di esserselo visto «sgusciare tra le mani come un pezzo di sapone», e
del buon esito delle azioni compite durante la ritirata egli attribuì
il merito ai suoi soldati; ma il merito fu anche suo, poichè quelli
obbedienti ad altri capi meno valenti e meno accorti non si portarono
bene. A Toscanella i suoi si mantennero saldissimi perchè egli
seppe fare appello al sentimento dell'onore, dimostrando loro che la
baldanza e la temerità dei Francesi era tutta fondata sul disprezzo
che nutrivano contro i Napolitani. «Kellermann spiegò la sua colonna
non appena il terreno glielo consentì; la mia artiglieria disordinò
quello spiegamento; poi, non appena fu compito, il generale francese
fece battere la carica e con le grida proprie alle truppe repubblicane
si precipitò sulla mia linea; il fuoco della moschetteria cominciò,
si protrasse a lungo molto nutrito, e i Napolitani diedero prova del
miglior contegno.» Il corpo d'esercito fu così disimpegnato e condotto
a salvamento dentro Orbetello -- dove il Damas si fece curare una
terribile ferita alla mascella riportata nel fitto dell'azione.
Lodi non minori egli tributò ai suoi uomini quando, promosso
luogotenente generale dopo la caduta della Repubblica Partenopea --
durante la quale aveva raggiunto la Corte a Palermo e preparato un
piano di difesa della Sicilia -- gli fu dato l'incarico di riordinare
le milizie del Regno e d'intraprendere la marcia attraverso la Toscana
per dar mano agli Austriaci -- i quali intanto negoziavano la pace per
loro proprio conto, senza comprendervi gli alleati napolitani!...
La presa di Siena, la strenua resistenza opposta ai Cisalpini del
generale Pino e la salvezza di quella legione furono dovute, dice
il Damas, «allo zelo ed alla buona volontà» delle truppe che egli
comandava. Par quasi che egli voglia riversare su chi ne è meritevole
la lode tributatagli dal Colletta nel riferire quei fatti -- e tanto
più dispiace che il Botta li abbia narrati come una serie di disastri.
Più giusto è il Marulli quando osserva, non senza una punta d'ironia,
che il Damas era «predestinato alle ritirate»; ma ancora più grande
è la malinconica ironia dello stesso condottiero, quando scrive: «Io
ho gran pratica delle nazioni sconfitte, e siccome non ero nato per
questo, soffro crudelmente di tale regime. Se le disaccortezze, le
goffaggini, le sciocchezze non avessero nessuna parte nelle disgrazie,
farei di necessità virtù; ma veder sempre le vittime sacrificate dalle
loro proprie buaggini rende impossibile la stessa pietà.» E questo
egli non lo dice più a proposito delle sconfitte napolitane, ma delle
austriache!...
Della sua nobiltà d'animo è da addurre un'altra prova. Nelle trattative
dell'armistizio che preannunziò la pace di Firenze, il comandante
repubblicano -- Gioacchino Murat -- pretese che il Re di Napoli
licenziasse il suo ministro Acton. Ma il Damas, quantunque avesse
poca ragione di lodarsi di costui, ricusò di ascoltare ogni altra
condizione finchè quella non fosse ritirata: «Rigettai formalmente
un articolo che offendeva direttamente la persona del Re; osservai
che la scelta dei ministri, depositarii della confidenza sovrana, era
riservata ai monarchi, e che per nessun motivo un governo straniero
poteva immischiarvisi. Murat non ne parlò più....» E l'Acton, per tutta
dimostrazione di gratitudine, fece di lì a poco una tale scenata al
Damas, che il generale, dopo avergli detto il fatto suo, presentò le
dimissioni al Re tra il plauso di quanti -- ed erano tanti, a Napoli!
-- non potevano tollerare lo sgoverno del ministro. «Lasciai Napoli
sfigurata dalle sciagure prodotte dal suo ministro e tremante sotto il
suo flagello oppressore. Augurai che il tempo riparatore mi mettesse un
giorno in grado di rendere nuovi servigi ad un paese e ad un esercito
che mi avevano sempre dimostrato confidenza ed usato benevolenza.»
II.
L'occasione si presentò tre anni dopo. Richiamato dai sovrani
all'approssimarsi della nuova crisi, egli lasciò Vienna, dove si
era ritirato, e giunse a Napoli il 5 gennaio 1804. Ebbe a sopportare
nuove prove della nemicizia dell'Acton e passò nove mesi nel Regno da
semplice spettatore; ma il 12 ottobre fu nominato ispettore generale
dell'esercito. Non secondato come e quando occorreva nei suoi disegni
di riordinamento, mentre l'Acton dava al Re false cifre delle truppe
disponibili, non fu colpa del Damas se le Due Sicilie si trovarono
impreparate al nuovo assalto francese. Russi ed Inglesi dovevano
aiutarle; ma anche quegli alleati mandarono forze molto minori
delle promesse; peggio ancora: aggravarono la mano su Napoli con le
esorbitanti esigenze e le oppressive imposizioni -- e al momento buono
decisero di ritirarsi! Le loro esitazioni avevano disgustato il Damas,
il quale aveva dato ragione ai suoi soldati, scontenti e disgustati
degli ordini e dei contrordini e delle sofferenze a cui le marce e
contromarce inutili li avevano esposti. Il rigetto della sua proposta
di tentare la difensiva sul Volturno era stato definito dallo stesso
generale russo Anrep «un'infamia»; e la fuga degli alleati portò al
colmo lo sdegno del prode Francese. «Al loro arrivo, mi ero proposto
di offrirli come modelli ai miei soldati poco agguerriti, ed eccomi
invece ridotto a sperare che dimenticassero il vergognoso esempio!...»
Disgraziatamente essi non lo dimenticarono a Campotenese, dove pure
il Damas fece il possibile per salvare la situazione e si battè, a
testimonianza dell'universale, con coraggio «da leone».
Un centinaio di lettere inedite di Maria Carolina, raccolte in
appendice alle -Memorie-, attestano la fiducia che, nonostante il
rovescio, egli continuò a godere da parte della Corte: a Vienna,
dove si ritirò ancora una volta, servì la Regina, per desiderio di
lei, da consigliere e da informatore. Ma la gratitudine che egli le
portò non gl'impedì di giudicarla secondo coscienza. Certo, non è
da stupire se il Damas insiste spesso, segnatamente in principio,
sulle buone qualità di Maria Carolina; ma poi comincia a distinguere,
e la dice provveduta «più d'immaginazione che di carattere, più di
bisogno d'agire che d'abitudine di lavorare», ed anche di «troppa
diffidenza», di «troppa effervescenza» e di troppo poca «perseveranza».
Riconoscendone l'ingegno, le attribuisce il genio degli «intrighi», ed
osserva che ha agito nel modo più pregiudizievole alla sua reputazione
ed al Regno. «La vanità, l'inconseguenza, la petulanza sconsiderata,
l'ambiguità dei pensieri le hanno fatto perdere il Regno di Napoli.
Gli stessi inconvenienti, difetti ed indomabili impulsi le fanno ora
(nel 1812) perdere il governo della Sicilia.» Mai cotesta donna, «a
cui nessuno può negare ciò che si chiama disgraziatamente spirito,
ha avuto abbastanza giudizio da governare il suo cervello, le sue
azioni e le sue stesse parole. Ha esasperato e doveva esasperare
Napoleone; ha esasperato e doveva esasperare gl'Inglesi, e se il
cielo le avesse accordato l'impero del mondo e mille anni di vita, lo
avrebbe perduto a poco a poco senza che una sola volta una sciagura
avesse esercitato tanto effetto su lei da fargliene scansare un'altra.
È nata per imbrogliare, per ostacolare tutto ciò in cui si mescola,
e morrà disgraziata, dopo aver fatto tanti disgraziati da una parte
quanti ingrati dall'altra, con un cuore eccellente e le migliori
intenzioni del mondo. Io sono per buona sorte esente dal rammarico di
non aver potuto moderarla negli ultimi sei anni, perchè la ragione,
la buona fede, la lealtà, l'amicizia non hanno avuto mai il minimo
impero su lei. Chiunque contraria la sua folle vivacità comincia
tosto a divenirle sospetto....» Anche nell'esilio, «quantunque spenta
moralmente, fisicamente e politicamente», egli non dubita che «cerchi
ancora d'intrigare».
