accettò d’esserle amico secreto, promise di non macchiare la
santità del loro affetto e per un certo tempo mantenne la promessa; poi,
naturalmente, la dimenticò ed insistette presso l’amica per indurla a
ciò che era e doveva essere il naturale coronamento dell’amor loro; ma
costei spinse a tal punto la resistenza e dimostrò d’essere stata tanto
sincera mettendo il patto insostenibile, che fuggì dopo avergli diretta
una romantica lettera d’addio e senza dirgli dove andava a nascondersi.
Fu questo uno dei migliori atti della sua vita, una delle prove che ella
era degna di miglior sorte. Ho chiamato romantica quella lettera, ed
ella che forse la rammenta, riconoscerà che merita d’esser chiamata
così. Tutte le perverse e abominevoli creature che sono vissute nel male
per istinto, per genio, dicono che la storia di Teresa Duffredi è la
loro, presumono ottenere come lei indulgenza e perdono; ma esse non
fuggono: si buttano alla testa delle persone, non sanno che cosa sono
gli scrupoli, ignorano il senso della parola rimorso, non s’acquetano
neanche con l’età, quando la loro carne è vizza, quando i loro capelli
sono canuti. Sì, ella ha ragione: la storia della loro vita, soggetto
buono per qualche pornografo, non rivela altro che una spaventevole
ipocrisia. Ma il romanticismo di Donna Teresa, quella sua velleità di
distinguersi, quella sua idea d’esser fatta a un modo tutto particolare,
di dover provare e far provare cose arcane e ineffabili; quel suo
concetto della vita esagerato e falso che la faceva parlare ed agire
come sopra un palcoscenico dove tutto è dramma, giuramenti infrangibili,
fatalità tenebrose, spasimi sovrumani, questo suo romanticismo, dico,
questa forza di un’illusione che la sottraeva alla realtà e la poneva in
urto con la logica, fu la sua scusa ed è ciò che può interessarci a lei.
Dunque, fuggì. E dopo la fuga, Sartana, saputo il suo rifugio da
un’amica comune, la raggiunse. Allora accadde ciò che doveva accadere.
Ma a chi le domandò, molti anni dopo, se durante la supplice insistenza
di lui e nel punto di fuggirlo, ella non si fosse pentita dell’ostinata
resistenza, confessò quanto segue. Sì, ne provò pentimento. Da principio
aveva creduto sinceramente di dover esser felice grazie a un sentimento
tutto ideale; la possibilità di cadere anche una volta le repugnava. Noi
vediamo dunque che il primo istinto della donna e della femmina,
l’istinto della resistenza, era ancor vivo ed operante in lei. Per
obbedirne i suggerimenti, ella volle prendere un impegno solenne con sè
stessa e con l’amante, impegno che contrariò più tardi molto vivacemente
il secondo istinto, il desiderio, il bisogno di cedere. A chi le parlava
di queste cose ella non voleva neppur confessare, dopo tanto tempo, il
risveglio del desiderio... ma disse, -- come dicono tutte -- che si pentì
del divieto imposto a sè stessa ed all’amante perchè comprese che
l’amante ne soffriva troppo.
-- Io non potevo sperare che egli mi restasse lungamente a fianco senza
tentar d’infrangere la promessa; se pure la mia esperienza non me
l’avesse fatto prevedere, io vidi il tormento di Enrico, ne udii le
roventi espressioni. Allora... allora...
E incitata a confessare, ella spiegò che allora le venne un’idea. Non la
pose in atto, anzi fece tutto il contrario, fuggendo; ma l’idea fu
questa. Non vi sono certe case discrete dove gli uomini come Enrico
Sartana trovano, grazie all’opera di esperte mediatrici, le donne
ridotte a vendersi dal duro bisogno o cupide di procurarsi secretamente
danaro per sopperire ai bisogni del lusso? Ella pensò di andare in una
di queste case, fittamente velata, per intendersi con la mediatrice:
costei avrebbe dovuto chiamare il Sartana dicendogli di avere un donna
per lui, una signora che metteva come patto infrangibile di restare
velata..... Solamente in un cervello romanzesco e diciamo pur folle una
simile idea poteva spuntare. A questo modo ella pensava di risolvere il
problema: non si sarebbe disdetta e intanto si dava....
