Al rombo del cannone
Federico De Roberto
F. DE ROBERTO
AL ROMBO
DEL CANNONE
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1919
Secondo migliaio.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
-I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati
per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda-.
Tip. Fratelli Treves.
AVVERTIMENTO.
-Gli scritti raccolti nel presente volume furono composti e pubblicati
a parte durante la guerra. Mentre si decidevano le sorti della Patria e
del mondo non era possibile distrarre la mente dalla immane tragedia,
al paragone della quale ogni opera di fantasia sarebbe rimasta priva
di senso. L'autore si volse alla storia per cercarvi ammaestramenti e
conforti, studiò memorie di soldati, di diplomatici e di politici, e
tra i libri di bella letteratura esaminò quelli che avevano per tema la
grande crisi, o che indirettamente vi si potevano riferire. Le pagine
che egli ne trasse ad auspicio di vittoria non sono forse indegne
d'essere rilette ora che la guerra è gloriosamente finita.-
31 decembre 1918.
AL ROMBO DEL CANNONE
Vigilia italica.
Il regno d'Italia è dunque in guerra ad oltranza contro l'impero
d'Austria: dall'Adige all'Isonzo, dalle vette delle Prealpi tridentine
agli anfratti del Carso il bombardamento imperversa, la battaglia
infuria. Soldati italiani veleggiano per l'Adriatico, battaglioni di
bersaglieri operano in Val Sabbia; i nomi di Gorizia, di Tolmino, di
Malborghetto, di Monfalcone, di Plava, di Asiago, di Arsiero, della Val
Sugana, della Vallarsa, della Valle Lagarina ricorrono nei bollettini
quotidiani; Trento, Trieste, l'Istria, la Dalmazia sono oggetto della
gran contesa. La Francia è col giovane Regno contro il decrepito
Impero, che ha dalla sua i Prussiani e le altre genti tedesche;
l'Inghilterra e la Russia.... ahimè, l'Inghilterra e la Russia non
sono -- non erano con noi quando una guerra simile alla presente si
combatteva tra il regno d'Italia avente per metropoli Milano e per
vicerè il figlio di Giuseppina di Beauharnais, e l'Austria di Francesco
II.... Come oggi contro l'impero teutonico ed i suoi dipendenti,
l'Europa si era allora collegata contro l'impero napoleonico ed i
suoi satelliti; e il Regno Italico, trasformazione monarchica della
Cisalpina, doppiamente odiato perciò, come opera iniziata dalla
Rivoluzione francese e compita dall'uomo che aveva vòlto a proprio
profitto quel cataclisma, non doveva, non poteva trovar grazia presso
i futuri negoziatori di Vienna, preparatori della Santa Alleanza,
restauratori della -legittimità-.
Ma proprio allora, quando alla difesa d'Italia cooperavano veri
reggimenti italiani ed i primi soldati designati col nome più tardi
glorioso di -bersaglieri-, proprio allora furono proferite la prima
volta tra i popoli e nei Gabinetti le espressioni di -indipendenza
italiana-, di -unità italiana-, e la storia di quei tempestosissimi
giorni ha per noi un interesse profondo ed un irresistibile fascino.
Un ufficiale francese studiosissimo delle imprese guerresche e degli
avvenimenti politici di quel tempo, il comandante Weil, la narrò in
un'opera colossale che è tornata oggi d'attualità: i cinque grossi
volumi, di circa tremila pagine complessive, intitolati -Le prince
Eugène et Murat-, dove si descrivono giorno per giorno e quasi ora per
ora, con una infallibile e inesauribile documentazione, le operazioni
militari dirette dal figliastro e dal cognato del gran Côrso, e si
riferiscono tutti i contemporanei negoziati diplomatici svolti dalla
primavera del 1813 a quella del '14, cioè fino al primo tracollo del
l'impero francese ed alla definitiva rovina dei due regni italiani che
gli erano infeudati.
I.
Nelle grandi linee, la campagna d'Italia del 1813-14, combattuta per
la difesa del nostro paese sugli stessi campi dove si è iniziata per
la sua integrazione quella del 1915, procedette sciaguratamente al
contrario dell'odierna. Oggi il nostro Comando ha preso l'offensiva
nell'impresa di liberazione delle Alpi Giulie; allora Eugenio di
Beauharnais, possedendole dopo che Campoformio era stato corretto
a Presburgo ed a Schönbrunn, doveva soltanto difenderle contro la
rinnovata cupidigia austriaca; noi miriamo alle rive della Sava e
della Drava, entrambe allora tenute -- e perdute -- dal Vicerè. L'occhio
d'aquila di Napoleone aveva, fin da parecchi anni innanzi, antiveduto
in quale situazione il figliastro si sarebbe trovato venendo alle
prese con l'Austria e quale via avrebbe dovuto tenere per ridurla
alla ragione. «Voi concentrerete il vostro esercito nel Friuli» gli
aveva scritto da Parigi il 12 aprile 1809 «e disporrete una divisione
alla sbocco di Pontebba per minacciare continuamente di marciare su
Tarvis.... Secondo il mio calcolo, le principali forze del nemico si
troveranno a Tarvis; così essendo, esso non si porterà su Gorizia,
ma si accentrerà a Lubiana. Lasciate dunque sull'Isonzo una parte
della cavalleria e una dozzina di migliaia di fanti ed avanzate con
tutto l'esercito su Tarvis, nulla concedendo al caso. Tenete bene
unite le vostre forze.» Invece Eugenio, subordinando le proprie
mosse alla manovra austriaca, della quale ebbe troppo tardi notizia,
abbandonava a sè stessa la sua ala sinistra per portarsi con tutte
le truppe disponibili su Adelsberg e Lubiana, perdendo il vantaggio
dell'iniziativa e contromandando poi la marcia, con deplorevole
effetto, per procedere da Gorizia, Canale e Caporetto verso la
Carinzia. Il buon successo di Feistritz parve per un momento avergli
ridato il vantaggio dell'offensiva; ma poi l'inferiorità numerica,
l'incapacità dei luogotenenti, la deficienza dello stato maggiore --
era composto di soli sei ufficiali! -- la diserzione degli Illirici
e dei Dalmati, lo mettevano nella penosa necessità di retrocedere
sull'Isonzo.
Nulla ancora era perduto. La linea dell'Isonzo era naturalmente
designata per una strenua difesa: nove anni innanzi Napoleone aveva
suggerito al figliastro: «Percorrete a cavallo le rive dell'Isonzo;
sono quelle le vostre frontiere. Un giorno sarete chiamato a
difenderle. Bisogna che il più piccolo sentiero e l'infima posizione
siano da voi conosciute. Coteste ricognizioni sono importantissime
e vi riusciranno preziose. Credo che abbiate visto quei luoghi
quando eravate molto giovane, ma che non li abbiate esaminati
tanto minutamente quanto occorre....» Nè la perdita dell'Isonzo
sarebbe riuscita fatale. In una lettera del maggio 1808, da Baiona,
all'inizio dell'avventura spagnuola, e in previsione di nuove
ostilità dell'Austria, il grande stratega aveva riscritto ad Eugenio:
«Quand'anche il nemico occupasse tutto il paese tra Isonzo e Piave,
non terrebbe ancora nulla: insino al Piave il paese nulla offre di
molto importante». Il corso di questo fiume era, a suo giudizio, più
vantaggioso che non quello del Tagliamento; ma l'estrema linea della
difesa, quella che la «spregevole fanteria austriaca» non avrebbe
dovuto nè potuto oltrepassare, consisteva sull'Adige, «di cui Verona è
il centro e il punto principale».
