Così, e costì, avviene il primo urto. Sulla Marna, dal 5 al 12 settembre, lungo una linea di trecento chilometri e fra tre milioni d'uomini, non si combatte una battaglia sola, e bene il Fabreguettes intitola il suo libro -Les batailles de la Marne-: le battaglie sono cinque, quanti gli eserciti di ciascuna nazione, quante le dita di ciascuna mano -- e alcune vanno già designate con un lor proprio nome. II. Questa prima, impegnata tra von Klück e Manoury, è la battaglia dell'Ourcq. Sull'Ourcq, come osserva il Babin (-La bataille de la Marne-), consiste «lo stesso pernio, la stessa anima ardente» dell'immensa mischia; a giudizio del Madelin, qui avviene «l'atto determinante della vittoria». Discendendo da sinistra per circuire l'esercito del Franchet d'Esperey e gl'Inglesi, von Klück sente a un tratto d'essere egli stesso minacciato d'accerchiamento quando vede sorgere sul suo fianco destro l'insospettato o disistimato esercito del Manoury. Allora, come ha rinunziato a Parigi per concorrere alla distruzione delle forze nemiche, così il generale tedesco capovolge un'altra volta il suo piano -- «con una decisione che consacra la sua reputazione di stratega», riconosce il Madelin -- e lasciando da parte i Franco-Inglesi, ripassa la Marna che aveva già passata, e si volge con ogni sua possa contro il Manoury. Il primo scontro avviene il 5 settembre: i Francesi trovano a Barcy ed a Chambry il «calvario» della loro Riserva; ma si affermano, intanto, e compiono anche qualche piccolo progresso; il domani avanzano ancora e costringono il IV Corpo germanico a battere in ritirata verso i boschi di Meaux. Grazie ai rinforzi ricevuti, von Klück pare sul punto di scongiurare il pericolo; il giorno 8 contrattacca con nuova violenza e fortuna; ma anche Manoury è soccorso dalla rapida iniziativa di Gallieni, il governatore di Parigi, che requisisce migliaia di -autobus- della metropoli per lanciare sul campo nuove truppe fresche: le parti sono allora invertite, la destra tedesca, sul punto d'essere oppressa, compie uno sforzo disperato e costringe la sinistra francese a ripiegare; ma è il supremo sussulto, e prima di mezzogiorno la resistenza teutonica è vinta: alle 5 gli avioni francesi segnalano l'indietreggiamento di numerose colonne; alle 8 von Klück, svaniti uno dopo l'altro i due sogni di entrare in Parigi e di avvolgere i nemici, lancia, «con cuore grave», l'ordine della ritirata generale e immediata. Atteniamoci all'immagine della mano per comprendere che cosa accade sul restante campo della gran lotta. Le dieci dita contrapposte a due a due si sono strettamente intrecciate, e mentre il pollice francese ha respinto il tedesco, i due indici -- von Bülow da parte tedesca e French con Franchet d'Espérey da parte anglo-francese -- si avvinghiano: comincia il generale prussiano a premere sugl'Inglesi il 6 e 7 settembre; ma, come gli sforzi delle dita della mano non sono indipendenti, bensì strettamente collegati, così, avendo dovuto sostenere von Klück nel momento del pericolo, per riparare all'effetto di «succhiamento» o di «ventosa» -- come è stato definito -- prodotto sulle truppe imperiali dall'inopinata apparizione di Manoury sul fianco di von Klück, per questa ragione von Bülow si è visto costretto a desistere dalla spinta e ad arretrare in modo che il French ha potuto avanzarsi fin presso alla Marna -- che i Tedeschi cominciano a ripassare -- mentre da parte sua d'Espérey, dopo una lotta violenta, si è spinto avanti con deciso vantaggio ed ha cominciato l'inseguimento del nemico ripiegante: progressi che si confermano e crescono il giorno 8, quando gli Inglesi forzano il Petit-Morin e la Marna -- con la loro tenacia proverbiale, ripetono un tentativo non meno di diciassette volte, finchè riesce -- e i Francesi si impadroniscono di Marchais, di Montmirail e mettono piede sul pianoro di Vauchamps: il maresciallo britannico non trova più nemici nella sua avanzata, il 9 e il 10, per il ripiegamento tedesco ad occidente di Château-Thierry, che d'Espérey riconquista, annunziando in un infiammato ordine del giorno la nuova vittoria francese su quegli stessi campi che videro le mirabili e disperate gesta di Napoleone abbandonato dalla fortuna. III. Ma la terza battaglia della Marna, grave e decisiva quanto la prima -- il secondo atto del gran dramma -- è quella che s'impegna al centro della linea sterminata, tra i due medii delle due mani. Questa è la battaglia che porta il nome delle Paludi di Saint-Gond, intorno alla quale Carlo Le Goffic, con lo squisito senso d'arte che ha reso celebre il suo -Dixmude-, ha scritto tutto un volume: -Les marais de Saint-Gond-. Enorme smeraldo incastonato nei campi di Francia, le paludi di Saint-Gond si distendono per dieci chilometri di lunghezza con cinque di larghezza e formano come un gran fosso, come una ciclopica trincea naturale sbarrante la via all'invasione. Nel fango di questi pantani si sommersero e sparirono, ai tempi di mezzo, le orde di Attila, che vi perdette -- dice la leggenda -- il suo casco d'oro; qui, sul principio dell'era contemporanea, affogarono i soldati delle ultime leve napoleoniche, gli eroici coscritti designati col nome di -Marie-Louise-. E qui una nuova leggenda, nata a mezzo settembre del 1914, dice che s'impigliò e sparì, durante la battaglia della Marna, la Guardia imperiale: ma il Le Goffic e gli altri storici francesi distruggono la leggenda, quantunque lusinghiera all'amor proprio nazionale, per ricercare ed affermare la più semplice e non meno bella realtà. Numericamente inferiori, i Francesi del Foch hanno la missione di mantenersi sulla «difensiva attiva», di chiudere la via, segnatamente verso il centro, ai Tedeschi di von Hausen: se la resistenza non fosse infrangibile, se il nemico passasse, tutta la linea francese crollerebbe e l'enorme sforzo compiuto dal Manoury riuscirebbe vano. Ma, sulle prime, il centro, che ha spinto le avanguardie oltre le paludi, sulla loro riva settentrionale, in faccia al nemico, è costretto a ritirarle il 6 settembre, per restringersi a difendere la sponda sud della gran trincea. I Tedeschi hanno un mezzo per impadronirsene: accerchiarla da oriente e da occidente, ricongiungersi a sud, chiudendola ed abbrancandola come in una tenaglia; e questa è, infatti, la manovra che pare abbiano scelta; sennonchè, dinanzi alla misteriosa insidia di quelle acque morte, essi sembrano presi da un senso di «esitazione» che gli stessi scrittori francesi dichiarano «inesplicabile», attribuendo ad esso la salvezza del loro esercito. Quando, due giorni dopo, von Bülow presta il suo aiuto a von Hausen, quando i due capi germanici tentano l'avvolgimento, l'8, è troppo tardi. C'è di più: persuasi che Mondement e il suo castello siano la chiave di tutta la regione -- mentre dominano le sole paludi -- i Tedeschi si ostinano a impadronirsene, vi sciupano un tempo prezioso, «vi s'imbottigliano», secondo l'espressione del generale Humbert. E tuttavia l'attacco a fondo dei trentacinque formidabili battaglioni della Guardia