Ci soffermammo, colti da una sùbita ambascia: e le nostre mani, poichè troppo forte s'erano strette, si disciolsero. Io guardai negli occhi la mia compagna, ma ella non sorrise più. Il suo volto divenne grave, quasi triste, come adombrato da un rammarico. -- Fermiamoci qui -- ella mormorò abbassando le palpebre. -- Non posso andare più oltre.... -- Ancora un tratto -- io le dissi incalzato da un desiderio veemente di giungere -- pochi passi ancora, e tocchiamo la cima! -- Non posso andare più oltre -- ella ripeté, con una voce spenta che non pareva più la sua, passandosi le mani su la faccia come per toglierne qualche cosa che l'ingombrasse. Poi tentò di sorridermi. -- Che strana illusione! -- soggiunse. -- La cima è ancora lontana. Par sempre di toccarla e, come più si sale, più diventa lontana.... Poi, dopo una pausa in cui ella parve ascoltare il suo cuore profondo: -- E v'è qualche anima che soffre, laggiù. Volse la fronte oscurata da un pensiero, verso il luogo dove le sorelle aspettavano. -- Torniamo in dietro, Claudio -- soggiunse con un accento che io non dimenticherò mai perché mai voce umana espresse in sì breve suono un sì gran numero di cose recondite. -- Cara, cara Anatolia! -- io proruppi prendendole le mani, tutto pieno del sentimento straordinario che mi davano quelle sue semplici parole in cui era per me l'indizio indubitabile d'un atto interiore quasi divino. -- Lasciate che prima io vi ripeta quel che già più d'una volta vi ha detto il mio silenzio.... Dove potrei offrire la mia fede più degnamente che qui, in questa altezza, a voi che siete la più alta delle creature, Anatolia? Ella si coprì di pallore, non come chi oda un annunzio di gioia a lungo aspettato e invocato, ma come chi riceva in una parte vitale un colpo invisibile; e, se bene all'apparenza rimanesse immobile, fu gettata in ispirito verso di me da non so qual brivido pauroso, da non so qual movimento istintivo d'orrore -- che io non percepii con gli occhi ma con uno di quei sensi ignoti che talvolta si manifestano su la trama dei nervi umani in una vibrazione istantanea e scompaiono per sempre lasciando la coscienza attonita. Ella volse intorno a sé uno sguardo pieno d'inquietudini indefinibili. -- Voi parlate come se fossimo soli, -- disse smarritamente -- come se io fossi sola.... come se io fossi sola.... -- Anatolia, che avete mai? -- le chiesi, turbato da quel suo turbamento inesplicabile, dall'alterazione profonda del suo volto, dall'incoerenza delle sue parole. E un pensiero balenò su la mia incertezza. -- Non forse era stata assalita d'improvviso, ella assuefatta per tanti anni alla sua cupa carcere, ella rassegnata martire fra le antiche mura, non forse d'improvviso ella era stata assalita da quel terrore misterioso, da quella specie di pánico che regna nelle solitudini dei monti ardui e taciturni? -- Certo, ella era in balìa del fascino terribile; e il suo spirito vi si smarriva. Un fierissimo spettacolo avevamo ai nostri piedi, da ogni banda, nella cruda luce. La catena delle rupi, tutta palese nella sua sterilità desolata fino agli estremi gioghi, si propagava come una immensa adunazione di cose gigantesche e difformi rimasta per lo stupore degli uomini a vestigio di una qualche titanomachia primordiale. Torri dirute, muraglie fendute, cittadelle abbattute, cupole sfondate, portici pericolanti, colossi mútili, prore di vascelli, dorsi di mostri, ossature di titani, tutte le enormità simulava la compagine formidabile con i suoi rilievi e i suoi anfratti. Così limpide erano le lontananze che io distinguevo ogni contorno come se avessi sotto gli occhi infinitamente ingrandita la roccia che Violante mi aveva mostrata dal davanzale con un gesto creatore. Le più remote punte si disegnavano sul cielo