-- E voi volete sostenere, -- le fece osservare il suo interrogatore, --
che, così facendo, non eravate mossa dal desiderio che avevate di lui,
ma soltanto dall’idea di far cessare la sua pena?
-- Senza dubbio! -- insistè.
-- Allora, perchè andare velata?
-- Se non andavo velata, tanto valeva cedergli in casa mia, anzi dirgli:
«Prendetemi!»
-- Ma pensateci un poco: se egli non sapeva d’esser con voi, e se voi
solamente sapevate di esser con lui, chi era soddisfatto e chi restava
inappagato?...
L’INDOVINELLO
Dunque noi dobbiamo proprio tornare, amica mia, sopra un punto che
credevo d’avere -- senza presunzione! -- assodato? Torniamoci pure, se
così le piace; e si prepari a sdegnarsi ancora di più ed aguzzi i suoi
fulmini, perchè io sono più che mai fermo nella mia opinione.
Io le ho detto e le ripeto, e niente mi persuaderà dei contrario, che le
donne sono, in amore, se non proprio false -- la parola le sembrerà ed è
veramente poco parlamentare -- certamente doppie. Esse non ne avranno
colpa, come ella dice, perchè la natura le ha volute così, dando loro
due istinti l’un contro l’altro cozzante: l’istinto della resistenza e
quello della dedizione; e noi uomini saremo anche ingiusti prendendocela
con esse; ma questa nostra ingiustizia è, se non altro, scusabile. Io
sarò ingiusto, senza dubbio, se me la prenderò con una vipera che
m’avvelena mordendomi, perchè la natura ha voluto che questo rettile
avvelenasse col morso; ma la filosofia della quale bisogna essere
provveduti per giudicare in tal modo non è troppo comune, e le vipere
sono giudicate velenose e le donne... non sincere.
Addurre esempi di questa loro doppiezza? Glie ne potrei riferire tanti
da formarne un volume; ne scelgo uno che mi pare molto significante.
In villa, presso un amico, il signor Tale incontra una lontana parente
del padrone di casa. Prima di tutto per rispetto all’ospite, questo Tale
non pone mente alla dama; in secondo luogo perchè non gli piace molto.
Ha costei un viso bellissimo, con una carnagione soave; ma una
corporatura piccola, asciutta, poco aggraziata. I denti sono irregolari,
brutte le mani, bruttissime le unghie. Questa minuzia d’osservazione
critica mi pare un buon segno della calma del nostro personaggio;
perchè, quando una creatura ha la virtù d’infiammarci, noi troviamo in
lei tutto bello, anche ciò che è destituito di qualunque bellezza.
Dunque per queste due ragioni, una migliore dell’altra: che la dama non
gli piace molto, e che egli è in casa d’un parente di lei, il nostro
personaggio se ne resta tranquillo.
Se non che s’accorge ben presto, con stupore ed imbarazzo, che la dama è
troppo complimentosa a suo riguardo. Una sera, passeggiando con lui, gli
dice che è stata molto fortunata d’incontrarlo in fondo a quella
campagna; glie lo dice a bassa voce, guardando per terra, in un certo
modo che dà a quelle parole un significato recondito. Un’altra sera,
come egli esprime un’opinione, ella afferma vivacemente:
-- Stavo per dire la stessa cosa!... -- poi soggiunge: -- Vi sono certi
incontri che il destino sembra avere voluti...
Il signor Tale, sempre più imbarazzato, lascia cadere il discorso; ma la
dama riprende:
-- Lei non crede al destino?...
Egli risponde borbottando alcune parole che non significano niente.
E’ venuto per pochi giorni, e si dispone a partire. Ella gli dice di non
andar via così presto, di restare ancora un poco a tenerle compagnia.