rompe tutta l'ala destra francese per una profondità di quattro chilometri; ma il Foch, secondo cui «battaglia perduta è quella che si è creduto d'aver perduta», lancia il suo laconico ordine del giorno: «La situazione è eccellente; ordino ancora di riprendere vigorosamente l'offensiva....». Egli si è accorto che von Klück ha trascinato von Bülow nel ripiegamento, e che tra costui e von Hausen si è prodotto un vuoto; quindi si avanza attaccando, riprende il 10 Fère-Champenoise perduta la vigilia, riprende Mondement a costo d'un'epica lotta, ed a sera le rive settentrionali delle paludi tornano in mano sua. Tale è razione centrale della battaglia della Marna. Se fosse riuscita favorevole ai Tedeschi, l'«audace errore» di von Klück sarebbe stato corretto, la mano francese sarebbe stata tagliata in due. Poteva riuscire? Una versione tedesca citata dal Le Goffic afferma che sì. Von Klück, nel momento decisivo del suo attacco, aveva chiamato da Compiègne un corpo della riserva; Moltke -- il secondo -- vedendo in pericolo von Bülow, ordinò invece che quelle forze venissero a sostenere quest'ultimo, ed esse iniziarono infatti la conversione: sennonchè, accortosi che il pericolo maggiore era sull'Ourcq, il generalissimo tedesco emanò un contrordine e fece fare dietrofronte alla riserva; la quale, perduto un tempo prezioso in questo andirivieni, restò inutile a destra ed a sinistra -- come il corpo di Drouet d'Erlon a Waterloo. Sapremo più tardi la verità su questo punto; rammentiamo per il momento che la vittoria delle Paludi di Saint-Gond fu dovuta in parte ad un generale d'origine italiana, il Grassetti, e che un altro italiano d'origine, il capitano di Saint-Bon, nipote del nostro ammiraglio, compì una eroica difesa a Lenharrée e vi trovò gloriosa morte. IV. Le altre due grandi fazioni, tra Langle de Clary e il duca del Würtemberg, e tra Sarrail e il Kronprinz, formano il terzo ed ultimo atto del gran dramma. Un episodio preliminare è degno di speciale menzione. Il Clary aveva ricevuto, nella seconda quindicina d'agosto, l'ordine della ritirata generale proprio mentre conseguiva un notevole vantaggio sulla Mosa, e invece del garibaldino «Obbedisco», telegrafò al Joffre chiedendogli di poter restare sulle posizioni conquistate. Il Joffre gli rispose: «Non vedo inconvenienti nel fatto che restiate domani, 28 agosto, dove siete, allo scopo di confermare il vostro buon successo e di dimostrare che la ritirata è puramente strategica; ma il 29 tutti debbono ripiegare» -- bella prova della forza d'animo e dell'avvedutezza del generalissimo. E in obbedienza all'ordine ricevuto, il Clary si ritrae, contenendo la pressione del duca Alberto, finchè fa fronte, il 5 settembre, con gli altri eserciti francesi. Il 6 egli resiste all'impetuoso attacco nemico: il 7 la lotta infuria sempre più, e dopo qualche vantaggio da parte francese i Tedeschi s'impadroniscono di Lermaire; l'8 la resistenza è più salda, ma non dovunque fortunata; per buona sorte, i rinforzi ricevuti consentono al Clary di respingere i Sassoni il giorno dopo e di trasportare parte delle sue truppe all'ovest della Marna; il 10 il progresso è anche più sensibile e la velocità della ritirata germanica aumenta. Finalmente, tra Sarrail e il Kronprinz, all'estremità occidentale del grande arco, al manico della gran falce, tra i mignoli delle due mani, la lotta anch'essa furibonda, ha risultati meno felici per i Francesi; tuttavia essi riescono ad impedire l'investimento di Verdun. Le truppe del Principe imperiale sono le sole che restino ancora, in parte, l'11 settembre, nella regione dove si trovavano all'inizio della battaglia; poi sono coinvolte nel ripiegamento generale dell'esercito germanico, lasciano libera una buona metà dell'invasa Argonna, e ripassano per il campo della battaglia di Valmy. Odono esse allora la voce di Volfango Goethe ripetere, dopo centoventicinque anni: Da quest'ora, in questo luogo, comincia una nuova storia?... -10 settembre 1917.- Romanzi di guerra. I. IL SENSO DELLA MORTE. «Per me, ciò che si dice, ciò che si scrive, non ha interesse. Non capisco come in Francia, oggi, si possa pensare ad altro fuorchè a battersi ed a curare feriti», osserva Caterina Ortègue nel nuovo romanzo di Paolo Bourget, significando con queste parole un sentimento non già particolare all'anima francese, bensì comune a tutte le genti coinvolte nella guerra mondiale. Ma se veramente i nostri non sono tempi propizii agli esercizii letterari, e se i letterati scioperano infatti dacchè operano i soldati, tanto più notevole è che l'autore di -Crudele enimma- e di -Menzogne-, del -Discepolo- e di -Andrea Cornelis-, abbia composto in questi giorni tremendi un'opera di fantasia. Il lettore che vi si accostasse con l'idea di stornare le visioni cruente andrebbe incontro a un disinganno. Già il titolo dovrebbe avvisarlo: -Il Senso della morte- non promette scene gioconde od avventure erotiche. Le eroiche gesta dei difensori della patria vi sono evocate, ma non espressamente: il libro è scritto per narrare una battaglia morale. Paolo Bourget ha supposto che il dottor Marsal fosse zoppo dalla nascita per ispiegare come non sia corso alle trincee; ma quand'anche il personaggio godesse del perfetto uso di tutte le membra, altre ragioni potrebbero dispensarlo dal combattere armata mano. Prestando l'opera sua di sanitario nella clinica del professore Ortègue trasformata in ambulanza, egli già compie il dover suo; quando lascia il bisturi per la penna e riferisce il dramma di cui è stato testimonio, fa ancora cosa buona e degna. L'autore affida a lui la cronaca di un avvenimento e lo studio del problema che ne scaturisce: tragico avvenimento ed alto problema. I. Michele Ortègue, celebre chirurgo, operatore infallibile, insegnante illustre, sposa a quarantaquattro anni una giovanetta di venti. Positivista, materialista, assertore dei soli fatti che cadono sotto l'impero dei sensi, negatore d'ogni altra verità che non sia dimostrabile per via di esperimento, egli si vergogna di aver condisceso a contrarre il matrimonio religioso. Gli scrupoli della suocera gliel'hanno imposto, non già quelli della moglie: costei ne avrebbe anzi fatto a meno anche lei. Figlia e moglie di scienziati, Caterina è spregiudicata come il padre ed il marito. E del marito che potrebbe esserle padre la vediamo anche innamorata. La vediamo innamorata a segno che un giorno, quando Michele Ortègue, deperito e languente, scopre di avere un cancro allo stomaco, e quando anch'ella apprende l'orribile verità, restando esclusa per la stessa natura del male qualunque speranza di guarigione, volendo anzi l'infermo sottrarsi agli spasimi insopportabili mediante un veleno, ella gli offre di trangugiarlo insieme: patto accettato con gioia ineffabile e con infinita gratitudine, perchè massima ed unica prova d'un amore forte come la morte. La gioia dell'infermo è tanto più grande perchè un dubbio si era insinuato nell'animo suo. Allo scoppio della guerra il tenente Ernesto Le Gallic, cugino di sua