Così, e costì, avviene il primo urto. Sulla Marna, dal 5 al 12
settembre, lungo una linea di trecento chilometri e fra tre milioni
d'uomini, non si combatte una battaglia sola, e bene il Fabreguettes
intitola il suo libro -Les batailles de la Marne-: le battaglie sono
cinque, quanti gli eserciti di ciascuna nazione, quante le dita di
ciascuna mano -- e alcune vanno già designate con un lor proprio nome.
II.
Questa prima, impegnata tra von Klück e Manoury, è la battaglia
dell'Ourcq. Sull'Ourcq, come osserva il Babin (-La bataille de
la Marne-), consiste «lo stesso pernio, la stessa anima ardente»
dell'immensa mischia; a giudizio del Madelin, qui avviene «l'atto
determinante della vittoria». Discendendo da sinistra per circuire
l'esercito del Franchet d'Esperey e gl'Inglesi, von Klück sente a un
tratto d'essere egli stesso minacciato d'accerchiamento quando vede
sorgere sul suo fianco destro l'insospettato o disistimato esercito
del Manoury. Allora, come ha rinunziato a Parigi per concorrere alla
distruzione delle forze nemiche, così il generale tedesco capovolge
un'altra volta il suo piano -- «con una decisione che consacra la sua
reputazione di stratega», riconosce il Madelin -- e lasciando da parte
i Franco-Inglesi, ripassa la Marna che aveva già passata, e si volge
con ogni sua possa contro il Manoury. Il primo scontro avviene il
5 settembre: i Francesi trovano a Barcy ed a Chambry il «calvario»
della loro Riserva; ma si affermano, intanto, e compiono anche qualche
piccolo progresso; il domani avanzano ancora e costringono il IV Corpo
germanico a battere in ritirata verso i boschi di Meaux. Grazie ai
rinforzi ricevuti, von Klück pare sul punto di scongiurare il pericolo;
il giorno 8 contrattacca con nuova violenza e fortuna; ma anche
Manoury è soccorso dalla rapida iniziativa di Gallieni, il governatore
di Parigi, che requisisce migliaia di -autobus- della metropoli
per lanciare sul campo nuove truppe fresche: le parti sono allora
invertite, la destra tedesca, sul punto d'essere oppressa, compie uno
sforzo disperato e costringe la sinistra francese a ripiegare; ma è
il supremo sussulto, e prima di mezzogiorno la resistenza teutonica
è vinta: alle 5 gli avioni francesi segnalano l'indietreggiamento di
numerose colonne; alle 8 von Klück, svaniti uno dopo l'altro i due
sogni di entrare in Parigi e di avvolgere i nemici, lancia, «con cuore
grave», l'ordine della ritirata generale e immediata.
Atteniamoci all'immagine della mano per comprendere che cosa accade
sul restante campo della gran lotta. Le dieci dita contrapposte
a due a due si sono strettamente intrecciate, e mentre il pollice
francese ha respinto il tedesco, i due indici -- von Bülow da parte
tedesca e French con Franchet d'Espérey da parte anglo-francese -- si
avvinghiano: comincia il generale prussiano a premere sugl'Inglesi
il 6 e 7 settembre; ma, come gli sforzi delle dita della mano non
sono indipendenti, bensì strettamente collegati, così, avendo dovuto
sostenere von Klück nel momento del pericolo, per riparare all'effetto
di «succhiamento» o di «ventosa» -- come è stato definito -- prodotto
sulle truppe imperiali dall'inopinata apparizione di Manoury sul
fianco di von Klück, per questa ragione von Bülow si è visto costretto
a desistere dalla spinta e ad arretrare in modo che il French ha
potuto avanzarsi fin presso alla Marna -- che i Tedeschi cominciano a
ripassare -- mentre da parte sua d'Espérey, dopo una lotta violenta, si
è spinto avanti con deciso vantaggio ed ha cominciato l'inseguimento
del nemico ripiegante: progressi che si confermano e crescono il giorno
8, quando gli Inglesi forzano il Petit-Morin e la Marna -- con la loro
tenacia proverbiale, ripetono un tentativo non meno di diciassette
volte, finchè riesce -- e i Francesi si impadroniscono di Marchais, di
Montmirail e mettono piede sul pianoro di Vauchamps: il maresciallo
britannico non trova più nemici nella sua avanzata, il 9 e il 10, per
il ripiegamento tedesco ad occidente di Château-Thierry, che d'Espérey
riconquista, annunziando in un infiammato ordine del giorno la nuova
vittoria francese su quegli stessi campi che videro le mirabili e
disperate gesta di Napoleone abbandonato dalla fortuna.
III.
Ma la terza battaglia della Marna, grave e decisiva quanto la prima
-- il secondo atto del gran dramma -- è quella che s'impegna al centro
della linea sterminata, tra i due medii delle due mani. Questa è
la battaglia che porta il nome delle Paludi di Saint-Gond, intorno
alla quale Carlo Le Goffic, con lo squisito senso d'arte che ha reso
celebre il suo -Dixmude-, ha scritto tutto un volume: -Les marais de
Saint-Gond-.
Enorme smeraldo incastonato nei campi di Francia, le paludi di
Saint-Gond si distendono per dieci chilometri di lunghezza con
cinque di larghezza e formano come un gran fosso, come una ciclopica
trincea naturale sbarrante la via all'invasione. Nel fango di questi
pantani si sommersero e sparirono, ai tempi di mezzo, le orde di
Attila, che vi perdette -- dice la leggenda -- il suo casco d'oro;
qui, sul principio dell'era contemporanea, affogarono i soldati delle
ultime leve napoleoniche, gli eroici coscritti designati col nome di
-Marie-Louise-. E qui una nuova leggenda, nata a mezzo settembre del
1914, dice che s'impigliò e sparì, durante la battaglia della Marna,
la Guardia imperiale: ma il Le Goffic e gli altri storici francesi
distruggono la leggenda, quantunque lusinghiera all'amor proprio
nazionale, per ricercare ed affermare la più semplice e non meno bella
realtà.
Numericamente inferiori, i Francesi del Foch hanno la missione di
mantenersi sulla «difensiva attiva», di chiudere la via, segnatamente
verso il centro, ai Tedeschi di von Hausen: se la resistenza non
fosse infrangibile, se il nemico passasse, tutta la linea francese
crollerebbe e l'enorme sforzo compiuto dal Manoury riuscirebbe
vano. Ma, sulle prime, il centro, che ha spinto le avanguardie oltre
le paludi, sulla loro riva settentrionale, in faccia al nemico, è
costretto a ritirarle il 6 settembre, per restringersi a difendere
la sponda sud della gran trincea. I Tedeschi hanno un mezzo per
impadronirsene: accerchiarla da oriente e da occidente, ricongiungersi
a sud, chiudendola ed abbrancandola come in una tenaglia; e questa è,
infatti, la manovra che pare abbiano scelta; sennonchè, dinanzi alla
misteriosa insidia di quelle acque morte, essi sembrano presi da un
senso di «esitazione» che gli stessi scrittori francesi dichiarano
«inesplicabile», attribuendo ad esso la salvezza del loro esercito.
Quando, due giorni dopo, von Bülow presta il suo aiuto a von Hausen,
quando i due capi germanici tentano l'avvolgimento, l'8, è troppo
tardi. C'è di più: persuasi che Mondement e il suo castello siano
la chiave di tutta la regione -- mentre dominano le sole paludi -- i
Tedeschi si ostinano a impadronirsene, vi sciupano un tempo prezioso,
«vi s'imbottigliano», secondo l'espressione del generale Humbert.