Egli è invece più che mai risoluto ad andarsene, anche perchè ha da
fare. Evita frattanto di trovarsi solo con la dama, parendogli una
goffaggine lasciare che ella gli dica cose troppo amabili senza
risponderne alcuna.
Non potrebbe costui, osserverà ella, prendere lo stesso tono di costei?
No, contessa mia. Come uomo egli è logico, è conseguente. Quella donna
non gli piace; dirle cose galanti sarebbe un’ipocrisia. Poi, sempre in
virtù della logica, egli pensa anche che, quantunque quella donna non
gli piaccia, la via delle galanterie è pericolosa: il maschio che
sonnecchia in lui come in ogni uomo potrebbe alfine destarsi.
Ma egli ha fatto i conti senza la dama. Costei, il cui marito è lontano,
trova modo di dire, parlando della musica che il Tale adora e che un
tempo ella stessa coltivava:
-- Mio marito non capisce mai niente...
Un giorno, oltre una siepe fiorita, passeggiando insieme, vedono una
coppia di rustici amanti baciarsi.
-- Il peccato!... -- ella esclama; poi soggiunge: -- Ma questa natura,
quest’aria, quest’ora!... Quasi peccherebbe ognuno...
Il nostro eroe -- per modo di dire! -- rivolge allora a sè stesso poche ma
sentite parole: «Caro mio, tu sei geloso della fama di Giuseppe il
casto!» E allora, non solo per non emulare il casto Giuseppe, ma anche
perchè egli soffre realmente dell’innaturale invertimento delle parti,
vedendo fare alla donna tante spese di seduzione; allora, ripeto, egli
comincia a dire qualche parola galante. Le dice, a proposito della
propria partenza contro la quale ella protesta continuamente:
-- Decida ella stessa che cosa debbo fare. Sento che restare qui è
rischioso, che io corro il pericolo di innamorarmi di lei. Pensi che io
obbedirò senza discutere.
Ella tace.
-- Ci pensi, -- continua il nostro personaggio; -- me lo dirà domani.
Il domani, quando le domanda che cosa deve fare, ella esita un poco; poi
dice, con gli occhi chini, e a bassa voce:
-- Non me lo chieda!...
Questo scambio di parole avviene in mezzo a tutta la compagnia ospitata
alla villa. Egli pertanto le mormora:
-- Senta, qui non possiamo parlare. Abbiamo bisogno d’essere soli. Mi
permette di venire un momento, oggi, quando tutti riposano, in camera
sua?
Dapprima ella dice:
-- No.
Ma di lì a poco, mentre gli altri ospiti fanno per ritirarsi, gli
propone:
-- Venga con me a fare una partita al cerchio.
Invece di andare in giardino, entra in una sala, e ne chiude la
finestra.
Ora io non posso chiederle, mia cara amica, che cosa ella avrebbe fatto
in una situazione simile, perchè ella è donna; ma se rivolgessi una
simile domanda a cento uomini uno dopo l’altro, tutti e cento
risponderebbero che, nonostante il dovere dell’ospitalità, se pure
quella donna fosse stata, non già lontana padrona dell’ospite, ma sua
moglie o sorella, essi difficilmente avrebbero potuto soffocare la voce
del dovere sessuale che, per il maschio, è di non lasciar cadere
inascoltati gl’incitamenti della femmina. Qualcuno di questi cento
uomini, i più ardenti o i meno scrupolosi, avrebbero forse spinto le
cose al punto estremo; ma anche i più delicati avrebbero pur dimostrato,
e forse loro malgrado, il tormento al quale quella donna li metteva.
E il mio protagonista afferrò per le braccia la dama e le disse che non
1
,
2
;
3
:
’
4
.
’
,
5
,
,
:
6
,
7
.
8
9
;
,
.
10
«
.
»
11
.
12
’
,
13
.
’
,
14
,
15
’
.
16
,
17
,
’
’
18
,
19
’
20
’
?
:
21
,
,
,
22
’
,
,
23
:
«
-
,
!
.
.
.