moglie, era apparso un momento nella clinica durante una breve missione militare, reduce dalla frontiera, diretto un'altra volta al campo, e il professore precocemente invecchiato a cinquantun anno, già in preda ai primi sintomi del male più che mai scettico nell'anima, aveva temuto che il paragone col giovane soldato, bello e prode, pieno di vita, ardente d'amor patrio e di fede in Dio, gli dovesse recare troppo pregiudizio. Se invece Caterina è ora pronta a morire con lui, non ha egli ragione di sentirsene rassicurato e insuperbito? Non trionferà della vita, inducendo una giovane vita ad immolarsi per lui?... Sennonchè ella ha promesso per compassione del sofferente, non per amore. Ha voluto alleviargli la pena atroce della morte a cui si sa condannato, ha voluto dargli un'ultima illusione ed un conforto estremo.... Improvvisamente il tenente torna alla clinica. Vi torna dentro una barella, gravemente ferito. Caterina, infermiera espertissima, si dà tutta all'ufficio pietoso; il professore, pure curando il ferito, ricomincia a provare più acuti i morsi della gelosia. Il suo tormento cresce a dismisura, ora che si sente attanagliate le viscere dal male senza perdono. Ma non ha egli la promessa della moglie? Non è veramente giunta l'ora di chiederne il mantenimento? Se Caterina dirà ancora di sì, se prenderà il veleno con lui, non vorrà dire che l'ama, che ama lui unicamente? Ella è infatti pronta al gran passo; ma egli non ne resta, come già un tempo, riconfortato. Ora i dubbii lo assalgono e assillano. Morirà ella per amore, o non piuttosto per punto d'onore, per non disdire la parola data?... Questo, realmente, e non l'altro, è il sentimento di Caterina. L'eroismo del cugino ha trionfato dell'egoismo del marito. Ella è turbata sino alle radici dell'essere: come morire, quando l'anima sua rifiorisce? Non osa dirlo, ma non può neanche nasconderlo del tutto: lo confida a un foglio di carta. Il dottor Marsal, conoscendo la decisione del duplice suicidio imminente, e dubitando della sincerità della donna, porta quel foglio al professore, per salvarla. Quando Ortègue legge la confessione non da più in ismanie: una gran calma invade anzi il suo spirito. Ora egli sa, e l'accertamento della realtà, la nozione della verità, per un indagatore della sua tempra, per uno scienziato che non ha saputo nè voluto far altro fuorchè verificare i fatti, è già una gran cosa, è come la soddisfazione di un istinto irrefrenabile. Ma, con la luce, una nuova persuasione si compie in lui. Quando s'illudeva ancora sulla natura del sentimento e del consentimento di Caterina, egli poteva accettarne il sacrifizio; ora non più; permettere ora che ella muoia, dopo aver saputo che non è spinta dalla passione, dall'impossibilità di sopravvivergli, sapendo anzi che anela di vivere, sarebbe un assassinio. Egli non lo commetterà. Non solamente scioglierà la moglie dal patto di morte, ma al dottor Marsal che lo scongiura di non darsela, di sottoporsi anzi ad un'operazione per guadagnare qualche mese di vita, risponde acconsentendo. Ha finto, ha mentito, per esser lasciato solo. Quando Caterina, consolata dalle notizie recatele da Marsal, torna presso il marito, lo trova fulminato da una infezione tossica. Allora anch'ella vuol morire: ma un altro moribondo la salva: il tenente Le Gallic. Anch'egli ha concepito, suo malgrado, una tenerezza profonda, un amore inconfessato e inconfessabile per la cugina. Lo ha negato al marito geloso ed a sè stesso, ma lo spasimo prodotto in lui dal dramma di cui è stato spettatore ed attore ha esacerbato la sua ferita: sul punto di morire, alla vedova del suicida, alla donna secretamente amata, egli addita nel compimento del bene, nell'esercizio della carità, nella speranza di un'altra vita, il dovere di vivere. II. Tragico caso, egregiamente osservato nella persona di Michele Ortègue. Escludendo ogni finalità dall'universo, tutto facendo consistere nei fenomeni, riducendo la coscienza umana ad un epifenomeno, costui parla ed agisce secondo l'intima logica o la rigorosa necessità della natura sua. Sposare sulle soglie della vecchiezza una fanciulla fu, a giudizio dei suoi colleghi, una «pazzia»; si potrebbe anzi giudicare che fu vera colpa; ma quali scrupoli avrebbero potuto trattenerlo, se egli era ed è persuaso che non esistono altre leggi fuorchè quelle da cui il mondo fisico e l'organico sono governati? Amando la giovane, egli l'ha fatta sua; l'amor proprio gli ha lasciato credere che un uomo del suo valore può benissimo essere riamato, nonostante l'enorme differenza degli anni. Quando si sente affetto da una malattia mortale, accettare che sua moglie muoia con lui, gioire del patto, pretenderne la esecuzione, sono cose anch'esse, secondo lui, naturalissime; perchè, in nome di quale principio, per virtù di quale precetto potrebbe egli rinunziare ad un sacrifizio che è prova d'amore, che appaga la sua vanità, che lo farà segno all'invidia del mondo, che solletica così le sue passioni?... La mostruosa presunzione crolla ad un tratto, quando il dottor Marsal gli dà a leggere la carta dove Caterina ha significato il proprio rimpianto; crollata la presunzione, che cosa resta in quell'anima? L'egoismo è mortificato, insanabilmente; la morte è vicina, inevitabilmente; e perchè vivere ancora un poco, finchè tutte le fibre saranno incancrenite, se nessuna forza morale aiuta a sopportare il dolore e se la morte è la distruzione totale dell'essere? Precipitarsi subito nel nulla: questo un uomo come l'Ortègue farebbe, e questo precisamente egli fa. La condotta di Caterina non riesce persuasiva altrettanto. Per voler morire insieme col marito, ella dovrebbe amarlo d'una passione immortale. Tale non è la sua. La sua passione è anzi definita «più immaginaria che reale». In mancanza dell'amore, la pietà, il bisogno di consolare l'agonia dell'uomo che l'ama, può indurla a consentire di avvelenarsi con lui; ma il suo è più che un consentimento chiesto ed ottenuto; è anzi un patto da lei stessa proposto, quasi imposto da lei: ella stessa esige che il marito le giuri di avvertirla quando avrà deciso di morire. Può bensì ella avergli tenuto questo linguaggio non potendo altrimenti dimostrargli che lo ama e dissipare i suoi dubbii, ma nell'atto che gli ha detto d'amarlo tanto, ha pure soggiunto: «T'amo.... Non so se è impossibile, se è insensato. So che è»: parole che avrebbero potuto e dovuto aprire gli occhi ad un uomo meno accecato dall'amor proprio. Altri fattori concorrono, è vero, a spiegare l'offerta di Caterina. Ella sente altamente, prova disgusto per le donne che passano dall'uno all'altro amore, vuol dimostrare a sè stessa d'essere rimasta fedele ad uno solo. Ora, turbata sino in fondo all'anima dalla vista del cugino, dell'eroe giacente sul letto di dolore, ella prevede di cadere nelle sue braccia se non morrà col marito. Dove sarebbe tuttavia il male? Poichè il marito è condannato senza rimedio ed ha qualche mese di vita appena, e poichè il cugino non è neanche egli uomo da contentarsi d'un amore