Per mala sorte, mentre il Vicerè era costretto a retrocedere dal
confine orientale, anche quell'altra parte del suo esercito cui
aveva affidato la difesa del redento Tirolo era costretta a ripiegare
fino a Trento ed a Rovereto: l'insurrezione fomentata dal nemico tra
quegli alpigiani e la defezione della Baviera favorivano il còmpito
assegnato al -feldzeugmeister- Hiller. Molto probabilmente il piano
dell'offensiva del Trentino, della cosiddetta «spedizione punitiva»,
concepito la scorsa primavera dallo stato maggiore austriaco, fu
ispirato da quello che un secolo addietro il barone Hiller effettuò:
allora come oggi i nostri nemici pensarono di compiere una gran mossa
avvolgente dall'Alto Adige per la Valsugana, con lo scopo di sboccare
nella pianura veneta e di cogliere alle spalle le truppe operanti
sull'Isonzo; tranne che, mentre oggi le ondate dell'assalto si sono
infrante contro i petti dei nostri soldati, allora i Franco-Italiani
furono costretti a una serie di continue ritirate, da Primolano, da
Cismone, da Folgaria, da Montebaldo, da Ala, dinanzi alle colonne
avversarie discendenti da Borgo di Valsugana e da Feltre e collegate
da corpi volanti per i Sette Comuni, la Vallarsa e la Valfredda. A
Bassano Eugenio compiva uno sforzo e conseguiva un'effimera vittoria,
costringendo i fanti dell'Eckardt a retrocedere su Cismone e quelli
del Brettscheider su Gallio, Asiago e Levico; ma poi il Vicerè doveva
a sua volta abbandonare la linea del Piave e della Brenta ed avviarsi
a Vicenza ed a Verona, talchè Bassano era rioccupata dal nemico, che
procedeva da Castelgomberto verso Vicenza, dove le divisioni scese
dal Trentino dovevano congiungersi con quelle avanzanti dall'Isonzo
e concorrere così all'investimento di Venezia. Ancora una volta
il Vicerè tentava un ritorno offensivo per la Valle Lagarina verso
Rovereto e Trento; ma, espugnata Caldiero, non poteva mantenervisi per
insufficienza di forze e tornava a ridursi a Verona.
II.
Una delle principali cagioni del cattivo esito della campagna era il
voltafaccia di Gioacchino Murat. L'ambizioso sergente di cavalleria
sospinto sul trono di Napoli dall'inaudita fortuna del grande cognato,
temeva d'esser travolto nell'imminente disastro, e volendo assicurarsi
sul capo la malferma corona, bramando anzi d'ingrandire il suo regno
e di ridurre sotto il suo scettro tutte le genti italiane, cercava
alleati tra i nemici di Napoleone, si offriva invano agli Inglesi,
si stringeva da ultimo all'Austria, affidandosi «senza riserva alla
fiducia che deve ispirare la lealtà dei suoi principi, segnatamente
quella del sovrano che oggi la governa». Singolare speranza davvero,
cotesta, di divenir sovrano dell'Italia unita mediante la «lealtà» di
quegli Absburgo che a null'altro aspiravano nè lavoravano, con tutte le
arti e tutte le armi, fuorchè a recuperare Venezia e Milano, l'Istria
e la Dalmazia, il dominio dell'Adriatico e l'egemonia sulla penisola!
Il Weil, pur tessendo una finissima analisi delle esitanze, delle
tergiversazioni, delle contraddizioni di Gioacchino, afferma che,
senza l'opposizione implacabile di lord Guglielmo Bentinck, messo
britannico presso i Borboni di Sicilia, l'improvvisato Re di Napoli
sarebbe riuscito nell'impresa di liberare e ricomporre l'Italia. È
lecito dubitare di questa, come di qualche altra affermazione del
diligentissimo storico. Quando, per esempio, egli dà torto a Napoleone
per avere rifiutato, sul principio del 1813, le «accettabili e
onorevoli» condizioni di pace offertegli dal Metternich, non tiene
conto del grande equivoco, scoperto e documentato da Alberto Sorel,
che si celava nelle proposte del cancelliere austriaco e di tutta la
Coalizione. Quanto all'Italia, affinchè Gioacchino Murat riuscisse
allora a resuscitarla, occorrevano due cose: che la coscienza dei suoi
cittadini fosse formata, e che i potentati europei consentissero a
lasciarla rivivere. Ma se la grande idea era stata concepita da alcuni
generosi, essa non era ancora divenuta, come occorreva, sentimento
e passione comune; e se nei consigli dell'Europa si cominciava a
considerare il problema italiano, non gli si voleva ancora dare, pure
annunziandola e promettendola, la sola soluzione che comportava.
L'Inghilterra lasciò sperare che avrebbe dato mano a liberare la
Penisola dalle influenze rivali dell'Austria e della Francia. Il
Bentinck, acerrimo avversario del Re Gioacchino, ne ostacolava con
ogni possa i piani, ma scriveva a lord Castlereagh, ministro inglese
degli affari esteri, che se la Gran Bretagna avesse estesa la sua
protezione ed assistenza agli Italiani, avrebbe provocato tra loro «un
gran movimento nazionale, simile a quello che ha sollevato la Spagna
e la Germania: un gran movimento in favore dell'indipendenza; e quel
gran popolo, invece che lo strumento d'un tiranno militare o di qualche
altro individuo, invece che lo schiavo dolente di alcuni miserabili
principotti, sarebbe divenuto una formidabile barriera eretta tanto
contro la Francia quanto contro l'Austria. La pace e la felicità del
mondo avrebbero ottenuto un possente aiuto di più. Temo molto, però,
che l'ora sia trascorsa....» L'ora, per dire esattamente, doveva ancora
giungere: tant'è vero, che lo stesso Bentinck non si faceva scrupolo
di difendere, nello stesso tempo che proferiva così belle parole,
gl'«imprescrittibili» diritti borbonici.... Impegnata nel duello
a morte contro la Francia di Napoleone, l'Inghilterra aveva troppo
bisogno di ottenere l'aiuto dell'Austria, e per ottenerlo rinunziava
al magnifico disegno di fare dell'Italia unita un pegno dell'equilibrio
europeo ed un freno alle contrastanti ambizioni austriache e francesi,
contribuendo invece a consegnarne gran parte agli Absburgo: mentre il
Vicerè manovrava tra l'Adige e l'Isonzo, difendendosi del suo meglio
sulle due frontiere, i vascelli britannici comandati dall'ammiraglio
Freemantle cooperavano dal mare con le truppe del maresciallo austriaco
Nugent per ridare a Francesco II Fiume, Pola, Capo d'Istria, Rovigno;
favorivano le operazioni del Tomasich e del Danese in Dalmazia;
prendevano parte all'assedio ed all'espugnazione di Trieste, di Zara,
di Ragusa; e se pure aiutavano i Montenegrini nell'impresa di Cattaro,
lasciavano poi che le Bocche fossero riprese ed annesse dall'Austria e
tenevano per conto di lei, consegnandogliele alla pace, Lissa, Lesina,
tutte le isole adriatiche.
La Francia della Repubblica e dell'Impero potè credere d'aver fatto
molto per l'Italia, e qualche cosa realmente fece; ma la diffidenza
che doveva trattenere allora, e per lungo tempo ancora, i reggitori
di quella nazione, era espressa limpidamente nel rapporto del
Caulaincourt, ministro degli esteri di Napoleone, al suo padrone:
«L'Italia dichiarata indipendente avrebbe senza dubbio un più diretto
interesse a difendersi. Era formata di popoli divisi: Vostra Maestà
ne ha fatta una nazione, e le forze che quel paese ha acquistate
sotto l'amministrazione della Maestà Vostra hanno accresciuto la
sua fiducia in sè stesso. La maggior parte degl'Italiani desiderano
ottenere l'esistenza politica. Il Re di Napoli se n'è accorto. Egli
si servirà d'ogni mezzo per dare sfogo a questa tendenza e riunire,
potendo, le sparse membra d'Italia. Ma se Vostra Maestà consentirà
all'indipendenza di quel paese, ora oppure al momento della pace, sarà
anche nel vostro interesse formarne una sola monarchia? L'Italia ha 16
milioni d'abitanti e tutti i vantaggi d'un suolo fertile e d'una felice
situazione marittima e commerciale. Un buon governo potrà, in una sola
generazione, aumentare di metà quella popolazione. I suoi arsenali,
il suo commercio, la sua marina, si sviluppano a poco a poco. Essa
porta via alla Francia il commercio del Levante e la preponderanza nel
Mediterraneo; e, forte della sua posizione fra una catena di montagne
e i due mari, diventa la prima potenza del Mezzogiorno....»