E tuttavia l'attacco a fondo dei trentacinque formidabili battaglioni
della Guardia rompe tutta l'ala destra francese per una profondità
di quattro chilometri; ma il Foch, secondo cui «battaglia perduta è
quella che si è creduto d'aver perduta», lancia il suo laconico ordine
del giorno: «La situazione è eccellente; ordino ancora di riprendere
vigorosamente l'offensiva....». Egli si è accorto che von Klück ha
trascinato von Bülow nel ripiegamento, e che tra costui e von Hausen
si è prodotto un vuoto; quindi si avanza attaccando, riprende il
10 Fère-Champenoise perduta la vigilia, riprende Mondement a costo
d'un'epica lotta, ed a sera le rive settentrionali delle paludi tornano
in mano sua.
Tale è razione centrale della battaglia della Marna. Se fosse riuscita
favorevole ai Tedeschi, l'«audace errore» di von Klück sarebbe stato
corretto, la mano francese sarebbe stata tagliata in due. Poteva
riuscire? Una versione tedesca citata dal Le Goffic afferma che
sì. Von Klück, nel momento decisivo del suo attacco, aveva chiamato
da Compiègne un corpo della riserva; Moltke -- il secondo -- vedendo
in pericolo von Bülow, ordinò invece che quelle forze venissero a
sostenere quest'ultimo, ed esse iniziarono infatti la conversione:
sennonchè, accortosi che il pericolo maggiore era sull'Ourcq, il
generalissimo tedesco emanò un contrordine e fece fare dietrofronte
alla riserva; la quale, perduto un tempo prezioso in questo
andirivieni, restò inutile a destra ed a sinistra -- come il corpo di
Drouet d'Erlon a Waterloo. Sapremo più tardi la verità su questo punto;
rammentiamo per il momento che la vittoria delle Paludi di Saint-Gond
fu dovuta in parte ad un generale d'origine italiana, il Grassetti,
e che un altro italiano d'origine, il capitano di Saint-Bon, nipote
del nostro ammiraglio, compì una eroica difesa a Lenharrée e vi trovò
gloriosa morte.
IV.
Le altre due grandi fazioni, tra Langle de Clary e il duca del
Würtemberg, e tra Sarrail e il Kronprinz, formano il terzo ed ultimo
atto del gran dramma.
Un episodio preliminare è degno di speciale menzione. Il Clary aveva
ricevuto, nella seconda quindicina d'agosto, l'ordine della ritirata
generale proprio mentre conseguiva un notevole vantaggio sulla Mosa, e
invece del garibaldino «Obbedisco», telegrafò al Joffre chiedendogli
di poter restare sulle posizioni conquistate. Il Joffre gli rispose:
«Non vedo inconvenienti nel fatto che restiate domani, 28 agosto, dove
siete, allo scopo di confermare il vostro buon successo e di dimostrare
che la ritirata è puramente strategica; ma il 29 tutti debbono
ripiegare» -- bella prova della forza d'animo e dell'avvedutezza del
generalissimo.
E in obbedienza all'ordine ricevuto, il Clary si ritrae, contenendo
la pressione del duca Alberto, finchè fa fronte, il 5 settembre, con
gli altri eserciti francesi. Il 6 egli resiste all'impetuoso attacco
nemico: il 7 la lotta infuria sempre più, e dopo qualche vantaggio
da parte francese i Tedeschi s'impadroniscono di Lermaire; l'8 la
resistenza è più salda, ma non dovunque fortunata; per buona sorte, i
rinforzi ricevuti consentono al Clary di respingere i Sassoni il giorno
dopo e di trasportare parte delle sue truppe all'ovest della Marna;
il 10 il progresso è anche più sensibile e la velocità della ritirata
germanica aumenta.
Finalmente, tra Sarrail e il Kronprinz, all'estremità occidentale del
grande arco, al manico della gran falce, tra i mignoli delle due mani,
la lotta anch'essa furibonda, ha risultati meno felici per i Francesi;
tuttavia essi riescono ad impedire l'investimento di Verdun. Le truppe
del Principe imperiale sono le sole che restino ancora, in parte, l'11
settembre, nella regione dove si trovavano all'inizio della battaglia;
poi sono coinvolte nel ripiegamento generale dell'esercito germanico,
lasciano libera una buona metà dell'invasa Argonna, e ripassano per il
campo della battaglia di Valmy.
Odono esse allora la voce di Volfango Goethe ripetere, dopo
centoventicinque anni: Da quest'ora, in questo luogo, comincia una
nuova storia?...
-10 settembre 1917.-
Romanzi di guerra.
I.
IL SENSO DELLA MORTE.
«Per me, ciò che si dice, ciò che si scrive, non ha interesse. Non
capisco come in Francia, oggi, si possa pensare ad altro fuorchè
a battersi ed a curare feriti», osserva Caterina Ortègue nel nuovo
romanzo di Paolo Bourget, significando con queste parole un sentimento
non già particolare all'anima francese, bensì comune a tutte le genti
coinvolte nella guerra mondiale. Ma se veramente i nostri non sono
tempi propizii agli esercizii letterari, e se i letterati scioperano
infatti dacchè operano i soldati, tanto più notevole è che l'autore
di -Crudele enimma- e di -Menzogne-, del -Discepolo- e di -Andrea
Cornelis-, abbia composto in questi giorni tremendi un'opera di
fantasia.
Il lettore che vi si accostasse con l'idea di stornare le visioni
cruente andrebbe incontro a un disinganno. Già il titolo dovrebbe
avvisarlo: -Il Senso della morte- non promette scene gioconde od
avventure erotiche. Le eroiche gesta dei difensori della patria vi
sono evocate, ma non espressamente: il libro è scritto per narrare una
battaglia morale. Paolo Bourget ha supposto che il dottor Marsal fosse
zoppo dalla nascita per ispiegare come non sia corso alle trincee;
ma quand'anche il personaggio godesse del perfetto uso di tutte le
membra, altre ragioni potrebbero dispensarlo dal combattere armata
mano. Prestando l'opera sua di sanitario nella clinica del professore
Ortègue trasformata in ambulanza, egli già compie il dover suo; quando
lascia il bisturi per la penna e riferisce il dramma di cui è stato
testimonio, fa ancora cosa buona e degna. L'autore affida a lui la
cronaca di un avvenimento e lo studio del problema che ne scaturisce:
tragico avvenimento ed alto problema.
I.
Michele Ortègue, celebre chirurgo, operatore infallibile, insegnante
illustre, sposa a quarantaquattro anni una giovanetta di venti.
Positivista, materialista, assertore dei soli fatti che cadono
sotto l'impero dei sensi, negatore d'ogni altra verità che non
sia dimostrabile per via di esperimento, egli si vergogna di aver
condisceso a contrarre il matrimonio religioso. Gli scrupoli della
suocera gliel'hanno imposto, non già quelli della moglie: costei ne
avrebbe anzi fatto a meno anche lei. Figlia e moglie di scienziati,
Caterina è spregiudicata come il padre ed il marito. E del marito
che potrebbe esserle padre la vediamo anche innamorata. La vediamo
innamorata a segno che un giorno, quando Michele Ortègue, deperito e
languente, scopre di avere un cancro allo stomaco, e quando anch'ella
apprende l'orribile verità, restando esclusa per la stessa natura del
male qualunque speranza di guarigione, volendo anzi l'infermo sottrarsi
agli spasimi insopportabili mediante un veleno, ella gli offre di
trangugiarlo insieme: patto accettato con gioia ineffabile e con
infinita gratitudine, perchè massima ed unica prova d'un amore forte
come la morte.