con la medesima asprezza precisa che avevano da presso gli scoscendimenti del cratere al riverbero del sole. Smisurata bocca, il cratere orbicolare si spalancava con una specie di veemenza vorticosa nel suo giro, a similitudine di un gorgo, se bene inerte. Grigio in parte come la cenere, rossastro in parte come la ruggine, era qua e là interrotto da lunghe zone candide e riscintillanti come il sale, che l'acqua adunata al fondo rispecchiava nella sua immobilità metallica. E, di contro a noi, pendulo dall'orlo su l'abisso, simile a un gregge impietrito, era Secli: il villaggio solingo come un eremo, ove un piccolo popolo industre attende da tempo antichissimo a far corde di minugia per gli strumenti di suono. -- Voi siete affaticata -- io dissi alla cara compagna cercando di trarla verso un macigno che mi pareva potesse almeno da un lato impedirle la vista del vuoto e ridarle col contatto il senso della stabilità. -- Voi siete affaticata, Anatolia, e questa fatica è insolita per voi, e questo spettacolo è forse un poco spaventoso.... Appoggiatevi qui, e chiudete gli occhi per qualche minuto. Io sto accanto a voi. Ecco il mio braccio. Saprò ricondurvi senza pericolo. Chiudete ora gli occhi, per qualche minuto.... Ella tentò ancora di sorridermi. -- No, no, -- ella disse -- non vi date pensiero, Claudio. Poi, dopo una pausa, con la voce mutata e divenuta quasi segreta: -- È un'altra cosa.... Se chiudessi gli occhi, forse potrei vedere.... Il mio cuore tremava come una foglia a un soffio sconosciuto. E, se bene il volto di Anatolia si fosse ricomposto in una tristezza grave ma calma e per tutta la figura di lei fosse diffuso un sentimento di dominazione sul Male, io per analogie indistinte ripensai le ansie repentine di Antonello e quelle sue inquietudini ch'erano infallibili avvisi e quelle preveggenze che illuminavano i suoi pallidi occhi. -- Avete compreso, Anatolia? -- io le domandai, prendendole una mano poiché eravamo addossati al macigno l'uno a fianco dell'altra. -- Avete compreso che voi, voi sola, siete la compagna che il mio cuore nominò, in quella sera, quando il padre mi baciava la fronte per consentire? Voi vi alzaste e usciste dalla stanza, lieve come uno spirito; e io, non so perchè, imaginai la vostra faccia tutta bagnata di lacrime.... Ditemi se piangeste, Anatolia, e se il mio sogno vi fu caro! Ella non rispose; ma, tenendo io la sua mano, mi parve che il più puro sangue del suo cuore affluisse all'estremità delle sue dita magneticamente. -- Quella sera -- io soggiunsi per inebriarla di speranza -- tornando a Rebursa, vidi brillare la Stella in cima a una delle mie vecchie torri; e tanta fede la vostra presenza aveva infusa nella mia anima, che io considerai il caso come un presagio divino! Da allora, io congiungo due imagini in quello splendore.... Voi sapete quale sia l'altra. Riodo le prime parole che voi mi rivolgeste là su la scalea: parole evocatrici di “una immensa bontà„. In tutto quel giorno l'imagine evocata non si distaccò dal vostro fianco per mostrarmi la sua elezione. Ella medesima, in una prossima sera mi accompagnerà alla dimora che fu piena del suo sorriso e che oggi è deserta.... Guardate, laggiù! Ella guardò le torri lontane di Rebursa nella conca profonda ove le nuvole pendule stampavano larghi cerchi d'ombra; ma il suo sguardo trascorse a Trigento, e nell'intervallo i segni di una ineffabile violenza interiore passarono sul suo volto. Ella scosse il capo, sciogliendo la sua mano dalla mia. -- M'è vietata la felicità -- disse con una voce dolorosa ma sicura, tenendo sempre gli occhi intenti al giardino delle sue pene, alla casa del suo martirio. -- Anch'io, come Massimilla, mi sono consacrata; e anche il mio voto è inviolabile. E non è soltanto un atto della