III.
Il giudizio del Damas conferma dunque, in fondo, con qualche riserva
e qualche concessione ammissibile, quello della storia, ed in un
solo punto è pienamente favorevole alla Regina, alla donna: in quanto
concerne i suoi costumi. Contrariamente all'opinione comune, il Damas
dice che, se pure, dopo il matrimonio, Maria Carolina ebbe sempre
qualche amante, «nessuno di costoro, fino a quando ella non fu più in
età di procreare, ottenne da lei gli estremi favori, e nessuno godette
mai dell'intera sua confidenza: ecco ciò che non si crederà, e di cui
-ho la certezza-».
È doveroso notare questa testimonianza, che farà molto piacere
all'ultimo storico inglese della Regina. Nei due volumi su -Lord Nelson
and Lady Hamilton- e negli altri due intitolati -The Queen of Naples
and Lord Nelson-, John Cordy Jefferson si è studiato di rivendicare la
fama dell'Austriaca. Come donna, egli la giudica «supremamente buona»;
politicamente, attribuisce a lei tutti i meriti che finora gli storici
nostri avevano assegnati al Tanucci, e va fino a dire che, proponendo
l'accordo degli staterelli italiani per far argine ai Francesi,
la Regina absburghese «anticipò il grido garibaldino per l'unità
d'Italia!...»
Questa apologia della sovrana non sarebbe riuscita possibile se non
fosse stata preceduta dalla riabilitazione della sua sviscerata amica
Emma Lionna; ed il Jefferson, senza spingersi fino a paragonare
l'ex-cortigiana londinese, come fece il Paget, a Giuditta ed a
Giovanna d'Arco, tenta scagionarla dalla maggior parte delle accuse e
di metterla nella miglior luce compatibile con le traversie della sua
vita.
Intimamente connesso a questi due tentativi doveva esser quello
di cancellare la macchia che il sangue dei Napolitani del 1799
stampò sulla divisa, per l'innanzi immacolata, di Nelson. Secondo
il Jefferson, la condotta dell'ammiraglio fu tutta ammirevole; la
capitolazione stipulata dai Partenopei col Ruffo, luogotenente del
Re, e controfirmata dai rappresentanti esteri, compreso l'inglese, fu
«scandalosa» ed «infame», e Nelson, annullandola, non fu «minimamente
influenzato dalla passione per lady Hamilton»: egli non fece altro che
obbedire agli ordini impartitigli dal suo governo; esercitò anzi «una
savia discrezione» e non commise «nessuna mancanza contro l'umanità»
mandando il «traditore Caracciolo dinanzi alla corte marziale: i
provvedimenti presi per recuperare Napoli furono «terribili», ma «non
abbastanza severi»; è anche «ridicolo» insistere nell'osservare che
Ferdinando avrebbe dovuto concedere un'amnistia generale; e se la San
Felice addusse la gravidanza perchè ritardassero il suo supplizio, il
pretesto non poteva stupire «venendo da una donna così bene provvista
di amanti....» In poche parole: tutto quanto si disse in difesa delle
vittime e contro il Re, la Regina, la Hamilton e Nelson, fu «menzogna»,
fu «velenosa invenzione dei libellisti liberali».
Ruggero di Damas non era liberale; era, come abbiamo visto, nemico
acerrimo della Rivoluzione di Francia, paladino dei Borboni di Francia
e di Napoli, alleato degli Austriaci, dei Prussiani, dei Russi e degli
Inglesi nella lotta contro la Repubblica e l'Impero. E Ruggero di
Damas, testimonio oculare, esce dal sepolcro attestando che «Nelson
aveva molto da fare per riscattare le sciagure da lui cagionate a
Napoli perchè si dimenticassero quelle alle quali ha contribuito nella
riconquista del Regno.... Egli aveva associata milady Hamilton agli
onori del trionfo; l'ambizione di lei divenne rivale della gloria
di lui, e la gloria ne andò di mezzo.... Tutto si ridusse comune tra
loro: denaro, difetti, vanità, torti d'ogni specie. Nelson non era più
altro che una caricatura di Rinaldo, schiavo d'una sciocca Armida senza
pudore e senza magia....»
-7 settembre 1917.-
L'Adriatico e le Due Sicilie a Campoformio.
La quistione adriatica, imperialmente risolta dalla Repubblica di
Venezia nel corso di lunghi secoli contro Tedeschi e Slavi ed Ungheresi
e Turchi, risorse quando Napoleone Bonaparte, da ardito e fortunato
stratega trasformatosi in mercante di popoli, ordì l'infamia di
Campoformio. Agonizzando la Serenissima, avviandosi i Francesi per
la Lombardia ed Ancona a Roma ed al Levante, subentrando l'Austria in
Istria, in Dalmazia e poi nella stessa Laguna, un altro Stato italiano,
la monarchia delle Due Sicilie, vide prepararsi un assetto contrario ai
suoi interessi, lesivo della libertà delle sue mosse, pericoloso alla
sua stessa esistenza.
Con la Repubblica francese, autrice di quelle novità, i rapporti della
Corte borbonica erano da poco tornati pacifici. Fin dall'inizio della
Rivoluzione, Ferdinando e Maria Carolina avevano concepito contro la
Francia un sentimento di odio misto a paura, che la neutralità imposta
loro dall'ammiraglio Latouche-Trouville con i cannoni puntati contro la
città di Napoli aveva rinfocolato, e che era poi giunto al parossismo
quando Luigi XVI e Maria Antonietta, stretti parenti dei Reali
siciliani, avevano perduto il trono e la vita. Partecipando allora
alla coalizione contro la Francia, le Due Sicilie avevano mandato
truppe all'assedio di Tolone, forze navali alla impresa di Corsica e
reggimenti di cavalleria alla guerra nella pianura lombarda; sennonchè
erano poi costrette dalle strepitose vittorie del generale Bonaparte a
sciogliersi dalla lega e a chiedere la pace separata, che il principe
di Belmonte destramente negoziava ed otteneva, a patti non troppo
onerosi, il 10 ottobre del 1796.
I.
Cessata con la firma di quel trattato la missione del Belmonte,
la rappresentanza diplomatica siciliana presso la Repubblica era
assunta dal commendatore Alvaro Ruffo di Scaletta. Mentre tra Francia
ed Austria si decidevano le sorti d'Italia, il primo ministro di
Ferdinando, Guglielmo Acton, scriveva al Ruffo: «Vostra Eccellenza
è nella situazione la più importante e la più critica per poter
rendere agli augusti sovrani ed alla sua patria i massimi servigi, da
far epoca in questi regni (Napoli e Sicilia).... Lavori intanto per
acquistarsi il credito e le confidenze ed opinione di quei governanti,
di Barthélémy e Carnot specialmente, e renda la quiete con la sua
negoziazione a questi regni, nonchè la sicurezza, da procurar loro con
la cessione di barriere effettive....»
Duplice era la garanzia che il governo siciliano mirava ad ottenere:
una terrestre, l'altra marittima. Dalla parte di terra, costituiti in
Repubblica Cispadana il Ducato di Modena e le Legazioni di Bologna e di
Ferrara, stabilitisi i Francesi in Ancona, preparandosi la formazione
della Cisalpina, avvicinandosi fatalmente il giorno della caduta del
potere temporale del Papa, Napoli voleva premunirsi contro possibili e
probabili minaccie, acquistare più sicure frontiere, partecipare alla
divisione del patrimonio di San Pietro. Non si leggono senza interesse
i curiosi particolari di questi antecedenti della quistione romana
nel bellissimo libro dove Benedetto Maresca, raccoglitore espertissimo
dei documenti serbati nel R. Archivio di Napoli, narrò ed illustrò la
missione del Ruffo a Parigi: ma l'altra rivendicazione napolitana,
le pratiche fatte per ottenere compensi anche dalla parte del mare
dopo i mutamenti avvenuti e minacciati nell'Adriatico, fermano meglio
l'attenzione del lettore e acquistano sapore di attualità, oggi che
l'Italia attende a risolvere il problema del suo mare orientale.