La gioia dell'infermo è tanto più grande perchè un dubbio si era
insinuato nell'animo suo. Allo scoppio della guerra il tenente Ernesto
Le Gallic, cugino di sua moglie, era apparso un momento nella clinica
durante una breve missione militare, reduce dalla frontiera, diretto
un'altra volta al campo, e il professore precocemente invecchiato a
cinquantun anno, già in preda ai primi sintomi del male più che mai
scettico nell'anima, aveva temuto che il paragone col giovane soldato,
bello e prode, pieno di vita, ardente d'amor patrio e di fede in Dio,
gli dovesse recare troppo pregiudizio. Se invece Caterina è ora pronta
a morire con lui, non ha egli ragione di sentirsene rassicurato e
insuperbito? Non trionferà della vita, inducendo una giovane vita ad
immolarsi per lui?...
Sennonchè ella ha promesso per compassione del sofferente, non per
amore. Ha voluto alleviargli la pena atroce della morte a cui si
sa condannato, ha voluto dargli un'ultima illusione ed un conforto
estremo.... Improvvisamente il tenente torna alla clinica. Vi
torna dentro una barella, gravemente ferito. Caterina, infermiera
espertissima, si dà tutta all'ufficio pietoso; il professore, pure
curando il ferito, ricomincia a provare più acuti i morsi della
gelosia. Il suo tormento cresce a dismisura, ora che si sente
attanagliate le viscere dal male senza perdono. Ma non ha egli la
promessa della moglie? Non è veramente giunta l'ora di chiederne il
mantenimento? Se Caterina dirà ancora di sì, se prenderà il veleno
con lui, non vorrà dire che l'ama, che ama lui unicamente? Ella è
infatti pronta al gran passo; ma egli non ne resta, come già un tempo,
riconfortato. Ora i dubbii lo assalgono e assillano. Morirà ella per
amore, o non piuttosto per punto d'onore, per non disdire la parola
data?...
Questo, realmente, e non l'altro, è il sentimento di Caterina.
L'eroismo del cugino ha trionfato dell'egoismo del marito. Ella è
turbata sino alle radici dell'essere: come morire, quando l'anima sua
rifiorisce? Non osa dirlo, ma non può neanche nasconderlo del tutto: lo
confida a un foglio di carta. Il dottor Marsal, conoscendo la decisione
del duplice suicidio imminente, e dubitando della sincerità della
donna, porta quel foglio al professore, per salvarla. Quando Ortègue
legge la confessione non da più in ismanie: una gran calma invade anzi
il suo spirito. Ora egli sa, e l'accertamento della realtà, la nozione
della verità, per un indagatore della sua tempra, per uno scienziato
che non ha saputo nè voluto far altro fuorchè verificare i fatti, è già
una gran cosa, è come la soddisfazione di un istinto irrefrenabile. Ma,
con la luce, una nuova persuasione si compie in lui. Quando s'illudeva
ancora sulla natura del sentimento e del consentimento di Caterina,
egli poteva accettarne il sacrifizio; ora non più; permettere ora
che ella muoia, dopo aver saputo che non è spinta dalla passione,
dall'impossibilità di sopravvivergli, sapendo anzi che anela di vivere,
sarebbe un assassinio. Egli non lo commetterà. Non solamente scioglierà
la moglie dal patto di morte, ma al dottor Marsal che lo scongiura di
non darsela, di sottoporsi anzi ad un'operazione per guadagnare qualche
mese di vita, risponde acconsentendo.
Ha finto, ha mentito, per esser lasciato solo. Quando Caterina,
consolata dalle notizie recatele da Marsal, torna presso il marito, lo
trova fulminato da una infezione tossica. Allora anch'ella vuol morire:
ma un altro moribondo la salva: il tenente Le Gallic. Anch'egli ha
concepito, suo malgrado, una tenerezza profonda, un amore inconfessato
e inconfessabile per la cugina. Lo ha negato al marito geloso ed a
sè stesso, ma lo spasimo prodotto in lui dal dramma di cui è stato
spettatore ed attore ha esacerbato la sua ferita: sul punto di morire,
alla vedova del suicida, alla donna secretamente amata, egli addita
nel compimento del bene, nell'esercizio della carità, nella speranza di
un'altra vita, il dovere di vivere.
II.
Tragico caso, egregiamente osservato nella persona di Michele Ortègue.
Escludendo ogni finalità dall'universo, tutto facendo consistere
nei fenomeni, riducendo la coscienza umana ad un epifenomeno, costui
parla ed agisce secondo l'intima logica o la rigorosa necessità della
natura sua. Sposare sulle soglie della vecchiezza una fanciulla fu, a
giudizio dei suoi colleghi, una «pazzia»; si potrebbe anzi giudicare
che fu vera colpa; ma quali scrupoli avrebbero potuto trattenerlo, se
egli era ed è persuaso che non esistono altre leggi fuorchè quelle da
cui il mondo fisico e l'organico sono governati? Amando la giovane,
egli l'ha fatta sua; l'amor proprio gli ha lasciato credere che un
uomo del suo valore può benissimo essere riamato, nonostante l'enorme
differenza degli anni. Quando si sente affetto da una malattia mortale,
accettare che sua moglie muoia con lui, gioire del patto, pretenderne
la esecuzione, sono cose anch'esse, secondo lui, naturalissime; perchè,
in nome di quale principio, per virtù di quale precetto potrebbe egli
rinunziare ad un sacrifizio che è prova d'amore, che appaga la sua
vanità, che lo farà segno all'invidia del mondo, che solletica così
le sue passioni?... La mostruosa presunzione crolla ad un tratto,
quando il dottor Marsal gli dà a leggere la carta dove Caterina ha
significato il proprio rimpianto; crollata la presunzione, che cosa
resta in quell'anima? L'egoismo è mortificato, insanabilmente; la
morte è vicina, inevitabilmente; e perchè vivere ancora un poco, finchè
tutte le fibre saranno incancrenite, se nessuna forza morale aiuta a
sopportare il dolore e se la morte è la distruzione totale dell'essere?
Precipitarsi subito nel nulla: questo un uomo come l'Ortègue farebbe,
e questo precisamente egli fa.
La condotta di Caterina non riesce persuasiva altrettanto. Per
voler morire insieme col marito, ella dovrebbe amarlo d'una passione
immortale. Tale non è la sua. La sua passione è anzi definita «più
immaginaria che reale». In mancanza dell'amore, la pietà, il bisogno
di consolare l'agonia dell'uomo che l'ama, può indurla a consentire
di avvelenarsi con lui; ma il suo è più che un consentimento chiesto
ed ottenuto; è anzi un patto da lei stessa proposto, quasi imposto da
lei: ella stessa esige che il marito le giuri di avvertirla quando avrà
deciso di morire. Può bensì ella avergli tenuto questo linguaggio non
potendo altrimenti dimostrargli che lo ama e dissipare i suoi dubbii,
ma nell'atto che gli ha detto d'amarlo tanto, ha pure soggiunto:
«T'amo.... Non so se è impossibile, se è insensato. So che è»: parole
che avrebbero potuto e dovuto aprire gli occhi ad un uomo meno accecato
dall'amor proprio.
Altri fattori concorrono, è vero, a spiegare l'offerta di Caterina.
Ella sente altamente, prova disgusto per le donne che passano dall'uno
all'altro amore, vuol dimostrare a sè stessa d'essere rimasta fedele ad
uno solo. Ora, turbata sino in fondo all'anima dalla vista del cugino,
dell'eroe giacente sul letto di dolore, ella prevede di cadere nelle
sue braccia se non morrà col marito. Dove sarebbe tuttavia il male?