libero e libertino, ma vorrà anzi sposarla, dopo il lutto vedovile, dinanzi al mondo ed a quel Dio nel quale fermissimamente crede, la coscienza di lei non dovrebbe dunque tremare. Dove è detto che neanche la morte possa restituire la libertà ad una creatura umana, quando ella stessa non si sente vincolata dalla sua propria passione? Caterina non ama più d'amore l'uomo a cui è unita, se pure lo ha mai amato così; ama il cugino, si sente amata da lui; e quando non ha da far altro che dar tempo al tempo, aspettare che il cancro, il male organico di cui nessuno è responsabile, compia l'opera sua, dovrebbe invece giudicare cosa «naturale», cosa «inevitabile», morire insieme col canceroso? Quanto è inumano il patto, tanto umano è il pentimento. Logicamente, necessariamente, ella deve pentirsi e ribellarsi. Se suo marito ne prova tale disinganno da darsi tosto la morte, deve o soltanto può ella concepirne un rimorso che la risospinga al suicidio? Dov'è la sua responsabilità? Ella non ha fatto altro che scrivere per sè stessa il pensiero suo intimo: quello scritto le è portato via dal dottor Marsal; egli stesso, ad insaputa di lei, corre a presentarlo al professore. Chi può chiamarla a renderne conto? Certo, ella deve provare una ambascia acutissima nel veder morto il compagno della sua vita, l'uomo a cui aveva promesso di seguirlo sotterra; ma se di questa promessa si pentì, se questa idea le riuscì intollerabile, se la vita la riprese, e con essa l'amore e la speranza della gioia, può ella sentirsi ancora legata dall'orribile patto dinanzi a un cadavere?... Quando il dottor Marsal, l'abate Courmont e più che altri il cugino di lei si propongono di strapparle di mano la boccetta del veleno e di persuaderla a vivere, si può antivedere che non dovranno durare molta fatica per riuscir nell'intento.... III. Ciò non vieta che le parole con le quali Ernesto Le Gallic le insegna la legge della vita e del dolore siano da meditare. Tutto, nella figura, nelle azioni, nei sentimenti di lui è logico e coerente, come -- sebbene all'opposto polo del mondo morale -- in quella di Michele Ortègue. Quanto è inveterato e quasi viscerale lo scetticismo di costui, tanto profonda, essenziale è la fede di Ernesto. L'urto delle due tendenze non può essere evitato: e questo contrasto è l'argomento sul quale Paolo Bourget ha voluto fermare l'attenzione del lettore. Dinanzi alla scomposta disperazione del professore monista, dinanzi alla sua intolleranza del dolore fisico che lo rende morfinomane ed aggrava così le sue condizioni organiche, dinanzi alla sua incapacità di sopportare il dolore morale, dinanzi all'incontinenza sentimentale che lo spinge a fare una scena di gelosia al ferito, al morente, lui morente, torturandosi e torturandolo; dinanzi alla fiacchezza dell'animo suo che lo induce a fuggire la vita prima del tempo, mentre ancora potrebbe salvare tante altre vite di soldati sanguinanti per la Patria -- di fronte a questa insania la serenità di Ernesto Le Gallic, la forza con la quale egli soffre e reprime la sua passione per Caterina, tacendola a lei e negandola a sè stesso; la bontà, l'indulgenza, la ragione che oppone ai sarcasmi del frenetico sospettoso, la rassegnazione con la quale vede avvicinarsi la morte, l'eloquenza della sua fede destini dell'anima rifulgono ed ammoniscono. Egli non trionfa effettivamente del rivale, non lo converte. Persuade la donna secretamente amata a vivere, ma nè l'impresa era molto ardua, nè Caterina è da lui rimessa sulla via della fede: al contrario, ella continua a dubitare. Molto agevolmente il Bourget avrebbe potuto mostrarla ricreduta. Fanciulla, costei era stata religiosissima; solo la disciplina scientifica del padre e del marito avevano potuto distoglierla dal sentimento del divino. L'eroe che ella ama, e che l'ama, potrebbe, morendo, restituirla alla Chiesa. Si può dire qualche cosa di più: l'ufficio di sostenere la necessità della preghiera non dovrebbe naturalmente essere conferito a lei, alla donna? Se l'autore non ha fatto così, è segno che non ha voluto. Vi è dentro di lui come una specie di rivalità fra l'artista intento a rappresentare la vita e il moralista ansioso di diffondere un insegnamento. L'efficacia della sua opera d'arte può talvolta essere qua e là menomata dal preconcetto, ma l'artista prende tosto la sua rivincita. È lui quello che ha impedito a Ernesto Le Gallic di operare conversioni. Michele Ortègue nega fino all'ultima sua ora, fino ad uccidersi, stoicamente; Caterina continua a dubitare. Ella accetta di vivere per gli altri, si prodiga ai sofferenti, sino all'esaurimento; ma ignora se le sarà tenuto conto, altrove, dell'opera sua. Talvolta lo spera; le pare talvolta che una voce le dica grazie; ma non sa da che parte le venga. Che importa, se l'opera è santa? Ed il suo dubbio, più artistico -- cioè più vero -- è anche, senza paradosso, più persuasivo. La conversione potrebbe sembrare voluta, artifiziata, falsa; l'incertezza, invece, l'esitazione, l'interrogazione sono atteggiamenti proprii dello spirito umano. L'importante è che questi problemi lo occupino. Il merito di Paolo Bourget è quello di averli proposti, oggi che il fiore della gioventù s'immola sull'altare della Patria, oggi che tutte le forze, tutti i valori morali devono essere chiamati a raccolta per la vittoria. -23 novembre 1915.- II. LA FAMIGLIA VALADIER. Leggere le prime pagine ed i primi capitoli delle -Heures de guerre de la Famille Valadier- di Abele Hermant è provare l'impressione che la guerra mondiale, o almeno quella dei Francesi contro i Tedeschi, sia finita da un pezzo. Sarebbe altrimenti possibile scherzare intorno all'argomento tremendo? Come trovare materia di sorriso e di riso nell'ora paurosa del pericolo, nell'ora sublime dell'olocausto? Chi avrebbe l'animo di indugiarsi a rilevare i lati comici della tragedia immane?... Quando udiamo il professore Valadier ordinare al figlio di staccare dal muro la cornice dove, «come una reliquia», è serbato un pezzetto di pane del 1870; quando vediamo il giovane Valadier, in costume di -boy-scout-, mettersi sull'«attenti», eseguire l'ordine «a passo accelerato», e porre «sotto il naso» dell'ospite, del narratore, «l'orribile crosticina che i suoi quarantatrè anni d'età non hanno resa nè più nè meno appetitosa», noi pensiamo che anche la nuova guerra, durante la quale il professore recita un suo ingegnoso discorso sulla carestia del grano e la «virtù delle mortificazioni», ma confessa che «la mollica riesce mortale al suo stomaco dilatato», noi pensiamo che anche la guerra del Quattordici e del Quindici, come quella del Settanta, dev'esser passata al dominio della storia. Se fosse attuale, se in una parte notevole del territorio francese lo straniero restasse ancora accampato, se tutti gli sforzi della nazione fossero ancora intesi a scacciarlo, potrebbe il narratore riferirci che il suo personaggio, dopo la quotidiana «variazione» sul pane, udendo il quotidiano squillo di campanello annunziante l'arrivo della quotidiana gazzetta, si mette a cantare, sull'aria della -Bella Elena-: -Ce coup de tonnerre- -Annonce à la terre.