Gli amori Federico De Roberto F. DE ROBERTO Gli Amori MILANO CASA EDITRICE GALLI -Galleria V. E. 17-80- -- 1898 DIRITTI DI TRADUZIONE RISERVATI ---- PROPRIETÀ LETTERARIA 1897 -- Tipografia Golio, Milano, via Agnello, 9, e Santa Radegonda, 10 ---- INDICE PREFAZIONE LA MUTA COMUNIONE L’INDISCRETA DOMANDA L’OMONIMO LA VEGLIA IL SOSPETTO LA CERTEZZA UN’INTENZIONE DELLA DUFFREDI L’INDOVINELLO FINO A MORIRNE OMISSIONI UNO SCRUPOLO DI DON GIOVANNI UN GIGLIO LA VENERE DI SIRACUSA L’ESTRO ANACRONISMO IL GRAN RAPPORTO L’AFFARE DEI QUATTRINI UN’EQUAZIONE MORALE LE CICATRICI LA TOSCANINA LO SCANDALO LA JETTATRICE LA CONSOLATRICE LE PROVE DIBATTIMENTO IRONIE L’ASSURDO LETTERE DI COMMIATO L’AMOR SUPREMO «NESSUN MAGGIOR DOLORE...» PREFAZIONE -Milano, 7 agosto 1897.- Mia cara amica, -Questo volume è suo. Dirò anzi di più: come senza di lei non lo avrei scritto, così senza il suo permesso non lo potrei pubblicare. Le lettere che lo compongono le appartengono; raccogliendole insieme io mi uniformo al suo desiderio -- al suo comandamento.- -Il suo giudizio sul mio libro dell’- Amore -si compendiò in queste parole: «L’amore c’è soltanto nel titolo.» Le mie teorie la sdegnarono; ella si rifiutò di ammetterle, osservando che di teorie, di sistemi, di ipotesi, ciascuno può costruirne quanti ne vuole, ma che i fatti importano unicamente. Ecco come e perchè mi sentii nell’obbligo di addurle alcuni esempii delle astratte proposizioni enunziate in quello studio. Già dissi a lei, ma debbo ora ripetere ai miei -- ai nostri! -- nuovi lettori, che non uno di questi esempii è inventato: io non ho fatto e non ho voluto fare opera di fantasia, ma di osservazione. Il gran pubblico che non sa delle nostre amabili liti, che s’interessa mediocremente ai particolari modi di vedere intorno ai rapporti dei sessi, forse potrà accordare un poco di attenzione a queste lettere per spirito di verità che mi animò nello scriverle.- -Vede come ho fatto miei i suoi ragionamenti? Ma ella già sapeva che non è un’impresa disperata quella di persuadere a un autore che l’opera sua vale qualcosa... Mi lasci ora sperare -- per me e per lei -- che il pubblico non sia del parere contrario, e voglia gradire ancora una volta l’espressione della singolare reverenza con la quale sono- -di Lei, gentilissima Amica,- dev.mo ed obb.mo -F. de Roberto- All’illustrissima Signora la Contessa R. V. Siena LA MUTA COMUNIONE -Contessa gentilissima e furibonda amica,- -Mea culpa! Mea culpa! Mea maxima culpa!...- Non basterà picchiarsi il petto, accusarsi umilmente, implorare perdono? Ella dice di no? La colpa mia è proprio irremissibile?... Via, mi lasci almeno sperare. Ella sa del resto benissimo che la speranza non ha bisogno, non che di permessi, ma neppure d’argomenti per farci accogliere le sue persuasioni. Se pure ella non vuole, io posso egualmente credere che un giorno o l’altro la troverò meno severa contro questo povero signor Me Stesso... E dire che era tanto disposta all’indulgenza! Mi faceva buone tante cose! Tollerava la mia freddezza, il mio scetticismo, la «scettica e spietata freddezza» con la quale esposi le teorie più sconfortate; scusava, se pure non giustificava, il «vandalismo morale» col quale mi ero messo a sfrondare, ad abbattere, a disperdere ogni poesia e ogni idealità! Ma una cosa l’ha rivoltata, una goccia «di fiele» ha fatto traboccare il suo sdegno. Quando io ho detto che gli uomini non possono intendersi, che le anime non possono comunicare, che il pensiero e il sentimento sono intrasmissibili, non m’è valso riferire il giudizio d’un filosofo come Taine, non m’è giovato citare un poeta come Baudelaire, è stato inutile tentare lunghe e minute e pazienti dimostrazioni: sono stato giudicato!... Tuttavia bisogna credere o che ella speri di convertirmi, o che non sia poi tanto sicura delle sue opinioni e quasi cerchi, con la discussione, affermarle; perchè, dopo aver dichiarato di non voler discutere più, trovo ancora nella sua lettera questi eloquenti passaggi: «E allora, se gli uomini non possono intendersi, perchè mai, di grazia, venite enunziando queste vostre eresie? Se tutto ciò che vi passa per il capo è frutto particolarissimo della vostra costituzione, dell’educazione, dell’ambiente, di non so quante altre diavolerie; se le vostre escogitazioni sono tutte -vostre-, perchè mai le partecipate al prossimo? Io avevo finora creduto che quando uno esprime una cosa, parlando o scrivendo, oppure gestendo, se non ha rotto lo scilinguagnolo, costui crede che gli altri potranno credere questa cosa, pensarla a loro volta, riesprimerla e comunicarla ad altri successivamente! Ma se voi siete persuaso di non potervi intendere con nessuno al mondo, mi pare che vi converrebbe cominciare, per esser conseguente, con lo starvene zitto!... Secondo voi ogni creatura umana -fa razza da sè-, parla un linguaggio che nessun’altra creatura umana capisce; il mondo sarebbe come un’immensa torre di Babele. Ma voi sapete benissimo che quella torre non fu potuta finire, che per la confusione delle lingue l’impresa andò all’aria. Invece io vedo che il mondo, bene o male, e se vi piace più male che bene, pure sussiste; e che ogni giorno, ogni minuto, gli uomini s’accordano in una moltitudine di affetti, d’idee, di persuasioni! Voi credete invece di parlar turco in mezzo a un pubblico che del turco non conosce neppure la canzonatoria strofetta: C’est par là, Par Allah! Qu’Abdallah S’en alla! O non è dunque fiato sprecato? E allora, scusate, perchè non smettete?...» Io le potrei dar causa vinta, signora, e risponderle che il suo consiglio è veramente da seguire. Potrei risponderle che se appunto ella, d’ordinario così indulgente con me, si è tanto sdegnata, ciò prova luminosamente che quando due persone, grazie ad una lunga ed assidua dimestichezza intellettuale, sembrano capaci d’intendersi, a un tratto, per un’idea, per una parola, per una intonazione di voce, non s’intendono più, anzi si crucciano -- nè sempre manifestano il loro cruccio con lo spirito amabilmente sardonico che ella mette nel manifestarmi il suo. Queste risposte che potrei darle le tengo tuttavia per me. A lei dico, contessa, che dopo la sua lettera e grazie a nuove riflessioni, mi sono ricreduto. No, non è vero che ogni cervello sia un mondo e che questi mondi s’aggirino eternamente separati, senza speranza di poter mai comunicare. Sì, tra gli uomini che più sembrano diversi, tra un viaggiatore europeo, sapiente, cosciente, raffinato, e l’ultimo Zulù, c’è un fondo comune, se non propriamente di pensieri, almeno d’istinti, che li affratella. E tra gli uomini e le donne -- il punto controverso era questo! -- le differenze del sesso non sono così profonde da rendere impossibile o molto difficile la comprensione reciproca. Uomini e donne non solamente s’intendono quando s’amano, s’accostano e si parlano, ma possono anche intendersi a distanza, senza vedersi; e intendersi a segno da accordare le loro volontà e da uniformare i loro atti a queste volontà concordi!... Ella dice che adesso è troppo? Che casco nell’eccesso contrario? Che vengo a parlarle di spiritismo e di