Poichè il marito è condannato senza rimedio ed ha qualche mese di
vita appena, e poichè il cugino non è neanche egli uomo da contentarsi
d'un amore libero e libertino, ma vorrà anzi sposarla, dopo il lutto
vedovile, dinanzi al mondo ed a quel Dio nel quale fermissimamente
crede, la coscienza di lei non dovrebbe dunque tremare. Dove è detto
che neanche la morte possa restituire la libertà ad una creatura umana,
quando ella stessa non si sente vincolata dalla sua propria passione?
Caterina non ama più d'amore l'uomo a cui è unita, se pure lo ha mai
amato così; ama il cugino, si sente amata da lui; e quando non ha da
far altro che dar tempo al tempo, aspettare che il cancro, il male
organico di cui nessuno è responsabile, compia l'opera sua, dovrebbe
invece giudicare cosa «naturale», cosa «inevitabile», morire insieme
col canceroso?
Quanto è inumano il patto, tanto umano è il pentimento. Logicamente,
necessariamente, ella deve pentirsi e ribellarsi. Se suo marito ne
prova tale disinganno da darsi tosto la morte, deve o soltanto può
ella concepirne un rimorso che la risospinga al suicidio? Dov'è la sua
responsabilità? Ella non ha fatto altro che scrivere per sè stessa il
pensiero suo intimo: quello scritto le è portato via dal dottor Marsal;
egli stesso, ad insaputa di lei, corre a presentarlo al professore. Chi
può chiamarla a renderne conto? Certo, ella deve provare una ambascia
acutissima nel veder morto il compagno della sua vita, l'uomo a cui
aveva promesso di seguirlo sotterra; ma se di questa promessa si pentì,
se questa idea le riuscì intollerabile, se la vita la riprese, e con
essa l'amore e la speranza della gioia, può ella sentirsi ancora legata
dall'orribile patto dinanzi a un cadavere?... Quando il dottor Marsal,
l'abate Courmont e più che altri il cugino di lei si propongono di
strapparle di mano la boccetta del veleno e di persuaderla a vivere,
si può antivedere che non dovranno durare molta fatica per riuscir
nell'intento....
III.
Ciò non vieta che le parole con le quali Ernesto Le Gallic le insegna
la legge della vita e del dolore siano da meditare. Tutto, nella
figura, nelle azioni, nei sentimenti di lui è logico e coerente, come
-- sebbene all'opposto polo del mondo morale -- in quella di Michele
Ortègue. Quanto è inveterato e quasi viscerale lo scetticismo di
costui, tanto profonda, essenziale è la fede di Ernesto. L'urto delle
due tendenze non può essere evitato: e questo contrasto è l'argomento
sul quale Paolo Bourget ha voluto fermare l'attenzione del lettore.
Dinanzi alla scomposta disperazione del professore monista, dinanzi
alla sua intolleranza del dolore fisico che lo rende morfinomane
ed aggrava così le sue condizioni organiche, dinanzi alla sua
incapacità di sopportare il dolore morale, dinanzi all'incontinenza
sentimentale che lo spinge a fare una scena di gelosia al ferito,
al morente, lui morente, torturandosi e torturandolo; dinanzi alla
fiacchezza dell'animo suo che lo induce a fuggire la vita prima del
tempo, mentre ancora potrebbe salvare tante altre vite di soldati
sanguinanti per la Patria -- di fronte a questa insania la serenità di
Ernesto Le Gallic, la forza con la quale egli soffre e reprime la sua
passione per Caterina, tacendola a lei e negandola a sè stesso; la
bontà, l'indulgenza, la ragione che oppone ai sarcasmi del frenetico
sospettoso, la rassegnazione con la quale vede avvicinarsi la morte,
l'eloquenza della sua fede destini dell'anima rifulgono ed ammoniscono.
Egli non trionfa effettivamente del rivale, non lo converte. Persuade
la donna secretamente amata a vivere, ma nè l'impresa era molto ardua,
nè Caterina è da lui rimessa sulla via della fede: al contrario, ella
continua a dubitare. Molto agevolmente il Bourget avrebbe potuto
mostrarla ricreduta. Fanciulla, costei era stata religiosissima;
solo la disciplina scientifica del padre e del marito avevano potuto
distoglierla dal sentimento del divino. L'eroe che ella ama, e che
l'ama, potrebbe, morendo, restituirla alla Chiesa. Si può dire qualche
cosa di più: l'ufficio di sostenere la necessità della preghiera non
dovrebbe naturalmente essere conferito a lei, alla donna?
Se l'autore non ha fatto così, è segno che non ha voluto. Vi è
dentro di lui come una specie di rivalità fra l'artista intento
a rappresentare la vita e il moralista ansioso di diffondere un
insegnamento. L'efficacia della sua opera d'arte può talvolta essere
qua e là menomata dal preconcetto, ma l'artista prende tosto la sua
rivincita. È lui quello che ha impedito a Ernesto Le Gallic di operare
conversioni. Michele Ortègue nega fino all'ultima sua ora, fino ad
uccidersi, stoicamente; Caterina continua a dubitare. Ella accetta di
vivere per gli altri, si prodiga ai sofferenti, sino all'esaurimento;
ma ignora se le sarà tenuto conto, altrove, dell'opera sua. Talvolta lo
spera; le pare talvolta che una voce le dica grazie; ma non sa da che
parte le venga. Che importa, se l'opera è santa?
Ed il suo dubbio, più artistico -- cioè più vero -- è anche, senza
paradosso, più persuasivo. La conversione potrebbe sembrare
voluta, artifiziata, falsa; l'incertezza, invece, l'esitazione,
l'interrogazione sono atteggiamenti proprii dello spirito umano.
L'importante è che questi problemi lo occupino. Il merito di Paolo
Bourget è quello di averli proposti, oggi che il fiore della gioventù
s'immola sull'altare della Patria, oggi che tutte le forze, tutti i
valori morali devono essere chiamati a raccolta per la vittoria.
-23 novembre 1915.-
II.
LA FAMIGLIA VALADIER.
Leggere le prime pagine ed i primi capitoli delle -Heures de guerre
de la Famille Valadier- di Abele Hermant è provare l'impressione che
la guerra mondiale, o almeno quella dei Francesi contro i Tedeschi,
sia finita da un pezzo. Sarebbe altrimenti possibile scherzare intorno
all'argomento tremendo? Come trovare materia di sorriso e di riso
nell'ora paurosa del pericolo, nell'ora sublime dell'olocausto? Chi
avrebbe l'animo di indugiarsi a rilevare i lati comici della tragedia
immane?... Quando udiamo il professore Valadier ordinare al figlio
di staccare dal muro la cornice dove, «come una reliquia», è serbato
un pezzetto di pane del 1870; quando vediamo il giovane Valadier, in
costume di -boy-scout-, mettersi sull'«attenti», eseguire l'ordine «a
passo accelerato», e porre «sotto il naso» dell'ospite, del narratore,
«l'orribile crosticina che i suoi quarantatrè anni d'età non hanno resa
nè più nè meno appetitosa», noi pensiamo che anche la nuova guerra,
durante la quale il professore recita un suo ingegnoso discorso sulla
carestia del grano e la «virtù delle mortificazioni», ma confessa che
«la mollica riesce mortale al suo stomaco dilatato», noi pensiamo
che anche la guerra del Quattordici e del Quindici, come quella
del Settanta, dev'esser passata al dominio della storia. Se fosse
attuale, se in una parte notevole del territorio francese lo straniero
restasse ancora accampato, se tutti gli sforzi della nazione fossero
ancora intesi a scacciarlo, potrebbe il narratore riferirci che il
suo personaggio, dopo la quotidiana «variazione» sul pane, udendo il
quotidiano squillo di campanello annunziante l'arrivo della quotidiana
gazzetta, si mette a cantare, sull'aria della -Bella Elena-:
-Ce coup de tonnerre-
-Annonce à la terre.-
-Un communiqué...?-
C'è veramente qualche passo nel quale il lettore prova quasi il
bisogno di portar la mano agli occhi per accertarsi di non aver
travisto o frainteso. L'umore e il buon umore del romanziere sembrano
un'irriverenza, quasi una profanazione....