- -Un communiqué...?- C'è veramente qualche passo nel quale il lettore prova quasi il bisogno di portar la mano agli occhi per accertarsi di non aver travisto o frainteso. L'umore e il buon umore del romanziere sembrano un'irriverenza, quasi una profanazione.... Quando si procede nella lettura l'impressione di anacronismo e di sconcerto si attenua: quando si voltano le ultime pagine è già vinta, cancellata, dispersa. Uno scrittore di professione, un lavoratore della penna, non avrebbe trovato difficoltà a comporre sulla guerra un romanzo con dentro una tesi, un libro di predicazione patriottica, di propaganda nazionale; Abele Hermant ha composto invece la -Famiglia Valadier- perchè così portava l'intima e singolare natura dell'ingegno suo. «Ai giorni che corrono», dichiara in un certo luogo, «tutto ciò che non è sincero mi riesce odioso». Si può aggiungere che non oggi soltanto, ma in ogni tempo la sincerità è doverosa ed amabile. L'ironico osservatore della vita, il delizioso autore di quei -Transatlantici- che non udremo più nella mirabile recitazione di Alberto Giovannini, non poteva smettere l'abito suo; anche avendone la possibilità gliene sarebbe mancata la ragione; perchè, con la sua ironia, col suo umorismo, la -Famiglia Valadier- è anch'essa l'opera di un patriotta: opera d'arte dove le ragioni dell'arte sono rispettate, dove la moralità e l'insegnamento non sono inclusi con artificio, per forza, a furia di retorica, ma scaturiscono invece naturalmente come dalla stessa vita. I. I Valadier sono una famigliuola borghese composta del padre, della madre e di tre figli, tutti in preda alla passione del teatro. Ha cominciato la primogenita, Emma, entrando al Conservatorio drammatico ed uscendone premiata agli esami finali. Valadier padre, professore di storia afflitto dal nome di Arturo, non volendo ostacolare la vocazione della figliuola, ma sentendo incompatibile la dignità professionale con la qualità di genitore d'una commediante, ha lasciato l'insegnamento, ed a furia di udire e di leggere opere teatrali, parla e gestisce ora anch'egli come dalla ribalta. I due figli minori, Luciano e Luisa, familiarmente chiamati Lulù e Lilì, contraggono il contagio a loro volta, e si tirano l'uno per attor comico, l'altra per attrice tragica. La signora Valadier, agli occhi della quale il marito è stato ed è un oracolo, incoraggia da parte sua quelle tre vocazioni ripromettendosene gloria e ricchezza, ed acquista intanto l'aspetto, il fare e le mosse del -madro-. In questa casa, subito dopo gli esami di Emma, e qualche settimana prima dello scoppio della guerra, ha cominciato a prendere i suoi pasti uno degli esaminatori della giovinetta, un autore drammatico, un prestanome dello stesso autore, il quale narra in prima persona ciò che vede e ode. Egli ode giudizii politici e militari enunziati con grande sufficienza dall'ex-professore, come questo, ad esempio: che «l'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando non potrà avere nessuna influenza sulla politica generale dell'Europa»; oppure come la risposta data con piglio severo al figliuolo che gli domanda se la Francia volerà in soccorso del Belgio: «No! La nostra generosità ce lo consiglierebbe; ma, per Dio! non facciamo i sentimentali! Siamo obbiettivi!...». Egoismo mentito, parte recitata: quando il brav'uomo apprende che l'esercito francese passa effettivamente dalla difesa all'attacco, ne concepisce tanta esultanza che si mette a spiegare il comunicato a chi vuole e a chi non vuole udirlo, finanche alla serva, «imperocchè egli obbedisce al precetto borghese di non esser familiare con i servitori, ma si rammenta anche di Molière». Prima della guerra, il giovane Lulù aveva i capelli biondi e portava abiti attillatissimi; allo scoppio delle ostilità si è trasformato in -boy-scout- collettore della Croce Rossa, e quantunque abbia appena diciassette anni, chiede di marciare come volontario: quando la sua domanda è accettata, i capelli gli s'imbruniscono perchè tralascia di darsi l'acqua ossigenata: sebbene poi, nel vestirsi per andare a passar la visita, metta tali cure, aiutato dall'intera famiglia, che la casa Valadier sembra trasformata in un «camerino d'attore, dove non si bada a tirare il lucchetto nè ad accostar l'uscio prima di cambiar d'abito: la sola differenza fu che egli non adoperò nessuna polvere o piumino, e per comparire dinanzi ai giudici non si dipinse gli occhi. Aveva già sacrificato la chioma, talchè era tosato e del più bel nero...». La sua ammissione nell'esercito è concordemente festeggiata dai genitori e dalle sorelle, ma quando l'ospite si reca a salutare il nuovo soldato, lo trova singhiozzante sulle ginocchia del padre che tenta invano di confortarlo recitandogli con voce tremante un vecchio ritornello del Béranger, mentre tutti gli altri parenti sono in lagrime e tragicamente atteggiati. Egli ne concepisce un senso di sdegno, credendo che il giovane abbia ora paura e che anche la famiglia sia pentita di avergli accordato il suo consenso; ma la signora Valadier adduce la ragione di quell'angoscia -- nobile ragione, sebbene spiegata col gesto e la voce di un personaggio del Corneille: «Lulù sperava d'esser destinato alla fronte, e lo mandano invece ad Albi....». Quella della partenza è una scena commovente, sebbene «l'avrei giudicata senza dubbio più commovente se non fosse stata una scena....». L'ottimo Valadier è addolorato nel veder partire il figliuolo, «ma si sarebbe sentito molto più infelice se gli avessero vietato di rappresentare la sua parte di padre nobile secondo il Diderot e di prendere in prestito al Greuze la truccatura del -ruolo-.... Egli pronunziò un discorsetto pieno di coraggio e di sensibilità. Le sue lagrime colarono. Noi non potemmo trattenere le nostre. Erano lagrime del secolo decimottavo. Ma quando la signora Valadier baciò il soldatino sulle due guance e gli disse: -- Va', caro ragazzo mio -- non so perchè quelle parole mi scossero molto più che l'allocuzione del papà. Non significavano tuttavia gran cosa, salvo che quella madre, un po' ridicola ma dolorosa, dava con tutto il cuore, e senza frasi, il figliuolo diletto alla Patria. Io trassi un singhiozzo da bambino. Il signor Valadier mi guardò con occhio severo, ma perchè aveva paura di fare altrettanto». II. Con quest'arte, con questo stile Abele Hermant narra di Emma Valadier. L'ospite, vedendo la giovanetta sempre pensierosa e triste, sospetta che abbia un secreto d'amore colpevole, ma non depone perciò l'idea, concepita fin dalle prime visite, di insidiarla; giudica anzi l'impresa tanto più facile se ella ha già avuto un amante. Ma quando si accinge a farle la sua brava dichiarazione, Emma gli butta le braccia al collo e scoppia in pianto, annunziando: «È morto!». Chi è morto?... «L'amico mio!...». Era un compagno di studii, un futuro compagno d'arte. La guerra lo prese dei primi. «Non avremmo certamente fatto nulla di male