telepatia quando la discussione s’aggirava intorno a un argomento tutto morale? No, mia cara amica: non le parlo di telepatia nè di magnetismo: resto nell’argomento. Ed io, guardi, mi sono ricreduto appunto perchè, dopo la sua lettera, ho rammentato un fatto che dimostra appunto la possibilità di quest’accordo a distanza, di questa muta intesa!... «Una storiella?» mi par d’udirla esclamare, con una scrollatina di spalle, con un sorrisetto canzonatorio, come per significarmi che ella non crede ai fatti narrati dai narratori di professione. Io vorrei pregarla di credere che non invento. Potrà anche darsi che il fatto non sia vero; garantisco soltanto che m’è stato riferito, dagli stessi protagonisti, così come glie lo racconterò. Noi cantastorie siamo spesso presi a confidenti dalla gente che ha qualcosa sullo stomaco. La confessione non fu detta molto propriamente Sacramento della penitenza; prima che penitenza è sollievo. I nostri secreti ci rodono, ci opprimono, ci soffocano; il pensiero assiduo, cocente, tende ad esprimersi, spinge all’azione ed alla rivelazione. La psicologia fisiologica spiega molto bene questo rapporto tra la funzione ideatrice e la motrice; ma noi lasceremo da parte la scienza e le sue spiegazioni. Io voglio soltanto dirle che, come i confessori, i narratori ne odono spesso d’ogni colore. Oltre l’istintivo e spesso incosciente bisogno di comunicare l’invasante pensiero, un interesse tutto personale, la salute dell’anima, spinge i credenti a confessarsi. L’egoismo che spinge a noi i confidenti si chiama vanità. Essi vengono a narrarci i fatti loro perchè, presumendo che questi fatti siano straordinarii e che a nessuno mai potrebbero capitarne altrettali, noi riveliamo al gran pubblico e tramandiamo ai posteri i rari e fatali avvenimenti. A onor del vero, non tutti sono così vani; alcuni, più modesti, più semplici, vengono a noi imaginando che la nostra scienza sappia leggere là dov’essi non comprendono; altri ancora -- e sono quelli che ci fanno maggior piacere -- non vengono a noi, ci mandano le loro confessioni scritte, dentro una busta. Uno per applaudirci e confermare le nostre idee, un altro per dimostrarci che siamo semplicemente idioti, ci narrano una quantità di cose, ci forniscono una quantità di documenti umani ai quali facciamo sempre festa. Edmondo de Goncourt ne chiese alle sue lettrici per scrivere -Chérie-; più valore hanno quelli offerti spontaneamente, senza la pretesa di far della storia. Io ne ho da parte una cartella, e qualche volta la vuoterò. Oggi, dopo questo già troppo lungo esordio, vengo al fatterello che le ho promesso per giustificare la sua fede antica e la mia conversione recente: le anime s’intendono, s’accordano -- anche da lontano -- senza che gli occhi vedano, senza che le orecchie odano. C’era dunque una volta un signore e una signora che s’erano molto amati -- anche questa è una prova per lei! -- ma che poi non s’amavano più -- e ciò darebbe ragione alla mia prima idea. Ma le ripeto che mi sono ricreduto! Insomma, questo signore e questa signora, dopo essere stati insieme qualcosa come cinque anni -- un lustro! -- se n’erano andati ciascuno per la sua via. Ho detto: dopo essere stati insieme, e non ho detto bene. Non erano stati precisamente insieme, sotto lo stesso tetto: la signora non era interamente libera, e doveva salvare certe apparenze. L’amico suo avrebbe potuto andare da lei anche tutti i giorni; ma ella sa che giorno significa quello spazio di tempo il quale comprende anche la notte; e gli amanti, da che mondo è mondo, hanno sempre preferito le tenebre alla luce; senza contare che il signore del quale le parlo aveva molte occupazioni durante il giorno propriamente detto. Dunque, perchè di giorno egli aveva da fare e perchè le ombre sono maggiormente propizie ai ludi erotici, egli preferiva i convegni notturni. Ora questi erano molto più difficili: nè la signora sapeva quando poteva ricevere l’amico suo; nè, prevedendo d’esser libera, aveva sempre modo di mandargli un biglietto. Ecco dunque la combinazione imaginata dai nostri amici per rimediare: quando il signore, passando a tarda sera sotto la casa della signora, vedeva illuminata una certa finestra, una finestra che in nessun’altra occasione e per nessun altro motivo poteva essere illuminata, questa straordinaria illuminazione significava che la signora era di sopra ad aspettarlo. Per gli amanti, la finestra dietro alla quale si struggeva una candela stearica non era più una finestra, ma un faro, il solo Faro, il -Faro- per antonomasia. Egli era poeta ed ella comprendeva la poesia: intorno a questo Faro, a quest’Occhio della Notte, a questo Sguardo vigilante ed amico, egli aveva scritto certi versi che ella aveva mandati a memoria. I fari sogliono essere particolarmente utili durante il cattivo tempo; e appunto quando tirava vento, quando c’era nebbia, quando pioveva, quando nevicava, la finestra soleva splendere e indicare che l’approdo era libero; nelle notti serene, siccome la signora doveva andar fuori per suo conto, o riceveva visite, tutto restava buio e il nocchiero filava al largo. Queste notizie, diciamo così nautiche, sono necessarie all’intelligenza della storiella. La quale meriterebbe d’essere narrata in uno stile un poco più serio; perchè, come durante cinque anni i miei due protagonisti si erano amati d’un amore dolce e forte ad un tempo, così, anzi a più forte ragione, dopo la rottura non ebbero di che ridere. Perchè ruppero, allora? Se io pensassi oggi come ieri, le direi che ruppero per quella tale impossibilità di comprendersi bene, per quella intellettuale e sentimentale discordia che m’ha valso i suoi vivaci rimproveri; ma io mi sono, come le ho detto, convertito; e quand’anche non fossi ancora convertito, non vorrei farla arrabbiare ripetendole una cosa che tanto le dispiace; le dirò quindi che l’amor loro s’intepidì e s’avviò alla morte come tutte le cose che hanno avuto nascimento. E come l’amor loro era stato una bella cosa, ed entrambi sentivano che la fine di una cosa bella è molto triste e che bisognerebbe a ogni costo impedirla, così essi ostinavansi a ravvivare il loro sentimento agonizzante; ma poichè l’impresa era disperata e gli sforzi si rompevano contro la fatalità della morte, così, vedendo inutili gli sforzi, e non potendo prendersela col destino irresponsabile, e dovendo per un bisogno tutto umano prendersela con qualcuno, ciascuno dei due se la prendeva con l’altro. S’accusarono, adunque, di colpe in piccola parte vere, in molta parte imaginarie; dalle accuse futili passarono ben presto alle maggiori e da queste arrivarono subito alla massima che, per due amanti, è quella del tradimento. Credendo ciascuno d’esser tradito dall’altro, naturalmente entrambi pensarono di potere, anzi di dover tradire a propria volta; talchè, come sempre accade, ciò che era dapprima ingiusta imaginazione divenne tosto ingrata realtà. Egli amò un’altra donna, ella un altro uomo. Persuasi d’aver ricevuto un torto, il torto estremo, non si videro più. I loro nuovi amori finirono rapidamente, ma essi continuarono ad evitarsi. Un