Durante le discussioni della pace con l'Austria, abbandonando al vinto
e prostrato nemico gli Stati veneti come compenso della Lombardia
strappatagli per costituirla in repubblica e farne un satellite della
Francia, Napoleone Bonaparte aveva detto di voler riservare a questa
nuova potenza italiana le isole Jonie, già della Serenissima. Se gliele
avesse effettivamente procurate, il Côrso avrebbe compensato, benchè
in troppo piccola parte, l'iniquo vantaggio accordato all'Austria con
la cessione delle più sicure costiere adriatiche; ma, ripensandoci
meglio, il prepotente maneggiatore di quella pace si pentì della buona
intenzione. Già cominciava egli a volgere nella mente il disegno di
fare dell'Italia, parte conquistandola, parte asservendola, il centro
di un impero mediterraneo; aveva allora allora recuperato la Corsica
che gli Inglesi erano stati costretti a sgombrare, aspettava di prender
l'Elba e d'avanzare da Livorno in Toscana, era già disceso in Ancona,
«finestra dell'Oriente»: le isole Jonie avrebbero prolungato la catena
di quelle stazioni fino alla soglia del Levante. Il Direttorio, col
quale l'accordo non era sempre perfetto, lo assecondava in questo
proponimento: il Carnot osservava: «Corfù è l'isola che più importa
riservarci»; il Reubell soggiungeva: «Cerigo ci sembra anch'essa un
posto non meno importante».
Uno dei negoziatori per conto dell'Austria era il marchese di Gallo,
ambasciatore delle Due Sicilie a Vienna. Conoscendo le mire francesi
sull'Elba e sui Presidii napolitani di Toscana -- erano già stati
chiesti, insieme col distretto di Trapani in Sicilia, come una delle
condizioni più onerose della pace dell'anno innanzi, e il Belmonte
aveva ottenuto che il Direttorio non vi insistesse -- il Gallo offerse
al generale Bonaparte la porzione napolitana dell'Elba ed i Presidii,
in cambio della duplice garanzia necessaria alle Due Sicilie: un più
saldo confine terrestre, possibilmente la Marca d'Ancona con le sue
adiacenze, e uno stabilimento all'entrata dell'Adriatico, di fronte
alla Terra d'Otranto ed al golfo di Taranto: le isole Jonie e gli scali
Veneti della costa d'Albania. Ai primi di luglio del 1797, in Udine,
il generale gli faceva sapere che, tralasciando per il momento la
quistione della barriera terrestre, consentiva a trattare intorno alla
cessione delle isole e degli scali contro l'Elba ed i Presidii. Sulle
prime egli voleva escludere Corfù e tenerla per sè, ma poi disse che
avrebbe dato a Napoli tutto l'arcipelago Jonio insieme col territorio
di Prevesa e con gli altri distretti Veneziani d'Albania e della Morea,
tranne le Bocche di Cattaro, che appartenendo alla Dalmazia sarebbero
andate all'Austria.
Poichè nel fare questa concessione il vincitore della guerra
d'Italia dichiarava di avere ricevuto le plenipotenze necessarie alla
stipulazione del trattato, e poichè il governo siciliano rispondeva
accettando di scindere le due quistioni e di regolare per il momento
soltanto quella marittima, si potrebbe credere che l'accordo fosse
virtualmente raggiunto. Lo credettero a Napoli, dove già tre reggimenti
di linea, con proporzionata artiglieria, si preparavano ad imbarcarsi
per essere scortati dalla squadra navale fino alle isole ed agli scali
da occupare....
II.
La cosa andò invece in modo molto diverso: perchè, contrariamente
alle affermazioni del generale, il Direttorio non solo non gli aveva
accordato le plenipotenze, ma gli spediva certi memoriali composti da
studiosi francesi per dimostrare che l'arcipelago Jonio era necessario
alla loro nazione. Uno degli scrittori affermava che con quelle isole
in mano si sarebbe impedito agli Austriaci di penetrare in Albania:
argomento la cui forza è stata confermata dalla discesa degli Alleati
a Corfù: ma che, addotto a quei tempi, poteva alquanto stupire, avendo
allora la Francia qualche cosa di meglio da fare, per impedire la
penetrazione austriaca in Albania, che occupare le isole Jonie: la
Francia poteva non consegnarle il patrimonio veneto: i preliminari
di Leoben e le trattative di Mombello e di Udine non erano ancora
finiti a Campoformio!... In un altro di quei rapporti spediti dal
Direttorio al Bonaparte si dimostravano i vantaggi che la Repubblica
si sarebbe assicurati stabilendosi sull'ingresso dell'Adriatico;
l'autore proponeva di dare le città dalmate, già venete, alla Turchia,
per averne in cambio un'isola dell'Egeo come garanzia degli interessi
francesi in quel mare: al regno delle Due Sicilie si poteva tutt'al
più cedere, e sempre in cambio dell'Elba, «la piccola isola di Lissa,
sulle cui coste i pescatori del Regno facevano una ricca pesca di
sardine....»
I fatti seguivano alle dimostrazioni: mentre duravano ancora i
colloquii del Bonaparte col Gallo, quest'ultimo apprendeva che
truppe repubblicane erano già sbarcate a Corfù, e che altre avrebbero
occupato Cefalonia, Zante, Santa Maura. La notizia era grave, ma le
speranze siciliane non ne andarono distrutte. Il generale Canclaux,
rappresentante francese a Napoli, si era dimostrato piuttosto
favorevole alle rivendicazioni del Governo presso il quale era
accreditato; a Parigi l'ambasciatore siciliano aveva ottenuto qualche
promessa dal signor di Talleyrand, ministro degli affari esteri, e
da alcuni membri del Direttorio. Insisteva quindi il Ruffo perchè si
venisse ad una conclusione, dimostrando come l'acquisto dell'arcipelago
Jonio fosse «oggetto incontrastabile d'infinito ed essenziale interesse
per noi», se si voleva evitare il danno che sarebbe derivato al Regno
«per la posizione e vicinanza di altre potenti nazioni»: con i Francesi
in Lombardia e nelle Marche, con gli Austriaci a Venezia, in Istria
e in Dalmazia, egli vedeva «le barriere generali d'Italia aperte a
nazioni potenti».
Ma quando gli affidamenti dovevano tradursi in fatti, cominciarono a
spuntare le difficoltà. Il Talleyrand giudicava la Corte napolitana
immeritevole di vantaggi per la sua condotta segretamente ostile alla
Repubblica; e invano il Ruffo protestava contro l'accusa, e lo sfidava
a provarla; e invano lo stesso ambasciatore francese a Napoli, il
Canclaux, la dichiarava infondata: il Talleyrand negava fede al suo
proprio inviato. E se il marchese di Gallo, da Udine, scriveva al Ruffo
per esortarlo a sollecitare la pratica a Parigi presso il Direttorio,
nulla potendosi ottenere dal Bonaparte, i Direttori rispondevano al
Ruffo che bisognava, al contrario, trattare in Italia col generale,
solo arbitro della situazione. E se l'ambasciatore tentava di tornare
alla carica, nè i Direttori nè il ministro lo ricevevano; e se
presentava una nota scritta, lo lasciavano senza risposta. Un giorno il
Talleyrand aveva dichiarato non essere il caso di parlare dei compensi
da assegnare al regno di Napoli mentre gli stessi negoziati della pace
tra la Francia e l'Austria stavano per fallire; ma il giorno che le
trattative austro-francesi arrivavano in porto tutta l'eredità veneta
andava spartita fra i due contendenti: il boccone più grosso toccava
all'Imperatore, la Repubblica tratteneva per sè le isole e gli scali.
III.
Neanche a questa notizia il Governo napolitano dispera. Al marchese di
Gallo, che aveva insistito perchè la cessione alle Due Sicilie fosse
stipulata nello stesso trattato di Campoformio, Napoleone Bonaparte
aveva risposto che il cambio dell'Elba con le isole e gli stabilimenti
veneti sì sarebbe concluso a parte, e che egli stesso, tornando in
Francia, avrebbe parlato col Direttorio in favore di Napoli. Anche il
suo capo di stato maggiore, il generale Berthier, partendo per Parigi
col testo del trattato, prometteva al Gallo che avrebbe raccomandato le
domande siciliane.