se la guerra non fosse scoppiata. Ma il sabato, appena vidi il manifesto della mobilitazione, corsi da lui. Aveva un alloggetto in via Bergère. Mi aprì: naturalmente non teneva servitori. Da principio m'abbracciò e disse: -- Vinceremo!... Gli risposi: -- Oh, sì, cerio! E poi soggiunse: -- Emma, potrà ben darsi che non tornerò più.... Allora gli risposi: -- Fa' di me ciò che vuoi....» Bisogna leggere nel testo tutta la pagina. A un tratto l'uscio si schiude «e il signor Valadier fece una brusca entrata, seguito dalla signora Valadier che lo tratteneva. Lo tratteneva almeno nella stanza attigua, ma dovette poi liberarlo sul passo dell'uscio, che è stretto; e una volta l'uscio passato, lo riagguantò per la falda della giacchetta. Non essendo armato, il signor Valadier non uccise nessuno e si contentò di fare un gesto di maledizione; poi s'inabissò nella poltrona che Emma gli aveva istintivamente ceduta, e si nascose il viso tra le mani. Io ero ben contento che la scena non volgesse al tragico, ma non potevo difendermi dal mandare al diavolo quel valentuomo che si disponeva a rammentarmi la -Dionigia- proprio nel momento in cui provavo la più sincera commozione ed ero a cento miglia dal teatro. Fortunatamente il repertorio del signor Valadier è diverso, ed egli sentì, al pari di me, come il Diderot fosse più di stagione che non Dumas figlio. Alzò lentamente la fronte ingombra. Il suo viso passò, per insensibili gradazioni, dall'espressione di una collera santa a quella della clemenza di Augusto. Il suo sguardo si rischiarò e divenne d'un'infinita dolcezza. Spalancò le braccia, Emma vi si precipitò, egli le richiuse intorno a lei, e non si udì altro, nella modesta cameretta dove il crepuscolo già discendeva, che un suono misericordioso di singhiozzi e di baci». Questo è il secreto di Abele Hermant: una indovinatissima mescolanza di comico e di drammatico, la riproduzione integrale degli aspetti ridicoli e patetici dell'esistenza, con l'aggiunta di un commento che è, secondo i casi, e talvolta ad un tempo, umoristico e serio. Il professore Valadier, parlando ora come Socrate ed ora come il -Bonhomme Jadis-, è un gran brav'uomo, un padre eccellente, un cittadino esemplare. Egli procedeva all'esame delle poche righe dei comunicati come un epigrafista studia le iscrizioni, come un insegnante di lettere pesa tutte le parole d'un vecchio testo venerabile. Mai una pagina di Virgilio, di Racine o di Bossuet fu sottoposta a simili prove. Arrivava sino a tentare certi spostamenti della punteggiatura che modificavano il senso della frase, o che gliene davano uno quando per caso non ne aveva. Si permetteva di tanto in tanto qualche appunto di natura grammaticale, ma non trovava da ridire circa lo stile; perchè, come lutti i buoni Francesi, approvava senz'altro quanto emana dal Governo.....» Dopo tante notizie angosciose, dopo tante speranze e tante delusioni, la lettura del bollettino che annunzia la battaglia della Marna gli procura uno scoppio di pianto. «Credo», dice, dopo avere abbracciato l'ospite, che sia una vittoria.... Lo disse a voce molto sommessa, come se avesse vergogna o paura della gran parola che proferiva. Io chinai il capo. Ero in preda anch'io ad un bizzarro sentimento di paura o di vergogna che non sapevo spiegare a me stesso. Credo bene che singhiozzassi anch'io. Non mi rammento....» Ed alla proposta di comperare una bottiglia di -champagne- per festeggiare l'avvenimento, Emma Valadier esclama candidamente: -- Oh, no! Oggi non ne vale la pena, poichè è una vittoria vera». Luciano Valadier, «il povero istrioncello fatuo e ridicolo», diventa un altr'uomo per virtù della guerra. Quando l'ospite apprende che lo hanno trasportato dal campo all'ambulanza, che è stato operato, che si tratta di cosa non lieve, corre a trovarlo. « -- Dove sei ferito?... -- Egli alzò le spalle, poi voltò la faccia contro il muro, e vidi e udii che singhiozzava. Ne fui spaventato. Lo supplicai di non lasciarmi più a lungo in quell'ansia mortale. Egli rivoltò il viso dalla mia parte e disse con tono furibondo: -- Non sono ferito, m'hanno operato d'appendicite otto giorni addietro; non mi sono sentito di scriverlo alla mamma.... -- Sciocco! -- esclamai. Egli scoppiò di nuovo in singulti, ed io non potei frenare una risata. -- Via! gli dissi; non è cosa che disonori! Perchè piangi?... -- Egli rispose, interrottamente: -- Non capisci.... non capisci che ne ho ancora per una quindicina di giorni.... e che poi.... poi vogliono darmi una licenza di due mesi.... Due mesi e quindici giorni!... Allora.... di qui ad allora la guerra sarà finita!... -- Ma no, piccino mio, che la guerra non sarà finita di qui a due mesi!... -- Mi afferrò allora per il collo e si mise a piangere sulla mia spalla. Ripeteva continuamente: -- Mi giuri?... Giuralo!... Giurami che non sarà finita!... -- Gli giurai che la guerra non sarebbe finita tra due mesi, lo cullai come un bambino e lo guardai con ammirazione. Non ridevo più....» Con una mano altrettanto leggera, ma non meno sicura, è sfiorato l'argomento della fede. Il professore Valadier, «anticlericale della più bell'acqua, nei suoi verdi anni, obbedì alla velleità di credere in sull'inizio delle ostilità; ma ora non crede più, col pretesto che la guerra dura troppo e che per conseguenza il buon Dio non c'è; inoltre, la neutralità della Santa Sede lo sdegna, ed ecco insemina un convertito la cui conversione non è durata sei mesi». Ma quantunque appartenga ad una generazione di uomini «che sono nemici personali del miracolo», egli esclama: «Fu miracolo!» quando considera come Parigi restò salva dell'invasione teutonica.... Suo figlio, come tutti i soldati, non parla del futuro senza avvertire: «Se Dio mi dà vita», e l'osservatore commenta finissimamente: «Coloro che vanno a battersi diventano volentieri superstiziosi; sarebbe un torto rimproverar loro questa debolezza, mentre è tollerata nei giocatori....», e quando Emma, avendo potuto vedere un'ultima volta il suo diletto, esclama, all'opposto del padre: «C'è pure il buon Dio» e quando il signor Valadier spera nell'intercessione della Vergine per la salvezza del figlio, l'umorista non commenta più. III. Resterebbe ora da narrare la conoscenza fatta da Emma all'ospedale, dove si reca ogni giorno per visitare i soldati in atto di pietoso omaggio alla memoria del suo caro perduto; l'idillio che pare s'intessa in quella casa del dolore e della speranza; e come poi la giovane, che è vedova senza aver cessato d'essere signorina, e che mette al mondo un bambino quasi senz'essere stata donna, elegga di restar vedova e madre venerando le reliquie del suo diletto. Resterebbe ancora da spigolare fra tanti gustosi episodii, fra tanti squisiti particolari d'osservazione e d'espressione; ma riesce propriamente impossibile seguire qui la tenue trama del romanzo e molto difficile rendere in un'altra lingua il sapore delle sue pagine. Questo libro veramente francese, dove è dipinta dal vero una famiglia della piccola borghesia parigina, possiede tuttavia