giorno, impensatamente, s’incontrarono, per la via. Mentre egli scantonava, ella gli apparve dinanzi: i loro sguardi s’incrociarono un istante. E allora, tumultuariamente, le sopite memorie si ridestarono nel cuore di lui. Aveva più d’una volta pensato a lei, ma con un sentimento torbido, fatto di rancore e di sdegno; ora, a un tratto, per averla guardata negli occhi, tutte le dolcezze antiche gli rifluivano al cuore... Come s’erano amati! Era possibile dimenticare quella passione? Credeva d’averla dimenticata, aveva voluto cancellarne i ricordi; ed ecco che risorgevano, immortali!... Da quel punto egli non visse più della vita reale; le impressioni del presente si perderono nella continua evocazione d’un passato non tanto passato come pareva. Perchè, infatti, i sentimenti muoiono forse proprio come gli esseri, per non più rinascere? E si può mai ricordare un affetto senza ancora in certa guisa provarlo? Quando noi non lo comprendiamo più abbiamo un bel tentare di evocarne la memoria: essa ci sfugge. Rammenteremo bensì le circostanze concomitanti, le condizioni esteriori: penseremo a un nome, rivedremo una imagine; ma il moto dell’anima, ma il cordiale turbamento non si ridestano, anzi sono così ribelli al nostro sforzo che noi neghiamo perfino d’averli provati mai. E invece egli sentiva il cuore battergli in petto, al pensiero di lei, come la prima volta che l’aveva veduta. E non sapeva far altro che chiudersi in casa, rileggere le sue lettere, rivedere le reliquie del perduto amore, ricordare i tramontati giorni felici. E a poco a poco l’assiduità di quelle appassionate cogitazioni produsse in lui un mirifico inganno: gli parve che il tempo trascorso dalla rottura, tutto il triste tempo della nuova sterile prova e della solitudine fredda non fosse trascorso realmente; gli parve d’aver sognato queste cose e di rivivere nella stagione dell’amore beato. Che faceva egli allora? Pensava a lei, sempre -- come ora! Le scriveva -- e come allora egli si metteva ora alla scrivania, per cominciare una lettera. Le antiche espressioni ferventi gli spuntavano sotto la penna; con la stessa tenerezza d’una volta egli tracciava sopra una busta il nome di lei, il bel nome tante volte, quante volte mormorato tenendola fra le braccia!... Andava anche da lei, allora -- e guardando ora il cielo nebbioso, udendo i fischi del vento, lo scrosciar della pioggia, egli vedeva con gli occhi del cuore il Faro splendente nella notte, la guida fedele additargli il Porto delle Soavità. Ora, pensando che se fosse passato dalla nota via, dalla via della quale conosceva ogni angolo, ogni sasso, egli non avrebbe più visto risplendere il Faro, che tutto sarebbe stato chiuso ed oscuro, che quel porto gli era vietato, che quelle soavità erano finite, ei pianse le lacrime del rimpianto e del rimorso. La propria colpa gli apparve evidente e il dolore lo schiacciò. Qual riparo tentare? Che fare per vivere ancora? Mandarle una di quelle lettere che veniva scrivendo e poi lasciava dov’erano? Ma come l’avrebbe ella accolta?... Non era stata di lei stessa la colpa? Che sperare da chi lo aveva tradito?... E la disposizione del suo spirito mutò; egli credette un momento d’essersi agguerrito contro la lusinga, contro sè stesso. Ma il dubbio tornò ad occuparlo: non aveva tradito egli stesso? Il torto non era suo proprio? Sì, suo: principalmente suo. E che pensava ella di lui? Lo incolpava? Aveva tutto dimenticato?... Non era possibile! Vedendolo, guardandolo negli occhi, improvvisamente, le memorie avevano dovuto travolgere anche lei: ne era sicuro. Ella aveva dovuto pensare alla forza, alla dolcezza della loro passione; dire a sè stessa -- come lui -- che una passione simile non si dimentica. Anch’ella aveva dovuto tentare d’uccidere la memoria; ma i suoi sforzi dovevano essere rimasti sterili -- come quelli di lui. Che faceva ella in quei giorni? Come lui, senza dubbio, evocava il passato; ricercava, rivedeva le mute e inerti testimonianze dell’amor loro; come lui s’incolpava d’aver ucciso questo amore. Era possibile che pensasse ad altro, che provasse altro? Guardando quel cielo costantemente grigio, i vetri rigati dalla pioggia, i tetti imbiancati dalla neve, che altro poteva pensare se non che meno d’un anno addietro, nelle notti come quelle, illuminato il Faro, ella stava ad aspettar l’amato, dietro un uscio, per gettargli le braccia al collo appena varcava la soglia della sua casa? E come egli, all’ora dell’amore, si struggeva dalla tentazione di ripassare da quella casa, con la lusinga di poter vedere ancora una volta risplendere il Faro, non provava anch’ella la tentazione d’illuminarlo ancora una volta e d’aspettare la venuta di lui? Quest’idea, l’idea di rivedersi al modo antico, ora che s’erano incontrati, ora che l’amarezza della separazione era passata, ora che la stessa stagione correva propizia ai convegni, che lo stesso cielo pareva favorirli; quest’idea che occupava e invadeva lo spirito di lui e ogni sera gli suggeriva di rifare la via consueta, non doveva occupare e invadere lo spirito di lei? Logicamente, necessariamente, il contemporaneo risveglio di comuni memorie non doveva produrre in due anime che avevano vibrato all’unisono un identico stato di coscienza, la stessa disposizione sentimentale, eguali speranze, bisogni simili, gli stessi impulsi? Egli ne ebbe in breve la morale certezza. Senza aver parlato con lei, senza aver saputo nulla di lei, senza neppure averla riveduta dal giorno dell’incontro, fortuito, la sentì tutta piena dei ricordi dell’amore, tutta amante, aspettarlo ansiosa dopo aver disposto l’usato segnale... e una sera, una notte che la neve fioccava a larghe falde, egli s’avviò... Non s’era ingannato, contessa. E vede come io avessi ragione d’assicurarle che lo spiritismo non entrava per nulla nel mio fatterello? L’analisi psicologica, la legge secondo la quale le idee si associano e i moti dell’animo si seguono, basta a spiegare un’intuizione simile. L’amica nel cuore della quale egli leggeva a distanza, leggeva anch’ella nel cuore di lui. Tutti i sentimenti per i quali egli era passato, dopo l’incontro imprevisto, avevano occupato successivamente, e con lo stesso ordine, l’anima di lei. Ella aveva realmente evocato e rimpianto il passato, aveva tentato di scrivere all’amico, poi lo aveva accusato, poi aveva accusata sè stessa; ad un tratto era stata sicura che anch’egli pensava a lei com’ella pensava a lui. Vedendo quella successione di sere propizie ai convegni s’era sentita struggere all’idea d’averne ancora uno: e certa che egli partecipava a quel desiderio, a quel bisogno, una sera che pioveva a diluvio dispose il segnale ed aspettò. Aspettò, tremante di freddo e ardente di rancore, dalle nove a mezzanotte: non venne nessuno... Egli era passato la sera prima, quando nevicava soltanto; se n’era tornato indietro con la morte nel cuore e l’ironia sulle labbra vedendo che il Faro era spento... Sì, contessa, ella ha ragione: le anime si comprendono, i cuori s’accordano, le volontà s’uniformano; senza parlarsi, senza vedersi, i nostri amanti provarono gli stessi