Alla pregiudiziale della rivalità nazionale si aggiungeva l'ostacolo
della rivalità delle persone. Chi dei due, tra Eugenio di Beauharnais,
Vicerè del regno settentrionale, e Gioacchino Murat, Re del regno
napolitano, avrebbe ottenuto lo scettro dell'Italia una? L'invidia
contro il Beauharnais, la paura di vedersi soppiantato da lui, la
certezza che Napoleone lo preferisse, facevano titubare il Murat,
rendevano doppio e perfido quel soldato nativamente franco e leale.
L'uno accorrendo da Napoli verso i campi lombardi, occupando Roma,
la Toscana, le Marche; l'altro battagliando tra l'Adige e l'Isonzo,
parlavano agl'Italiani di libertà, d'unità, d'indipendenza; ma Eugenio
confessava candidamente di non avere sposato la causa italiana se
non «come leva per ottenere nuovi sacrifizii» dai suoi sudditi; e
Murat presumeva di fare l'Italia gettandosi in braccio all'Austria,
annunziando che la coalizione nella quale egli entrava aveva la
«magnanima intenzione di ristabilire l'indipendenza delle nazioni....»
III.
Dell'indipendenza italiana osava parlare la stessa Austria! Il
proclama del conte Nugent, disceso con gli Austro-Inglesi dalla vinta
ed asservita Trieste alle foci del Po, e procedente verso Ferrara
e Ravenna, portava l'intestazione: -Regno indipendente d'Italia-,
e diceva alle genti: «Voi avete sofferto sotto il giogo di ferro
dell'oppressore. I nostri eserciti sono venuti per liberarvi del tutto.
Un nuovo ordine di cose, destinato a restaurare la vostra felicità, vi
si offre.... Coraggiosi e bravi Italiani, è vostro interesse prendere
le armi per conseguire la vostra rigenerazione e la vostra felicità....
-Voi dovete divenire una nazione indipendente-....» Il generale
austriaco, come il Vicerè francese e l'ambasciatore britannico, teneva
quel linguaggio per trarre dalla sua le popolazioni: quattro mesi dopo,
caduto Napoleone, l'ultimo tricolore sventolante ancora in Italia era
ammainato, l'esercito italiano cessava d'esistere, e un nuovo proclama
del Bellegarde, ornato in testa dell'aquila bicipite, partecipava
ai Lombardo-Veneti il «felice destino» che era stato loro concesso:
l'annessione alla Monarchia absburghese....
Buon profeta, tra i molti illusi, era stato Gabriele Pepe, quando,
biasimando i portamenti di Gioacchino e la sua entrata nella
Coalizione, si dichiarava ignaro delle condizioni del trattato, ma
«certo che l'Italia non avrà nè l'indipendenza nè l'unità». La menzogna
di quelle promesse fu grave di conseguenze funeste. «La condotta degli
Alleati verso l'Italia è un peccato che, al pari dello smembramento
della Polonia, costerà molto caro all'Europa. Occorreranno ancora
una ventina d'anni d'espiazione....» A parte l'errore di calcolo,
perchè l'espiazione durò molto di più, anche queste parole furono
profetiche: le pronunziò quel goriziano Catinelli che, mezzo secolo
prima di Garibaldi, tentò un'impresa garibaldina al rovescio: salpò con
mille soldati da Milazzo per tentar di sollevare la Toscana, prendere
alle spalle il Vicerè sul Mincio e concorrere alla «liberazione»
della Penisola, auspici gli Austriaci e gl'Inglesi.... Gli Alleati
del 1813-14, dichiarando di combattere una crociata per la «libertà»
d'Europa, per la causa del «diritto» e della «giustizia», ridussero
bensì all'impotenza il grande perturbatore dell'antico equilibrio, ma
non compirono l'opera, diedero ai popoli false speranze e ribadirono le
catene ai polsi degl'Italiani. La presenza dell'Italia risorta fra gli
Alleati odierni è la maggiore e migliore garanzia contro il ripetersi
di simili errori.
-12 ottobre 1916.-
Una Absburgo in Italia: MARIA CAROLINA DI NAPOLI.
I libri della guerra non offrono ancora molto interesse: vuole la
necessità che la storia non cominci se non quando gli attori e i
testimonii dei grandi avvenimenti spariscono. Di qui a cent'anni si
continueranno a pubblicare documenti delle conflagrazioni attuali, come
anche oggi, dopo più d'un secolo, ne vengono fuori, e di prim'ordine,
intorno a quelle della Rivoluzione, del Consolato e dell'Impero. Il
carteggio di Maria Carolina col marchese di Gallo, edito a Parigi
dal comandante Weil e dal marchese di Somma-Circello quando la voce
dei cannoni echeggiò la prima volta, e forse perciò non osservato con
l'attenzione che meritava, porta un contributo prezioso alla storia
delle Due Sicilie dall'inizio dei rivolgimenti francesi sino alla
seconda fuga della Corte borbonica da Napoli, cioè al 1806, e consente
di aggiungere nuovi tocchi al ritratto morale di quel singolare
personaggio che fu la figlia di Maria Teresa, sorella di Maria
Antonietta, moglie di Ferdinando IV, amica di Guglielmo Acton e di Emma
Lionna.
I.
Dice la cronaca scandalosa, e rammenta anche il Welschinger nella
prefazione ai due grossi volumi, che la Regina di Napoli aveva
accordato al Gallo, oltre l'amicizia, qualche altra cosa; ma chi
pensasse di trovarne qui le prove resterebbe disingannato. Non c'è una
sola parola che attesti l'intima natura dei rapporti della sovrana
col vassallo; Maria Carolina si firma -maîtresse-, cioè padrona,
non già amante del suo ambasciatore e ministro, e gli tiene bensì il
linguaggio della massima confidenza, gli parla «a cuore aperto», lo
mette a parte di tutti gli avvenimenti del regno e di tutta la cronaca
della reggia, gli scrive in cifra e col succo di limone cose che
divulgate le recherebbero molto pregiudizio e gli raccomanda perciò di
bruciare queste sue lettere; gli professa anche un'amicizia «eterna»,
una stima «eterna» altrettanto; lo giudica amico «perfetto», spera
di vivere ancora vicino a lui e di finire i proprii giorni accanto al
«vecchio amico» a cui dice addio «sino alla tomba»; ma tutte queste,
ed altre espressioni similmente ampollose ed enfatiche come vuole il
temperamento della scrittrice, non mettono nessun sapore di romanzo nel
succoso epistolario. C'è qua e là qualche nota salace: la Regina parla
al ministro del male che le fanno le emorroidi e delle operazioni a
cui è stata sottoposta per una fistola; gli manda anche la relazione
dei medici accompagnata da disegni che ella stessa qualifica «molto
indecenti»; ma questa mancanza di pudore potrebbe dimostrare non tanto
l'abbandono dell'amante quanto l'ottusità e l'idiozia morale della
donna. Si legga in quali termini ella parla della sensualità della
nuora e della frigidità del genero, e il dubbio riescirà anche più
legittimo.