un valore rappresentativo molto maggiore che non sembri. Il genere umano è in massima parte composto di tante famiglie Valadier, con le loro smanie, le loro manìe, le loro vanità, le loro stesse volgarità; ma questa piccola gente, all'occasione, dimostra d'esser pure una gran brava gente e riscatta le debolezze con l'eroismo, e le ridicolaggini con la bontà, la generosità, la gentilezza. Per questa ragione l'ironia del romanziere non è caustica, come suole. L'umorismo, in fondo, lascia un senso d'amaro e un sentimento di sfiducia: ma Abele Hermant, il quale confessa d'aver perduto per proprio conto, questa volta, il suo scetticismo, contribuisce a combatterlo negli altri con lo spettacolo di virtù non studiate, senza paludamento, anzi semplici ed umili. Dove la rappresentazione di qualità sovrumane rischierebbe di non esser creduta, dove gli effetti convenzionali lascerebbero freddo il lettore, i casi e le parole di questi personaggi veri e sinceri lo interessano e lo commuovono. Appunto perchè non ha tesi, la -Famiglia Valadier- acquista tanta efficacia quanta corrono pericolo di perderne i romanzi composti secondo le ricette della «psicologia classica e ufficiale», quella psicologia della quale Abele Hermant ha ragione di dire che non ha niente da vedere con la realtà. -22 decembre 1915.- Paesaggi di pace e paesaggi di guerra. Tra i Francesi amici nostri, Gabriele Faure ha da tempo un posto eminente: la maggiore e miglior parte della sua produzione letteraria è consacrata -- l'espressione religiosa non sembri impropria -- all'Italia. I tre volumi delle Heures d'Italie, oltre quello delle -Heures d'Ombrie, e gli altri quattro sul Pays de St. François d'Assise, sulla Via Emilia, sulla Route des Dolomites- e -Autour des lacs italiens-, sono i documenti della passione con la quale egli ha studiato il nostro paese: passione, e non semplice curiosità, o diligenza, o interesse, o dottrina: passione vera e profonda, tenace e fervido e nostalgico amore. Uno degli stessi suoi romanzi, l'-Amour sous les lauriers-roses-, si svolge in Italia, sul lago di Como, e il paesaggio italiano è il galeotto che sospinge gli occhi a Maddalena Frémeuse ed a Renato Seillon, che scolora i loro visi ed unisce le loro bocche.... Stendhal, altro italiano d'elezione, disse che un paesaggio è uno stato d'animo; il Faure, stendhaliano nel sangue, va un poco oltre: il paesaggio è per lui quasi un personaggio: sente, vive, parla, suggerisce, persuade. -Paysages passionnés-, appunto, intitolò l'autore una specie di antologia di pagine descrittive dove i luoghi non sono tanto rappresentati come apparenza, quanto interpretati come espressione. Ed oggi egli pubblica un volume di -Paysages littéraires- meritevolissimo di essere raccomandato ai nostri lettori, non foss'altro perchè una buona metà dei capitoli concerne l'Italia. I. È curioso scoprire, per esempio, le stranezze e le contraddizioni dei giudizii dati intorno ai più singolari aspetti del nostro paese da un luminare della letteratura paesista, sceso ben sei volte nella Penisola: il visconte di Chateaubriand. Cominciamo col notare che nel -Genio del Cristianesimo- le pagine concernenti l'Italia e gli artisti italiani furono composte di maniera, prima che l'autore passasse le Alpi; quando le valica, nel 1803, resta deluso perchè non trova la pianura appena scavalcato il Moncenisio; giudica bello l'effetto dei dintorni di Torino, ma «ci si sente ancora la Gallia: credevo di trovarmi in Normandia»; la metropoli piemontese è «d'aspetto un poco triste»; i campi lombardi gli piacciono, ma non il Duomo di Milano, perchè «il gotico, e lo stesso marmo, mi sembrano stonare col sole e con i costumi italiani»; arrivando a Napoli, non è impressionato dal paesaggio, «fertile, ma poco pittoresco»; i luoghi virgiliani gli offrono uno spettacolo «magico» bensì, ma non «grandioso». Dal Vesuvio contempla «uno dei più bei paesaggi del mondo»; ma il grandioso, l'imponente, l'affascinante è da lui trovato, finalmente, a Roma. «Ci sono, finalmente! Tutta la mia freddezza è svanita. Sono accasciato, perseguitato da ciò che ho visto....» Tanta è stata la sua freddezza, che certi passi del -Voyage en Italie- sono più aridi delle indicazioni d'una guida e d'un catalogo; ma a Roma, e dinanzi alla campagna romana segnatamente, il poeta della solitudine e delle rovine prova un'impressione profonda: profonda a segno, che dopo averla espressa nella lettera del 10 gennaio 1804 al Fontanes, egli quasi s'ingelosisce quando altri dopo di lui osa ancora descrivere quei luoghi, dei quali si stima senz'altro scopritore: «i viaggiatori francesi ed inglesi venuti dopo di me hanno segnato ogni loro passo dalla Storta a Roma con altrettante estasi: il signor di Tournon segue la traccia d'ammirazione che io ho avuto la fortuna d'indicare». Ed a Roma vorrebbe morire: «Se avrò la ventura di finire qui i miei giorni, ho fatto in modo da avere a Sant'Onofrio un cantuccio adiacente alla camera dove il Tasso spirò. Nei momenti perduti della mia ambasceria, alla finestra della mia cella, continuerò le mie -Memorie-. In uno dei più bei siti del mondo, fra gli aranci e le querce, con Roma intera sotto gli occhi, ogni mattina, mettendomi all'opera fra il letto di morte e la tomba del poeta, invocherò il genio della gloria e della sventura....» Non potendo appagare questo voto, tornato in Francia e ripartitone per l'esilio del 1832, egli scende in Isvizzera e si ferma alle porte d'Italia, a Lugano, dove ancora una volta prova la tentazione di fermarsi e morire. «Finirò dunque le mie -Memorie- sulla soglia di questa classica e storica terra dove Virgilio e il Tasso cantarono, dove tante rivoluzioni si compirono? Rimembrerò il mio destino di Bretone dinanzi allo spettacolo di queste montagne ausonie? Se il loro velario si alzasse, mi scoprirebbe le pianure lombarde; di là, Roma; di là, Napoli, la Sicilia, la Grecia, la Siria, l'Egitto, Cartagine; plaghe remote che misurai, io che non posseggo tanto di terra quanta ne premo con la pianta del piede....» Ma l'incredibile è che questo romantico errante, questo ricercatore e amatore di luoghi insigni per natura o storia od arte, arrivato nel 1806 a Venezia, donde salperà verso l'Oriente, non solamente resta freddo dinanzi a quella meraviglia del mondo, ma sente il bisogno di dichiarare nella lettera al Bertin: «Questa Venezia, se non m'inganno, vi dispiacerebbe quanto a me. È una città -contro natura-....», soggiungendo prove talmente puerili del suo giudizio, da sollevare giustamente lo sdegno dei Veneziani: articoli di gazzette ed appositi opuscoli daranno sulla voce al temerario, e qualcuno dichiarerà di non sapere se prendersela più con la sua «cattiveria» o con la sua «stupidità». È vero che ventisette anni dopo, nel 1833, egli si ricrede o scioglie un inno alla città delle lagune: «Si può, a Venezia, credersi sul ponte d'una superba galera all'àncora, sul Bucintoro, dove vi diano una festa e dal cui bordo scopriate mirabili cose....»; è vero che egli riesprime il