mia volontà, Claudio. Ora sento che è un sacrificio necessario, a cui non potrò sottrarmi. Voi avete udito dianzi il suono della mia risposta, quando mi avete invitata a salire con voi fino alla cima. Avete veduto quanto mi paresse leggero da prima il salire con voi, col sostegno della vostra mano. Ma poi.... non ho potuto andare più oltre; non abbiamo raggiunta la cima. Vedete: sono qui, inchiodata a un macigno. Voi mi fate un'offerta di cui voi medesimo non conoscete il pregio come io lo conosco; ed eccomi oppressa da una tristezza tanto grave che temo di non poterla sostenere, io che non ho mai avuto paura di soffrire! Non osavo interromperla nè più toccarla. Una specie di timor religioso mi occupava. Con una commozione più forte di quella che m'aveva sollevato nella sera solenne, pur senza rivolgermi io sentivo palpitare al mio fianco non so che d'infinitamente augusto e arcano come le sostanze divine custodite sotto i veli nei penetrali dei templi. La voce parlava quasi nel mio orecchio, e nondimeno mi veniva da un'infinita lontananza. Semplici erano le parole; ma esse erano proferite su le sommità della vita, là dove l'anima umana non giunge se non per trasfigurarsi in ideale Bellezza. -- Guardate, laggiù! Guardate la casa dove sin dal primo giorno noi vi abbiamo accolto come un fratello, dove nostro padre vi ha accolto come un figliuolo, dove voi avete ritrovata intatta la memoria dei vostri cari morti. Guardate quanto sembra discosta! Pure, io la sento congiunta a me da mille legami invisibili ma più forti di qualunque catena. Mi sembra che, anche di qui, la mia vita si mescoli tutta a quel poco di vita che soffre laggiù.... Ah, forse voi non potete comprendere! Ma pensate, Claudio, l'atrocità del destino che ci sta sopra; pensate quella povera madre demente, quel vecchio accasciato ed esausto, quella vittima che trema di continuo su l'orlo della follia, e quell'altra ancora, che sta sotto la stessa condanna, e l'orrore del contagio, e la solitudine, e le angustie.... Ah, voi non potete comprendere! Fin dal primo giorno io ho temuto di rattristarvi; e ho cercato di risparmiarvi le peggiori afflizioni, di nascondervi le peggiori miserie; ho cercato sempre di frammettermi tra voi e la nostra sciagura. Poche volte, o forse mai, voi avete respirato la vera tristezza della nostra casa. Noi vi abbiamo condotto all'aperto, tra i fiori che per voi solo abbiamo ripreso ad amare; e nel nostro giardino abbandonato voi avete potuto far rivivere qualche cosa morta... Ma pensate lo strazio nascosto! Voi non potete vedere; ma io vedo di qui tutto quel che accade là dentro, come se le mura fossero di vetro e io le toccassi con la mia fronte. Pare che la vita sia sospesa: il padre e il figlio sono chiusi nella medesima stanza e non osano uscire e non osano parlare e ascoltano tutti i rumori, e l'uno accresce la sofferenza dell'altro, ed entrambi aspettano il mio ritorno, privi d'ogni forza, e tendono l'orecchio sperando di riconoscere la mia voce e il mio passo. Ed -ella- è smaniosa, mi cerca per tutti gli anditi, per tutte le stanze, mi chiama ad alta voce, si ferma davanti a una porta chiusa e si mette a origliare o a battere; e, di dentro, le mie due povere anime odono il suo ansare, e sussultano ad ogni colpo, e non sanno se non guardarsi negli occhi, con che strazio, mio Dio! Ella si mise le mani alle tempie con un gesto istintivo, quasi per comprimervi una ripercussione di dolore; mentre tutto il suo corpo, distaccatosi dal macigno, s'inclinava verso il lontano luogo del supplizio. E per qualche istante, stretto alla gola dall'angoscia ch'ella mi aveva comunicato, chino nella sua stessa attitudine, anch'io rimasi sospeso su l'orlo del precipizio, con lo sguardo fisso alla dimora lontana dove