Ma il Talleyrand, a Parigi, dove il Ruffo riprende a fare del suo
meglio per ottenere quei compensi, risponde che la cosa non è più
possibile, ora che le condizioni della pace, divulgate in Francia,
hanno deluso il paese per la scarsezza dei vantaggi conseguiti.
Menzogna, perchè la pace è accolta con grande e universale esultanza;
ma tutte le insistenze sono vane. Invano il Ruffo dimostra che
l'acquisto è un pericolo per la Repubblica, non potendo essa mantenerlo
in caso di guerra marittima. L'ambasciatore napolitano è buon profeta:
una delle ragioni che getteranno lo Zar Paolo I nella coalizione
contro la Francia sarà appunto il vantaggio da costei assicuratosi
con l'occupazione delle isole, e la flotta russo-turca riprenderà fra
poco Cerigo, Zante, Cefalonia, e stringerà d'assedio Corfù, mentre
Alì pascià farà trucidare le guarnigioni francesi di Prevesa e di
Butrinto.... Ma il signor di Talleyrand sorride quando Alvaro Ruffo
soggiunge che, nell'interesse europeo, e della stessa Francia, conviene
affidare quella parte del patrimonio veneziano a una potenza italiana
e neutrale come le Due Sicilie. Ed è vano tentare di rivolgersi ancora
al Bonaparte: più volte il Talleyrand aveva assicurato che, pur essendo
personalmente favorevole alla cessione, non poteva far nulla senza il
consentimento del generale: ora dichiara che, se anche il generale dirà
di sì, egli, ministro, replicherà di no....
Un'ultima speranza anima ancora il Ruffo. Non solamente egli spera,
ma nutre fiducia che la stessa Austria possa e debba appoggiare
le richieste siciliane. Le due Corti, strettamente imparentate,
seguono entrambe con la stessa rigidità i principii della politica
conservatrice, ed il Regno è stato e sarà sempre dalla parte
dell'Impero: non potrà ottenere in premio che l'Impero favorisca
le sue aspirazioni? E ad Udine, infatti, quando il futuro Console e
padrone del mondo aveva la prima volta manifestato l'intenzione di
tenere per sè le isole venete e gli scali albanesi, il Cobenzl, altro
rappresentante austriaco, glieli aveva negati, chiedendo che andassero
invece al Re di Napoli. In due tempestose sedute quel dissidio aveva
minacciato di far naufragare la pace; ma poi, contenta della parte
ottenuta, l'Austria aveva abbandonato la causa siciliana e si era
piegata a lasciare sul passo dell'Adriatico la potenza rivale.
Nonostante questo precedente il Ruffo fa ancora assegnamento
sull'appoggio austriaco. Egli è persuaso che sia interesse del
Gabinetto viennese togliere quei possedimenti alla Francia, perchè
l'acquisto dell'Istria e della Dalmazia non garentirà alla monarchia
d'Absburgo il dominio dell'Adriatico se la Francia resterà padrona
di sbarrarle la via, da Ancona dove è insediata, alle isole Jonie
anch'esse già occupate. «Senza il possesso delle isole», scrive, «il
resto è solo apparenza speciosa ed inganno». E ancora: «La Corte di
Vienna deve considerare che la Francia acquista col porto d'Ancona,
possedendo già le isole di Levante, un dominio fatale in quel mare,
a danno evidente della Dalmazia, dell'Istria e di Venezia stessa.
Il concorso efficace dell'Imperatore in questo grande affare è
indispensabile ed è l'àncora della mia speranza....»
IV.
Ma a quell'àncora egli si afferrò invano. Se già a Campoformio
l'Austria aveva finito col lasciar vincere la partita alla Francia,
non era più credibile che avrebbe poi rotto il trattato e ricominciata
la guerra per i begli occhi del Re di Napoli. E il Ruffo ci rimise il
fiato e l'inchiostro. È vero tuttavia che quelle pratiche sarebbero
altrimenti riuscite, se un altro degli argomenti che il solerte
ambasciatore aveva ripetuti fino alla sazietà fosse stato tenuto
da conto. Nella stessa nota dove aveva suggerito la prima volta
di richiedere l'appoggio e l'assistenza dell'Imperatore, il Ruffo
aveva soggiunto che «lo sviluppo preparato di tutte le nostre più
straordinarie forze è una necessità assoluta alla nostra sicurezza».
Poi aveva insistito: «Le misure di forza prese in tempo e portate
fino al maggior grado di possibilità sono le vere basi su cui è
indispensabile d'appoggiare la nostra sicurezza....» E poi ancora:
«La salvezza in queste deplorabili circostanze non ha altro possibile
appoggio che la forza....» E poi ancora: «Purtroppo vedo realizzarsi
il mio timore ed il bisogno delle misure estreme....» E poi ancora:
«Una energia straordinaria, dirò anche eccessiva, è necessaria per
salvarci....»
Quasi in ogni suo dispaccio Alvaro Ruffo tornava su questa necessità.
Era la vera, la sola àncora della salvezza. Perchè mai, l'anno innanzi,
il principe di Belmonte aveva ottenuto che la Francia vittoriosa
rinunziasse alle più gravose pretese, se non per la dimostrazione di
forza fatta dal Regno con i vascelli e i soldati mandati a Tolone ed in
Corsica, con i reggimenti del principe di Cutò schierati in Lombardia?
«Sapete che hanno quattro eccellenti reggimenti di cavalleria che mi
hanno cagionato molto male», aveva confessato Napoleone Bonaparte al
Miot, ministro di Francia a Firenze, «e dei quali mi preme sbarazzarmi
al più presto possibile?...» Dopo quella prova, il generale non si
sentiva di eseguire le istruzioni del Direttorio, il quale presumeva
di poter continuare la guerra a fondo tanto contro l'Austria quanto
contro le Due Sicilie. Per marciare su Napoli, il vincitore di Arcole
e di Rivoli non chiedeva meno di altri 24000 soldati e 3500 cavalli,
che il Direttorio non poteva dargli; ed anche per combattere contro la
sola Austria, il giovane condottiero sentiva la necessità di liberarsi
il fianco dalla minaccia napolitana: «La pace con Napoli è di assoluta
necessità!».
Alvaro Ruffo sapeva dunque ciò che diceva quando ripeteva
instancabilmente il consiglio di armare. E questo è l'insegnamento
che scaturisce dall'episodio delle velleità di partecipazione
all'equilibrio adriatico nutrite più d'un secolo addietro dalle Due
Sicilie. La politica estera del governo borbonico non fu sempre cieca
come l'interna: in quella crisi del 1797 esso comprese che il Regno,
massimo potentato d'Italia, doveva ottenere le sue garanzie ed appagare
le sue aspirazioni. Posto tra la Francia nemica e l'Austria amica, si
affidò all'una ed all'altra per far valere il suo diritto: entrambe gli
diedero ragione a parole e con belle promesse: nessuna le mantenne.
Morale della favola: -diritto- è nome astratto che solo la forza può
tradurre in concreto.
-29 marzo 1916.-
Italia e Grecia nelle lettere di Giorgio Byron.
Presentata da una breve prefazione di Giorgio Clemenceau e curata da
Giovanni Delachaume, è apparsa or ora a Parigi la versione francese di
una parte dell'epistolario di Lord Byron. Bene è che queste lettere
siano, grazie alla nuova veste, accessibili anche al gran pubblico
che ignora la lingua nella quale furono composte, perchè la figura
dell'autore vi si rivela con quella singolare evidenza che Ippolito
Taine aveva già avvertita. «Il suo diario, il suo epistolario, tutta
la sua prosa involontaria», scriveva del cantore di -Childe Harold- lo
studioso della -Storia della letteratura inglese-, «è come fremente
di spirito, di collera, d'entusiasmo; il grido della sensazione
vibra nelle minime parole; dopo il Saint-Simon non si erano più viste
confidenze più vive. Tutti gli stili sembrano opachi e tutte le anime
sembrano inerti a paragone del suo stile e dell'anima sua».