sentimenti, obbedirono agli stessi impulsi; solamente, sbagliarono giorno... L’INDISCRETA DOMANDA -Spiritosa contessa ed amica spirituale,- Quando, per darle a intendere che ero d’accordo con lei e che mi accostavo alla sua tesi della comprensibilità delle anime, io le narravo l’apologo della -Muta Comunione-, sapevo bene quel che facevo. Con una dama arguta come lei, siano pure gravi ed incomponibili i divarii delle opinioni, si è sempre certi di potersi accordare in quella media e sensata verità nella quale le menti equilibrate s’acquetano. Se pur misi una punta ironica nella mia narrazione, ella mi ha dato ragione, perchè «la vita è piena d’un umorismo come il vostro amaro e dissolvente;» e mentre io ho fatto un passo verso di lei, anch’ella ne ha mosso uno verso di me temperando la vivacità delle sue prime recriminazioni. Nondimeno, quantunque ella ponga ora una maggiore indulgenza nel ribattere le mie idee, non per questo è disposta ad accettarle. Una specialmente le dispiace: ella rifiuta di credere che, in amore, la fredda, impassibile e vuota bellezza delle forme sia, da parte delle donne, maggiormente apprezzata del valore morale e dell’intellettuale grandezza negli uomini. Il caso di Mirabeau, che a onor del vero io stesso citai, le pare dimostrazione della regola e non mai, come io sostengo dell’eccezione. Ella dice che ogni Mirabeau, cioè ogni uomo fisicamente orribile, con un piede storto, col viso crivellato dal vaiolo, «brutto come Satana» -- diceva lo stesso padre del grande oratore -- ma grande moralmente, troverà una ed anche più d’una marchesa de Monnier capace d’amarlo di un immortale amore. Io dico, sì, che ad un genio sovrano la bruttezza non impedirà d’essere amato, ma che alla media umanità un poco di bellezza giova più di molta grandezza; perchè la bellezza si rivela immediatamente allo sguardo e basta aver occhi per apprezzarla; mentre le qualità del cuore e della mente richiedono una più o meno assidua frequentazione avanti d’essere riconosciute; quindi un uomo bello ma stupido produce una prima impressione favorevole, mentre un grand’uomo orrido produce una prima impressione repulsiva; ora ella non ignora che le prime impressioni sono le più importanti e sogliono anche resistere alle contrarie impressioni susseguenti. Il vantaggio dello stupido Adone sul Genio mostruoso mi pare quindi evidente; senza contare che la bellezza plastica, l’armonia delle proporzioni, la freschezza della gioventù, come sono immediatamente riconoscibili, così non si possono neppure negare; mentre le qualità morali sono, perchè morali, di più ambigua natura e più discutibile essenza, e corrono il rischio, pertanto, di restare disconosciute. Senza contare ancora che, mentre l’assoluta bellezza plastica, quantunque rara, pure esiste, l’assoluta simpatia, la perfetta grandezza morale e intellettuale non esistono; anzi, come ha luminosamente dimostrato un filosofo che è onore d’Italia, il Genio più alto ha più lati manchevoli. Con questo non voglio negare ciò che le ho già concesso, cioè che il Genio, a dispetto delle brutte forme, possa esercitare ed eserciti una forte attrazione. E guardi come sono arrendevole; non mi basta d’averle addotto l’esempio di Mirabeau; ne voglio aggiungere ancora un altro, forse più significativo! Sofia de Monnier era una donna moderna -- o press’a poco -- e come tale s’intende che il fascino dell’ingegno la facesse passar sopra alla diabolica bruttezza di Onorato Gabriele di Riquetti. Di più, aveva un marito di settant’anni, e ciò spiega una quantità di cose... Ipparchia, invece, della quale le voglio narrar l’avventura, era una fanciulla greca, e quantunque l’avessero educata come per farne un’etera -- ella sa che in Grecia le etere erano le sole donne cui s’impartissero gli alti insegnamenti della filosofia -- pure è maggiormente notevole che s’innamorasse di Crate, celebre filosofo cinico, il quale era poverissimo, gobbo ed orribile. La passione d’Ipparchia divampò così gagliarda, che ella volle lasciar tutto per vivere con costui, a dispetto di quanti la accusavano di pazzia, a dispetto dello stesso filosofo -- che non doveva poi esser tanto cinico quanto pareva, se le mise sotto gli occhi la propria miseria e la propria infermità. Tutto fu inutile: Ipparchia rispose a lui, come ai parenti ansiosi di distoglierla da quell’amore, che non avrebbe mai potuto trovare un marito più bello d’un tal filosofo. Allora Crate, il quale non poteva sempre dimenticare i precetti della sua canina filosofia, la condusse nel Pecile, che era uno dei portici più frequentati d’Atene -- come dire quelli della Galleria qui a Milano -- e lì... ma io non farò come Sant’Agostino, che ricamò pepati commenti su quanto accadde lì tra quei due; farò piuttosto come fece un amico del cinico, traversando per caso il Pecile nel punto culminante dell’avventura: getterò sulla coppia un mantello... E poi? Che cosa importa? Due, dieci, cento, mille eccezioni potranno infirmar mai la regola? E la regola è che, per l’opera di seduzione, le qualità fisiche esercitano un’azione più pronta e producono un risultato più decisivo delle morali virtù; che, per essere amati, è più importante, è necessario essere semplicemente belli, e giova meno possedere una grande bontà, un’anima ardente, un’intelligenza sovrana. Se noi distingueremo l’amor sensuale dall’amor morale, potremo forse dire che la bellezza fisica accenderà il primo e che le qualità morali susciteranno il secondo. Ma se ciò sta bene astrattamente, la distinzione non è così facile in pratica. Imaginiamo un caso. C’è un uomo brutto, ma quest’uomo possiede -- e la gente sa che possiede -- un grande ingegno, una squisita sensibilità, le migliori disposizioni del cuore e della mente. La sua bruttezza gli nocerà, dinanzi alle donne, più che non gli gioveranno queste magnifiche disposizioni, oppure quest’ultime faranno dimenticare la prima? Ella m’ha detto che la cosa dipende «dall’indole diversa delle diverse donne,» e va bene; perchè, evidentemente, una donna superiore, che nell’amore cerca l’appagamento di cordiali e ideali bisogni, apprezzerà le virtù e passerà sopra alla bruttezza; ma su cento donne prese a caso in mezzo alla folla, quante provano a un tal grado questi bisogni? Reciprocamente, se c’è un Adone inanimato come la statua del bellissimo dio, le sue probabilità di riuscita non saranno maggiori, paragonate a quelle del brutto grand’uomo? «Sois beau!» dice l’amabile autore dei -Consigli ad un giovane che si dedica all’amore-. «Sinon, n’aime pas. Sans beauté l’on peut être choisi; il arrive aux plus jolies de préférer les plus laids; c’est une histoire souvent renouvelée que celle de la femme de Joconde. Toi cependant, mon élève, docile aux bons conseils, qui te fais enfin de l’amour l’idée qu’il convient d’en avoir, défends toi d’aimer si tu n’as pas reçu les dons qui charment les yeux...» -- «Un’altra citazione?...» l’odo esclamare di qui; «e avete il coraggio di citarmi proprio quel gran moralista che si chiama Catulle Mendes?...» Non vada in collera, contessa: io lascerò lì subito l’autore di -Zo’ har-, e le