di Val di Magra o di parte vicina sai, dillo a me, che già grande là era. Fui chiamato Currado Malaspina; non son l’antico, ma di lui discesi; a’ miei portai l’amor che qui raffina». «Oh!», diss’ io lui, «per li vostri paesi già mai non fui; ma dove si dimora per tutta Europa ch’ei non sien palesi? La fama che la vostra casa onora, grida i segnori e grida la contrada, sì che ne sa chi non vi fu ancora; e io vi giuro, s’io di sopra vada, che vostra gente onrata non si sfregia del pregio de la borsa e de la spada. Uso e natura sì la privilegia, che, perché il capo reo il mondo torca, sola va dritta e ’l mal cammin dispregia». Ed elli: «Or va; che ’l sol non si ricorca sette volte nel letto che ’l Montone con tutti e quattro i piè cuopre e inforca, che cotesta cortese oppinïone ti fia chiavata in mezzo de la testa con maggior chiovi che d’altrui sermone, se corso di giudicio non s’arresta». Purgatorio • Canto IX La concubina di Titone antico già s’imbiancava al balco d’orïente, fuor de le braccia del suo dolce amico; di gemme la sua fronte era lucente, poste in figura del freddo animale che con la coda percuote la gente; e la notte, de’ passi con che sale, fatti avea due nel loco ov’ eravamo, e ’l terzo già chinava in giuso l’ale; quand’ io, che meco avea di quel d’Adamo, vinto dal sonno, in su l’erba inchinai là ’ve già tutti e cinque sedavamo. Ne l’ora che comincia i tristi lai la rondinella presso a la mattina, forse a memoria de’ suo’ primi guai, e che la mente nostra, peregrina più da la carne e men da’ pensier presa, a le sue visïon quasi è divina, in sogno mi parea veder sospesa un’aguglia nel ciel con penne d’oro, con l’ali aperte e a calare intesa; ed esser mi parea là dove fuoro abbandonati i suoi da Ganimede, quando fu ratto al sommo consistoro. Fra me pensava: ‘Forse questa fiede pur qui per uso, e forse d’altro loco disdegna di portarne suso in piede’. Poi mi parea che, poi rotata un poco, terribil come folgor discendesse, e me rapisse suso infino al foco. Ivi parea che ella e io ardesse; e sì lo ’ncendio imaginato cosse, che convenne che ’l sonno si rompesse. Non altrimenti Achille si riscosse, li occhi svegliati rivolgendo in giro e non sappiendo là dove si fosse, quando la madre da Chirón a Schiro trafuggò lui dormendo in le sue braccia, là onde poi li Greci il dipartiro; che mi scoss’ io, sì come da la faccia mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto, come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia. Dallato m’era solo il mio conforto, e ’l sole er’ alto già più che due ore, e ’l viso m’era a la marina torto. «Non aver tema», disse il mio segnore; «fatti sicur, ché noi semo a buon punto; non stringer, ma rallarga ogne vigore. Tu se’ omai al purgatorio giunto: vedi là il balzo che ’l chiude dintorno; vedi l’entrata là ’ve par digiunto. Dianzi, ne l’alba che procede al giorno, quando l’anima tua dentro dormia, sovra li fiori ond’ è là giù addorno venne una donna, e disse: “I’ son Lucia; lasciatemi pigliar costui che dorme; sì l’agevolerò per la sua via”. Sordel rimase e l’altre genti forme; ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro, sen venne suso; e io per le sue orme. Qui ti posò, ma pria mi dimostraro li occhi suoi belli quella intrata aperta; poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro». A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta e che muta in conforto sua paura, poi che la verità li è discoperta, mi cambia’ io; e come sanza cura vide me ’l duca mio, su per lo balzo si mosse, e io di rietro inver’ l’altura. Lettor, tu vedi ben com’ io innalzo la mia matera, e però con più arte non ti maravigliar s’io la rincalzo. Noi ci appressammo, ed eravamo in parte che là dove pareami prima rotto, pur come un fesso che muro diparte, vidi una porta, e tre gradi di sotto per gire ad essa, di color diversi, e un portier ch’ancor non facea motto. E come l’occhio più e più v’apersi, vidil seder sovra ’l grado sovrano, tal ne la faccia ch’io non lo soffersi; e una spada nuda avëa in mano, che reflettëa i raggi sì ver’ noi, ch’io drizzava spesso il viso in vano. «Dite costinci: che volete voi?», cominciò elli a dire, «ov’ è la scorta? Guardate che ’l venir sù non vi nòi». «Donna del ciel, di queste cose accorta», rispuose ’l mio maestro a lui, «pur dianzi ne disse: “Andate là: quivi è la porta”». «Ed ella i passi vostri in bene avanzi», ricominciò il cortese portinaio: «Venite dunque a’ nostri gradi innanzi». Là ne venimmo; e lo scaglion primaio bianco marmo era sì pulito e terso, ch’io mi specchiai in esso qual io paio. Era il secondo tinto più che perso, d’una petrina ruvida e arsiccia, crepata per lo lungo e per traverso. Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia, porfido mi parea, sì fiammeggiante come sangue che fuor di vena spiccia. Sovra questo tenëa ambo le piante l’angel di Dio sedendo in su la soglia che mi sembiava pietra di diamante. Per li tre gradi sù di buona voglia mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi umilemente che ’l serrame scioglia». Divoto mi gittai a’ santi piedi; misericordia chiesi e ch’el m’aprisse, ma tre volte nel petto pria mi diedi. Sette P ne la fronte mi descrisse col punton de la spada, e «Fa che lavi, quando se’ dentro, queste piaghe» disse. Cenere, o terra che secca si cavi, d’un color fora col suo vestimento; e di sotto da quel trasse due chiavi. L’una era d’oro e l’altra era d’argento; pria con la bianca e poscia con la gialla fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento. «Quandunque l’una d’este chiavi falla, che non si volga dritta per la toppa», diss’ elli a noi, «non s’apre questa calla. Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa d’arte e d’ingegno avanti che diserri, perch’ ella è quella che ’l nodo digroppa. Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri anzi ad aprir ch’a tenerla serrata, pur che la gente a’ piedi mi s’atterri». Poi pinse l’uscio a la porta sacrata, dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti che di fuor torna chi ’n dietro si guata». E quando fuor ne’ cardini distorti li spigoli di quella regge sacra, che di metallo son sonanti e forti, non rugghiò sì né si mostrò sì acra Tarpëa, come tolto le fu il buono Metello, per che poi rimase macra. Io mi rivolsi attento al primo tuono, e ‘Te Deum laudamus’ mi parea udire in voce mista al dolce suono. Tale imagine a punto mi rendea ciò ch’io udiva, qual prender si suole quando a cantar con organi si stea; ch’or sì or no s’intendon le parole. Purgatorio • Canto X Poi fummo dentro al soglio de la porta che ’l mal amor de l’anime disusa, perché fa parer dritta la via torta, sonando la senti’ esser richiusa; e s’io avesse li occhi vòlti ad essa, qual fora stata al fallo degna scusa? Noi salavam per una pietra fessa, che si moveva e d’una e d’altra parte, sì come l’onda che fugge e s’appressa. «Qui si conviene usare un poco d’arte», cominciò ’l duca mio, «in accostarsi or quinci, or quindi al lato che si parte». E questo fece i nostri passi scarsi, tanto che pria lo scemo de la luna rigiunse al letto suo per ricorcarsi, che noi fossimo fuor di quella cruna; ma quando fummo liberi e aperti sù dove il monte in dietro si rauna, ïo stancato e amendue incerti di nostra via, restammo in su un piano solingo più che strade per diserti. Da la sua sponda, ove confina il vano, al piè de l’alta ripa che pur sale, misurrebbe in tre volte un corpo umano; e quanto l’occhio mio potea trar d’ale, or dal sinistro e or dal destro fianco, questa cornice mi parea cotale. Là sù non eran mossi i piè nostri anco, quand’ io conobbi quella ripa intorno che dritto di salita aveva manco, esser di marmo candido e addorno d’intagli sì, che non pur Policleto, ma la natura lì avrebbe scorno. L’angel che venne in terra col decreto de la molt’ anni lagrimata pace, ch’aperse il ciel del suo lungo divieto, dinanzi a noi pareva sì verace quivi intagliato in un atto soave, che non sembiava imagine che tace. Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’; perché iv’ era imaginata quella ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave; e avea in atto impressa esta favella ‘Ecce ancilla Deï’, propriamente come figura in cera si suggella. «Non tener pur ad un loco la mente», disse ’l dolce maestro, che m’avea da quella parte onde ’l cuore ha la gente. Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea di retro da Maria, da quella costa onde m’era colui che mi movea, un’altra storia ne la roccia imposta; per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso, acciò che fosse a li occhi miei disposta. Era intagliato lì nel marmo stesso lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa, per che si teme officio non commesso. Dinanzi parea gente; e tutta quanta, partita in sette cori, a’ due mie’ sensi faceva dir l’un ‘No’, l’altro ‘Sì, canta’. Similemente al fummo de li ’ncensi che v’era imaginato, li occhi e ’l naso e al sì e al no discordi fensi. Lì precedeva al benedetto vaso, trescando alzato, l’umile salmista, e più e men che re era in quel caso. Di contra, effigïata ad una vista d’un gran palazzo, Micòl ammirava sì come donna dispettosa e trista. I’ mossi i piè del loco dov’ io stava, per avvisar da presso un’altra istoria, che di dietro a Micòl mi biancheggiava. Quiv’ era storïata l’alta gloria del roman principato, il cui valore mosse Gregorio a la sua gran vittoria; i’ dico di Traiano imperadore; e una vedovella li era al freno, di lagrime atteggiata e di dolore. Intorno a lui parea calcato e pieno di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro sovr’ essi in vista al vento si movieno. La miserella intra tutti costoro pareva dir: «Segnor, fammi vendetta di mio figliuol ch’è morto, ond’ io m’accoro»; ed elli a lei rispondere: «Or aspetta tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio», come persona in cui dolor s’affretta, «se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’ io, la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?»; ond’ elli: «Or ti conforta; ch’ei convene ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova: giustizia vuole e pietà mi ritene». Colui che mai non vide cosa nova produsse esto visibile parlare, novello a noi perché qui non si trova. Mentr’ io mi dilettava di guardare l’imagini di tante umilitadi, e per lo fabbro loro a veder care, «Ecco di qua, ma fanno i passi radi», mormorava il poeta, «molte genti: questi ne ’nvïeranno a li alti gradi». Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti per veder novitadi ond’ e’ son vaghi, volgendosi ver’ lui non furon lenti. Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi di buon proponimento per udire come Dio vuol che ’l debito si paghi. Non attender la forma del martìre: pensa la succession; pensa ch’al peggio oltre la gran sentenza non può ire. Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio muovere a noi, non mi sembian persone, e non so che, sì nel veder vaneggio». Ed elli a me: «La grave condizione di lor tormento a terra li rannicchia, sì che ’ miei occhi pria n’ebber tencione. Ma guarda fiso là, e disviticchia col viso quel che vien sotto a quei sassi: già scorger puoi come ciascun si picchia». O superbi cristian, miseri lassi, che, de la vista de la mente infermi, fidanza avete ne’ retrosi passi, non v’accorgete voi che noi siam vermi nati a formar l’angelica farfalla, che vola a la giustizia sanza schermi? Di che l’animo vostro in alto galla, poi siete quasi antomata in difetto, sì come vermo in cui formazion falla? Come per sostentar solaio o tetto, per mensola talvolta una figura si vede giugner le ginocchia al petto, la qual fa del non ver vera rancura nascere ’n chi la vede; così fatti vid’ io color, quando puosi ben cura. Vero è che più e meno eran contratti secondo ch’avien più e meno a dosso; e qual più pazïenza avea ne li atti, piangendo parea dicer: ‘Più non posso’. Purgatorio • Canto XI «O Padre nostro, che ne’ cieli stai, non circunscritto, ma per più amore ch’ai primi effetti di là sù tu hai, laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore da ogne creatura, com’ è degno di render grazie al tuo dolce vapore. Vegna ver’ noi la pace del tuo regno, ché noi ad essa non potem da noi, s’ella non vien, con tutto nostro ingegno. Come del suo voler li angeli tuoi fan sacrificio a te, cantando osanna, così facciano li uomini de’ suoi. Dà oggi a noi la cotidiana manna, sanza la qual per questo aspro diserto a retro va chi più di gir s’affanna. E come noi lo mal ch’avem sofferto perdoniamo a ciascuno, e tu perdona benigno, e non guardar lo nostro merto. Nostra virtù che di legger s’adona, non spermentar