Non s'intende, in verità, da quale criterio il Delachaume sia stato
guidato nello scegliere le centosessantacinque lettere di questa
raccolta fra le molte centinaia comprese nella corrispondenza
epistolare del poeta; certo, le presenti sono molto significative;
ma altre anche più notevoli erano degne d'essere tradotte. Comunque,
la buona intelligenza del testo, l'eleganza della versione e la molta
conoscenza della biografia byroniana meriterebbero ampie lodi a questa
fatica, se non vi si dovesse lamentare una poco perdonabile ignoranza
delle cose nostre. Come si sa, e come questo volume apprende a chi non
ne avesse notizia, il Byron fu conoscitore amantissimo della lingua,
della letteratura e della vita italiana; in Dante, nel Tasso, in molti
altri temi dell'arte e della storia nostra cercò e trovò l'ispirazione;
alla traduzione del -Morgante maggiore-, «la miglior cosa ch'io abbia
mai fatta», si accinse con gran fervore, «per imporre silenzio agli
Arlecchini d'Inghilterra» che lo accusavano d'irriverenza in materia
di religione, dimostrando loro, col poema del Pulci, «ciò che era
permesso in un paese cattolico ed in una età bigotta». Orbene: il
-Morgante maggiore-, per opera del Delachaume, muta sesso e diventa
-La Morgante maggiore-.... Ancora: scrivendo un giorno al suo editore
Murray, Giorgio Byron espresse l'opinione che il Ricciardetto «si
sarebbe dovuto tradurre letteralmente, o non tradurre del tutto»: e il
Delachaume annota: «-Ricciardetto-, poema cavalleresco in 30 canti di
Fonteguerri....» Poniamo che questo sia uno svarione tipografico; c'è
dell'altro. Il Byron, innamorato dell'idioma gentile, «soave latino
bastardo che si strugge come baci in bocca femminea, che fluisce come
se si dovesse scriverlo sopra serica stoffa, con sillabe dalle quali
traspira tutta la dolcezza meridionale, con vocali carezzose, scorrenti
e fuse così bene che neanche un solo accento riesce stridente»,
il Byron, dunque, con tanto amore per la lingua nostra, adopera
spessissimo, in queste sue lettere familiari, frasi e parole italiane
che il Delachaume lascia accortamente intatte; soltanto, quando vuole
riferire ai lettori francesi il significato di «seccatura», spiega:
«-Seccatura- signifie sécheresse, stérilité....»
I.
Fatte queste osservazioni al traduttore, qualche altra è da muovere
al presentatore dell'elegante volume. Nella prima pagina del quale
il Clemenceau parla del «romanticismo importuno che vela l'ardente
sincerità della vita del poeta». E certo il romanticismo del Byron può
essere giudicato importuno ora che quello stato d'animo è superato, e
che per certi aspetti riesce anche incomprensibile; ma dire che esso
menoma la «sincerità» dello scrittore e dell'uomo non pare plausibile,
quando di quell'arte e di quella vita fu anzi il segno predominante e
l'essenziale carattere. Molte prove si potrebbero addurne, se oggi che
il mondo è tinto di sanguigno, e che il nostro paese si trova impegnato
in tanta guerra, non convenisse restringersi ad una sola: quella che
non distoglierà la nostra attenzione dalla grande tragedia europea
nè dalla causa nazionale italiana, che anzi ad entrambe si riferisce.
Perchè, infatti, tra gli altri atteggiamenti di quel romanticismo del
quale il Clemenceau lamenta l'importunità, ve ne fu anche uno politico,
e riuscì tanto opportuno allora, che è ancora oggi opportunissimo,
avendo i romantici dato l'esempio della ribellione non solamente alla
tirannia dei retori classici, ma anche a quella dei despotici reggitori
degli Stati, per propugnare la libertà dei popoli e l'indipendenza
delle nazioni. I problemi allora posti, e più tardi parzialmente
risolti, aspettano dal presente regolamento di conti una soluzione
più radicale, ed il Byron, italofilo ed austrofobo quando la patria
nostra era una semplice espressione geografica, significò questi suoi
sentimenti con argomenti degnissimi d'essere ai nostri giorni riletti
e meditati.
Afferma il Clemenceau che se Lord Byron non amò i Francesi, «non si può
dire che avesse maggior simpatia per gli Italiani». Nella prefazione di
un volume dove si riferisce la voce secondo la quale il poeta avrebbe,
come i Dogi veneziani, celebrato le sue nozze con l'onda adriatica,
l'affermazione riesce alquanto stupefacente. Dobbiamo proprio citare
tutte le pagine nelle quali lo scrittore inglese ci significa il
suo favore? Tralasciamo i giudizii sulle città italiane, su Milano
«impressionante», su Venezia che è stata, dopo l'Oriente, «la più
verde isola della mia immaginazione» e dove vorrebbe morire, su Roma
la Meravigliosa», che vince «la Grecia, Costantinopoli, tutto, tutto
quanto, almeno, ho visto finora». Si può, infatti, ammirare un paese
senza stimarne gli abitanti -- distinzione che il Byron farà in un
altro viaggio. Lasciamo anche da parte le lodi tributate all'Alfieri,
al Pindemonte, al Foscolo, ad altri grandi Italiani del suo tempo, per
i quali potrebbe aver fatto altrettante eccezioni. Ma al Moore, che
lo invita in Francia, dichiara: «Mi piacerebbe molto prendere la mia
parte del vostro -champagne- e del vostro -laffitte-, ma sono troppo
italiano per Parigi», e soggiunge di lì a poco: «Tutti i miei piaceri
e tutti i miei tormenti sono italiani.... Ho vissuto nell'intimità
degl'Italiani, sono stato testimonio delle loro speranze, dei loro
timori, delle loro passioni; le ho condivise: -pars magna fui-....»
Si potrebbe aggiungere dell'altro: basteranno per tutte le quattro
righe della lettera del 28 settembre 1820 al Murray: «Gl'imbecilli che
scrivono sull'Italia mi costringono a dar loro una clamorosa smentita.
Parlano degli assassinii; ma che cosa è l'assassinio, se non l'origine
del duello ed una -giustizia selvaggia-, come Bacone lo definisce? È la
fonte del punto d'onore moderno, là dove le leggi non possono o -non
vogliono- colpire....». Ecco dunque: nella sua simpatia per la nostra
gente il poeta arrivava a giustificare ciò che altri, non senza qualche
ragione, le rimproverava: la frequenza dei delitti di sangue e la
facilità a farsi giustizia da sè!... Agli occhi degli uomini nordici,
nati e cresciuti nella concezione e nella disciplina protestante,
il cattolicismo dei nostri paesi suole anche riuscire antipatico: e
il Byron dichiara invece al suo amico Hoppner, da Ravenna, di voler
educare nella religione cattolica la figliuoletta per la quale ha
trovato nella nostra lingua il nome di Allegra.
Vero è che talvolta egli si lasciò sfuggire qualche nota di biasimo
sulla «rilassatezza» regnante nei costumi italiani a quei tempi;
ma, prima di tutto, l'autore del -Don Giovanni- perdette il diritto
di condannarla, dal momento che se ne giovò -- e riconobbe del resto
egli stesso d'averne perduto il diritto --; in secondo luogo, anche
avvertendo la differenza tra la «morale meridionale» e l'anglo-sassone,
egli trovò che se gl'Italiani erano più «appassionati» -- e voleva dire,
e disse in un'altra occasione, più «incontinenti» -- degl'Inglesi,
attribuì a costoro meno delicatezza e meno «pudore». Ma questo fu
ancora più bello e più degno, da parte sua, e questo merita d'essere
oggi ripetuto: che dell'Italia egli compianse le sciagure e proclamò i
diritti e fece sue le ragioni.
II.
Nato nella più alta aristocrazia, orgoglioso del suo nome e del
suo titolo, Lord Byron si venne sottraendo a tutte le concezioni
tradizionali nella sua casta e nel suo paese. «Ho semplificato la mia
politica», scrive nel 1813: «essa consiste nel detestare a morte tutti
i governi esistenti». Ammiratore, in un primo tempo, di Napoleone e
di Murat, definisce «trattato di pace e di tirannia» quello che chiude
nel 1814, col trionfo della Coalizione, le guerre della Rivoluzione e
dell'Impero. «Il popolo lombardo-veneto», scrive nel 1818 al Moore,
«è forse il più oppresso d'Europa». Nella primavera del 1820, al
nuovo fremito di libertà che corre per la Penisola, narra al Murray,
dalla commossa Ravenna: «Gli affari spagnuoli e francesi hanno messo
gl'Italiani in fermento: troppo a lungo essi sono stati calpestati.