narrerò invece un altro fatterello: va bene così? Le narrerò un fatterello che dimostra appunto quanto sia grande e superiore a quello esercitato dalla eccellenza morale, l’impero della plastica e corporea bellezza. Ella conosce la storia del mio povero amico Raeli. Nella breve esperienza di questo infelice vi furono molte cose che sarebbero state degne di nota; disgraziatamente la più gran parte egli le portò via con sè, nel sepolcro che troppo presto si schiuse. Io posseggo tuttavia molte sue lettere ed anche un suo libro di memorie, del quale una volta o l’altra le riferirò alcuni curiosi passaggi. Già narrai, tempo addietro, la crisi tremenda che spinse l’amico mio a togliersi la vita; la strana fatalità per la quale ad un uomo come lui, disgustato dei reali amori, assetato di purezza, doveva venire incontro un’altra disgraziata che non poteva più dargli ciò che le avevano portato via. Ma prima di questa tragica avventura egli aveva amato, una volta: se ne rammenta? Egli s’era acceso, a Vienna, della Woiwosky, d’una dama che avrebbe fatto -- ed aveva fatto veramente! -- la felicità di molti uomini, ma con la quale egli non poteva andare a lungo d’accordo. L’amor loro finì male, come ella sa; e la brutta fine di quest’amore non fu una delle minori ragioni che resero Ermanno Raeli così esigente e tanto dolorosamente sensibile; ma, sul principio, la felicità sorrise ad entrambi. La Woiwosky non aveva ancora idea delle delicatezze ingenue, delle poetiche fantasie, delle invenzioni sentimentali che un uomo come Raeli sapeva mettere nella passione. Con una cultura fuor del comune, con un’anima bizzarramente complicata e quasi duplice, ora sottilmente indagatrice, ora tumultuosamente appassionata; con uno spirito ora critico, ora inventivo, mezzo tedesco e mezzo arabo, scettico per esperienza, tollerante per persuasione, buono in fondo d’una bontà candida, a quel giovane non mancava proprio nessuna delle doti intellettuali, delle morali disposizioni che, secondo lei, importano principalmente. Ne aveva fin troppe ad un tempo, ed appunto per ciò egli sofferse tanto e non potè mai contentarsi di quel che la vita gli diede. Ma ora io non voglio ragionare di queste cose; voglio rammentarle che pochi uomini avevano un’anima ed uno spirito più riccamente dotati dei suoi. E non era neppur brutto! Bello non si poteva dire, nel preciso senso di questa parola; ma la curiosa fusione del tipo nordico e del meridionale dava alla sua persona un gran carattere, oltre che la sua espressione era delle più simpatiche. Ed alla Woiwosky egli era dapprima piaciuto fisicamente; costei aveva cominciato ad apprezzare più tardi la rarità del suo spirito. Ma, pure amandola e sentendosi amato da lei, Raeli, che fu chiamato con Byron -the child of doubt and death-, indagava assiduamente, come sempre, il proprio sentimento e l’altrui. Egli pensava, ed era nel vero, che le sue proprie qualità morali sopravanzavano di gran lunga le fisiche, e che, se pochi uomini potevano stargli a fronte nel campo del pensiero e del sentimento, moltissimi altri erano senza fine più avvenenti di lui. Allora, curioso come quei bambini che spezzano i balocchi pur di vederne il congegno, egli cominciò a smontare l’amore dell’amica sua per vedere com’era fatto. Discutendo tra sè il problema che ci occupa e ci divide, egli pensava come me, contessa: che la bellezza preme sopra ogni cosa. A questa persuasione lo aveva condotto non l’astratto ragionamento, ma il positivo studio della storia naturale. Grazie a questo studio egli sapeva che in tutto il mondo vivente c’è una scelta sessuale e che questa scelta è fatta con i criterii della vistosità delle forme, della vivacità delle colorazioni, della ricchezza degli ornamenti. Gli uomini, animali ragionevoli, sono, prima che ragionevoli, animali; quindi obbediscono a quelle stesse leggi che regolano tutto il mondo animato: in forza di questa argomentazione egli non dubitava della capitale importanza della venustà. Così pensando, si proponeva questo problema: «Che cosa varranno le mie doti morali e quella poca bellezza che posseggo, se un giorno un uomo veramente bello tenterà di portarmi via il mio bene?...» Egli non prevedeva ancora, non sospettava neppure che l’amica sua l’avrebbe tradito, -- nè realmente ella poi lo tradì per un Adone! -- ma, pur concedendo che la virtù di costei avrebbe saputo resistere a ogni seduzione, egli temeva d’essere menomato nel concetto di lei, di dover necessariamente scapitare ai suoi occhi quando ella avrebbe conosciuto un vero Adone. Un giorno essi andarono insieme a Schönbrunn. Provveduti d’un permesso, visitarono il Palazzo d’estate. Nella corte, mentre stavano per avviarsi alla scalea, apparve dinanzi alla coppia amante un militare, un alfiere delle Guardie del Corpo. Ermanno Raeli soffermossi, turbato dalla maraviglia. Quell’uomo aveva la bellezza d’un Dio. Alto oltre la media, e tanto che appena un poco più sarebbe parso sgraziato, la sua dominatrice statura, il portamento marziale, la stupenda proporzione delle membra, la felice armonia dei lineamenti, l’agile forza che rivelavasi all’incesso, alle mosse; la delicata morbidezza della carnagione, la serica biondezza dei capelli e dei baffi, la dolce e nobile espressione degli occhi, le stesse smaglianze della divisa che non pareva sovrapposta alla persona ma far tutt’uno con essa, mortificavano ed avvilivano ogni altra figura, intorno a lui. Ed Ermanno, con una stretta acutissima al cuore, sentiva di non valere più niente, d’esser meschino, povero, inutile, spregevole; ma tuttavia il senso di felicità che la vista di quella miracolosa creatura gli procurava, il sentimento estasiato che lo invadeva quasi contemplando una sublime opera d’arte, erano ancora più forti della sua umiliazione. Se in lui, uomo, rivale, si produceva un effetto tanto profondo, che cosa doveva provare l’amica sua?... Egli si volse verso di lei: la donna non esprimeva meraviglia alcuna. Quando il militare, allontanatosi, non potè più udirli, le domandò: -- Hai visto che bella figura? Ella rispose semplicemente: -- Sì, molto bella. Più tardi, quando furono proprio soli, intimamente, egli tornò a interrogare: -- È proprio vero che sei rimasta indifferente dinanzi a quell’uomo?... Ne vedesti mai di più belli?... Non è possibile che tu non abbia nulla provato!... Ella continuò a rispondere che gli era parso molto bello, che non rammentava d’averne visti altri così, e che aveva appunto pensato: «Ecco propriamente un bell’uomo!....» Ma da quel giorno egli non la lasciò più in pace, cupido di sapere. Le descriveva con calore la divina bellezza del militare, le domandava se lo avrebbe amato; ella rispondeva che le persone non si amano così, per averle viste a pie’ d’una scala. Le diceva ancora: -- Se io sembro una marionetta, vicino a lui, come ti posso ancora piacere? Ed ella rispondeva: -- Tu non mi piaci soltanto, ti amo. -- Riconosci dunque che è più bello di me? -- È bello come una statua. Le statue s’ammirano, non si amano. -- Se non amassi me?... -- Che idea! Gli sfuggiva; ma Raeli sentiva che in fondo al pensiero