La donna, appunto, è quella che noi cerchiamo nella Regina, e poche
altre sovrane dimenticarono tanto la corona e lo scettro nel rivelare
il proprio pensiero quanto Maria Carolina componendo queste sue
lettere. Si dice che Napoleone Bonaparte la definisse: «il solo
uomo delle Due Sicilie», e il giudizio potrebbe essere appropriato,
considerando che razza d'uomo fu il Re suo marito e quali persone lo
circondarono dopo l'allontanamento di Bernardo Tanucci; ma la virilità
di Maria Carolina resta ancora da dimostrare, e in queste pagine, se
mai, ne troviamo prove negative del tutto.
Ella adopera una violenza, una virulenza di linguaggio che non è, come
pare, espressione di forza. Un odio profondo, istintivo, tenace, la
infiamma contro la Francia democratica che ha rovesciato la monarchia
nazionale e minaccia le straniere, che le ha ucciso il cognato e la
sorella. I segni verbali di questo sentimento cieco e inestinguibile si
moltiplicano sotto la sua penna: i Francesi sono «birbanti, briganti,
miserabili, scellerati, maledetti, canaglie, pazzi, forsennati, pirati,
assassini, vandali, tigri, mostri»; il suo augurio è che quella «infame
nazione sia tagliata a pezzi, annichilita, disonorata, ridotta a nulla
per almeno cinquant'anni»; ella non vede altro rimedio che armarsi
in massa contro di lei, «col crocifisso in mano» -- l'espressione
è del 1793, e il cardinale Ruffo se ne rammenterà sei anni dopo in
Calabria -- nè giudica che vi possa esser salvezza per il mondo se
Parigi non sarà «rasa al suolo»; la sua ultima speranza è riposta in
50 mila Turchi che «saccheggino ogni cosa» -- solo i Turchi sono, a
suo giudizio, «franchi e leali» -- oppure in 20 mila Albanesi ai quali
direbbe: «Amici miei, saccheggiate, mangiate, rovinate....»; ma, con
tanta sete di vendetta, ella è tutt'altro che sorda ai consigli della
moderazione quando giunge il momento di agire, e se lavora a cementare
la coalizione dei potentati contro la «scelleraggine francese», ordina
all'ambasciatore di tener nascosto questo maneggio, perchè non vuol
essere «compromessa», e se i detestati Francesi appariscono nelle
acque di Napoli per imporsi alla città ed al regno, ella non tenta di
opporsi, di far valere comunque la qualunque sua forza; al contrario:
si piega, e piegandosi, vantandosi «onesta nel cuore», dichiara
che aspetta di cogliere la prima occasione per mostrare il vero suo
animo....
Questa potrebb'essere prudenza, e non sarebbe perciò da confondere
con la viltà, tanto più che verrà la volta quando la Regina sarà
temeraria e spingerà la monarchia alla rovina; ma nella mancanza di
misura, precisamente, nel procedere così per pavide sottomissioni ed
aggressioni spavalde, si rivela la mancanza di forza vera, di energia
schietta e durevole, di resistente e indomabile coraggio. «-Paura,
paura e ancora paura-», scrive nel giugno del 1794; «è orribile a
dirsi, ma vero». Di questa paura che addebita ai circostanti, ella
stessa è partecipe. Quando afferma: «Se dobbiamo perire, bisogna
che ciò avvenga per disgrazia, e non per mancanza di energia e di
coraggio»; quando dice che ha deciso di contendere il regno a palmo
a palmo, di ritirarsi da Gaeta a Capua, a Napoli, a Salerno, a
Cosenza, a Calanzaro, a Reggio, a Messina, a Palermo, ad Augusta, e
che, sopraffatta in questo estremo rifugio, getterà con le proprie
mani i suoi sette figli in mare e si precipiterà da ultimo dietro
di loro, le parole sono belle, ma i fatti non le confermano. Nella
sconfitta si smarrisce, si avvilisce, si prostra: dopo la pace del
1796 dichiara che le grandezze non le importano più, che ha perduto
tutte le sue illusioni, che vede le cose «con gli occhi della verità»,
che aspetta di finire i suoi giorni «non solo senza pena, ma con
una specie di godimento», e protesta e giura che non intende più
«impacciarsi di nulla»: parole, parole, e ancora parole: appena stima
giunto il momento della rivincita, fa il colpo di testa del 1798 --
salvo, dopo la catastrofe, a gemere, a lagrimare, a dichiarare che la
sua «scena è finita», che non chiede altro se non di ridursi a Linz,
a Graz od a Presburgo, «sia pure in Valacchia», dove si contenterà di
«pane e cipolle», maledicendo il «falso eroismo» che l'ha spinta alla
perdizione: ancora parole, ancora menzogne; perchè, insieme con queste
espressioni del pentimento, si alternano quelle del furore impotente,
dell'odio impenitente, del delirio isterico: vengano, esclama, gli
stranieri: «quali che siano, le forze potrebbero scendere in Puglia,
sciabolare, avanzarsi. Non potranno far male se non ai possidenti:
la terra già non potranno distruggerla». Ma se anche la terra potesse
andarne distrutta, ella non esiterebbe a dar l'ordine: «la stessa peste
è meno temibile che la Repubblica stabilita ed afforzata in Napoli....
Un massacro generale non mi farebbe la minima pena.... Ve ne prego, in
nome del Re e mio: se mai gli Austriaci o i Russi scendessero dalla
parte di Roma a Napoli, niente accordo, niente convenzione, niente
tregua, niente perdono....» E queste, ora, non sono più sole parole:
queste espressioni della ferocia, sì, ricevono piena conferma dagli
atti, quando la capitolazione dei Repubblicani, offerta e sottoscritta
dal luogotenente del Re, firmata e garantita dai rappresentanti di
tre grandi potenze europee, sarà da lei lacerata e la «scellerata
Repubblica tricolore» andrà per suo ordine sommersa nel sangue....
Ma ella non crede d'aver commesso nulla di male; se mai, soffre
«mortalmente» delle violenze e della severità: il suo cuore «ne geme».
Prima ancora di lordarsi le mani, dichiara preferibile «esser vittima,
piuttosto che farne»; dopo l'immane tragedia, continua a protestare
che la sua «morale» le consiglia di anteporre «l'esser vittima allo
scatenare un flagello», e che sarebbe farle gran torto giudicarla
«arrabbiata energumena». Non crede possibile la salvezza, ha detto,
se non «con la forca e il carnefice a fianco e le orecchie turate,
col cuore indurito e le leggi stracciate»; e quando ha eseguito
puntualmente il programma, vanta la propria «purezza», esalta la
propria «bontà», si duole che «la bontà non è la virtù occorrente alla
conservazione dei troni», benedice Dio d'averla fatta giungere alla
fine della carriera, perchè altrimenti si sarebbe «guastata», sarebbe
divenuta «despota» e «scellerata....» Lei ed i suoi sono «gente onesta:
questo e certissimo»; gente che non comprende nè ammette «se non i
procedimenti della politica onesta e retta dei buoni tempi antichi»:
lo dichiara nel 1803 al marchese di Gallo dandogli «parola d'onore»,
la sua parola «sacra», che resterà neutrale se la Francia le accorderà
la pace -- salvo a chiamare, di nascosto, i Russi e gl'Inglesi; salvo a
porre il suo ambasciatore e confidente nella necessità di dimettersi
quando vedrà che la Regina gli ha giurato il falso. Ella che prende
il servitore ed amico a testimonio della propria lealtà, non sa che
costui bollerà un giorno la «leggerezza» e l'«inconseguenza» di lei:
eufemismi ai quali il diplomatico e suddito ricorre per non poter dire
«tradimento» e «viltà».
II.