quelle anime penavano. -- Pensate -- ella riprese a dire, con la voce omai rotta -- pensate, Claudio, quel che accadrebbe di loro se io non fossi più là, se io li abbandonassi! Anche quando io m'allontano per poco, provo non so che rammarico, non so che rimorso. Ogni volta che varco la soglia per uscire, un presentimento funesto mi stringe il cuore; e mi sembra che, rientrando, io debba trovare la casa piena di grida e di pianti.... Un tremito indomabile ora la scoteva tutta quanta, e i suoi occhi si dilatavano come se una visione truce li riempisse d'orrore. -- Antonello... -- balbettò; e per qualche istante non potè proferire altra parola. Io la guardava con una indicibile angoscia; e pativo nella mia anima le contratture delle sue care labbra. E la visione ch'era nei suoi occhi passava nei miei; e io rivedevo il volto bianco e consunto di Antonello, e il battito rapido delle sue palpebre, e il suo sorriso penoso, e i suoi gesti disordinati, e le onde di terrore che investivano d'improvviso il suo corpo lungo e magro squassandolo come una canna fragile. -- Antonello.... ha tentato di morire.... Lo so io sola.... Nessun altro lo sa; neppure Oddo. Guai! Ella tremava, senza potersi dominare, addossata al macigno. -- Una sera, Dio mi avvertì, Dio mi mandò.... Sia lodato sempre!... Entrai nella sua stanza.... e lo trovai.... Soffocata, ella si toccava la gola con le dita convulse smarritamente, come se ora quel laccio stringesse lei medesima: tremante, disfatta, senza più coraggio dinnanzi al ricordo, ella che aveva saputo reprimere le sue grida alla vista del tramortito, suscitare da' suoi propri polsi una forza virile, compiere l'opera senza chiedere aiuto, nascondere in sé l'orribile segreto, vivere poi con la tragica imagine impressa nell'anima, di timore in timore, d'ansia in ansia! Così, nella sua verità sublime, ella mi si rivelava devota disperatamente a un affetto che aveva la sua radice nel più profondo e più sacro istinto dell'essere. La voce del sangue pareva gridare da tutte le sue vene; i legami del sangue tenevano ogni sua fibra. Ella era nata per portare i dolci e tremendi vincoli sino alla morte. Ella era disposta a consumarsi come un olocausto per nutrire la fiamma vacillante del suo focolare. “Di quale inaudito amore amerebbe ella dunque la creatura delle sue viscere?„ -- Voi parlate d'abbandono -- io le dissi facendo uno sforzo penoso per esprimermi poichè ogni espressione di me sembravami inopportuna e debole dinnanzi alla grandezza e alla bellezza di quel sentimento rivelato -- voi parlate d'abbandono, Anatolia; e dimenticate che anch'io fin dal primo giorno ho creduto di ritrovare nella vostra casa il mio padre, le mie sorelle, i miei fratelli; e non sapete come anche nel mio cuore sia una pietà filiale e fraterna, non comparabile alla vostra che è sovrumana, ma pur degna di servirla nell'atto.... Ella scosse il capo. -- Ah, Claudio -- rispose, con un dolente sorriso delle sue labbra aride -- la vostra generosità v'illude. Ho ancora l'anima allucinata dalla fiamma dei vostri sogni ma turbata da non so qual violenza contenuta e quale ardore pericoloso che di tratto in tratto apparivano in voi. Una volontà di lotta e di predominio vi agita; e voi vorrete con ogni mezzo costringere la vita a mantenervi le sue promesse. Siete giovine, e fierissimo del vostro sangue, e padrone della vostra forza, e sicuro nella vostra fede. Chi può assegnare un limite alla vostra conquista? Ella aveva infuso nell'ultime parole la virtù della sua voce limpida e calda, come per una sollevazione subitanea; e, dal fremito che n'ebbi, io compresi qual valida incitatrice di energie avrebbe potuto essere ella che, pur nella sua bontà e nella sua pazienza, possedeva l'istinto primario della sua