con l’antico avversaro, ma libera da lui che sì la sprona. Quest’ ultima preghiera, segnor caro, già non si fa per noi, ché non bisogna, ma per color che dietro a noi restaro». Così a sé e noi buona ramogna quell’ ombre orando, andavan sotto ’l pondo, simile a quel che talvolta si sogna, disparmente angosciate tutte a tondo e lasse su per la prima cornice, purgando la caligine del mondo. Se di là sempre ben per noi si dice, di qua che dire e far per lor si puote da quei c’hanno al voler buona radice? Ben si de’ loro atar lavar le note che portar quinci, sì che, mondi e lievi, possano uscire a le stellate ruote. «Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi tosto, sì che possiate muover l’ala, che secondo il disio vostro vi lievi, mostrate da qual mano inver’ la scala si va più corto; e se c’è più d’un varco, quel ne ’nsegnate che men erto cala; ché questi che vien meco, per lo ’ncarco de la carne d’Adamo onde si veste, al montar sù, contra sua voglia, è parco». Le lor parole, che rendero a queste che dette avea colui cu’ io seguiva, non fur da cui venisser manifeste; ma fu detto: «A man destra per la riva con noi venite, e troverete il passo possibile a salir persona viva. E s’io non fossi impedito dal sasso che la cervice mia superba doma, onde portar convienmi il viso basso, cotesti, ch’ancor vive e non si noma, guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco, e per farlo pietoso a questa soma. Io fui latino e nato d’un gran Tosco: Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre; non so se ’l nome suo già mai fu vosco. L’antico sangue e l’opere leggiadre d’i miei maggior mi fer sì arrogante, che, non pensando a la comune madre, ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante, ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno, e sallo in Campagnatico ogne fante. Io sono Omberto; e non pur a me danno superbia fa, ché tutti miei consorti ha ella tratti seco nel malanno. E qui convien ch’io questo peso porti per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia, poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti». Ascoltando chinai in giù la faccia; e un di lor, non questi che parlava, si torse sotto il peso che li ’mpaccia, e videmi e conobbemi e chiamava, tenendo li occhi con fatica fisi a me che tutto chin con loro andava. «Oh!», diss’ io lui, «non se’ tu Oderisi, l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte ch’alluminar chiamata è in Parisi?». «Frate», diss’ elli, «più ridon le carte che pennelleggia Franco Bolognese; l’onore è tutto or suo, e mio in parte. Ben non sare’ io stato sì cortese mentre ch’io vissi, per lo gran disio de l’eccellenza ove mio core intese. Di tal superbia qui si paga il fio; e ancor non sarei qui, se non fosse che, possendo peccar, mi volsi a Dio. Oh vana gloria de l’umane posse! com’ poco verde in su la cima dura, se non è giunta da l’etati grosse! Credette Cimabue ne la pittura tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, sì che la fama di colui è scura. Così ha tolto l’uno a l’altro Guido la gloria de la lingua; e forse è nato chi l’uno e l’altro caccerà del nido. Non è il mondan romore altro ch’un fiato di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi, e muta nome perché muta lato. Che voce avrai tu più, se vecchia scindi da te la carne, che se fossi morto anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ‘dindi’, pria che passin mill’ anni? ch’è più corto spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia al cerchio che più tardi in cielo è torto. Colui che del cammin sì poco piglia dinanzi a me, Toscana sonò tutta; e ora a pena in Siena sen pispiglia, ond’ era sire quando fu distrutta la rabbia fiorentina, che superba fu a quel tempo sì com’ ora è putta. La vostra nominanza è color d’erba, che viene e va, e quei la discolora per cui ella esce de la terra acerba». E io a lui: «Tuo vero dir m’incora bona umiltà, e gran tumor m’appiani; ma chi è quei di cui tu parlavi ora?». «Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani; ed è qui perché fu presuntüoso a recar Siena tutta a le sue mani. Ito è così e va, sanza riposo, poi che morì; cotal moneta rende a sodisfar chi è di là troppo oso». E