Si potrà sostenere, almeno, che questa impudenza è incosciente come
forse è incosciente l'impudicizia? Neanche. Molte cose, troppe cose
mancano a Maria Carolina, fuorchè l'intelligenza. La sua immaginazione
«fermenta», ella «sente» tutto, «prevede» tutto; vive molto «con sè
stessa» ed è capace di esaminarsi «senza onta nè repugnanza». Lampi di
verità, allora, la abbagliano: «Vorrei punire il delitto e perdonare
gli individui; ma, come tutti i paurosi e codardi, noi crediamo che
la crudeltà premunisca, e quella che esercitiamo, da cui repugnano gli
stessi giudici che vi sono costretti, finisce con l'alienarci i pochi
cuori rimasti affezionati». Paura e codardia: ella stessa pronunzia la
sentenza tremenda: ma conoscersi, avere coscienza dei proprii vizii,
non è il primo, il più gran passo sulla via dell'emenda? Sì, quando
la passione non è più forte; e le passioni della Regina sono tutte più
forti: l'orgoglio e la superbia prevalgono, il bisogno della vendetta è
irresistibile, l'appetito del potere, la sete del dominio, la voluttà
dell'intrigo, la vanità regale, il fanatismo feudale, l'odio contro
la libertà dissipano i buoni propositi, i consigli della prudenza, le
velleità di rinunzia.
Dieci, cento, mille volte, nella previsione delle catastrofi, in mezzo
alle rovine, assicura che tutto è finito per lei, che un convento
l'aspetta, che senza la religione si darebbe la morte, che «aborre
e detesta» il suo mestiere di Regina esercitato malamente, che vuole
rinunziare a quel «cane di mestiere», che intende d'ora innanzi vivere
da privata compiendo «gli atti di virtù di cui sono capace», che ha
bisogno di farsi «dimenticare», che invidia chi «zappa la terra», che
non chiede altro se non «una pensione, un giardino, qualche libro, i
pennelli, le matite, un pianoforte», per vivere meditando e componendo
le sue memorie, e che farà incidere sul portone della sua casa: «-Qui
non si parla nè di monarchi, nè dì governi, nè di politica, e neanche
delle notizie delle gazzette-»; ma tutte le volte, ed ogni volta più
ostinatamente, riprende, vuole riprendere, muove cielo e terra per
riprendere il suo posto, e giura che sosterrà la sua parte «finchè ci
sarà olio nella lampada», che lotterà «finchè avrò una goccia di sangue
nelle vene», che compirà il suo dovere «fino alla tomba»!
Ella stessa dà la chiave di questa continua e stridente contraddizione.
«Se fossi soltanto privata cittadina, mi piegherei facilmente....
ma Regina!... Parlerò, e il mondo intero mi restituirà la sua stima.
Sono la figlia di Maria Teresa!...» Il male è che, essendo figlia di
Maria Teresa, volendo levarsi all'altezza della madre, non le tocca i
ginocchi. I suoi disegni politici sono un arruffio, un guazzabuglio di
assurdità. Arriva ad avere una singolare visione: l'Italia fiorente,
rifiorente, affidata ai posteri uniti e concordi in modo da rendere
impossibile che «la bella contrada» sia soggiogata mai più: ma sono
idee «inutili», riconosce, che non potranno effettuarsi «se non
quando la nostra esistenza sarà dimenticata». Di tradurre in realtà la
visione, di fare almeno qualche tentativo, di scernere se non altro la
via per la quale ci si potrà arrivare, ella non possiede la capacità.
Si contenta di pensare che se Gustavo di Svezia o Giuseppe II vivessero
ancora, direbbe loro: «Osate, affezionatevi l'esercito, i baroni ricchi
e potenti, lanciate ai popoli nobili manifesti, parlate il linguaggio
dell'intelligenza, dell'amor proprio, guadagnatevi i cuori e procurate
con ogni mezzo di divenire Re d'Italia....»; ma quei sovrani sono morti
e sepolti, e non avendo «nè l'energia, nè la potenza, nè il carattere,
nè la perseveranza, nè i mezzi loro, bisogna piegare sotto il
giogo....» L'amore di sè soffre, assicura -- e non è difficile crederla!
-- «nel fare questa confessione che mi è costata molte lagrime»; ma la
sincerità non ritorna, come non tornano i lampi della verità; torna
invece la presunzione, ricominciano le smanie, le manie, le insanie,
l'impossibilità di accettare le lezioni della vita, di sottostare alle
leggi della realtà.
Da Palermo, dove si è rifugiata, giudica preferibile «entrare in
un monastero piuttosto che vedermi insultata nei miei Stati»; ma
poi l'idea di vivere da semplice privata in Germania le riesce
intollerabile «per punto d'onore»; ed a Vienna, dove si ritrova
«Regina di nome e cittadina di fatto», dove la resistenza alla Francia
non è ostinata quanto ella vorrebbe, dove i parenti e la figlia non
la trattano come pretende esser trattata, a Vienna rigurgitante di
generali «da sputarci sopra», le è impossibile vivere; sennonchè,
quando torna a Napoli e trova che le cose vanno ancora peggio di
prima, riprende a dichiarare che preferirebbe «zappare la terra al mio
paese, piuttosto che vivere qui....» Non si accorge di portare con sè,
dovunque, le ragioni dello scontento. Si sdegna contro l'ambasciatore
francese Alquier che la giudica affetta da «demenza convulsiva», ma
ella stessa non confessa che si sente «ammalata di rabbia», in «uno
stato violento», e che teme di morire -- come infatti morrà, nove anni
dopo -- «d'un colpo apoplettico»? I freni morali non funzionano in
lei: scatta al minimo impulso, avventa giudizii spaventevoli contro i
suoi più prossimi, contro il Re che poi protesta di voler rispettare
e di «non voler porre in ridicolo»; contro i suoi parenti austriaci,
contro l'Imperatore che ha precipitato la monarchia d'Absburgo
«nell'obbrobrio» e che ne ha assicurato «lo sprofondamento»; contro i
parenti di Spagna, la cui Corte è un «-infâme tripot-», la cui Regina
è una «-vieille catin-»; contro il Papa, che dice di rispettare come
discendente di San Pietro, ma che «come sovrano è infame e merita il
disprezzo universale»; contro gli Inglesi e i Russi, che ha portati al
cielo quando si è alleata con loro, ma che, non appena la scontentano,
diventano «infami, saccheggiatori, egoisti, vili, implacabili e perfidi
nemici».
III.
L'improvviso mutamento d'opinione e l'alternarsi di atteggiamenti
diametralmente opposti non è tanto sintomatico quanto nel caso di
Napoleone Bonaparte. Giudica lui solo degno d'esser «ministro della
guerra in Italia», perchè lui solo sa trasformare «gl'Italiani
in soldati»; dice che «lui solo, -solo-, SOLO in tutta Europa sa
governare, maneggiare, dirigere i popoli e gli affari», e gli vorrebbe
quindi affidare il proprio regno durante un anno affinchè glielo
restauri, e gli professa «vera stima» e «profonda ammirazione» e
«sincera venerazione», e se il grand'uomo morisse, vorrebbe che lo
riducessero in polvere, «per darne una cartina a ciascun sovrano e due
a ciascuno dei loro ministri, e allora le cose andrebbero meglio»;
ma poi, anzi contemporaneamente, egli è «il bastardo incestuoso,
il mitragliatore, l'avvelenatore di Giaffa, quello dei prigionieri
infermi precipitati nel Po, mussulmano in Egitto, cattolico a Parigi,
scellerato dovunque....».