Quando si procede nella lettura l'impressione di anacronismo e di
sconcerto si attenua: quando si voltano le ultime pagine è già vinta,
cancellata, dispersa. Uno scrittore di professione, un lavoratore
della penna, non avrebbe trovato difficoltà a comporre sulla guerra
un romanzo con dentro una tesi, un libro di predicazione patriottica,
di propaganda nazionale; Abele Hermant ha composto invece la -Famiglia
Valadier- perchè così portava l'intima e singolare natura dell'ingegno
suo. «Ai giorni che corrono», dichiara in un certo luogo, «tutto
ciò che non è sincero mi riesce odioso». Si può aggiungere che non
oggi soltanto, ma in ogni tempo la sincerità è doverosa ed amabile.
L'ironico osservatore della vita, il delizioso autore di quei
-Transatlantici- che non udremo più nella mirabile recitazione di
Alberto Giovannini, non poteva smettere l'abito suo; anche avendone
la possibilità gliene sarebbe mancata la ragione; perchè, con la sua
ironia, col suo umorismo, la -Famiglia Valadier- è anch'essa l'opera di
un patriotta: opera d'arte dove le ragioni dell'arte sono rispettate,
dove la moralità e l'insegnamento non sono inclusi con artificio, per
forza, a furia di retorica, ma scaturiscono invece naturalmente come
dalla stessa vita.
I.
I Valadier sono una famigliuola borghese composta del padre, della
madre e di tre figli, tutti in preda alla passione del teatro. Ha
cominciato la primogenita, Emma, entrando al Conservatorio drammatico
ed uscendone premiata agli esami finali. Valadier padre, professore di
storia afflitto dal nome di Arturo, non volendo ostacolare la vocazione
della figliuola, ma sentendo incompatibile la dignità professionale con
la qualità di genitore d'una commediante, ha lasciato l'insegnamento,
ed a furia di udire e di leggere opere teatrali, parla e gestisce ora
anch'egli come dalla ribalta. I due figli minori, Luciano e Luisa,
familiarmente chiamati Lulù e Lilì, contraggono il contagio a loro
volta, e si tirano l'uno per attor comico, l'altra per attrice tragica.
La signora Valadier, agli occhi della quale il marito è stato ed è un
oracolo, incoraggia da parte sua quelle tre vocazioni ripromettendosene
gloria e ricchezza, ed acquista intanto l'aspetto, il fare e le
mosse del -madro-. In questa casa, subito dopo gli esami di Emma, e
qualche settimana prima dello scoppio della guerra, ha cominciato a
prendere i suoi pasti uno degli esaminatori della giovinetta, un autore
drammatico, un prestanome dello stesso autore, il quale narra in prima
persona ciò che vede e ode.
Egli ode giudizii politici e militari enunziati con grande sufficienza
dall'ex-professore, come questo, ad esempio: che «l'assassinio
dell'arciduca Francesco Ferdinando non potrà avere nessuna influenza
sulla politica generale dell'Europa»; oppure come la risposta data
con piglio severo al figliuolo che gli domanda se la Francia volerà in
soccorso del Belgio: «No! La nostra generosità ce lo consiglierebbe;
ma, per Dio! non facciamo i sentimentali! Siamo obbiettivi!...».
Egoismo mentito, parte recitata: quando il brav'uomo apprende che
l'esercito francese passa effettivamente dalla difesa all'attacco, ne
concepisce tanta esultanza che si mette a spiegare il comunicato a chi
vuole e a chi non vuole udirlo, finanche alla serva, «imperocchè egli
obbedisce al precetto borghese di non esser familiare con i servitori,
ma si rammenta anche di Molière».
Prima della guerra, il giovane Lulù aveva i capelli biondi e portava
abiti attillatissimi; allo scoppio delle ostilità si è trasformato in
-boy-scout- collettore della Croce Rossa, e quantunque abbia appena
diciassette anni, chiede di marciare come volontario: quando la sua
domanda è accettata, i capelli gli s'imbruniscono perchè tralascia di
darsi l'acqua ossigenata: sebbene poi, nel vestirsi per andare a passar
la visita, metta tali cure, aiutato dall'intera famiglia, che la casa
Valadier sembra trasformata in un «camerino d'attore, dove non si bada
a tirare il lucchetto nè ad accostar l'uscio prima di cambiar d'abito:
la sola differenza fu che egli non adoperò nessuna polvere o piumino,
e per comparire dinanzi ai giudici non si dipinse gli occhi. Aveva già
sacrificato la chioma, talchè era tosato e del più bel nero...». La
sua ammissione nell'esercito è concordemente festeggiata dai genitori e
dalle sorelle, ma quando l'ospite si reca a salutare il nuovo soldato,
lo trova singhiozzante sulle ginocchia del padre che tenta invano di
confortarlo recitandogli con voce tremante un vecchio ritornello del
Béranger, mentre tutti gli altri parenti sono in lagrime e tragicamente
atteggiati. Egli ne concepisce un senso di sdegno, credendo che il
giovane abbia ora paura e che anche la famiglia sia pentita di avergli
accordato il suo consenso; ma la signora Valadier adduce la ragione di
quell'angoscia -- nobile ragione, sebbene spiegata col gesto e la voce
di un personaggio del Corneille: «Lulù sperava d'esser destinato alla
fronte, e lo mandano invece ad Albi....».
Quella della partenza è una scena commovente, sebbene «l'avrei
giudicata senza dubbio più commovente se non fosse stata una
scena....». L'ottimo Valadier è addolorato nel veder partire il
figliuolo, «ma si sarebbe sentito molto più infelice se gli avessero
vietato di rappresentare la sua parte di padre nobile secondo
il Diderot e di prendere in prestito al Greuze la truccatura del
-ruolo-.... Egli pronunziò un discorsetto pieno di coraggio e di
sensibilità. Le sue lagrime colarono. Noi non potemmo trattenere le
nostre. Erano lagrime del secolo decimottavo. Ma quando la signora
Valadier baciò il soldatino sulle due guance e gli disse: -- Va', caro
ragazzo mio -- non so perchè quelle parole mi scossero molto più che
l'allocuzione del papà. Non significavano tuttavia gran cosa, salvo che
quella madre, un po' ridicola ma dolorosa, dava con tutto il cuore, e
senza frasi, il figliuolo diletto alla Patria. Io trassi un singhiozzo
da bambino. Il signor Valadier mi guardò con occhio severo, ma perchè
aveva paura di fare altrettanto».
II.
Con quest'arte, con questo stile Abele Hermant narra di Emma Valadier.
L'ospite, vedendo la giovanetta sempre pensierosa e triste, sospetta
che abbia un secreto d'amore colpevole, ma non depone perciò l'idea,
concepita fin dalle prime visite, di insidiarla; giudica anzi l'impresa
tanto più facile se ella ha già avuto un amante. Ma quando si accinge
a farle la sua brava dichiarazione, Emma gli butta le braccia al collo
e scoppia in pianto, annunziando: «È morto!». Chi è morto?... «L'amico
mio!...».
Era un compagno di studii, un futuro compagno d'arte. La guerra lo
prese dei primi. «Non avremmo certamente fatto nulla di male se la
guerra non fosse scoppiata. Ma il sabato, appena vidi il manifesto
della mobilitazione, corsi da lui. Aveva un alloggetto in via Bergère.