di lei c’era qualcosa che ella non diceva, che non voleva dire. Naturalmente la paura di offender l’amato, di perdere la stima di lui, la vergogna e il morale pudore le impedivano di rivelare il proprio sentimento, di confessare che la sola venustà della forma bastava ad accendere il suo desiderio. Ermanno voleva però ad ogni costo ottenerne la confessione. E una volta, in uno di quei momenti che ogni pudore è dimenticato e la sincerità trionfa di tutte le vergogne, dopo aver ripreso a descrivere, ammirato, la bellezza del militare, egli le domandò improvvisamente, prendendole una mano, guardandola negli occhi: -- Ascolta: se io partissi, se tu non avessi più notizie di me, se fossi come perduto, come morto per te; se in queste condizioni tu ti trovassi sola con lui e se egli ti cadesse ai piedi, che cosa faresti?... Ella liberò la mano dalla stretta, chiuse gli occhi, portò le mani agli occhi chiusi, stette un istante così, in silenzio, come per raccogliere tutta la propria pazienza contro l’offensiva insistenza dell’amico suo; poi, molto piano, rispose: -- -Non me lo domandare-... L’OMONIMO -Mia cara amica,- E va bene! Ancora una volta ella ha ragione!... Noi dovevamo discutere se l’impero della bellezza è maggiore del prestigio del genio, e per dimostrare che il genio è posposto alla bellezza io le ho riferito il sentimento d’una donna che del genio non poteva comprendere il valore. «Questa vostra signora Woiwosky, per vostra stessa confessione, non aveva ancora idea d’una sensibilità squisita, d’una imaginazione feconda, d’un intelletto acuto come quelli del vostro amico. Ed aveva avuto altri amanti prima di lui, e lo tradì: come volete dunque che io la prenda sul serio? Era, evidentemente, una di quelle disgraziate che non obbediscono se non agli istinti, che ignorano il mondo superno dei sentimenti e delle idee: e vi meravigliate, allora, che un paio di baffi biondi la titillasse e che ad un paio di baffi biondi ammettesse di poter sacrificare un’anima come quella del vostro amico? Ma se voi volete provare che la musica è superiore alla pittura, fatemi un poco il piacere di non addurmi il giudizio d’un cieco!...» E se io le dicessi, contessa, che rispetto al genio tutte le donne sono cieche?... Ella non si offenderebbe di questo giudizio; perchè, se noi non andiamo spesso d’accordo, molte volte ella ha riconosciuto, con una schiettezza che non so se faccia più onore alla sua intelligenza o alla sua modestia, l’intellettuale inferiorità delle donne. Così stando le cose, se la mente muliebre non vive nè arriva alle altezze dove il maschio intelletto opera e spazia, che cosa importerà alle donne la grandezza intellettuale? Che cosa faranno esse di ciò che non intendono?... Naturalmente, noi metteremo da parte le eccezioni. Nè mi dica che la galanteria mi suggerisce questa concessione. Io non commetterò ora l’insulsaggine di lodare l’intelligenza di lei; ma, se dobbiamo discutere il nostro problema, il quale, mentre mi pareva risolto con un assioma, sta per diventare -- grazie alla sua ostinazione! -- un apòro, io le ripeterò che alle donne di molta levatura sicuramente la grandezza importa più della bellezza; farò anzi di meglio: le riferirò il motto d’una non volgare Amatrice dinanzi a cui qualcuno, riferendo certe fortune galanti di Guy de Maupassant, diceva, quasi per giustificarle, che il grande scrittore era anche un bell’uomo. -- -Chi si chiama Maupassant non ha bisogno di essere bello-, -- rispose costei; ed ella batta pure le mani, si giovi fin che vuole di questa risposta: io debbo dichiararle che questi ed altri simili esempii sono tutti esempii dell’eccezione, non mai della regola. Esempio della regola è quello che racconta Chamfort e che ella mi permetterà di riferirle. Il filosofo Elvezio era, da giovane, bello come l’amore. Una sera che se ne stava, al teatro, tranquillamente seduto vicino alla celebre Gaussin, un molto ricco e noto banchiere venne a dire all’attrice: «Mademoiselle, vous serait-il agréable d’accepter six-cents louis, en échange de quelques complaisances?...» L’attrice rispose, forte abbastanza perchè il giovane filosofo potesse udire, e additandolo: «Monsieur, je vous en donnerai deux-cents, si vous voulez venir demain matin chez moi avec cette figure-là...» La regola, signora mia, è che al più gran numero delle donne il genio importa poco e che quasi tutte gli preferiscono un bel viso. Se noi enunzieremo il nostro psicologico problema così: «Dato un uomo di genio, il quale sia anche un bell’uomo, trionferà egli più presto per il suo genio o per la sua bellezza?» io dico che la soluzione non può esser dubbia: la bellezza eserciterà l’azione più pronta ed efficace. E se le ho dianzi citato un esempio storico, glie ne aggiungo un altro che non è storico ancora, ma sarà tale, perchè riguarda un genio non meno grande nell’arte di quel che fosse Elvezio nella filosofia. Stia un poco attenta: la storiella che le narrerò è una delle più graziose fra quante mi furono confidate. Crede ella che sia permesso ignorare, in Italia, chi è Guglielmo Valdara? Chi non ha letto i suoi magnifici versi, chi non ha almeno udito ripetere i più famosi, quelli divenuti popolari, entrati ad arricchire il patrimonio della lingua parlata, come i proverbii e i modi di dire? Ma se a nessuno riesce nuovo il suo nome, molti non avranno idea della sua persona e non sapranno che egli possiede quel genere di maschia bellezza destinata a piacere alle donne ed a formare l’invidia degli uomini. È alto, magro ed agile; ha lineamenti nobili e puri, capelli folti e dorati come nella prima gioventù. I suoi amici gli chieggono, scherzando, di quale tintura si serve; ma Valdara è veramente un miracolo di conservazione -- poichè, come ella saprà, è più vicino ai cinquanta che non sia lontano dai quaranta. Ma il tempo passa per lui senza offenderlo, e la sua figura è di quelle la felice armonia delle quali muta di carattere, ma non si distrugge. Quando le sue chiome saranno tutte d’argento, sembrerà ch’egli abbia messo, per civetteria, una bella parrucca -- e piacerà ancora. Quando non avrà più capelli, la sua testa parrà scolpita nel marmo pario -- e non dispiacerà. Ma veniamo all’avventura della quale fu l’eroe. Due anni addietro, sul principio dell’estate, egli andò ai bagni d’Aix, dove trovò parecchi connazionali, ma nessuno di sua conoscenza. Qualcuno di quegli Italiani, tuttavia, avendo letto il suo nome sulla lista dei viaggiatori, lo considerava con l’occhio attento ed un poco attonito col quale si guardano i grandi uomini, le bellissime donne e le bestie rare. Certuni gli gironzavano attorno, cercando l’occasione di dirgli che sapevano chi era; ma, naturalmente nemico di questo genere di esposizioni, Valdara evitava costoro, ed era molto contento quando lo scambiavano con uno dei tanti Valdara così numerosi nell’alta Italia, specialmente col proprietario o direttore che sia del celebre lanificio di Biella. La corte degli uomini lo seccava; però egli faceva la corte alle signore. Una sopra tutte gli piaceva: la moglie graziosissima ed elegantissima d’un ingegnere