L'accusa che gli rivolge con maggiore compiacimento è d'essere un
«-parvenu-», un imperatore «di nuova fabbrica»; ma il peggio, ancora,
è che, giudicandolo tale, gli si umilia, lei, la figlia di Maria
Teresa! Quante volte ha dichiarato preferibile «perire piuttosto
che disonorarsi», quante volte ha promesso al suo confidente ed a
sè stessa di non voler «mendicare misericordia da nessuno»? Orbene:
ella la mèndica dall'«arci-Imperatore», da «Bonaparte I»; gli scrive
una lettera d'umile implorazione, si espone a riceverne una risposta
ironica e minacciosa, leggendo la quale -- «io, la figlia di Maria
Teresa!» -- per poco non crepa di rabbia. Ma la rabbia, l'umiliazione,
la mortificazione non le impediscono di tornare a piatire:
«L'Imperatore è tanto grande! Ha tanta gloria che potrebbe acquistarne
un'altra, una vera, mostrandosi generoso, lasciandoci tranquilli a
casa nostra, -sicuro che mai più-» -- dopo tre impegni spezzati, e nello
stesso punto di infrangere il terzo! -- «ci lasceremo sedurre!... Non ho
più fiducia in nessuno, e mi sottometterei al tiranno, se mi trattasse
bene....» Ha giurato che «mai, -mai-, MAI» consentirà che il Re di
Napoli si riduca alla condizione di tributario o prefetto del proprio
regno: e, meno di tre mesi dopo, accatta per suo figlio il posto «di
re o di prefetto....» E nel chiedere che l'ambasciatore interponga
i suoi buoni ufficii per ottenerle questa elemosina dal padrone del
mondo, avvilendosi fino ad offrirglisi in ostaggio, dimentica d'averlo
chiamato «bestia feroce, animale ruggente, mostro morale, vendicativo,
furente....»
In verità, il «piccolo Côrso» non dovrebbe fare altro se non
risponderle come rispondeva a lui stesso il granatiere della leggenda:
«-Après vous, s'il en reste!-...»
-28 maggio 1916.-
L'Austria nei giudizii d'un suo alleato.
Pietro Colletta, nel terzo Libro della sua classica -Storia-, narrando
l'accortissima ritirata strategica compiuta nel 1798 da quella parte
dell'esercito napolitano che obbediva al generale Damas, giudicò che la
salvezza della legione fosse «frutto del dimostrato valore de' soldati
e del duce. I quali andarono lodati di que' fatti; ma poche virtù fra
molte sventure si cancellano presto dalla memoria degli uomini».
Più d'un secolo doveva passare prima che la diretta testimonianza dello
stesso duce rinverdisse quegli allori, e le -Memorie- del conte di
Damas, rimaste inedite nell'archivio della nobile famiglia, dovevano
finire di pubblicarsi in sul divampare d'una nuova serie di guerre
più sanguinose e tremende di quelle alle quali l'autore partecipò. Ma
appunto per questa coincidenza il libro, che in altri tempi avrebbe
interessato soltanto pochi studiosi, si raccomanda oggi ad un maggior
numero di lettori ed ha pagine che parrebbero scritte per noi.
I.
Ruggero di Damas, discendente da una famiglia di prodi, ebbe da
fanciullo una straordinaria vocazione per il mestiere dei suoi
maggiori, «il più bel mestiere del mondo», ed entrò giovanetto nel
Reggimento del Re; ma, per la pace che allora regnava nella sua patria,
non potendo altrimenti sfogare l'umor bellicoso se non nei duelli,
una bella mattina, letto un giornale che dava notizie della guerra
combattuta in quell'anno 1787 tra Russi e Turchi, restò «asfissiato»
dalla lettura, e senza porre tempo in mezzo, senza chieder licenza nè a
parenti nè a superiori, partì per la Russia con pochi denari ottenuti
in prestito e andò ad offrire la sua spada al principe Potemkine.
Fu accettato, ed ebbe anche la fortuna d'incontrarsi col principe di
Ligne, che conosceva da Parigi e che si trovava presso i Moscoviti come
rappresentante dell'esercito austriaco loro alleato. Il volontario ed
il generale si misero a studiare insieme la lingua russa, «ritenendo
le parole -baionetta- e -vittoria- prima che -pane- e -vino-», e
la vittoria ben presto rimeritò il suo ardentissimo alunno, in un
combattimento più navale che terrestre contro il vascello ammiraglio
ottomano ancorato sulla foce del Dnieper: la nave fu presa d'assalto
dalle scialuppe comandate dal Damas, che ebbe in premio la croce di San
Giorgio ed una spada d'oro da Caterina II. Ferito più volte, promosso
al comando di reggimenti di cavalleria e di fanteria -- aveva soli 23
anni -- distintosi negli assedii e nelle espugnazioni, segnatamente ad
Ismail, dove si guadagnò una commenda, l'ardito colonnello dimenticò
quella guerra per le notizie d'un'altra, non solamente più grossa,
ma più importante agli occhi ed all'anima di un Francese: la guerra
originata dalla Rivoluzione.
Bisogna dir subito che, nato e cresciuto nella devozione al suo
Re, offeso nelle opinioni, negli affetti e negli interessi dalle
persecuzioni alle quali fu fatta segno la sua famiglia, Ruggero di
Damas non corse alla frontiera di Francia per combattere con gli
eserciti repubblicani contro lo straniero, bensì per combatterli
nell'-Armée royale-, nell'esercito di emigrati capitanato dal Condé e
alleato degli stranieri. Non fu dunque, questa volta, la bella guerra:
fu la guerra civile, con tutti i suoi orrori -- dei quali egli stesso
ebbe piena coscienza, se chiamò «strazianti» le cause e i ricordi
di quegli avvenimenti, se nessun godimento potè mai provare «che non
fosse formato dalle memorie o dalla speranza della Francia, che non
provenisse da lei od a lei non mi riportasse», se dichiarò che la sua
mano si sarebbe irrigidita prima di dare a stranieri il consiglio di
entrare in Francia «senza la certezza che aspirino soltanto ad una
pace solida e che nessuna idea di conquista li governi», e se, cercando
ovunque una nuova patria e non trovandola in nessun luogo, credendo di
poter fuggire la lava dilagante dal vulcano francese via per il mondo,
e sentendosi sempre raggiunto da quella, pensò e scrisse un giorno: «I
piedi mi bruciano ovunque mi fermo; presto non mi resterà altro rifugio
che nel cratere di Francia...».
Il militare di professione, del resto, non poteva non ammirare l'impeto
straordinario e gli sforzi sovrumani dei generali della Repubblica,
«l'ardore che conduce alla conquista del mondo»; e se, da legittimista
convinto e inconvertibile, egli condannò in Napoleone l'usurpatore
del trono di San Luigi, fu compreso anche di tanta meraviglia per le
grandi cose compite dal capitano immortale, da esclamare con simpatica
ingenuità: «Perchè non è egli Borbone!...»
Simpatica propriamente riesce la figura di questo singolarissimo
campione della causa dei Re, il quale non si lascia intanto accecare
dalla fede monarchica, ma critica lo stesso Re suo, pure servendolo,
e, pur combattendo la Repubblica, domanda a sè stesso, considerata la
nullità dei monarchi del suo tempo: «Perchè mai l'Europa dipende da
cotesta genie? I regnanti attuali disgusterebbero per tutta la vita
del principio monarchico!...» Con parola più mordace, attribuendo la
fortuna politica del Bonaparte alla deficienza degli altri sovrani,
dichiara che allora crederà al tramonto dell'astro napoleonico quando
i troni saranno resi vacanti «da una -epizoozia- di tutte le famiglie
regnanti....» È vero, tuttavia, che il mestiere del Re «dev'essere
divenuto molto duro, se un Luigi Bonaparte se ne stanca e lo smette...»
Sebbene partigiano, Ruggero di Damas non ha peli sulla lingua. Il
famoso manifesto del Brunswick, donde prende le mosse la reazione
sulla quale egli fonda tutte le sue speranze, è da lui severamente
criticato; e battendosi insieme col duca e con gli Austriaci durante la
campagna di Francia che dagli effimeri successi di Longwy e di Verdun
finisce a Valmy con la ritirata e la rotta, non risparmia i biasimi
alla strategia del comandante supremo; e lodando l'esercito prussiano
dove è da lodare, denunzia la barbarie di cui esso si macchia. «Come
difendersi da un sentimento di pena e di terrore, vedendo cotesto
esercito celebrare il suo primo passo nel territorio francese con la
più arbitraria devastazione?...» Un colonnello è cancellato dai ruoli
e due soldati sono impiccati per dare un esempio; «ma io non potevo
supporre allora che, ad impedire il disordine, sarebbe stato necessario
impiccare tutto l'esercito....»