Mi aprì: naturalmente non teneva servitori. Da principio m'abbracciò e
disse: -- Vinceremo!... Gli risposi: -- Oh, sì, cerio! E poi soggiunse:
-- Emma, potrà ben darsi che non tornerò più.... Allora gli risposi: --
Fa' di me ciò che vuoi....»
Bisogna leggere nel testo tutta la pagina. A un tratto l'uscio
si schiude «e il signor Valadier fece una brusca entrata, seguito
dalla signora Valadier che lo tratteneva. Lo tratteneva almeno nella
stanza attigua, ma dovette poi liberarlo sul passo dell'uscio, che è
stretto; e una volta l'uscio passato, lo riagguantò per la falda della
giacchetta. Non essendo armato, il signor Valadier non uccise nessuno
e si contentò di fare un gesto di maledizione; poi s'inabissò nella
poltrona che Emma gli aveva istintivamente ceduta, e si nascose il viso
tra le mani. Io ero ben contento che la scena non volgesse al tragico,
ma non potevo difendermi dal mandare al diavolo quel valentuomo che
si disponeva a rammentarmi la -Dionigia- proprio nel momento in cui
provavo la più sincera commozione ed ero a cento miglia dal teatro.
Fortunatamente il repertorio del signor Valadier è diverso, ed egli
sentì, al pari di me, come il Diderot fosse più di stagione che non
Dumas figlio. Alzò lentamente la fronte ingombra. Il suo viso passò,
per insensibili gradazioni, dall'espressione di una collera santa a
quella della clemenza di Augusto. Il suo sguardo si rischiarò e divenne
d'un'infinita dolcezza. Spalancò le braccia, Emma vi si precipitò, egli
le richiuse intorno a lei, e non si udì altro, nella modesta cameretta
dove il crepuscolo già discendeva, che un suono misericordioso di
singhiozzi e di baci».
Questo è il secreto di Abele Hermant: una indovinatissima mescolanza
di comico e di drammatico, la riproduzione integrale degli aspetti
ridicoli e patetici dell'esistenza, con l'aggiunta di un commento che
è, secondo i casi, e talvolta ad un tempo, umoristico e serio.
Il professore Valadier, parlando ora come Socrate ed ora come il
-Bonhomme Jadis-, è un gran brav'uomo, un padre eccellente, un
cittadino esemplare. Egli procedeva all'esame delle poche righe dei
comunicati come un epigrafista studia le iscrizioni, come un insegnante
di lettere pesa tutte le parole d'un vecchio testo venerabile. Mai
una pagina di Virgilio, di Racine o di Bossuet fu sottoposta a simili
prove. Arrivava sino a tentare certi spostamenti della punteggiatura
che modificavano il senso della frase, o che gliene davano uno quando
per caso non ne aveva. Si permetteva di tanto in tanto qualche appunto
di natura grammaticale, ma non trovava da ridire circa lo stile;
perchè, come lutti i buoni Francesi, approvava senz'altro quanto emana
dal Governo.....» Dopo tante notizie angosciose, dopo tante speranze e
tante delusioni, la lettura del bollettino che annunzia la battaglia
della Marna gli procura uno scoppio di pianto. «Credo», dice, dopo
avere abbracciato l'ospite, che sia una vittoria.... Lo disse a voce
molto sommessa, come se avesse vergogna o paura della gran parola
che proferiva. Io chinai il capo. Ero in preda anch'io ad un bizzarro
sentimento di paura o di vergogna che non sapevo spiegare a me stesso.
Credo bene che singhiozzassi anch'io. Non mi rammento....» Ed alla
proposta di comperare una bottiglia di -champagne- per festeggiare
l'avvenimento, Emma Valadier esclama candidamente: -- Oh, no! Oggi non
ne vale la pena, poichè è una vittoria vera».
Luciano Valadier, «il povero istrioncello fatuo e ridicolo», diventa
un altr'uomo per virtù della guerra. Quando l'ospite apprende che lo
hanno trasportato dal campo all'ambulanza, che è stato operato, che si
tratta di cosa non lieve, corre a trovarlo. « -- Dove sei ferito?... --
Egli alzò le spalle, poi voltò la faccia contro il muro, e vidi e udii
che singhiozzava. Ne fui spaventato. Lo supplicai di non lasciarmi
più a lungo in quell'ansia mortale. Egli rivoltò il viso dalla mia
parte e disse con tono furibondo: -- Non sono ferito, m'hanno operato
d'appendicite otto giorni addietro; non mi sono sentito di scriverlo
alla mamma.... -- Sciocco! -- esclamai. Egli scoppiò di nuovo in
singulti, ed io non potei frenare una risata. -- Via! gli dissi; non è
cosa che disonori! Perchè piangi?... -- Egli rispose, interrottamente:
-- Non capisci.... non capisci che ne ho ancora per una quindicina di
giorni.... e che poi.... poi vogliono darmi una licenza di due mesi....
Due mesi e quindici giorni!... Allora.... di qui ad allora la guerra
sarà finita!... -- Ma no, piccino mio, che la guerra non sarà finita
di qui a due mesi!... -- Mi afferrò allora per il collo e si mise a
piangere sulla mia spalla. Ripeteva continuamente: -- Mi giuri?...
Giuralo!... Giurami che non sarà finita!... -- Gli giurai che la guerra
non sarebbe finita tra due mesi, lo cullai come un bambino e lo guardai
con ammirazione. Non ridevo più....»
Con una mano altrettanto leggera, ma non meno sicura, è sfiorato
l'argomento della fede. Il professore Valadier, «anticlericale della
più bell'acqua, nei suoi verdi anni, obbedì alla velleità di credere
in sull'inizio delle ostilità; ma ora non crede più, col pretesto
che la guerra dura troppo e che per conseguenza il buon Dio non c'è;
inoltre, la neutralità della Santa Sede lo sdegna, ed ecco insemina
un convertito la cui conversione non è durata sei mesi». Ma quantunque
appartenga ad una generazione di uomini «che sono nemici personali del
miracolo», egli esclama: «Fu miracolo!» quando considera come Parigi
restò salva dell'invasione teutonica.... Suo figlio, come tutti i
soldati, non parla del futuro senza avvertire: «Se Dio mi dà vita»,
e l'osservatore commenta finissimamente: «Coloro che vanno a battersi
diventano volentieri superstiziosi; sarebbe un torto rimproverar loro
questa debolezza, mentre è tollerata nei giocatori....», e quando
Emma, avendo potuto vedere un'ultima volta il suo diletto, esclama,
all'opposto del padre: «C'è pure il buon Dio» e quando il signor
Valadier spera nell'intercessione della Vergine per la salvezza del
figlio, l'umorista non commenta più.
III.
Resterebbe ora da narrare la conoscenza fatta da Emma all'ospedale,
dove si reca ogni giorno per visitare i soldati in atto di pietoso
omaggio alla memoria del suo caro perduto; l'idillio che pare s'intessa
in quella casa del dolore e della speranza; e come poi la giovane, che
è vedova senza aver cessato d'essere signorina, e che mette al mondo
un bambino quasi senz'essere stata donna, elegga di restar vedova
e madre venerando le reliquie del suo diletto. Resterebbe ancora da
spigolare fra tanti gustosi episodii, fra tanti squisiti particolari
d'osservazione e d'espressione; ma riesce propriamente impossibile
seguire qui la tenue trama del romanzo e molto difficile rendere in
un'altra lingua il sapore delle sue pagine. Questo libro veramente
francese, dove è dipinta dal vero una famiglia della piccola borghesia
parigina, possiede tuttavia un valore rappresentativo molto maggiore
che non sembri.