razza imperiosa. -- Ma imaginate, Claudio, un conquistatore che tragga dietro di sé un carro pieno d'infermi e che si prepari a combattere contemplando i loro visi consunti, ascoltando le loro lamentazioni! Potete imaginarvelo? Se la vita è crudele, colui che è risoluto ad affrontarla deve necessariamente assumere la qualità della nemica; e ogni impaccio o prima o poi susciterà il suo fastidio e la sua collera.... Ella era riuscita a reprimere l'eccesso della sua commozione; e ancora mi si mostrava nella sua fermezza coraggiosa, parlando senza tremito. -- Io stessa, io stessa non diverrei forse un giorno smemorata? non mi sentirei presa tutta quanta dai nuovi affetti, dalle nuove cure, e dall'ebrezza delle vostre speranze? Troppo è grande il compito che voi volete assegnare alla compagna dei vostri sforzi, Claudio. Le vostre parole sono nella mia memoria.... Ahimè, non è possibile alimentare nel tempo medesimo due fiamme! La nuova diventerebbe in breve così vorace che io dovrei sacrificarle tutti i beni della mia anima. E l'antica è così fievole che basta ch'io volga altrove il capo perchè si spenga. Tacque, riabbassando la fronte. Ma con un atto repentino, come assalita di nuovo dalle prime inquietudini, si guardò intorno; e qualche moto delle sue labbre aride mi rivelò la sua sete. Poi si volse verso di me e, fissandomi nelle pupille con una specie di violenza interiore, mi domandò: -- Veramente il vostro cuore mi ha scelta? Avete scrutato il vostro cuore sino al fondo? O un'illusione vi fa velo? Mi turbarono così forte quel suo sguardo e quel suo dubbio improvvisi, che io mi sentii impallidire come s'ella m'avesse accusato di menzogna. -- Anatolia, che dite mai? Ella si distaccò dal macigno, diede qualche passo incerto; si soffermò come a tendere l'orecchio, inquieta, agitata. -- V'è qualche anima che soffre, per queste vie -- ripetè con l'accento della prima volta; e restò per alcuni attimi perplessa, mentre la sua mano faceva verso la sua fronte un gesto vago. Poi, rivolgendosi a me, rapidamente, ansiosamente, quasi che ella fosse incalzata e temesse di non aver tempo a pronunziar le parole: -- Domani io partirò. Bisogna che io accompagni Massimilla. Non ho il coraggio di lasciarla partir sola col fratello. Bisogna che io l'accompagni fino alla porta del suo ritiro. Ella va a pregare per noi.... So che non va come a una consolazione ma come a una morte; e perciò è necessario ch'io l'assista. Tutto finisce per lei. Io resterò lontana alcuni giorni. Per alcuni giorni una di noi sarà sola a Trigento.... E la primogenita: ha quasi un diritto.... Ella è degna.... Non so; il cuore vi dirà qualche cosa, forse la verità.... Vi giuro, Claudio, che io pregherò, con quanto fervore ho nell'anima, perchè tornando io sappia che tutto fu risoluto secondo il bene d'ognuno.... Chi sa! Forse un gran bene è sopra di voi. Io credo nella vostra Stella, Claudio. Ma per me c'è un divieto.... Non so dire, non so dire.... C'è un'ombra su la mia volontà.... Dianzi m'è venuta una strana paura, e poi.... una tristezza, una tristezza che non conoscevo ancora.... Ella s'arrestò, anelante, smarrita, misera, come se riacquistasse il sentimento dell'infinita desolazione che s'allargava intorno a noi, nell'implacabile arsura. -- Anche voi, come soffrite! -- mormorò, senza guardarmi. E tendendomi ambe le mani, con il suo sforzo supremo: -- Ora, addio! Bisogna tornare indietro. Grazie, Claudio. Ricordatevi sempre di me come d'una sorella devota. La mia tenerezza non vi verrà mai meno.... Voltò il viso perchè gli occhi le si empivano di lacrime; e io le baciai ambe le mani. -- Addio! -- ella ripetè, facendo l'atto di avviarsi alla discesa; ma vacillò sul sasso. -- Vi prego, Anatolia, rimanete ancora! -- io