-
»
,
24
,
’
.
25
,
.
26
;
’
’
,
27
.
,
28
’
’
;
,
29
,
.
30
31
?
32
,
33
?
,
34
;
35
’
,
36
’
.
,
?
37
!
’
,
38
,
39
;
’
,
’
40
.
.
.
,
41
’
;
,
,
.
.
.
42
,
’
43
?
44
45
,
46
47
?
48
:
49
50
’
,
,
’
;
51
’
,
,
’
.
52
53
’
’
.
54
,
55
,
56
’
’
.
57
58
’
,
,
59
’
,
60
,
61
’
.
.
.
62
63
,
,
64
.
’
.
65
,
,
’
,
,
,
66
,
,
67
,
,
68
,
.
’
,
,
69
.
70
71
72
73
74
75
76
77
-
,
-
78
79
!
’
.
80
,
,
81
:
,
82
,
.
83
84
85
?
,
:
86
’
«
.
»
87
,
,
,
,
88
;
89
,
’
’
90
,
.
«
91
’
!
92
’
,
93
-
-
’
!
94
!
-
-
95
’
?
96
’
,
;
,
97
,
,
,
98
’
99
.
-
-
,
,
100
-
-
101
.
,
,
102
103
,
;
’
104
,
,
105
;
’
,
106
,
,
107
’
,
108
’
,
,
109
.
,
’
110
’
.
.
.
.
»
111
112
,
,
,
113
.
114
115
,
116
’
.
’
117
,
,
118
119
,
,
120
.
121
,
,
,
122
’
?
123
«
,
’
124
»
.
,
,
125
,
,
,
126
’
,
127
.
«
,
»
128
’
,
«
’
129
;
’
,
’
.
130
,
,
,
131
,
.
;
132
’
,
’
,
133
,
’
;
’
134
-
-
-
-
’
’
135
.
,
’
,
-
136
’
’
’
:
-
!
137
!
!
!
.
.
.
-
»
138
139
,
?
;
140
,
,
141
;
’
142
,
’
.
143
144
.
145
146
’
,
,
,
147
,
,
’
148
’
,
.
149
’
,
,
150
’
,
.
151
’
’
152
.
;
153
,
,
,
154
155
;
,
156
,
157
.
’
158
’
159
;
’
-
-
160
.
161
,
162
;
163
’
,
,
164
,
,
,
,
’
165
.
,
,
166
.
,
167
.
168
,
-
-
169
,
-
-
.
170
,
,
’
;
,
171
;
,
’
172
.
’
,
,
;
,
173
,
174
.
’
175
,
’
176
;
’
177
.
178
’
,
.
179
’
,
,
.
’
-
-
180
-
-
181
,
182
’
.
:
183
,
’
,
184
,
185
;
,
’
,
,
186
.
:
’
,
,
187
,
;
188
,
.
.
.
.
,
189
,
,
.
.
.
.
190
191
,
.
,
192
193
’
,
194
.
,
195
’
.
196
197
:
.
.
-
-
,
198
’
,
’
’
199
,
200
.
.
’
;
,
201
,
202
’
.
;
203
,
204
,
,
205
.
,
,
206
207
’
’
;
208
,
,
,
209
,
210
.
,
211
’
.
212
213
;
,
214
’
’
215
,
216
,
.
217
218
.
219
220
,
,
,
’
221
-
-
-
-
,
222
,
,
,
;
223
,
224
,
,
.
225
226
;
’
227
.
228
.
229
,
,
,
230
,
’
,
.
.
.
.
,
231
’
,
232
’
233
;
234
235
,
236
237
:
.
238
239
!
’
240
?
241
,
.
,
,
242
,
-
-
!
-
-
243
.
?
.
.
.
244
245
’
,
;
246
;
,
,
247
.
?
.
.
.
?
.
.
.
,
,
,
248
;
,
249
’
.
?
.
.
.
?
.
.
.
?
.
.
.
250
251
!
252
,
253
,
,
254
’
,
255
’
;
256
’
,
,
.