piemontese, il cui nome si omette per discrezione. Fin dal primo giorno che costei apparve alla -table d’hôte-, Valdara le piantò gli occhi addosso, con una persistenza legittimata dalle occhiate rapide e frequenti che anche ella gli rivolgeva. La sera, al Casino, uno di quei curiosi che era finalmente riuscito ad esprimergli la propria ammirazione e che conosceva l’ingegnere e la moglie, lo presentò alla coppia di fresco arrivata. E, credendo di riescirgli particolarmente gradito, si mise a parlare di letteratura. Valdara, lieto della conoscenza fatta, era un po’ seccato da quel discorso, temendo da un momento all’altro di sentir citare le proprie opere o di dover rispondere alla solita incresciosa domanda: «E che cosa ci regalerà di nuovo?» Per fortuna il seccatore ebbe il buon gusto di non alludere a lui; nè la signora, la quale del resto era un poco stanca e si ritirò molto presto, gli fece gl’immancabili ed immancabilmente stupidi complimenti. Fin dal domani Valdara cominciò l’assedio, e con gran piacere s’accorse che le cose si mettevano bene. Il seccatore se ne partì, l’ingegnere stava poco bene, quindi egli ebbe l’agio di veder spesso sola la dama dei suoi pensieri. Una settimana dopo, ottenne di fare con lei una passeggiata clandestina. Parlarono di tutto, fuorchè di letteratura; anzi, non di tutto, ma d’una cosa sola. Ella indovina quale. Valdara disse alla sua bella connazionale, con tutta l’eloquenza che gli era consentita dall’assoluta solitudine, quanto gli piaceva -- e la sua bella connazionale se lo lasciò dire. Dopo un’altra settimana di colloquii, di balli, di strette di mano furtive, di baci un po’ rubati e un po’ concessi, ella andò a trovarlo in camera sua. E allora, come facilmente comprenderà, non parlarono di niente. Le visite si rinnovarono, e furono tutte poco verbose, perchè necessariamente brevi. Insomma, Valdara assaporava beatamente la dolcezza dell’avventura, e come non chiedeva null’altro all’amica, così non gli faceva senso che neppur ella gli chiedesse null’altro. Ora, un giorno, mentre l’aspettava, la posta gli portò due pacchi contenenti sedici copie del suo nuovo volume -Le Memorande-, che l’editore proprio in quei giorni doveva diffondere per tutta la penisola. Siccome mancava più d’un’ora al convegno, egli si mise a scrivere le dediche su quei volumi che s’era fatti mandare appunto per spedirli agli amici. Non aveva ancora finito che l’uscio si schiuse e l’amica sua gli venne incontro. Egli lasciò a mezzo le dediche e tese le braccia alla dama, esclamando, a bassa voce, ma con l’accento della più lieta meraviglia: -- Che piacere!... Tanto più presto!... Non vi speravo ancora!... Ella spiegò che una felice circostanza l’aveva lasciata libera prima dell’ora consueta e che perciò avrebbero potuto restare insieme più a lungo del solito. -- Ma io non disturbo?... -- domandò con un discreto sorriso, per farsi assicurare del contrario; e Valdara: -- Voi?... Se non mi par vero?... Se m’avete risparmiato la febbre dell’attesa!... Accennando alla scrivania, ella soggiunse: -- Facevate però qualche cosa... -- e andò a vedere. Le copie delle -Memorande- erano distribuite in due pile: da una parte quelle dove la dedica era già fatta, dall’altra quelle dov’era ancora da fare; nel mezzo, aperto alla prima pagina bianca, l’esemplare dove Valdara stava scrivendo; «-A Giuseppe Giacosa, fraternam-...» Ella guardò curiosamente quei libri, prese l’esemplare aperto e considerò un poco la dedica. -- Questo libro è dunque vostro? -- domandò, senza nessuna espressione di compiacimento o di stupore; e Valdara, stupito invece un poco per proprio conto, rispose: -- Si, è mio... Ne gradite una copia?... Allora, con l’espressione di chi si sovviene a un tratto di qualche cosa, la dama insistè: -- Dunque voi siete Valdara, il poeta?... L’autore delle -Elegie d’autunno-?... -- E naturalmente, tranquillamente, come se il sapere che l’amico suo era uno dei più grandi poeti della patria non gli aggiungesse nè gli togliesse nulla, ella continuò: -- -Io avevo creduto che foste quell’altro, quello del lanificio...- Per la verità debbo aggiungere che Valdara, quella volta, restò un po’ male. LA VEGLIA -Cara Contessa,- Pare che l’avventura di Guglielmo Valdara, se non l’ha proprio convinta, l’abbia scossa, almeno, e indotta a dubitare di ciò che prima asseriva con troppa fermezza. Infatti, concedendomi che le donne stiano attente alla bellezza degli uomini da amare più che non alla morale altitudine di essi, ella mi domanda: «E gli uomini, allora? Che altro cercano, se non le qualità fisiche? Che prezzo dànno alla bontà, all’intelligenza, alla virtù? E allora oserete fare una colpa a noi donne se la bellezza ci seduce? Ma se noi le diamo tanta importanza, se la cerchiamo con tanto impegno, se non amiamo senza trovarla vuol dire, mi pare, che siamo ad essa sensibili; voialtri, invece, non ne fate anche a meno, tantissime volte? Non avete riconosciuto che una donna qualunque, una femmina purchessia, è dai maschi desiderata e cercata? Dite benissimo; ma la conseguenza che traete da queste premesse è storta, stravagante e tutta opposta a quella che dovrebbe essere; perchè mentre la logica dovrebbe farvi riconoscere che gli uomini amano meno bene, la presunzione vi fa dire che essi soli sanno amare!...» Io direi, contessa, di non ingolfarci in questo dibattito. Tanto, è fuori di dubbio che, dopo avere versato fiumi d’inchiostro, ciascuno s’affermerà nella propria opinione. Sarà anche inutile tirare in ballo i grandi scrittori passati e presenti; perchè, se Shakespeare ha detto che «l’impronta dell’amore nel cuore delle donne è come la figura disegnata sulla neve, che un raggio di sole cancella,» ella mi rovescerà addosso una quantità di moralisti, di pensatori, di poeti che dànno ragione a lei. Dunque, lasciamola lì. Soltanto, perchè ella non mi scambii le carte in mano -- tutte le signore sono felici quando riescono a barare al giuoco -- la pregherò di notare che noi parlavamo d’uomini e di donne, non già di maschi e di femmine. Nella bruta ed infima umanità, come in tutto il regno animato, l’ardenza dei bisogni mascolini è tale, che fa passar sopra ad ogni qualità nelle femmine da amare, mentre la freddezza femminile ha bisogno dello stimolo e dell’eccitazione prodotti da maschi appetibili per bellezza o per forza. Ma questi amori meccanici sono amori nell’umano senso della parola? Amori sono quelli delle creature dotate di spirito, d’anima, di mente, di cuore: or siccome il cuore, la mente, l’anima, lo spirito degli uomini sono più vasti, più potenti, più alti, più forti di quelli muliebri, così gli uomini amano meglio delle donne. L’istinto inferiore potrà bensì talvolta vincerli; ma anche allora essi trovano modo di riscattare le loro cadute. Ella mi dice che nessuna donna va in cerca del solo piacere, e sia come ella vuole; mentre un’infinità di uomini, soggiunge, e non già dei volgari ma dei più nobili, cercano un’infinità di volte «la pura -- l’impura! -- e semplice soddisfazione degli appetiti;» ma ciò che a lei par semplice non è poi tanto semplice come le