supplicai, sorreggendola. -- Ancora qualche minuto, qui, all'ombra, perchè possiate riprendere un po' di forza.... La discesa è aspra. -- Ci aspettano! Ci aspettano! -- ella balbettò, quasi fuori di sè, comunicandomi la sua ansietà frenetica. -- Andiamo, Claudio! Mi appoggerò a voi. Se indugiassi ancora, mi sentirei più male, non potrei più dare un passo.... Ah che orribile sete! Io vedevo bene che la sua povera bocca ardeva di sete; e così angosciosa era la pietà che mi stringeva, ch'io mi sarei aperta una vena per dissetarla. Nessuna traccia di acque, intorno. Sole, in fondo al cratere estinto, le acque del lago che parevano piombo incandescente. Rapide imagini mi attraversarono il cervello, come in un delirio di febbre: il grande fiume roseo coperto di ninfee, Violante inclinata sul bordo del battello, il suo volto chino a respirare l'umidità del fiore, la durezza d'un suo sguardo acuita dai sopraccigli contratti.... Ma trasalimmo, sotto un'onda di suono improvvisa che giungeva fino a noi da un'ignota origine. Così grave era il silenzio negli alti deserti, che ci pareva non violabile; e, per lo smarrimento dei nostri sensi, quella infrazione inattesa ci percosse da prima come un fatto straordinario. Anatolia si strinse al mio braccio, interrogandomi con gli occhi dilatati. -- Secli -- io le dissi, riconoscendo la natura del suono. -- Le campane di Secli.... E stemmo in ascolto, l'uno a fianco dell'altra, chini verso il cratere sonoro, nell'ombra che il macigno gettava su le nostre teste. Sonoro come un gigantesco timpano, il cratere vacuo ripercoteva le onde dei metalli vibranti confondendole in un cupo rombo continuo che si propagava per la solitudine di luce indefinitamente. Per tutta la solitudine, ove la materia originale splendeva impietrita nelle sue mille espressioni di furia e di dolore, per la valle fulva solcata dal fiume serpentino, per le propagini alpestri declinanti fino al mare lontano, per ogni luogo la voce di bronzo modulata dalla terribile bocca ignea diffondeva la sua parola misteriosa. Più oltre ancora sembrava giungere, ancora più oltre, nello spazio senza fine, nelle plaghe d'oltremonte e d'oltremare, là dove la mia vista si perdeva stanca, là dove trascorreva come un vento carico di polline un mio pensiero informe e incoercibile ma pur dotato d'un'oscura virtù creatrice. Un gran sentimento confuso -- in cui si agitavano innumerevoli cose di dolore e di gioia, di passato e d'avvenire, di morte e di vita -- mi travagliava la coscienza e sembrava dilatarla e approfondarla come fa dell'oceano la tempesta. Attonito, io guardai il lago inferno, opaco e inerte come l'occhio cieco d'un mondo sotterraneo; e riguardai il cratere vorticoso in cui l'impeto del fuoco primitivo era rimasto fisso come la contrattura d'uno spasimo estremo rimane talvolta su le labbra del cadavere. Ed il mio sguardo si fermò su le umili case di Secli, su quel fragile nido umano che appena appena si distingueva dalla roccia a cui era sospeso. Ed ebbi la visione fantastica di quel popolo inconsapevole e taciturno, intento da tempo antichissimo a ridurre le viscere degli agnelli in corde musicali destinate ad esprimere nel linguaggio dell'arte le più alte aspirazioni della vita e a inebriarne miriadi di sconosciute anime nel mondo. Continuava, continuava il rombo, senza pause, eguale, nell'aria infiammata. E, poiché la mia compagna era immobile al mio fianco, io non osavo parlare, nè rompere il fascino. Ma d'improvviso ella si rivolse scoppiando in singhiozzi, come se in quel punto ella avesse veduto il termine di un'agonia. Con la faccia tra le palme, contro il macigno, ella singhiozzava disperatamente. -- Anatolia, Anatolia, che avete mai? Rispondetemi, Anatolia! Ditemi una sola parola! E, non resistendo allo