Il genere umano è in massima parte composto di tante famiglie Valadier,
con le loro smanie, le loro manìe, le loro vanità, le loro stesse
volgarità; ma questa piccola gente, all'occasione, dimostra d'esser
pure una gran brava gente e riscatta le debolezze con l'eroismo, e le
ridicolaggini con la bontà, la generosità, la gentilezza. Per questa
ragione l'ironia del romanziere non è caustica, come suole. L'umorismo,
in fondo, lascia un senso d'amaro e un sentimento di sfiducia: ma Abele
Hermant, il quale confessa d'aver perduto per proprio conto, questa
volta, il suo scetticismo, contribuisce a combatterlo negli altri con
lo spettacolo di virtù non studiate, senza paludamento, anzi semplici
ed umili. Dove la rappresentazione di qualità sovrumane rischierebbe di
non esser creduta, dove gli effetti convenzionali lascerebbero freddo
il lettore, i casi e le parole di questi personaggi veri e sinceri lo
interessano e lo commuovono. Appunto perchè non ha tesi, la -Famiglia
Valadier- acquista tanta efficacia quanta corrono pericolo di perderne
i romanzi composti secondo le ricette della «psicologia classica e
ufficiale», quella psicologia della quale Abele Hermant ha ragione di
dire che non ha niente da vedere con la realtà.
-22 decembre 1915.-
Paesaggi di pace e paesaggi di guerra.
Tra i Francesi amici nostri, Gabriele Faure ha da tempo un posto
eminente: la maggiore e miglior parte della sua produzione letteraria
è consacrata -- l'espressione religiosa non sembri impropria --
all'Italia. I tre volumi delle Heures d'Italie, oltre quello delle
-Heures d'Ombrie, e gli altri quattro sul Pays de St. François
d'Assise, sulla Via Emilia, sulla Route des Dolomites- e -Autour des
lacs italiens-, sono i documenti della passione con la quale egli
ha studiato il nostro paese: passione, e non semplice curiosità, o
diligenza, o interesse, o dottrina: passione vera e profonda, tenace
e fervido e nostalgico amore. Uno degli stessi suoi romanzi, l'-Amour
sous les lauriers-roses-, si svolge in Italia, sul lago di Como, e il
paesaggio italiano è il galeotto che sospinge gli occhi a Maddalena
Frémeuse ed a Renato Seillon, che scolora i loro visi ed unisce le
loro bocche.... Stendhal, altro italiano d'elezione, disse che un
paesaggio è uno stato d'animo; il Faure, stendhaliano nel sangue, va un
poco oltre: il paesaggio è per lui quasi un personaggio: sente, vive,
parla, suggerisce, persuade. -Paysages passionnés-, appunto, intitolò
l'autore una specie di antologia di pagine descrittive dove i luoghi
non sono tanto rappresentati come apparenza, quanto interpretati come
espressione. Ed oggi egli pubblica un volume di -Paysages littéraires-
meritevolissimo di essere raccomandato ai nostri lettori, non
foss'altro perchè una buona metà dei capitoli concerne l'Italia.
I.
È curioso scoprire, per esempio, le stranezze e le contraddizioni
dei giudizii dati intorno ai più singolari aspetti del nostro paese
da un luminare della letteratura paesista, sceso ben sei volte nella
Penisola: il visconte di Chateaubriand.
Cominciamo col notare che nel -Genio del Cristianesimo- le pagine
concernenti l'Italia e gli artisti italiani furono composte di maniera,
prima che l'autore passasse le Alpi; quando le valica, nel 1803, resta
deluso perchè non trova la pianura appena scavalcato il Moncenisio;
giudica bello l'effetto dei dintorni di Torino, ma «ci si sente ancora
la Gallia: credevo di trovarmi in Normandia»; la metropoli piemontese
è «d'aspetto un poco triste»; i campi lombardi gli piacciono, ma non
il Duomo di Milano, perchè «il gotico, e lo stesso marmo, mi sembrano
stonare col sole e con i costumi italiani»; arrivando a Napoli,
non è impressionato dal paesaggio, «fertile, ma poco pittoresco»;
i luoghi virgiliani gli offrono uno spettacolo «magico» bensì, ma
non «grandioso». Dal Vesuvio contempla «uno dei più bei paesaggi del
mondo»; ma il grandioso, l'imponente, l'affascinante è da lui trovato,
finalmente, a Roma. «Ci sono, finalmente! Tutta la mia freddezza è
svanita. Sono accasciato, perseguitato da ciò che ho visto....» Tanta
è stata la sua freddezza, che certi passi del -Voyage en Italie- sono
più aridi delle indicazioni d'una guida e d'un catalogo; ma a Roma, e
dinanzi alla campagna romana segnatamente, il poeta della solitudine
e delle rovine prova un'impressione profonda: profonda a segno, che
dopo averla espressa nella lettera del 10 gennaio 1804 al Fontanes,
egli quasi s'ingelosisce quando altri dopo di lui osa ancora descrivere
quei luoghi, dei quali si stima senz'altro scopritore: «i viaggiatori
francesi ed inglesi venuti dopo di me hanno segnato ogni loro passo
dalla Storta a Roma con altrettante estasi: il signor di Tournon segue
la traccia d'ammirazione che io ho avuto la fortuna d'indicare». Ed a
Roma vorrebbe morire: «Se avrò la ventura di finire qui i miei giorni,
ho fatto in modo da avere a Sant'Onofrio un cantuccio adiacente alla
camera dove il Tasso spirò. Nei momenti perduti della mia ambasceria,
alla finestra della mia cella, continuerò le mie -Memorie-. In uno dei
più bei siti del mondo, fra gli aranci e le querce, con Roma intera
sotto gli occhi, ogni mattina, mettendomi all'opera fra il letto di
morte e la tomba del poeta, invocherò il genio della gloria e della
sventura....»
Non potendo appagare questo voto, tornato in Francia e ripartitone
per l'esilio del 1832, egli scende in Isvizzera e si ferma alle porte
d'Italia, a Lugano, dove ancora una volta prova la tentazione di
fermarsi e morire. «Finirò dunque le mie -Memorie- sulla soglia di
questa classica e storica terra dove Virgilio e il Tasso cantarono,
dove tante rivoluzioni si compirono? Rimembrerò il mio destino di
Bretone dinanzi allo spettacolo di queste montagne ausonie? Se il loro
velario si alzasse, mi scoprirebbe le pianure lombarde; di là, Roma;
di là, Napoli, la Sicilia, la Grecia, la Siria, l'Egitto, Cartagine;
plaghe remote che misurai, io che non posseggo tanto di terra quanta
ne premo con la pianta del piede....» Ma l'incredibile è che questo
romantico errante, questo ricercatore e amatore di luoghi insigni per
natura o storia od arte, arrivato nel 1806 a Venezia, donde salperà
verso l'Oriente, non solamente resta freddo dinanzi a quella meraviglia
del mondo, ma sente il bisogno di dichiarare nella lettera al Bertin:
«Questa Venezia, se non m'inganno, vi dispiacerebbe quanto a me. È una
città -contro natura-....», soggiungendo prove talmente puerili del suo
giudizio, da sollevare giustamente lo sdegno dei Veneziani: articoli
di gazzette ed appositi opuscoli daranno sulla voce al temerario,
e qualcuno dichiarerà di non sapere se prendersela più con la sua
«cattiveria» o con la sua «stupidità».
È vero che ventisette anni dopo, nel 1833, egli si ricrede o scioglie
un inno alla città delle lagune: «Si può, a Venezia, credersi sul
ponte d'una superba galera all'àncora, sul Bucintoro, dove vi diano
una festa e dal cui bordo scopriate mirabili cose....»; è vero che egli
riesprime il desiderio di vivere e morire anche qui: «Perchè non posso
chiudermi in questa città in armonia col mio destino, in questa città
dei poeti, dove Dante, Petrarca e Byron passarono?...» ma il Faure nota
argutamente come l'improvviso infatuamento dopo il disprezzo fosse
determinato dalla voga data a Venezia dai nuovi scrittori stranieri,
dal Byron precisamente.