Riescirà uno spettacolo triste ai vostri squisiti viaggiatori» -- è
superfluo avvertire l'ironica intonazione di queste parole -- «ma non
per chi risiede nel paese e ne desidera naturalmente il risorgimento.
Io resterò, se i cittadini me lo consentiranno, per vedere ciò che
avverrà, e forse per fare un giro con loro in caso di bisogno, come
Dugald Dalgetty» -- il soldato di ventura di Walter Scott -- «perchè
lo spettacolo degli Italiani ricaccianti nelle loro tane i barbari
d'ogni paese sarà il momento più interessante della mia vita. Ho
vissuto abbastanza fra loro da sentirmi affezionato a questa nazione
più che ad ogni altra, ma» -- la riserva fu sciaguratamente vera allora
e per qualche tempo ancora -- «ma difettano d'unione e di direzione,
e dubito che riescano. Tuttavia è probabile che facciano la prova, e
se la faranno sarà per una buona causa. Nessun Italiano può odiare un
Austriaco quanto l'odio io stesso: la razza austriaca mi pare la più
detestabile che si trovi sotto la cappa del cielo, dopo la inglese....»
Non accade qui fermarsi sulle ragioni che fecero il Byron nemico dei
suoi proprii connazionali, nè distinguere per quanta parte il suo odio
contro l'Inghilterra fosse sincero e giustificato, e per quant'altra
ostentato e mentito: preme ora vedere con quali veementi parole e con
quanto animosi proponimenti egli parla della nostra causa durante
la crisi del 1820-21. «Ci batteremo un poco», scrive al Murray da
Ravenna il 31 agosto del 1820, «nel mese entrante, se gli Unni non
traverseranno il Po, ed anche se lo traverseranno. Non posso dire di
più per il momento.... Una volta che si sarà cominciato, ci si batterà
da selvaggi, siatene certo. Il coraggio proviene nel Francese dalla
vanità, nel Tedesco dalla flemma, nel Turco dal fanatismo e dall'oppio,
nello Spagnuolo dall'alterigia, nell'Inglese dalla freddezza,
nell'Austriaco dalla testardaggine, nel Russo dall'insensibilità, ma
nell'Italiano dalla collera: vedrete quindi che non risparmieranno
nulla....» Il 21 febbraio 1821, alla notizia dell'avanzata austriaca,
scrive al Murray: «I barbari marciano su Napoli, e se perderanno una
sola battaglia tutta l'Italia insorgerà. Alla prima loro disfatta si
ripeterà ciò che avvenne in Ispagna. Aperte, le lettere? Certo, che
sono aperte: ed è questa appunto la ragione per la quale io spiattello
sempre la mia opinione su coteste canaglie di Tedeschi ed Austriaci:
non c'è Italiano che li odii al pari di me, e tutto quanto potrò fare
per liberare l'Italia e la terra intera dalla loro infame oppressione,
sarà fatto con amore (in italiano nel testo)». Il 3 aprile, disanimato
dalle cattive notizie, dichiara al console Hoppner: «Non parlo
di politica, perchè quest'argomento mi sembra disperato finchè si
consentirà a coteste canaglie di tiranneggiare i popoli e di privarli
dell'indipendenza». Il 26 dello stesso mese confessa allo Shelley che
«quest'ultima disfatta degli Italiani mi ha totalmente deluso per molte
ragioni generali e private».
Le ragioni generali consistettero nel suo fervore per la libertà,
nella sete di giustizia, nella passione per tutte le nobili cause; le
ragioni private furono il legame contratto con la Guiccioli, l'amicizia
che lo stringeva ai parenti di lei e ad altre famiglie italiane; ma la
delusione e la sfiducia che lo invadono hanno una causa più profonda:
dipendono dallo stesso suo temperamento che dà subite ed alte vampe di
entusiasmo troppo rapidamente ridotto in cenere, che lo rende incapace
di proporzionare gli atti agli scopi ed i giudizii ai fatti, e che gli
dètta sentenze scettiche e sarcasmi di discutibile gusto. Ecco: i moti
italiani sono falliti a Napoli, a Palermo, in Piemonte, e la reazione
trionfa: un altro che non fosse come lui tanto pronto alle speranze e
alle disperazioni, troverebbe nello stesso abbattimento nuova forza e
nuova fede: egli scrive lì per lì al Moore: «È impossibile che siate
stato più disingannato di me, ed anche tanto ingannato», e soggiunge
una volgarità che sarebbe imperdonabile, se nella stessa lettera non
avesse cominciato con l'affermare che «nè il tempo nè le circostanze
muteranno mai nè il tono delle mie parole nè i miei sentimenti
d'indignazione contro la tirannide trionfante»; se non avesse scritto
altrove, nelle pagine del -Diario-: «Si dice che i Barbari d'Austria
stanno per venire. Lupi! Cani d'inferno! Speriamo ancora di poter
vedere le loro ossa accatastate!...», se non avesse dichiarato:
«Bello morire per l'indipendenza italiana!» e se non avesse aggiunto
i fatti alle parole, aderendo alla Carboneria, armando del suo fanti e
cavalieri, animando i timidi e affrontando egli stesso la sua parte di
pericoli.
III.
Scoccata di lì a poco l'ora della resurrezione ellenica, egli si dà
tutto a questa nuova causa. «La Grecia è stata sempre per me ciò che
dev'essere per quanti hanno sentimento e cultura: la terra promessa del
valore, delle arti e della libertà: il tempo che passai in gioventù
a viaggiare tra le sue rovine non ha per nulla scemato l'affezione
che porto alla patria degli eroi.» Durante il primo viaggio, a dire
il vero, egli aveva dato un giudizio un poco diverso. «Amo i Greci»,
aveva scritto al Drury nel maggio del 1810: «sono ammirevoli furfanti
-- rascals nel testo -- con tutti i vizii dei Turchi, e senza il loro
coraggio....» Nondimeno, egli corre a patrocinare ardentemente la loro
causa. Il 7 luglio 1823 annunzia che porterà seco laggiù, in denaro
e lettere di credito, da otto a novemila sterline; cinque mesi dopo
ha già largito al governo greco duecentomila piastre, «senza contare
i doni complementari alle vedove, agli orfani dei rifugiati ed ai
vagabondi d'ogni sorta»; e intanto ha ordinato al suo banchiere di
anticipargli le rendite del 1824, di vendere anche la casa di Rochdale
per poter profondere altre somme nell'insurrezione e nella guerra, e
reclama a gran voce i diritti d'autore sul -Werner- perchè, se anche
sono poca cosa, con trecento sterline potrò mantenere cento uomini
armati durante tre mesi». Quando ode che i Greci non si battono, o che
si battono male, che «accettano i fucili, ma gettano via le baionette,
e sono molto indisciplinati», si raffredda; ma poi riprende a dare
senza «rincrescimento» il suo denaro, apprendendo che ricominciano
a combattere. E dà qualche cosa di più che il denaro, spende tutta
l'attività del corpo e dello spirito, si accinge ad offrire la vita.
La bellezza della causa affascina l'anima sua di poeta, il risorgimento
dell'ellenismo gli pare davvero capace di rigenerare l'umanità. Nè la
poesia lo ha mai appagato come semplice sentimento, come pura forma: si
è anzi dato a comporre versi in mancanza di meglio, giudicando che la
gloria poetica non vale la pena di essere ambita. «Che cosa è un poeta?
Che cosa vale? Che fa?... È un parolaio....» Andando a morire per la
Grecia, egli traduce dunque ancora una volta l'intenzione in azione,
aggiunge l'esempio alla predicazione; ma non sarebbe quello che è,
amante dei contrasti, ricercatore delle antitesi attorno a sè e dentro
di sè, a volta a volta e spesso ad un tempo apatico e appassionato,
misantropo e caritatevole, idealista e cinico, ingenuo ed affettato, se
anche durante questa partita suprema, in cui la posta è la sua stessa
esistenza, lo scetticismo e l'ironia non gli prendessero la mano.