257
,
,
:
«
258
,
’
.
259
.
,
.
»
260
:
«
,
261
,
’
;
.
»
262
263
.
,
’
,
.
264
,
265
;
266
.
267
’
,
.
268
?
269
,
’
270
,
’
’
271
?
.
.
.
,
272
;
,
273
,
:
274
.
,
,
275
,
:
276
277
-
-
?
.
.
.
?
.
.
.
?
?
.
.
.
-
-
278
,
,
279
.
280
-
-
281
,
;
282
,
283
,
284
,
,
,
.
,
285
’
,
,
,
286
.
.
.
.
287
.
288
289
,
,
290
,
,
291
.
,
;
292
,
,
293
’
294
’
.
’
295
,
.
296
297
-
-
,
-
-
,
-
-
;
.
298
’
;
299
;
300
’
,
!
.
.
.
301
302
:
303
304
-
-
,
?
305
306
-
-
307
!
’
!
308
309
,
,
310
;
,
311
,
,
312
.
313
:
314
,
,
’
,
’
315
?
.
.
.
,
;
316
’
:
317
318
-
-
.
.
.
.
.
.
.
.
319
320
.
,
321
,
,
,
322
’
,
’
,
323
.
.
.
.
?
.
.
.
324
325
-
-
,
?
.
.
.
326
327
:
328
329
-
-
!
:
!
.
.
.
330
331
332
333
334
335
336
337
,
,
338
339
’
-
340
.
,
341
’
,
,
342
,
343
,
,
344
;
345
’
!
346
?
347
’
,
,
348
,
’
.
349
’
;
350
?
,
351
,
’
352
’
.
.
.
.
?
353
354
355
,
356
357
.
’
.
,
358
-
-
-
-
359
,
.
360
;
,
361
,
362
.
363
364
?
,
365
;
366
367
,
368
?
369
370
,
371
,
372
.
,
373
,
,
374
,
,
,
375
’
?
376
’
,
377
:
’
378
’
379
?
380
381
382
,
,
,
383
.
384
.
385
.
,
386
’
’
.
387
,
:
388
,
,
,
389
;
,
390
391
,
,
392
,
393
.
394
’
?
?
395
396
?
.
.
.
’
,
;
397
,
398
.
399
400
,
401
-
-
-
-
402
,
,
403
,
,
,
404
,
.
405
’
,
,
406
.
,
,
407
.
:
;
408
;
’
409
-
-
410
’
,
-
-
.
411
,
,
,
,
412
;
413
?
,
414
;
:
415
,
,
,
416
,
,
417
.
418
.
,
419
,
’
’
420
;
,
421
’
422
’
,
,
423
’
.
,
424
,
’
,
,
425
.
’
’
,
426
-
-
427
’
?
-
-
,
428
’
429
’
.
430
431
.
432
433
,
:
434
,
,
’
.
435
436
.
,
,
437
’
,
,
438
,
,
’
.
439
’
440
,
.
441
,
,
;
,
442
’
,
’
443
’
444
:
445
’
.
,
446
’
447
’
,
448
:
’
-
-
’
449
!
-
-
’
’
.
450
451
.
452
,
,
’
453
,
454
’
,
455
’
,
456
.
,
.
457
,
,
’
458
’
459
:
’
,
460
’
,
461
’
,
,
.
462
,
’
,
463
;
464
’
.
465
,
,
,
466
,
:
,
,
467
-
-
-
-
468
,
.
469
’
.
,
,
’
470
471
’
.
472
,
;
’
473
,
,
’
474
.
?
,
475
;
476
’
:
,
477
,
,
’
478
,
;
479
,
;
480
,
481
.
,
’
,
482
483
484
,
.
.
.
-
-
!
-
-
485
,
486
,
.
487
,
.
488
’
!
489
?
,
490
?
,
491
:
,
492
.
493
?
494
,
?
.
.
.
495
,
496
.
497
’
,
498
,
,
499
,
,
,
500
’
501
.
’
502
’
503
,
;
504
,
,
,
,
505
,
506
.