pare; e ancora quando uno di costoro si trova in cospetto d’una mercenaria, sa ella che cosa prova? Invece d’imaginare i sentimenti che questi uomini possono provare in tali circostanze, ascolti piuttosto il fatto che voglio narrarle. Non posso dirle a chi lo debbo. Il cantastorie di professione non avrebbe difficoltà di attribuirlo ad un personaggio fantastico, del quale foggerebbe lì per lì il nome e il cognome; ma se così facessi mi parrebbe di scemare la verità, di menomare il valore di questo fatto. E mi basterebbe, per un altro verso, dire il nome del mio confidente, che è uno dei più potenti e venerati Principi del Pensiero, perchè ella si disponesse a udirmi con più intensa curiosità e m’accordasse più sicura fede; ma io non posso e non debbo dirlo: giacchè, quand’anche l’usanza non vietasse di narrare intime cose del Genio finchè la manchevole vita lo tiene e quasi menoma la grandezza sua, il rispetto che ho per gli scrupoli di questo mio grande Maestro, i quali sono fra i più gelosi e delicati che la sensitiva Anima abbia mai educati, mi vieterebbe di tradire la confidenza della quale egli mi onorò. Ella si contenterà pertanto ch’io lo chiami Protagonista, senz’altro. Protagonista significa, secondo l’etimologia, primo gareggiatore, ed egli era veramente alla sua prima gara d’amore. Non aveva ancora, non che posseduta, ma neppur vista una donna; intendo che il mistero della forma muliebre gli era sconosciuto. E doveva ancora compiere vent’anni, il che le dica se sentisse ardenti gli stimoli dell’istinto. E s’era abbeverato di poesia, il che le dica con quanto struggimento aspettasse e sognasse d’amare. Ma il tempo passava, egli avanzava nella vita, e la Terra Promessa non appariva. Egli sentivasi solo, monco, incompiuto: ma la metà di sè stesso della quale era privo, l’essere del quale aveva bisogno, non compariva ancora. Per appagare, con l’ardente bisogno, l’esasperata curiosità, egli non trovò di meglio che varcare, una sera, la soglia d’uno di quei luoghi dove si vende il Piacere, ma si compra il Disgusto. Quanti uomini sono stati iniziati alla vita nuziale in modo meno indegno? Pochi uomini, in verità; tanto pochi che non è da stupire se, dopo questo primo avvilimento, s’ode poi così spesso negare ogni ideale richiamo nei rapporti d’amore e tutto ridurre alla soddisfazione del cieco appetito. Ma la sete di qualche altra cosa, se fu provata una volta, potrà mai spegnersi del tutto, qualunque sia stato l’orror della prova? Ed ella udrà che cosa fece, per questa sete, il mio Protagonista. Era la prima volta che aveva denaro da buttar via, e alle miserevoli creature che annegano la tristezza nel vino egli pagò da bere. Voleva forse annegare la sua propria tristezza? No, non era triste; era risoluto, cosciente di sè; aveva precisamente deliberato di fare ciò che faceva. Pagò del vino di Sciampagna, il vino delle cortigiane, e ne bevve anch’egli; poi condusse con sè una di quelle sciagurate. Seppe scegliere: in mezzo alle maschere di belletto e di cerussa, alle forme deturpate dal vizio, alle animalesche bellezze destituite d’ogni espressione, egli vide e preferì la figura più umana. Denudato, il corpo della Mercenaria appariva perfetto. Come mai, dirà ella, poteva costui giudicare intorno a questa perfezione, se ancora non aveva visto altre donne? Vive donne non aveva vedute; ma la pura idea della Bellezza che l’arte miracolosa ha saputo esprimere dalla greggia realtà gli stava da tempo dinanzi agli occhi dell’anima; e di che senso d’arte egli fosse e sia dotato, dissero e dicono i prestigi delle sue opere. Quand’anche il suo giudizio d’allora non paresse troppo attendibile perchè egli non aveva termini di paragone, i paragoni che più tardi istituì, nel corso d’una molto variata e sagace esperienza d’amore, gli fecero riconoscere che non l’accesa imaginazione nè la violenza dei desiderii conferivano a quella donna qualità che non possedeva, ma che veramente egli si trovò, per un caso fortunato e troppo infrequente, dinanzi a una grande bellezza avvilita. Dunque la sua vista pascevasi alfine del fantasticato spettacolo, questa volta alfine non i sogni lo visitavano; materiata di elastiche polpe e di purpureo sangue, palpitante di vita, docile e pronta gli stava al fianco una donna, la Donna. Perchè, dove ogni altro avrebbe visto una femmina, il Protagonista, dimentico del luogo che l’accoglieva e del mestiere che vi esercitava, o non dimentico, anzi cosciente di queste cose, vedeva e sentiva che, nonostante, la creatura distesa accanto a lui era la creatura aspettata e promessa, il sospiro delle sue solitarie notti, il bisogno della sua monca esistenza; vedeva e sentiva che, qualunque fortuna l’avvenire gli potesse serbare, mai più egli sarebbe riuscito a dimenticare la turbata meraviglia, il piacer trepido e quasi pauroso del quale era pieno in quell’iniziale momento. Di chi la colpa, se la prima donna ch’egli aveva al fianco non era una vergine come lui ignara e turbata, ma una mercenaria? Non di lui, non di lei. La colpa era degli uomini, delle loro dure leggi, o piuttosto della più dura, dell’iniqua e incorreggibile legge della vita. E un bisogno di ribellarsi alla stolta logica umana, di giudicare con la sua mente e col suo cuore, dall’alto; di correggere la tristezza della profanazione che questa vita gli faceva commettere; e una tenerezza pietosa per la sciagurata che gli s’offeriva, e un istinto di nobiltà e di rispetto dal quale ella potrà giudicarlo; il cumulo di queste e d’altre ragioni non bene precise nella sua coscienza, lo indussero... a che cosa? A restare tutta una notte con la mercenaria, senza toccarla. Ella sa l’usanza della cavalleria, ai tempi andati: un libro immortale, il romanzo di Don Chisciotte, l’ha fatta nota a chi meno s’intende delle cose della Tavola Rotonda. Il giovane signore, prima che fosse armato cavaliere, doveva passare tutta una notte vegliando l’arme. Rammenta ella la scena che descrive Cervantes? Don Chisciotte, raccolti e indossati i pezzi spaiati d’un’arruginita armatura, li dispone entro una pila, accanto a un lavatoio, nel cortile d’una taverna: per l’imaginoso 1 2 3 4 5 . 6 7 8 9 10 11 12 13 - . . - - 14 - - 15 16 17 18 - - - - 19 20 21 22 23 - - , , , , , 24 25 - - - - 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 « . . . » 63 64 65 66 67 68 69 70 - , . - 71 72 , 73 74 - . : 75 , . 76 ; 77 - - . - 78 79 - - - 80 : « . » ; 81 , , , 82 , , 83 . 84 85 . , - - ! - - 86 , : 87 , . 88 , 89 90 , 91 . - 92 93 - ? 94 95 . . . - - - - 96 , 97 - 98 99 - , , - 100 101 . . 102 103 - . - 104 105 106 . . 107 108 109 110 111 112 113 114 115 - , - 116 117 - ! ! ! . . . - 118 , , ? ? 119 ? . . . , . 120 , , 121 . 122 , 123 . . . 124 ! ! 125 , , « » 126 ; , 127 , « » , 128 , ! 129 , « » . 130 , 131 , 132 , 133 , , 134 : 135 ! . . . , 136 , 137 , ; , 138 , : 139 « , , , , 140 ? 141 , 142 , , ; 143 - - , 144 ? , 145 , , 146 , , 147 , 148 ! 149 , , 150 , ! . . . 151 - - , 152 ; . 153 , 154 . , 155 , , ; 156 , , 157 , , ! 158 159 : 160 161 , 162 ! 163 164 ! 165 166 ? 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