Si potrebbe, dunque, trovare qui una prova di ciò che non era per
altro ignoto: della poca sincerità dello scrittore. Il presuntuoso
stimatosi quasi inventore della poesia della campagna romana, si mette
ad ammirare la già denigrata Venezia per amore di byroneggiare!... Ma
c'è, sotto un altro aspetto, anche di peggio. Egli si lagna perchè nel
1833 non ritrova le rive del Brenta quali erano la prima volta che le
percorse: «L'Austria è venuta: essa ha rimesso la sua cappa di piombo
sugl'Italiani e li ha costretti a ridiscendere nel loro sepolcro»:
osservazione amarissimamente vera, che ha il solo difettuccio di esser
fatta da uno dei più illustri tirapiedi della Santa Alleanza, dal
congressista di Verona, dal turiferario della «miracolosa» Coalizione e
della diplomazia del 1814, del '15 e del '22 che «fondò nell'avvenire
i diritti dei sovrani e dei popoli, e la sicurezza e la libertà
dell'Europa!».
Il Faure non fa critica storica, nel suo bel libro, e neanche
semplicemente letteraria; tuttavia egli non tralascia di rilevare quel
tanto di falsità che c'è in qualche pagina italiana di Giorgio Sand.
La celebre scrittrice, l'amatrice famosa ha piantato a Venezia il
povero Alfredo infermo e se n'è andata col suo Pagello a Bassano: la
passeggiata di due giorni nei dintorni della città veneta diventa una
«spedizione» nel cuore delle Alpi; la novelliera dichiara d'essersi
«scorticate le mani e le ginocchia», per attingere le estreme
«solitudini» e l'«ultima vetta»; soggiunge ancora d'essersi creduta
in America, negli «eterni deserti che l'uomo non ha potuto ancora
conquistare sulla natura selvaggia....». Con lo stesso spirito di
verità lo Chateaubriand l'aveva gabellato per un viaggio di scoperta
nei deserti dell'America settentrionale quello che un critico,
«spietato» secondo il Faure, ridusse alle modeste proporzioni di
un'escursione al Canadà....
II.
«Spietata» veramente suole riuscire la critica quando si attenta di
scemare o distruggere il fascino esercitato dai grandi scrittori; ma è
colpa della critica se i grandi scrittori, e le grandi scrittrici, non
hanno tutti una grande anima?
Per buona sorte, Gabriele Faure non va incontro a delusioni quando
sceglie altri soggetti, più nobili e puri. Giustamente persuaso che non
è possibile evocare i genii se non nel quadro che fu loro familiare,
egli ascende in reverente pellegrinaggio il poggio di Arquà, entra
nella casa del Petrarca, volge lo sguardo alle colline ed alla pianura
che furono l'ultima visione del cantore di Laura; scende poi, o per
meglio dire ritorna nella verde Umbria e si ferma a contemplare il
paesaggio francescano di Clara Scifi, la madre delle clarisse. Immagini
singolarmente espressive egli trova anche per rivelare l'anima dei
luoghi lamartiniani e stendhaliani, ma il suo più grande fervore è
serbato all'Italia: «Italia, Italia», ripete col Byron, «tu fosti e
sei sempre il giardino del mondo, la patria della Bellezza nell'arte e
nella natura!...».
Un appunto, tuttavia, gli si potrebbe, o per dir meglio gli si poteva
muovere fino a poco tempo addietro; perchè la sua visione del nostro
paese è, talvolta, un poco quella della tradizione: una specie di
«giardino di Armida» -- giudica il protagonista dell'-Amore sotto gli
oleandri- -- un luogo, per conseguenza, dove non si fa altro che godere
ed obliare. Sul lago di Como, nel bacino della Tremezzina, a Bellagio,
«tutto è voluttuoso, tutto parla ai sensi, tra gente unicamente intenta
all'amore ed al piacere»; a segno, che quando Lucilla ne fugge e prende
una barca per guadagnare l'opposta riva, il barcaiuolo la guarda «con
aria maliziosa» e le domanda: «-Une histoire d'amour, n'est-ce pas,
signora?-....». Si potrebbe -- si poteva -- chiedere al Faure il ritratto
di cotesto barcaiuolo, se lo stesso autore non avesse ora scritto
altri due libri: i -Paysages de guerre de France et d'Italie-, e -De
l'autre côté des Alpes: sur le front italien-, dove «quei Francesi
che troppo spesso parlano un poco leggermente dell'Italia» possono
apprendere che questo paese del «languore dei sensi» è anche il paese
dei forti propositi, dei magnanimi ardimenti, dell'indomito coraggio e
dell'eroismo sublime.
Nelle sue visite per le città e le campagne della zona di guerra,
il Faure non può dimenticare d'essere artista; ma il cittadino
della nazione alleata, l'ammiratore dello sforzo italiano pensa al
passato bellicoso di Brescia dinanzi alla sua -Vittoria- e vi trova
una promessa ed un simbolo; ricorda gli studii fatti sulla scuola di
pittura a Bassano, ma esalta la virtù guerresca della città; giudica
che i palazzi merlati non sembrano più, come un tempo, fuori posto
nella Treviso cui gli apparecchi di guerra hanno oggi conferito
un nuovo aspetto di forza; ammira le pittoresche vedute delle Alpi
carniche, ma anche più gli «splendidi» alpini che ne custodiscono i
passi, ed il «miracolo» del nostro organamento militare; chiede anche
a sè stesso, rileggendo il Carducci, quali parole il poeta di -Ça ira-
troverebbe per cantare la Marna e Verdun, «in quella stessa regione
dell'Argonna e della Mosa che tanto giustamente chiama Termopili della
Francia». «Se egli vivesse ancora», soggiunge, «noi ci volgeremmo
a lui, vegliardo divino, come egli si volgeva a Vittor Hugo, e gli
chiederemmo di cantare anche alle nuove generazioni il canto secolare
del popolo latino:
Canta a la nuova prole, o vegliardo divino,
Il carme secolare del popolo latino;
Canta al mondo aspettante Giustizia e Libertà...».
INDICE.
AVVERTIMENTO Pag. VII
Vigilia italica1
Una Absburgo in Italia:
Maria Carolina di Napoli15
L'Austria nei giudizii d'un suo alleato 30
Un condottiero francese a Napoli42
L'Adriatico e le Due Sicilie a Campoformio 56
Italia e Grecia nelle lettere di Giorgio Byron 70
Il Protocollo della “Giovine Italia„ 85
Maestri di guerra:
I. Il principe di Ligne 99
II. Lazzaro Carnot112
Gli enimmi di Waterloo127
Thiers, Bismarck e la guerra143
Un profeta del pangermanesimo:
Edgardo Quinet158
L'Imperatore liberale:
Federico III 173
La battaglia della Marna 186
Romanzi di guerra:
I. Il senso della morte109
II. La famiglia Valadier212
Paesaggi di pace e paesaggi di guerra226
OPERE DI FEDERICO DE ROBERTO
(Edizioni Treves).
-Le donne, i cavalier'....- Edizione di lusso,
in-8, illustrata da 100 incisioni L. 7 50
-Una pagina della storia dell'amore-2 --
-L'illusione-, romanzo. Nuova edizione 2 --
-La sorte-, novelle. 4.º migliaio2 --
-La messa di nozze-, romanzo. 2.º migliaio3 50
-L'albero della scienza-, novelle. Nuova edizione 3 --
-Al rombo del cannone-. 2.º migliaio4 --
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