’
,
507
,
.
.
.
508
509
,
,
510
;
,
,
511
.
?
.
.
.
512
’
,
.
,
,
513
?
,
,
?
514
.
’
515
,
’
;
516
’
.
517
,
518
,
.
,
’
,
519
;
,
,
520
,
’
521
,
.
522
?
,
,
,
523
524
?
,
525
,
,
,
’
,
526
’
527
?
.
.
.
528
?
.
.
.
?
529
’
530
?
,
,
?
531
’
,
532
?
.
.
.
!
533
!
,
534
’
,
’
?
535
?
?
.
.
.
,
536
!
.
.
.
?
.
.
.
537
;
,
’
,
538
.
?
539
540
.
’
,
541
,
542
:
543
544
-
-
?
-
-
.
545
546
,
,
.
547
548
-
-
?
’
!
!
.
.
.
549
?
.
.
.
550
551
-
-
,
!
552
553
-
-
?
554
555
-
-
!
.
.
.
556
557
,
558
,
’
559
,
’
560
.
.
.
.
561
,
562
,
,
563
,
,
564
,
565
’
.
.
.
,
,
566
:
567
568
-
-
’
?
-
-
,
.
-
-
569
!
.
.
.
’
!
.
.
.
570
571
,
,
.
572
573
,
,
?
574
,
,
,
575
-
-
-
-
.
576
577
,
,
,
578
,
’
579
.
-
-
580
!
-
-
581
.
582
583
584
585
586
’
587
588
589
-
,
-
590
591
!
’
!
592
593
’
594
,
595
-
-
,
,
596
’
?
-
-
597
.
598
599
;
-
-
600
-
-
601
,
,
:
«
,
»
(
602
-
-
,
?
)
«
’
603
.
’
,
»
,
«
’
604
’
,
,
605
’
;
606
.
»
607
608
!
!
609
’
,
,
610
.
:
611
’
,
,
612
?
,
613
’
,
614
’
,
;
615
.
,
.
616
’
,
617
;
618
.
619
,
?
620
621
-
-
,
-
-
622
623
.
,
624
.
.
.
.
625
;
;
626
.
,
,
627
.
’
?
628
,
629
,
’
,
,
630
’
,
631
.
?
632
,
,
’
633
:
’
,
634
,
,
,
;
,
635
.
,
636
,
-
-
637
,
,
’
638
.
,
,
639
,
640
’
,
’
641
,
.
642
643
,
,
’
644
:
645
’
.
,
,
646
:
.
647
,
,
;
,
;
648
,
.
649
:
650
,
.
,
651
’
,
,
652
’
,
,
653
,
,
654
,
.
’
655
;
656
’
,
657
,
658
,
’
,
.
659
660
,
661
’
662
.
663
’
,
’
,
664
,
665
?
666
?
667
:
,
668
’
.
,
669
’
,
?
670
’
’
671
?
.
.
.
’
672
.
-
-
’
;
673
’
,
’
,
’
’
674
’
,
.
675
676
,
.
’
677
.
678
’
,
’
679
’
,
.
680
-
-
’
-
-
681
,
’
682
,
,
683
,
’
.
684
685
,
’
686
.
,
687
’
.
688
’
689
.
690
.
’
,
691
,
’
692
,
693
,
’
.
694
,
.
’
695
696
,
.
697
’
698
,
699
’
700
’
.
,
701
’
’
.
’
702
’
,
,
703
704
.
,
’
,
705
’
,
706
.
707
;
708
’
,
709
.
,
710
,
711
.
712
?
,
713
,
’
714
?
,
715
,
’
,
716
,
717
,
’
’
;
718
,
,
,
719
,
,
720
,
.
,
721
’
,
,
722
’
,
723
,
-
-
.
.
.
.
724
.
725
726
’
727
,
?
728
,
729
’
730
’
!
731
732
.
,
733
,
,
,
,
734
.
’
735
.
736
737
,
738
’
-
-
’
739
;
740
’
,
741
-
-
,
,
.