strazio, feci l'atto di prenderle i polsi per scoprirle la faccia. Udii da presso il rumore d'un passo veloce su le pietre, un respiro affannoso; travidi un'ombra. -- Voi, Violante? Ella aveva su per la roccia ripida lo slancio elastico di una fiera, in tutta la persona qualche cosa di ostile e di malefico. Portava il capo tutto avviluppato nel suo denso velo azzurro, per modo che il volto rimaneva nascosto come da una maschera fin sotto il mento e gli occhi rilucevano a traverso il tessuto. Si fermò presso il macigno, ostile, arrovesciando in dietro il capo come chi sia per rimaner soffocato. Ella certo si sentiva soffocare, ma non si sbendò. La veemenza dell'anelito le sollevava il seno e faceva palpitare il velo; un fremito infrenabile le scoteva le mani coperte di guanti lacerati: lacerati forse contro i sassi aguzzi, in qualche caduta perigliosa. -- Vi abbiamo aspettato -- disse alfine, con la voce rotta che un poco sibilava -- vi abbiamo aspettato molto.... Non vedendovi più tornare, io mi sono mossa... per incontrarvi.... Scorgevo il moto delle sue labbra convulse, a traverso il velo; indovinavo la trasfigurazione della sua faccia sotto quella soffocante maschera azzurra ch'ella non voleva sollevare. E l'émpito interiore cresceva così violento d'attimo in attimo, che non m'era possibile disserrar le labbra. Ma sentivo che non su me soltanto la necessità del silenzio era caduta. Passava continuo su le nostre teste il rombo del bronzo, ripercosso dal cratere. Anatolia aveva cessato di singhiozzare; ma le tracce del pianto restavano sul suo volto, e rosse apparivano le palpebre ch'ella teneva socchiuse. -- Andiamo -- disse piano, senza guardare nè me nè la sorella. E in silenzio ci avviammo giù per la discesa, accompagnati dal rombo, nella desolazione della luce. Straziante discesa, che pareva non dovesse aver mai fine! Elle andavano innanzi o rimanevano in dietro, secondo le vicende del cammino; e io sorreggevo ora l'una ora l'altra, se vacillavano. Ad ogni tratto il cuore mi si stringeva, per la paura di vederle mancare. Quando le campane di Secli tacquero, avemmo un sollievo illusorio; ma sùbito ci accorgemmo che nella quiete dell'aria l'affanno palese dei nostri respiri aumentava la nostra sofferenza, e ci parve di udire troppo distintamente il rombo delle nostre vene. Con una pertinacia selvaggia, sotto la sua maschera azzurra Violante resisteva alle soffocazioni. Certo, una sete orribile le ardeva la gola: come a me, come alla sorella. Quando nel soccorrerla le prendevo la mano, vedevo per le lacerature del guanto un po' del suo sangue su la pelle scalfita; e, con un turbamento profondo, ripensavo il roveto carico di fiori. Più tardi, nel pianoro dove i miei uomini attendevano con le mule e dove sostammo arsi dalla sete e affranti dalla fatica, io composi per l'ultima volta in una armonia infinitamente bella e dolorosa la bellezza e il dolore delle tre principesse. Non erano elle nel chiuso giardino, ma pur le cingeva una lapidea chiostra degna delle loro anime e dei loro fati; poiché grande era e singolare l'aspetto dei luoghi intorno. Le rocce disposte in cerchio e digradanti davano imagine d'un colosseo construtto per opera ciclopica, corroso da secoli e da intemperie senza numero ma improntato ancora di stupende vestigia. Frammenti d'una scrittura sconosciuta vi apparivano, incomprensibili enigmi della Vita e della Morte; le vene tortuose della pietra conducevano l'essenza d'un pensiero divino; e nelle inclinazioni delle moli informi eravi un segno come nei gesti dei simulacri perfetti. Quivi sostammo, quivi io raccolsi l'ultima armonia. Un uomo della gleba -- che somigliava colui il quale aveva reciso col suo ferro adunco i rami del mandorlo fiorito -- ci condusse a una sorgente