desiderio di vivere e morire anche qui: «Perchè non posso chiudermi in questa città in armonia col mio destino, in questa città dei poeti, dove Dante, Petrarca e Byron passarono?...» ma il Faure nota argutamente come l'improvviso infatuamento dopo il disprezzo fosse determinato dalla voga data a Venezia dai nuovi scrittori stranieri, dal Byron precisamente. Si potrebbe, dunque, trovare qui una prova di ciò che non era per altro ignoto: della poca sincerità dello scrittore. Il presuntuoso stimatosi quasi inventore della poesia della campagna romana, si mette ad ammirare la già denigrata Venezia per amore di byroneggiare!... Ma c'è, sotto un altro aspetto, anche di peggio. Egli si lagna perchè nel 1833 non ritrova le rive del Brenta quali erano la prima volta che le percorse: «L'Austria è venuta: essa ha rimesso la sua cappa di piombo sugl'Italiani e li ha costretti a ridiscendere nel loro sepolcro»: osservazione amarissimamente vera, che ha il solo difettuccio di esser fatta da uno dei più illustri tirapiedi della Santa Alleanza, dal congressista di Verona, dal turiferario della «miracolosa» Coalizione e della diplomazia del 1814, del '15 e del '22 che «fondò nell'avvenire i diritti dei sovrani e dei popoli, e la sicurezza e la libertà dell'Europa!». Il Faure non fa critica storica, nel suo bel libro, e neanche semplicemente letteraria; tuttavia egli non tralascia di rilevare quel tanto di falsità che c'è in qualche pagina italiana di Giorgio Sand. La celebre scrittrice, l'amatrice famosa ha piantato a Venezia il povero Alfredo infermo e se n'è andata col suo Pagello a Bassano: la passeggiata di due giorni nei dintorni della città veneta diventa una «spedizione» nel cuore delle Alpi; la novelliera dichiara d'essersi «scorticate le mani e le ginocchia», per attingere le estreme «solitudini» e l'«ultima vetta»; soggiunge ancora d'essersi creduta in America, negli «eterni deserti che l'uomo non ha potuto ancora conquistare sulla natura selvaggia....». Con lo stesso spirito di verità lo Chateaubriand l'aveva gabellato per un viaggio di scoperta nei deserti dell'America settentrionale quello che un critico, «spietato» secondo il Faure, ridusse alle modeste proporzioni di un'escursione al Canadà.... II. «Spietata» veramente suole riuscire la critica quando si attenta di scemare o distruggere il fascino esercitato dai grandi scrittori; ma è colpa della critica se i grandi scrittori, e le grandi scrittrici, non hanno tutti una grande anima? Per buona sorte, Gabriele Faure non va incontro a delusioni quando sceglie altri soggetti, più nobili e puri. Giustamente persuaso che non è possibile evocare i genii se non nel quadro che fu loro familiare, egli ascende in reverente pellegrinaggio il poggio di Arquà, entra nella casa del Petrarca, volge lo sguardo alle colline ed alla pianura che furono l'ultima visione del cantore di Laura; scende poi, o per meglio dire ritorna nella verde Umbria e si ferma a contemplare il paesaggio francescano di Clara Scifi, la madre delle clarisse. Immagini singolarmente espressive egli trova anche per rivelare l'anima dei luoghi lamartiniani e stendhaliani, ma il suo più grande fervore è serbato all'Italia: «Italia, Italia», ripete col Byron, «tu fosti e sei sempre il giardino del mondo, la patria della Bellezza nell'arte e nella natura!...». Un appunto, tuttavia, gli si potrebbe, o per dir meglio gli si poteva muovere fino a poco tempo addietro; perchè la sua visione del nostro paese è, talvolta, un poco quella della tradizione: una specie di «giardino di Armida» -- giudica il protagonista dell'-Amore sotto gli oleandri- -- un luogo, per conseguenza, dove non si fa altro che godere ed obliare. Sul lago di Como, nel bacino della Tremezzina, a Bellagio, «tutto è voluttuoso, tutto parla ai sensi, tra gente unicamente intenta all'amore ed al piacere»; a segno, che quando Lucilla ne fugge e prende una barca per guadagnare l'opposta riva, il barcaiuolo la guarda «con aria maliziosa» e le domanda: «-Une histoire d'amour, n'est-ce pas, signora?-....». Si potrebbe -- si poteva -- chiedere al Faure il ritratto di cotesto barcaiuolo, se lo stesso autore non avesse ora scritto altri due libri: i -Paysages de guerre de France et d'Italie-, e -De l'autre côté des Alpes: sur le front italien-, dove «quei Francesi che troppo spesso parlano un poco leggermente dell'Italia» possono apprendere che questo paese del «languore dei sensi» è anche il paese dei forti propositi, dei magnanimi ardimenti, dell'indomito coraggio e dell'eroismo sublime. Nelle sue visite per le città e le campagne della zona di guerra, il Faure non può dimenticare d'essere artista; ma il cittadino della nazione alleata, l'ammiratore dello sforzo italiano pensa al passato bellicoso di Brescia dinanzi alla sua -Vittoria- e vi trova una promessa ed un simbolo; ricorda gli studii fatti sulla scuola di pittura a Bassano, ma esalta la virtù guerresca della città; giudica che i palazzi merlati non sembrano più, come un tempo, fuori posto nella Treviso cui gli apparecchi di guerra hanno oggi conferito un nuovo aspetto di forza; ammira le pittoresche vedute delle Alpi carniche, ma anche più gli «splendidi» alpini che ne custodiscono i passi, ed il «miracolo» del nostro organamento militare; chiede anche a sè stesso, rileggendo il Carducci, quali parole il poeta di -Ça ira- troverebbe per cantare la Marna e Verdun, «in quella stessa regione dell'Argonna e della Mosa che tanto giustamente chiama Termopili della Francia». «Se egli vivesse ancora», soggiunge, «noi ci volgeremmo a lui, vegliardo divino, come egli si volgeva a Vittor Hugo, e gli chiederemmo di cantare anche alle nuove generazioni il canto secolare del popolo latino: Canta a la nuova prole, o vegliardo divino, Il carme secolare del popolo latino; Canta al mondo aspettante Giustizia e Libertà...». INDICE. AVVERTIMENTO Pag. VII Vigilia italica1 Una Absburgo in Italia: Maria Carolina di Napoli15 L'Austria nei giudizii d'un suo alleato 30 Un condottiero francese a Napoli42 L'Adriatico e le Due Sicilie a Campoformio 56 Italia e Grecia nelle lettere di Giorgio Byron 70 Il Protocollo della “Giovine Italia„ 85 Maestri di guerra: I. Il principe di Ligne 99 II. Lazzaro Carnot112 Gli enimmi di Waterloo127 Thiers, Bismarck e la guerra143 Un profeta del pangermanesimo: Edgardo Quinet158 L'Imperatore liberale: Federico III 173 La battaglia della Marna 186 Romanzi di guerra: I. Il senso della morte109 II. La famiglia Valadier212 Paesaggi di pace e paesaggi di guerra226 OPERE DI FEDERICO DE ROBERTO (Edizioni Treves). -Le donne, i cavalier'....- Edizione di lusso, in-8, illustrata da 100 incisioni L. 7 50 -Una pagina della storia dell'amore-2 -- -L'illusione-, romanzo. Nuova edizione 2 -- -La sorte-, novelle. 4.º migliaio2 -- -La messa di nozze-, romanzo. 2.º migliaio3 50 -L'albero della scienza-, novelle. Nuova edizione 3 -- -Al rombo del cannone-. 2.º migliaio4 -- , , . , 1 , 2 ' , , 3 - - : 4 , , 5 - - . 6 7 8 . 9 10 , , 11 ' . 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