742
’
743
;
’
;
744
’
.
’
745
,
,
746
,
,
.
747
:
748
’
,
’
749
750
,
751
;
752
753
.
’
754
?
’
755
,
,
756
?
757
?
’
;
758
,
,
759
760
,
’
,
761
.
?
762
’
.
763
’
;
,
764
765
!
.
.
.
766
767
,
768
,
769
,
.
770
,
’
,
771
,
.
772
’
?
,
773
?
774
’
,
775
,
’
,
776
,
777
,
:
778
,
,
.
779
,
,
,
,
780
’
781
,
’
782
,
783
’
?
.
.
.
784
?
,
,
785
;
.
786
’
,
787
;
,
788
,
’
789
’
;
790
’
791
,
792
’
.
793
794
,
795
.
,
796
,
’
797
.
798
,
,
799
,
;
800
:
,
801
,
,
’
802
’
,
,
803
.
,
:
,
804
,
805
.
,
806
,
’
,
807
;
808
809
,
,
810
,
,
,
,
811
’
812
,
.
813
814
,
.
,
,
815
’
,
.
.
816
,
,
817
,
’
818
,
.
,
.
819
820
;
.
821
,
822
’
,
.
823
,
824
’
,
825
,
,
.
826
,
,
827
.
.
.
,
-
-
-
-
828
’
829
’
.
830
831
-
-
832
’
;
833
’
,
,
834
.
.
.
.
.
.
.
835
836
,
’
.
837
,
,
;
’
838
.
839
,
’
,
840
841
?
842
,
,
:
843
844
,
845
.
.
.
.
.
846
.
847
:
.
.
.
.
848
849
-
-
,
-
-
,
-
-
850
,
,
,
851
’
?
852
853
-
-
!
-
-
.
854
855
-
-
,
?
856
857
-
-
,
,
:
858
«
!
»
859
860
-
-
:
’
,
861
,
862
?
.
.
.
863
864
865
866
867
’
868
869
870
,
,
871
’
-
-
!
-
-
?
,
872
;
873
,
.
874
875
,
,
876
,
,
-
-
877
-
-
.
878
,
,
,
879
’
’
:
’
880
;
881
;
,
,
.
882
,
,
883
’
,
884
;
885
,
886
.
.
.
.
887
888
?
889
;
.
890
891
,
,
892
.
’
,
893
;
.
894
,
;
895
,
,
.
,
896
,
.
’
897
;
898
,
’
,
899
,
.
900
,
’
:
901
,
’
,
902
.
903
904
’
,
,
905
.
,
,
906
’
907
;
,
,
908
.
’
,
909
’
,
:
910
911
-
-
!
.
.
.
-
-
:
-
-
912
.
.
.
913
914
,
,
;
915
:
916
917
-
-
?
.
.
.
918
919
.
920
921
’
,
.
922
,
.
923
,
924
.
,
925
926
.
927
928
,
,
?
929
,
.
,
.
930
;
’
.
,
931
,
,
932
,
:
933
.
934
935
.
,
,
936
,
937
:
938
939
-
-
.
.
.
940
941
,
,
,
942
.
943
944
-
-
!
.
.
.
-
-
;
:
-
-
,
945
’
,
’
!
.
.
.
.
.
.
946
947
-
-
!
-
-
948
:
«
,
949
!
»
,
,
950
’
,
951
;
,
,
952
.
,
953
:
954
955
-
-
.
956
,
.
957
.
958
959
.
960
961
-
-
,
-
-
;
-
-
.
962
963
,
,
;
964
,
,
:
965
966
-
-
!
.
.
.
967
968
969
.
:
970
971
-
-
,
.
’
.
972
,
,
,
973
?
974
975
:
976
977
-
-
.
978
979
,
,
980
:
981
982
-
-
.
983
984
,
,
985
.
986
987
,
,
988
,
;
989
’
,
990
,
’
,
991
,
’
,
992
,
993
,
,
994
’
.
995
,
,
996
;
,
997
,
.
998
999
1000