«Vi raccomando ancora una volta di impinguare la mia cassaforte ed i
miei crediti, cavando il miglior partito possibile da tutti i mezzi
legali che sono in mio potere; perchè, insomma, val meglio giocare alle
nazioni che scommettere alle corse....»
Conviene soggiungere che anche un motivo esteriore e concreto lo spinge
allo scetticismo: la poca virtù, appunto, della quale la Grecia dà
prova. I figli di lei sono in preda a dissensi che egli si propone
di sedare e comporre, sapendo purtroppo che «nè l'una cosa nè l'altra
è agevole....» Da Cefalonia scrive direttamente ai governanti: «Sono
pervenute fino a noi voci di nuove contese: che dico? di guerra civile!
Auguro con tutto il cuore che siano false od esagerate, perchè non
riesco ad immaginare più grave calamità....» Sciaguratamente le voci
sono vere. «Le ultime notizie ci apprendono che non vi sono soltanto
dissensi in Morea, ma che la guerra civile vi regna.... Il colonnello
Napier vi narrerà il recente e specialissimo intervento degli Dei in
favore degli Elleni, che sembra non abbiano nè in terra nè in cielo
nemico più temibile della loro discordia intestina.... Se riuscirò
soltanto a riconciliare i due partiti (e muovo cielo e terra a questo
scopo) sarà molto; altrimenti dovremo percorrere la Morea con i Greci
dell'ovest, che sono i più coraggiosi e forti, e tentare l'effetto di
consigli -fisici- se continueranno a respingere la persuasione morale.»
Queste parole fanno anche oggi pensare. In un'altra lettera al principe
Maurocordato egli scrive: «La Grecia è posta fra tre partiti: o
riconquistare la sua libertà, o assoggettarsi ai sovrani d'Europa, o
ridiventare provincia turca. Non c'è altra scelta fuori di queste tre
soluzioni. La guerra civile non servirà ad altro che a preparare le
due ultime. Se la Grecia desidera la stessa sorte della Valacchia e
della Crimea, potrà ottenerla domani; quella dell'Italia, posdomani;
ma se vuol essere veramente libera e indipendente, deve decidersi
oggi, o non ne troverà mai più l'occasione....» Se il poeta potesse
vedere ciò che accadde dopo di lui e ciò che accade ora delle due
nazioni allora lottanti per la loro redenzione, non proporrebbe più il
destino dell'Italia alla Grecia come esiziale e schivabile; potrebbe
invece ripetere le parole rivolte con vero senso profetico al Governo
ellenico il 30 novembre del 1823: «Debbo francamente confessare che se
non si ristabilisse l'unione e l'ordine, i Greci perderebbero in gran
parte, se non totalmente, l'aiuto che potrebbero aspettarsi di ricevere
dall'estero. E ciò che peggio è, le grandi potenze europee, delle quali
non una sola era nemica della Grecia, che anzi parevano favorire il
suo ordinamento in nazione indipendente, resterebbero persuase che i
Greci sono incapaci di governarsi da sè, e forse darebbero allora mano
a metter fine alle vostre dispute in modo da distruggere le vostre più
brillanti speranze e quelle dei vostri amici....»
-25 dicembre 1916.-
Il Protocollo della “Giovine Italia„.
La regia Commissione preposta all'edizione nazionale degli -Scritti-
di Giuseppe Mazzini ha licenziato da qualche tempo, in appendice
alle opere edite e inedite del grande Genovese, il primo volume di
un -Protocollo della «Giovine Italia-», del quale, probabilmente per
causa della guerra, non si parla quanto e come si dovrebbe, con poca
giustizia, in verità; poichè, se la nuova storia della Patria richiama
oggi tutti i nostri pensieri, non è distrarsi il meditare anche quella
di ieri, dalle cui pagine escono voci di calda esortazione e di severo
ammonimento degnissime d'ascolto nelle circostanze attuali.
I.
Che cosa sia questo -Protocollo-, una bellissima introduzione al
sontuoso volume, copiosamente e perspicuamente annotato, spiega con
molta diligenza. Dopo il fallimento della spedizione di Savoia e
durante gli anni che corsero da quell'infelice tentativo al 1839,
Giuseppe Mazzini patì un turbamento profondo. «A torto od a ragione»,
il mal esito era stato a lui addossato; «quanti conosci fra i
migliori», scriveva egli stesso a Nicola Fabrizi, «m'hanno lasciato:
ridono di tutto: mi dicono matto, alcuni -- e degli intimi -- ambizioso,
e per questo ho operato, dicono, con istrepito. Alcuni coprono
il mutamento colla misantropia: altri collo scetticismo o col Don
Giovannismo: altri si contentano di formulare la impossibilità di fare:
altri in fondo vogliono vivere e godere: tutti sono individualisti, che
hanno recitato -- in buona fede o no -- la parte di poeti, di patriotti,
di entusiasti, finchè hanno sperato di vincere. Quando avranno veduto
che la nostra era una teorica di dovere, che bisognava far della vita
una continua battaglia anche con la certezza di non vincere se non dopo
morti, hanno voltato le spalle.... Da qualche scritto in fuori da me,
per ora, non attendete cosa alcuna. Duole a me il dirlo quanto non puoi
credere, perchè la mia vita va via e non vedo via neppur di morire a
mio modo; ma v'illuderei se parlassi altrimenti. Son solo, sfornito di
tutti i mezzi; costretto a lavorare per pane, e nella incredulità che
mi circonda fo molto -- non che propagarle di cercare di ridurle ad atto
-- s'io serbo intatte le mie credenze».
Ma nell'uomo di pensiero e d'azione, nell'uomo che faceva della vita
una «credenza in azione», la forza della fede doveva presto vincere
e fugare i dubbii, le diffidenze, gli sconforti, e produrre un nuovo,
più alto slancio operoso. Per lo studio della psicologia del Maestro
questa crisi è delle più istruttive. Come al Fabrizi, egli descrive
al Melegari l'abbandono nel quale è rimasto, le delusioni sofferte,
la perdita «di ogni senso di vita individuale, d'ogni potenza di
gioia, d'ogni capacità di sentire o sperare un'ombra di felicità»;
«ma d'altra parte,» afferma immediatamente, «lontano dal cadere nella
misantropia quanto alle azioni, mi sento più fermo che mai, più deciso
che mai a giovare -- se mi s'affacciassero mezzi -- all'Italia futura.
Vivrò e morrò, lo spero almeno, per essa. Sicchè qualunque sfogo io
t'accenni sugli uomini e sulle cose d'oggi, non accusarmi di debolezza,
nè di mutamento. Le cose e gli uomini, comunque m'appaiano, possono
oprare sulla mia vita intima e sul mio cuore, tormentandolo; non mai
sulle mie azioni, nè sull'adempimento de' doveri, de' quali il cenno
viene a me da più alta cosa che non è il presente: Dio e il cuore, la
tradizione dell'Umanità e la mia coscienza...». E di lì a poco l'uomo
che aveva negato ogni fiducia «nella generazione vivente in Italia»,
riprendeva «con proposito deliberato, incrollabile, quasi feroce, il
lavoro della -Giovine Italia-.... Perchè la -Giovine Italia- non esiste
più? perchè un'Associazione giurata per un intento gigantesco, giurata
ora e sempre, giurata con promessa esplicita di consacrare pensieri
ed azioni a ottenere vittoria o martirio, si è sciolta dopo il primo
tentativo fallito, come se avesse compito la propria missione? Dopo un
primo tentativo fallito, quando noi sul principio c'eravamo levati più
su degli altri, a un'idea religiosa? quando avevamo dichiarato voler
fare più di tutte le associazioni passate? quando avevamo accusato
e osato e promesso tanto da esigere sforzi e costanza da Titani per
non meritare la derisione? Or che mai è mutato? lo Stato d'Italia?
la santità dello scopo? la nostra credenza nella -potenza- italiana?
no: non ha mutato che la nostra credenza nella -volontà- italiana;
bene; non avrebbe questa ad essere ragione di moltiplicare gli
sforzi per farla nascere?...». E la volontà sua, dell'agitatore, del
suscitatore, dell'apostolo, si tende, s'afforza, ricomincia ad operare,
energicamente, magnificamente, «senza calcolo di tempo nè di riescita».