io: «Se quello spirito ch’attende, pria che si penta, l’orlo de la vita, qua giù dimora e qua sù non ascende, se buona orazïon lui non aita, prima che passi tempo quanto visse, come fu la venuta lui largita?». «Quando vivea più glorïoso», disse, «liberamente nel Campo di Siena, ogne vergogna diposta, s’affisse; e lì, per trar l’amico suo di pena, ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo, si condusse a tremar per ogne vena. Più non dirò, e scuro so che parlo; ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini faranno sì che tu potrai chiosarlo. Quest’ opera li tolse quei confini». Purgatorio • Canto XII Di pari, come buoi che vanno a giogo, m’andava io con quell’ anima carca, fin che ’l sofferse il dolce pedagogo. Ma quando disse: «Lascia lui e varca; ché qui è buono con l’ali e coi remi, quantunque può, ciascun pinger sua barca»; dritto sì come andar vuolsi rife’mi con la persona, avvegna che i pensieri mi rimanessero e chinati e scemi. Io m’era mosso, e seguia volontieri del mio maestro i passi, e amendue già mostravam com’ eravam leggeri; ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe: buon ti sarà, per tranquillar la via, veder lo letto de le piante tue». Come, perché di lor memoria sia, sovra i sepolti le tombe terragne portan segnato quel ch’elli eran pria, onde lì molte volte si ripiagne per la puntura de la rimembranza, che solo a’ pïi dà de le calcagne; sì vid’ io lì, ma di miglior sembianza secondo l’artificio, figurato quanto per via di fuor del monte avanza. Vedea colui che fu nobil creato più ch’altra creatura, giù dal cielo folgoreggiando scender, da l’un lato. Vedëa Brïareo fitto dal telo celestïal giacer, da l’altra parte, grave a la terra per lo mortal gelo. Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte, armati ancora, intorno al padre loro, mirar le membra d’i Giganti sparte. Vedea Nembròt a piè del gran lavoro quasi smarrito, e riguardar le genti che ’n Sennaàr con lui superbi fuoro. O Nïobè, con che occhi dolenti vedea io te segnata in su la strada, tra sette e sette tuoi figliuoli spenti! O Saùl, come in su la propria spada quivi parevi morto in Gelboè, che poi non sentì pioggia né rugiada! O folle Aragne, sì vedea io te già mezza ragna, trista in su li stracci de l’opera che mal per te si fé. O Roboàm, già non par che minacci quivi ’l tuo segno; ma pien di spavento nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci. Mostrava ancor lo duro pavimento come Almeon a sua madre fé caro parer lo sventurato addornamento. Mostrava come i figli si gittaro sovra Sennacherìb dentro dal tempio, e come, morto lui, quivi il lasciaro. Mostrava la ruina e ’l crudo scempio che fé Tamiri, quando disse a Ciro: «Sangue sitisti, e io di sangue t’empio». Mostrava come in rotta si fuggiro li Assiri, poi che fu morto Oloferne, e anche le reliquie del martiro. Vedeva Troia in cenere e in caverne; o Ilïón, come te basso e vile mostrava il segno che lì si discerne! Qual di pennel fu maestro o di stile che ritraesse l’ombre e ’ tratti ch’ivi mirar farieno uno ingegno sottile? Morti li morti e i vivi parean vivi: non vide mei di me chi vide il vero, quant’ io calcai, fin che chinato givi. Or superbite, e via col viso altero, figliuoli d’Eva, e non chinate il volto sì che veggiate il vostro mal sentero! Più era già per noi del monte vòlto e del cammin del sole assai più speso che non stimava l’animo non sciolto, quando colui che sempre innanzi atteso andava, cominciò: «Drizza la testa; non è più tempo di gir sì sospeso. Vedi colà un angel che s’appresta per venir verso noi; vedi che torna dal servigio del dì l’ancella sesta. Di reverenza il viso e li atti addorna, sì che i diletti lo ’nvïarci in suso; pensa che questo dì mai non raggiorna!». Io era ben del suo ammonir uso pur di non perder tempo, sì che ’n quella materia non potea parlarmi chiuso. A noi venìa la creatura bella, biancovestito e ne la faccia quale par tremolando mattutina stella. Le braccia aperse, e indi aperse l’ale; disse: «Venite: qui son presso i gradi, e agevolemente omai si sale. A questo invito vegnon molto radi: o gente umana, per volar sù nata, perché a poco vento così cadi?». Menocci ove la roccia era tagliata; quivi mi batté l’ali per la fronte; poi mi promise sicura l’andata. Come a man destra, per salire al monte dove siede la chiesa che soggioga la ben guidata sopra Rubaconte, si rompe del montar l’ardita foga per le scalee che si fero ad etade ch’era sicuro il quaderno e la doga; così s’allenta la ripa che cade quivi ben ratta da l’altro girone; ma quinci e quindi l’alta pietra rade. Noi volgendo ivi le nostre persone, ‘Beati pauperes spiritu!’ voci cantaron sì, che nol diria sermone. Ahi quanto son diverse quelle foci da l’infernali! ché quivi per canti s’entra, e là giù per lamenti feroci. Già montavam su per li scaglion santi, ed esser mi parea troppo più lieve che per lo pian non mi parea davanti. Ond’ io: «Maestro, dì, qual cosa greve levata s’è da me, che nulla quasi per me fatica, andando, si riceve?». Rispuose: «Quando i P che son rimasi ancor nel volto tuo presso che stinti, saranno, com’ è l’un, del tutto rasi, fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti, che non pur non fatica sentiranno, ma fia diletto loro esser sù pinti». Allor fec’ io come color che vanno con cosa in capo non da lor saputa, se non che ’ cenni altrui sospecciar fanno; per che la mano ad accertar s’aiuta, e cerca e truova e quello officio adempie che non si può fornir per la veduta; e con le dita de la destra scempie trovai pur sei le lettere che ’ncise quel da le chiavi a me sovra le tempie: a che guardando, il mio duca sorrise. Purgatorio • Canto XIII Noi eravamo al sommo de la scala, dove secondamente si risega lo monte che salendo altrui dismala. Ivi così una cornice lega dintorno il poggio, come la primaia; se non che l’arco suo più tosto piega. Ombra non lì è né segno che si paia: parsi la ripa e parsi la via schietta col livido color de la petraia. «Se qui per dimandar gente s’aspetta», ragionava il poeta, «io temo forse che troppo avrà d’indugio nostra eletta». Poi fisamente al sole li occhi porse; fece del destro lato a muover centro, e la sinistra parte di sé torse. «O dolce lume a cui fidanza i’ entro per lo novo cammin, tu ne conduci», dicea, «come condur si vuol quinc’ entro. Tu scaldi il mondo, tu sovr’ esso luci; s’altra ragione in contrario non ponta, esser dien sempre li tuoi raggi duci». Quanto di qua per un migliaio si conta, tanto di là eravam noi già iti, con poco tempo, per la voglia pronta; e verso noi volar furon sentiti, non però visti, spiriti parlando a la mensa d’amor cortesi inviti. La prima voce che passò volando ‘Vinum non habent’ altamente disse, e dietro a noi l’andò reïterando. E prima che del tutto non si udisse per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’ passò gridando, e anco non s’affisse. «Oh!», diss’ io, «padre, che voci son queste?». E com’ io domandai, ecco la terza dicendo: ‘Amate da cui male aveste’. E ’l buon maestro: «Questo cinghio sferza la colpa de la invidia, e però sono tratte d’amor le corde de la ferza. Lo fren vuol esser del contrario suono; credo che l’udirai, per mio avviso, prima che giunghi al passo del perdono. Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso, e vedrai gente innanzi a noi sedersi, e ciascun è lungo la grotta assiso». Allora più che prima li occhi apersi; guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti al color de la pietra non diversi. E poi che fummo un poco più avanti, udia gridar: ‘Maria, òra per noi’: gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’. Non credo che per terra vada ancoi omo sì duro, che non fosse punto per compassion di quel ch’i’ vidi poi; ché, quando fui sì presso di lor giunto, che li atti loro a me venivan certi, per li occhi fui di grave dolor munto. Di vil ciliccio mi parean coperti, e l’un sofferia l’altro con la spalla, e tutti da la ripa eran sofferti. Così li ciechi a cui la roba falla, stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna, e l’uno il capo sopra l’altro avvalla, perché ’n altrui pietà tosto si pogna, non pur per lo sonar de le parole, ma per la vista che non meno agogna. E come a li orbi non approda il sole, così a l’ombre quivi, ond’ io parlo ora, luce del ciel di sé largir non vole; ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra e cusce sì, come a sparvier selvaggio