II.
Un più profondo esame ed un più severo giudizio è quello del quale
egli fa oggetto un'altra potenza coalizzata contro la Repubblica di
Francia: l'Austria. Come stimarla capace di vincere, se a tutte le
molle che il «giacobinismo» faceva scattare nei petti dei soldati
repubblicani, essa non sapeva opporre altro che la «pedanteria»? Come
credere al genio dell'idolo dei Viennesi, il Coburgo, dopo aver visto
cotesto maresciallo, a capo di 15000 soldati austriaci, indietreggiare
all'assedio di Giurgevo dinanzi a soli 4000 Turchi? Come credere
all'ingegno dei generali di corte, dell'arciduca Giovanni, «adoperato
a guisa di polverine del James all'agonia d'un infermo», od a quello
dello stesso arciduca Carlo? «Chi si è condotto come costui, nelle
circostanze in cui si è trovato, non ha pensato una sola idea giusta,
non ha fatto nulla di raccomandabile, e se ha avuto qualche momento
di fortuna, bisogna cercare fra coloro che lo circondano la testa che
pensava per lui....»
Sarebbe certamente stolto, avverte il Damas, negare il valore di alcuni
generali austriaci; ma essi non possono adoperarlo come i francesi,
perchè «il genio della loro nazione li rende incapaci di rinnovarsi:
gli Austriaci resteranno sempre un esercito d'altri tempi, teorico,
coraggioso, ma lento e testardo nei suoi sistemi: essi agiranno contro
i nostri nipoti come agirono contro i nostri avoli, e per conseguenza
saranno battuti da quelli come furono battuti da questi.... La lentezza
di concezione e di esecuzione nei generali, l'asservimento alla
pedanteria nei preparativi nell'azione, l'inerzia e la svogliatezza
nei subalterni, l'apatia dopo i buoni successi come dopo i rovesci,
sono altrettanti vizii ed impacci». E, per esempio, a Wattignies
il Cleyrfait «giudicò più semplice lasciar proseguire la ritirata
vergognosa, anche quando le circostanze non l'esigevano più, che di
fare indietreggiare le truppe il cui movimento era già cominciato, e
solo per apatia non diede nessun contrordine. Il successivo passaggio
della Sambra fu così compiuto e la battaglia più importante si trovò
perduta, mentre i Francesi si ritiravano in tutta fretta sulla loro
destra. Simili fatti si crederebbero difficilmente da chi non ne fosse
stato testimonio; ma io garantisco che quanti hanno servito con gli
Austriaci ne avranno una collezione....» Altro esempio: l'inutilità
della vittoria di Essling, dopo la quale -- ma prima di Wagram! -- i
soldati di Napoleone trovano un argutissimo modo di scusare la disfatta
del loro duce, del loro -papà-: «Il nostro papà non fa più altro
che sciocchezze dacchè è in Austria: il contagio del paese gli si è
attaccato....»
Quando era al servizio di Caterina II, il Damas aveva visto i Russi
rallegrarsi e godere all'annunzio delle disfatte degli Austriaci,
come se fossero loro nemici, mentre erano alleati contro il Turco,
nemico comune: questo sentimento che lo stupì profondamente, e
che poteva sembrare propriamente iniquo, fu da lui compreso quando
studiò da vicino la psicologia austriaca. «Gl'individui di cotesto
esercito aggiungono ai loro difetti disgraziatamente troppo noti, una
presunzione ed una sufficienza indefinibili; essi non possono andare
d'accordo con nessun alleato, non apprezzano altro che i sussidii
in denaro, e questo genere di concorso non serve se non a farli
perseverare nella guerra senza portare rimedio ai loro errori. Tutte le
battaglie che hanno sostenute in lega coi Russi hanno messo a giorno la
poca cordialità e la poca simpatia di cui sono suscettibili, e questo
esempio recente fa tremare per l'avvenire. Quasi tutti i trattati
conclusi dalla Corte di Vienna da un secolo a noi hanno dimostrato
la sua abilità nel gravar la mano sugli alleati, e la potenza che
contrae con lei si trova egualmente oppressa sui campi di battaglia
e nei gabinetti diplomatici....» Ma la presunzione e la prepotenza
finiscono il giorno delle sconfitte: allora gli altezzosi sono in
preda ad un abbattimento che fa accettare le paci «disastrose», le
paci «vergognose». Nei lunghi soggiorni dell'autore a Vienna, durante
le grandi crisi dell'Impero, egli non ode «un solo proponimento che
dimostri indipendenza e coraggio. Da che cosa dipende dunque l'avvenire
d'uno Stato non sostenuto nè dalla coscienza della propria forza,
nè elettrizzato dall'amore della gloria e della patria?...» Per
conseguenza: «degenerazione, imbastardimento di ogni idea di onore e
di morale», ed anche una irrimediabile «mostruosità di debolezza», per
la quale i governanti non sono capaci di prendere altri provvedimenti
fuorchè quelli -in extremis- e si sottopongono poscia al giogo «senza
resistenza».
L'acuto ed equo osservatore non nega le buone qualità alla gente
semplice, del popolo minuto; ma il congegno sociale è così fatto,
che «per mantenere l'animo in pace, in questa metropoli (Vienna),
bisognerebbe non incontrare personaggi ufficiali. La loro vista turba
per tutto il giorno, tanto sono rappresentativi della decadenza». Ed
anche fuori del mondo in divisa, c'è qui in tutti i procedimenti, in
tutte le usanze, in tutte le feste e i divertimenti, un velo teutonico
che toglie grazia ad ogni cosa.... L'edifizio morale di questo paese
rammenta i monumenti costruiti nei tempi di decadenza dell'arte....
Immaginate la dissipazione senza godimento, la leggerezza senza garbo,
la sciocchezza senza contegno, la fatuità senza conquiste, e avrete la
misura della disgraziata differenza che passa tra la gioventù di Vienna
e quella di Parigi».
Delle sciocchezze e delle goffaggini delle quali egli fu spettatore il
Damas riferisce gustosi esempii. Quando Maria Luisa andò in Francia
sposa di Napoleone, scortata dai generali francesi, due cittadini
di Ens, obbedendo all'ordine di far luminaria, tirarono fuori,
per economia, gli stessi trasparenti «di cui si erano serviti nei
festeggiamenti prescritti in altre occasioni: si leggeva sull'uno
-Vivat Laudon-, sull'altro -Vivat Coburg-, e le effigie di quei due
generali» -- i peggiori nemici dei Francesi -- «prendevano parte a
quell'infame e vergognoso baccano con un'espressione diametralmente
opposta alle circostanze....» Il generale Bubna, pezzo grosso
dell'esercito e della diplomazia, spedito a negoziare l'armistizio dopo
Wagram, si vede offrire da Napoleone un anello del valore di ventimila
fiorini, e senz'altro se lo passa al dito. «E che? In questo paese un
generale va a conferire col nemico -- tuttora nemico, poichè la pace non
è per anco stipulata -- e il nemico osa fargli un regalo, e il generale
negoziatore lo accetta?...» In previsione di nuove ambascerie del
Bubna, il Damas esclama: «Quest'altra volta egli tornerà indietro con
una ricca tabacchiera, e poi all'ultimo viaggio riceverà un calcio nel
sedere tempestato di diamanti....»
III.