Il proponimento di ricostituire l'associazione ideata nella fortezza
di Savona sul cadere del 1830 e fondata l'anno appresso in Marsiglia,
è ora partecipato, oltre che al Fabrizi e al Melegari, anche ad
altri fidi, tra i quali Giuseppe Lamberti. Non volendo iniziare una
cosa nuova, «ossia una -forma- nuova», l'esule diffonde da Londra
l'-Istruzione generale- concepita come quella di dieci anni innanzi,
tranne un accenno alla Giovine Europa sorta nel frattempo a Berna. Come
la prima volta, anche ora il sodalizio sarà composto di -Congreghe-
da istituire nei varii paesi, dalle quali dipenderanno gli Ordinatori
incaricati di reclutare gl'iniziati. E negli Stati Uniti e nell'America
meridionale le sezioni sono facilmente formate; non così in Francia,
dove, per esser convenuti la maggior parte dei proscritti e degli
emigrati del 1821, del '31 e del '33, se si trovano molti fedeli
discepoli del Mazzini, vi sono anche parecchi di coloro che sentono
diversamente da lui, i liberali moderati sul tipo del Mamiani e di Pier
Silvestro Leopardi, i fautori del progresso «omiopatico».
II.
Prima che la sezione parigina avesse vita, fin dal 15 maggio del
precedente anno 1840, il Lamberti aveva cominciato a tenere il registro
della corrispondenza epistolare, notandovi, riassumendovi e in buona
parte trascrivendovi tutte le lettere ricevute e spedite Di questo
libro pochi avevano notizia, pochissimi avevano visto l'autografo
ed una copia infedele. L'originale, portato in Italia dal Lamberti
al suo ritorno in patria, nel 1848, fu probabilmente da lui donato,
insieme con gran parte delle lettere del Mazzini, all'amica del
Maestro, Giuditta Sidoli; certo è che pervenne agli eredi di lei e
che da costoro l'acquistò il Re Umberto, il quale volle che fosse
custodito nella sua privata libreria di Torino. Sua Maestà Vittorio
Emanuele III, quando la Commissione mazziniana deliberò di pubblicare
il prezioso manoscritto, concesse che fosse portato a Roma e dispose
che potesse essere consultato con la maggiore agevolezza. Ora se ne è
pubblicato il primo volume, che comprende il registro del carteggio
di due anni e mezzo, dal 15 maggio 1840 al 26 dicembre 1842. Se le
lettere del Mazzini erano già note, per essere state integralmente
raccolte nei volumi dell'-Epistolario- -- due sole riescono nuove
e mancano negli autografi della raccolta Nathan -- le risposte del
Lamberti le completano e illuminano. E i sunti delle centinaia di
lettere degli altri ed agli altri -- Domenico Barberis, il condannato
alla forca insieme col Mazzini e il Berghini; Federico Campanella,
l'attivissimo ordinatore della Congrega di Marsiglia; Carlo Bianco,
capo di quella centrale del Belgio; Angelo Furci, altro operoso
ordinatore; Lorenzo Lesti, esule del '31; Giacomo Ciani, l'editore
che diffondeva da Lugano gli scritti dei patriotti; Felice Foresti,
il liberato dallo Spielberg; Edmo Francia, attivissimo corrispondente
livornese che comunicava al Lamberti le poesie inedite del Giusti
più volte pubblicate nel giornale della Società; Gaetano Moreali,
arrestato nel '21 per aver diffuso un proclama in latino ai soldati
ungheresi invitandoli a non combattere contro un popolo che difendeva
la propria libertà, condannato poi a 10 anni di galera dal Tribunale
statario di Rubiera e morto tisico in carcere; Giuseppe Zacheroni,
segretario dell'Assemblea dei Notabili a Bologna nel '31; Pietro
Fontana Rava, condannato nel '21 a vent'anni di ferri, collaboratore
del Mazzini nella ricostituzione della -Giovine Italia- a Lione; Natale
Danesi, ordinatore dell'Associazione nell'Algeria; Giuseppe Pieri,
il futuro complice di Felice Orsini; Lorenzo Ranco, collaboratore
all'-Italiano-; Giambattista Cuneo, esule in America, fedelissimo
ai principii mazziniani; Gaetano Fedriani, cospiratore in Genova con
Garibaldi nel '34; Teodoro Dallari, compagno di prigionia del Fabrizi
in Modena nel '31 -- i sunti di tante centinaia di lettere formano una
vera miniera di preziose notizie. La vita di quei giorni fortunosi vi
è risuscitata, con le sue ansie, le sue speranze, i suoi disinganni.
A considerare il corso preso dagli avvenimenti, si scoprono gli
errori della politica, le sviste dell'opinione pubblica. Una parte
dei liberali d'Italia si ripromettevano salute da Massimiliano di
Leuchtenberg, figlio del vicerè Eugenio di Beauharnais, particolarmente
dopo il suo matrimonio con una Granduchessa russa: a Milano si formava
una società appositamente per favorire le rivendicazioni di quel
principe! Altri facevano ancora assegnamento sui Borboni d'Italia e
finanche di Spagna. Guglielmo Pepe, come Adolfo Thiers, voleva creare
Re costituzionale di tutta la Penisola il sovrano delle Due Sicilie;
Giacomo Antonini aspettava una discesa spagnuola sulle coste sicule
o napolitane e credeva nell'azione liberale del principe Leopoldo. Ma
gl'-Indipendenti- di Sicilia chiedevano che la loro isola formasse un
regno a parte, e quindi il Mazzini ricusava loro la cooperazione della
-Giovine Italia- per il movimento che essi preparavano a Palermo due
anni dopo quello scoppiato in Aquila.... Le sorti della Polonia stavano
anch'esse a cuore ai patriotti, e di esuli polacchi -- il Gordaszewski,
che aveva preso parte alla spedizione di Savoia; il Dybowski,
ingaggiatosi nella colonna polacca che doveva concorrere alla seconda
spedizione, e divenuto intimo del Mazzini; il famoso profeta Towianski,
per il quale i suoi connazionali erano «impazziti» -- di questi e di
altri esuli il -Protocollo- dà notizie e lettere.
Ma le pagine dove sono riferiti i propositi, i consigli, le intenzioni,
le mosse dei cospiratori italiani, dove sono trascritti e le cifre
dei loro magri bilanci, degli oboli raggranellati per la gran causa
o ricavati dalla vendita dell'-Apostolato popolare- -- il giornale
dell'Associazione che costava 5 soldi per chi poteva spendere,
ma che si dava per 3 agli operai -- non si possono leggere senza
commozione. Il Mazzini non si contentava questa volta di avere con
sè gl'intellettuali: voleva anche acquistar proseliti nel popolo,
scendendo in mezzo ad esso. «È cosa che non abbiamo mai fatta e che
faremo» -- e che fece --; e Giuseppe Lamberti, diligentissimo interprete
del Maestro, gli scriveva da Parigi per dolersi che gli operai italiani
fossero «mescolati nel Comunismo», che non avessero confidenza negli
emigrati «aristocratici», che andassero da loro soltanto quando ne
avevano bisogno: per guadagnarli alla causa nazionale, scriveva,
«bisognerebbe esser a contatto con loro nelle lor fucine». Fin da
allora c'era chi, movendo dal santo precetto che gli uomini debbono
considerarsi ed amarsi come fratelli, presumeva che la patria dovesse
posporsi al genere umano; ma al Mazzini, apostolo delle nazionalità, il
Lamberti riferiva d'aver predicato: «Bisogna che siamo Italiani prima
d'essere Umanitarii».
Non era possibile conseguire l'Unità, il grande scopo, il supremo dei
beni, senza l'unione, e grave al cuore del Mazzini, increscioso sopra
ogni altra cosa, riusciva il dissidio prodottosi sin dall'inizio,
quando uno dei primissimi confidenti ai quali egli aveva partecipato il
proposito di risuscitare la -Giovine Italia-, lo stesso Nicola Fabrizi
gli si era opposto fino allo scisma. Per l'esule modenese, l'antica
associazione aveva compiuto il proprio ufficio ed era quindi vano e
pericoloso tentare di richiamarla in vita. Essa aveva bensì contribuito
a formar l'animo dei cittadini, ma occorreva ora armarne il braccio;
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