si fa però che queto non dimora. A me pareva, andando, fare oltraggio, veggendo altrui, non essendo veduto: per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio. Ben sapev’ ei che volea dir lo muto; e però non attese mia dimanda, ma disse: «Parla, e sie breve e arguto». Virgilio mi venìa da quella banda de la cornice onde cader si puote, perché da nulla sponda s’inghirlanda; da l’altra parte m’eran le divote ombre, che per l’orribile costura premevan sì, che bagnavan le gote. Volsimi a loro e: «O gente sicura», incominciai, «di veder l’alto lume che ’l disio vostro solo ha in sua cura, se tosto grazia resolva le schiume di vostra coscïenza sì che chiaro per essa scenda de la mente il fiume, ditemi, ché mi fia grazioso e caro, s’anima è qui tra voi che sia latina; e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo». «O frate mio, ciascuna è cittadina d’una vera città; ma tu vuo’ dire che vivesse in Italia peregrina». Questo mi parve per risposta udire più innanzi alquanto che là dov’ io stava, ond’ io mi feci ancor più là sentire. Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’, lo mento a guisa d’orbo in sù levava. «Spirto», diss’ io, «che per salir ti dome, se tu se’ quelli che mi rispondesti, fammiti conto o per luogo o per nome». «Io fui sanese», rispuose, «e con questi altri rimendo qui la vita ria, lagrimando a colui che sé ne presti. Savia non fui, avvegna che Sapìa fossi chiamata, e fui de li altrui danni più lieta assai che di ventura mia. E perché tu non creda ch’io t’inganni, odi s’i’ fui, com’ io ti dico, folle, già discendendo l’arco d’i miei anni. Eran li cittadin miei presso a Colle in campo giunti co’ loro avversari, e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle. Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari passi di fuga; e veggendo la caccia, letizia presi a tutte altre dispari, tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia, gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”, come fé ’l merlo per poca bonaccia. Pace volli con Dio in su lo stremo de la mia vita; e ancor non sarebbe lo mio dover per penitenza scemo, se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe Pier Pettinaio in sue sante orazioni, a cui di me per caritate increbbe. Ma tu chi se’, che nostre condizioni vai dimandando, e porti li occhi sciolti, sì com’ io credo, e spirando ragioni?». «Li occhi», diss’ io, «mi fieno ancor qui tolti, ma picciol tempo, ché poca è l’offesa fatta per esser con invidia vòlti. Troppa è più la paura ond’ è sospesa l’anima mia del tormento di sotto, che già lo ’ncarco di là giù mi pesa». Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto qua sù tra noi, se giù ritornar credi?». E io: «Costui ch’è meco e non fa motto. E vivo sono; e però mi richiedi, spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova 1 , , . 2 3 ; 4 , ; 5 » . 6 7 « ! » , , « 8 ; 9 ? 10 11 , 12 , 13 ; 14 15 , , 16 17 . 18 19 , 20 , , 21 » . 22 23 : « ; 24 25 , 26 27 28 29 , 30 31 » . 32 33 34 35 36 37 38 39 , 40 ; 41 42 , 43 44 ; 45 46 , , 47 , 48 ; 49 50 , , 51 , 52 . 53 54 55 , 56 , 57 58 , 59 , 60 , 61 62 63 , 64 ; 65 66 67 , 68 . 69 70 : 71 , 72 . 73 74 , , 75 , 76 . 77 78 ; 79 , 80 . 81 82 , 83 84 , 85 86 87 , 88 ; 89 90 , 91 , , 92 , , . 93 94 , 95 , 96 . 97 98 « » , ; 99 « , ; 100 , . 101 102 : 103 ; 104 . 105 106 , , 107 , 108 109 110 , : « ; 111 ; 112 » . 113 114 ; 115 , , 116 ; . 117 118 , 119 ; 120 » . 121 122 123 , 124 , 125 126 ; 127 , 128 , . 129 130 , 131 , 132 . 133 134 , 135 , 136 , 137 138 , 139 , , 140 . 141 142 , 143 , 144 ; 145 146 , 147 , 148 . 149 150 « : ? » , 151 , « ? 152 » . 153 154 « , » , 155 , « 156 : « : » » . 157 158 « » , 159 : 160 « » . 161 162 ; 163 , 164 . 165 166 , 167 , 168 . 169 170 , , 171 , 172 . 173 174 175 176 . 177 178 179 , : « 180 » . 181 182 ; 183 , 184 . 185 186 187 , « , 188 , » . 189 190 , , 191 ; 192 . 193 194 ; 195 196 , . 197 198 « , 199 » , 200 , « . 201 202 ; 203 , 204 . 205 206 ; 207 , 208 » . 209 210 , 211 : « ; 212 » . 213 214 215 , 216 , 217 218 219 , 220 , . 221 222 , 223 224 . 225 226 227 , 228 ; 229 230 . 231 232 233 234 235 236 237 238 , 239 , 240 241 ; 242 , 243 ? 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