nascosta nella cavità di una rupe. La vena scaturiva mormorando, limpida e glaciale; e su l'acqua galleggiava una tazza rustica di scorza, fenduta e priva del fondo, simile al guscio inutile d'un frutto. Io offersi ad Anatolia un'altra tazza che l'uomo aveva portata seco. Ma Violante, senza attendere, si scoperse la bocca e, chinandosi su la polla vivida, bevve a lunghi sorsi come una fiera. Vidi la sua bocca e il suo mento stillanti, quando ella si sollevò; ma subito ella si volse e riabbassò il lembo del velo. Così velata, sedette su la pietra più vicina alla sorgente selvaggia che aveva per lei una troppo tenue canzone; e la sua attitudine evocò nel mio spirito tutti gli incanti delle sue fontane. Pur nella stanchezza, ella non s'abbandonava; ché anzi ora appariva quasi rigida, eretta da un orgoglio muto e ostile. Anche una volta tutte le cose intorno riconoscevano la sovranità della sua presenza: segrete analogie congiungevano i circostanti misteri al suo mistero. Anche una volta ella pareva respingere il mio spirito verso le lontananze del tempo, verso le antiche imagini della Bellezza e del Dolore. Ella era presente e pur discosta. E in silenzio pareva significarmi, come la principessa Dejanira: “Io posseggo, chiuso in un vaso di bronzo, un antico dono d'un vecchio Centauro.„ Anatolia s'era seduta presso il fratello pensieroso; e cingeva con un braccio gli omeri di lui, mentre la sua fronte pareva a poco a poco serenarsi come pel salire d'una luce interiore. Massimilla ascoltava forse la voce tenue e inestinguibile della polla: a sedere, con le dita delle mani insieme tessute, tenendovi dentro il ginocchio stanco. Su le nostre teste il cielo non conservava delle sue nubi se non qualche lieve traccia simile alla poca cenere bianca dei roghi consunti. Il sole accendeva in giro i culmini delle rocce, rilevando nell'azzurro i loro lineamenti solenni. Una grande tristezza e una grande dolcezza cadevano dall'alto nella chiostra solitaria, come una bevanda magica in una coppa rude. Quivi riposarono le tre sorelle, quivi io raccolsi la loro ultima armonia. QUI FINISCE IL LIBRO DELLE VERGINI E INCOMINCIA IL LIBRO DELLA GRAZIA. II. LA GRAZIA. III. L'ANNUNZIAZIONE. EPILOGO. OPERE di GABRIELE D'ANNUNZIO. I ROMANZI DELLA ROSA: -Il Piacere- 5 -- -L'Innocente- 4 -- -Trionfo delle Morte- 5 -- I ROMANZI DEL GIGLIO: I. -Le Vergini delle Rocce-5 -- II. -La Grazia- (in preparazione) III. -L'Annunziazione- (in preparazione) POESIE: -Intermezzo- 2 -- -L'Isottèo; La Chimera-4 -- -Poema paradisiaco; Odi navali- 4 -- Nota del Trascrittore Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (perchè/perché, sè/sé, demonico/demònico, sùbito/súbito e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. , : , 1 ' , . 2 , . , 3 , . 4 5 - - - - . - - 6 . . . . 7 8 - - - - 9 - - , ! 10 11 - - - - , 12 , 13 ' . 14 15 . 16 17 - - ! - - . - - . 18 , , . . . . 19 20 , : 21 22 - - ' , . 23 24 , 25 . 26 27 - - , - - 28 29 . 30 31 - - , ! - - , 32 33 ' ' . 34 - - ' 35 . . . . 36 , , , 37 ? 38 39 , 40 , 41 ; , ' , 42 , 43 ' - - 44 45 46 . 47 48 ' . 49 50 - - , - - - - 51 . . . . . . . . 52 53 - - , ? - - , 54 , ' , ' 55 . 56 57 . - - 58 ' , 59 , , 60 ' , 61 62 ? - - , ; 63 . 64 65 , , 66 . , 67 , 68 69 . , 70 , , , 71 , , , , 72 , 73 . 74 75 76 . 77 78 . , 79 80 , , . 81 , , 82 , 83 ' . , 84 , ' ' , 85 , : , 86 87 . 88 89 - - - - 90 91 . - - 92 , , , 93 . . . . , 94 . . . 95 . , 96 . . . . 97 98 . 99 100 - - , , - - - - , . 101 102 , , : 103 104 - - ' . . . . , . . . . 105 106 . , 107 108 109 , 110 ' 111 . 112 113 - - , ? - - , 114 ' ' . - - 115 , , , 116 , ? 117 , ; , 118 , . . . . 119 , , ! 120 121 ; , , 122 ' 123 . 124 125 - - - - - - 126 , ; 127 , 128 ! , 129 . . . . 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