La gravità di questa diagnosi dipende dal fatto che è compita da un
uomo il quale non è già nemico dell'Austria, nè predisposto contro
di lei; che è anzi suo amico ed alleato, che ha combattuto accanto ai
suoi eserciti, che chiede un giorno di esservi ammesso, perchè vede in
lei la maggior potenza impegnata contro l'aborrita Repubblica e capace
di abbatterla. Il Damas vorrebbe ammirare, sarebbe felice se potesse
ammirare l'Austria come la più fedele fautrice delle tradizioni che
egli venera, e vorrebbe nascondere agli altri ed a sè stesso la verità
cocente; ma la verità è più forte dell'interesse, e il suo sdegno
contro la dappocaggine delle legittime dinastie fiaccate o travolte dal
ciclone rivoluzionario si accentra sugli Absburgo. L'apparato imperiale
dei sovrani apostolici, degli eredi di Carlo V, è imponentissimo e
incute un senso di soggezione; «ma quando gli avvenimenti li forzano
a togliersi da cotesto teatro d'illusioni e d'inganni, la scena sulla
quale si rifugiano mortifica l'immaginazione e lascia che lo spettatore
scorga in cotesti personaggi illustri altrettanti poveri istrioni di
campagna....»
Si potrebbe ancora spigolare dell'altro nei due grossi volumi di queste
-Memorie-, se non fosse ora di rammentare che, oltre alla diagnosi
della mentalità austriaca, esse offrono un altro grande interesse;
perchè, come si disse in principio, il Damas servì anche nell'esercito
napolitano e direttamente partecipò alla storia nostra nei primi anni
del secolo decimonono.
-6 settembre 1917.-
Un condottiero francese a Napoli.
Dopo gli allori còlti al servizio di Caterina II contro i Turchi, dopo
la meno fortunata partecipazione alla guerra della prima Coalizione
contro la Francia, l'avventuroso Ruggero di Damas, trovandosi di
passaggio a Napoli per andare a riprendere servizio in Russia, apprese
che anche il regno delle Due Sicilie stava per entrare nella gran
guerra; e allora, all'idea di poter menare subito le mani, l'uomo
di guerra scrisse a Guglielmo Acton, primo ministro di Ferdinando,
per chiedere di servire nell'esercito napolitano. Poichè questo era
posto in gran parte sotto il comando di generali stranieri, quali il
principe di Assia Filippstadt, il principe di Wittenberg, il cavalier
di Sassonia, il barone di Metch, il generale Bourcard -- generalissimo
era l'austriaco Mack, successore dello svizzero Salis e dell'ungherese
Zehenter -- il Damas poteva sperare che la sua domanda avrebbe ottenuto
buon esito.
Favorevoli gli furono, infatti, le disposizioni dell'Acton e del Re;
ma il cavalier di Sassonia, concepito un sentimento di gelosia contro
di lui, riuscì, per mezzo della propria amante, che era la principessa
d'Assia, a montare Maria Carolina in modo da farla opporre alla nomina.
Ne seguì un duello fra il Tedesco ed il Francese, finito con un colpo
di spada che il primo diede al secondo; ma allora, e come se questo
anticipato tributo di sangue avesse dimostrato la serietà dei propositi
del Damas, gli ostacoli cessarono, e il fuoruscito francese, nonchè
colonnello russo, divenne maresciallo di campo napolitano.
I.
Da quel giorno si può dire che Ruggero di Damas facesse di Napoli la
sua seconda patria. Studiate le condizioni interne del regno e la
sua situazione in Europa, egli formò sull'una e sulle altre i più
sensati giudizii. Le Due Sicilie, di cui l'Acton era «il cattivo
genio», potevano, grazie alla giacitura geografica, attenersi alla
neutralità; «ma un governo può saviamente fondare e restringere
le sue precauzioni su questo calcolo?» A parte che il cataclisma
minacciava di coinvolgere tutti gli Stati italiani, come dimenticare
che «lunghi secoli non spegneranno le pretese della Casa d'Austria
su questa parte d'Europa?...» Prima della Rivoluzione di Francia,
l'Austria, effettivamente, era stata la potenza da cui Napoli aveva
più dovuto guardarsi; capovolti poi tutti i rapporti europei per
effetto dell'invasione repubblicana e della coalizione formatasi per
contrastarla, l'alleanza, o almeno la buona armonia con l'Austria
diveniva necessaria; sennonchè, considerata la mentalità austriaca,
l'accordo non poteva riuscire «utile e scevro di pericoli» senza
«un esercito napolitano di cinquantamila uomini che garantisca la
reciprocità dei vantaggi delle due potenze».
Non si poteva dir meglio. E l'esercito era già costituito;
disgraziatamente la divisa non bastava a formare i soldati, in un
paese dove, per un lungo ordine di cause storiche, politiche, sociali,
la milizia era considerata, a giudizio di Pietro Colletta, come «lo
stato più basso della nazione». Il Damas fece del suo meglio per
infondere lo spirito militare nelle sue truppe, ma la breve campagna,
se cominciò col portare i Napolitani a Roma, finì con la sconfitta
e la rotta -- che il generale francese, a differenza di molti, di
troppi altri, non addebita alla codardia dei soldati. È bello anzi
vedere questo Francese, cavalleresco verso i repubblicani di Francia
contro i quali combatte, esser giusto con i Napolitani che comanda, e
lodarli contrariamente a quanto di male ne dissero coloro stessi che
avrebbero dovuto esserne i naturali difensori e aiutatori, invece di
renderne propriamente disperate le operazioni per effetto della cieca
imprevidenza e della presunzione folle.
Durante i preparativi, nè lo Stato maggiore nè il Genio pensarono di
gettare un ponte sulla Melfa, che le truppe dovevano pure oltrepassare;
giunta l'ora, i soldati dovettero traversarla a guado. Il Damas dispose
due squadroni di cavalleria a monte del passaggio, per rompere un
poco la corrente, e fece entrare nel fiume la fanteria per plotoni,
a file serrate, con gli ufficiali in testa: quantunque la piena
prodotta dalle recenti piogge investisse gli uomini fino al petto e
ne travolgesse una gran parte, il passaggio fu compito «col massimo
ordine». Per l'insipienza dei capi e per l'inclemenza della stagione
quell'esercito improvvisato giunse a Roma con le armi arrugginite,
le scarpe perdute, l'artiglieria dispersa, una parte dei muli morti,
i carriaggi a cinque marce addietro: «la guerra dei Sette Anni non
aveva altrettanto sdrucito gli eserciti allora in azione». Elementare
prudenza sarebbe stato, dunque, ristorare, riordinare e rifornire
le truppe prima di procedere oltre: invece esse ebbero l'ordine di
avanzare immediatamente.
Il Damas rigetta sulla cattiva disposizione dell'ordine di attacco la
disfatta della sinistra, e narra con singolare efficacia la drammatica
situazione in cui si trovò -- «il momento più grave di tutta la mia
vita» -- quando, dopo il felice successo del combattimento di Civita
Castellana, dove i Napolitani conquistarono le alture alla baionetta,
e sul punto d'impegnare la battaglia che doveva ributtare i Francesi
oltre il fiume, ricevette l'ordine, portante la data del 10 dicembre,
di ritirarsi immediatamente dietro Roma in seguito allo scacco patito
dal Mack, e di trovarsi il 12 a Velletri: ordine e notizie che, per
un fatale ritardo, gli pervenivano il 13 a sera! Isolato dal grosso
dell'esercito in rotta, a cinquanta miglia dal punto in cui avrebbe
dovuto trovarsi fin dal giorno innanzi, senza la possibilità di
far conoscere il ritardo del messaggero e di chiedere quindi altre
istruzioni, il Damas si salvò e salvò il corpo d'esercito posto sotto
il suo comando con la bellissima mossa di fianco sopra Orbetello,
allora possessione del Re di Napoli. La marcia notturna con la quale
egli la iniziò fu talmente accorta, che il comandante francese dichiarò
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